Introduzione alla linguistica
La linguistica generale e il suo oggetto
Attualmente siamo immersi in una situazione di plurilinguismo e poliglottismo, in quanto al mondo esistono circa 6000 lingue. Indichiamo con L1 la lingua materna, mentre con L2 le lingue che apprendiamo successivamente, tra le quali si annoverano anche i dialetti: è il giurista che decide qual è la lingua ufficiale, mentre le altre lingue sono ridotte al rango di dialetti.
Le lingue sono sensibilmente diverse tra loro poiché sono degli osservatori della realtà: ogni popolo infatti ha un modo diverso di osservare la realtà (essa viene vista da diverse angolature e messa a fuoco) e ogni lingua offre una propria mappatura di essa (= Kartina mira): questo significa che quando vogliamo comprendere il significato semantico delle parole dovremo confrontare più lingue.
Esempi di diversità linguistica
Esempio:
- Il verbo di movimento viene espresso con differenti termini nelle seguenti lingue: andare, ir, aller, to go, gehen/fahren, идти/ехать. Mentre per italiano, spagnolo, francese e inglese non si distingue tra andare a piedi o con mezzi di trasporto, questa divisione è invece presente in lingue come il tedesco e il russo.
- Il tedesco, il francese, l’italiano, l’inglese e il russo utilizzano il termine zio indistintamente. In latino è presente invece una netta distinzione tra zio paterno (patruus) e materno (avunculus).
Lo scambio comunicativo
Oggetto della linguistica sono gli eventi comunicativi verbali, i quali privilegiano come strumento le lingue storico-naturali. La lingua verbale agisce però sinergicamente (non esclude) con la comunicazione paraverbale, la quale comprende la prossemica (gestualità) e gli elementi cinesici (= espressioni del volto).
Un primo accostamento al concetto
Per accostarci al concetto di comunicazione dobbiamo considerare che si possono dare due diverse definizioni di comunicazione:
- Tipo induttivo: insieme degli eventi comunicativi.
- Tipo deduttivo: competenza, grammatica, capacità che sta all’origine della molteplicità degli eventi comunicativi che siamo in grado di produrre.
(Es. numeri pari:
- Secondo il metodo induttivo elencheremmo esempi di numeri pari, cioè divisibili per due.
- Secondo il metodo deduttivo utilizzeremmo invece la formula matematica 2x=y: in questo modo otteniamo un numero pari con qualsiasi x).
Il modo induttivo e quello deduttivo sono due sguardi complementari sullo stesso problema, ma non ci permettono di cogliere a pieno il segreto della comunicazione.
L’unico strumento che abbiamo a disposizione per comprendere realmente il segreto della comunicazione è l’etimologia, ovvero il processo attraverso il quale si ricostruisce il percorso con cui un popolo ha costruito le sue parole (categorie).
Il termine “comunicazione” viene dal latino “communicatio” che deriva dal verbo “communico”: il verbo contiene il prefisso “cum” (con, assieme a) e la radice “munus” che in latino presenta una notevole polisemia.
La radice che si trova nelle parola “comunicazione” è presente anche in termini quali municipium, matrimonium, patrimonium e compare anche in molte parole che l’italiano e altre lingue moderne mutuano dal latino come remunerativo, munizione, munire, immune.
Il prefisso “cum” ravvisa l’esistenza di un rapporto, un nesso, una relazione tra due alterità, due entità diverse.
Per quanto riguarda invece il termine “munus”, esso possiede due diversi significati:
- Dono.
- Compito (incarico).
Il dono, che è qualcosa di amato, gradito, implica sempre anche un compito, cioè il dovere di prendersene cura. Il dono è quindi sempre legato alla responsabilità: nella comunicazione noi ci scambiamo dei beni (oggi sempre più smaterializzati: messaggi o testi) che sono amati, graditi, ma che aprono ai nostri interlocutori dei compiti (commitments). Il bene crea implicazioni, obblighi, responsabilità.
Responsabilità è una parola che ha la stessa radice di risposta: la responsabilità è il comportamento normale di chi riceve un bene; la risposta è il comportamento normale di colui al quale viene rivolta una domanda: si crea uno scambio. Ma gli atti linguistici non sollecitano solamente “risposte” da parte del destinatario, impegnano anche a comportamenti di natura diversa e creano quindi altre responsabilità.
