Accademia di Belle Arti di Catania
Comunicazione e valorizzazione del patrimonio storico artistico
A. 2015/2016
A. Storia dell’arte antica
Alunna: Rosa Grazia
Materia: Storia dell’arte antica
Professore: Giansiracusa Paolo
Indice
- La colonizzazione Greca in Sicilia ………………………………………
- Il mito della dea Proserpina …………………………………………...
- Gli dei dell’Olimpo ……………………………………………………
- Urbanistica delle città colonizzate …………………………………….
- I Templi ………………………………………………………………….
La colonizzazione Greca in Sicilia
Tucidide (460 a.C. circa) è stato uno storico e militare ateniese, filosofo politico, uno dei principali esponenti della letteratura greca grazie al suo capolavoro storiografico, La Guerra del Peloponneso.
Questo accurato resoconto sulla grande guerra tra Atene e Sparta (431 - 404 a.C.) è considerato - in termini di modernità - uno dei maggiori modelli narrativi dell'antichità, sicuramente uno dei primi esempi di analisi degli eventi storici secondo il metro della natura umana.
L’opera, divisa in otto libri, espone tre fasi precise del conflitto: lo scontro tra i due colossi Atene e Sparta dal 431 a.C. al 421 a.C.; la sventurata spedizione ateniese in Sicilia iniziata nel 415 a.C. e conclusa nel 413 a.C. con la distruzione della flotta nel porto di Siracusa da parte delle truppe del comandante spartano Gilippo; ed infine la prosecuzione del conflitto fino al 411 a.C. Nelle intenzioni di Tucidide la narrazione sarebbe dovuta proseguire fino alla fine della guerra (404 a.C.).
Tucidide descrive la fondazione della città greche in Sicilia già a partire dall’VIII secolo, quasi tre secoli prima della sua esistenza. Lui afferma che Naxos fu fondata, nel 735 a.C. e un anno dopo (734 a.C.) fu fondata Siracusa e così via.
Essendo lui vissuto tre secoli dopo lo svolgimento di questi avvenimenti, la veridicità delle sue affermazioni può essere contestata ma non essendoci altre verità, quello che racconta viene preso per vero.
Pertanto, le prime colonie sorsero nella Sicilia orientale: nell'VIII secolo a.C. i greci calcidesi fondarono Zancle, Naxos, Leontinoi e Katane; nella parte sud-orientale i corinzi e i megaresi fondarono, rispettivamente, Syrakousai e Megara Hyblaea, mentre nella costa meridionale, nel 688 a.C., cretesi e rodii fondarono Ghelas, con cui si concluse la prima fase della colonizzazione greca in Sicilia.
I Greci viaggiatori, già dal XI - XII secolo, intrattenevano rapporti commerciali con i popoli indigeni della Sicilia, non ancora colonizzati. Questi erano popoli dediti all’agricoltura, quindi alla produzione agricola di grano e legumi. Inoltre sul loro territorio vi era una grande quantità di selce, una pietra sedimentaria utile per la produzione di armi.
Le città della Grecia effettuavano molti commerci via mare. Questi commerci avvenivano durante la buona stagione: in primavera e in estate. I Greci, dunque, importavano prodotti alimentari, come il frumento, e metalli, come l'ambra e l'avorio; molto ricercati erano rame e stagno perché dalla loro fusione si otteneva il bronzo per le armi. I Greci esportavano l'olio, il vino, statue, vasi e diversi tessuti.
Nell'antichità, per "pagare" la merce, si usava il baratto, cioè lo scambio di merci. Questo sistema era un po' scomodo perché non sempre era facile quantificare le merci. Verso il VII secolo a.C. i re della Lidia cominciarono a fabbricare lingotti di elettro tutti dello stesso peso sui quali era incisa una testa di leone.
In seguito i Greci trasformarono i lingotti in monete, che erano meno ingombranti e potevano avere un valore diverso a seconda del peso. Le monete ateniesi avevano inciso la testa di Atena davanti e la civetta dietro. Nelle altre città le monete avevano disegni diversi: a Corinto, per esempio, era raffigurato un cavallo alato ed a Efeso un'ape.
Come viaggiavano i Greci?
Durante gli scambi commerciali i Greci si spostavano via mare su piccole imbarcazioni in legno. Essendo natanti deboli non si spingevano quasi mai in mare aperto per pericolo di incontrare condizioni perigliose, pertanto fiancheggiavano le coste per spostarsi.
