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4.7 Senso, non-senso, controsenso

Descrivendo la natura del significato si è messo a fuoco che:

il senso testuale nasce esclusivamente dalla combinazione congrua di predicati e argomenti;

la lesione della congruità comporta un’opacità (totale) del senso (il destinatario non è in grado

di recuperare in alcun modo il senso perchè gli elementi non sono fatti per stare insieme).

Questo fenomeno è stato chiamato non-senso. Dal punto di vista comunicativo, in non-senso

non esiste, cioè se un testo è un non-senso non è un testo. Quando il testo pare incongruo, il

destinatario fa di tutto per recuperare l’insensatezza. La lezione della coerenza, non comporta

che il testo non esista, ma che nasca un testo contraddittorio. Si può intervenire ed eliminare

la contraddizione, mentre l’incongruità non può essere “corretta”.

4.8 Coerenza e contraddizione

Il principio di coerenza o di non contraddizione viene formulato per la prima volta da Aristotele:

Il punto di partenza per fare una dimostrazione vera e propria, è dire qualcosa che abbia

un significato sia per noi, che per gli altri, e questo è necessario se si vuole dire qualcosa.

Responsabile della petizione di principio non è colui che dimostra, ma colui che provoca la

dimostrazione per distruggere un ragionamento, si usa un ragionamento.

Definizione 4.8.1 Dimostrare: far vedere la verità di un’affermazione, facendo discendere la

verità di questa affermazione dalla verità di un’altra per implicazione.

Non deve però essere dimostrato tutto: ci sono cose evidenti, davanti alle quali non serve di-

mostrare, basta guardare; non si può nemmeno risalire all’infinito nella serie delle dimostrazioni

e dimostrare è diverso da affermare.

Il dato e l’esperimento hanno la funzione di “far vedere” per “far partire” la dimostrazione.

Ogni scienza, partendo dall’evidenza, pone alcuni principi:

Definizione 4.8.2 Assiomi: insieme di principi formali che la scienza non mette più in dis-

cussione, ma che assume come punto di partenza.

L’evidenza fondamentale su cui si basa la conoscenza umana è il principio di non contrad-

dizione (pnc).

Una cosa può essere e non essere nello stesso tempo e sotto lo stesso aspetto. Il pnc è talmente

primitivo che non può essere dimostrato, ma solo confutato.

Definizione 4.8.3 Confutare: indurre in contraddizione, cioè far emergere che una certa

posizione è in sé contraddittoria e pertanto insostenibile.

Per negare sensatamente il principio di non contraddizione, bisogna almeno usarlo: per dire

che nulla ha senso, bisogna riconoscere che almeno l’affermazione “nulla ha senso” ha senso.

Questo procedimento mostra la necessità di fatto del principio di non contraddizione: non si

può negare sensatamente il principio di non contraddizione senza allo stesso tempo riconoscerlo

perché ogni atto comunicativo lo applica. Questa è la struttura ultima del discorso e della

ragione: non può essere affermata, perché per negarla la devo usare.

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Il dubbio

L’atto comunicativo è condizionato in quanto tale dal riconoscimento del principio di coerenza. La

coerenza è una qualità irrinunciabile del discorso. Il comunicare stesso è un implicito impegno a sanare

il proprio discorso da eventuali contraddizioni: posso dire qualcosa solo se credo che quel che dico non

è contraddittorio e se sono disposto a correggerlo se emerge il contrario.

La ragione attivata nella dimostrazione “scientifica” è la stessa ragione che opera nel discorso delle

vita quotidiana: richiediamo al discorso non-scientifico lo stesso principio di coerenza logica che ci

aspettiamo in un testo scientifico.

4.8.1 L’indeterminatezza dell’articolazione categoriale: l’esprit de finesse tra flessibilità

e confusione

La natura soggettiva del senso è un’altro principio che si contrappone al principio di co-

erenza: pertinenza e significatività. Bisogna intanto distinguere a che livello due affermazioni

sulla stessa realtà si collocano, quanta attenzione di osservazione di realtà c’è in queste due

affermazioni e quanto è importante questo giudizio. Entra in gioco quello che Blaise Pascal

chiamava esprit de finesse.

Definizione 4.8.4 Esprit de finesse: capacità di riconoscere e distinguere diversi livelli di

lettura delle realtà.

La nostra comprensione della realtà non è statica, è un gioco continuo di interazioni, di in-

cremento della comprensione reciproca, anche di focalizzazione dell’interesse. Ci sono anche

aspetti della realtà che possono risultare meno significativi di altri a seconda dei bisogni comu-

nicativi.

→ ognuno fa parlare la realtà in modo soggettivo

Nelle comunicazione mass-mediali invece il destinatario non ho la possibilità di confrontare

l’informazione che riceve con la propria esperienza discorso sull’etica della comunicazione.

Osservazione

1. esperimento psicologico: di fronte a una rappresentazione incompleta (immagine di due

facce/ una coppa) entrano in gioco dei procedimenti di tipo inferenziale con i quali ciascuno

“completa” i dati della percezione.

Qui il pnc non è per niente leso: il disegno vuole rappresentare contraddittoriamente un vaso e

due profili, sottoponendo il soggetto ad uno stimolo percettivo ambiguo allo scopo di realizzare

un’analisi dei processi di integrazione percettiva.

2. interpretazione della percezione: qui la domanda è: questa percezione corrisponde o meno

alla realtà? Qui si presuppone però che l’immagine abbiamo davanti corrisponda effettivamente

a qualcosa di determinato ci troviamo davanti a un’immagine incompleta o a indizi (di spalle

ci sembra di riconoscere qualcuno) e completiamo questi dati percettivi tramite procedimenti

inferenziali ottenendo una certa interpretazione della realtà.

In ogni caso non possiamo sperimentare la realtà totalmente, non potremmo mai sapere tutto. Proprio

perché la conoscenza della realtà è parziale, e viene integrata dall’inferenza, esiste il rischio di integrare

e quindi interpretare le percezioni in modo scorretto. Dichiarare la propria incapacità di spiegare un

fatto, non è contrario al pnc: i fatti sono problematici e compless nella maggior parte dei casi, vanno

interpretati e le interpretazioni possono essere varie e diverse.

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Definizione 4.8.5 Paradosso: una contraddizione apparente dovuta al confronto tra posizioni non

commensurabili.

4.9 Oltre la razionalità

Per comprendere adeguatamente la comunicazione verbale dobbiamo tenere sempre conto dei

soggetti che vi sono implicati. In tutte le comunicazioni il soggetto è coinvolto in altre di-

mensioni oltre a quella cognitivi: il soggetto non solo conosce, ma immagina e desidera, e in

ciascuna delle sue azioni coinvolge tutte queste dimensioni. Non basta che un messaggio sia

coerente e che sia vero perché mi tocchi. Occorre che l’evento comunicativo verbale corrisponda

anche all’interesse, all’orientamento di azione, dei sue soggetti.

Per capire “cose succede” nel momento dell’interazione, bisogna prima capire “che cosa vogliono”

i soggetti in azione. La dinamica dell’agire umano è fortemente finalizzata alla realizzazione

dello stato di cose prefigurato dal soggetto ed è proprio la finalizzazione ciò che “dà senso”

all’azione stessa. L’uomo è capace di “creare” attraverso il linguaggio “mondi possibili”, situ-

azioni che ha sperimentato in passato e che non sono più presenti, ma anche situazioni che

sono più o meno vicine a quelle che ha sperimentato, immaginando nuovi “intrecci” di nomi

e verbi. Il soggetto si sente interpellato da quello che accade e che può accadere dinamica

dell’interesse.

Definizione 4.9.1 L’interesse: è un dato originario che viene modellato da ciascuna delle

esperienze fatte, oltre che dall’educazione ricevuta e dall’auto-educazione che ciascuno si dà

attraverso le proprie scelte. Questo “coinvolgimento” del soggetto in quel che capita, nell’inter-

azione e nella comunicazione è pertanto un fatto naturale, inevitabile.

