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La comunicazione verbale: Rigotti & Cigada

Capitolo 1 – Lo scambio comunicativo

Un primo accostamento al concetto

La parola comunicazione deriva dal latino communicatio → com = con – muni = dono/compito. Quale nesso esiste tra "dono/bene" e "compito"? Questi valori sono indipendenti l'uno dall'altro oppure esiste qualche connessione? Un oggetto prezioso richiede cure, lo stesso vale per gli "oggetti" della comunicazione, i messaggi o i testi: il bene che passa da una mano all'altra in un atto comunicativo è il senso di quanto viene detto.

Il bene crea implicazioni, obblighi, responsabilità. Responsabilità è una parola che ha la stessa radice di risposta: la responsabilità è il comportamento normale di chi riceve un bene; la risposta è il comportamento normale di chi riceve una domanda: si crea uno scambio. Ma gli atti linguistici non sollecitano solamente "risposte" da parte del destinatario, impegnano anche a comportamenti diversi e quindi creano altre responsabilità.

Il verbo latino communico significava mettere in comune un bene di qualsiasi genere (casa, risorsa, proposta, segreto ecc.). Il significato di comunicare, in italiano ed altre lingue, è "mettere a disposizione di un altro" e questo come momento di uno scambio. Ciò che viene scambiato nella comunicazione non può essere un bene materiale ma si deve trattare di segni che producono un senso.

Ritroviamo un’antica immagine della comunicazione nella figura mitologica del dio Mercurio, messaggero degli dei che aiuta a interpretare lo scambio tra parole e pensieri attuato nella comunicazione: è il dio dell'ermeneutica.

Comunicazione, comunità e cultura

La comunicazione permea e rende possibile tutta la convivenza umana. Non è semplice spiegare come, solo grazie alla comunicazione, possano costruirsi e sopravvivere quelle configurazioni della convivenza che sono i gruppi, o meglio le comunità umane. Occorre mettere a fuoco il nesso tra comunicazione e comunità.

  • Comunità linguistica: viene intesa come la massa parlante di coloro che parlano la medesima lingua (De Saussure – Corso di linguistica generale);
  • Speech communities: fa riferimento all’interazione comunicativa di comunità linguistiche concrete, in cui persone reali comunicano effettivamente arrivando così a parlare di "comunità di discorso"; la sua analisi resta limitata in quanto il suo concetto di interazione comunicativa è povero, è piuttosto un codice che una pratica (Hymes – Fondamenti di sociolinguistica);
  • Testo (o messaggio): interazione comunicativa tra persone → cambia il significato di "comunità linguistica" come l’insieme di coloro che comunicano fra loro, facendo uso di una lingua storico-naturale.

Il nesso tra comunicazione e comunità è mediato dal concetto di cultura, i cui aspetti significativi sono:

  • Insieme dell’informazione non genetica che possa attraversare le diverse generazioni;
  • Grammatica di una comunità attraverso la quale interpreta e comunica l’esperienza;
  • Insieme di testi la cui condivisione condiziona l’appartenenza alla comunità.

Tutte le definizioni da una parte evidenziano aspetti costitutivi dell’identità comunicativa mentre dall’altra ne manifestano la natura comunicativa. Teoricamente, lo "scambio di beni" che si verifica nell’interazione comunicativa è tanto maggiore quanto maggiore è la diversità tra coloro che interagiscono. La diversità tra le identità in gioco è un alto potenziale arricchimento ma, allo stesso tempo, comporta il rischio che la comunicazione non abbia successo perché diminuisce il condiviso (common ground) che costituisce la base dello scambio.

Comunicazione e società civile

La comunicazione sta a fondamento della convivenza umana: è "coestesa" alla vita nelle sue dimensioni private e pubbliche, dalla famiglia all’impresa, dalla comunità religiosa alla società civile.

"Fare comunità" è il compito essenziale della comunicazione, significa creare consenso, intesa, impegno comune. In generale, se questo compito non è assolto, la comunicazione deve considerarsi fallita. Ma il compito di fare comunità non si esaurisce nell’efficacia della comunicazione. È rilevante la qualità del consenso ottenuto e questa è assicurata costruendo il consenso attraverso la pratica condivisa della ragione. L'alternativa è un consenso irragionevole, l’irragionevolezza condivisa.