Da ciò deriva il proverbio: “Hai voluto la bicicletta? Ora pedala!”. Se per esempio si comunica una gioia o un dolore, si apre al mio interlocutore il compito di empatia, di condivisione; se invece si comunica un segreto gli si apre il compito della discrezione.
Un altro elemento da tenere presente è il fatto che in molte lingue un unico aggettivo significa “benvoluto” e “costoso”: pensiamo al latino carus, allo spagnolo e all’italiano caro, al francese cher. Nelle lingue germaniche è avvenuta una scissione che ha portato alla distinzione dei termini “expensive” e “dear” per l’inglese e “teur” e “lieb” per il tedesco.
Comunicazione, comunità e cultura
La comunicazione è quindi un fenomeno che per esistere presuppone una diversità e che si basa sul concetto di “mettere qualcuno a parte di”, “mettere a disposizione di un altro”, “far partecipare un altro di un bene che ho”. Con una specificazione: quanto viene scambiato nella comunicazione non può essere un bene materiale, si deve trattare di segni che devono produrre un senso.
Ritroviamo un’antica immagine della comunicazione intesa come “scambio di beni e di segni insieme” nella figura mitologica della teologia classica pagana del dio Mercurio, che è messaggero degli dei, è il dio dell’interpretazione dei messaggi, ma anche protettore. Mercurio aiuta a interpretare lo scambio tra parole e pensieri che si attua nella comunicazione: è il dio dell’ermeneutica.
Un altro nome per il dio Mercurio era Hermes, dio dell’hermeneia, dal verbo hermeneuo, cioè interpretare. Interpretare significa:
- Recuperare, ridare senso a un testo;
- Costruire un senso per un testo: esprimere un senso, un significato attraverso un testo.
La nostra vita è intessuta di comunicazione che rende possibile la convivenza umana: la comunicazione ci permette infatti di fare comunità e di stare insieme ed è solo grazie alla comunicazione che possono costituirsi e sopravvivere le comunità umane.
Occorre ora mettere a fuoco il nesso che si viene a creare tra comunicazione e comunità, dal quale scaturisce la cosiddetta comunità linguistica.
Il primo a parlare di “comunità linguistica” è stato Saussure che l’ha definita come la “massa parlante” di coloro che parlano la medesima lingua. Dato però il fatto che questa definizione presenta dei limiti, è stato poi Hymes a fare riferimento all’interazione linguistica di comunità linguistiche concrete, in cui le persone reali comunicano effettivamente. È proprio Hymes a parlare di “speech communities”, cioè di “comunità di discorso”.
La più recente analisi testuale mette invece al centro dell’indagine il testo, ovvero il messaggio, intendendolo come interazione comunicativa tra persone. Se ci si pone da questo punto di vista, si comprende la possibilità di cambiare completamente il significato dell’espressione “comunità linguistica”, espressione che sta ad indicare non l’insieme di coloro che parlano una certa lingua, ma l’insieme di coloro che comunicano fra loro, facendo uso di una lingua storico-naturale.
Le lingue si chiamano storico-naturali perché sono vive nel tempo, subiscono un’evoluzione storica; allo stesso tempo sono un elemento “naturale” della vita e della crescita di una persona e di una comunità: tra le cose che i genitori insegnano al bambino “accogliendolo” nel mondo ci sono il mangiare, il bere, il lavarsi, il vestirsi…e il parlare.
Tuttavia abbiamo lasciato “naturale” tra virgolette perché il modo in cui si parla non è esattamente naturale. Il nesso tra comunicazione e comunità è mediato dal concetto di cultura in quanto:
- La cultura è l’insieme dell’informazione non genetica che passa attraverso le diverse generazioni.
- La cultura è la “grammatica” di una comunità, ossia una configurazione di sistemi segnici mediante i quali una comunità interpreta e comunica l’esperienza.
- Una cultura è un insieme di testi cioè di conoscenze e credenze, principi e valori, la cui condivisione condiziona l’appartenenza alla comunità.
