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Riassunto esame di Storia del pensiero filosofico e scientifico, prof. Malaguti, libri consigliati: Meditazioni metafisiche; L'evoluzione creatrice; Il normale e il patologico; La storia della follia nell'età classica

Riassunto per l'esame di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni, basato la maggior parte su appunti personali , con integrazione e studio autonomo dei testi consigliati dalla docente Malaguti: R. Cartesio, Meditazioni metafisiche; H. Bergson, L'evoluzione creatrice; G. Canguilhem, Il normale e il patologico; M. Foucault, La storia della... Vedi di più

Esame di Storia del pensiero filosofico e scientifico docente Prof. I. Malaguti

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Il metodo cartesiano è quello del dubbio:

Come faccio a dimostrare con assoluta certezza che la mente esiste?

➢ Egli si risponde: nelle regulae ho fondato il metodo; ho poi applicato il metodo

➢ nel discorso dimostrando che tale metodo è adeguato per dimostrare l’esistenza

della mente (e di conseguenza l’atto di conoscenza).

Le quattro regole di tale metodo sono:

Regola dell’evidenza: accetto come vero solo ciò che è chiaro e distinto,

➢ indubitabile. Cartesio pone assoluta equivalenza tra verità e indubitabilità (se c’è

qualcosa che sfugge al dubbio sarà veritiero e certo);

Regola dell’analisi: la risoluzione dei problemi deve avvenire attraverso la

➢ scomposizione dello stesso in parti più semplici;

Regola della sintesi: dopo il secondo passaggio, si ricostituisce la totalità del

➢ problema;

Regola dell’enumerazione: controllo della correttezza procedurale, verifica che

➢ i passaggi della deduzione sono stati compiuti in modo adeguato.

Attraverso questo procedimento si giungerà al vero, che è universale e oggettivo (quindi

se intelletti differenti applicassero il metodo in maniera rigorosa, arriverebbero tutti alla

medesima conclusione).

L’ordine dei ragionamenti di Cartesio è la ratio cognoscendi (il testo ha un ordine

preciso, va capito l’ordine della materia); nella prima meditazione Cartesio, applicando

il metodo del dubbio, scopre la verità. Nella seconda meditazione scopre il cogito, nella

terza, quarta e quinta scopre Dio e nella sesta scopre il mondo.

La prima meditazione

Con la prima meditazione Cartesio ricerca le fondamenta di tutto il sapere; la filosofia

sono le radici di un albero, che è il sapere. Le opinioni prendono il nome di doxa, e il

processo di Cartesio sta nel correggere le opinioni imparate in modo acritico, senza

metodo.

Dato che i contenuti della conoscenza sono infiniti, Cartesio decide di non poter

ragionare su tutti questi contenuti ma di ragionare sulla filosofia perché essa si chiede

quali sono le modalità attraverso cui ci volgiamo al reale senza occuparsi dei singoli

contenuti (cioè ciò che fanno tutte le altre scienze, occupandosi di porzioni del reale).

Cartesio, dunque, comincia ad applicare il metodo del dubbio a tutte le sue conoscenze:

Lo applica innanzitutto ai sensi (che sono soggettivi, quindi non veritieri e, più

precisamente, fallaci). Nasce il dualismo cartesiano: Cartesio mette in dubbio

l’esistenza stessa del suo corpo.

Ma della matematica non si può dubitare, o almeno così Cartesio crede fino alla scoperta

di un genio ingannatore, che può mettere in dubbio anche la matematica; quest’ultimo

(l’ingannatore) nasce dall’erronea applicazione del metodo da parte dei matematici

(violando la quarta regola, l’enumerazione).

Cartesio distingue il dubbio cartesiano (che è un metodo per condurre alla verità) dal

dubbio scettico, che dubita di ogni cosa: l’assunzione dello scettico è che non esista

alcuna verità. Si parla quindi di dubbio iperbolico, l’incapacità di credere a qualsiasi

cosa.