I Greci commerciavano principalmente con la parte Orientale della Sicilia e intrattenevano con i popoli indigeni buoni rapporti. Anche i Fenici, provenienti da Anatolia, Israele e Egitto (Africa), commerciavano con la Sicilia ma la loro rotta lungo la costa non si incrociava con quella dei Greci. I Fenici infatti costeggiavano la parte Occidentale.
Viaggiando, i Greci, conoscevano perfettamente le insenature portuali delle città per i commerci e tutte le fonti d’acqua potabile che arrivavano alla costa. L’acqua potabile era un bene essenziale per i commercianti che compivano lunghi viaggi.
Perché avvenne la colonizzazione greca in Sicilia?
Nell’VIII secolo a.C. la Grecia vive uno stato di sovrappopolazione, le città erano piene e nacque la necessità di espatriare per trovare nuove terre da abitare. Di conseguenza, nel 735 a.C., i Calcidesi dalla Calcide, arrivarono in Sicilia non più per commerciare ma per impossessarsi del territorio. Quindi fondarono Naxos. Lo stesso accadde per i Corinzi da Corinto, nel 734 a.C., si presentarono al porto di Siracusa e la occuparono. Così come riporta Tucidide.
La dominazione Greca in Sicilia fu volta al dominio territoriale sulla base della proprietà agricola, le colonie vennero dovunque a contatto con gli indigeni, i quali si ritirarono nell’entroterra Siciliano, soprattutto nelle zone dell’Etna o sul monte Peloro. Avvennero così le prime trasformazioni nelle culture indigene che iniziarono ad assorbire la cultura Greca modificando anche le loro forme sepolcrali.
L’incontro della civiltà coloniale Greca e quella indigena diede i natali alla cultura dei Sicelioti. Le colonie Greche attinsero dalle civiltà preesistenti Siciliane e viceversa. Allo stesso tempo cercarono una propria autonomia dai connazionali Greci della madrepatria, quasi a voler formare un ceppo culturale a parte, denominandosi Sicelioti.
Dal punto di vista strutturale, la dominazione Greca in Sicilia, introdusse i canoni dell’organizzazione tipica della “Polis” Greca (Città - Stato). Vennero sostituite le basi circolari degli insediamenti indigeni, costituite da vecchie capanne, con le basi rettangolari delle nuove abitazioni. Si andò via, via formando il grande territorio situato nell’Italia Meridionale chiamato magna grecia, di cui la Sicilia fu il perno principale.
La seconda fase della colonizzazione Greca in Sicilia vide protagoniste le stesse “Polis” (Città - Stato) Siciliane, che fondarono varie sub-colonie: nacquero così, tra il VII secolo e la prima metà del VI secolo a.C., le città di Akrai (l’odiena Palazzolo Acreide), Casmene (Monte Casale), Himera (l’odierna Termini Imerese), Selinunte, Camarina (colle Cammarana in provincia di Ragusa) e Akragas (l’odierna Agrigento) e altre. L'ultima delle fondazioni Greche fu Lipari nel 580 a.C.
La dominazione Greca in Sicilia fu un lungo periodo di alta espressione artistica, tra tutti spiccano per maestosità il Teatro ed il Tempio di Segesta; i Templi di Agrigento e Selinunte; il Tempio di Apollo; il Teatro di Siracusa ed il Teatro di Taormina.
Si deve ai Greci la nascita del nome Trinacria. Significa tre promontori rispettivamente da “treis” e “àkra”, nome che evoca più che mai l’eredità Greca in Sicilia. Esso fu espressione e meravigliosa manifestazione di solarità, luminosità, cultura classica e rivelazione di innumerevoli geni come architetti, artigiani, ingegneri.
Cosa occorre a una nuova città da rifondare?
- Porto, vie fluviali o canali navigabili per gli scambi commerciali e le importazioni.
- Acqua potabile. Nessuna città può sorgere senza pozzi d’acqua potabile, infatti è essenziale per i viaggiatori, per l’agricoltura e l’artigianato.
- Entroterra fertile per provvedere all’agricoltura e quindi agli approvvigionamenti di cibo.
- Materiale lapideo per la costruzione.
- Sicurezza e difendibilità. Doveva essere un luogo facilmente difendibile.
I Greci erano soliti consacrare i luoghi dove si insediavano, in questo modo essi giustificavano le loro azioni come volere divino. Consacravano elementi naturali come corsi d’acqua, fiumi ecc. Le forze della natura, non ancora spiegate dalla scienza, apparvero ai Greci come grandi essere misteriosi, dotati di una volontà e di sentimenti simili a quelli degli uomini e furono personificati in altrettanti Dei.