Teoricamente lo “scambio di beni” che si verifica nell’interazione comunicativa è tanto maggiore quanto maggiore è la diversità tra coloro che interagiscono. La diversità tra le identità in gioco comporta un potenziale alto di arricchimento, ma allo stesso tempo, comporta il rischio che la comunicazione non abbia successo, perché diminuisce il “condiviso”, il common ground, che costituisce la base dello scambio.
Al successo della comunicazione presiedono questi due principi apparentemente contrastanti:
- Solo se ci conosciamo la comunicazione è possibile.
- La comunicazione implica novità, quindi differenza fra la cultura del mittente e quella del destinatario.
Questo common ground è anche un fattore fondamentale da tenere conto quando dobbiamo tradurre: il traduttore che riceve il testo in L1 e lo deve riformulare in L2, deve interpretare il testo in L1, recuperandone il senso e riformulandolo in L2 servendosi delle strutture del sistema linguistico. Il senso del testo si lascia riformulare in un’altra lingua, ma non in modo così scontato, sia per l’indeterminatezza delle strutture intermedie, sia per la diversa organizzazione delle strutture intermedie all’interno di ciascuna lingua storico-naturale, sia infine proprio per una questione di common ground culturale e personale degli interlocutori.
Comunicazione e società civile
La comunicazione sta, come abbiamo detto, a fondamento della convivenza umana: essa è “coestesa” alla vita nelle sue dimensioni private e pubbliche, dalla famiglia all’impresa, dalla comunità religiosa alla società civile. La comunicazione è un fenomeno che interpella l’esistenza umana nella sua totalità: la vita umana è intessuta, sostanziata di comunicazione, ciò significa che la comunicazione è coestensiva all’umano, essa si estende a tutte le esperienze dell’uomo.
Quando usiamo le parole esercitiamo un potere, in quanto esse hanno un peso: è importante quindi che si eserciti questo potere in modo autentico, giusto, efficace per creare nesso.
(Il termine potere deriva dal latino potestas: mentre in italiano il termine potere è letto con un’accezione perlopiù negativa, per i latini potestas era una vox media, aveva cioè un’accezione neutra e significava “possibilità di far fare qualcosa a qualcuno”. Questo termine latino aveva due fondamenti:
- Vis: forza, violenza fisica, ma anche il dolus, cioè l’inganno, che indica l’uso malevolo, perverso della comunicazione.
- Auctoritas: questo termine, dal verbo latino augeo, e sta indicare coloro che ci hanno messo nella realtà e ci hanno dato gli strumenti per crescere, ovvero gli auctores (per noi i genitori).
Un professionista della comunicazione ha quindi la responsabilità, di fronte alla società civile, di farsi carico della buona salute della comunicazione e di curarne le eventuali patologie e disfunzioni. Questa responsabilità è soprattutto rilevante in una comunità democratica, nella quale l’unica forza legittimata è quella della parola.
“Fare comunità” è il compito essenziale della comunicazione e per fare ciò è importante soprattutto che la comunicazione si basi sull’uso condiviso della ragione per creare consenso; se questo non avviene la comunicazione si può considerare fallita e il risultato è un consenso irragionevole, l’irragionevolezza condivisa.
Questo pericolo era stato già colto dagli ateniesi che avevano fondato la democrazia basata sulla discussione assolutamente libera tra i cittadini, discussione volta a cercare appunto il consenso necessario per le scelte della comunità civile in merito al giusto e al conveniente.
Il luogo della discussione era l’agorà, in cui ciascuno aveva il diritto di manifestare il proprio parere, con totale libertà di parola: essa era uno spazio comunicativo in cui i parlanti condividevano lo stesso spazio fisico (attualmente la nostra agorà è Internet, uno spazio della comunicazione che ha abbattuto i confini fisici).
L’efficacia della parola era per questo motivo indispensabile per diventare un cittadino autorevole (i sofisti avevano addirittura formato un mercato dell’arte comunicativa).
Esiste appunto una sostanziale differenza tra comunicatore e comunicazionista:
- Il comunicatore è colui che sa svolgere in pubblico efficacemente una comunicazione, ad esempio il conduttore televisivo o il politico, che sa trascinare dalla sua parte i cittadini. Nel buon comunicatore, la competenza comunicativa può essere quasi naturale, essa può essere un’abilità che si appoggia su automatismi acquisiti (come per chi sa guidare la macchina, che non sta a pensare in ogni momento quali gesti deve compiere per eseguire una determinata manovra e soprattutto non sa in che modo egli ottiene con le sue mosse certi risultati dal meccanismo).