Ma questo momento di crisi è necessario per uscire dal dubbio e per scoprire la prima

certezza, il cogito. La prima certezza è l’atto stesso di pensare, cioè l’atto di

conoscenza; l’atto di coscienza è certo perché il dubbio è un atto del pensiero, quindi è

certo.

RIASSUMENDO:

La locuzione cogito ergo sum (lett. "Penso dunque sono") è l'espressione con cui Cartesio

esprime la certezza indubitabile che l'uomo ha di sé stesso in quanto soggetto pensante.

La filosofia di Cartesio è incentrata sulla ricerca di un metodo che dia la possibilità all'uomo di

distinguere il vero dal falso, non soltanto per un fine strettamente speculativo, ma anche in vista

di un'applicazione pratica nella vita. Per scoprire tale metodo, il filosofo francese adotta un

procedimento di critica totale della conoscenza, il cosiddetto dubbio metodico, consistente nel

mettere in dubbio ogni affermazione, ritenendola almeno inizialmente falsa, nel tentativo di

scoprire dei principi ultimi o delle massime che risultino invece indubitabili e su cui basare poi

tutta la conoscenza.

Cartesio sostiene che nemmeno le scienze matematiche, apparentemente certe, possono

sottrarsi a tale scetticismo metodologico: non avendo una conoscenza precisa e sicura della

nostra origine e del mondo che ci circonda, si può ipotizzare l'esistenza di un "genio maligno"

che continuamente ci inganni su tutto, anche su di esse. Si giunge così al dubbio iperbolico,

estremizzazione limite del dubbio metodico.

A prima vista, quindi, per l'uomo non c'è alcuna certezza. Eppure, quand'anche il "genio maligno"

ingannasse l'uomo su tutto, non può impedire che, per essere ingannato, l'uomo deve esistere

in qualche modo. Non è certo detto che l'uomo esista come corpo materiale, perché egli non sa

ancora nulla della materia. Ma l'uomo è sicuro di esistere in quanto è un soggetto che dubita,

cioè che pensa. H. BERGSON

L’EVOLUZIONE CREATRICE

Bergson scrive “L’evoluzione creatrice” che riscuote gran successo. Questo volume ha

una domanda fondamentale: il problema dell’essere vivente in relazione con

l’intelligenza. Ciò che caratterizza il vivente è il divenire, il movimento perpetuo,

costante e continuo: Bergson cerca un modello di razionalità del vivente.

La domanda di Bergson è: siamo sicuri che il reale sia una serie di eventi giustapposti

uno accanto all’altro, in ordine cronologico (come diceva Cartesio)? Da dove deriva il

reale? Questo ragionamento è applicabile ad ogni fenomeno che si indaga?

Il legame causale-effettuale presume un’uniformità nella natura a cui Bergson non

crede: mette in evidenza le diversità, l’eterogeneità della vita. Bergson rinnega il

metodo deduttivo perché il divenire non è una sequenza di eventi, il tempo non è

scomponibile in parti uguali, c’è una trasformazione; Bergson cerca il metodo che colga

il divenire.

Il metodo cartesiano ha una considerazione di carattere causale-effettuale paragonabile

ad un cinema (sembra che ci sia movimento, ma sono solo immagini che si succedono),

il metodo che cerca Bergson deve esaltare la parte fluida e dinamica della realtà.

L’evoluzione creatrice

Bergson osserva la vita e a partire dal divenire vitale cerca di costruire a posteriori

delle leggi logiche (il metodo); è un metodo di sottrazione: parte dalla totalità per

arrivare al nucleo.