Quando un desiderio è più forte, l’energia dispiegata è proporzionalmente maggiore. Dove

invece l’interesse è scarso, il coinvolgimento risulta minore e il soggetto è molto più disposto a

“lasciar perdere”.

Il desiderio di un bene può essere considerato come la forza più genuina dell’uomo, perché

dal desiderio nasce l’interesse e conseguentemente la conoscenza. L’interesse e il desiderio

rappresentano momenti essenziali della comunicazione proprio perché rappresentano un fattore

fondamentale della soggettività umana. La differenza tra informazione e notizia mostra che la

comunicazione “funziona” nel momento in cui tocca l’interesse dell’altra, in cui risponde a un

suo desiderio.

Aristotele:

Mette a fuoco la nozione di “desiderio” e lo caratterizza come “ciò che attrae l’uomo, ciò che egli

ritiene essere il suo bene”. L’uomo infatti si rivolge spontaneamente verso la positività, desiderando

questo piuttosto che il suo contrario. Nel momento in cui vediamo qualcosa come giusto, vero, . . . lo

desideriamo.

Il desiderio nasce dalla conoscenza, è proporzionato alla conoscenza: la ragione ci consente di cogliere

la realtà nel suo insieme. Il desiderio può dirigersi ad aspetti particolari della realtà, vedendo in essi il

proprio compimento o può eseguire la ragione cercando di realizzarsi in qualcosa di grande. C’è però

una distinzione di atteggiamento di apertura verso la realtà in tutti i suoi diversi aspetti (desiderio o

interesse): si specifica infatti in emozioni, passioni e sentimenti, termini che rimandano a diversi livelli

di profondità, intensità e durata del coinvolgimento.

• emozioni di apertura (o euforiche) 25

• emozioni di chiusura (disforiche) →

“Apertura” e “chiusura” suggeriscono la direzione del movimento che prende origine dal desiderio

non solo ha una componente conoscitiva, ma è anche energia vitale che spinge all’iniziativa, all’azione.

Le emozioni sono motivata e la loro origine può essere spiegata razionalmente. Con il termine

passione, viene messo a fuoco il termine della “passività”, cioè, il momento del coinvolgimento è una

reazione che il soggetto “subisce”. Il coinvolgimento diventa passione in senso negativo, quando acceca

la ragione diventando l’unica ispirazione delle decisioni e delle azioni; ha invece un risultato positivo

quando indica la sincerità dell’impegno.

Ragione e ragioni

La conoscenza della realtà e il coinvolgimento non sono separabili: atteggiamento, decisione e la presa

di posizione sono inevitabilmente collegate una all’altra. La comunicazione deve rispondere al cuore

dell’altro, deve rispondere a una qualche sua domanda: c’è un desiderio di compimento a cui ciò che

si comunica deve corrispondere. La comunicazione prende le mosse da cuore (dalla persona nella sua

interezza), ma si rivolge a un’altro cuore. →

Il coinvolgimento di manifesta anche come sentimento coinvolgimento profondo e duraturo,

capace di muovere il soggetto ad avanzare con determinazione verso la propria meta. Il senti-

mento orienta l’azione verso “ciò che veramente conta” per ciascuno.

L’errore e la manipolazione posso entrare nella comunicazione semplicemente per una svista.

Una ragione dello sbaglio può essere semplicemente una debolezza tecnica, una scarsa conoscen-

za dello strumento “lingua”. Gli errori spesso sono frutto dell’automanipolazione che egli opera

su se stesso e che poi “trasferisce” nel procedimento di persuasione. Nel momento in cui un

particolare viene a occupare tutto lo spaziano disponibile imponendosi come totalità, la comu-

nicazione diventa manipolazione. Fa dimenticare al destinatario che è impossibile esaurire quel

che si potrebbe dire; induce poi a confondere quel particolare con tutto quel che sarebbe bene

sapere: la comunicazione diventa parziale e con ciò stesso fuorviante. Una comunicazione può

risultare manipolatoria quando “la parte” che ciascuna informazione rappresenta è assolutizza-

ta, “tagliata via” dal tutto.

Un uomo che non desidera e che si impedisce di desiderare si auto-condanna a vivere come una

cosa tra le cose, perché cancella sia la consapevolezza di essere bisognoso di qualcosa, sia il suo

rapporto, unico, con il mondo.

5 Le strutture intermedie

I testi della comunicazione verbale sono eventi semiotici che si incaricano di trasmettere un

senso. Il linguista per lavorare ha a disposizione un’insieme di testi: la lingua come tale, “allo

stato puro”, non esiste. Il linguista riconosce lingue diverse riconoscendo proprietà diverse dei

testi.

5.1 La lingua, sapere non saputo

Il dato di partenza per lo studio della lingua è il corpus dei testi prodotti in quella lingua.

“Come si chiama questa via?” segmento di conoscenza, un dato inserito nel nostro database.

“Cosa significa gara?” non lo sappiamo dire come dato esplicito della nostra conoscenza in

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quanto semplici parlanti.

Il parlante sa dire quando l’uso si una parola che conosce è corretto e quando, invece, non lo

è. La lingua poi vive in una particolare dimensione psichica: strutture e procedimenti della

lingua vengono attivati nel momento in cui li si usa concretamente per parlare. Nella memoria

del parlante sono presenti come modelli, patterns di realizzazione.

5.2 Quali sono le strutture intermedie

La lingua è come un laboratorio, che deve presentare un serie di reparti in ciascuno dei quali

si elaborano i base a precisi modelli (patterns) determinati tipi di componenti. I componenti

sono le strutture intermedie: ogni reparto del laboratorio linguistico si incarica di produrre una

determinata classe di strutture intermedie.

Classi fondamentali:

I. Lessico: è percepito dai parlanti come una componente di base di una lingua. Il lessico è

costituito da parole, bisogna però definire cosa sia una parola. “Parola” come elemento del

lessico = lessema. Tutte le lingue sono fatte di lessemi, la funzione di nominazione è una

delle funzioni fondamentali del linguaggio. Il nominare è lo strumento espressivo che si usa

direttamente per esibire le proprietà delle cose; il lessico rappresenta complessivamente le

possibilità di esperienza che sono stata riconosciute in una comunità di parlanti. Conoscere

un sistema linguistico, significa anche conoscere la sua grammatica, le regole per usare le

parole.

II. Sintassi: è l’insieme delle regole per ottenere combinazioni significative dagli elementi

del lessico ed è un aspetto universale del linguaggio. La creatività del sistema linguistico

dipende dalla sintassi, dalla possibilità di costruire un’infinità di combinazioni significative,

in modo che il costrutto sintattico manifesta un significato nuovo rispetto al significato

dei singoli elementi che lo compongono. Attraverso la combinazione significativa vengono

possibili frammenti di mondo.

III. Morfologia: solo alcune lingue sono strutturate dal punto di vista della morfologia,

mentre altre (cinese, vietnamita), non lo sono e sono dette isolanti, in cui è presente solo il

livello lessicale e quello sintattico. Tra le lingue che hanno morfologia, non tutti i lessemi

la presentano. Parole come sempre infatti, non sono morfologicamente analizzabili, perché

non cambiano mai. Il lessema invece sollevi, presenta un certo grado di strutturazione:

ha una parte stabile (sollev-) e una variabile. Lo stesso lessema assume forme diverse

(sollev-iamo). Tra le lingue che presentano morfologia, i fenomeni morfologici posso

essere presenti in maggiore o minore misura.

IV. Ordine delle parole: è più rilevante per le strategie di manifestazione della sintassi in

certe lingua rispetto ad altre (in inglese è più importante rispetto all’italiano, francese,

russo e tedesco). In italiano l’ordine delle parole è importante per stabilire le funzioni

sintattiche, ma può anche servire per distinguere livelli più strategici di senso.

