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Riassunto esame Linguistica generale, prof. Gatti, libro consigliato La comunicazione verbale, Rigotti, Cigada Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Linguistica generale della professoressa Gatti, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente La comunicazione verbale degli autori Eddo Rigotti, Sara Cigada;
Editore: Apogeo Education, Edizione: 2013. Sulla linguistica generale con approfondimento in merito a modelli di comunicazione, problemi di epistemologia, linguaggio e ragione,... Vedi di più

Esame di Linguistica generale docente Prof. M. Gatti

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La ragione è, analogamente, l’organo che ci mette in rapporto con la totalità della realtà e

dell’esperienza, è l’ “organo del tutto”.

Per concepire la ragione in questo modo, ovvero come “organo del tutto”, è necessario oltrepassare

approccio di tipo cognitivista (cognitivismo computazionale) che riduce la mente umana a un

calcolatore: la ragione è anche calcolo, ma non solo.

(1) La ragione infatti è capace di leggere i dati come indizi di una totalità più ampia, di

collocarli in un orizzonte più ampio rispetto alla propria esperienza diretta, di porsi delle

mete che oltrepassano i dati e di agire, anche linguisticamente, per raggiungere tali obiettivi.

Quindi la funzione dei dati è quella di rimandare ad altro, al “tutto” di cui è parte e

manifestazione. La ragione è proprio l’organo che apre a quel che c’è, nella sua totalità.

(2) Il moto della azioni del soggetto umano è il desiderio: l’uomo agisce sulla realtà in rapporto

al proprio desiderio. La ragione infatti ha una dimensione fortemente dinamica: la sua

funzione fondamentale è la capacità di dirigersi verso un fine estrinseco. Un’immagine che

rappresenta la ragione in questo modo è dato da un pezzo di ferro attratto dalla calamita. Il

soggetto, grazie alla ragione, si scopre come un aspetto della realtà stessa: tra tutte le cose

che ci sono, ci sono anch’io. La ragione, inoltre, grazie alla quale l’uomo scopre le cose e se

stesso tra le cose, rende l’uomo diverso dalle altre cose perché è consapevole della propria

collocazione all’interno della realtà. L’uomo, grazie alla ragione, è quindi una realtà

“consapevolmente particolare” all’interno della totalità.

Platone e l’ “intreccio” di nomi e verbi

I grammatici antichi vedevano la caratteristica del linguaggio umano nell’articolazione, nel senso

che ogni atto di comunicazione era considerato come necessariamente “articolato” in se stesso,

complesso, nato da una composizione, come una semplice successione di elementi.

Il termine “articolazione” deriva dal latino “articulus”, che deriva a sua volta da “artus”, che

significa segmento, membro, parte di un corpo.

Per quanto riguarda il logos inteso come discorso, già Platone osservava che esso non è fatto dalla

semplice successione di elementi: è necessario un legame inferenziale, spesso lasciato implicito e

ricostruito dal destinatario tramite inferenze, cioè una ragione che tenga insieme gli elementi che

compongono un testo. Platone paragona il testo al corpo umano affermando che il discorso è quasi

“un che di vivente”, costituito da una testa, un tronco e dalle estremità.

La tematica della coesione si sviluppa in Platone con l’intuizione della composizionalità: il

linguaggio umano non presenta solo singole espressioni linguistico – semiotiche, dotate di

significante e significato, ma anche strutture composte, ottenute dall’unione di più strutture

linguistiche che vengono a formare un senso unitario e nuovo, un quid, un senso, cioè che non

coincide con la semplice sommatoria, la giustapposizione dei sensi delle strutture messe insieme.

Esempio: se si confronta “il ladro” e “scappare” con “il ladro scappa”, notiamo che in quest’ultima

espressione si crea un “enunciato” che asserisce il realizzarsi dello scappare del ladro nel tempo in

cui ha luogo la comunicazione. Otteniamo quindi non il susseguirsi di due significati, ma la

rappresentazione di una scena, un senso complessivo che non è riducibile alla giustapposizione del

senso di “ladro” e del senso di “scappare”.

La lingua ci permette di costruire un numero praticamente infinito di messaggi a partire da un

numero finito di elementi di base. Platone descrive questo fenomeno, ovvero come avviene la

combinazione delle parole nel Sofista.

Prendiamo una serie di nomi, come uomo, cervo, leone, cavallo, e una serie di verbi, come corre,

dorme, cammina, mangia.

Se per esempio dicessimo “cammina corre dorme” e tutti gli altri verbi che significano azione,

anche se uno li dicesse uno dopo l’altro, non otterremmo un discorso, ma un elenco.

Lo stesso avverrebbe se dicessimo “leone cervo cavallo” e tutti gli altri nomi che si possono

riportare di coloro che compiono azioni.

Nel momento in cui, invece, uniamo verbi e nomi, otteniamo subito un discorso, un logos, un senso

unitario, anche nel caso esso sia il più breve e il primo come “l’uomo impara”.

Il discorso, non importa se semplice o complesso, nasce dalla combinazione significativa (che

produce senso) di espressioni significative, la quale è fondata sulla differenziazione semantica

delle parole, ovvero di parole che svolgono funzioni complementari tra loro.

Platone distingui nomi e verbi:

- I verbi, in greco remana, sono segni che si riferiscono alle azioni e svolgono funzione

predicativa.

- I nomi, in greco ónomana, sono segni che designano coloro che compiono tali azioni e

svolgono funzione denominativa.

Il discorso, però, non nasce dalla semplice giustapposizione fisica di nomi e verbi, ma esso ha senso

solo tutto intero e ha senso proprio perché è costituito di parti che sono fatte per stare l’una con

l’altra. Questa intuizione viene oggi chiamata principio di composizionalità, cioè l’idea che il testo

è fatto di parti. Quindi sono se uniamo, in greco “sympléko”, intrecciamo verbi e nomi otteniamo

un testo sensato.

Dal verbo greco sympléko derivano il termine latino “plecto”, il termine italiano “plico” e il termine

tedesco “Flechten”.

Per Platone quindi linguaggio inteso come logos, discorso, funziona perché è articolato: ha dentro di

sé due componenti differenziate, reciprocamente complementari, si tratta di una sorta di sostanza

chimica composta.

Per produrre senso, cioè per dare vita ad un logos, è necessario mettere insieme almeno due

elementi di cui uno dice un modo d’essere, ovvero un’azione, e l’altro un essere che può essere in

quel modo, ovvero entità. Questa unione non si limita semplicemente a nominare i diversi aspetti

della realtà, ma afferma l’esistenza o la presenza o l’assenza dell’azione, l’esistenza o non esistenza

di un’entità. Per questo dobbiamo dire che il discorso non denomina semplicemente, ma afferma.

Questa intuizione fatta da Platone ha dato successivamente origine al principio di congruità:

parlare sensamente significa sempre combinare concetti che sono fatti l’uno per l’altro,

differenziati, complementari, congrui. In ambito logico - semantico questa relazione è stata

chiamata nesso predicativo – argomentale: i predicati sono modi d’essere e gli argomenti sono gli

esseri che sono coinvolti in tali modi d’essere. Quindi uno scambio di segni è un logos se attiva un

nesso predicativo – argomentale.

Tornando ora al concetto di ragione, ovvero l’organo utilizzato dal soggetto umano per rapportarsi

alla realtà nel suo complesso, possiamo notare che essa è fatta di linguaggio perché questo rapporto

con la realtà è costituito dal linguaggio per due aspetti rilevanti:

- L’esperienza si articola attraverso la lingua in quanto essa fornisce la rete categoriale

mediante la quale caratterizziamo i diversi aspetti dell’esperienza;

- L’essere umano rappresenta stati di cose, cioè fatti, che nell’esperienza possono riscontrarsi

attraverso la composizionalità del linguaggio.

Il linguaggio è quindi lo specchio della realtà.

Composizione e virtualità

La composizionalità è stata definita combinazione significativa delle parole, cioè combinazione

che produce senso. Studiare la composizionalità significa pertanto chiedersi a quali condizioni la

combinazione delle parole dà effettivamente luogo a un senso.

Abbiamo detto che la combinazione dà origine alla rappresentazione di una realtà possibile.

Possiamo quindi dire che la symplokè è costitutiva della virtualità, è il luogo nel quale si situano

tutti i possibili frammenti di mondo, “capaci di aver luogo”.

Le strutture che creiamo attraverso la combinazione significativa costituiscono la dimensione di

virtualità o potenzialità della ragione, la quale si contrappone all’attualità, all’essere effettivo,

che possiamo accostare soltanto attraverso una verifica, diretta o indiretta, nell’esperienza.

Ma cosa si intende esattamente con “realtà virtuale”?

