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Bühler: la lingua come strumento per comunicare, Bühler incentra l’attenzione sull’analisi funzionale del segno, lo colloca

all’interno di un triplice rapporto che coinvolge il livello oggettuale, il mittente e il ricevente, e il segno si lega a ciascuno di questi tre

livelli con una relazione specifica. sintomo, espressione

1. Per l’EMITTENTE il segno è un che ha funzione di

segnale, appello

2. Per il RICEVENTE il segno è un che ha funzione di

simbolo, rappresentazione

3. Per l’OGGETTO il segno è un che ha unzione di

Shannon studia la comunicazione in ambito matematico.informatico, riduce la comunicazione alla trasmissione di informazioni

capacità

e definisce le limitazioni alla comunicazione in termini di disturbi del canale (rumore). La di un canale è definita come

quantità massima di scambio informativo tra sorgente e ricevitore in base al calcolo delle probabilità. La trasmissione priva di errori è

possibile solo se la quantità di informazione comunicata è minore della capacità del canale

funzionale

Jakobson sviluppa la concezione della lingua, perché si comunica con un fine preciso: per esprimere qualcosa,

raccontare o descrivere…

Jakobson mette a fuoco sei fattori fondamentali della comunicazione, cui corrispondono sei funzioni testuali:

Mittente Contestu Messaggio Contatto

= emotiva, = referenziale, = poetica, = fatica,

Codice Destinatario

= metalinguistica, = conativa

Perché la funzione dominante dei un testo dipende dall’orientamento prevalente del messaggio verso uno dei fattori costitutivi.

La Prospettiva Pragmatica

2.2 teoria degli atti linguistici.

Austin: la In alcuni casi, il fatto stesso di pronunciare una certa espressione produce un

cambiamento nella situazione reale. Per esempio in ‘Lei è licenziato!’ la situazione degli interlocutori prima e dopo il proferimento è

performativi.

diversa. La stessa cosa quando si fa una promessa. Questi usi di licenziare e promettere sono chiamati da Austin

Ogni uso del linguaggio è performativo nella misura in cui provoca un cambiamento nella realtà, da qui il termine speech acts .

La teoria degli atti linguistici distingue 3 diverse azioni compiute nella formulazione di un discorso:

locutivo,

1. Al primo livello c’è l’atto l’atto stesso di parlare

illocutivo,

2, Vi si sovrappone l’atto quello dell’azione che il parlante intende compiere attraverso

il suo atto illocutivo

perlocutivo,

3. Infine l’atto l’atto linguistico è un azione che provoca un certo effetto nel

destinatario

Grice sviluppa un modello basato sul principio di cooperazione secondo cui ogni intervento nel discorso deve rispondere a una

serie di requisiti, massime, per essere comunicativamente adeguato. Quando le massime vengono disattese, i parlanti recuperano il

senso grazie a procedimenti inferenziali.

Sperber e Wilson elaborano una Teoria della Pertinenza, con cui gli autori sottolineano l’importanza del contesto per

interpretare il messaggio verbale. Del contesto fanno parte anche i parlanti stessi, con le loro conoscenze che ciascuno predispone che

l’altro abbia. Questi elementi guidano i processi inferenziali che costituiscono la componente fondamentale del processo

comunicativo ,

(processo inferenziale = La formulazione di inferenze consiste quindi nella capacità di formulare deduzioni traendo informazioni da un oggetto reale)

portano il destinatario a inferire un unico senso che è esattamente quello inteso dal mittente.

L’Atto Comunicativo come Evento

2.3

L’atto comunicativo è un evento, un evento è una qualsiasi cosa che ci accade. Quando un evento comunicativo si compie, esso

produce un cambiamento nel destinatario e questo cambiamento è il ‘senso’ della avvenuta comunicazione.

Il fatto di parlare di un evento comunicativo sottolinea che il messaggio arriva come sollecitazione a lasciarsi coinvolgere. Il

coinvolgimento del destinatario, il suo cambiamento, rappresentano un momento del senso, ma ciò non toglie che il messaggio abbia

già senso proprio in quanto testo.

2.3.1 Uno Scambio di Segni che Produce Senso

C’è la classe particolare degli eventi comunicativi, intesi come eventi che i soggetti producono per comunicare un messaggio

portatore di un senso (la proprietà dei messaggi di produrre un senso è studiata dalla semiotica e dalla linguistica)

senso:

La nozione di la parola senso ha una forte polisemia (senso unico, cinque sensi, non ha senso…). Cosa significa ‘non ha

senso’?

Se una persona dice ‘mio figlio non guida: è sposato’, questa affermazione non ha senso. Infatti c’è un collegamento fra senso e

ragionevolezza, perciò un fatto ha senso solo quando ha un rapporto con la ragione.

Ma quando parliamo di non­senso intendiamo anche quella tipologia testuale che si realizza nel teatro dell’assurdo. In quest ultimo

caso, però, sarebbe meglio parlare di un livello del senso che viene infranto per attingere ad un livello più profondo del messaggio.

Invece, quando sono i linguisti a inventare non­sensi ad hoc, questi non sono reali, non sono contestualizzati e quindi non possono

sostenere un livello più profondo di significato.

Può un non­senso essere l’ultimo livello in una situazione reale? Il suo vero messaggio? No: nemmeno per i messaggi di

soggetti psicopatici, perché anche questi ultimi possono essere interpretati da un terapeuta.

Perciò l’uomo è un animale che ha inevitabilmente senso. (per esempio, nel teatro dell’assurdo il testo è tutt’altro che insensato

e negli esempi artificiali dei linguisti, il non­senso si da solo come esito metalinguistico e non come realtà comunicativa.

Molto utile, la distinzione fra Notizia e Informazione.

Se uno sconosciuto mi si avvicina e mi dice ‘mio cugino è farmacista’, questa comunicazione mi da un’informazione, che però non

ha senso perchà a me non interessa.

notizia,

Un’informazione per essere deve essere pertinente per il destinatario, deve riguardarlo.

2.3.2 Comunicare è Agire

La comunicazione presuppone la partecipazione di almeno due soggetti. Gli scenari possibili sono due:

cooperazione

1. Se i due soggetti condividono lo scopo, si realizza l’attività di

2. Se ognuno dei due agenti agisce perseguendo il proprio obiettivo, ma ricorre all’altro

interazione.

affidandosi a lui per la realizzazione di questo obiettivo, si parla di

L’interazione è rappresentata descrivendo i soggetti come attori capaci di iniziativa nella realtà, che hanno una conoscenza del

mondo, ma anche in grado di pensare a desideri ed essere capaci di immaginare stati di cose per realizzarli. Il soggetto deve cioè

disporre una serie di azioni orientate alla sua intenzione. In questa serie di azioni possono rientrare anche cooperazioni e interazioni

con altri soggetti.

Per esempio, se volessi un caffè, predisporrei le seguenti azioni: antrare in un bar, ordinare un caffè, pagarlo e berlo. Si tratta di

interazioni, perché diversi agenti partecipano all’evento, ciascuno realizzando obiettivi propri che però si integrano con gli obiettivi

degli altri (pagare il caffè per poter berlo, farsi pagare il caffè per guadagnare).

L’interazione non­comunicativa (lo scambio caffè­soldi) richiede necessariamente la mediazione di una interazione

comunicativa.

Semiosi

2.5

Siamo abituati a distinguere gli eventi semiotici dagli altri eventi: Sabrina e Daniele stanno parlando in un autobus cercando di

capirsi a vicenda nella confusione. Il loro discorso, il discorso delle altre persone ed il rumore del motore hanno la stessa natura

fisica, la differenza è che i due ragazzi ascoltano l’uno le parole dell’altra non come un evento fisico qualunque, ma comeun evento

fisico prodotto esplicitamente per comunicare un significato (il rumore del motore non viene realizzato per sigificare qualcosa ai due

ragazzi). La stessa cosa nel caso di un poster sul muro: lo sguardo che rivolgiamo al muro non è lo stesso che rivolgiamo alla

locandina.

Gli eventi semiotici sono reali e sono fisici, ma non si esauriscono in sé stessi: sono stimoli cui è associato un significato.

Il segno è una realtà complessa che unisce inscindibilmente due diverse realtà: c’è qualcosa di fisico (percepibile con i sensi)

che rimanda a qualcosa di non fisico, il valore linguistico..

