Pedagogia dell'emergenza: didattica nell'emergenza
I processi formativi nelle situazioni di criticità individuali e collettive
M.V. Isidori e A. Vaccarelli
Per una pedagogia dell'emergenza: cap. 1 presupposti
Dalle lezioni della storia agli scenari attuali
Emergenze e pedagogia: un rapporto inesplorato, in ombra. In senso lato, la pedagogia, l'educazione, la didattica si sono sempre occupate di emergenze, laddove, per emergenza, intendiamo qualcosa che non si restringe agli eventi catastrofici o calamitosi, dunque repentini e più o meno inattesi, ma anche a quei fenomeni di emersione, soprattutto di ordine sociale, ma certamente anche di tipo economico, politico, ambientale e tecnologico che attivano l'esigenza di mutamenti di rotta nei punti di vista, nei modi, nei contenuti, nell'organizzazione degli interventi educativi.
Come ha messo in luce Isidori, la definizione di emergenza non è questione affatto semplice, soprattutto nell'uso che se ne può fare nelle scienze pedagogiche e didattiche. In questo senso, riferendosi tanto a una dimensione di esteriorità funzionale dell'emergenza, quanto ai vissuti individuali, dunque interiori e interiorizzati, Isidori definisce questo come un concetto border-line offrendo così un'immagine-guida, dunque estremamente chiarificatrice, di quello che si dirà in seguito.
È noto come la rivoluzione industriale e i processi di urbanizzazione che l'hanno accompagnata, la formazione degli stati nazione siano stati caratterizzati, nella loro nascita e nella loro affermazione, da dinamiche economiche, sociali e politiche, che soprattutto nell'Ottocento, con importanti strascichi nel Novecento, smascherano e al tempo stesso rischiano di inasprire le condizioni di vita dell'infanzia e non solo dell'infanzia, tra lavoro minorile, analfabetismo, alienazione nelle fabbriche e povertà nelle campagne, nuove marginalità, una questione femminile che comincia solo allora a prendere forma.
Pensiamo dunque a quelle novità pedagogiche di straordinaria rilevanza che vedono nascere i sistemi di istruzione obbligatoria, gli asili per l'infanzia, importanti iniziative di alfabetizzazione degli adulti o di educazione igienico-sanitaria. La stessa affermazione di un'idea scientifica di pedagogia vede in queste pressioni/emergenze sociali il riconoscimento di un ruolo diverso della pedagogia stessa, che non deve più rivolgersi a un'idea strettamente elitaria di educazione, ma inizia ad aprirsi alle masse, dunque alle diversità di condizione sociale, economica, di genere, fino a contemplare la diversità psico-fisica e sensoriale.
Il secondo Novecento, poi, apre altri capitoli interessanti in tema di emergenze, laddove per esempio, l'affermazione dell'era digitale ha spostato molti degli assi del dibattito pedagogico e didattico sui fronti dell'alfabetizzazione informatica, dell'apprendimento in rapporto alle nuove tecnologie, oppure, pensiamo alle sfide aperte dalla ipercomplessità della società e del mondo contemporaneo, dalla globalizzazione, dall'affermazione del multiculturalismo.
Catastrofi naturali e disastri ambientali
Un terremoto, un maremoto, dunque catastrofi naturali, un disastro ambientale (Chernobil, Fukushima), una catastrofe generata da condizioni di guerra e conflitto o da un attentato terroristico, epidemie che possono assumere dimensioni catastrofiche costituiscono e generano situazioni emergenziali che sono foriere di una miriade di problemi nell'ambito dei bisogni formativi. Le parole chiave di questo percorso sono: elaborazione del trauma, resilienza, resistenza, prevenzione, formazione e apprendimento in situazioni di crisi.
Come afferma Frasca nell'ambito di una riflessione umana prima ancora che pedagogica sul termine emergenza: “difficilmente l'emergenza è come uno se lo aspetta, anche perché difficilmente se lo aspetta. In genere percepiamo l'emergenza come qualcosa di lontano da noi, che non ci appartiene e mai ci apparterrà. Eppure, l'emergenza, è umana, essa può rappresentare il culmine e il concepimento della vita, quando ci conduce alla morte, oppure può rappresentare la fase più impegnativa e incisiva, nel primo caso talvolta insegna agli uomini a morire, nel secondo, insegna loro a vivere”.