Con realtà virtuale si intende una grande varietà di costruzioni semiotiche su base informatica,

come, ad esempio, le simulazioni di guida di un veicolo, o la simulazione di un esperimento

chimico.

Il tratto condiviso da queste costruzioni semiotiche è la simulazione di esperienze reali: sono

modelli dinamici dell’esperienza che si comportano – reagiscono come la realtà per una serie di

aspetti conoscitivi e pratici.

Il virtuale offre una serie di vantaggi propri dell’esperienza reale senza i costi (costi d’esecuzione,

risorse finanziarie, tempo, conseguenze catastrofiche) che l’esperienza reale inevitabilmente

comporta.

Dobbiamo, però, riconoscere due diverse possibilità di sfruttamento della realtà virtuale:

- Realtà virtuale che potenzia il legame con la realtà virtualità virtuosa;

- Realtà virtuale usata come surrogato definitivo del reale: il virtuale diventa prigione

dell’uomo che non esce mai, che non confronta mai l’esperienza virtuale con l’esperienza

del mondo non – virtuale (“The Truman Show”) virtualità perversa.

Per quanto riguarda il rapporto tra realtà virtuale e virtualità del linguaggio, è necessario

sottolineare una specificità di quest’ultimo: l’esperienza fatta attraverso il linguaggio, data la natura

semiotica particolare della comunicazione verbale, si presta meno al rischio di diventare alternativa

all’esperienza reale. Infatti l’arbitrarietà del segno linguistico sottolinea l’alterità di discorso ed

esperienza.

Il testo è comunque portatore di un mondo che il testo menziona (besprochene Welt) o crea

(erzählte Welt): questo mondo, soprattutto nel secondo caso, crea una vera e propria simulazione di

esperienza grazie al potenziale evocativo dello strumento verbale.

Anche qui si pone quindi l’alternativa tra virtualità virtuosa e virtualità perversa.

La composizionalità, in quanto genera l’insieme dei possibili frammenti di realtà, può non trovare

una corrispondenza con il vero stato di cose. Il criterio di demarcazione tra virtualità e realtà è dato

dalla possibilità della menzogna: ciò che ci permette di mentire è il fatto che possiamo affermare

alcune cose che sono possibili, ma non risultano reali.

La possibilità di mentire, di dire cose false e insincere costituisce il fondamento del linguaggio

umano e consente di distinguerlo da quello animale: “gli animali, infatti, non sanno mentire”.

(Uspenskji)

Quindi possiamo dare una prima risposta al nostro problema di fondo del rapporto tra linguaggio e

ragione: il linguaggio è quel “momento” della ragione che predispone le categorie (strutture

semantico – pragmatiche) con cui il soggetto affronta la realtà nell’esperienza.

La ragione, quindi, non coincide totalmente con il linguaggio e il suo “di più” è dato dal rapporto

con l’esperienza. Grammaticalità, congruità e coerenza

Per la composizionalità ogni predicato deve essere legato a una precisa classe di argomenti.

Se, ad esempio, prendo un predicato come camminare, posso avere argomenti come Socrate, il

bambino, Luca, ma non argomenti come l’aria, l’acqua, la gioia.

In realtà nell’espressione “la gioia cammina” è possibile trovare un’interpretazione metaforica e

possiamo dire che le regole sintattiche e morfologiche siano comunque rispettate.

Nella buona formazione di un discorso dobbiamo quindi distinguere, oltre al livello della

grammaticalità, il livello più profondo della coesione logico – semantica, detto con un termine

molto antico, livello della congruità.

La congruità condiziona la sensatezza, ovvero la capacità del discorso di fare riferimento alla

realtà. La sensatezza, però, non va confusa con la verità: un discorso falso è infatti sensato e

congruo. Anche una costruzione contraddittoria è congrua: il senso contradditorio è comunque un

senso proprio perché riesce a manifestare la sua inconsistenza.

Esempio:

- Questo numero è pari e dispari;

- Ti prometto di pagarti, ma non mi impegno.

Questi testi sono contraddittori, ma hanno un senso, anche se si tratta di un senso contraddittorio.

- Questa montagna è piuttosto intelligente;

- Mi piacciono gli arrivi blu.

Queste espressioni, pur rispettando la grammaticalità, non sono congrue in quanto non hanno

semplicemente senso. La natura del significato

Per comprendere la natura del significato è necessario mettere a fuoco il rapporto tra il predicato e i

suoi argomenti.

Nella caratterizzazione dei predicato è importante:

• Numero dei predicati: un predicato può essere:

- Monadico: predicato che prevede un solo posto argomentale, si tratta di un modo d’essere

che caratterizza una sola entità. Esempio: passeggiare Lucia passeggia: P x. ( viaggiare,

dormire, sorridere, nascere, morire,…). Un gran numero di aggettivi hanno natura di

predicati monadici: i colori, intelligente, onesto, rotondo, caldo, ecc. Anche tra gli avverbi i

predicati monadici sono numerosi: l’avverbio nervosamente, ad esempio, non caratterizza

un’entità, ma un evento – azione espresso dal verbo bere. “il bere di Andrea è nervoso”. Tra

i predicati monadici ricordiamo anche avverbi come forse, probabilmente, difficilmente.

- Diadico: predicato che coinvolge almeno due entità. Esempio: litigare Lucia litiga con

Marco; Lucia e Marco litigano: P x x . In questa classe rientrano molti verbi transitivi,

come costruire, mangiare, uccidere. I predicati diadici sono numerosi tra gli aggettivi

( adatto, uguale, diverso,..), tra gli avverbi (davanti, dietro, sopra, sotto, vicino, lontano) e

congiunzioni, la cui natura diadica emerge esplicitando il loro significato “traducendolo” in

verbi. Esempio: Esco se non piove Il mio uscire è condizionato dal non piovere.

- Triadico: predicato a tre posti. Esempio: dare Luigi dà un libro a Pietro: P x x x x .

- Tetradico: predicato a quattro posti. Esempio: vendere Mio zio ha venduto la casa a un

amico per 300.000 euro : P x x x x . 

- Pentadico: predicato a cinque posti. Esempio: affittare Luigi affitta la sua casa per un

anno a Pietro a 1000 euro mensili: P x x x x x .

• Qualità degli argomenti: ciascun posto argomentale ammette certi argomenti e ne esclude altri:

- Intelligente: il posto argomentale di questo predicato monadico ammette essere umani,

esseri viventi non umani ma “umanizzati” (cane), atti e attività umane (proposta, discorso,

lavoro), opere, soprattutto intellettuali (libro).

- Costruire: questo predicato diadico esige che in x compaia un argomento indicante un

oggetto che attualmente non esiste se non come idea, progetto, desiderio.

- Distruggere: questo predicato diadico, come costruire, esige l’esistenza attuale di x .

- Vero: questo predicato monadico esige che il suo argomento sia un atto comunicativo

(discorso, affermazione, giudizio, proposizione,…). Può essere definito un predicato

metadiscorsivo perché serve per parlare, cioè per fare un discorso su un discorso.

- Dare e dire: entrambi sono predicati triadici ed esigono in x e x come argomenti degli

essere umani. La differenza riguarda x : in dare x è un oggetto non umano o

disumanizzato (gli argomenti hanno natura oggettuale), in dire x è un oggetto discorsivo

(predicato metalinguistico / epilinguistico).

- Dipingere: predicato diadico indicante un’azione, che selezione quindi in x un essere

umano. Come secondo argomento questo predicato richiede argomenti diversi a seconda

dell’accezione in cui è assunto: se il valore è quello di “colorare”, allora x deve essere un

oggetto fisico, dotato di superfici sui cui si può spalmare il colore, ma deve soprattutto

preesistere; se il valore è quello di “produrre un dipinto”, allora x non è un oggetto fisico

preesiste, ma il progetto di un’opera d’arte pittorica che ha un certo soggetto.

Negli argomenti stessi si racchiude un significato che condiziona la congruità della struttura

predicativo – argomentale. La qualità di un argomento è un plesso di predicati che caratterizzano

l’entità che funge da argomento.

Esempio: un uomo rise.

L’argomento “uomo” si caratterizza per i predicati “umano”, “maschio”, “adulto”.

Anche gli argomenti “nascondono” quindi dei predicato: i predicati interni agli argomenti hanno la

funzione di caratterizzare gli argomenti, cioè di stabilire a che condizioni un’entità è di quel certo

tipo.

Nel caso in esame, quindi, gli argomenti interni di “uomo” individuano a quali condizioni un’entità

x è del tipo uomo.