2.5.1 Significante e Significato

Per quanto riguarda il lato fisico dei segni: possono essere di tanti tipi quanti sono i nostri sensi, che li percepiscono. Nella

situazione:

­ Ciao! Anche tu su quest autobus?

­ Si, ho preso il primo autobus!

i suoini concretizzati le due volte in cui viene usato il termine autobus, sono due suoni materialmente differenti (com’è diverso

l’inchiostro con cui sono scritti).

fonetica

La faccia del segno, quindi, non consiste tanto nella sua realizzazione materiale, quanto in un modello (pattern) di

strategia di

realizzazione che consente di riconoscere il segno, nonché di riprodurlo. Questo modello di realizzazione è anche detto

manifestazione .

Anche l’idea, il valore linguistico che viene associato a ciascuna strategia di manifestazione, costituisce una astrazione rispetto

a tutte le molteplici e personali esperienze. Il mio concetto di ‘lavoro’ può essere differente dal tuo.

semiosi

Si definisce il nesso che unisce intenzioni comunicative, sensi, a eventi fisici. Chiamiamo l’insieme di questi due

struttura intermedia

elementi (sensi + eventi fisici) .

La strategia di manifestazione dei significati linguistici era stata chiamata da Saussure, significante, mentre il valore era detto

significato.

NB: Semiosi e implicazione:

Un evento può avere senso perché può implicare per me qualcosa di particolare (oggi c’è il sole = non devo prendere l’ombrello), invece per

esempio la penna implica che io la possa usare per scrivere.

I segni, veicolano un significato in quanto sono ‘fatti apposta per’ implicare un significato. Il rapporto fra l’evento ed il suo senso, in questo

semiotico.

caso, si dice

Per esempio se dico: ‘in tedesco matita si dice Bleistift, matita e Bleistift hanno un rapporto semiotico con il significato che esse vincolano.

La semiosi è il fenomeno per cui un evento è portatore di un contenuto/significato/senso perché, grazie ad una convenzione, quell’evento fisico

è da me e dai miei interlocutoricollegato ad un contenuto/significato/senso.

‘Gran bella voce! Peccato che il testo della canzone non sia granchè’. Questa osservazione fa riferimento a due aspetti dell’evento canzone.

Valutato dapprima in quanto evento fisico, in secondo luogo in quanto evento semiotico.

La segnaletica stradale, sono eventi semiotici

La semiotica considera i segni in generale, in tutte le possibili tipologie, mentre la linguistica si occupa di una classe particolare di segni: quelli

verbali.

Il segno è delimitato da una cornice, che sta ad indicare il confine fra un oggetto semiotico ed un oggetto non­semiotico,

segnalando la differenza di sguardo con cui ci rivolgiamo all’uno e all’altro. La cornice indica un ambito di realtà in cui opera la

semiosi: l’evento in essa contenuto è un evento semiotico che in quanto tale va interpretato, mentre tutti gli altri eventi rappresentano

il mondo.

2.5.2 Il segno come institutum di una comunità: la convenzionalità

Saussure spiega la correlazione semiotica, facendo riferimento all’esempio di albero.

Il significato del suono [‘a l b e r o] è un concetto chiato nella nostra mente.

Non vi è nessuna connessione reale tra la strategia di manifestazione della lingua italiana

[‘a l b e r o] e il valore che vi è connesso. L’unica ragione per cui questa connessione sussiste è la convenzione fra i parlanti. Questa

convenzione è arbitraria (ma non soggettiva), una connessione valida all’interno del sistema linguistico (sistema istituito, istitutum).

Anche se ripetimo mille volte la parola albero, ciascuno di tali atti è materialmente diverso da tutti gli altri perché le onde

sonore che produciamo sono onde diverse. l’identità funzionale

Dunque la ragione per cui diciamo che si tratta sempre della stessa parola non è l’identità fisica, ma : il

segno linguistico non è una realtà materiale, ma l’unione delle due realtà immateriali, strategia di manifestazione e valore linguistico.

NB: La traduzione

Ogni lingua proietta sull’esperienza una rete interpretativa tutta sua. Tuttavia la pratica della traduzione evidenzia la possibilità di costruire lo

stesso senso avvalendosi di lingue diverse.

L’autore formula il senso attraverso diversi procedimenti delle strutture intermedie proprie del sistema linguistico 1, il traduttore riceve il testo

in L1 e lo interpreta recuperando il senso, a questo punto il traduttore formula un nuovo testo servendosi delle strutture del sistema linguistico 2.

Il senso si lascia riformulare in un’altra lingua, ma non in maniera semplice: per l’indeterminatezza delle strutture intermedie, la loro diversa

organizzazione dipendente dalla loro appartenenza a yna determinata lingua storico­naturale e per il common ground.

Anche l’onomatopea, che apparentemente costituisce un momento di ‘rapporto immediato’ tra linguaggio e realtà, è un’istituzione

convenzionale. Lo mostra il fatto che l’imitazione dei suoni è diversa da una lingua all’altra.

2.5.3 Trasmettere la Lingua: Insegnare a parlare

Il segno nasce strutturalmente sociale: esso si costituisce e funziona grazie al fatto che viene adottato da una comunità di

parlanti. (Selimbene da Parma che parla nelle sue cronache di Federico II di Svevia che volle fare un esperimento per scoprire quale

era la lingua originaria: tolse i bambini appena nati dalle madri e li diede a delle nutrici che non dovevano mai parlare, e i bambini

erano morti.

Il compito di insegnare il nome delle cose è accompagrare alla prima conoscenza della realtà. (il bambino che crebbe con i lupi

e venne ritrovato a 16 anni non recuperò mai la capacità di esprimersi, usando il linguaggio come sistema semiotico: non solo non

distingueva gli oggetti perché non li aveva mai visti, ma poiché nessuno lo aveva accompagnato alla loro conoscenza, nulla suscitava

il suo interesse.

La glottodidattica inoltre ha segnalato che passare a un’altra lingua significa passare ad altri affetti. Questo si collega con l’idea

di comunità linguistica come comunità di parlanti (e a questo si collega il nazionalismo xenofobo: la paura di perdere la propria

lingua).

Tuttavia, l’appartenenza a una lingua è anche condizione inevnitabile e necessaria per aprirsi alle altre culture: il dialogo

presuppone la presenza di due dialoganti distinti e quanto maggiore è la differenza, tanto maggiore è la possibilità di scambio durante

la comunicazione.

2.5.4 I Sistemi Semiotici

Il segno si realizza come oggetto, nessun segno però è tale da solo: un oggettopuò diventare segno se entra in alternativa con

altri segni che dicono significati alternativi. Per esempio il funzionamento del codice binario, in cui lo 0, per funzionare si

contrappone all’1 (l’alternativa, l’opposizione al segno, può essere anche l’assenza.

Si parla di sistemi di segni perché i segni non sono mai isolati: rappresentano un insieme di significati possibili in esclusione

l’uno con l’altro., la diversità fra i segni.

I sistemi di segni possono essere linguistici o non linguistici.

Un sistema non­linguistico è un sistema di segni che prevede un determinato numero di posizioni ciasuna delle quali

corrisponde a un messaggio prestabilito, con un messaggio biunivoco tra segni e messaggi: il semaforo verde significa soltanto ‘puoi

passare’ e ‘puoi passare’ si rappresenta solo con il semaforo verde. Cos’ anche il sistema dei numeri arabi.

Un sistema linguistico naturale invece è un sistema segnico, che non prevede biunivocità, anche se naturalmente si basa su

corrispondenze semiotiche. Il sistema ha la funzione di fornire ai parlanti una serie di strumenti per comporre i messaggi. È un

insieme di strutture e regole, non un insieme pre­ordinato di segni­messaggi già fatti!

Le lingue si chiamano storico­naturali perché subiscono una evoluzione storica e sono un elemnto naturale della vita e della

crescita di un uomo nella comunità.

Nel linguaggio verbale non ci sono solo le parole: ci sono altri processi come deissi, ostensione, inferenza.

Deissi

2.6

Se volessimo rappresentare graficamente il segno ‘adesso’ cosa disegneremmo?

