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Introduzione

Non esiste in realtà una cosa chiamata arte. Esistono solo gli artisti: uomini che un tempo con terra colorata tracciavano alla meglio le forme del bisonte sulla parete di una caverna e oggi comprano i colori e disegnano gli affissi pubblicitari per le stazioni della metropolitana, e nel corso dei secoli fecero parecchie altre cose. Non c'è alcun male a chiamare arte tutte queste attività, purché si tenga conto che essa può significare cose assai diverse a seconda del tempo e del luogo, inoltre non esiste l'arte con la A maiuscola.

Non esistono modi sbagliati di godere un quadro o una statua. Invece ci sono ragioni sbagliate per non godere di un'opera d'arte.

Opere e artisti

  • Ritratto del figlio Nicola (Peter Paul Rubens, 1620 ca): Rubens ritrae il suo bambino, orgoglioso della sua bellezza, facendocelo ammirare anche a noi.
  • Ritratto della madre (Albrecht Dürer, 1514): Lo studio di Dürer sulla vecchiaia e sullo sfacelo può forse colpire e respingere, ma nella sua spietata sincerità, il disegno di Dürer è un'opera grandiosa: la bellezza di un quadro sta nella bellezza del soggetto.
  • I monelli (Bartolomé Estebán Murillo, 1670-75 ca): Lo spagnolo Murillo ha saputo rendere questi bambini affascinanti.
  • Interno con donna che sbuccia mele (Pieter de Hooch, 1663): Molti giudicherebbero insignificante la bambina del mirabile interno olandese di Pieter de Hooch, mentre si tratta pur sempre di un quadro di notevole interesse.
  • Angelo (Melozzo da Forlì, 1480 ca): L'immagine è un particolare di un affresco. Rappresenta una figura giovanile del Quattrocento italiano. È un angelo che suona il liuto con grazia seducente e fascino.
  • Angelo (Hans Memling, 1490 ca): L'immagine è un particolare di un pannello di pala d'altare. Anche questo viene dipinto nel Quattrocento ed è sempre un angelo che suona il liuto. Può richiedere maggior tempo scoprire la bellezza intrinseca dell'angelo di Memling, ma quando quella sua lieve goffaggine non ci disturberà più lo troveremo delizioso.
  • Cristo con corona di spine (Guido Reni, 1639-40 ca): In questo volto si vede tutto il tormento e la gloria della passione. Il sentimento che in essa si esprime è così potente ed esplicito che copie di quest'opera si possono trovare in semplici cappelle e in fattorie isolate tra gente del tutto profana in fatto di arte.
  • Volto di Cristo (Maestro toscano, 1175-1225 ca): L'immagine è un particolare di un crocifisso. Il pittore che dipinse questo crocifisso sentiva il tema della passione con la stessa sincerità di Reni: per comprendere i suoi sentimenti, però, dobbiamo prima renderci conto dei suoi metodi di disegno. Una volta compresi questi diversi linguaggi, possiamo anche preferire opere in cui l'espressione sia meno ovvia che in Reni.
  • Lepre (Albrecht Dürer, 1502): È accuratamente riprodotto ogni minimo particolare.
  • Elefante (Rembrandt, 1637): Chi potrebbe affermare che questo disegno è necessariamente meno buono perché mostra un minor numero di particolari? In realtà Rembrandt era un mago tale da farci sentire la pelle grinzosa dell'elefante con pochi tratti di carboncino.
  • Chioccia con i pulcini (Pablo Picasso, 1941-42): Mostra un'incisione dell'Histoire naturelle di Buffon illustrata da Picasso. Non ci sono pecche in questa incantevole rappresentazione di una chioccia in mezzo ai suoi lanugginosi pulcini.
  • Galletto (Pablo Picasso, 1938): Picasso non si accontentò di renderne semplicemente l'aspetto: volle esprimerne l'aggressività, la boria e la stupidaggine, ricorse alla caricatura. Quando ci pare che un quadro pecchi nell'esattezza del particolare, dobbiamo sempre domandarci in primo luogo se l'artista non abbia avuto le sue ragioni per modificare l'aspetto di ciò che ha visto. In secondo luogo, non dobbiamo mai condannare un'opera per il fatto di essere scorrettamente disegnata, a meno che non vi sia la certezza di avere noi ragione e il pittore torto. Abbiamo la strana abitudine di credere che la natura appaia sempre come nei quadri tradizionali.
  • Le corse a Epsom (Jean-Louis-Théodore Géricault, 1821): Famosa rappresentazione delle corse di Epsom. I cavalli in corsa vengono rappresentati in modo scorretto, con le zampe protese, quasi liberati in alto nell'impeto della corsa, a quel tempo si pensava che galoppassero così.
  • Cavallo al galoppo (Eadweard Muybridge, 1872): L'immagine è una cronofotografia. Si tratta di istantanee di cavalli in rapido movimento. Cinquant'anni dopo Le corse a Epsom fu dimostrato che pittori e pubblico avevano torto: nessun cavallo lanciato al galoppo si è mai mosso nel modo che a noi pare "naturale". Esso ripiega alternativamente le zampe via via che si staccano dal suolo. Eppure quando i pittori cominciarono a valersi di questa nuova scoperta dipingendo cavalli in movimento come sono in realtà, tutti criticarono i quadri perché sembravano sbagliati.
  • San Matteo (Caravaggio, 1602): Quando al Caravaggio fu ordinato di fare un quadro di San Matteo nell'atto di scrivere il Vangelo, con l'angelo ispiratore vicino a lui (per mostrare che i Vangeli erano la parola divina) per l'altare di una chiesa romana. Essendo lui molto creativo e intransigente, dipinse una scena di un vecchio e povero operaio, un semplice pubblicano, improvvisamente alle prese con un libro da scrivere, calvo, con i piedi nudi e polverosi, che afferra goffamente il grosso volume e aggrotta ansiosamente la fronte nell'insolito sforzo della scrittura. Al suo fianco dipinse un angelo adolescente, che sembra appena giunto dall'alto e che dolcemente gli guida la mano [15]. Questo quadro fu respinto e suscitò scandalo perché considerato fatto con mancanza di rispetto. Dovette ricominciare da capo e nel secondo quadro si attenne rigorosamente alle idee più convenzionali circa l'aspetto di un angelo e di un santo. Il Caravaggio si sforzò di farlo sembrare vivace e interessante, ma lo sentiamo meno spontaneo e coerente del primo [16].
  • Madonna del Prato (Raffaello, 1505-1506): Una delle famose Madonne di Raffaello. È bellissima e affascinante; le figure sono mirabilmente disegnate e l'espressione della Vergine che guarda i due fanciulli è indimenticabile.
  • Quattro studi per la "Madonna del prato" (Raffaello, 1505-06): Primi abbozzi della Madonna del prato. Se li osserviamo, notiamo che ciò che tentò e ritentò di ottenere fu il giusto equilibrio delle figure, il rapporto esatto che avrebbe determinato la massima armonia d'insieme. Nello schizzo a sinistra, egli pensò di rappresentare il Bambino Gesù nell'atto di allontanarsi dalla madre, con lo sguardo volto all'indietro verso di lei, e provò a mettere in diverse posizioni la testa della Vergine per adattarla al movimento del bambino. Poi decise di rappresentare il bambino di scorcio con lo sguardo levato verso la madre. Poi introdusse il piccolo San Giovanni, ma con il Bambino Gesù che al posto di guardarlo guarda un punto fuori dal quadro. Poi cercò un'altra soluzione, ma sembrò alla fine spazientirsi dopo aver provato a girare la testa in tante direzioni. Nel suo album di schizzi c'erano parecchi di questi fogli in cui tentò e ritentò di equilibrare nel modo migliore le figure. Ma se guardiamo la stesura definitiva, constatiamo che infine tutto appare nella sua giusta posizione, e l'equilibrio e l'armonia che Raffaello raggiunse con così dura fatica sono tanto naturali e spontanei. Egli non segue regole prestabilite. Sente così, e basta.