Due modi per intendere il reale:

Reale quantitativo: realtà omogena ed uniforme, modo di intendere il reale che

➢ si rifà allo spazio. Questa visione della realtà permette di discriminare, fare

segmenti, contare. Es. Il tempo cronologico per Bergson è spazializzato perché

l’essere composto da numeri (che sono concetti che si riferiscono a quantità

omogenee di spazio) lo rende scomponibile in parti uguali;

Reale qualitativo: visione del reale basata sull’eterogeneità, un divenire

➢ impossibile da dividere in parti tra loro equivalenti. Per Bergson, questa realtà è

il vivente nonché la realtà unica. È una dimensione che comprende stati affettivi,

emotivi e vissuti (tutte cose di cui la parcellizzazione non è possibile). Ciò che

caratterizza questa dimensione del reale è la qualità, ovvero l’eterogeneità, e non

la quantità.

QUINDI le scienze pure che utilizzano un metodo deduttivo per conoscere la realtà non

la conosceranno mai appieno perché manca la considerazione del vissuto.

Esempio della melodia: la reciproca compenetrazione delle note non è una successione

delle une dopo le altre ma è la qualità, l’eterogeneità dell’insieme che fa comporre la

melodia. Dunque non è corretto escludere entrambi i metodi di visione del reale perché

sono complementari: la concezione dello spazio non deve essere eliminata, perché resta

il punto di partenza dal quale possiamo avere una visione qualitativa del nostro vissuto

e della nostra coscienza.

Da queste considerazioni, Bergson elabora il metodo della durata: i diversi istanti si

compenetrano per dare forma ad una complessità. Ciò che caratterizza la durata in

quanto metodo (non come successione cronologica, statica) è un continuum di tre

caratteristiche:

- molteplicità indifferenziata;

- indivisibilità;

- continuità.

Si può definire la durata come la successione dei nostri stati di coscienza, la libertà che

si prende il nostro Io di vivere, l’astenersi dallo stabilire una separazione tra uno stato

antecedente ed uno anteriore. La durata non è concettualizzabile, perché nell’istante in

cui la si concettualizza la si spazializza contemporaneamente e perde il suo dinamismo.

L’unico modo per rompere il vetro che la concettualità costruisce sul reale è immergerci

nel reale vissuto, è ciò è possibile solo attraverso l’azione, l’atto volontario (es.

osservare il mare dall’esterno e successivamente immergervisi: si ha una dimensione

non più esclusivamente visiva e descrittiva ma anche esperienziale).

Il movimento è l’azione, un atto singolo non parcellizzabile. Non è spazio, ma vi ci si

innesta. Lo spazio, al contrario, è omogeneo ed è il luogo nel quale si manifesta il

movimento/l’azione.

Concetto di gradualità: il reale (come la nostra coscienza, la libertà, la nostra vita

affettiva e psichica) non è un fatto dato una volta per tutte ma un costante divenire. Il

divenire non è solo uno scorrere monotono: ha dei gradi di maggiore intensità e dei

gradi di minore concentrazione; ci sono momenti in cui l’Io entra in maniera più intensa

con il sé ed altri meno. Maggiore è il grado di capacità con il quale siamo in grado di

rientrare in noi stessi (ovvero interrogarci sugli stati di coscienza, affettivi, atti liberi)

più è forte la spinta da cui viene verso l’esterno. Ciò vuol dire che concentrarsi su di

sé significa che l’azione che noi compiamo è tanto più marcata dalla nostra presenza in

proporzione alla vicinanza col proprio Io.

Bergson parla anche di spirito come sigillo che l’io mette in una azione concreta il quale

è tanto più forte tanto più libero io sono: più l’Io rientra in sé maggiore è la forza che

esce in superficie, più densa e significativa sarà l’azione.

Bergson critica un passo di Kant, nella Critica della Ragion Pura, in cui quest’ultimo

assume lo spazio come una forma già data della nostra facoltà di percepire. Lo spazio

qui è inteso come un puro a priori. La critica di Bergson sta nella distinzione tra lo spazio

e il movimento: il movimento non è lo spazio percorso ma è tale solo grazie allo spazio

percorso stesso.