La parola ‘adesso’ non ha contenuto definito e autonomo: ha bisogno di agganciarsi a un contenuto definito e autonomo:

deveagganciarsi a un contesto per riempirsi di un significato concreto.

Quando si ha una deissi, si ha una parola che può assumere significati differenti rispetto al contesto, senza che ci siano

contraddizioni.

I deittici sono parole che presentano la caratteristica di assumere un significato in rapporto al contesto in cui vengono utilizzate

perché il loro significato effettivo non è dato dal sistema, ma corrisponde a un fattore dell’esperienza a cui rimandano. Hanno la

funzione di stabilire un collegamento fra il discorso e la realtà in cui esso si svolge. La deissi funziona nell’incontro fra il discorso e

l’esperienza.

Per interpretare il deittico non basta la conoscenza della lingua, perché occorre interpretare il deittico in relazione alla

situazione concreta in cui viene usato. I deittici non corrispondono a un’idea, ma piuttosto a una istruzione seguendo la quale

identifichiamo un aspetto preciso dell’esperienza. In ‘adesso’ per esempio, c’è l’istruzione ‘andate a identificare il segmento di tempo

in cui il discorso avviene’.

Le strutture deittiche sono numerose e appartengono a diverse classi.,

‘Ho dormito male’

Io è un deittico, anche se è omesso, e anche ‘ho, ­ito’ perché esprime un tempo particolare rispetto al momento dell’enunciazione.

Male e dormito invece non sono deittici perché hanno un significato preciso indipendentemente dal contesto.

Gli elementi forici: sono un tipo di deissi particolare e si hanno quando

­ si riprendono i denotati (Ho visto Chiara e le ho detto della festa) ­ anafora

­ si anticipano i denotati (Ti ho chiamato per dirti questo: è nato Enzo Saverio!) – catafora

Ostensione

2.7

In ogni contesto diciamo solo ciò che è pertinente per quel determinato contesto: il contesto interviene nella comunicazione

anche in maniera ‘silenziosa’, partecipa anche per il solo fatto di ‘essere lì’.

Se incontro una persona con le maniche corte a novembre, gli chiedo: ‘non hai freddo?’ e la mia domanda ha senso in quel

determinato contesto, e non per esempio se spostata nel contesto di una spiaggia a luglio!

L’ostensione è una parte muta della comunicazione, ne fa parte perché se non ci fosse il discorso non avrebbe senso.

Si apre una questione complessa: mettiamo l’esempio in cui Luigi parla e si confida con Roberta e Benedetta, Roberta lo

ascolta interessata, mentre Benedetta pur guardandolo pensa ai suoi problemi. Dove si colloca il confine fra espressione naturale e

simulazione usata intenzionalmente per far intendere all’altro qualcosa di diverso? L’attore è colui che usa il suo corpo per

trasmettere messaggi simulando il significato naturale, tipico dell’ostensione.

NB: Deissi e Ostensione

Deissi e ostensione sono diverse: nella deissi c’è una componente linguistica, che invece è assente nel caso dell’ostensione.

Inferenza

2.8

Il ragionamento che usiamo per interpretare i discorsi dei nostri interlocutori. Molto è affidati al contesto ma molto è affidato al

ragionamento dell’interlocutore.

(1) Mio figlio non guida; ha 15 anni

(2) Mio figlio non guida: è sposato

In (1) si percepisce un legame fra le due sequenze della risposta, che tuttavia non è espresso in termini linguistici, ma è

presente. Tanto è vero che in (2) se ne percepisce l’assenza perché non è possibile ricostruire il senso della frase. Il legame nascosto si

ricostruisce tramite l’inferenza. principio di buona volontà,

Nella comunicazione la componente inferenziale opera in base al secondo cui il destinatario

quando si trova davanti al testo lo affronta ponendosi in un atteggiamento per cui quello che sta ascoltando ‘deve sicuramente voler

dire qualcosa’. Guida il destinatario che si sforza di capire, ma anche il mittente che lo presuppone nel destinatario.

L’inferenza è un procedimento con cui otteniamo informazioni a partire da altre informazioni. Nella comunicazione verbale è

infinitamente di più quello che si lascia intendere rispetto a quello che si dice effettivamente. Questo comporta il rischio che non tutti

traggano le stesse inferenze a partire dalle stesse informazioni di partenza. Il compito della ragione è rilevante, perché il destinatario

deve comprendere.

Sentendo la frase: ‘Che bello, ho fatto un incidente!’ sentiamo il bisogno di giustificare questa affermazione che

apparentemente non manifesta un senso ovvio e il principio di buona volontà ci spinge a ricorstruire una inferenza più audace e

complessa. Infatti quando c’è senso c’è sempre anche un legame inferenziale. L’inferenza comunicativa spesso è complessa e puù

funzionare solo se il destinatario riceve abbastanza indizi per arrivare a giungere all’interpretazione.

Qui opera anche la dinamica dell’implicito: molte cose possono essere lasciate non­dette ed è il destinatario che deve inferire,

ricostruire quello che non è detto.

Stefano l’ha invitato al suo matrimonio, perciò lo conosceva.

L’inferenza non è costruita dal destinatario, ma dal mittente, se quelle precedenti erano inferenze comunicative, questa è una

inferenza comunicata.

I soggetti implicati: Principio di Interesse e di Pertinenza

2.9

Dietro tutte le componenti si coglie il ruolo fondamentale del soggetto. Il testo va interporetato e questo può avvenire solo

tramite inferenze, e per svolgere l’inferenza occorre un soggetto.

Inoltre le soggettività sono implicate nello scambio di messaggi perché il senso stesso di questo scambio di segni consiste nel

cambiamento operato in coloro che comunicano: se non c’è un cambiamento , tutta l’attività comunicativa nel suo complesso è

assurda.

Tuttavia, mi cambia una situazione che mi riguarda. L’inferenza è presente in tutti i messaggi, per questo il messaggio si

interpreta, non si decodifica. La ragione è una componente ineliminabile per il funzionamento di tutte le parti del linguaggio umano.

L’inferenza serve nel testo per superare le ambiguità e le indeterminazioni del sistema linguistico e per fare riferimento agli

aspetti del contesto (ostensione) rilevanti nel messaggio.

L’interpretazione è rischiosa ma necessaria: non si può non interpretare per cogliere un senso.

Il senso come Habit Change

2.10

Quando lo scambio di segni produce senso? Si ha senso quando questo scambio di segni non è indifferente ma produce un

cambiamento. Scambiando segni a caso (mattino jeep il) non produciamo un cambiamento perché non c’è senso. Il messaggio è uno

scambio di segni tale che attiva un senso.

Il senso però si ottiene anche senza parole: ci sono segni di natura diversa.

IL comunicazionista deve essere un esperto nello scoprire e sottolineare quegli aspetti che fanno di una informazione una

notizia rispetto a un certo target, un insieme di soggetti. Il suo compito è mettere in rapporto un dato (informazione) co la soggettività

del destinatario. Infatti spesso ci si accorge di parlare una persona, ma di trattare un argomento che questa persona non trova

interessante, e altrettante volte una informazione che non mi interessa diventa notizia perché mi interessa la persona che me la sta

comunicando. Nella comunicazione un punto essenziale è il coinvolgimento personale.

Tornando alla nozione di Senso =

1) percettore (i 5 sensi)

2) accezione, significato di

3) in contrapposizione al non­senso, all’insensatezza, nel caso in cui:

a. è distrutto il rapporto di base fra messaggio e realtà. Come lo scapolo che dice ‘Mia moglie

guida molto bene’

b. l’isensatezza colpisce il rapporto fra l’io e il tu, come lo sconosciuto che si avvicina e dice

‘mio fratello è farmacista’

4) il fine di un’azione.

Possiamo dire che un evento comunicativo è uno scambio di segni che produce senso, dove per senso intendiamo il

cambiamento delle soggettivitàcoinvolte nell’evento comunicativo stesso. Condizioni fondamentali del sorgere del senso sono

rapporto con la realtà (3a) e pertinenza (3b).

NB: Livelli del Cambiamento

Secondo Peirce, la comunicazione riuscita è quella che cambia, ciò che riguarda una persona. Secondo Peirce la comunicazione deve toccare e

cambiare lo habit del destinatario. Se ciò non avviene, la comunicazione non si può definire profonda e efficace. Il processo comunicativo consiste

quindi nello habit change (atteggiamento).

