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Parole, parole, parole e altri saggi di linguistica

Madre lingua e lingua letteraria

Parlante nativo e madre lingua sono due nozioni simmetriche e inverse. Sembrano riferirsi alla stessa realtà da due punti di vista opposti. I parlanti nativi, per definizione, parlano la loro madre lingua, e una madrelingua è la lingua di un parlante nativo. Ma nonostante tale corrispondenza queste due parole portano con sé un bagaglio concettuale e storico molto diverso. E per entrambe parte della difficoltà consiste nel rapporto che hanno col concetto di lingua letteraria.

Il parlante nativo

La nozione di parlante nativo appare centrale per la linguistica moderna. Questa centralità si fa di solito risalire a Leonard Bloomfield, che nel suo libro del 1933 intitolato Language scriveva “che la prima lingua che un essere umano impara a parlare è la sua lingua madre, ed egli è un parlante nativo di tale lingua”. Nel corso degli ultimi decenni al parlante nativo sono stati dedicati vari volumi, ma la nozione rimane vaga e sfuggente. L’espressione “parlante nativo”, in italiano, e quelle parallele in altre lingue, sembrano calcare sull’inglese native speaker. Ma l’Oxford English Dictionary non registra tale espressione, né sotto native né sotto speaker. La mia allieva, e ora anche collega, Helena Sanson e io abbiamo cercato di seguire la storia di queste espressioni, e siamo rimasti colpiti del raggrupparsi degli esempi di native speaker all’inizio del Novecento, nelle discussioni riguardo alla rinascita della lingua irlandese. In questo contesto le espressioni native speaker e native (Irish) speaker sembrano essere più o meno intercambiabili.

Madre lingua

Inglese

Le espressioni mother tongue e mother language vengono registrate nell’OED con due sensi diversi. Il primo è “lingua nativa”.

Tedesco

L’espressione tedesca Mutterspache si porta dietro un bagaglio di implicazioni o problematiche. Un volume del 1999 di Hutton presenta un’analisi deprimente e preoccupante della nazificazione della linguistica tedesca negli anni Trenta. Sulla base della concezione Humboldtiana secondo cui lingue diverse erano naturalmente collegate a differenti visioni del mondo, non sorprende che l’esaltazione della madre lingua potesse condurre a opere. L’origine dell’espressione Mutter Sprache è controversa. L’opinione tradizionale è che questo sia un calco del latino medioevale lingua materna. L’espressione latina si collega all’importanza attribuita nel Medioevo latino all’educazione materna. In un articolo del 1867 Heymann Steinthal parla dello sviluppo tardo di questa nozione in Germania, e osserva che l’“amore per la madre lingua” richiede sia un certo livello di cultura, sia la coscienza dell’altro, cioè l’opposizione fra la madre lingua e una lingua diversa. I greci, che hanno creato la cultura più evoluta dell’antichità, hanno notoriamente manifestato scarso interesse per le lingue straniere, e secondo Steinthal, non solo non hanno mostrato “amore” per la loro madre lingua, ma addirittura non conoscevano tale espressione.

Italiano

In italiano i termini nativo e natio si trovano spesso collegati a parole che rinviano all’ambito delle espressioni linguistiche. L’espressione italiana si presenta in due forme: (a) madre lingua; (b) lingua madre. Entrambe si possono trovare scritte in una parola singola o in due parole separate. Tutte e due le espressioni possono significare (1) lingua nativa (questo senso è più comune per madre lingua), oppure (2) Lingua da cui ne derivano altre (questo senso è più comune per lingua madre). Per entrambe le espressioni il secondo senso ha attestazioni anteriori al primo, che appare documentato solo dall’Ottocento.

Nascita e morte delle lingue

Inizio e fine

Una questione che non è possibile evitare riguarda la dicotomia fra sincronico e diacronico. Hanno le lingue un inizio e una fine? È di solito più difficile stabilire il punto di partenza, per l’ovvia ragione che all’inizio non si sapeva se fosse il caso di registrare un fenomeno. Quanto alla morte delle lingue, oggi siamo molto più coscienti di questo fenomeno. Da entrambi si ricava una lunga lista di “ultimi parlanti nativi”, in varie parti del mondo, una sorta di triste elenco di lingue morte o morenti che mancano all’appello. In generale riguardo alla nascita delle lingua si sa ancora meno di quanto si sappia sulla loro morte. Nel 960 si organizzò a Firenze una mostra per celebrare i mille anni della lingua italiana. Ci si riferiva, naturalmente, al primo documento datato in un volgare italiano, il Placito Capuano del 1960, cioè il resoconto, in latino, di un processo in cui i testimoni dichiarano ufficialmente, in volgare, di sapere che certe terre appartengono al convento di San Benedetto. Questo è il primo documento datato, ma ovviamente non ci dice quando si sia cominciato a parlare l’italiano (o meglio il volgare).

Latino e volgare

Abbiamo visto che normalmente si associa la morte di una lingua con la morte dei suoi ultimi parlanti nativi. Ma è più difficile associare la nascita di una lingua con la nascita dei suoi primi parlanti nativi.

Il latino rinativizzato

L’esempio più famoso di parlante nativo di latino nel Rinascimento è quello di Montaigne che nei suoi Essais racconta come suo padre fosse bensì convinto che conoscere le lingue classiche fosse indispensabile, ma che impararle attraverso il tradizionale corso degli studi richiedesse una quantità di tempo ed energia assolutamente eccessiva. Egli decise allora di far imparare il latino a suo figlio come prima lingua. Tutti gli altri membri della famiglia, compresa la madre e i servitori, avevano ricevuto l’ordine di usare soltanto parole latine, imparate a questo scopo. Ma tutto questo fu inutile: appena fu mandato al College De Guienne, all’età di sei anni, il suo latino si imbastardì irreparabilmente, e si rivelò poi inutilizzabile per mancanza di pratica.

Ebraico

Un caso diverso è quello dell’ebraico. Quello che colpisce, per la rinascita dell’ebraico, è il suo successo. Si ritiene di solito che l’ebraico abbia cessato di essere una lingua parlata intorno al XI secolo dell’era volgare, sostituito nell’uso normale dall’aramaico. Come lingua scritta l’ebraico rimase vivo, essendo la lingua sacra della Bibbia. Nella vita quotidiana gli ebrei della diaspora usavano i volgari locali. L’ebraico fu usato negli studi, con una tradizione ininterrotta, in tutto il periodo tardo antico, nel Medioevo, e nell’età premoderna. Nel 1881 Ben-Yehuda, considerato il fondatore dell’ebraico moderno, si trasferì in Palestina e cominciò a lavorare al suo monumentale dizionario ebraico. Ben-Yehuda adottò fermamente l’ideale di uno stato nazionale ebraico in Palestina, basato su un uso generale della lingua ebraica. Nel 1913 si svolsero accese discussioni riguardo alla scelta della lingua nazionale, che vennero designate con l’espressione “guerra linguistica”. Quindi la battaglia per imporre l’insegnamento dell’ebraico attraverso l’ebraico in classi di bambini sempre più piccoli, fino a raggiungere il punto in cui i bambini stavano in realtà apprendendo l’ebraico come loro prima lingua. Nel 1898 si aprì il primo asilo ebraico seguito nel 1903, 1904. È dunque in questo contesto che ci possiamo aspettare di trovare i primi “parlanti nativi” di ebraico.

Italiano

Di solito, se si cerca un “parlante nativo” di italiano, o qualcuno di madre lingua italiana, si pensa a un informante...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher SODESI di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Assenza Elvira.
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