A metà tra le emergenze intese in senso lato e le emergenze riferite alle situazioni di catastrofe e disastro, troviamo oggi un'altra questione, quella relativa alla fase di recessione economica che si sta configurando come situazione che si declina e si articola in emergenza di entrambi i tipi: disoccupazione, nuova povertà, rimodellamento degli stili di vita, perdita di riferimenti valoriali, da un lato, ma anche dall'altro lato rischi di forte conflittualità sociali o di competizione internazionale che possono prefigurare scenari di catastrofe.
Educazione ed emergenze nel mondo antico
L'antichità greca e romana ci ha trasmesso numerose idee, utili ad entrare sia nel merito di questioni riguardanti le emergenze, sia nel metodo di come affrontarle da un punto di vista conoscitivo e dal punto di vista della loro gestione. Tra concezioni mitologiche, religiose e filosofiche, l'antichità genera una compresenza di atteggiamento verso le catastrofi, le catastrofi sotto fatti causati da forze naturali considerati in quanto tali e le catastrofi come manifestazioni della volontà divina.
Come è noto le prime spiegazioni dei fenomeni naturali vanno situate nella mitologia e non ancora nella filosofia greca, dunque ogni fatto naturale viene rimandato a una divinità: ad esempio i terremoti erano considerati come originati da Poseidone, dio dei mari e del terremoto. Ciascun terremoto ha un proprio nome: c'è quello sussultorio, quando la terra è scossa e si muove in senso verticale, l'altro è quello ondulatorio, per cui la terra ondeggia piegando alternativamente sui fianchi a guisa di una nave. Si cerca inoltre di dimostrare come i fenomeni così pericolosi per gli uomini siano prodotti da cause naturali e non dall'ira degli dei, considerando l'ignoranza come causa prima della paura.
Il Medioevo, come vedremo a breve, avvierà un lavoro sulle mentalità e sull'immaginario che conferirà un valore e un significato fortemente simbolico alle catastrofi, virando, nel lessico e nella produzione dei significati culturali, unicamente verso la prospettiva di tipo religioso e riformulando in senso teologico la questione dei disastri naturali. Fino ad ora nel nostro discorso, la pedagogia è rimasta in ombra, ma non assente, se è vero che anche la mentalità, viste in questa sede nell'ottica della lunga durata, sono l'oggetto di un lavoro pedagogico di decostruzione e/o di costruzione.
In questa direzione sono significative le analisi, pionieristiche in ambito storico-pedagogico, di R. Frasca circa quelle che potremmo definire oggi come lezioni dell'antichità. Sulla gestione del dolore psichico, ad esempio, la studiosa individua nella cultura greca le prime tecniche di cura attraverso la parola. Le emergenze educano e formano a nuovi valori, nuovi comportamenti, nuove visioni dell'esistenza e della vita.
Il medioevo: punizioni e insegnamenti divini
L'alto Medioevo si apre con il crollo dell'Impero Romano sotto la pressione dei barbari, dunque si apre con un disastro, prodotto dalla storia, evocativo di una distruzione, legata all'opera umana, un disastro che genera sgomento e angoscia, ma anche numerosi interrogativi. Non a caso il termine barbaro ci viene da una situazione di non conoscenza, di estraneità e dunque di paura/rifiuto, lo coniarono i greci che così definivano lo straniero, l'estraneo alla loro cultura, di cui non capivano lo strano linguaggio.
Il medioevo è però impressionato anche da altri fatti calamitosi che segnano profondamente le società e le popolazioni, decimandole da un lato e rinforzando ancora una volta quel tipo di immagini apocalittiche che accompagnano inquietantemente lo svolgimento delle esistenze e della vita collettiva. La peste, ad esempio, a più riprese, decima la popolazione europea, peste dal latino peius, dunque la malattia peggiore.
La maggior parte delle cronache come afferma Piccinini indica espressamente nei peccati umani la causa della peste, la corruzione, la guerra, gli omicidi, i lussi. Di qui la nascita di numerosi gruppi di flagellanti che pur senza il consenso della Chiesa si muovevano in giro per l'Europa, entravano nelle città per punirsi dei peccati degli uomini, pubblicamente si spogliavano e si frustavano con violenza. Anche da essi partirono incitazioni al linciaggio verso i non cristiani, ritenuti in qualche modo responsabili della malattia, facendo emergere quella dinamica di capro espiatorio.
La modernità al bivio: continuità del medioevo e rottura illuminista
L'equazione tra epidemie, disastri e peccati, venutasi ad affermare nel medioevo continua ad operare anche nell'età moderna. Se nel medioevo si tende ad associare la catastrofe alla colpa dell'uomo, con l'Illuminismo sembra entrare in scena un principio nuovo, quello della responsabilità, che ancora oggi è centrale sul dibattito delle emergenze, una responsabilità che più che essere letta nei termini di colpa, ci fa venire in mente quanto, un secolo più tardi, Max Weber avrebbe definito come azione razionale rispetto allo scopo, vale a dire quel tipo di azione entro cui mezzi e scopi sono misurati e valutati.