Strani inizi

Non sappiamo come sia nata l'arte. Se si intende per arte la costruzione di templi e di case, la creazione di pitture e sculture, la tessitura di una stoffa, allora tutti i popoli sono stati artisti. Se invece intendiamo per arte qualcosa di raro che si trova solo nei musei, nelle mostre o nei salotti più raffinati, allora la parola arte è stata introdotta solo di recente e tutti i migliori costruttori, pittori, scultori del passato non la conoscevano.

Tutti gli edifici al mondo sono stati fatti in vista di uno scopo particolare, ad esempio luogo di culto, di svago o di abitazione. Quindi, nel passato, l'atteggiamento verso sculture o dipinti non venivano considerati opere d'arti, ma erano adatte ad una determinata funzione e venivano considerati esteticamente "a posto". Quando più risaliamo il corso della storia, tanto più chiari ci appaiono i fini dell'arte. Se noi pensiamo ai popoli "primitivi", la costruzione di una capanna doveva servire a proteggere dalla pioggia, dal vento, dal sole e la produzione d'immagini (che venivano fatte sulle pareti delle rocce) dovevano servire invece a difendersi contro altri poteri. I cacciatori primitivi pensavano che una volta fissata un'immagine di una preda (su una grotta o su una parete), doveva essere l'animale stesso a sconfiggere quel potere superiore.