La democrazia di Atene era fondata sulla discussione assolutamente libera tra i cittadini; il luogo della discussione era l’assemblea, in cui ciascuno aveva il diritto di manifestare il proprio parere, con totale libertà di parola. La democrazia è la forma di organizzazione civile in cui l’unica forza ammessa è quella della parola. L’efficacia della parola era indispensabile per diventare un cittadino autorevole. I sofisti formarono un piccolo mercato dell’arte comunicativa. Così, con la sofistica, la competenza di chi si occupava di comunicazione diventò una vera e propria professione.

C’è differenza tra comunicatore e comunicazionista: nel comunicatore la competenza comunicativa può essere quasi naturale, un’abilità che si appoggia su automatismi acquisiti (es. guidare la macchina) → conduttore televisivo, politico, maestro ecc. mentre il comunicazionista è colui che ha una consapevolezza sistematica degli strumenti della comunicazione e che sa come usarli perché la comunicazione sia efficace. Deve possedere i segreti della comunicazione e gli specifici settori di attività umana in cui si applicano le strategie comunicative (aspetti contestuali) perciò, conoscendo ragioni ed effetti di tali gesti, sa come intervenire dove la comunicazione si inceppa.

La democrazia ateniese aveva favorito la nascita delle prime importanti forme di teoria della comunicazione. Due aspetti macroscopici che caratterizzano la comunicazione contemporanea, differenziandola da quella antica, sono:

  • Rilevanza economica imparagonabile: dopo che ho comunicato il mio sapere splende meno, infatti il reperimento, l’elaborazione e la trasmissione costano. Molta comunicazione e commercio;
  • Sofisticazione tecnologica: la disponibilità di media tradizionali e nuovi ha investito tutti gli assetti comunicativi (telefono, posta elettronica, media di massa, internet).

Comunicazione verbale e tradizione delle scienze linguistiche

A noi interessa la comunicazione che si realizza in testi o messaggi linguistici, ossia in testi che si costruiscono con strutture linguistiche ma viene privilegiata l’attenzione al segno verbale. Qui l’aspetto specifico non sono le lingue ma l’uso delle stesse nella comunicazione. L’approccio è multidisciplinare perché coinvolge la costellazione di scienze della comunicazione, quelle scienze che puntano a dar ragione a quel fatto estremamente complesso che è la comunicazione:

  • Analizzano l’organizzazione interna dei messaggi: linguistica e semiotica;
  • Studiano i soggetti individuali e collettivi che sono coinvolti e le loro comunità di riferimento (psicologia, sociologia, antropologia ecc.);
  • Mettono a tema le sfere di interesse che sono all’opera nell’interazione comunicativa (politica, economia, religione, arte ecc.);
  • Analizzano le diverse organizzazioni e i diversi luoghi di interazione in cui la comunicazione si realizza (economia aziendale, marketing);
  • Studiano le tecnologie della comunicazione tradizionali (stampa, radio, telefono e TV) e nuovi (internet).

La comunicazione verbale nasce dunque dall’incontro della tradizione delle scienze linguistiche con le scienze della comunicazione. In altre parole potremmo definire la comunicazione verbale come la proiezione della problematica comunicativa sulle scienze linguistiche. La comunicazione verbale è lo studio della correlazione delle strutture del messaggio verbale o testo con la funzione comunicativa.

Capitolo 2 – Verso un modello della comunicazione verbale

Descriviamo le componenti della comunicazione verbale, soffermandoci in particolare su quelle componenti (semiosi categoriale e deittica) che la caratterizzano più propriamente come "verbale", cioè come attività compiuta dall’uomo valendosi della parola. La comunicazione rappresenta un momento essenziale e indispensabile dell’interazione umana e questa è riconducibile, a sua volta, all’incontro di azioni.