In greco antico distinguiamo diàthesis, stato d’animo, disposizione momentanea emotiva, e héxis, l’atteggiamento stabile, la disposizione

permanente. La nozione di Peirce di habit change fa riferimento a una accezione che include la diàthesis. Non si può pensare infatti che la

comunicazione modifichi realmente i soggetti coinvolti, tuttavia anche la héxis deve cambiare, l’atteggiamento di fondo del destinatario in una

comunicazione perché si possa dire che questa ha un senso rilevante.

La qualità testuale va valutata in rapporto alla sensatezza profonda di un messaggio che si ha se tocca, modifica e cambia le soggettività

implicate.

Secondo Searle, i parlanti ‘escono’ dalla comunicazione avendo assundo dei commitments, non habit changes.

La distanza fra le due posizioni si può ridurre notevolmente, si può parlare di complementarietà dei due punti di vista, dove si considera che

l’assunzione di un committment presuppone comunque uno habit change. Sono due punti di vista differenti: Peirce sottolinea l’aspetto psichico del

cambiamento laddove Searle sottolinea l’aspetto razionale­sociale.

3 Problemi di epistemologia e di metodo

Con epistemologia si intende quel discorso scientifico che assume come proprio oggetto le scienze stesse per definire la natura.

Il Discorso Scientifico

3.1

L’aggettivo che si accosta all’espressione ‘discorso scientifico’ è indubbiamente rigorosa. Un discorso scientifico per essere

rigoroso deve essere razionale: esplicitare e controllare il proprio fondamento (la propria giustificazione).un discorso che non si fonda

può anche essere vero, ma non può essere considerato scientifico.

Hjelmslev definisce questi requisiti per ogni teoria scientifica:

1, Coerenza – assenza di contraddizioni interne

2. Completezza – tutti i dati a noi disponibili sull’oggetto devono essere effettivamente spiegati

3. Semplicità – (o rasoio di Ockham) secondo cui fra due teorie che hanno uguale potere esplicativo

va preferita quella che richiede meno ipotesi esplicative.

Non basta che il discorso sia razionale, è necessario anche che sia rilevante. È rilevante scientificamente ciò che ha portata

significativa per la conoscenza sistemica di un certo ambito della realtà. Se la dimostrazione fatta di un avvocato qualsiasi

dell’innocenza del suo cliente non può essere considerata scientifica, la dimostrazione dell’innocenza di Dreyfus impone spiegazioni

che coinvolgono la storia europea di un certo periodo, quindi è considerabile come scientifica. La conoscenza più particolare è

scientificamente rilevante quando apre a conoscenze più grandi.

La rilevanza scientifica non va confusa con la rilevanza (sociale) della scienza, quest’ultima infatti coincide con l’utilità delle

sue applicazioni.

L’Oggetto

3.2

Nella caratterizzazione di una scienza è importante definire il suo oggetto, ossia l’ambito della realtà che quella scienza

affronta.

Oggetto reale: una qualsiasi cosa che muove il nostro interesse e che noi problematizziamo. Nel nostro caso, il ‘problema’ è la

comunicazione verbale. L’oggetto reale è un fatto che si manifesta attraverso un insieme di dati. Il dato si manifesta allo scienziato

come un problema, che lo affronta, se ne meraviglia. Il fatto sorprendente della comunicazione verbale è il fatto che un suono sia

portatore di un senso. Un insieme di suoni ci rimanda a un senso, questo fenomeno è formulato in una particolare lingua e struttura e

solo chi conosce questa lingua può comprenderne il senso, perché la semiosi varia da lingua a lingua.

Oggetto formale: il punto di vista di ciascuna scienza. Tutte le scienze possono dire cose diverse rispetto allo stesso oggetto

reale perché pongono domande differenti e assumono aspetti diversi come rilevanti (un libro per la geometria è le sue dimensioni, per

l’economia quanto costa…); ogni disciplina privilegia un aspetto particolare dell’oggetto facendo astrazione da tutti gli atlri punti di

vista. L’oggetto formale è l’insieme di risposte che l’oggetto reale da a una serie di domande. Quando una scienza pretende di essere

LA scienza in grado di spiegare in modo esauriente la totalità di un oggetto, si ha una forma di riduzionismo.

I Dati sono Indizi

3.3

Con ‘dato’ intendiamo quello che ci risulta dall’esperienza. La modalità tipica con la quale l’esperienza ci interpella è la sua

assurdità: nel caso della comunicazione verbale di troviamo di fronte a un dato (l’insieme delle interazioni comunicative) in cui eventi

fisici (suoni o caratteri grafici) attivano eventi mentali (significati e sensi).

La necessità di spiegare il deto sorge dal fatto che l’uomo non è indifferente alla realtà.

La ragione assume i dati come indizi, nella metafora dell’iceberg il dato immediato è la parte emersa dell’iceberg. Questo dato

però non può essere considerato come il tutto! Il dato viene valutato meglio quando è assunto come indizio a partire dal quale si può

ricostruire il fatto nella sua interezza.

Dati, Ipotesi, Esperimenti e Teoria

3.4

La scienza si incarica di ricostruire questo collegamento razionale fra dato e fatto elaborando dei modelli, rappresentazioni del

fatto che lo descrivono, lo spiegano. Il modello, interpreta l’oggetto reale nei suoi tratti secondo le categorie, le domande, che sono

proprie di una certa scienza. Il modello deve rispettare il dato: se dal modello derivano dati contraddittori rispetto ai dati a

disposizione, l’ipotesi su cui si fonda il modello non è accettabile: il dato controlla la validità del modello e della teoria.

Nella comunicazione verbale i dati che abbiamo a disposizione sono i messaggi in cui lo strumento linguistico o verbale è

prevalente. La domanda è come gli evnti comunicativi verbali siano possibili ossia come degli eventi fisici possano veicolare sensi.

Quali sono le condizioni grazie alle quali c’è un messaggio cioè comporta un cambiamento?

La domanda posta da ciascuna scienza crea un modello, rilevante è l’esperimento, procedimento di valutazione del modello.

Scienze Descrittive e Scienze Empirico­Deduttive

3.5

scienze formali

Le non hanno bisogno di valutazione empirica: la matematica è certamente correlata con l’esperienza in

quanto ha importanti applicazioni empiriche, ma la giustificazione del discorso matematico non è nell’esperienza (2 + 2 = 4 non

perché se sommo 2 + 2 mele ne ottengo 4!).

scienze empiriche

Le in rapporto con il tipo di correlazione che hanno con i dati si distinguono in descrittive, ipotetico­

deduttive. Le prime si limitano a raccogliere e descrivere i dati, le seconde puntano alla formulazione di ipotesi. Nel caso delle lingue

il dato di partenza sono gli eventi comunicativi verbali che possono essere osservati, descritti, classificati (scienza descrittivo­

classificatoria), il risultato è la descrizione puntuale degli aspetti che un certo oggetti esibisce.

La scienza esplicativa giunge a formulare un’ipotesi partendo dai dati. La formulazione di una ipotesi prevede operazioni

inferenziali (logiche) di vario tipo. Per esempio: immaginiamo che durante alcuni scavi archeologici si trovi una pietra azzurra

particolare, questa viene analizzata e si viene a sapere ogni cosa di essa. Poi nel luogo degli scavi viene ritrovato un mosaico, e si

suppone che quella pietra potesse esserne parte. Questa ipotesi dice un fatto che non può essere ricavabile dalla descrizione. Quando

si costruisce un’ipotesi, si trova il significato del particolare dentro alla sua totalità: quello che si vede rimanda a quello che non si

vede. Natura del Sistema Linguistico

3.6

Alla base del messaggio verbale si trovano le lingue storico­naturali.

Saussure, sottolinea che la lingua funziona grazie a una serie di correlazioni stabili fra significanti e significati, per cui ogni

volta che i parlanti pronunciano una certa parola vi associano un determinato concetto. Nella mente di tutti i parlanti c’è una

correlazione fra suoni e concetti. La presenza nella mente di suoni è solo virtuale: anzitutto strutture e regole linguistiche rimangono

sullo ‘sfondo della coscienza’ e vengono attivate solo in base ad una necessità comunicativa (non ho presnete in mente in ogni

momento tutte le parole di una ligua). Inoltre questa presenza virtuale non consta di rappresentazioni e immagini foniche concrete,

ma a un modello a cui riconduco un suono fisico ascoltato e modello il mio suono fisico nel parlato.