Singolare è che i Greci pur essendo politeisti, riconobbero Zeus come sommo dio, e tutti gli altri (Dee e Dei) soggetti a lui. Avevano sembianze umane, effetti umani, passioni umane. A differenza degli uomini erano però esseri immortali e avevano una potenza sovrannaturale.
Consacrando un elemento naturale a un dio (per esempio l’acqua), essa diventava sacra, cioè come un dio e doveva essere protetta, venerata e mantenuta pura. I Greci costruivano storie sugli dei e gli elementi naturali per questo. Nascono così i miti che vengono poi tramandati e diventano parte della cultura greca.
Il mito della dea Proserpina
“All'inizio dei tempi, sulla terra splendeva sempre il sole e faceva sempre caldo. I prati erano perennemente coperti di fiori e nei campi crescevano frutti, verdure e frumento tutto l'anno. Era la Dea Cerere che seminava, innaffiava le piante e faceva sì che gli alberi fiorissero e dessero frutti.
Mentre Cerere lavorava, sua figlia Proserpina giocava nei verdi boschi della Sicilia e la sera tornavano a casa insieme cantando e ridendo. Tra gli Dei, c'era però un Dio non altrettanto felice e fortunato. Era Plutone, il Dio dei morti, il quale non viveva insieme a tutti gli altri Dei sul Monte Olimpo, ma regnava sotto terra, al freddo e al buio.
I raggi del sole non erano mai riusciti a penetrare in quelle tristi caverne, ed in questo lugubre luogo, Plutone viveva solo; nessuna donna aveva infatti mai voluto rinunciare allo splendore della luce, al calore del sole e alle bellezze della natura per diventare regina dell'oltretomba.
Ogni tanto Plutone saliva in superficie per spiare la vita sulla terra, ma la luce del sole gli faceva male agli occhi ed inoltre, vedere tanta bellezza e tanto splendore, lo rendeva ancora più triste. Un giorno Plutone scorse Proserpina mentre raccoglieva fiori nel verde della sua amata Sicilia. Quando la vide se ne innamorò, ma sapendo che se fosse andato a chiederla in sposa a Cerere, entrambe avrebbero rifiutato la sua proposta, decise di rapirla, col consenso di Giove.
Salì quindi sul suo carro nero, lanciò i cavalli al galoppo frustandoli con furia al punto che tutta la Sicilia tremò per quella galoppata e, con le redini fra i denti, si sporse dal carro ed afferrò Proserpina per i capelli.
Mentre Proserpina gridava supplicando di essere lasciata andare, Plutone continuava a galoppare verso l'Oltretomba fino a quando, colpendo la terra con la sua frusta, questa si aprì ed il carro piombò nel baratro, portando con sé la fanciulla. Quando giunsero al fiume Acheronte, che divide il regno dei vivi dal regno dei morti, Proserpina gridò al punto che anche il fiume s'impietosì, e cercò di far cadere Plutone afferrandolo per le gambe.
Ma Plutone scalciò con forza e si liberò e Proserpina, disperata, si tolse la cintura di fiori che aveva in grembo e la lanciò nel fiume, affinché le acque potessero portare alla madre il suo messaggio. Plutone e Proserpina giunsero nel regno dei morti e, mentre Plutone cercava di consolarla dicendole che sarebbe diventata regina, sulla terra era sceso il tramonto e quindi Cerere incominciò a chiamare e a cercare la figlia.
Cerere cercò disperatamente la figlia in giro per il mondo ed intanto, per il dolore e la disperazione, lasciò appassire i fiori e smise di seminare sicché, il frumento ed i frutti, smisero di crescere.
Dopo nove giorni e nove notti vissuti senza sonno e senza cibo alla ricerca della figlia scomparsa, il decimo giorno Cerere si sedette stanca e disperata lungo la riva di un fiume fino a che scorse, accanto a lei, una piccola cintura di fiori. La verità le fu raccontata da Elios, il dio Sole, che illumina la terra e con la sua luce discopre ogni trama oscura.
Elios, che tutto vede e tutto ascolta, rivelò a Cerere lo svolgimento dei fatti avvenuti con il consenso di Giove. Per il dolore, Cerere non si curò più della terra e quindi cessò la fertilità dei campi e vennero i tempi della carestia e della morte. Giove, vedendo la fame sterminare intere popolazioni, mandò i suoi messaggeri ad ammansire l'indignata Cerere, la quale, irremovibile nel suo dolore, rispondeva che sarebbe tornata alle cure della terra solo se Proserpina fosse tornata.