V. Intonazione: l’insieme di fenomeni sovrasegmentali o prosodici che sono utilizzati per

manifestare diverse dimensioni del contenuto. L’intonazione svolge nella comunicazione

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verbale una funzione rilevante; in molte lingue ha la funzione di dare il “significato gen-

erale” del testo. Infatti tra tutte le strutture è quella che si allontana di più dalla semiosi

e si avvicina all’ostensione.

5.3 I tratti che caratterizzano le strutture intermedie

Tutte le strutture intermedie condividono nelle diverse lingue una serie di tratti:

· molteplicità di funzioni (polisemia)

· molteplicità di strategie di manifestazione (varianza)

· preferenzialità

· endolinguisticità

5.3.1 Polisemia (molteplicità di funzioni)

La polisemia va distinta dall’omonimia grazie al fatto che in essa è riscontrabile comunque un

qualche livello di motivazione, mentre nell’omonimia si tratta di diverse strutture intermedie.

Il verbo andare ha un’estrema varietà di valori; è molto difficile però identificare per ciascuno

dei valori il tipo di motivazione che lo connette agli alti. Il valore più ovvio e naturale, il

“valore preferenziale”, è il concetto a cui tutti gli altri valori sono riconducibili (“andare” come

“spostarsi nello spazio”). La percezione della motivazione è spesso incerta e il confine tra

polisemia e omonimia non si lascia fissare agevolmente.

La polisemia non riguarda solo il lessico, ad esempio la morfologia del verbo, il tempo futuro.

Il futuro può manifestare anche un’intenzione, un volere, una previsione, un comando.

La funzioni delle strutture intermedie manifestano una sostanziale indeterminatezza, in quanto

manifestano spesso diversi valori. Ogni segno è polisemico quando viene usato nei testi, perché

la sua funzione si specifica in rapporto al contesto concreto. Quando una polisemia di fissa

nella lingua può dare origine a nuovi lessemi.

5.3.2 Varianza (molteplicità delle strategie di manifestazione di una stessa strut-

tura intermedia)

Non sempre dato un elemento linguistico, riusciamo a definire una forma fonetica precisa che

funge da significante: la stessa unità di significato presenta più di una strategia di manifestazione

(aller, je vais, j’irai ). Anche nella morfologia il rapporto tra manifestazioni e valori non è

univoco, bensı̀ complesso.

Varianza e sinonimia

Nella varianza abbiamo un unico segno che si manifesta in modi diversi a seconda dei contesti. La

sinonimia invece si caratterizza per l’equivalenza a livello semantico si due strutture intermedie che

restano tuttavia distinte. C’è la sinonimia a livello lessicale (ubriaco, sbronzo) e a livello morfologico

(molto furba, furbissima). L’uso dei sinonimi non è sempre libero, esso dipende spesso dal contesto.

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5.3.3 Preferenzialità o naturalità

Prestare ha più di un valore: il primo, più naturale e immediato, viene riportato dal vocabolario

come “prima accezione”. Questa naturalità facilita l’interpretazione del testo perché costituisce

una guida all’inferenza. Le strutture polisemiche infatti presentano un valore preferenziale.

Tra le varie manifestazioni possibili, verrà chiamata manifestazione preferenziale quella più

tipica, immediata, naturale all’interno di ciascuna lingua storico-naturale, che è spesso anche

quella statisticamente più frequente. La preferenzialità facilita la comunicazione perché indica

al destinatario l’interpretazione più probabile delle strutture intermedie che compaiono in un

testo.

5.3.4 Endolinguisticità

Ciascun livello del sistema linguistico presenta una conformazione particolare entro ciascuna

lingua: la sua natura è endolinguistica. In effetti le strutture intermedia variano profondamente

da lingua a lingua. Il lessico si caratterizza nel suo insieme per questa proprietà.

5.4 Perché intermedie

Le strutture delle lingue storico-naturali sono caratterizzate, rispetto ai linguaggi formali, dalla

flessibilità. Il rapporto tra suono e senso è specificato dal testo e che può definirsi ”portatore

di senso. La lingua si spiega come sistema di traduzione molto flessibile che consente sia

il passaggio dai sensi ai testi sia quello dai testi ai sensi. Ciascun senso può dare origini a

molteplici testi e ciascun testo può avere molteplici senso. La lingua è una funzione multi-

multivoca tra sensi e testi (Mel’chuk). Si parla di strutture intermedie perché i segni linguistici

si trovano “a metà strada” tra il suono e il senso. Il valore del segno si può determinare con

certezza solo quando lo si trova utilizzato in un preciso contesto.

Se le consideriamo in astratto possiamo notare che si tratta non di un insieme amorfo di segni

e nemmeno di un semplice sistema di elementi, ma di strutture già predisposte per certi usi (es.

la desinenza -a per segnalare il femminile). I valori assegnati alle strategie di manifestazione

possono essere diversi e, viceversa, vi possono essere più strategie atte a manifestare un valore.

Il carattere intermedio delle strutture linguistiche è particolarmente marcato nei casi in cui

la funzione della struttura non è immediatamente semantica; la struttura semantica ha una

funzione immediatamente semantica. La funzione sintattica di attributo svolge infine una

serie di funzioni semantiche diverse a seconda del contesto: funzione descrittiva, restrittiva o

predicativa.

Paradigma e libertà

Ogni parlante realizza discorsi passando da regole e lessemi a enunciati corretti. Es. Uffa, oggi piove:

il parlante ha semplicemente usato un pensiero che era già stato generato dal sistema. Il senso dipende

solo da l rapporto che lega i testi al sistema.

Lo strutturalismo è un sistema di pensiero che comporta un paradosso e un disagio, in quanto impone

l’assunzione, decisamente contraria alla nostra percezione, che non siamo noi a parlare e che prendiamo

in prestito tutto quel che diciamo da sistema. La lingua non è venuta dal nulla, ed evolve, in qualche

misura danneggiata dai parlanti. Anche questo pone dei problemi allo strutturalismo teorico. Chi ha

costruito il codice lo usa, sfruttandone gli ampi spazi di flessibilità per adattarlo a sue esigenze. Il

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codice diventa anche un limite che va superato, in misura diversa a seconda dei casi. A partire da Sus-

sure il sistema linguistico è stato indagato, descritto e interpretato; l’ipotesi semiotica strutturalista

del rapporto significato-significante non ha una validità assoluta perché non si applica a tutti i segni

e soprattutto non è sufficiente per spiegare il rapporto senso-testo.

Il vero “segno linguistico” è il testo nel suo insieme, all’interno del quale ciascuna delle strutture

linguistiche, acquista un valore particolare. Il sistema linguistico non viene più inteso come un genera-

tore delle espressioni linguistiche, ma come strumento che il parlante uda per costruire il proprio senso.

Il lessico genera le unità lessicali (direttamente, se si tratta di lessemi invariabili, mentre se

variabili devono passare prima attraverso la morfologia): le forme di parola cosı̀ ottenute cos-

tituiscono i sintagmi minimi. I sintagmi minimi vengo elaborati nella sintassi dando luogo a

sintagmi complessi e a frasi. All’uscita del generatore sintattico troviamo gli enunciati.

6 Il lessico

Il lessico è la componente più immediatamente riconoscibile del sistema linguistico, quella in cui

il rapporto semiotico tra significante (manifestazione) e significato (funzione) si lascia cogliere

nel modo più immediato.

Diversi usi del termine “parola”:

1. autorizzazione a parlare in un’assemblea

2. capacità, facoltà di parlare

3. parola come manifestazione della fides, ossia dell’impegno inteso come messa in gioco del

proprio credito entro la comunità.

4. “lessema”, la parola che si trova nel vocabolario

5. forma di parola

6. il “sintagma minimo”, la forma libera minima.

I valori 1-3 si distinguono per mettono a fuoco il linguaggio e il suo uso.

6.1 La parola

Definizione 6.1.1 Parola fonologica: segmento dotato di autonomia articolatoria; un segmen-

to prima e dopo il quale si possono collocare ragionevolmente delle pause o sospensioni del

discorso in modo naturale.