Il termine “uomo” può essere quindi così tradotto:

∧ ∧

x : Ux Mx Ax.

x = variabile esistenziale che sta per qualsiasi tipo di entità che può esistere o no;

: = introducono una struttura predicativa che caratterizza questa entità;

U, M e A stanno rispettivamente per “umano”, “maschio” e “adulto”.

Per capire la struttura semantica e comunicativa degli argomenti bisogna tenere conto anche di

quelle espressione dette in generale determinanti, le quali possono essere distribuite in tre gruppi le

cui caratteristiche sono facilmente identificabili:

- Determinanti indefiniti: “qualche” , logicamente parlando, indica l’esistenza di almeno una

x cha ha le caratteristiche che il testo enuncia Qualche bambino gioca = c’è una x che è

bambino che gioca; “un” precisa la singolarità in opposizione ad altri numeri che

istituiscono argomenti multipli; “alcuni” specifica in modo generico la pluralità; “molti”

specifica che il numero oltrepassa le condizioni normali del contesto; “pochi” specifica che

il numero è inferiore alle condizioni normali del contesto.

- Determinanti definiti: contengono l’articolo “il” allo stato puro o combinato con altre

specificazioni, come “questo” (il bambino che è qui) o “quello” (il bambino che è là).

L’articolo determinativo svolge una funzione logica rilevante e può essere usato solo se

l’entità è nota all’interlocutore.

- Determinanti con pretesa di universalità: “tutti i bambini giocano” specifica che questi

coincidono con tutto l’insieme dei bambini a cui nel contesto ci si riferisce; “qualsiasi”,

“ciascuno” e “ogni” specificano un’interpretazione distributiva della situazione facendo

riferimento a ciascun elemento dell’insieme, “nessuno” esclude dal predicato che viene

enunciato tutti gli elementi dell’insieme negando l’esistenza di bambini che giochino:

¬∃ ∧ ∃ ∧

x ( Bx Gx non (¬) esiste ( ) x tale che sia bambino e ( ) che giochi.

Possiamo infine affermare che i requisiti imposti dal predicato a ciascun suo posto argomentale

definiscono le condizioni di congruità in quanto un argomento è congruo solo se rispetta le

condizioni del posto argomentale.

Ritornando all’esempio da cui siamo partiti “un uomo rise”, è chiaro che sostituendo l’uomo con il

gatto o il tavolo otteniamo testi mal formati o incongrui: il predicato ridere, infatti, esige che il suo

argomento esista e che sia umano.

• Ordine degli argomenti:

- Dare e ricevere: sono predicati triadici legati tra loro. Apparentemente la loro differenza sta

nel fatto che, passando da dare a ricevere, il primo e il terzo argomento si scambiano tra

loro. In realtà le due strutture presentano una differenza significativa: il diverso ordine degli

argomenti corrispondere a una diversa prospettiva di lettura della situazione, a un diverso

punto di osservazione della situazione. Esempio: Chiara dà un libro a Simone; Simone

riceve un libro da Chiara dal punto di vista di Chiara: chi dà aveva e comincia a non avere

più; dal punto di vista di Simone: chi riceve non aveva e comincia ad avere;

- Vendere e comprare;

- Destra e sinistra;

- Sotto e sopra;

- Moglie e marito: i due predicati conversivi caratterizzano le due entità diverse che formano

insieme la situazione matrimonio.

Questi sono tutti conversivi lessicali , che leggono la situazione in direzione opposta.

Per quanto riguarda l’ordine degli argomenti le lingua naturali possiedono uno strumento

morfologico che, applicato a molti verbi crea il loro conversivo: questo strumento si chiama diatesi

passiva. Esempio: Marco ha aiutato Simone; Simone è stato aiutato da Marco.

• Campo d’azione del predicato : è importante per definire il contributo di ciascun predicato al

senso del testo.

Esempio:

- Non leggo più questo libro per divertirmi: il significato è ambiguo poiché può essere inteso

in maniera diversa in base a ciò che viene assunto come argomento ( per divertirmi, leggerò

questo libro).

- Intelligentemente: Luigi ha parlato intelligentemente; intelligentemente Luigi ha parlato.

• Implicazioni del predicato:

- Andrea costruito una casa: costruire è un predicato che pone su x la condizione di non –

esistenza, ma che implica che, se il costruire ha un luogo, x cominci a esistere e che sia stata

necessaria una lunga serie di operazione ( acquisto del terreno, al progetto, alla sua approvazione,

…). Senso, non – senso e controsenso

Ora ci occupiamo del rapporto tra congruità e coerenza.

Descrivendo la natura del significato abbiamo messo a fuoco che il senso testuale nasce dalla

combinazione congrua di predicati e argomenti, cioè dall’intreccio di predicati con gli argomenti

selezionati da quei predicati. La lesione della congruità comporta un’opacità del senso in quanto

il destinatario non è in grado di recuperare in alcun modo il discorso.

Questo fenomeno è stato chiamato non – senso (Unsinn): il non – senso, dal punto di vista

comunicativo, non esiste e di conseguenza un testo che è un non – senso non è un testo.

Nasce in questo modo una dinamica tipica della comunicazione: quando il testo è incongruo, quindi,

insensato, il destinatario fa di tutto per recuperarne la sensatezza. Questo aspetto viene rilevato e

descritto da Grice attraverso le massime della conversazione.

Rispetto alla costruzione del testo, notiamo subito che la coerenza ha uno statuto diverso: la lesione

della coerenza, che determina un controsenso, non comporta che il testo non esista, ma che nasca

un testo contraddittorio. Un testo contraddittorio è, quindi, sempre un testo: in un testo che

manifesta una contraddizione si può intervenire per eliminarla, mentre l’incongruità non può essere

corretta.

La coerenza è una qualità irrinunciabile del discorso. Ciò non significa che non esistano discorsi

incoerenti o contraddittori, ma il comunicare stesso è un implicito impegno a sanare il proprio

discorso da eventuali contraddizioni.

Coerenza e contraddizione

Aristotele formulò per la prima volta il principio di non contraddizione (pnc), il quale coglie il

nesso tra il linguaggio e la dimensione logica. (leggere principio a pag. 107)

Per il principio di non contraddizione una cosa non può essere e non essere, nello stesso tempo e

¬ ∧ ¬

sotto il medesimo aspetto ( simboli logici: (p p) = non p e non p).

Aristotele afferma che questo principio ha una validità assoluta e universale e lo dimostra in questo

modo: si pone in un dialogo immaginario con uno scettico e lo sfida a mettere a tema la

contraddizione come principio fondativo della comunicazione.

Emerge che il pnc è talmente “primitivo” che non può essere dimostrato: si può solo confutare in un

modo particolare chi cerchi di negarlo. Confutare significa, in generale, indurre in

contraddizione, cioè far emergere che una certa posizione è in sé contraddittoria e insostenibile.

Nel nostro caso è necessario, però, un altro tipo di confutazione.

Aristotele immagina che lo scettico rifiuti di ammettere il principio di contraddizione sostenendo,

per esempio, che le affermazioni dipendono dalla soggettività individuale: se uno può dire quel

che gli pare, allora può anche sostenere che una cosa può essere e non essere allo stesso tempo e

sotto il medesimo aspetto.

Aristotele potrebbe obiettare allo scettico che se per lui vale il principio “l’essere può essere e non

essere..”, allora anche questo principio vale e non vale. Paradossalmente lo scettico potrebbe

giudicare questo rilievo una conferma della sua tesi.

Aristotele decide di provocare il suo avversario sul piano della comunicazione, chiedendogli di dire

se le parole che usa hanno un significato. Se egli attribuirà un qualche significato a qualche parola,

allora avrà riconosciuto il principio…applicandolo. Per negare sensatamente il principio di non

contraddizione, lo scettico deve usarlo: per dire che nulla ha senso, deve riconoscere che almeno

l’affermazione “nulla ha senso” ha senso.

Questo è il particolare tipo di confutazione usata contro lo scettico: è un procedimento che mostra la

necessità di fatto del principio di non contraddizione. Infatti non si può negare sensatamente il

principio di non contraddizione senza allo stesso tempo riconoscerlo perché ogni atto comunicativo

lo implica.

Cosa significa dimostrare?

Dimostrare significa far vedere la verità di un’affermazione facendo discendere questa affermazione

dalla verità di un’altra per implicazione.

Può essere o dimostrato tutto?

No. Ci sono cose evidenti davanti alle quali non occorre dimostrare, ma basta guardare. Inoltre non

si può risalire all’infinito nella serie delle dimostrazioni perché è necessario fermarsi all’evidenza di

qualcosa.

Dimostrare è diverso da affermare in quanto c’è chi afferma e crede di aver dimostrato, ma se gli

chiediamo una ragione, la risposta è “perché lo dico io”.

E’ possibile dubitare di tutto?