La lingua non è un dato, perché non la si riscontra come esistente e osservabile in qualche luogo: è solo ipotizzabile nella mente

dei parlanti. I dati sono gli eventi comunicativi verbali, non le lingue stesse.

La lingua è un sistema segnico di cui si ipotizza l’esistenza nella mente dei parlanti per spiegare il comportamento linguistico di

una data comunità di parlanti, che eseguendo certi suoni veicolano determinati significati e costruiscono a partire da questi, messaggi.

La lingua è astratta, non è un insieme di esemplari del modello (suoni particolari, rappresentazioni reali) ma è un sistema di

ipotesi di suoni e ipotesi

correlazioni tra immagini e suoni (modelli o patterns) e schemi concettuali (modelli o patterns) o anche tra

di pensieri.

Il Metodo

3.7

Il metodo comporta la fase della scoperta (euristica) e la verifica.

La fase euristica è quella in cui ‘brilla’ l’idea, in ci lo studioso intravede l’ipotesi con la quale potrebbe spiegare i suoi dati. Il

metodo consiste soprattutto nell’attenzione paziente e nella capacità di cogliere i particolari senza banlizzarli.

Il livello della verifica è il momento in cui il sapere viene messo alla prova: l’ipotesi formulata va giustificata. Si tratta di

percorrere il cammino inversi: se prima si era partiti dal dato per arrivare poi alla teoria, ora dalla teoria si ritorna al dato.

Per esempio: dopo aver osservato che molti mammiferi sono vivipari e averne formulato l’ipotesi, la teoria implica che se x è

un mammifero, allora sarà viviparo. Capita però che non tutti i dati di cui disponiamo sono deducibili dall’ipotesi: per esempio

l’ornitorinco pur essendo un mammifero è oviparo. Può sempre presentarsi un dato che confuta la teoria, mentre nessuna teoria può

garantire di implicare tutti i dati reali. Se p (la teoria) implica q (il dato) allora la falsità di q implica la falsità di p, ma la verità di q

non implica la verità di p. per quanto siano numerosi i dati che verificano l’ipotesi, cioè la confermano, non si potrà mai escludere il

presentarsi di un dato che la falsifichi. Tutto il sapere umano ha il carattere della provvisorietà

I Livelli dell’Astrazione

3.8

Il passaggio dal livello del dato al livello dell’ipotesi può avvenire in diversi modi.

Generalizzazione,

1. La attiva il classico procedimento induttivo: da uno a tutti. Perché osservo che alcuni gatti hanno la coda,

formulo l’ipotesi secondo cui tutti i gatti hanno la coda. Posso tuttavia incontrare in seguito dei casi di gatto per cui la mia ipotesi non

vale più.

Questo tipo di ipotesi non comporta nessuna variazione nella struttura dei dati (gatto e coda rimangono sempre gli stessi), è solo la

quantificazione che passa da ‘molti’ a ‘tutti’. Cioè, ‘per un numero importante di x vale p, quindi per tutte le x vale p’. il dato presume

certe proprietà e l’ipotesi presume le medesime proprietà.

passiamo dai dati al concetto non osservabile.

2. Attraverso l’astrazione L’esperienza offre dei dati per spiegare i quali

occorre ipotizzare qualcosa di nuovo, che vada al di là di quanto l’esperienza ci mette di fronte agli occhi. Per esempio, per spiegare

che una certa automobile può essere scambiata con una certa motocicletta, si ipotizza la ozione di valore, il quale non è un dato

osservabile ma un concetto ipotizzato per spiegare i dati reali. Il processo di astrazione è un processo con il quale formiamo concetti a

partire dall’esperienza.

Per esempio: che cos’è il fonema? Trubeckoj distinse per primo suoni e fonemi. I suoni possono essere analizzati dal punto di

vista fisico, con l’analisi fonetica, ma interessano al linguista dal punto di vista della costruzione di parole diverse che convogliano a

diversi significati. Queste composizioni di suoni sono i fonemi di cui si occupa la fonologia.

Ci sono molti modi diversi di pronunciare la ‘r’, tuttavia queste non sono differenze fonologiche, ma fonetiche, perché il significato

delle parole no cambia rispetto al modo in cui pronuncio la ‘r’.

A Trubeckoj dobbiamo la prova di commutazione che consente di verificare la pertinenza di una differenza fonetica per il sistema

fonologico: si tratta di sostituire un suono all’altro e verificare se il significato della parola cambia, in caso di riscontro positivo i due

suoni che sono stati sostituiti l’un l’altro sono fonemi della lingua. Se serve per distinguere significati, allora una differenza di suono

non è solo fonetica ma fonologica. In fonetica il fonema è una astrazione concettuale.

astrazione porta dai dati a entità nascoste,

3. il terzo livello di formulata a partire da indizi (l’esempio della tessera del

mosaico): spiegare la parte che la funzione essa ha nel tutto, Enrico che entra in casa, trova la luce accesa e la porta aperta e formula

l’ipotesi che sia entrato qualcuno.

Riassumendo: con la generalizzazione si estende a tutti quello che abbiamo visto essere di molti, con l’astrazione invece si

mettono in luce proprietà nascoste (il valore) o entità nascoste (il fatto che sia entrato un ladro) partendo da indizi.

NB: Come nasce una teoria?

Se in un momento successivo lo scienziato trova altri dati e anche un solo dato che contraddica la teoria, questa viene

falsificata, o sostituita o in parte modificata. Non è mai possibile raccogliere una serie di dati sufficiente a verificare in modo

definitivo una teoria. Quando un dato entra in contraddizione con la teoria, di solito non ne contraddice tutte le proposizioni, ma solo

alcune. Ma dato che la teoria costituisce un tutt’uno, risulta falsificata nel suo complesso.

Esempi: la declinazione nominale e il connettivo

Dall’osservazione delle forme delle espressioni nominali in tedesco, e delle loro funzioni sintattiche veniamo a ipotizzare quattro

classi fondamentali di forme che sono detti casi, i sostantivi sono divisi in declinazioni. I casi in quanto tali non sono osservabili, dico

che Buch è una forma che manifesta il caso nominativo, non che è il caso nominativo.

Le astrazioni più complesse sono a livello inferenziale: per esempio nel caso dei connettivi non manifestati, in cui si ipotizza

qualcosa che deve essere necessariamente presente per produrre/comprendere il senso di un testo. Il collegamento fra due enunciati

non è un dato osservabile, dobbiamo ipotizzare qualcosa che c’è ma rimane nascosto. L’inferenza toglie la contradditorietà dei dati:

tra i dati della situazione ‘porta chiusa e luce spenta’ e quelli della situazione ‘porta aperta e luce accesa’ c’è una contradditorietà

insanabile finchè Enrico non ipotizza che sia entrato un ladro.

4 Linguaggio e Ragione

Il lógos

4.1

La parola italiana logica conserva solo una parte del significato della parola logos da cui deriva. La logica è intesa oggi come

scienze relativa ai processi del ragionamento. In greco, la parola logos ha tre accezioni:

1. discorso/parola/linguaggio

2. ragione

3. calcolo

NB: Omonimia e Polisemia

In italiano si hanno parole che hanno un significante identico ma significati completamente differenti, in questo caso si ha l’omonimia: fiera=

1mercato locale periodico, 2animale selvaggio.

Differente è per esempio la parola carta, che in diversi usi ha significati differenti ma evidentemente imparentati, in questo caso si ha una

polisemia.

La differenza fra le 3 accezioni di logos è così marcata che si può parlare di concetto omonimi o si deve parlare invece di

polisemia? Per dimostrare una eventuale polisemia bisogna dimostrare che il linguaggio umano è permeato di ragione.

I sensi come organi percettivi di dimensioni particolari e la ragione come organo

4.2

relativo alla realtà nel suo insieme.

Ognuno dei sensi ha una funzione molto rilevante per il nostro rapporto con la realtà. Analogamente possiamo pensare alla

ragione come l’organo che rapporta l’uomo con l’insieme dell’esperienza e della realtà. Questo rapporto è fortemente connesso con il

linguaggio perché il linguaggio è luogo e condizione del rapporto di ciascun uomo con gli altri uomini e con il mondo.