Esistono ancora oggi popoli che con strumenti di pietra incidono sulle rocce figure di animali per scopi magici. Altri popoli, camuffati da animali, celebrano danze sacre, anch'essi ritengono così di acquistare poteri sulle prede. Anche i romani pensavano che Romolo e Remo fossero stati allattati da una lupa. Può sembrare che tutte queste credenze abbiano poco a che fare con l'arte, invece l'arte ne viene condizionata. Ciò che importa non è la bellezza della scultura o della pittura, ma il suo effetto magico.

Opere primitive

  • Bisonte (15000-10000 a.C. ca): Dipinto in una caverna ad Altamira, in Spagna.
  • Cavallo (15000-10000 a.C. ca): Dipinto in una caverna a Lascaux, in Francia.
  • La grotta di Lascaux in Francia (15000-10000 a.C. ca).

Vi sono tribù antichissime che hanno raggiunto un'abilità nello scolpire, intrecciare canestri, nel conciare il cuoio o nel lavorare metalli, se pensiamo poi ai mezzi rozzi usati, non possiamo che meravigliarci di tutta questa maestria. Un esempio è dato dai maori della Nuova Zelanda che sono giunti a compiere autentici prodigi nelle loro sculture in legno.

  • Architrave in legno scolpito (inizio XIX sec.): Esempio di scultura in legno dei maori della Nuova Zelanda. Essa è proveniente dall'abitazione di un capo maori.
  • Testa di negro in bronzo (XII-XIV sec.): In Nigeria sono state scoperte delle teste di bronzo straordinariamente espressive, questa ne è un esempio. Rinvenuta a Ife, in Nigeria.
  • Il dio della guerra Oro (XVIII sec.): Feticcio proveniente da Tahiti. I polinesiani sono scultori eccellenti, ma non reputavano indispensabile che la scultura riproducesse con esattezza il corpo umano. Tutto ciò che noi vediamo è un pezzo di legno ricoperto di un tessuto di fibra. Solo gli occhi e le braccia sono rozzamente indicati da una treccia della stessa fibra. Il risultato poteva anche non somigliare ai volti reali.
  • Maschera rituale (1880 ca): È una maschera della Nuova Guinea, destinata a una cerimonia durante la quale i giovani del villaggio la usavano fingendosi demoni per spaventare donne e bambini. Sulla sua faccia vi sono forme geometriche.
  • Modello di abitazione di un capo pellerossa haida (XIX sec.): Si tratta di un modello di abitazione di un capo pellerossa della tribù haida, recante sulla facciata tre cosiddetti totem, ricavati da un palo, dove è illustrata un'antica leggenda della tribù: C'era una volta un giovane che amava starsene a letto tutto il giorno in ozio. La suocera lo riprovò, egli si vergognò e si allontanò da casa e decise di uccidere un mostro che viveva in un lago e che si nutriva di uomini e di balene. Con l'aiuto di un uccello fatato costruì una trappola di tronchi d'albero e vi appese come esca due bambini. Il mostro fu catturato e il giovane si vestì della sua pelle e si mise a pescare pesci che poi lasciava sulla soglia della suocera. La donna fu tanto lusingata da queste offerte che si ritenne una potente maga. Quando il giovane le svelò la verità, la donna se ne vergognò tanto da morire. Sul palo centrale sono raffigurati tutti i protagonisti della tragedia. La maschera sotto l'ingresso è una delle balene che il mostro mangiava. Quella grande, sull'ingresso, è il mostro; subito sopra la figura dell'infelice suocera. Più in alto, la maschera con il becco, è l'uccello che aiutò l'eroe, l'eroe stesso appare poi vestito dalla pelle del mostro, con i pesci che ha catturato. Le figure in cima sono i bambini usati come esca. L'incisione di questi enormi pali con gli strumenti primitivi, durava anni e anni, e vi partecipava l'intera popolazione maschile del villaggio, tutto questo per rendere omaggio all'abitazione di un capo potente.
  • Testa del dio della morte (XI-XII sec. d.C.): Il terribile teschio scolpito, proveniente da un altare delle rovine di Copan (attuale Honduras), ci ricorda i macrabi sacrifici umani imposti dalle religioni di quei popoli.
  • Maschera rituale innuit (1880 ca.): Proveniente dall'Alaska. Ha un'espressione spiritosa, ma ha un significato tutt'altro che buffo. Rappresenta un demone della montagna con la faccia macchiata di sangue.
  • Vaso d'argilla peruviano a forma di testa d'uomo monocolo (250-550 d.C. ca): Rinvenuto nella valle Chicanná, in Perù. Agli antichi peruviani piaceva dare al vasellame la foggia di teste umane ed erano teste fedeli al vero.
  • Tlaloc, il dio della pioggia azteco (XIV-XV sec.): Rappresenta una statua messicana probabilmente risalente al periodo azteco. Gli studiosi pensano che si tratti del dio della pioggia Tlaloc. In queste zone tropicali la pioggia è questione di vita o di morte, perché senza pioggia non vi è raccolto e quindi la popolazione è ridotta alla fame. Nella mente degli Indigeni il dio della pioggia e delle tempeste ha l'aspetto di un demone di spaventosa potenza. Il lampo nel cielo appare nella loro immaginazione come un enorme serpente, se osserviamo la figura di Tlaloc vediamo, infatti, che la sua bocca è formata dalla testa di due serpenti a sonagli, che si fronteggiano con i grandi denti velenosi sporgenti fuori dalle fauci, e che il naso sembra formato dai corpi attorcigliati dei rettili. Forse anche gli occhi possono essere visti come serpenti acciambellati.