Il movimento è un’azione concreta. Il movimento è considerato da noi, per lo

più, analogo allo spazio. Ma, sappiamo che spazio e movimento sono due cose

differenti perché lo spazio percorso è una estensione divisibile all’infinito,

mentre il movimento è un atto con una propria unitarietà. Quindi se provassi a

segmentizzare un movimento (es. un braccio che si alza) in realtà non ho descritto un

movimento ma i singoli segmenti di uno spazio che un braccio che si alza percorre.

Spazio e movimento pur essendo però cose differenti non vanno l’uno senza l’altro: il

movimento avviene nello spazio. Se consideriamo lo spazio dal punto di vista del

movimento abbiamo una diversa gradualità di spazio e diversi gradi di sensatezza: lo

spazio non è unico e uniforme.

L’obiettivo di Bergson è quello di trovare un metodo che garantisca la comprensione

dell’atto libero, che gli permetta di porre in modo adeguato (nel caso dell’azione e nel

caso dell’evoluzione dei viventi, di pensare la novità creatrice che egli chiama novum.

La novità è ciò che non dipende necessariamente da una serie di cause antecedenti,

ma è ciò che si svincola da quest’ultime. Il novum quindi è ciò che viene posto dalla

libertà.

Possibile domanda: differenza tra metodo cartesiano e metodo bergsoniano? Il

metodo per Cartesio è un metodo deduttivo (argomentare il perché) e Bergson lo

contesta (argomentare). Da un punto di vista scientifico, ciò che fa lo scienziato è

considerare un’azione concreta e darne una descrizione, cercandone cause antecedenti

che ne hanno provocato lo scatenarvisi. La filosofia cerca invece di cogliere la globalità

del senso di quell’azione; il filosofo vede le differenze interne ma riesce a cogliere un

senso superiore in cui l’Io imprime tutto sé stesso.

Nella conferenza di filosofia di Bergson del 1911, egli chiarisce il metodo della durata

rispetto alla scienza positiva. Parlando del metodo della filosofia, che si occupa del

divenire, sostiene che differisce totalmente da quello della scienza positiva poiché

quest’ultima si basa sulla deduzione. Il metodo deduttivo non può assolutamente essere

un metodo filosofico.

Possiamo volgerci all’esperienza secondo due diversi sguardi, e non dobbiamo optare al

100% per uno dei due. Il primo è una considerazione dell’esperienza dal punto di vista

quantitativo (costituita da fatti che seguono ad altri fatti, cioè la scienza) oppure da

un concetto di esperienza come un perpetuo divenire in cui gli elementi si compenetrano

(punto di vista filosofico). Nel primo caso abbiamo a che fare con una pura spazialità,

di fatti esterni gli uni agli altri; nel secondo caso la coscienza rientra in sé e si coglie

nuovamente, cioè si approfondisce.

Scendiamo allora all’interno di noi stessi, più profondo sarà il punto che

avremo toccato, e più forte sarà la potenza che ci rinvierà in superfice. Il metodo

filosofico e ciò a cui la filosofia mira, cerca questo tipo di contatto e di slancio. In termini

più concreti, il senso ampio della nostra esperienza è tale per cui maggiore è il grado di

concentrazione in cui la coscienza riesce a toccare sé stessa e maggiore sarà l’impronta

(la soggettività) che in tutte le azioni e i movimenti l’Io riesce ad imporre.

L’esperienza è tutto ciò che possiamo cogliere attraverso la durata, che non è la

soppressione delle differenze ma la capacità di cogliere un senso più ampio e

qualitativamente differente rispetto alle singole antinomie. Questo è il modo in cui la

filosofia si volge all’esperienza.

Il movimento dell’intelligenza è duplice:

Estensione: si rifà al reale quantitativo; osservo, ascolto il suono di singole

➢ parole vedendone la connessione e l’ordine;

Concentrazione: al contrario dell’estensione, dopo l’analisi del discorso avviene

➢ la concentrazione che permette di coglierne la complessità, il senso unico della

dimensione esperienziale.