Occorre oltrepassare un punto di vista cognitivista che riduce la mente umana ad un calcolatore: l’uomo è in grado di

oltrepassare nella sua immaginazione le esperienze fatte, di collocare i dati in un orizzonte più ampio rispetto alla propria esperienza

diretta, porsi mete che oltrepassano i dati e programmare di raggiungerli. Se i dati sono indizi, la loro funzione è quella di alludere al

tutto: se ci poniamo di fronte ai dati come se fossero la totalità ne perderemmo il senso. La ragione è proprio l’organo che apre alla

realtà, nella sua totalità.

L’uomo grazie alla ragione si riconosce ed è consapevole di se stesso all’interno della totalità.

Platone e l’“intreccio”di nomi e verbi

4.3

I grammatici antichi attribuivano al linguaggio umano la proprietà dell’articolazione, nel senso che ogni atto di comunicazione

è considerato come articolato in se stesso. L’articolazione può toccare sia significante che significato (se divido il discorso in parole,

lo divido anche in diversi significati, se faccio una divisione sillabica invece, è una divisione solo del significante).

Per quanto riguarda il discorso, Platone osserva che non è costituito dalla banale successione di elementi: ci vuole un legame

inferenziale cioè una ragione che tenga insieme gli elementi che compongono un testo. Il discorso ‘ha quasi un che di vivente’,

costituito da un tronco, una testa, delle estremità. ‘sicchè non risulti senza testa e senza piedi ma abbia le parti di mezzo e quelle

estreme scritte in maniera conveniente’. composizionalità

La tematica della coesione si sviluppa in Platone con la scoperta della , del fatto che il linguaggio umano

preseta anche strutture composte, ottenute dall’unione di più trutture linguistiche che vengono a formare un senso unitario e nuovo,

un senso che non coincide con la semplice sommatoria dei sensi delle strutture messi insieme (il ladro scappa, non otteniamo il

susseguirsi di due significati, ma un significato complessivo).

‘l’uno è chiamato nomi, l’altro verbi […] il segno che si riferisce alle azioni lo chiamiamo verbo […] il segno che si riferisce a

coloro stessi che compiono quelle azioni si chiama nome […] così dunque come, delle cose, alcune si accordano fra loro e altre

invece no, anche per quanto riguarda i segni della voce, alcuni non si accordano, e quelli di essi che invece si accordano

costituiscono un discorso’. (Seneca a Teeteto)

Il discorso, nasce dalla combinazione significativa di espessioni significative. La combinazione significativa è fondata sulle

differenze semantiche delle parole. I verbi sono segni che si riferiscono alle azioni, in cui un’azione è un qualsiasi modo d’essere. I

nomi sono segni che indicano coloro che compiono tali azioni.

Un’interpretazione banale del principio di composizionalità da l’idea che il discorso sia composto da ‘parti’, articolazioni.

Mentre Platone considerava il discorso come un corpo vivo che non può essere smembrato. Il discorso ha senso solo tutto intero e

proprio perché costituito da parti che sono fatte per stare l’una con l’altra. Solo se uniamo verbi e nomi otteniamo un testo sensato.

Per produrre senso, infatti, occorre mettere insieme almeno due elementi di cui uno dice il modo d’essere e l’altro un essere che può

essere in quel modo. Questa unione non si limita a nominare i diversi aspetti della realtà, ma afferma l’esistenza o la presenza, o

l’assenza di azioni. congrui,

Parlare senzatamente significa sempre combinare concetti che sono fatti l’uno per l’altro, ossia che sono uno scambio

di segni è un logos solo se in qualche modo attiva un nesso predicativo­argomentale.

La ragione è l’organo per rapportarsi alla realtà in generale, e la ragione è fatta di linguaggio perché questo rapporto con la

realtà è costituito dal linguaggio per due aspetti rilevanti:

­ è attraverso la lingua che l’esperienza si articola perché la lingua fornisce la rete categoriale

mediante la quale caratterizziamo i diversi aspetti dell’esperienza.

­ attraverso la composizionalità del linguaggio l’essere umano rappresenta stati di cose che

nell’esperienza possono riscontrarsi.

La composizionalità è gestita mediante la sintassi, che definisce le combinazioni ammesse e quelle non ammesse.

Grammatiche generative nella linguistica del novecento.

orientamento concatenativo,

1, porta alla costruzione di un sistema di regole sintattiche che vuole simulare la grammaticalità

propria del parlante nativo.

orientamento categoriale

2. si rifà alla grammatica di Husserl che punta a motivare semanticamente le regole sintattiche, più

vicino all’idea Platonica di symplokè.

L’orientamento concatenativo ha portato alla costruzione di un modello di lingua come un generatore di frasi, costituito da un

vocabolario, ossia da un sistema di segni (S S …S ), articolati in classi (Art, Nom, Agg..), e da un sistema di procedimenti o regole

1 2 n

per combinare i segni in modo da ottenere espressioni linguistiche (la lingua come generatore di frasi). Il parlare viene inteso come

applicazione di una regola del secondo sistema al sistema di segni in modo da creare una concatenazione: R = S + S

4 g t

Come rileva Platone, pur restando vero che la lingua è arbitraria, la composizionalità ne rivela un’altra dimensione: il

linguaggio rispecchia la struttura della realtà. E Platone nota che le parole si caratterizzano per il fatto di avere funzioni diverse.

Dall’unione di nome e verbo otteniamo un logos caratterizzato da symplokè, solo questo nesso garantisce l’autentica composizione

linguistica.

Composizionalità e Virtualità

4.4

Nell’ipotesi di Platone il senso dipende dal rapporto nostro e della lingua con la realtà; nell’ipotesi concatenativa, il senso è

generato da un dispositivo che si dice innato e che non ha alcun rapporto con l’uomo e nasce automaticamente da un procesimento

meccanico. La composizionalità è la combinazione significativa di parole, cioè combinazione che produce senso. Studiare la

composizionalità significa studiare a quali condizioni la combinazione delle parole da luogo effettivamente ad un senso. Studiare

l’intreccio possibile di predicati e argomenti significa esplicitare il contenuto delle espressioni che si combinano e esplicitare le

condizioni per cui queste espressioni possono essere significativamente unite.

La composizione da origine alla rappresentazione di una realtà possibile. Per questo si può dire che la symplokè è costitutiva

della virtualità. Le strutture che creiamo attraverso la combinazione significativa costituiscono la dimensione di potenzialità della

ragione, che si contrappone all’attualità che possiamo accostare soltanto attraverso una verifica nell’esperienza.

NB: La cosiddetta realtà virtuale

Con realtà virtuale si intende una grande varietà di costruzioni semiotiche su base informatica.il tratto che viene condiviso da queste variegate

costruzioni è la simulazione delle esperienze reali: modelli dinamici dell’esperienza con funzione di surrogati parziali di essa. Essa può contribuire

enormemente a potenziare la nostra presa sulla realtà reale; però esiste anche un virtuale usato come surrogato definitivo del reale: il ‘mondo

alternativo’ del Truman Show. Ma il simulatore può bastare a se stesso?

L’esperienza fatta attraverso il linguaggio, data la natura semiotica particolare della comunicazione verbale, si presta meno al rischio di

diventare alternativa all’esperienza reale. L’arbitrarietà del segno linguistico sottolinea l’alterità di discorso ed esperienza. Il testo è sempre e

comunque portatore di un mondo che il testo menziona, introduce o addirittura crea. Tale mondo, tipico del testo narrativo, crea una vera e propria

simulazione di esperienza.

La composizionalità,può non trovare una corrispondenza con il vero stato delle cose. Fra i possibili enunciati esiste sicuramente

‘Luigi mangia una carota’ ma non è detto che questo sia vero nella realtà. La possibilità di dire cose false e insincere nasce dalla

virtualità delle rappresentazioni semantiche generate dal linguaggio: ciò che ci permette di mentire è il fatto che possiamo affermare

alcune cose che sono possibili, ma non risultano reali. E la composizionalità quindi assicura la libertà dell’uomo di fronte alla realtà.