Aristotele formula un principio universale: si può dubitare di tutto, ma non si può dire sensatamente

che la stessa cosa è contemporaneamente vera e falsa.

E se lo scettica usa l’argomento di Aristotele per ribadire la propria posizione, l’unica obiezione

efficace è la riduzione all’insignificanza: se lo scettico ha la pretesa di pronunciare affermazioni

sensate, deve ammettere l’univocità di tali affermazioni, oppure tacere.

L’esprit de finesse

Al principio di coerenza si contrappone un altro principio: la natura soggettiva del senso.

Per affrontare questa questione correttamente, è necessario impostarla in termini di pertinenza e di

significatività. Se due persone affermano cose diverse della stessa realtà, prima di mettere in

discussione il pnc, occorre andare a vedere più in profondità per stabilire a quale livello del senso

queste affermazioni si collocano. In questo modo entra il in gioco quello che Pascal chiamava

esprit de finesse, ovvero la capacità di riconoscere e distinguere diversi livelli di lettura della realtà.

Ci sono persone attente e sensibili a determinati aspetti, mentre altre sono più grossolane e si

esprimo usando categorie imprecise.

La comprensione della realtà non è infatti statica, ma è un gioco continuo di interazioni, di

incremento della comprensione reciproca. Inoltre ci sono aspetti della realtà che possono risultare

meno significativi di altri a seconda dei bisogno comunicativi.

Il discorso della soggettività è molto importante anche in un altro aspetto: nelle comunicazioni mass

– mediali l’evidenza viene ad avere un ruolo piuttosto marginale perché il destinatario non ha la

possibilità di confrontare l’informazione che riceve con la propria esperienza. Il mittetene è

solitamente unico e poco controllabile da parte di chi riceve la comunicazione. Questo aspetto apre

un discorso rilevante sull’etica della comunicazione.

( + pag. 112 – 113 – 114- 155) Oltre la razionalità

Se il linguaggio è costitutivo della ragione e forma con essa l’organo dell’essere umano con la

realtà, come mai nel linguaggio è possibile mentire, è possibile il falso e l’errore?

Osservando il fatto dell’errore, della menzogna e della manipolazione, come possiamo avere

fiducia che la comunicazione sia ultimamente fondata sul rapporto della ragione e del

linguaggio con la realtà?

Per comprendere adeguatamente la comunicazione verbale dobbiamo tenere sempre conto dei

soggetti che vi sono implicati. Il soggetto, infatti, non può essere considerato solo intermini

cognitivi: il soggetto non solo conosce, ma immagina e desidera, e in ciascuna delle sue azioni

coinvolge queste dimensioni.

Sottolineando la rilevanza e la complessità del soggetto si mette in evidenza il fatto che la verità e la

coerenza del messaggio costituiscono un aspetto importante della comunicazione, ma insufficiente

per spiegarla: non basta che un messaggio sia coerente e sia vero perché mi tocchi, l’evento

comunicativo deve corrispondere all’interesse e all’orientamento di azione dei due soggetti.

Il soggetto si sente interpellato da ciò che accade e che può accadere secondo la dinamica

dell’interesse: l’interesse è un dato originario che viene modellato da ciascuna delle esperienze che

compiamo, dall’educazione che abbiamo ricevuto e dall’auto – educazione che ciascuno si dà

attraverso le proprio scelte.

L’interesse nasce dal desiderio e conseguentemente la conoscenza: il desiderio è come avvertire

che qualcosa che mi si presenta davanti c’entra con me, è fatto per me, conta per me.

L’interesse e il desiderio rappresentano momenti essenziali della comunicazione proprio perché

rappresentano un fattore fondamenta della soggettività umana.

Aristotele mette a fuoco la nozione di desiderio e lo caratterizza come “ciò che attrae l’uomo, ciò

che egli ritiene essere il suo bene”. Dal punto di vista della comunicazione questa ipotesi è

rilevante: indipendentemente dal contenuto concreto che ciascun soggetto può attribuire al “giusto”

o al “bello”, resta il fatto che ne momento in cui vediamo qualcosa come giusto, vero lo

desideriamo.

Il desiderio nasce dalla conoscenza: se i cinque sensi ci aprono alla conoscenza di aspetti specifici

della realtà e la ragione è l’organo che ci consente di cogliere la realtà nella sua totalità, anche il

desiderio può dirigersi ad aspetti particolari della realtà, vedendo in essi il proprio compimento.

Resta vero, in ogni caso, proprio secondo il principio dell’ottimismo di Aristotele, che il

coinvolgimento ha originariamente segno positivo, ovvero che il soggetto si orienta verso ciò che

riconosce come proprio bene e per tanto rifugge dal negativo. Il desiderio, quindi, non ha sono una

componente conoscitiva, ma è anche “energia vitale” che spinge all’iniziativa, all’azione.

E’ possibile quindi individuare la profonda ragionevolezza del coinvolgimento emotivo: le

emozioni sono motivate e la loro origine può essere spiegata razionalmente, secondo precise

ragioni. (vedi esempio pag. 120)

Pascal afferma che “il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”: il concetto di ragione

viene esteso e risulta così adeguato sia per indicare il ragionamento logico sia per indicare la

capacità tipicamente umana di valutare la realtà con uno sguardo più ampio, che si accosta alle

emozioni, ma al tempo stesso tiene conto dell’insieme ed è mosso all’azione non da un calcolo, ma

dal riconoscimento di un bene maggiore. La comunicazione ha origine infatti nel cuore, cioè nella

totalità della persona, e si rivolge ad un altro cuore, ad un altro soggetto nella sua interezza.

Il coinvolgimento si manifesta anche come sentimento: con questo termine si fa riferimento ad un

coinvolgimento profondo e duraturo, capace di muovere il soggetto ad avanzare con determinazione

verso la propria meta. Il sentimento ha una forte componente di ragione, non solo nel senso che è

motivato, ma nel senso che si sviluppa secondo quel dialogo interno al soggetto che è la riflessione.

L’errore e la manipolazione possono quindi “infilarsi” nella comunicazione semplicemente per una

svista, o come assolutizzazione (sbaglio – abbaglio) o come errore indotto da falsità e da altre forme

di manipolazione.

Diverse ideologie condannano il desiderio e inducono l’uomo a sentirsi “in colpa” nel momento in

cui desidera. Questa concezione finisce per annullare la dinamica costitutiva dell’essere umano: noi,

fatti di ragione e desiderio, siamo capaci di comportarci in un determinato modo perché

riconosciamo nel mondo cose che sono bene per noi e agiamo per raggiungerle. Un uomo che non

desidera e si impedisce di desiderare cancella sia la consapevolezza di essere bisognoso di qualcosa

sia il suo rapporto con il mondo.

A questa concezione si è contrapposto Plantin, elaborando all’interno della teoria

dell’argomentazione la critica della comunicazione alessitimica. Questo termine indica soggetti

patologicamente incapaci di esprimere verbalmente le proprie emozioni, scarsamente dotati di

immaginazioni, iperattivi e ossessionati dagli aspetti materiali delle situazioni. Plantin ha il merito

di recuperare a pieno titolo il valore dell’emozione all’interno di una teoria della comunicazione che

tiene conto della complessità del soggetto, alleggerendo così la nostra cultura “alessitimica” da un

inutile senso di colpa. Le strutture intermedie

Immaginiamo la lingua come un laboratorio per produrre messaggi verbali: il laboratorio presenta

una serie di reparti in ciascuno dei quali si elaborano determinati tipi di componenti.

I componenti sono le strutture intermedie: ogni reparto del laboratorio linguistico si incarica di

produrre una determinata classe di strutture intermedie.

Le classi fondamentali delle strutture intermedie nelle lingue storico – naturali sono cinque: lessico,

morfologia, sintassi, intonazione e ordine delle parole.

Le scienze linguistiche si sono prevalentemente occupate delle prime tre classi, dato che la

competenza linguistica del parlante si articola fondamentalmente in lessico e grammatica ( =

morfologia + sintassi):

- Lessico: costituisce il componente di base di una lingua. Il lessico può essere definito come

l’insieme delle parole di una lingua. Questa definizione risulta inadeguata in quanto il

termine “parola” è polisemico. Introduciamo allora la nozione di “lessema”, come elemento

del lessico. Inoltre tutte le lingue sono fatte di lessemi: la funzione di nominazione è una

delle funzioni fondamentali del linguaggi e noi utilizziamo i lessemi proprio per nominare

cose, persone, eventi, modalità, ecc.