Una parola fonologica è caratterizzata da:

1. autonomia articolatoria

2. accento proprio

3. rispetto delle regole fonotattiche prevista in ciascun sistema linguistico per questa unità

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La parola fonologica però non confusa con la parola ortografica, individuabile dagli spazi vuoti

a lati o segni di interpunzione.

Definizione 6.1.2 Lessema: parole che si trovano nel vocabolario, dove compaiono indicizzate

come lemmi

Es. aiutavamo, aiutò, saranno aiutati . . . sono riconducibili allo stesso lessema “aiutare”.

L’infinito presente è diventato convenzionalmente la denominazione di questo lessema.

Forme di parola: esistono lessemi che si presentao sempre allo stesso modo (perché, soltanto,

ieri) e lessemi che assumono di volta in volta forme differenti (bello, bella, bellissimi), cioè forme

del medesimo lessema variabile. Il concetto di “forma di parola” mette in evidenza il legame

tra il lessico e la morfologia o “teoria delle forme. La nozione stessa di “forma di parola” aiuta

a mettere a fuoco che in lingue come l’italiano (tedesco, spagnolo . . . ) le parole si distinguono

in generale in variabili (che prevedono forme diverse) e invariabili (un’unica forma di parola).

La forma di parola sul piano sintattico va considerata il sintagma minimo, cioè solo la forma

di parola rappresenta il costituente adeguatamente strutturato per entrare nella costruzione

testuale.

Definizione 6.1.3 Classi del lessico: insiemi di parole che condividono alcune proprietà a

livello semantico, sintattico e morfologico.

La combinazione è significativa, se le parole di un certo tipo sono combinate con parole di un

certo altro tipo (Platone: nomi e verbi). Le lingue storico-naturali presentano numerose altre

classi di parole. Esse possono variare in numero e struttura da una lingua all’altra. In italiano

le classi del lessico (o parti del discorso sono nove. Ognuna di esse coincide con una particolare

“prospettiva” del valore linguistico.

Es. La mamma preparava il tiramisù quando venivano le cugine

Il ruolo semantico dei nomi (mamma, tiramisù, cugine) è di indicare le entità che entrano in

gioco nella vicenda narrata. I verbi ci parlano invece degli eventi, dei fatti (venire, preparare).

La congiunzione esprime un rapporto, in questo caso di coincidenza temporale.

Per le funzioni sintattiche invece, i nomi fungono da soggetti (la mamma, le cugine) o da oggetti

(il tiramisù); i verbi da predicati grammaticali. LA congiunzione lega i due enunciati formando

un unico enunciato complesso.

6.2 I processi di strutturazione del lessico

La generazione qui è intesa naturalmente come procedimento che specifica la forma delle strut-

ture linguistiche.

Concetto di generazione

Il punto di partenza è la nozione di decidibilità di un insieme.

Definizione 6.2.1 Decidibilità: un insieme è detto decidibile se siamo in grado di enumerare

i suoi elementi, cioè di stabilire se un elemento dato appartiene o no all’insieme.

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Una procedura povera, poco soddisfacente e spesso impossibile, è quella di elencare gli elementi

dell’insieme. Un procedimento più pratico è quello di definire i criteri di appartenenza, cioè

l’insieme dei tratti necessari e sufficienti per appartenere all’insieme. La definizione, non solo

specifica, ma costituisce gli oggetti che appartendono a un certo insieme.

Es. Per assicurare la decidibilità dell’insieme dei numeri pari posso illudermi di farlo attraver-

so un’elenco (che non finisce mai) oppure posso ottenerla attraverso la definizione costitutiva,

cioè un procedimento, che assumendo in ingresso l’insieme dei numeri interi, genera in uscita

l’insieme dei numeri pari.

Una semplice applicazione

Possiamo costruire il generatore di sillabe dell’italiano. All’ingresso di questo generatore si trovano

tutti i fonemi dell’italiano, suddivisi nei sottoinsiemi C (consonanti) e V (vocali); posso quindi stabilire

una formula: (C (C (C )))V (C)

1 2 3

Le parentesi indicano facoltatività. Tale struttura genera tutte le strutture sillabiche possibili:

V a, a-e-re-o

CV da, re-te

C C C V spro-na-re

1 2 3

VC or-lo

C C V C stan-co

1 2

Questo insieme di regole ci permette di stabilire in modo formale se una certa stringa di fonemi è o

no in italiano una sillaba. Possiamo formulare ancora altre regole che ci dicono se un stringa di sillabe

rappresenti o meno un parola fonologica.

In ingresso del generatore del lessico si trovano tre classi:

1. lessemi elementari : un lessema non riconducibile a un altro lessema (casa, acqua . . . )

2. lessemi latenti : possono essere considerati un tipo particolare di lessemi elementari; si

tratta di lessemi che non occorrono mai come unità lessicali autonome, ma non presenti

solamente come costituenti di lessemi strutturati

3. formativi lessicali: vengono utilizzati nei processi di formazione dei lessemi. Non sono

elementi autonomi, il loro significato non è ben definibile e vanno uniti al lessema. Tra i

formativi ci sono

a. i suffissi (-oso, -are. . . )

b. i prefissi (ri-, stra-. . . )

c. gli infissi (formativi che entrano nel corpo del lessema)

d. i circonfissi (formativi discontinui che si attaccano prime e dopo il lessema)

In uscita si trovano i lessemi canonici, che sono composti da:

1. lessemi elementari

2. lessemi strutturati 32

Definizione 6.2.2 Lessemi canonici: lessemi manifestati da una sequenza fonologica e costi-

tuiscono l’insieme delle unità lessicali.

Si oppongono a questi i fraseologismi (sintemi e funzioni lessicali), che presentano una strut-

turazione più complessa.

Possedere una lingua significa soprattutto capire e “dominare” dall’interno i processi di gener-

azione del suo lessico.

Tra i processi di strutturazione lessicale consideriamo:

· processi di formazione

– derivazione

– alterazione

– composizione

– combinazione

· processi fraseologici

– sintemi

– funzioni lessicali

6.3 I processi di formazione: derivazione, composizione, combinazione

e alterazione

Definizione 6.3.1 Derivazione: è il procedimento più sistematico che fa ottenere un lessema

di una classe o sottoclasse diversa.

È uso distinguere i derivati in base al loro processo di formazione, cioè indicando la classe di

arrivo (quella del lessema strutturato) e la classe di origine (la classe del lessema base).

Base Derivato Tipo

casa accasare verbo denominale

arrivare arrivo nome deverbale

bello bellezza nome deaggettivale

vecchio invecchiare verbo deaggettivale

⇒ aggettivo denominale

casa casalingo

mangiare mangiabile aggettivo deverbale

dolce dolcemente avverbio deaggettivale

A livello di strategia di manifestazione il processo di derivazione si avvale di suffissi. La

derivazione può però avvenire anche senza l’aggiunta di un formativo concreto suffissi zero

Es. delibera è un nome deverbale da deliberare.

Particolarmente varia è la classe dei nomi deverbali che si distinguono in sottotipi; la loro

funzione è profondamente diversa e si distinguono con termini latini diversi. Es. scrivere

• nomina agentis: scrittore/ice, lettore/ice. . .

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• nomina actionis: scrittura, lettura. . .

• nomina loci: scrittoio/scrivania . . .

Spesso il semantismo rimane invariato comprare - compratore, non modificano il significato

delle loro basi se non per la specificazione dovuta al tipo di derivazione.

La derivazione comporta spesso varie modificazioni nel significato del lessema base. In questi

casi si parla di derivazione semanticamente marcata. Es.mangiare mangiata: essi specificano

e arricchiscono il significato del verbo da cui derivano in due sensi.

Definizione 6.3.2 Composizione: processo di formazione lessicale che crea un nuovo lessema

fondendo insieme due basi (lessemi elementari) oppure un prefisso e una base.