Il linguaggio è quel momento della ragione che predispone le strutture semantico­pragmatiche ossia le categorie con cui

il soggetto affronta la realtà nell’esperienza. La ragione non coincide totalmente con il linguaggio: la loro diversità è soprattutto il

rapporto con l’esperienza

Grammaticalità, Congruità e Coerenza

4.5

Per ottenere la struttura comunicativa elementare (il primo e più breve dei discorsi) bisogna intrecciare parole che dicono azioni

con parole che dicono quello che fanno le azioni.

Prendendo il precicato ‘camminare’ posso avere argomenti come ‘Socrate, il bambino, Chiara…’ ma non argomenti come ‘l’acqua, la

gioia…’ Ne ‘la gioia cammina’ potrebbero trovarsi interpretazioni metaforiche e abbiamo la percezione di qualche livello di

correttezza, (con Chomsky, di grammaticalità) tale espressione rispetta infatti le regole sintattiche e morfologiche.

Nella buona formazione di un discorso dobbiamo dunque distinguere, oltre alla grammaticalità, il livello più profondo della

congruità,

coesione logico­semantica, ossia il livello della che condiziona la sensatezza e la capacità del discorso di fare riferimento

alla realtà.

La sensatezza non va confusa con la verità:un discorso falso è in effetti sensato e dunque congruo. Anzi, una costruzione è

congrua anche se è contraddittoria: il senso contraddittorio è comunque senso proprio perché riesce a manifestare la sua

inconsistenza.

Questo numero è pari e dispari, ho mangiato una pasta alla carbonara ma sono digiuno, sono testi evidentemente contraddittori ma

che hanno un senso.

Invece Mi piacciono gli arrivi blu, questa montagna è intelligente sono espressioni che non hanno senso.

Linguaggio e ragione

Logos è un termine greco ripreso in italiano da ‘logica’. E si trova anche nelle

parole come cardiologo, con il significato di ‘discorso attorno a’. In greco significava

calcolo, linguaggio e ragione. Si tratta di omonimia (lama) o di polisemia (come

promettere: ‘ti prometto di portarti al cinema’ e ‘promette di diventare un bravo

ingegnere’)?

Fra ragione e calcolo c’è un nesso: il calcolo implica la ragione.

1. la ragione è l’organo percettore che mette capo ad una percezione. L’organo

della ragione mette l’uomo in rapporto con la realtà nella sua totalità. Grazie al logos

possiamo parlare della realtà. È ragionevole il collegamento linguaggio­ragione.

2. la ragione non è completamente calcolo, la ragione trova enti che sono bene e

li persegue come obiettivo (non è un calcolo).

La ragione sa interpretare il dato, astraendo rispetto a ciò che lo circonda (la

penna scrive bene/del fagiano).

Intreccio delle Parole

Si trova esplicitato nel Sofista di Platone. Teeteto chiede allo straniero come

combiniamo le parole. Bisogna diversificare chi compie le azioni, ONOMATA e le

azioni stesse, REMATA. Se non le combiniamo fra loro, otteniamo solo un elenco.

Combinando invece onomata e remata insieme otteniamo un’unità di significato, un

logos. In un intrecio garantito dalla diversa funzione.

Sono però componibili solo le parole che sono predisposte a stare insieme

logicamente.

Le realtà sono entità e modi d’essere, e come questi ci sono nella realtà, esse

devono esseci anche nella parola.

Nesso predicativo­argomentale: due parole possono stare insieme solo se c’è un

nesso predicato­argomentale, due parole come due elementi, che si combinano per

formare qualcosa che non è una sommatoria (H O).

2

Ci vuole congruità, diversa funzione, ragione logica per cui c’è un nesso.

Cogruità: Luigi, bambina, acqua e cammina, nono posso con acqua perché è un

nesso non ammesso nella realtà, sono i predicati a stabilire quali argomenti sono

congrui e quali no. Quando c’è una lesione nel nesso, non si da congruità

dell’argomento rispetto al predicato, non brilla un significato, non c’è senso.

4.6 – La Natura del Significato

Il parlante comune è indifferente al significato: ci interessa il contenuto del messaggio e le

parole sono strumenti (come quando siamo in macchina: non pensiamo a come funziona la

macchina). Ma a volte la comunicazione va in crisi: devo quindi riflettere su significante, significato

e nesso. Si diventa analisti della comunicazione.

Condizioni fondamentali che determinano il processo di costituzione del senso testuale a

partire dai significati delle parole:

La struttura testuale minima è di natura predicativo-argomentale, con il predicato che è un modo

d’essere e l’argomento che è un’entità. La congruità non è garantita dalla combinazione si un

predicato qualsiasi con un argomento qualsiasi, ogni predicato seleziona certi argomenti. Caratteri

del predicato:

● numero degli argomenti.

- I predicati che prevedono un solo posto argomentale si dicono monadici P x (passeggiare).

Ciò non impedisce che due o più entità si associno nel loro passeggiare (Paolo e Agnese

passeggiano = Paolo passeggia e anche Agnese passeggia). Per passeggiare in ogni caso basta

un solo essere.

- I predicati che necessitano di due entità si dicono diadici P(x ,x ) (litigare)

1 2

Piove è monoargomentale perché richiede una situazione iniziale di tempo atmosferico

che viene modificata. Si vede particolarmente nell’inglese – it rains.

- I predicati che necessitano di tre entità si dicono triadici P (x ,x ,x ) (dare, dire…)

1 2 3

- I predicati che necessitano di quattro entità si dicono tetradici (vendere,

comprare, tradurre – qualcuno (x ) vende qualcosa (x ) a qualcuno (x ) per una

1 2 3

somma (x ))

4

- Ci sono anche alcuni predicati pentadici (affittare – qualcuno (x ) affitta qualcosa

1

(x ) a qualcuno (x ) per una somma (x ) per un certo periodo (x ))

2 3 4 5

- Il predicato con numero massimo di argomenti è il verbo russo: Komandiovat (mandare in

missione), il comandante (1) manda il soldato (2) in missione da Milano (3) a Mosca (4) con

uno scopo (5) per un certo tempo (6)

Nelle lingue naturali, tuttavia, abbiamo anche predicati che non sono verbi. Accanto ai

numerosi verbi di natura monadica abbiamo un grande numero di aggettivi (bianco, nero,

rotonda, calvo…) e avverbi (nervosamente, felicemente, forse, probabilmente…) dove

quest’ultimo non caratterizza direttamente un’entità ma un evento.

Alcuni altri aggettivi, ad esempio adatto sono diadici (questo vestito (x ) è adatto (P) alla

1

stagione invernale (x )), o anche: uguale, diverso, sopra, al di sotto… le congiunzioni in

2

generale sono predicati diadici che hanno come argomento le espressioni che connettono.

(non ho finito il lavoro (x ) perché (P) mi ha chiamato Giovanna (x )).

1 2

Se dico: Enrico passeggia con Claudia, non è necessario che egli passeggi con qualcuno.

Invece in: Enrico e Claudia passeggiano si ha un enunciato complesso composto da due

enunciati semplici.

Allo stesso modo: se dico Luca legge con gli occhiali, ‘con gli occhiali è un attributo

accidentale, non del P ma del nome, Luca.

AVVERBI: Andrea (x ) beve (P ) il caffè (x ) nervosamente (P ). Nervoso è il modo di bere, si

1 1 2 2

crea una gerarchia di predicati per cui P si collega a P

2 1

● qualità degli argomenti

Ciascun posto argomentale ammette certi argomenti e ne esclude altri. Ciascun predicato

impone condizioni, significati non asseriti specifici.

Per esempio intelligente può essere collegato a libro, ragazza, proposta, cane… ‘intelligente’

ammette esseri umani, esseri ‘umanizzati’ e prodotti dell’uomo. Invece non è accettabile

‘questa montagna è intelligente’.

Ci sono usi figurati, metafore testuali, e noi ci sforziamo di capire la metafora per il principio

di buona volontà.

Deve esserci senso perché la lingua è un modo sensato di documentare la realtà.

Per esempio costruire esige che in x compaia un oggetto che non esiste ancora se non sotto

2

forma di idea o progetto, vero esige un argomento discorsivo.

Dare e dire sono entrambi predicati triadici, tuttavia se dare si riferisce sempre a un x non

3

umano o disumanizzato, dire si riferisce a un x discorsivo, perciò è un predicato

3

metadiscorsivo.