I primi modelli

  • Ferdinand De Saussurecircuit de la parole: gli interlocutori dialogano scambiandosi segni; ciascuno dei due produce segni materiali (fonetico-acustici) e interpreta quelli prodotti dall’interlocutore in base alla propria conoscenza della lingua.
  • Karl Bühleril segno: elabora il concetto di lingua come strumento per comunicare. Incentrando l’attenzione sull’analisi funzionale del segno lo colloca al centro di un triplice rapporto che coinvolge il livello oggettuale, il mittente e il ricevente in tre fasci di relazioni. Per l’emittente il segno è un sintomo che ha funzione di espressione, il ricevente coglie il segno come segnale che ha funzione di appello e rispetto all’oggetto il segno è un simbolo che funge da rappresentazione.
  • Claude Elwood Shannonteorema di Shannon: questo modello, elaborato in ambito matematico-informatico, riduce la comunicazione a una trasmissione di informazioni e definisce le limitazioni alla comunicazione in termini di disturbi del canale o rumore.
  • Roman Jakobsonfattori fondamentali della comunicazione: parlare serve per comunicare e comunicare è un fatto complesso che nasce di volta in volta in rapporto a diverse funzioni: si comunica per esprimersi, raccontare, spiegare ecc. Si ispira al modello di Bühler. Nel suo modello Jakobson mette a fuoco sei fattori fondamentali della comunicazione a cui corrispondono sei funzioni testuali. La funzione dominante di un testo dipende dall’orientamento prevalente del messaggio verso uno dei sei fattori costitutivi.
Fattori fondamentali della comunicazione Funzioni testuali
Contesto Referenziale
Mittente Emotiva
Messaggio Poetica
Destinatario Conativa
Contatto Fàtica
Codice Metalinguistica

La prospettiva pragmatica

Nata nell’ambito della filosofia del linguaggio come modello per spiegare la comunicazione verbale in termini di azione, la teoria degli atti linguistici (speech acts) è stata elaborata da John Austin nel 1962. Austin parte dall’osservazione di un fenomeno particolare: in alcuni casi il fatto stesso di pronunciare una certa espressione produce un cambiamento nella situazione reale (es. licenziare – prima e dopo).

Ogni uso del linguaggio è, in qualche modo, "performativo" nella misura in cui provoca un cambiamento nella realtà. Da qui il termine speech act. La teoria degli atti linguistici distingue tre diverse "azioni" compiute nella formulazione di un discorso:

  • Atto locutivo: l’atto stesso di parlare;
  • Livello illocutivo: azione che si intende compiere;
  • Atto perlocutivo: azione che provoca un certo effetto sul destinatario.

John Searle elabora il lavoro di Austin, approfondendo il livello illocutivo del discorso per descrivere la tipologia degli atti che il parlante può compiere attraverso il linguaggio.

Parallelamente ad Austin e Searle, Paul Grice sviluppa un ulteriore modello, basato sul principio di cooperazione e sulle massime della comunicazione: mette a fuoco il fatto che ogni intervento nel discorso deve rispondere ad una serie di requisiti per essere comunicativamente adeguato. Il modello di Grice viene ampliato e precisato dalla teoria della pertinenza di Sperber e Wilson. Si tratta di un modello della comunicazione in cui gli autori sottolineano l’importanza del contesto per interpretare il messaggio verbale. Del contesto fanno parte anche i parlanti stessi, con le loro conoscenze che ciascuno presuppone che l’altro abbia. Tutti questi elementi guidano i processi inferenziali che costituiscono la componente fondamentale dell’evento comunicativo.

L’atto comunicativo come evento

In che senso l’atto comunicativo è un evento? Un evento è una qualsiasi cosa che (ci) accade. Si parla di evento quando si ha a che fare con qualcosa che accade e ci tocca, cambia e sposta più o meno direttamente. Quando un evento comunicativo si compie produce un cambiamento nel destinatario e questo cambiamento è il "senso" dell’avvenuta comunicazione.

Uno scambio di segni che produce senso

Tra tutti gli eventi che popolano il mondo, c’è la classe degli "eventi comunicativi", intesi come gli eventi che i soggetti umani producono per comunicare, per trasmettere l’uno all’altro un messaggio portatore di un senso. La proprietà di produrre senso è tipica dei messaggi e viene studiata dalla semiotica (scienza dei segni) e dalla linguistica (scienza dei segni verbali o linguistici), che affrontano la domanda "quali sono gli aspetti essenziali del messaggio?"