Tutte le volte che si guarda un’opera d’arte vi è l’intelligenza duplice di estensione e

concentrazione. Perciò la comprensione del senso, cioè dell’atto d’ispirazione dell’artista

(che è indivisibile) sta nella misura in cui anche il lettore è coinvolto. Il metodo della

durata (dell’azione) ci aiuta a cogliere tale senso: attraverso l’eterogeneità si

arriva ad una unità, la quale è un atto di libertà.

Bergson dice che abbiamo due movimenti:

Concentrazione, che non annulla la differenza ma coglie la reciproca

➢ compenetrazione delle differenze in vista della costituzione dell’unità di senso:

Dispersione della spazialità, cioè la considerazione dell’esperienza spaziale dal

➢ punto di vista analitico (che è il punto di partenza della scienza nell’impiego dei

propri metodi. Questo metodo ci permette di costruire la genesi

dell’intelligenza e la possibilità di riconoscere ogni elemento di novità

che non dipende esclusivamente da tutti gli elementi antecedenti.

Per spiritualità s’intende la capacità dell’Io di imprimere il senso della propria coscienza

nell’azione compiuta, uno sforzo di concentrazione nella determinazione del senso di

vivere.

La deduzione non dà conto della novità, della creatività insita nel divenire vivente,

perché in un ragionamento deduttivo le conclusioni sono già implicitamente contenute

nella premessa. Bergson non dice che questo metodo sia generalmente inefficace, ma

si chiede se tale metodo è applicabile a tutti gli ambiti dell’esperienza. La risposta che

si dà Bergson è che la portata della deduzione nell’ambito della psicologia è

estremamente debole perché lo sforzo di un buon ricercatore sarebbe sotteso a

sopperire a tale debolezza (cioè prende le conclusioni a cui la deduzione mi ha condotto

per poi farle convergere con le curve dell’esperienza e della vita). La deduzione è

efficace in un ambito inorganico (cioè soggettivamente esterno) ma debole ogni

qualvolta s’intromette la questione dello spirito (per colpa della durata).

L’INduzione è un ragionamento di carattere analitico per cui a seguito di esperimenti

si induca ad una condizione generale a cui si presuppone l’adattamento di ogni

esperimento simile. Un metodo del genere non presuppone il pensiero perché si ritiene

che nella natura ci siano delle costanti e che ci siano dei fenomeni che possano essere

in connessione tra loro a posteriori (ciò che si chiama visione retrospettiva del

reale). Questo metodo non tiene conto del tempo.

Ma nell’esperienza umana il tempo conta, e ci sono diverse dimensioni della temporalità

(diversi gradi di reale):

Tempo cronologico, spazializzato;

➢ Tempo emotivamente vissuto (es. l’ora di lezione non passa mai, una

➢ passeggiata passa subito);

Tempo cairologico (da Kairos, greco, “tempo opportuno”). Dimensione del

➢ tempo ancor più profonda, è la modalità con cui l’Io liberamente decide di vivere

un evento. Questo tempo non si inserisce in un flusso cronologico ma in una

dimensione che è retrospettiva e prospettiva allo stesso tempo: illumina di senso

tutti gli antecedenti e determina tutti quelli che verranno.

RIASSUMENDO:

Il problema di tutto il libro è quello del vivente. Fin ora il problema del divenire è stato indagato

attraverso alcuni metodi, come quello di induzione e deduzione (causa-effetto). Questi metodi

hanno alcune importanti implicazioni:

La dimensione della creatività è espunta;

➢ Indicano una progressiva generalizzazione che impedisce di cogliere la specificità del

➢ singolo;

Il tempo è presente ma solo in modo cronologico (quindi puramente spazializzato);

➢ Hanno una concezione della materialità intesa come distensione dello spazio (insieme

➢ di stati singoli l’uno giustapposto all’altro) mentre il processo dinamico dell’intelligenza ci

porta verso una progressiva intensificazione del pensiero. QUINDI non viene considerato

il divenire e una metodologia che considera il vivente come materia è falsata a priori. Il

metodo della durata di Bergson è un metodo di compenetrazione che crea una dimensione

dinamica.

