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L'avvento del fascismo in Italia

600 000 morti; milioni di mutilati, di feriti, di famiglie rovinate dalla guerra; la rabbia per la “vittoria mutilata” e nei più semplici, per vedere che il Governo non manteneva affatto le promesse di pace, lavoro, terra ai contadini, ordine e prosperità, con le quali aveva convinto ragazzi e uomini fatti a battersi con tanto eroismo. La vittoriosa Italia di Vittorio Veneto mostrava questo volto reale alla fine di quella Grande Guerra, che moltissimi ormai maledicevano. Oltre che i diretti interessati (dàlmati, istriani, italiani di lingua e cultura rimasti al di là delle nuove frontiere, etc.), in fondo la faccenda della vittoria mutilata interessava solo una minoranza di accesi nazionalisti. A questo si sovrapponevano problemi ben più gravi.

Le condizioni economico-finanziarie del Paese erano disastrose. La disoccupazione dilagava. La distanza tra classi agiate e quelle meno fortunate era aumentata: i poveri più impoveriti con la guerra e parte della borghesia arricchita con i proventi derivati dall’industria bellica, e spesso anche con speculazioni non del tutto oneste. Come altri dell’Europa, anche l’Italia era un paese in profonda crisi: vi entrò prima degli altri e più duramente. Lo scossone degli anni intorno a quelli della Guerra aveva portato a una mezza rivoluzione anche in campo politico-sociale.

Erano nati i cosiddetti partiti politici di massa. Da quasi un decennio (dal 1912) si era allargato il diritto di voto a tutti i maschi maggiorenni capaci di scrivere e di leggere. Migliaia di persone si riconoscevano nei programmi dei partiti dotati di efficienti organizzazioni direttive, provvisti di propri giornali, sostenuti da una nuova arte o tecnica che nasceva con impeto proprio in quegli anni: la propaganda, affidata non più soltanto alla parola o a una trascurabile insegna sui muri, ma ai mass-media, i mezzi di comunicazione e di informazione di massa: stampa, manifesti murali, radio, cinema, etc.

I partiti che raccoglievano i maggiori consensi non erano più quelli dell’Ottocento e del primo Novecento. Erano il Partito Socialista, fondato nel 1892, e il neonato Partito Popolare Italiano, il quale rappresentava la voce dei cattolici più impegnati e sensibili ai problemi sociali. Guidati dal sacerdote siciliano Don Luigi Sturzo, essi proponevano un programma di riforme che spesso appariva fin troppo audace ai cattolici più cauti e moderati e alla stessa Chiesa. Il PP (Partito Popolare) non ebbe vita molto facile, ma neanche i loro diretti antagonisti, i socialisti ne avevano. Gli stessi socialisti erano in contrasto a causa della diversità dei metodi per attuare la “rivoluzione socialista” e sul fine stesso di questa rivoluzione.

Da un lato vi era il gruppo dei “duri”, che sulla scia della Russia, voleva proporre una via rivoluzionaria. Nel periodo 1919-22 grandi scioperi, occupazioni di terre e di fabbriche, agitazioni popolari fecero temere a non pochi “benpensanti” che il pericolo di una rivoluzione “rossa” fosse imminente. La diversità palese tra quest’ala rivoluzionaria socialista e il resto del Partito Socialista era tale che, nel 1921, si giunse ad una spaccatura. Al Congresso di Livorno, l’ala “dura” si separò, fondando il Partito Comunista Italiano, la cui guida fu affidata ad Antonio Gramsci. La maggior parte dei Socialisti era invece affidata a Filippo Turati e si dichiarava “riformista”: la società italiana sarebbe cambiata mediante progressive riforme e con la partecipazione di ministri sociali al governo “borghese”; un costante allargamento, finché i socialisti non sarebbero divenuti la maggioranza.