I costrutti sintattici possono trasparire più o meno chiaramente nel composto.

· Verbo+Nome: essa designa un agente o uno strumento, attraverso l’esplicitazione del-

l’azione e del suo oggetto.

⇒ Spazzacamino: persona che spazza il camino

· Nome+Nome: indica generalmente una specificazione e può dare origine tanto a un

nome quando a un aggettivo

⇒ capostazione: persona a capo della stazione

⇒ filiforme: a forma di filo

· ⇒

Aggettivo+Nome: buonumore

· Avverbio+Participio: in alcuni casi danno origine a un nome, in altri a un’aggettivo

⇒ benvenuto

⇒ altoparlante

In altri casi il composto è formato da un prefisso + una base. I prefissi più frequenti sono: ad-,

in-, con-, de-, abs-, ri-, es-, sub-.

· Prefisso+Nome: danno luogo a nomi e aggettivi, ma anche verbi

⇒ pregiudizio

⇒ infilare

· ⇒

Prefisso+Aggettivo: incredibile

· ⇒

Prefisso+Participio: previdente

· ⇒

Prefisso+Verbo: importare

Alcuni lessemi composti sono costituiti a partire da lessemi latenti, es. con-durre, formato

dal prefisso con e dal lessema *durre dal latino dùcere, “guidare” (tradurre, indurre, sedurre,

dedurre. . . ). Questi lessemi sono chiaramente composti, ma uno degli elementi non esiste come

lessema autonomo in italiano. Altri es. *ferire lat. ferre, “portare”; lat. *ludere, “giocare”.

Il fenomeno di latenza si collaca al confine tra diacronia e sincronia.

34

Lo scambio interlinguistico

Il lessico è il raparto del sistema linguistico in cui è particolarmente evidente l’influenza che lingue,

venendo a contatto, esercitano l’una sull’altra. Lo scambio interlinguistico che ne nasce dà luogo a

fenomeni diversi:

? prestito: un lessema passa nel suo insieme (significante e significato) all’altra lingua (es. in

italiano il prestito dal francese abatjour )

? calco: riguarda i lessemi strutturati; si traducono le basi e si trasferisce il procedimento di strut-

turazione. (lat. prae-scribere ted. vor-schreiben; rus. pred-pisat’ : “ricalcano” la struttura

della parola latina traducendone i singoli elementi)

Il ricorso all’uno o all’altro procedimento dipende in modo significativo dalla preferenze di una lingua in

termini di procedimenti lessicali. Quel che accade nel prestito composto, è che va persa la trasparenza

della composizione.

Lo scambio comunicativo presuppone un contatto fra le lingue. Questo può avvenire secondo due

modalità sensibilmente diverse:

? bilinguismo: uno o più parlanti sono in grado di servirsi di due o più lingue diverse, fra cui

scelgono di volta in volta in dipendenza della lingua del destinatario

? diglossia: una certa comunità di paranti usa nel suo insieme una lungua per certi tipi di

comunicazione e un’altra per altri tipi di comunicazione.

Definizione 6.3.3 Combinazione: è il procedimento di formazione del lessico dato dalla sem-

plice giustapposizione di due lessemi appartenenti alla stessa classe del lessico, tra i quali si

stabilisce un rapporto di tipo attributivo.

Un aspetto tipico della combinazione è che i due elementi vengono percepiti come ancora

abbastanza distinti. Possono essere congiunti o meno, o anche uniti con un trait d’union. Es.

asilo nido, uomo ragno, pesce spada . . . . Questi sostantivi formano il plurale variando il primo

termine, mentre il secondo rimane invariato.

Definizione 6.3.4 Alterazione: è un processo di formazione del lessico che modifica il signifi-

cato secondo categorie standard. Si realizza con l’aggiunta di un suffisso.

In italiano è molto produttivo ed esistono:

· diminutivi: cas-in-a, libr-ett-o

· vezzeggiativi: ors-ett-in-o

· accrescitivi: cas-on-e

· peggioratici: post-acc-io

Questa dimensione è tipicamente pragmatica e non semantica; riguarda la posizione dei soggetti

che comunicano. Gli alterati sono molto frequenti nel linguaggio infantile. Pur riguardando i

nomi, tocca anche gli aggettivi, i verbi (canticchiare), gli avverbi (pochino) e i pronomi (qual-

cosina).

Numerosi lessemi, pur presentandosi come alterati, vanno considerati come lessemi elementari,

perché hanno acquisito una funzione “nominativa” autonoma (gommone, pennino . . . .

35

6.4 Processi fraseologici: sintema e funzioni lessicali

I due processi di strutturazione che ora vengono considerati assumono come base delle strutture

sintattiche, frasi, che vengono poi lessicalizzate in diverso modo.

Definizione 6.4.1 Sintemi: antiche combinazioni sintattiche che, in forza del loro prolungato

e frequente uso, vengono a essere percepite come un’espressione lessicale unica.

È un struttura lessicale e i fraseologismi sintematici possono essere di diverso tipo:

· nominali: gatto delle nevi, stella di Natale . . .

· verbali: gettare la spugna, essere sulle spine . . .

· avverbiali: in men che non si dica. . .

· preposizionali: a forza di, a furia di . . .

Il procedimento che dà origine al significato complessivo si costituisce attraverso un procedi-

mento di motivazione.

Le funzioni lessicali sono state studiate per la prima volta dal linguista russo Igor Mel’chuk,

che ne ha individuate circa 50. Vengono presentati qui solo 2:

Definizione 6.4.2 Oper : esprime il rapporto tra il nome di una situazione (es. decisione) e

1

il verbo indicante l’azione di chi mette in atto quella situazione (es. prendere).

Il valore degli elementi lessicali che svolgono la stessa funzione lessicale resta fondamentalmente

lo stesso. La differenza è che fra questi elementi dipende dal nome della situazione. Sono quindi

varianti fraseologiche la sui scelta dipende dal contesto sintattico in cui compaiono. Le varianti

che la rappresentano cambiano notevolmente da lingua a lingua, non è possibili infatti fare una

traduzione letterale. In questo senso si parla di un “funzione” particolare all’interno del lessico:

si tratta di un uso semanticamente povero, dipendente, dal sostantivo indicante la situazione

che compare nella frase e che riveste la posizione principale dal punto di vista del significato.

Può essere rappresentata genericamente cosı̀:

f l(x) = y

fl= funzione lessicale, che indica la realizzazione di una situazione (x). Il verbo “y” indica

l’azione compiuta da chi mette in atto la situazione.

Oper (decisione) = prestare

1

Es. Anna ha preso la decisione di tornare a casa.

Non si intende prendere come afferrare; il valore di questi verbi è quasi “vuoto”, la loro funzione

si riduce a quella di attualizzatori della situazione. Si tratta di varianti combinatorie.

Definizione 6.4.3 Magn: indica l’intensificazione dell’aggettivo.

Esempio

Magn (ricco) = ricco sfondato

Magn (malato) = gravemente malato 36

6.5 All’uscita del componente lessicale

Confrontando l’ingresso con l’uscita osserviamo anzitutto che non compaiono più né i lessemi

latenti né i formativi: sono materiali lessicali non autonomi. Compaiono invece i lessemi canon-

ici e i fraseologismi. I lessemi canonici hanno destinazioni diverse: i lessemi invariabili vanno

direttamente verso il componente sintattico; i lessemi variabili devono prima passare attraverso

il componente morfologico che specificherà le loro forme secondo la classe cui appartengono.

7 La morfologia

7.1 Lessico e morfologia

La morfologia opera in diretta correlazione con il lessico. Un lessema variabile non può mai

comparire privo del suo componente morfologico.

Anche la morfologia elabora strutture caratterizzata da:

· molteplicità di funzioni (polisemia)

· molteplicità di strategie di manifestazione (varianza)

· preferenzialità su ambedue i piani

· endolinguisticità

Definizione 7.1.1 Morfologia: il suo compito specifico è quello di trasformare il lessema

variabile in forma di parola, cioè in sintagma minimo.