A favorire questo mutamento di rotta, una delle più grandi catastrofi della storia europea: il terremoto di Lisbona del 1 Novembre del 1755, che interessò una significativa parte dell'Europa e che provocò oltre 60,000 morti. Un evento catastrofico di una portata straordinaria, che oltre ai suoi effetti materiali, segnò profondamente la cultura europea, incidendo nella filosofia, nella letteratura, nelle arti, nelle scienze, favorì da un lato una riflessione su Dio, l'uomo e il mondo rivista in chiave illuminista e aprì il campo dall'altro a nuovi atteggiamenti sociali coerenti con quegli ambiti dell'attività umana che riguardano la prevenzione e l'intervento dell'uomo sull'ambiente.
L'evento si verifica la mattina del 1 novembre, giorno di tutti i santi, falciando la vita a molti fedeli in preghiera nelle Chiase, uccisi, come riportano le cronache, dai calcinacci e dagli incendi provocati dalle candele cadute. L'impressionante coincidenza porta numerosi commentatori a leggere nel terremoto il segno della punizione divina alle colpe dei portoghesi ad esempio, per i loro comportamenti nelle colonie.
Diversa naturalmente la reazione dei filosofi illuministi, che senza negare l'origine divina del mondo e pur dibattendo di Provvidenza, inquadrano il problema laicizzando la visuale e gli orientamenti, viene così restituito ruolo all'uomo non più di fronte all'idea di Dio inteso come giudice, ma di fronte alla natura intesa come insieme di forze che vanno conosciute e tenute presenti nello svolgimento dell'attività umana.
Nel dibattito filosofico troviamo posizioni diverse tra gli stessi pensatori dell'Illuminismo, Voltaire con le sue opere si distacca da quell'atteggiamento di ottimismo teologico e metafisico. Il male del mondo non può trovare la sua causa né in Dio, né al di fuori di esso. Per Rousseau è come se Voltaire mette sotto accusa la Provvidenza, senza dunque accorgersi che la maggior parte dei mali naturali che affliggono gli uomini sono prodotti da loro stessi e dai veri responsabili delle ingiustizie, i ricchi e i potenti.
Anche Kant si occupa del terremoto di Lisbona, e di terremoto come fenomeno naturale, e lo fa in tre differenti scritti, che si orientano nel campo di quelle spiegazioni scientifiche, a un tempo, del clima di laicizzazione del pensiero di cui l'età moderna e in particolare l'Illuminismo si rendono incubatori. Diversamente da Rousseau e Voltaire, Kant si sofferma più che sulle sofferenze prodotti agli uomini sulle “cose della natura, delle circostanze naturali che hanno accompagnato il terribile evento e le loro cause”.
È l'uomo che deve adattarsi alla natura, mentre egli pretenderebbe che avvenisse il contrario. Con l'aiuto della conoscenza scientifica e della tecnologia si possono prevenire o minimizzare gli effetti delle catastrofi. Se fino ad ora abbiamo utilizzato il concetto di catastrofe e quello di disastro in modo generico, diventa opportuno, da questo punto della trattazione, fornire una chiave di lettura sull'origine e sui significati dei due termini.
La cultura antica e la cultura medievale non possedevano un concetto generale astratto per i fenomeni di straordinaria ampiezza che oggi rientrano nella categoria di catastrofe. Alla fine del Duecento o all'inizio del Trecento fa il suo ingresso la parola italiana disastru/disastro, ma l'origine latina, che vede nella particella dis il senso di contrario, e nel sostantivo astrum il riferimento agli astri, la dice lunga sulla fortuna del termine e sui suoi significati legati a qualcosa di poco neutro: cattiva stella, astri avversi, calamità. Il termine catastrofe viene ereditato dal greco e nel medioevo sopravvive all'interno di ambiti lessicali di carattere specialistico.
La pedagogia e le catastrofi tra Otto e Novecento: M. Montessori e J. Korczak
L'età contemporanea, tra Otto e primo Novecento, mette a disposizione del rapporto tra uomo e catastrofi nuovi saperi: non solo quelli delle scienze naturali, che intanto hanno fatto passi da gigante, ma anche quelli della scienza che studiano la realtà umana dal punto di vista sociale, psicologico, culturale, oltre che naturalmente pedagogico. In questo scenario vedremo come per scelta e/o per necessità, due figure della pedagogia contemporanea si presteranno ad affrontare situazioni catastrofiche di ampia portata e di diverso tipo.