La parola senso ha una grande polisemia, cioè ha molti significati diversi. In italiano si usa per dire direzione quando diciamo che una strada è percorribile "a senso unico", ma se diciamo che una persona "ha buon senso" intendiamo dire che questa persona sa valutare le circostanze in modo ragionevole. Se invece parlo dei "cinque sensi" intendo gli organi di percezione. L’espressione "non ha senso" rappresenta un’accezione interessante. Se una persona dice "Mio figlio non guida, è sposato" si pensa che scherzi, a meno che sia un matto, perché quello che dice non ha senso.

Si pensa che ci sia un collegamento tra il senso e la ragionevolezza; un fatto "ha senso" quando ha un rapporto con la ragione. Il non-senso esiste? L’unico non-senso potrebbe essere quello dei testi prodotti da psicopatici, il tentativo di esprimere un disagio profondo. Quando si parla di non-senso bisogna, pertanto, distinguere diversi livelli: nella dimensione ultima, comunicativa (teatro dell’assurdo) il non-senso esiste perché il testo è tutt’altro che insensato e ha un forte messaggio da trasmettere allo spettatore. Negli esempi "artificiali" il non-senso si dà, ma solo come esito "metalinguistico" (esempi inventati dai linguisti) e non come realtà comunicativa.

Per capire meglio che cos’è il senso è utile mettere a fuoco la distinzione tra due concetti: notizia e informazione. Un’informazione, per poter essere considerata una notizia, deve essere pertinente per il destinatario. Bisogna comunque che l’informazione risulti oggettivamente interessante per il destinatario. Il comunicatore seleziona e comunica solo alcune delle informazioni che costituiscono il suo "database del mondo", quelle che ritiene pertinenti per il destinatario.

Comunicare è agire

Si ricorre alla comunicazione tutte le volte che il singolo soggetto non è in grado, da solo, di realizzare un proprio scopo e, pertanto, cerca di coinvolgere altri soggetti. A questo punto gli scenari possibili sono due:

  • Se i due soggetti condividono lo scopo si realizza un’attività di cooperazione (soccorrere un ferito);
  • Se gli obbiettivi dei due agenti sono complementari ciascuno dei due agisce perseguendo il proprio obbiettivo ma ricorre all’altro affidandosi a lui per la realizzazione del proprio obbiettivo: si tratta allora di interazione.

L’interazione può essere rappresentata, descrivendo i soggetti come agenti capaci di iniziativa nella realtà, capaci di immaginare stati di cose corrispondenti ai loro desideri e di decidere di realizzarli → catena di realizzazione.

L’aspetto pertinente di tutta la vicenda sta nel fatto che l’interazione non-comunicativa (scambio caffè-soldi al bar) richiede la mediazione di un’interazione comunicativa. Quest’ultima si realizza attraverso l’attivazione della catena di realizzazione di cui fanno parte anche gli atti linguistici costitutivi della comunicazione verbale.

I fattori della comunicazione verbale

  • Soggettività implicate
  • Semiosi
  • Ostensione
  • Inferenza categoriale deittica

Semiosi

Sabrina e Daniele salgono su un autobus affollato e parlano, cercando di distinguere quel che si dicono dal sottofondo di rumori e da quello che dicono le altre persone. Siamo abituati a distinguere gli eventi semiotici dagli altri eventi, pur senza renderci conto del diverso trattamento che riserviamo a questi due tipi di realtà, che si presentano alla percezione sensibile in modo analogo. I discorsi delle altre persone e il rumore del motore hanno la stessa natura fisica delle parole che si scambiano Sabrina e Daniele: la differenza sta nel fatto che Sabrina ascolta le parole di Daniele non come evento fisico qualunque, ma come un evento fisico che Daniele produce espressamente per comunicare con lei un significato. Il rumore dell’autobus, invece, è una conseguenza (fisica) delle esplosioni e degli attriti nel motore (questo rumore non viene realizzato apposta per significare qualcosa). Anche i discorsi delle altre persone sono solo un "rumore di sottofondo" per chi non prende parte alla conversazione, mentre per gli interlocutori sono eventi semiotici. Gli eventi semiotici sono reali e fisici (le parole che diciamo sono costituite materialmente da movimenti dell’apparato fonatorio, le onde sonore mentre le parole scritte sono fatte di inchiostro o di onde luminose, come lo schermo del PC). Questi eventi fisici non si esauriscono in se stessi: sono stimoli a cui è associato un significato. Il segno è una realtà.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilaria.possenti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Gatti Maria Cristina.
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