La forma di parola è il lessema cosı̀ come compare nel testo e un lessema variabile non può

occorrere nel testo allo stato puro, deve passare attraverso il reparto morfologico.

La morfologia studia le diverse strategie di manifestazione della forma di parola fornita da un

sistema linguistico, il rapporto tra queste strategie di manifestazione e le funzioni sintattiche

e semantiche che esse possono assumere. Nei lessemi variabili la forma di parola presenta un

componente lessicale e un componente morfologico (es. cant-are).

Il lessema variabile entra nel reparto “Morfologia”. In base alla classe del lessico il lessema deve

caratterizzarsi obbligatoriamente secondo certe categoria, assumendo entro ciascuna di queste

una delle alternative (morfemi) che questa prevede. L’assunzione di un determinato morfema

comporta l’attivazione del morfo che lo manifesta e funzioni di diverso tipo do cui il morfema è

portatore. In uscita c’è la forma di parola, pronta per entrare in quanto sintagma minimo nel

reparto della sintassi, insieme ai lessemi non variabili.

Il lessico e la morfologia nel loro insieme presentano alcune differenze:

giardin- anche pronunciato da solo, co-

1. il lessema è trasparente rispetto al significato:

munica il suo significato, mentre il componente morfologico -o da solo non comunica

nulla

2. il numero degli elementi: le classi del lessico contengono un numero di lessemi tendenzial-

mente ampio e virtualmente illimitato, mentre le categorie morfematiche presentano un

numero di morfemi chiuso e ristretto 37

3. l’evoluzione diacronica: il lessico evolve velocemente e non travolge il sistema linguistico; i

cambiamenti nella morfologia invece sono più rari e più lenti e comportano trasformazioni

radicali del sistema linguistico

Il lessema si può costituire in forma di parola anche senza formativo, mentre senza morfema

non diventa una forma di parola e quindi non può essere usato in un testo. La differenza tra tra

i due livelli è spesso recuperata distinguendo una morfologia lessicale che opera con formativi

e una morfologia grammaticale che opera con morfemi.

7.2 Morfologia e tipologia delle lingue

La manifestazione dei morfemi è affidata a strategie complesse.

Es. la forma di parola cant-iamo manifesta un’insieme piuttosto ampio di morfemi:

1. diatesi attiva

2. modo indicativo

3. tempo presente

4. numero plurale

5. 1a persona

Tutti questi morfemi sono manifestati dal morfo -iamo. È una forma compatta, non ulteriormente

scomponibile in elementi significativi.

Nell’imperfetto indicativo italiano (cant -av -o. . . ) il componente lessematico coincide con cant-; il

componente morfologico è ben distinto in due parti: la parte finale -o indica persona e numero, e la

parte che la precede, -av-, indica l’imperfetto. Le due parti sono due distinti morfi fenomeno di

agglutinazione. Nel caso invece di cant-iamo, tutti i morfemi sono amalgamati in un unico morfo e

viene chiamato procedimento flessionale.

Definizione 7.2.1 Morfo: un manifestante non ulteriormente scomponibile.

Definizione 7.2.2 Componente morfologico: insieme di morfi presenti in una forma di parola.

I sistemi linguistici in rapporto alla morfologia:

I. lingue isolanti: lingue che non presentano morfologia (cinese, vietnamita) o presentano

una morfologia ridotta (inglese).

II. lingue sintetiche: lingue che possiedono una morfologia; fra esse si distinguono le:

a. agglutinanti: lingue sintetiche in cui prevalgono casi di componenti morfologici for-

mati da più morfi (ungherese, finlandese, turco)

b. flessive: lingue sintetiche che tendono ad avere componenti morfologici di un solo

morfo (italiano, russo, tedesco . . . ) 38

7.3 Categoria morfematica, morfema e morfo

Definizione 7.3.1 Categorie morfematiche: insiemi chiusi di morfemi alternativi.

In italiano le categorie morfematiche del verbo sono sei:

1. genere deverbale (transitivo/intransitivo) 4. tempo

2. diatesi 5. numero

3. modo 6. persona

Le categorie sono paradigmi morfematici, cioè classi di morfemi alternativi, ciascuno dei

quali veicola un insieme di potenziali funzioni. Dentro a ciscuna categoria ci s no più morfemi

(almeno due).

Definizione 7.3.2 Morfema: sono le alternative possibili fra le quali la categoria morfematica

impone al lessema di scegliere per una certa forma di parola.

I morfemi sono manifestanti dal componente morfologico della forma di parola. Pertanto il

morfo è il significante (o strategia di manifestazione) di uno o più morfemi. Una categoria mor-

fematica è costituita da due o più morfemi che rappresentano alternative dello stesso paradigma

(maschile/femminile; passato/presente/futuro . . . ). I morfemi sono manifestati dai morfi.

7.4 Categorie morfematiche e classi del lessico

Confrontando per es. le forme dormo/dormi, ci chiediamo quale sia la differenza nelle in-

formazioni da esse fornite: ciò che varia è l’indicazione della persona, mentre tutte le altre

informazioni morfologiche restano invariate.

La “persona” dunque è una categoria morfematica e queste due forme realizzano due diversi

morfemi (prima e seconda persona) all’interno del paradigma offerto da questa categoria. La

struttura del componente morfologico è determinata dalla classe cui il lessema appartiene. La

forma di parola di una certa classe del lessico deve caratterizzarsi entro determinate categorie

morfematiche. Si può riconoscere la classe del lessico a cui una parola appartiene a partire dalle

categorie morfematiche a cui i lessemi sono esposti.

C’è un chiaro rapporto tra la congruità e le classi di predicati selezionate dalla classe cui l’entità

(l’argomento) appartiene.

7.5 Il calcolo delle forme di parola

Lingue agglutinati e lingue flessionali hanno una strategia di costruzione del componente mor-

fologico assai diversa e questo caratterizza i morfi dal punto di vista della loro natura semiotica

e del loro numero. C’è nelle lingue agglutinanti un rapporto semiotico più diretto ed esclusivo

fra morfema e morfo (idealmente biunivoco) al punto che il morfema è affine a lessemi che

spesso hanno natura “grammaticale”, come le preposizioni. Il numero dei morfi nelle lingue

agglutinanti coincide con il numero dei morfemi, mentre nelle lingue flessionali, coincide con il

numero delle forme di parola.

Il numero delle forme corrisponde in generale al prodotto del numero dei morfemi di una cate-

goria morfematica per il numero dei morfemi di ciascun altra categoria morfematica. I fenomeni

morfologici sono endolinguistici, quindi si otterranno risultati diverse per le diverse lingue.

39

7.6 Morfemi fissi e liberi

Alcuni morfemi sono fissi, in quanto legati al singolo lessema, altri sono liberi.

Es. in italiano il morfema del genere nominale è fisso (casa, uomo . . . ), mentre quello del

numero è libero. Nell’aggettivo sono entrambi liberi. Il morfema fisso è già predefinito dal

lessico per ciascun lessema prima che esso entri nel reparto morfologico.

7.7 Strategie di manifestazione dei morfemi

Il morfo è la “strategia di manifestazione” dei valori morfologici. Il tipo di morfo più comune

è costituito da una sequenza di fonemi che si saldano al componente lessematico formando

un’unica parola fonologica. Sono però frequenti strategie più complesse.

7.7.1 Il morfo zero

Definizione 7.7.1 Morfo zero: manifesta uno o più morfemi con l’assenza di un componente

morfologico.

Es. boy- rispetto a boy-s

Il morfo zero è una strategia di manifestazione in se stessa perfettamente univoca, purché fra i

morfemi alternativi delle categoria morfematica sol uno venga rappresentato dal morfo zero.

7.7.2 L’amalgama morfematico

Definizione 7.7.2 Amalgama morfematico: si intendo un morfo che manifesta più di un

morfema

Es. cant-a: in -a sono rappresentati tutti i numerosi morfemi che caratterizzano questa forma.