Si tratta di Maria Montessori e di Jenus Korczak, entrambi medici e pedagogisti, notazione, quest'ultima, che forse è bene non lasciare inosservata, se è vero che lo sguardo del medico può fornire al pedagogista un'idea di cura in emergenza attenta ai bisogni fisiologici e primari, e lo sguardo del pedagogista può offrire al medico un'idea di relazione di aiuto psicopedagogico utile ad affrontare globalmente i bisogni degli individui e dei gruppi entro situazioni di tipo catastrofico.
L'Italia liberale dei primi anni del Novecento, e soprattutto il suo meridione, la cui “questione” tra povertà e analfabetismo, è ancora lontana dall'essere risolta. Non dimentichiamo che il Novecento è il secolo dell'infanzia, il secolo in cui tra luci e ombre, le grandi questioni riguardanti i bambini e le bambine cercano di essere affrontate attraverso una nuova cultura dei diritti e attraverso l'impegno educativo. In questo contesto, nel 1910, viene fondata l'ANIMI (Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d'Italia, ancora oggi attiva), con lo scopo di supportare le popolazioni compite dal sisma e di rilanciare l'idea dello sviluppo del meridione.
Ricostruzione, ripresa economica, emigrazione, analfabetismo, condizioni igieniche: questi i tanti problemi da affrontare, che le sole forze dell'Animi non avrebbero potuto reggere. In aggiunta alla componente estetica e al dimensionamento a misura di bambino, Maria Montessori evidenzia anche il ruolo delle suore del convento francescano che si trova ad ospitare i bambini, e con esso l'importanza dell'ordine e delle buone maniere.
Intorno alle principali catastrofi naturali dell'Italia liberale possiamo iniziare a profilare quelle istanze che, prendendo forma attraverso il ruolo dell'ANIMI e di pedagogisti come ad esempio Maria Montessori, ci consentono di delineare alcuni primi tratti dell'intervento educativo in emergenza, tratti che poi troveranno corpo e spazio nelle più recenti acquisizioni scientifiche e nelle più recenti iniziative di intervento in contesti di catastrofe:
- L'esigenza di una sistematizzazione degli interventi, essa va intesa sia come organizzazione sistematica, sia come insieme di interventi attenti e orientati all'intero sistema, dunque proiettati a uno sviluppo umano e sociale, una progettualità tesa a risollevare le sorti di comunità e popolazioni considerando, l'istruzione come principale investimento per lo sviluppo umano e sociale.
- La centralità della cura educativa espressa sotto la forma di attenzione verso i soggetti
- La predisposizione di servizi che, seppure essenziali, siano di alta qualità, in grado di funzionare anche in situazioni precarie facendo leva sull'idea di cura dell'ambiente, delle relazioni educative, della dimensione didattica.
La guerra come catastrofe, ancora Maria Montessori e la sua lezione di pedagogia dell'emergenza. È difficile forse, tracciare in modo lineare, un rapporto tra guerra ed educazione quando, soprattutto il Novecento, rappresenta uno dei più drammatici momenti della storia in cui la guerra, tra mito e disastro, si traduce negli immaginari e nella realtà in modi sostanzialmente divergenti.
Nella sua teoria del secolo breve, Hobsbawm non a caso considera la prima fase del Novecento, quella che parte dal 1914 e arriva al secondo dopoguerra, come “età della catastrofe” caratterizzata dalle enormi tragedie dei due conflitti mondiali, dalla crisi del liberismo e dal mercato mondiale, dall'affermarsi di sistemi politico-ideologici di tipo totalitario.
Le guerre del Novecento assumono caratteri straordinariamente nuovi rispetto a quelle del passato, non solo diventano di larghissima portata, ma coinvolgono in maniera assolutamente prorompente le popolazioni civili e con esse i bambini. Se profondo fu il coinvolgimento di Maria Montessori nelle opere di assistenza a favore dei bambini rimasti orfani nel terremoto...
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Pedagogia, prof. Vaccarelli, libro consigliato Pedagogia e didattica dell'emergenza, Isidori, Vacca…
-
Riassunto esame “Pedagogia interculturale”, docente Vaccarelli, libro consigliato “Dal razzismo al dialogo intercul…
-
Riassunto esame Pedagogia interculturale, prof. Portera, libro consigliato Cooperative Learning e pedagogia intercu…
-
Riassunto esame Pedagogia interculturale, prof. Portera, libro consigliato Globalizzazione e Pedagogia Intercultura…