- Il comunicazionista è colui che ha una consapevolezza sistematica degli strumenti della comunicazione e che sa come usarli perché la comunicazione sia efficace. Il buon comunicazionista deve possedere questi due requisiti: deve saper i segreti della comunicazione, le sue leggi, le sue dinamiche profonde con cui essa opera e sapere anche gli specifici settori di attività umana in cui si applicano le strategie comunicative. Il comunicazionista deve conoscere le ragioni e gli effetti delle strutture linguistiche e sa quindi intervenire là dove la comunicazione, come capita, si inceppa.
La comunicazione si può inceppare nel momento in cui si violano:
- Le dinamiche testuali: per creare suspense, attesa, bisogna dislocare l’elemento nuovo, la novità, a destra (dislocazione a destra). Nel momento in cui l’elemento nuovo (=rema) viene messo in prima posizione avviene la cosiddetta topicalizzazione del rema, ovvero il rema si trasforma in tema: esso è un elemento già noto sia al mittente sia all’interlocutore, che fa parte cioè dell’esperienza condivisa da entrambi, del cosiddetto common ground. Nel momento in cui il rema viene trasformato in tema, è come se si partisse dal presupposto che si stia parlando di qualcosa di già noto e che quindi non crea suspense come dovrebbe. Nel film di Fellini “La strada” Gelsomina deve fare pubblicità per l’arrivo di Zampanò ed è visibile una chiara differenza tra “Zampanò è arrivato” (= topicalizzazione) e “È arrivato Zampanò” (=dislocazione a destra).
- Le condizioni di sensatezza, che si fondano innanzitutto sul:
- Rapporto con la realtà: ciò di cui parliamo deve avere un collegamento con la realtà (Esempio: uno scapolo dice “Devo tornare a casa perché mi aspetta mia moglie”: uno scapolo non ha moglie e quindi ciò destituisce questo fondamento, parla di non realtà come se fosse realtà);
- Rapporto con l’altro: ciò di cui parliamo con l’interlocutore deve essere pertinente, deve interessargli nel senso etimologico del termine, deve coinvolgerlo, deve creare il cosiddetto involvement (Esempio: un uomo si avvicina ad un altro uomo sulla metro e gli dice “Mio cognato è farmacista”: non è pertinente, non crea involvement).
Es. In un cartellone pubblicitario è rappresentata una piscina in cui un uomo gareggia con gli squali e lo slogan che compare dice: “Il successo è una sfida mentale”. La pubblicità è efficace perché il termine “sfida” ha un nesso con il mettere a repentaglio la propria vita che è la stessa cosa che fa un uomo che gareggia con gli squali: esiste perciò un nesso profondo tra visual e headline che crollerebbe nel momento in cui venga cambiato lo slogan in “Success it’s a mind game”, in quanto non c’è nessuna contestualizzazione in cui il termine “game” possa essere collegato alla messa in gioco della vita.
Comunicazione verbale e tradizione delle scienze linguistiche
La comunicazione verbale è la comunicazione che si realizza in testi o messaggi linguistici, ossia in testi che si costruiscono con strutture linguistiche. Nonostante ciò la comunicazione verbale non esclude quei testi che utilizzano anche strutture semiotiche diverse, per esempio visive o gestuali.
L’approccio è inevitabilmente multidisciplinare perché coinvolge la costellazione delle scienze della comunicazione che interessano la:
- Dimensione linguistica: caratterizzata dalle scienze che analizzano l’organizzazione interna dei messaggi (linguistica, semiotica, logica): scienze linguistiche.
- Dimensione iconica: caratterizzata da quelle scienze che mettono a tema le sfere di interesse che sono all’opera nell’interazione comunicativa (economia, politica, religione, arte, musica): scienze semiotiche.
- Dimensione psico-socio-culturale: caratterizzata dalle scienze che studiano i...
Quando ti concentri sull'interazione tra comunicazione e società civile, ricorda che la comunicazione sta alla base della convivenza umana, essendo estesa a tutte le esperienze umane.
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