Misurare significa sovrapporre tra loro due oggetti (il che implica che quei due oggetti

siano comparabili). La possibilità di determinare la misurabilità di due oggetti si basa su

un’inclinazione della nostra intelligenza che è la medesima che determina la

materialità, intesa come interruzione del flusso vivente e costituzione dello spazio

stesso. Lo spazio è sempre ciò che può essere parcellizzabile. Questa concezione nelle

scienze è giusta ma cade in errore se considera il vivente come misurabile.

La psicologia (che si costituisce solo sulla base di modelli scientifici) considera solo una

porzione del reale che riguarda la materialità espungendo il problema del divenire, del

tempo e della creazione, della novità; viene considerato solo il tempo cronologico ma

non le altre due forme. Dimentica la dimensione creativa e della libertà, perdendo la

specificità del singolo.

Ciò che caratterizza ogni scienza è il fatto che tenda ad un ordine (come se fosse la

conquista di una vittoria contro il disordine). L’ordine è inteso come riduzione della

complessità, della diversità, dell’eterogeneità del reale in categorie ristrette. Il compito

del filosofo è quello di tornare verso ciò che chiamiamo “disordine” QUINDI non più la

redutio all’ordine prestabilito (che esclude il tempo, la dimensione creativa, la possibilità

dell’azione ecc.) ma un recupero del guadagno di una complessità e del disordine del

vivente.

Bergson critica la nozione di finalità: che tutto il divenire sia in funzione di un fine

preciso è solo un presupposto. (es. L’evoluzionismo dice che il collo della giraffa si

è allungato per permetterle di mangiare le foglie più alte e sopravvivere). Bergson dice

che la finalità in natura è solo un qualcosa che noi riteniamo attraverso la deduzione, è

solo un nostro presupposto.

Nella dimensione del vitale c’è una dimensione di libertà, altrimenti si cade

nell’automatismo: se si pensasse che l’evoluzione del vivente dipenda da una singola

finalità allora ci sarebbe un puro meccanicismo che espungerebbe la dimensione della

creatività e dunque della novità e della libertà.

Due tipi di ordine:

Ordine fisico: statico (quello matematico, geometrico) rispetto al quale si

➢ possono fare previsioni. Osserviamo delle ripetizioni a partire dalle quali facciamo

generalizzazioni;

Ordine vivente, o vitale: implica imprevedibilità, diversità e antinomia. È un

➢ ordine che è molto più ampio del precedente e meno astratto e stringente come

quello scientifico. Bergson cerca di spiegarlo attraverso la nozione di slancio

vitale, che è un’esigenza, uno sforzo di creazione che ciascuno sperimenta e vive

esistenzialmente. Non è ciò che osservo come già creato.

L’errore che tende a fare la psicologia sta nell’equivocità, cioè la confusione tra questi

due ordini.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni, basato la maggior parte su appunti personali , con integrazione e studio autonomo dei testi consigliati dalla docente Malaguti: R. Cartesio, Meditazioni metafisiche; H. Bergson, L'evoluzione creatrice; G. Canguilhem, Il normale e il patologico; M. Foucault, La storia della follia nell'età classica.

Gli argomenti trattati sono i seguenti:
R. Cartesio, Meditazioni metafisiche: 1a meditazione;
H. Bergson, L'evoluzione creatrice: argomenti del 3° capitolo del testo consigliato;
G. Canguilhem, Il normale e il patologico: tutti gli argomenti del testo consigliato (vedi indice);
M. Foucault, La storia della follia nell'età classica: parte seconda.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze psicologiche sociali e del lavoro
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher monego248 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del pensiero filosofico e scientifico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Malaguti Ilaria.

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