Giove decise allora d'inviare immediatamente Mercurio ad avvisare la figlia affinché non toccasse cibo, ma Mercurio, per quanto veloce, arrivò troppo tardi.
Plutone infatti aveva fatto preparare un pranzo succulento ed appetitoso ed anche se Proserpina era troppo infelice per mangiare, a forza d'insistere, cedette per la fame davanti a rossi e succosi chicchi di melograno (simbolo d'amore), che Plutone, furbamente, le aveva messo nella mano. Plutone gliene porse una dozzina e, quando arrivò Mercurio, Proserpina purtroppo ne aveva già assaggiati sei.
La fanciulla scoppiò in lacrime quando venne a conoscenza della legge divina per cui, colui che mangia anche un solo boccone mentre si trova nel regno dei morti, non può più ritornare sulla terra. Proserpina gridò allora tutta la sua rabbia ed il suo odio a Plutone per l'inganno subìto e Plutone, che ne era innamorato ed avrebbe voluto essere amato a sua volta, impallidì, confessandole di averla rapita perché si sentiva troppo solo.
Allora Giove, mosso a compassione, decise che Proserpina, avendo mangiato sei chicchi di melograno, avrebbe vissuto nel regno dei morti insieme a Plutone per sei mesi all'anno ed i rimanenti sei mesi avrebbe vissuto sulla terra insieme alla madre Cerere.”
Il mito di Proserpina, raccontato nel V libro delle Metamorfosi di Ovidio, vuole quindi che l'arrivo della Primavera sia sancito dall'arrivo di Proserpina sulla terra, che porta con sé il soffio creatore dell'abbondanza e che il suo ritorno nell'Ade, sei mesi dopo, coincida con l'arrivo dell'Autunno e dell'Inverno, per tornare e rinascere nuovamente, insieme alla vegetazione, la primavera successiva.
La storia della dea romana Proserpina, Persefone per i greci, è così suggestiva ed intrisa di fascino d'aver ispirato numerosi artisti i quali, nel corso dei secoli, hanno interpretato il mito utilizzando diverse forme d'arte. Nella scultura eccelle il 'Ratto di Proserpina', capolavoro di Bernini che dà vita al marmo raffigurando la delicata fanciulla mentre viene rapita da Plutone per essere portata negli Inferi.
La struggente storia dell'incantevole figlia di Zeus e Demetra destinata a diventare suo malgrado Dea degli Inferi è stata anche messa in musica ed in particolare possiamo ricordare la 'Proserpina rapita', famosa opera di Claudio Monteverdi e la 'Proserpina' di Camille Saint Saens.
Gli dei dell’Olimpo
La mitologia greca comprende principalmente un corpus di narrazioni e leggende riguardanti gli dei e si sviluppa pienamente tra il IX e l'VIII secolo a.C., nel periodo in cui comparvero l'Iliade e l'Odissea di Omero e la Teogonia di Esiodo. La mitologia greca presenta alcune caratteristiche distintive: gli dei mostrano sembianze e sentimenti umani e non contiene rivelazioni o dottrine spirituali. Anche le pratiche e le credenze erano molto varie, prive di un testo sacro e di sovrastrutture formali come il clero.
Secondo la tradizione, gli dei greci dimoravano sul monte Olimpo, in Tessaglia, dove formavano una società gerarchizzata conformemente alla loro autorità e ai loro poteri; potevano tuttavia muoversi liberamente nel mondo, e alcuni singoli dei vennero associati a tre domini principali: il cielo, il mare e la terra.
I dodici dei principali, generalmente detti "Olimpi", erano Zeus, Era, Efesto, Atena, Apollo, Artemide, Ares, Afrodite, Estia, Ermes, Demetra e Poseidone. Ade generalmente non era considerato appartenente all'Olimpo, poiché governava gli Inferi, dove viveva con la sposa Persefone.
Dioniso, dio del vino e della vita naturale, spesso era accompagnato da divinità minori come satiri, centauri e ninfe; a lui erano dedicate numerose feste, e in alcune regioni divenne importante quanto Zeus. La mitologia greca sottolineava la debolezza umana in contrasto con le grandiose e terribili forze della natura. I greci consideravano immortali i propri dei e r
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