- Grammatica: si suddivide a sua volta in:

Sintassi: insieme delle regole per ottenere combinazioni significative dagli elementi

o del lessico ed è un aspetto universale del linguaggio. La sintassi è la zona del

virtuale: attraverso la combinazione significativa vengono costituiti possibili

frammenti di mondo;

Morfologia: alcune lingue sono strutturate morfologicamente, mentre altre, come il

o cinese o il vietnamita, non lo sono. Nelle lingue che hanno morfologia la

strutturazione morfologica non riguarda tutti i lessemi. Per esempio il lessema

italiano “sempre” presenta sempre la stessa forma e quindi non è morfologicamente

analizzabile. Invece il lessema “sollevi” presenta al suo interno un certo grado di

strutturazione: al suo interno riconosciamo una parte stabile (sollev- ) e una parte

variabile. Inoltre tra le lingue che presentano morfologia, i fenomeni morfologici

possono essere presenti in maggiore o minore misura. Prendiamo l’espressione

nominare tedesca “der junge Mann” e la sua corrispondente in inglese “the young

man”: in tedesco la manifestazione dei significati è affidata alla morfologia (articolo

al nominativo maschile singolare e l’aggettivo al nominativo), mentre in inglese è

affidata alla costruzione sintattica.

- Ordine delle parole: è più rilevante per le strategie di manifestazione della sintassi in certe

lingue rispetto ad altre. Per esempio è più rilevante in inglese e ha un peso decrescente in

francese, in italiano, in tedesco e in russo. (es pag 131 – 132)

- Intonazione: insieme dei fenomeni sovra segmentali che sono utilizzati per manifestare

diverse dimensioni del contenuto. L’intonazione è la struttura intermedia che si allontana di

più dalla semiosi per avvicinarsi all’ostensione. La sua arbitrarietà, spesso, è minima, mentre

prevale la sua forza espressiva.

I tratti che caratterizzano le strutture intermedie

Tutte le strutture intermedie, pur differenziandosi per strategie e funzioni, condividono nelle diverse

lingue una serie di tratti:

• Polisemia (molteplicità di funzioni): la polisemia va distinta dall’omonimia grazie al fatto che è

riscontrabile un qualche livello di motivazione, cioè di richiamo fra i diversi significati (siamo

davanti alla stessa struttura intermedia) mentre nell’omonimia si tratta di due diverse strutture

intermedie.

Consideriamo:

- Il verbo andare, il quale ha un’estrema varietà di valori (pag. 134): il valore preferenziale (andare

come “spostarsi nello spazio”) è in concetto cui tutti gli altri valori sono riconducibili, anche se

spesso con molte e complesse mediazioni.

La percezione della motivazione risulta però spesso incerta e il confine tra polisemia e omonimia

non si lascia fissare chiaramente;

- L’ aggettivo piano ( pag. 135): il valore di base che riconosciamo è “non accidentato”, a cui si

collega il concetto di “senza ostacoli”.

- Il tempo futuro in italiano (pag. 135): la polisemia non riguarda solamente il lessico, m, ad

esempio, anche la morfologia del verbo. Il futuro può manifestare anche un’intenzione, un valore,

un comando: dietro alla forma del futuro si nascondono una decina di valori possibili.

Le strutture intermedie manifestano, quindi, una sostanziale indeterminatezza, in quanto

manifestano spesso diversi valori.

Inoltre, la struttura che manifesta un solo valore è quasi un’eccezione: ogni segno, infatti, è

polisemico quando viene usato nei testi perché la sua funzione si specifica in rapporto al contesto

concreto.

• Varianza (molteplicità delle strategie di manifestazione di una stessa struttura intermedia):

prendiamo il paradigma del verbo inglese to go, che al passato si manifesta come went, o in quello

del verbo tedesco sein, che si manifesta come ich bin, ich war: del significante del lessema to go e

sein non è rimasto niente. Ci troviamo di fronte al fenomeno della varianza: la stessa unità di

significato presenta più di una strategia di manifestazione.

Questo fenomeno non concerne esclusivamente il lessico, ma anche la morfologia: consideriamo la

forma del congiuntivo presente del verbo mangiare ottenuta aggiungendo al lessema la desinenza

–i.

La valenza va distinta dalla sinonimia:

- Valenza: in italiano io fui, io sono, io sono stato, io ero presentano significanti che non

hanno alcuna somiglianza fonologica, ma sono tutte forme del verbo essere;

- Sinonimia: si caratterizza per l’equivalenza a livello semantico di due strutture intermedie

che restano tuttavia distinte.

Vi sono casi in cui è difficile distinguere la varianza dalla sinonimia. Ad esempio:

- Il ricorso è accettato;

- Il ricorso viene accettato.

Apparentemente si tratta di varianti del passivo, ma forse è più corretto parlare di sinonimi in

quanto viene accettato sottolinea il valore di “processo in corso”.

• Preferenzialità o naturalità: esiste un limite alla polisemia e alla varianza. Prendiamo il verbo

prestare, che solitamente significa “dare con l’impegno alla restituzione”. Ma esistono anche

prestare attenzione, giuramento o aiuto. Prestare ha quindi più di un valore.

Il valore riportato dal vocabolario come prima accezione del lessema è quello di “dare con

l’impegno di restituire”. Questo valore è quello più tipico, immediato, naturale, canonico e basilare

ed è detto valore preferenziale.

Un altro esempio che riguarda la morfologia: nei sostantivi italiano, la desinenza –a caratterizza

preferenzialmente il genere femminile, ma non mancano casi in cui la desinenza –a si lega a

sostantivi maschili, come poet –a, atlet –a. Tra le varie manifestazioni possibili, chiameremo

manifestazione preferenziale quella più tipica, immediata, naturale all’interno di ciascuna lingua

storico – naturale, che spesso è anche quella statisticamente più presente. Nel caso in esame la

manifestazione tipica del genere femminile del sostantivo è –a, ma vi sono anche nomi il cui genere

femminile è manifestato dalla desinenza in –o, come mano,o in –e, come noce.

La preferenzialità facilita la comunicazione perché indica al destinatario l’interpretazione più

probabile delle strutture intermedie che compaiono in un testo.

• Endolinguisticità: ciascun livello del sistema linguistico presenta una conformazione particolare

all’interno di ciascuna lingua. La sua natura è infatti endolinguista: le strutture intermedie variano

profondamente da lingua a lingua.

Questa proprietà riguarda il lessico, il sistema dei tempi e il sistema del genere grammaticale dei

sostantivi. Perché intermedie?

Le strutture del sistema linguistico sono caratterizzate da una serie di proprietà: polisemia e valore

preferenziale, varianza e manifestazione preferenziale, endolinguisticità, che fanno delle strutture

della lingua delle strutture intermedie.

Questi aspetti caratterizzano i segni delle lingue naturali, mentre non si riscontrano nei linguaggi

formali e negli altri sistemi dei segni. Questi aspetti determinano, infatti, la flessibilità delle lingue

naturali: la semiosi non è già data perché il rapporto tra senso e suono non è nella singola struttura

intermedia, ma è il testo che specifica, è il testo che è portatore di senso; la lingua non è un calcolo

formale, ma è un sistema di traduzione molto flessibile, che consente sia il passaggio dai sensi ai

testi sia quello dai testi ai sensi.

La traduzione, quindi, non è data dalla funzione biunivoca che lega significanti e significati: ogni

testo può dare origine a molteplici testi e ciascun testo può avere molteplici sensi lingua =

funzione multi – multivoca tra sensi e testi (Melcuk).

Si parla di “strutture intermedie” perché i segni linguistici si trovano a metà strada tra il suono e il

senso: il valore del segno si può determinare con certezza solo quando lo si trova utilizzato in un

preciso contesto.

Le strutture linguistiche sono “intermedie” anche in rapporto alla preferenzialità: le strutture

linguistiche sono insieme di strutture già predisposte per certi usi. Questo, però, non comporta una

“predeterminazione” del senso da parte della lingua: i valori assegnati alle strategie di

manifestazione, infatti, possono essere diverse e, viceversa, vi possono essere più strategie atte a

manifestare un valore.

Il carattere intermedio delle strutture linguistiche è particolarmente marcato nei casi in cui la

funzione della struttura non è immediatamente semantica:

- In tutte le strutture semiotiche di natura non deittica il rimando non è al significato, ma a

un memento della situazione comunicativa ed è questo momento che genera il significato

della struttura;

- In tutte le strutture semantiche la funzione immediata è quella di manifestazione di una

funzione sintattica, la quale viene a contribuire, in seconda battuta, alla determinazione del

senso;

Le strutture semantiche sono quelle che hanno una funzione immediatamente semantica: la forma

plurale del sostantivo fiori indica in modo immediato una pluralità di elementi.