L'arte che sfida il tempo

L'arte egizia ha per noi un'enorme importanza, perché i maestri greci andarono a scuola dagli egizi, e noi tutti siamo allievi dei greci. Si sa che l'Egitto è il paese delle piramidi.

  • La piramide di Giza (2613-2563 a.C. ca): Le piramidi venivano fatte costruire dai re ricchi e potenti, che costringevano migliaia e migliaia di schiavi e operai a estrarre pietre e trasportarle sul luogo della costruzione. Il re era visto come un essere divino, e quindi una volta morto doveva essere accolto nella propria piramide, perché una volta staccatosi dalla Terra, sarebbe risalito tra le divinità da cui proveniva. Le piramidi, innalzandosi verso il cielo, lo avrebbero agevolato nella sua scesa. Gli egizi credevano che il corpo dovesse essere conservato affinché l'anima continuasse a vivere nell'aldilà. Ecco perché avvolgevano il corpo con bende in una sorta di imbalsamazione, evitando così la decomposizione. La mummia del re veniva posta al centro della piramide, in una bara di pietra. Mettevano, inoltre, nella tomba un ritratto del re fatto da scultori su un duro granito incorruttibile, questo serviva ad aiutare l'anima a continuare a vivere nell'immagine. La parola scultura voleva dire proprio "colui che mantiene in vita". Successivamente anche i nobili della corte ebbero le loro tombe, più piccole e disposte intorno alla piramide del re.
  • Testa in calcare (2551-2528 a.C. ca): Rinvenuta in una tomba di Giza. Esempio degli antichi ritratti dell'epoca delle piramidi. C'è in esse solennità e semplicità. Lo scultore non tentava di adulare il modello o di fissare un'espressione fuggevole. Solo l'essenziale lo interessava e ogni particolare secondario veniva tralasciato. Nonostante la loro rigidezza quasi geometrica, non sono primitivi come le maschere indigene [25, 28], né si preoccupavano della verosimiglianza come i ritratti naturalistici degli artisti della Nigeria [23]. Osservazione della natura ed euritmia si equilibrano in modo così perfetto che il loro realismo ci colpisce quanto il loro carattere remoto ed eterno, ciò è caratteristico di tutta l'arte egizia.

Un tempo, quando un uomo potente moriva, c'era l'usanza di farlo accompagnare nella tomba dai suoi familiari e dai suoi schiavi, uccisi, perché arrivando nell'aldilà egli avesse una scorta appropriata. Più tardi queste consuetudini vennero ritenute o troppo crudeli o troppo costose e si ricorse all'arte, e allora venivano accompagnati da pitture ed effigi varie che avevano lo scopo di aiutare queste anime nell'altro mondo.

  • Il giardino di Nebamun (1400 a.C. ca): Frammento di pittura murale proveniente da una tomba di Tebe. Rappresenta un giardino con uno stagno. Gli egizi non si preoccupavano troppo della prospettiva del disegno, disegnavano semplicemente lo stagno visto dall'alto, gli alberi visti di lato, pesci e uccelli visti dall'alto, era una pittura molto elementare come quella adottata nei disegni infantili.
  • Ritratto di Hesire (2778-2723 a.C ca): Particolare di una porta lignea della tomba di Hesire. Rappresentazione di una figura umana in questo modo: la testa fatta di profilo, l'occhio visto di fronte. La parte superiore del corpo, spalle e petto, disegnata di fronte, in tal modo si vede che le braccia sono attaccate al corpo, il movimento delle braccia e delle gambe sono viste invece da un lato. I piedi venivano disegnati di profilo con l'alluce in su, ambedue i piedi sono visti dall'interno e l'uomo sembra avere due piedi sinistri.
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/04 Museologia e critica artistica e del restauro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ManekiNeko di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia della ricerca storico-artistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Collareta Marco.
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