La divisione dei cattolici, quella dei socialisti, l’antagonismo tra PP, PSI, PCI indebolirono lo schieramento democratico. Ciò segnò l’ascesa di un altro gruppo che democratico non era: il gruppo che “si riconosceva” nel Fascismo. L’ex socialista, Benito Mussolini, espulso dal Partito, aveva cominciato negli anni 1914-1915 a scrivere articoli infiammati su “Il Popolo d’Italia” a favore dell’intervento in guerra dell’Italia al fianco di Francia e Inghilterra. Molti, dopo la Guerra, quando scioperi ed occupazioni di fabbriche facevano temere lo scoppio di una rivoluzione “rossa”, aderirono alle idee mussoliane: lotta contro i sindacati, i partiti e i giornali dei lavoratori “sovversivi”; idea di uno Stato forte appoggiato dalla Monarchia, dagli alti gradi dell’esercito e della Chiesa, dalla borghesia.

I fascisti non esitarono a formare “squadracce nere” che devastavano sedi di sindacati e di partiti di sinistra, bastonavano, ferivano ed uccidevano i veri o presunti “rossi”. Insomma, il neonato Fascismo, divenuto nel 1921 ufficialmente Partito Nazionale Fascista, si proponeva alle classi privilegiate come garante dell’ordine e della tranquillità. All’inizio questo movimento aveva rifiutato una collocazione ideologica precisa, preferendo essere un contenitore vuoto, pronto ad accogliere tutte le spinte sovversive. In realtà i contenitori non restarono vuoti e il Fascismo finì presto col darsi tre anime differenti, distanti e contrastanti fra loro: quella sindacalista-rivoluzionaria, quella tradizionalista e quella borghese.

Lo squadrismo rivoluzionario nazionalista costituiva la prima anima del fascismo, la più antica, quella evasiva, legata al sindacalismo e alle radici estremiste di Mussolini. Era però un’anima imbarazzante e impresentabile per i benpensanti e i borghesi. Nonostante la sua componente sindacalista-rivoluzionaria, il fascismo non riusciva a sfondare tra gli operai, legati al socialismo e comunismo: la classe operaia continuava ad aver fiducia nella CGL, nelle camere del lavoro e nei suoi partiti, visto il rafforzamento salariale avvenuto con le lotte del ’19-20.

La seconda anima, tradizionalista, risultava conservatrice, eventualmente clericale e comunitaria, simile a quella che aveva alimentato nell’Ottocento il bonapartismo. C’era poi una terza anima: quella della grande borghesia industriale. Grandi industriali, soprattutto siderurgici, furono i primi finanziatori del fascismo, e pensarono ben presto di utilizzare le squadre in camicia nera contro gli operai in sciopero. Insieme con i latifondisti meridionali avevano costituito fin dall’epoca di Crispi quel blocco degli interessi protetti che non aveva esitato ad occupare la politica e le istituzioni dello Stato, non apertamente illegale. Quel blocco era stato sconfitto dal centrismo riformista giolittiano, che aveva introdotto il rapporto con i socialisti, le prime garanzie previdenziali e la tutela dei lavoratori.

Poco per volta, soprattutto quando si fu consolidato al potere, il Fascismo si dotò di contenuti culturali che non aveva posseduto e che non aveva neanche voluto nei primi tempi. Si caratterizzò per il suo pessimismo irrazionalista; non credeva affatto ad un progresso razionale, dal peggio al meglio, ad un cammino dell’umanità verso maggiore libertà, maggiori diritti, maggiori possibilità per un numero crescente di donne e di uomini. Si è parlato di una “disperazione culturale”, ossia connessa fortemente con la Grande Guerra dell’Occidente; rimaneva l’estetica del gesto eroico, la morte, la “bella morte”; la bandiera dei fascisti era un drappo nero con un teschio d’argento, e «me ne frego» divenne un loro tipico slogan; si portava avanti un’educazione al combattimento.

Si è venuto a creare una nuova cultura antimaterialista e anti individualista, un nuovo stile di vita italiano. La nazione e la patria sono i concetti esaltati dal fascismo, secondo cui l’individuo doveva stare al servizio dello Stato. Mussolini parlava di Stato etico, dotato cioè di diritti morali sull’individuo; parlerà poi di Stato Totalitario, coniando un aggettivo che sarà usato negativamente per identificare tutti i regimi dittatoriali del 1900 tesi alla soppressione della vita civile e della libertà individuale in funzione dello Stato. Su tal campo, del rapporto fra Stato e cittadino, il Fascismo fece le sue conquiste migliori: Giovanni Gentile, Gioacchino Volpe, Alfredo Rocco.