Il lessico

Il lessico è la componente più immediatamente riconoscibile del sistema linguistico, quella in cui il

rapporto semiotico tra significante (manifestazione) e significato (funzione) si lascia cogliere nel

modo più immediato.

I valori del termine “parole” sono i seguenti:

- Autorizzare a parlare in un’assemblea;

- Capacità, facoltà di parlare;

- Manifestazione della “fides”, dell’impegno come messa in gioco del proprio credito

all’interno della comunità;

- Lessema;

- Forma di parola;

- Sintagma minimo: quando si afferma che il proverbio “chiodo schiaccia chiodo” è fatto di

tre parole, non si intende parlare di tre lessemi (sono solo due), ma di tre unità sintattiche o

sintagmi minimi.

I primi tre valori metto a fuoco il linguaggio e il suo uso. Noi ci incentriamo sugli ultimi tre valori.

La “parola” può essere definita come:

- Parola fonologica: segmento dotato di autonomia articolatoria, con un accento proprio e

che rispetta le regole fon tattiche previste in ciascun sistema linguistico per questa unità. I

primi due requisiti sono molto graduabili. La parola fonologica non va confusa con la

parola ortografica, individuabile dal fatto di avere ai suoi lati o spazi vuoti o segni di

interpunzione.

- Lessema: parola che si trova nel vocabolario, dove compare indicizzata come lemma.

- Forma di parola: esistono lessemi che si presentano sempre allo stesso modo (gli avverbi

perché, soltanto, allora, ieri,…) e lessemi che assumono di volta in volta forme diverse

(verbi, aggettivi…). Il concetto di forma di parola mette in evidenza il legame tra il lessico e

la morfologia: per ottenere la forma di parola è necessario che il lessema “passi” attraverso

la morfologia. La nozione stessa di “forma di parola” aiuta a mettere a fuoco che in lingue

come l’italiano le parole si distinguono in variabili e invariabili.

- Classi del lessico: insiemi di parole che condividono alcune proprietà a livello semantico,

sintattico e morfologico. Le classi del lessico che sono state evidenziate per prime nella

storia della grammatica sono il nome e il verbo, ma sono anche le classi che coprono i ruoli

fondamentali tanto dal punto di vista dell’organizzazione sintattica quanto dal punto di vista

semantico e pragmatico.Le lingue storico – naturali possiedono altre classi di parole, che

possono variare in numero e struttura da una lingua all’altra. Ad esempio, in italiano le classi

del lessico sono nove, in latino erano otto. Nelle descrizioni delle classi è importante

l’aspetto semantico: le classi del lessico si caratterizzano perché ciascuna di esse coincide

con una particolare “prospettiva” del valore linguistico (la prospettiva del verbo è quella del

divenire, del movimento; la prospettiva del nome è quella delle entità reali). Esempio: pag.

152. I processi di strutturazione del lessico

In che senso il lessico “genera” i lessemi?

Mettiamo a fuoco il concetto di generazione nelle scienze partendo dalla nozione di decidibilità di

un insieme: un insieme è detto decidibile se siamo in grado di enumerare i suoi elementi, cioè di

stabilire se un elemento appartiene o no all’insieme.

Una procedura è quella di elencare gli elementi dell’insieme, ma risulta generalmente poco

soddisfacente e spesso impossibile. (Es: numeri pari 2, 4, 6 , 8,…)

Una procedura più convincente e pratica è quella di definire i criteri di appartenenza, ossia l’insieme

dei tratti necessari e sufficienti per appartenere all’insieme. (Es: numeri pari y = 2x ) pag. 155

Il generatore lessicale possiede:

- Entrata: vi si collocano tre classi di strutture:

Lessemi elementari: lessemi che non sono riconducibili ad altri lessemi. Es:

o casa, cantare, Lust.

Lessemi latenti: tipo particolare di lessemi elementari. Non occorrono mai come

o unità lessicali autonome, ma sono presenti solamente come costituenti di lessemi

strutturati. Es: mattanza, mattatoio, mattatore tutti riconodubili a un verbo che

in italiano non esiste, “mattare”.

Lessemi formativi: lessemi che vengono utilizzati nei processi di formazione dei

o lessemi e che non sono autonomi. Sono i suffissi ( -oso, -ante, -ore,…), i prefissi

(ri- , stra- , pre- , …), gli infissi (formativi che entrano nel corpo del lessema

elementare), i circonfissi (formativi discontinui che si attaccano prima e dopo il

lessema), formativi di natura diversa, come lo spostamento dell’accento (to

import/ìimport) e, nelle lingue indoeuropee, l’apofonia, cioè la modificazione

secondo regole particolare della componente vocalica del lessema.

- Uscita: Lessemi elementari: lessemi che non sono riconducibili ad altri lessemi. Es:

o casa, cantare, Lust.

Lessemi strutturati : lessemi ottenuti da altri lessemi. Es: casalingo, cantante,

o lustig. 

Lessemi canonici: lessemi elementari e strutturati “lessemi manifestati da una

 sequenza fonologica”;

≠ Fraseologismi: sintemi e funzioni lessicali che presentano una strutturazione più

complessa.

I processi a cui i lessemi sono sottoposti entro il generatore del lessico di una certa lingua sono di

vario tipo:

- Processi di formazione: derivazione, alterazione, combinazione, composizione;

- Processi fraseologici: sintemi e funzioni lessicali.

I processi di formazione

I processi di formazione si distinguono in:

- Derivazione: procedimento che applicato a un lessema di qualsiasi classe o sottoclasse fa

ottenere un lessema di una classe o sottoclasse diversa. I derivati vengono distinti in base al

loro processo di formazione, ovvero indicando la classe di arrivo (lessema strutturato) e la

classe di origine (lessema di base). Esempio: il nome “grandezza” deriva dall’aggettivo

 

“grande” nome deaggettivale; il verbo” ingrandire” deriva dall’aggettivo “grande”

vergo deaggettivale; il nome “ingrandimento” deriva da “ingrandire” nome deverbale.

Il processo di derivazione può avvalersi di suffissi (collabora- tore, destina – azione, part –

enza,…) o di cosiddetti suffissi zero, ovvero senza l’aggiunto di un formativo concreto

( deroga è un nome deverbale di derogare; giovani è un nome deaggettivale da giovane).

La classe dei nomi deverbali si distingue in vari sottotipi con termini latini diversi:

nomina agentis (scrittore, lettore, costruttore,…), nomina cationi (scrittura, lettura,

costruzione,…), nomina loci ( scrittoio, lavatoio, dormitorio,…).

Possiamo distinguere due tipi di derivazione: derivazione semanticamente marcata

(provoca modificazioni del significato) e derivazione semanticamente non – marcata.

Esempio: derivazione aggettivale di bosco: boscoso = derivazione semanticamente marcata

perché l’aggettivo indica una quantità abbondante di bosco; boschivo = derivazione

semanticamente neutra perché significa semplicemente “relativo al bosco”.

Il derivato che opera su base polisemica seleziona solo certi valori: “freddezza” non è il

nome deaggettivale di “freddo” in tutti i suoi valori, ma solo nel valore di “emotivamente

non partecipe”.

- Composizione: processo di formazione lessicale che crea un nuovo lessema fondendo

insieme due lessemi elementari o un prefisso e un lessema elementare. La costruzione

sintattica è ricostruirle in base al senso e non a indicatori espliciti in quanto i costrutti

sintattici possono trasparire più o meno chiaramente. La fusione tra due lessemi elementari

può essere:

Verbo + nome: designa un agente o uno strumento attraverso l’esplicitazione

o dell’azione e del suo oggetto (spazzacamino, apriscatole, tagliaerba, paracadute,

…);

Nome + nome: indica una specificazione e può dare origine a un nome quando

o ad un aggettivo (capoufficio, capoluogo, autostrada, filiforme,..)

Aggettivo + nome: è trasparente ( buonumore, bassopiano, altopiano,

o acquamarina,…);

Avverbio + participio: danno origini a nome e aggettivi ( benvenuto,

o altoparlante, telescrivente,…).

Il composto può essere formato da un prefisso:

Prefisso + nome: danno luogo a nomi, aggettivi e verbi (pregiudizio, retrogusto,

o incarnare,…);

Prefisso + aggettivo: disumano, incredibile, metalinguistico,…;

o Prefisso + participio: incompleto, previdente, deodorante,…;

o Prefisso + verbo: apportare, importare, comportare, trasportare,…

o 

Alcuni lessemi sono costituiti a partire da lessemi latenti: condurre prefisso con- e dal

lessema latino ducere.