P può selezionare come sua x anche un altro predicato.

Infatti anche l’argomento ha un proprio contenuto semantico (un argomento è tipicamente un

nome ma può essere anche un oggetto discorsivo o un altro predicato: Luigi corre

velocemente = il correre di Luigi è veloce: le strutture non nominali sono ‘nominalizzate’).

Negli argomenti si racchiude un significato, e la qualità di un argomento è ciò che caratterizza

quell’entità. Per esempio, uomo, può essere caratterizzato da U (umano) M (maschio) A

(adulto). I predicati interni agli argomenti stabiliscono a quale condizione una entità è di quel

tipo; stabilire come dev’essere una z per essere classificata come uomo: x : Ux ^ Mx ^ Ax,

con x che sta per un qualsiasi tipo di entità.

IPONIMO E IPERONIMO: tigre è un totem (occorrenza) di un type (insieme), per

esempio animali. Un insieme è composto da diverse occorrenze, tutte accomunate da tratti

specifici. Type è iperonimo, gli elementi accomunati da tratti rappresentano l’iperonimia, i

singoli elementi che hanno il tratto dell’iperonimo si dicono iponimi, e per essere iponimo

dell’iperonimo deve soddisfare le richieste.

Perché la frase abbia senso bisogna avere che la parola scelta come argomento sia iponimo

dell’iperonimo: una parola che ha come requisiti quelli richiesti dal predicato.

La congruità scatta fra l’argomento con cui costruiamo la frase e i presupposti della sede

argomentale.

● ordine degli argomenti. Per esempio i verbi dare e ricevere, passando da un verbo all’altro

gli argomenti si scambiano tra loro; le strutture si presentano come sinonimiche, tuttavia il

diverso ordine degli argomenti rappresenta una diversa prospettiva di lettura della situazione:

dare e ricevere, vendere e comprare, sotto e sopra sono detti conversivi: P(x , x ), P’(x , x ).

1 2 2 1

Lo strumento morfologico che crea il conversivo di un verbo è la diatesi passiva.

Il tema del campo d’azione del predicato è importante per definire il contributo di ciascun predicato

al senso del testo. È importante capire a cosa si riferisce un predicato.

Le implicazioni del predicato sono importanti: significa che un verbo singolo come

‘costruire’ implica una lunga serie di operazioni (comprare il terreno, pagare un architetto,

comprare i materiali…)

I requisiti imposti dal predicato a ciascun posto argomentale definiscono le condizioni di

congruità in quanto un argomento è congruo solo se rispetta le condizioni del posto argomentale.

Pur non rientrando nella parola che caratterizza l’entità-argomento, sono indispensabili per

costruire l’espressione corretta. Questo/qualche/un… sono chiamati determinanti.

● Il primo gruppo di determinanti (un, qualche…) raccoglie i determinanti indefiniti, che

contengono il significato dell’aggettivo indefinito ‘qualche’ e sta ad indicare che esiste una x che è

un certa entità con un certo predicato. (Qualche bambino gioca = esiste una x che è il predicato

bambino e questo bambino gioca: (Bx^Gx)).

∃x

● I determinanti definiti che contengono l’articolo definito ‘il’ solo se l’entità è nota

all’interlocutore.

● Determinanti che hanno in comune una pretesa di universalità (tutti, ogni, nessuno…)

Divisioni

Il gatto miagola – I articolazione – il/gatto/miagola – parole

– II articolazione – il/gat/to/mi/a/go/la – sillabe

– III articolazione – m/i/a/g/o/l/a – unità che non veicolano significato, ma entrano a

far parte di un’unità con un significato.

Predicati connettivali/Connettivi

Piove e tira vento, non ha come argomento elementi sostantivali ma predicati intrafrastici!

Hanno come argomento enunciati e formano enunciati complessi.

- Piove e tira vento p e q e (p,q) [e seleziona p e q]

- Piove o splende il sole p o q o (p,q)

o come disgiunzione

- Se piove rimango a casa p q p  q se p, allora q

- Sono andato al cinema ma non mi sono divertito. p  nonq

è un ma avversativo, p normalmente implica q, ma qui implica nonq!

In italiano si hanno due tipi di MA:

- abbaia ma non morde – ma interfrastico

- Non era Mario ma pietro – ma intrafrastico, sostituibile con ‘bensì’. Cioè si esprime la

concorrenza di due argomenti per intervenire come secondo argomento, le entità che potrebbero

intervenire sono (1) e (2) , il primo candidato possibile non si da a favore del secondo (le due entità

devono essere OMOGENEE, una deve essere l’alternativa dell’altra)

- Sto a casa perché devo studiare perché(p,q)

Il poiché è sinonimo di perché ma lo uso nelle frasi in cui anticipo la causa.

4.7 – Senso, non-senso, controsenso

Il senso nasce esclusivamente da una combinazione congrua di predicati e argomenti: la

lesione della congruità comporta un opacità del senso: il destinatario non è in grado di capire il

discorso. Per esempio ne ‘la gioia cammina’, gli elementi che ho non sono fatti per stare insieme.

Questo fenomeno è chiamato ‘non senso’ e rappresenta un annullamento del testo. Quando il testo è

incongruo e insensato, il destinatario fa di tutto per recuperare la sensatezza (una delle massime

della conversazione di Grice).

La lesione della coerenza, la creazione di un controsenso è qualcosa di diverso, la

contraddizione è dicibile, costituisce qualcosa che è comunque un testo, infatti si può intervenire e

correggere la contraddizione, ma non la incongruità.

CONGRUITA GRAMMATICALE ≠ CONGRUITA SEMANTICA. In ‘la gioia cammina’

c’è congruità grammaticale, ma non congruità semantica. Invece in ‘purchè il cammina’ c’è anche

agrammaticalità

4.8 – Coerenza e contraddizione

Il principio di coerenza e non contraddizione viene formulato per la prima volta da Aristotele.

Dimostrare è una delle parole-chiave della scienza e la dobbiamo ad Aristotele: significa far

vedere la verità di un’affermazione facendo discendere la verità di questa affermazione dalla verità

di un’altra, per implicazione.

Ogni scienza, partendo dall’evidenza (ciò che non occorre essere dimostrato) pone alcuni

principi, gli assiomi, che la scienza non mette più un discussione.

Per il principio di non contraddizione una cosa non può essere e non essere nello stesso

tempo e sotto il medesimo aspetto. Luigi ha una bici nera e decide di dipingerla di rosso, la bici

sarà di un diverso colore ma in un diverso tempo. Se la bici non fosse completamente nera ma ci

fossero delle scritte bianche, la bici sarebbe insieme nera e bianca, ma non nel medesimo aspetto

(non nello stesso punto).

Questo principio è necessario, ma come dimostrarlo? Aristotele si pone in un dialogo con uno

scettico e lo sfida a sottolinearne la contraddizione (questo principio può essere dimostrato soltanto

sottolineando l’impossibilità di confutazione). Il principio di non contraddizione si applica anche

alle parole: se lo scettico attribuirà qualche significato a qualche parola, avrà riconosciuto il

principio, applicandolo. Anche dicendo ‘non ha senso’, riconoscerebbe il senso dell’affermazione e

applicherebbe il principio di non contraddizione delimitando un senso preciso (che non è nessun

altro senso) per quelle parole.

NB: Il dubbio

Agli albori della civiltà occidentale, venne stabilita la libertà di parola, ma quando il potere della

parola diventa assoluto in quanto tutto può essere vero e tutto può essere falso, perché tutto dipende da

come le cose vengono dette e presentate, si assiste al suicidio della democrazia in quanto non si riesce

più a fare appello alla realtà per giudicare la veridicità di quello che viene detto. Le parole valgono

soltanto per la capacità che hanno di dominare. Davanti a questa prospettiva, Aristotele formula un

principio universale: si può dubitare di tutto ma non si può dire che una stessa cosa è allo stesso tempo

e sotto il medesimo aspetto sia vera che falsa.

La coerenza è quindi una qualità irrinunciabile dell’atto comunicativo.

4.8.1 – L’indeterminatezza dell’articolazione categoriale: l’esprit de finesse tra

flessibilità e confusione


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze linguistiche (BRESCIA - MILANO)
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