Tra le differenti anime, Mussolini seppe tenere l’equilibrio sapientemente, al fine di rafforzare il proprio prestigio e propri margini di movimento. Il 27 e il 28 ottobre del 1922, Mussolini organizzò un misto tra una grande manifestazione in armi e un colpo di stato incruento: passato alla storia come “Marcia su Roma”. Le camice nere portarono 50mila uomini a Roma per occupare la città e mettere il governo in condizione di dimettersi, costringendo il Re a chiamare Mussolini e formare un Governo diretto totalmente dai fascisti: impresa diretta da 4 personalità chiamate “quadrunviri” (Bianchi, De Vecchi, Balbo e De Bono).

Al Governo, Facta, capo del governo, proclamò lo stato di assedio, in modo da far intervenire i carabinieri, ma Vittorio Emanuele preferì cedere, chiamando Mussolini a dirigere il nuovo governo. Il duce per dare un segnale di novità offese il Parlamento definendolo «aula sorda e grigia». Tra i provvedimenti mussoliani: le camice nere, parte integranti dello Stato, presero il nome di “Milizie fasciste”; istituzione del Gran Consiglio del Fascismo per vigilare ed epurare la pubblica amministrazione.

Nel 1924 il fascismo si presentò con un “listone” che raccoglieva tutti coloro che avevano fiducia nel nuovo governo: la lista governativa vinse le elezioni, acquistando il controllo totale del Parlamento. In seguito al sequestro su ordine di De Bono di Giacomo Matteotti (deputato socialista), si verificò il cosiddetto “Aventino”: situazione di assenza nella Camera dei Deputati delle opposizioni, che non volevano più continuare a promuovere con la loro presenza la svolta sanguinaria del governo. Definita tale, in ricordo del fatto che sul colle Aventino, l’opposizione plebea nell’antichissima Roma vi si era ritirata. Il fine ultimo di tale secessione era di indurre il re a ripristinare la legalità, costringendo Mussolini alle dimissioni. Nonostante un primo momento di vacillamento, il governo mussoliano non si dimise e né tantomeno cadde.

Così il Fascismo si consolidò al potere e, in conclusione, trasse vantaggio dall’aver superato il momento per lui più pericoloso. Il 3 gennaio del 1925, Mussolini si assunse la responsabilità politica del delitto, coprendo gli esecutori materiali, che furono esenti anche da condanna penale. In un discorso al Parlamento rimasto famoso, Mussolini, assuntosi la responsabilità dell’accaduto, dichiarò che la crisi sarebbe stata risolta con una soluzione di forza. Seguì un’ennesima ondata di violenza squadrista rivolta verso i Sindacati, le Leghe, le cooperative, gli organi di stampa, le sedi dei partiti antifascisti. La polizia procedette all’arresto di molti esponenti dei Partiti comunista, socialista e popolare. Lo Statuto Albertino, in vigore dall’Unità d’Italia, venne ampiamente disatteso; le istituzioni liberali vennero espropriate di ogni forma di potere e la censura provvide a sospendere tutti i giornali che non fossero schierati con il regime.

Verso la fascistizzazione della scuola

Si cominciò così ad instaurare il regime totalitario che il fascismo voleva contrapporre ai suoi due grandi avversari ideologici: la democrazia e il socialismo. Si trattava di concepire istituzioni politiche fortemente autoritarie, ma anche capaci di coinvolgere le masse popolari e di controllare rigorosamente le coscienze. Le leggi del 31 ottobre 1926, definite fascistissime, prevedevano, oltre che lo scioglimento di tutti i partiti eccetto di quello fascista e la fine della libertà di stampa, di sciopero e d’associazione, l’istituzione del Tribunale speciale, del “confino” per i reati politici e della OVRA (polizia politica) e la reinscrizione della legge elettorale, con l’introduzione della “lista unica”, i cui candidati erano designati dal Gran Consiglio. Mussolini concentrò tutti i poteri nelle sue mani: il capo del Governo, infatti, non doveva più rispondere al Parlamento (divenuta Camera dei fasci e delle corporazioni).

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/02 Storia della pedagogia

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