- Combinazione: procedimento che consiste nella giustapposizione di due lessemi

appartenenti alla stessa classe di lessico, tra i quali si stabilisce un rapporto di tipo

attributivo. I due elementi vengono percepiti distinti e nella grafia possono essere congiunti

o meno. Esempi: bambino prodigio, asilo nido, cane lupo, donna cannone,ecc. Questi

sostantivi formano il plurale variando il primo termine, mentre nelle combinazioni

aggettivali (agrodolce, grigioverde,…) il plurale si manifesta nel secondo componente.

- Alterazione: processo che non modifica l’appartenenza del lessema ad una determinata

classe, ma ne modifica il significato secondo categorie standard. Questo fenomeno è molto

produttivo in italiano, mentre è meno produttivo in tedesco, in spagnolo e in russo e quasi

totalmente assente nel francese e nell’inglese. Si realizza con l’aggiunta di un suffisso e

realizzano diminutivi, vezzeggiativi, accrescitivi, peggiorativi. L’alterazione riguarda

prevalentemente i nomi, ma concerne anche gli aggettivi, i verbi e gli avverbi. L’alterato

viene usato nella comunicazione per creare un particolare “effetto di atmosfera”: se mi

rivolgo al barista con un “Vorrei un caffeuccio”, non intendo chiedere un caffè piccolo o

grazioso, ma lascio intendere che mi sento in un’atmosfera cordiale e familiare.

L’alterazione riguarda, quindi, la dimensione pragmatica: non riguarda il contenuto della

comunicazione, ma la posizione dei soggetti che comunicano. L’alterazione, infatti, ha a che

fare con la tematica della valutazione soggettiva, della sensibilità di chi parla: si tratta di

processo carico di espressività. Esistono, però, numerosi lessemi che, pur presentandosi

come alterati, vanno considerati lessemi elementari perché hanno acquisito una funzione

nominativa autonoma: ciabattino, spazzino, gommone, pennino e pennone.

+ pag. 167 – 168 I processi fraselogici

Questi processi assumono come base delle strutture sintattiche che vengono in diverso modo

lessicalizzate:

- Sintemi: antiche combinazioni sintattiche che a causa del loro prolungato uso vengono ad

essere percepite come un’espressione lessicale unica. Il sintema è caratterizzato dal fatto che

il procedimento che dà origine al significato complessivo non è quello composizionale (non

tiene del significato delle singole parole che lo compongono), ma si ricostruisce attraverso

un processo motivazionale. I fraselogismi lessicali possono essere di diverso tipo:

Nominali: gatto delle nevi, pan di Spagna, baci di dama, stella di Natale,…

o Verbali: gettare la spugna, avere la coda di paglia, essere sulle spine,…

o Avverbiali: alla carlona, come si deve, in un batter d’occhio,..

o Preposizionali: a forza di, alla faccia di,…

o

- Funzioni lessicali: sono state studiate per la prima volta da Mel’ cuk, che ne ha individuate

circa cinquanta. Ne presentiamo due: Oper, esprime il rapporto tra il nome di una situazione e il

verbo indicante l’azione di chi mette in atto quella situazione (nel caso di decisione prendere);

 

Magn, indica l’intensificazione dell’aggettivo (ricco sfondato; reich stein). Un aspetto rilevante

della funzione lessicale consiste nel fatto che il valore degli elementi lessicali che svolgono la stessa

funzione lessicale resta fondamentalmente lo stesso. La differenza dipende dal nome della

situazione: si tratta di varianti fraseologiche la cui scelta dipende dal contesto sintattico in cui

compaiono. All’uscita del componente lessicale

Confrontando l’ingresso con l’uscita osserviamo che non compaiono più né i lessemi latenti né i

formativi, compaiono invece lessemi canonici e i fraselogismi.

I lessemi canonici hanno destinazioni diverse:

- I lessemi invariabili vanno direttamente verso il componente sintattico;

- I lessemi variabili devono prima passare attraverso il componente morfologico che specificherà le

forme secondo la classe di appartenenza.

La morfologia

La morfologia, come struttura intermedia, elabora strutture che sono caratterizzate dalla polisemia,

dalla varianza, dalla preferenzialità su entrambi i piani e dall’endolinguisticità.

Il compito specifico della morfologia è quello di trasformare il lessema variabile in forma di

parola, cioè in sintagma minimo: il lessema variabile deve passare attraverso il reparto

morfologico perché non può comparire nel testo allo stato puro.

La morfologia studia le diverse strategie di manifestazione della forma di parola fornite da un

sistema linguistico e il rapporto tra quest’ultime e le funzioni sintattiche e semantiche che esse

possono assumere.

I lessemi possono essere invariabili, cioè hanno una sola forma, o variabili. Nei lessemi variabili la

forma di parola presenta un componente lessicale e un componente morfologico (Es: cant- are

cant = componente lessicale; -are= componente morfologico).

Anche il “reparto morfologia” presenta strutture in ingresso e strutture in uscita:

- In base alla classe del lessico di cui fa parte, il lessema deve caratterizzarsi

obbligatoriamente secondo certe categorie e non altre, assumendo entro ciascuna di queste

una delle alternative, dette morfemi, che questa prevede;

- L’assunzione di un determinato morfema comporta l’attivazione del morfo che lo manifesta

e funzioni di diverso tipo di cui il morfema è portatore;

- In uscita, ecco la forma di parola, pronta per entrare in quanto sintagma minimo nel reparto

della sintassi, insieme ai lessemi invariabili.

Lessico e morfologia presentano notevoli diversità:

LESSICO MORFOLOGIA

SIGNIFICATO: il lessema è trasparente SIGNIFICATO: il componente morfologico da

rispetto al significato anche pronunciato da solo non comunica nulla (Es: -o).

solo (Es: giardin- ).

NUM. ELEMENTI: le classi del lessico NUM. ELEMENTI: le categorie morfematiche

contengono un numero di lessemi presentano un numero di morfemi chiuso e

tendenzialmente ampio, talvolta virtualmente ristretto. *

illimitato.

COMPORTAMENTO SUL PIANO COMPORTAMENTO SUL PIANO

DELL’EVOLUZIONE DIACRONICA: il DELL’EVOLUZIONE DIACRONICA: i

lessico si evolve celermente e la sua evoluzione cambiamenti sono più lenti e comportano

non stravolge il sistema linguistico. trasformazioni radicali del sistema linguistico

nel suo insieme.

I processi di strutturazione del lessico e i processi morfologici presentano somiglianze e analogie:

- Numero limitato di formativi;

- Scarsa trasparenza semantica;

- Somiglianza del materiale fonologico utilizzato; …

* La morfologia presenta il carattere dell’obbligatorietà che il lessico non presenta: la morfologia è

un sistema chiuso e molto sistematico che prevede per ogni classe del lessico un preciso numero di

forme. Inoltre, il lessema si può costruire in forma di parola anche senza formativo (processo di

strutturazione lessicale), mentre senza morfema non diventa una forma di parola e quindi non può

essere usato in un testo. Quindi, il passaggio del lessema variabile nel reparto morfologico è

obbligatorio. Morfologia e tipologie delle lingue

L’opposizione presenza / assenza di morfologia caratterizza fortemente i sistemi linguistici.

Nei sistemi che possiedono una morfologia l’organizzazione di questa sul piano delle strategie di

manifestazione e delle funzioni risulta significativa per la tipologia.

Consideriamo da questo punto di vista la manifestazione dei morfemi:

- Cant – iamo: manifesta i seguenti morfemi diatesi attiva, modo indicativo, tempo presente,

numero plurale, 1° persona. Tutti questi morfemi sono manifestati dal morfo –iamo, il

quale non è ulteriormente scomponibile. Tutti i morfemi sono amalgamati in unico morfo

secondo un procedimento tipicamente flessionale.

- Cant –av – o: il manifestante morfologico è costituito di due distinti morfi ( -av, -o),

“Morfo” è un manifestante morfologico non ulteriormente scomponibile.

“Componente morfologico” è l’insieme dei morfi presenti in una forma di parola.

I sistemi linguistici si possono classificare in rapporto alla morfologia nel seguente modo:

- Isolanti: lingue che non presentano morfologia o presentano una morfologia ridotta

( cinese);

- Sintetiche: lingue che possiedono una morfologia e si distinguono in:

• Lingue agglutinanti: le lingue sintetiche in cui prevalgono casi di componenti

morfologici formati da più morfi (ungherese, finalandese, giapponese,turco,…)

• Lingue flessive: lingue sintetiche che tendono ad avere componenti morfologici

in un solo morfo (italiano, francese, tedesco,…)

Lingue agglutinanti e flessionali hanno una strategia di costruzione del componente morfologico

molto diversa e questo caratterizza i morfi dal punto di vista della loro natura semiotica e del loro

numero: LINGUE AGGLUTINANTI LINGUE FLESSIONALI

NATURA SEMIOTICA:rapporto semiotico più NATURA SEMIOTICA: rapporto semiotico

diretto ed esclusivo tra morfema e morfo al non diretto tra morfema e morfo.

punto che il morfema è affine a lessemi che

spesso hanno natura “grammaticale”.