Nelle lingua flessive, l’amalgama è il morfo tipico.

7.7.3 Il sincretismo

Definizione 7.7.3 Sincretismo: è un tipi particolare di omonimia a livello morfologico, per

cui morfemi diversi della stessa categoria morfematica ricevono la stessa manifestazione.

Quindi, due o più morfemi si “confondono”, diventando indistinguibili. Si tratta si mancata

distinzione delle opposizioni entro la stessa categoria.

Es. congiutivo presente

che io vad-a

che tu vad-a

che egli vad-a

I morfi della prima, seconda e terza persona del singolare non presentano differenza sul piano

fonologico le tre forme sono sincretiche rispetto alla persona.

Tutte le altre strutture intermedie possono essere utilizzate per la disambiguazione a livello

morfologico. In generale la distinzione viene recuperata tramite un processo di disambiguazione,

ossia mediante un’inferenza (un ragionamento) con cui cancelliamo le interpretazioni del morfo

non campatibili con il cotesto con il contesto. 40

7.7.4 Il morfo discontinuo

Definizione 7.7.4 Morfo discontinuo: un manifestante morfologico che si realizza in modo

discontinuo prima e dopo il lessema.

Es. ge-mach-t: ge- e -t insieme rappresentano il morfo del participio passato passivo. Questo

tipo di manifestazione cambia da una lingua all’altra: a quello che in italiano è un morfo

discontinuo può corrispondere in un’altra lingua a un morfo continuo. Il morfo discontinuo

può coinvolgere più di una parola fonologica (es. era stata raccontata: è un’unica forma di

parola formata da tre parole fonologica differenti). Tipico in questo casa è l’uso di particolari

strumenti, gli ausiliari.

Definizione 7.7.5 Ausiliari: strutture linguistiche che, usate autonomamente, sono di natura

lessicale, ma svolgono in questo caso una precisa funzione morfologica.

7.7.5 Il supplettivismo morfologico

Definizione 7.7.6 Supplettivismo morfologico: fenomeno per cui si utilizzano significanti

lessematici totalmente diversi per lo stesso lessema in determinate forme di parola.

7.7.6 L’allomorfı̀a

Definizione 7.7.7 Allormorfia: c’è quando la stessa funzione morfologica (lo stesso morfe-

ma) si può manifestare in diversi modi, cioè quando più morfi diversi rappresentano lo stesso

morfema.

Esempio

cant-are

legg-ere

dorm-ire

Non c’è libertà di scegliere un morfo piuttosto che un altro, in quanto si tratta di varianza

contestualmente legata: dipende dal lessema.

Si può manifestare attraverso le desinenze, ma si manifesta spesso attraverso modificazioni della

vocale del lessema dette apofonie (deu. Ablaut).

Questo fenomeno è molto diffuso nelle lingue indioeuropee.

7.8 Funzioni dei morfemi: morfemi intinseci (semantici) ed estrin-

seci (sintattici)

I morfemi possono veicolare due tipi di informazioni: informazioni sintattiche e informazioni

semantiche.

person-a buon-a

⇒ i due morfi -a non sono equivalenti: il singolare del sostantivo ha un valore semantico o

intrinseco, perché si sta parlando di una singola persona; passando al morfo di buona, il

singolare ha la funzione di indicare il nesso sintattico o estrinseco che lega l’aggettivo al

sostantivo, segnalando che buona è un attributo di persona.

Morfema estrinseco (o sintattico): è un segnale di manifestazione della sintassi. Esso serve

per comunicare una concordanza o reggenza sintattica, diversamente dal morfema intrinseco

41

che concerne invece direttamente il contenuto. Nei morfemi sintattici il valore semantico della

morfologia è mediato. L’informazione però è in definitiva semantica (è un contenuto), solo che

è mediata da un’altra struttura intermedia, la sintassi.

Nel caso dell’attributo, il valore può essere descrittivo o restrittivo:

· il famoso musicista: l’attributo menziona una qualità e la porta in primo piano perché

è funzionale a livello comunicativo descrittivo

· il musicista famoso: l’attributo ha la funzione di determinare tra i musicisti quello

famoso. Il valore di questo costrutto attributivo è individuativo e l’attributo è detto

restrittivo

7.9 Gli ornitorinchi del sistema linguistico ovvero nota sui morfo-

lessemi

Ci sono strutture la cui collocazione è piuttosto problematica. Bisogna allora pensare alla classe

delle strutture lessicali e all’insieme delle strutture morfologiche come inersecantesi: nell’inter-

sezione tra i due si trovano i morfolessemi.

Casi tipici sono gli articoli, che sono “parole” in quanto dotate di propria autonomia articola-

toria, ma in realtà non in grado di figurare senza i sostantivi cui di riferiscono in un testo. Gli

articoli sono anche totalmente “scomponibili” in una serie di informazioni morfologiche, tolte

le quali, della parola non resta niente.

Es. il : manifesta tre morfemi: genere (maschile), numero (singolare) e determinato. I primi

due sono estrinseci (dipendono dal nome), mentre il terzo è intrinseco (indica l’uso categoriale

del sintagma nominale).

Non si può però isolare una parte lessicale e una parte morfologica all’interno della parola il, si

“esaurisce” in un sento senso nella manifestazione in amalgama dei tre morfemi morfolesse-

ma.

Il problema sta nello stabilire se sia preferibile uno strumento impreciso, ma flessibile, o un

strumento preciso, ma rigido.

7.10 La polisemia del morfema

L’apporto semantico tra la morfologia e la semantica non coincide con i concetti che le loro

denominazioni richiamano. Non necessariamente il tempo verbale designa il tempo reale e sono

inun numero limitato di casi il genere grammaticale indica il genere naturale.

8 Il “potere” comunicativo delle parti del discorso

Le parti del discorso (o classi del lessico) sono un’articolazione presente in tutte le lingue. Cias-

cuna parola, in quanto possiede determinate proprietates semantiche, svolge tendenzialmente

certe funzioni sintattiche e non altre e di qui nasce un’articolazione del lessico in classi. Quel-

lo che interessa per capire il “potere delle parole” è il valore prototipico che ciascuna di esse

possiede in quanto appartiene a una determinata classe del lessico.

Si tratta di vedere come le parola si distinguono in rapporto alle diverse funzioni che ciascuna

può svolgere all’interno della combinazione significativa.

42

8.1 Le parti del discorso in italiano

Le lingue differiscono sia per il numero che per l’articolazione interna della parti del discorso.

Le parti del discorso si caratterizzano, in italiano come altre lingue occidentali, secondo tre

aspetti, che possono essere considerati altrettanti criteri per stabilire a quale classe appartenga

ciascuna parola.

I. aspetto morfologico: si tratta di vedere come il lessema configura le sue forme di parola,

quante e quali categorie morfematiche prevede e quali forme può assumere

II. aspetto sintattico: accertare come le forme del lessema di comportano nell’enunciato,

quali sintagmi esse contribuiscono a costituire e con quali funzioni

III. aspetto semantico: fa riferimento a un aspetto particolare della semantica

Questi criteri sono fra loro correlati: es. la funzione predicativa fa sı̀ che il verbo costituisca

il nucleo del sintagma predicativo, ma implica anche tuta una strutturazione morfologica e

sintattica per esprimere la correlazione fra il verbo-predicato e i nomi-argomento. La natura

semantica del nome ne fa il nucleo del sintagma nominale.

Il verbo si colloca in una posizione centrale perché il suo ruolo è fondamentale nella costi-

tuzione dell’enunciato. A sinistra è collocato l’articolo (Art), il nome (N), l’aggettivo (Agg) e il

pronome (Pro); le parti del discorso sono predisposte, dal punto di vista sintattic, a costituire

preferenzialmente il sintagma nominale (Art + Agg + N) e da punto di vista semantico, a

rappresentare argomenti del verbo-predicato (V) ((Art + N) + V + (Art + N)).