NUMERO DEI MORFI: coincide con il NUMERO DEI MORFI: coincide con il

numero dei morfemi. E’ inferiore, ma hanno numero delle forme di parola. Le lingue

una più complessa struttura del componente flessionali condensano idealmente in un unico

morfologico. morfo la manifestazione di tutti i morfemi della

forma di parola, ma hanno un numero di morfi

decisamente maggiore.

Categoria morfematica, morfema e morfo

Una categoria morfematica è un insieme chiuso di morfemi alternativi. Nel caso del verbo

italiano, la forma di parola prende posizione rispetto a sei categorie morfematiche: il genere

verbale( transitivo / intransitivo), la diatesi, il modo, il tempo, il numero e la persona.

Le categorie sono paradigmi morfematici, cioè classi di morfemi alternativi, ciascuno dei quali

veicola un insieme di potenziali funzioni.

Dentro a ciascuna categoria ci sono i morfemi, cioè le alternative possibili tra le quali la categoria

morfematica impone al lessema di scegliere per forma una certa parola. I morfemi sono manifestati

dal componente morfologico della forma di parola, cioè dal morfo.

Categorie morfematiche e morfemi variano da una lingua all’altra.

Categorie morfematiche e classi del lessico

La struttura del componente morfologico è determinata dalla classe cui il lessema appartiene,.

La forma di parola di una certa classe del lessico deve caratterizzarsi entro determinate categorie

morfematiche per potersi costruire: il nome deve caratterizzare rispetto al genere nominale e

numero, il verbo rispetto a genere verbale, diatesi, tempo, numero e persona, l’aggettivo

qualificativo rispetto al grado, al numero e al genere,…

Si può riconoscere la classe del lessico a cui una parola appartiene a partire dalle categorie

morfematiche a cui i lessemi sono esposti.

E’ importante notare che la forma di parola si struttura sia rispetto alle categorie morfematiche sia al

modo in cui un’entità si specifica rispetto ai modi d’essere (predicati) ammessi dalla classe cui

appartiene.

Per esempio, di un albero posso chiedere se è alto o basso, verde o secco, e lo posso chiedere

perché è nella natura dell’albero di essere in uno di questi modi. Ma non posso chiedermi se l’albero

sia intelligente o stupido perché l’albero non è esposto all’opposizione di intelligenza e stupidità.

Quindi, c’è un chiaro rapporto tra la congruità e le classi di predicati selezionate dalla classe cui

l’entità (l’argomento) appartiene.

Il calcolo delle forme di parola

+ ( pag. 180 – 181)

Morfemi fissi e liberi

Alcuni morfemi sono fissi in quanto sono legati al singolo lessema, mentre altri sono liberi.

In italiano, nel sostantivo, il morfema del genere nominale è fisso (un sostantivo o è maschile o è

femminile: caso, uomo), mentre quello del numero è libero (uomo / uomini).

Nell’ aggettivo invece sono entrambi liberi e nel verbo il morfema del genere verbale è fisso,

mentre tutti gli altri morfemi sono liberi.

Strategie di manifestazione dei morfemi

Il morfo è la strategia di manifestazione dei valori morfologici.

Il tempo di morfo più comune è costituito da una sequenza di fonemi che si saldano al componente

lessematico formando un’unica parola fonologica : canti –iamo.

Ma esistono strategie più complesse:

- Morfo zero: manifesta uno o più morfemi con l’assenza di un componente morfologico

manifesto. Un caso tipico è il singolare del sostantivo in inglese, che si distingue dal plurale

in quanto non presenta alcun segnale (Es: boy – boys):

- Amalgama morfematico: morfo che manifesta più di un morfema. Nel caso del verbo cant

–a, in –a sono rappresentati tutti i numerosi morfemi che caratterizzano questa forma. Nelle

lingue flessive, l’amalgama è il morfo tipico.

- Sincretismo: tipo particolare di omonimia a livello morfologico, per cui morfemi diversi

della stessa categoria morfematica ricevono la stessa manifestazione. Nel sincretismo,

proprio secondo l’etimologia greca della parola, due o più morfi vengono confusi,

diventando indistinguibili. Per esempio nel congiuntivo presente italiano”che io veda, che tu

veda, che egli veda” i morfi della 1.2.3 persona del singolare non presentano nessuna

differenza sul piano fonologico. Si dice, quindi, che le tre forme sono sincretiche riseptto

alla persona. In casi di sincretismo bisogna ricorrere ai diversi livelli del cotesto e del

contesto per individuare la forma della parola e tutte le altre strutture intermedie possono

essere utilizzate per disambiguazione a livello morfologico. In generale la distinzione viene

recuperata tramite un processo di disambiguazione, ossia mediante un’inferenza con cui

cancelliamo le interpretazioni del morfo non compatibili con il cotesto o con il contesto. I

numerosi sincretismi presenti nelle lingue vengono tendenzialmente disambiguati facendo

riferimento alle altre strutture intermedie, ma spesso bisogna ricorrere direttamente al livello

semantico. Ad esempio, nella frase “Eine Frau hat dieses Bich geschrieben” Frau viene

interpretato come soggetto e quindi come nominativo poiché occupa il primo posto. Anche

se invertissimo l’ordine delle parole ottenendo “Dieses Buch ha teine Frau geschrieben”,per

l’individuazione del morfema del nome Frau diventa determinante il livello semantico: il

predicato schreiben richiede come suo primo argomento un soggetto e può essere soltanto

Frau. + approfondimento pag. 186-187 – 188.

- Morfo discontinuo: manifestante morfologico che si realizza in modo discontinuo, prima e

dopo il lessema. Per esempio nel tedesco ge – mach – t , il morfo è costituito da due

sequenze morfologiche ge- e –t, interrotte dal lessema mach-. Ge- e –t rappresentano il

morfo del participio passato passivo. In italiano hai cant –ato. Sono importanti strumenti gli

ausiliari, strutture linguistiche che, usate autonomamente, sono di natura lessicale, ma

svolgono una precisa funzione morfologica.

- Suppletivismo morfologico: fenomeno per cui si utilizzano significanti lessematici

totalmente diversi per lo stesso lessema in determinate forme di parola (Es: sein ich bin,

ich war).

- Allomorfia: quando la stessa funzione morfologica si può manifestare in modi diversi, cioè

quando più morfi diversi rappresentano lo stesso morfema. In italiano il morfema del modo

verbale infinito ha quattro manifestazioni diverse: cant- are, legg –ere, vol –ere, dorm –ire.

I tutti questi casi non ho la liberta di scegliere un morfo piuttosto che un altro, in quanto si

tratta di una varianza contestualmente legata, dipendente dal lessema. Il morfema si può

manifestare in modi diversi a seconda dei lessemi: attraverso desinenze (kauf –te) o

attraversi modificazione della vocale del lessema dette apofonie (lesen las).

Funzioni dei morfemi

I morfemi possono veicolare due tipi di informazioni: informazioni sintattiche e semantiche.

Esaminiamo la seguente espressione: person –a, buon –a.

Il singolare del sostantivo ha un valore semantico in quanto dice che si sta parlando di una singola

persona: se dicesse person –e indicherei una pluralità di persone. In questo caso il morfema del

numero è semantico o intrinseco.

Il singolare dell’aggettivo non ha la funzione di indicare “una sola bontà!, ma quella di indicare il

nesso sintattico che lega l’aggettivo al sostantivo. La funzione di questo morfema è di segnalare che

buona è un attributo di persona. Questo morfema è pertanto sintattico o estrinseco. Questo tipo di

morfema è un segnale di manifestazione della sintassi e non serve per comunicare un modo

d’essere, ma una concordanza o una reggenza sintattica. Nel caso di questi morfemi il valore

semantico della morfologia non è immediatamente disponibile, ma è mediato: l’informazione è in

definitiva semantica, solo che è mediata dalla struttura della sintassi.

Nel caso dell’attributo, il valore può essere di due tipi. Confrontiamo i due sintagmi:


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Linguistica generale della professoressa Gatti, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente La comunicazione verbale degli autori Eddo Rigotti, Sara Cigada;
Editore: Apogeo Education, Edizione: 2013. Sulla linguistica generale con approfondimento in merito a modelli di comunicazione, problemi di epistemologia, linguaggio e ragione, le strutture intermedie, il lessico, la morfologia, il nome, la sintassi.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze linguistiche (BRESCIA - MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher glibertino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Gatti Maria Cristina.

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