La preposizione (Prep) segnala sintagmi nominali che fungono da complementi indiretti del

verbo. L’avverbio (Avv) sta al verbo come l’aggettivo sta al nome ed è quindi semanticamente

il predicati di un predicato (V + AVV), ma funge anche da argomento. La congiunzione (Cong)

serve per costruire sintagmi complessi di qualsiasi livello. L’interiezione rappresenta una classe

del lessico piuttosto ristretta che di colla al confine tra la semiosi verbali e l’espressività.

8.2 Il nome

Il nome è detto anche non a caso “sostantivo”. Il termine viene dalla grammatica classica dove

nomen substantivum, “nome di una realtà”, si opponeva a nomen adiectivum, “il nome che si

aggiunge”. Il termine nomen indicava la funzione semantica che accomuna nome e aggettivo:

si tratta della qualitas, un insieme di caratteristiche che tanto il nome quanto l’aggettivo

esprimono. La differenza era che il nome fa riferimento a questo insieme di predicati in quanto

caratterizza una certa entità, mentre l’aggettivo esprime i predicati in se stessi come suscettibili

di appartenere ad entità diverse.

La strutturazione morfologica dipende dalle lingue. In italiano il nome si specifica secondo

due categorie morfematiche: il genere, fisso e il numero, libero. In tedesco russo e altre lingue

le categorie morfematiche sono tre: si aggiunge anche il caso.

I morfemi del genere e del numero sono ambedue intrinseci e hanno una più diretta correlazione

con il significato. Il genere nel sostantivo è un morfema fisso. Solo un numero relativamente

limitati di casi il genere morfologico rappresenta il genere naturale. Il rimando dal genere

grammaticale al genere naturale resta significativo e ho una sua evidente produttività, che si

riscontra nella formazione di nuovi lessemi nominali. Il numero è più immediatamente semantico

del genere. 43

Sul piano sintattico il nome si caratterizza per svolgere la funzione di nucleo (o testa), cioè

di elemento base, del sintagma nominale o SN. A partire da un nome si può formare un SN, il

quale può realizzare a sua volta costituenti sintattici diversi:

SN soggetto (il bambino corre)

SN oggetto (vedo un bambino)

SN complemento (passeggio con un bambino)

SN predicato nominale (Luigi è un bambino)

SN apposizione (Luigi, un bambino furbetto, non si lasciava sorprendere)

Il nome ha anche rilevanza nell’apporto semantico.

Es. il nome bambino indica “un essere tale che è un bambino, cioè un essere (x), che è umano

(U) e (∧) maschio (M) e (∧) non adulto (¬ A):

∧ ∧ ¬

x: U x M x A x

Possiamo dire che x costituisce la substantia, mentre la congiunzione dei tre predicati costituisce

la qualitas. La funzione semantica della qualitas è una congiunzione di predicati che costituisce

il tipo di entità cui il nome si riferisce.

Usiamo i nomi per indicare gli esseri si cui è pospolato il nostro mondo, che ci interessano e che

facciamo oggetto dei nostri pensieri e dei nostri discorsi. Ne derivano quattro pretese rispetto

al proprio denotato: realtà, distinguibilità, rilevanza e tematicità.

• Si dà un nome solo per le cose che ci sono o che si crede che ci siano (esistano o abbiano

luogo). Il nome esprime un’ipotesi di realtà (esistenza o accadimento), l’ipotesi che

qualcosa esista o che qualche evento abbia luogo. Si tratta di una realtà culturalmente

riconosciuta.

• Distinguibilità: si da un nome alla differenza, non alla continuità indifferenziata. Questo

requisito può ricevere un’interpretazione forte con i nomi numerabili o debole con i nomi

non numerabili.

• Un’altra pretesa tipica è la rilevanza dell’oggetto o del frammento di mondo cui il nome

rimanda. La “rilevanza per i parlanti”, diventa anche rilevanza comunicativa: nel momen-

to in cui qualcosa ho un nome, questo implica per default che quella cosa sia riconosciuta

dai parlanti come meritevole di essere distinta sullo sfondo della realtà da tutte le altre

cose che ci sono.

• La tematicità fa riferimento alla predisposizione del nome a diventare oggetto di discor-

so. Sul piano semantico si traduce in una predisposizione preferenziale alla funzione di

argomento.

8.2.1 Tipologia dei nomi

La classe del nome abbraccia strutture linguistiche assai differenziate:

1. per struttura semiotica: il nome designa una possibile entità o evento secondo due

diverse modalità semiotiche che corrispondono alla distinzione tra:

44

· nomi propri: designano, individuano, senza denotare (caratterizzare). La desig-

nazione avviene attraverso un procedimento di tipo deittico, dove la struttura se-

mantica che per il nome è in genere “la x fatta cosı̀ e cosı̀” diventa l’istruzione

“individua la x chiamata con questo nome nel nostro contesto”

· nomi comuni : la designazione avviene attraverso un procedimento semantico

2. per natura semantica: è una distinzione importante e spesso fraintesa:

· nomi concreti : indicano un’entità, qualcosa che si può dire “esiste” o “non esiste”

(albero, Befana . . . )

· nomi astratti : indicano qualcosa che accade o che non accade, che ha luogo e non ha

luogo. La realtà che esso designa è una proprietà (bontà. . . ), un fatto (caduta. . . ),

una situazione (danno. . . ), un evento (promessa. . . ). È un nome depredicativo.

3. in rapporto al tratto della distinguibilità:

· nomi numerabili : designano entità discrete delimitate nello spazio, come oggetti o

corpi, ma non solo (bambino, albero, atomo. . . ), oppure eventi delimitati nel tempo

in quanto hanno un inizio e una fine (processo, notte. . . )

· nomi di massa: designano realtà che non si lasciano configurare da precisi confini

nello spazio o nel tempo e che possono essere anche nomi di stati o di attività

continuative; possono essere tanto concreti quanto astratti (acqua, burro, fame. . . )

4. per la rilevanza del singolo individuo o dell’insieme; si colloca all’interno dei nomi

numerabili:

· nomi individuali : nomi che designano singole entità (nave, mela. . . )

· nomi collettivi : indicano raggruppamenti tipici di alcune entità (flotta, sciame. . . )

8.2.2 Gli usi del nome

La struttura semantica del nome (x: P x) comprende una componente denotativa (x) e una

componente categoriale (P): negli usi del nome può essere privilegiata l’una o l’altra dimensione.

L’uso denotativo si ha quando in primo piano viene il compito di individuare una realtà e la

componente predicativa è sfruttata soprattutto per far capire a che realtà ci riferiamo:

Il professore è arrivato in ritardo.

Nell’uso denotativo il nome svolge la funzione semantica di argomento.

Nell’uso categoriale in generale prevale l’altra componente semantica del nome, quella pred-

icativa (predicato nominale). In questi casi il contenuto del nome viene usato per caratterizzare

la realtà indicata da un altro nome.

Questi due usi diventano particolarmente significativi per i nomi di massa, perché si tratta di

nomi in cui il tratto della distinguibilità non fa parte della struttura semantica.

La categoria morfematica, con i nomi di massa, assume valori decisamente diversi: il singolare

indica semplicemente la qualità della massa (vino, sabbia. . . ), mentre il plurale indica i tipi di-

versi di massa (vini, sabbie. . . ). Mentre nell’uso categoriale i nomi di massa sono direttamente

utilizzabili senza trattamenti particolari, nell’uso denotativo è necessario recuperare il tratto

della distinguibilità. 45


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Ely90h

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Linguistica generale della professoressa Gatti, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente La comunicazione verbale degli autori Eddo Rigotti, Sara Cigada; Editore: Apogeo Education, 2009.
Tra gli argomenti trattati vi sono i seguenti: un primo accostamento al concetto. Il termine latino comunicazione viene dal latino communicatio, nome deverbale del verbo comunico.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze linguistiche (BRESCIA - MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Ely90h di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Gatti Maria Cristina.

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