Lo scambio comunicativo
Un primo accostamento al concetto
Il termine latino comunicazione viene dal latino communicatio, nome deverbale del verbo co-munico. È composto dal formativo cum (con) e la radice munus (dono, compito), con il valore generico di qualcosa che spetta, che tocca a... Un bene impone ai nuovi proprietari nuovi obblighi. (es. padre regala al figlio una moto) Lo stesso vale per i messaggi. Il bene crea anche responsabilità (casco, assicurazione, manutenzione). Responsabilità ha la stessa radice di risposta: si crea uno scambio.
In molte lingue c’è un unico aggettivo che significa benvoluto e costoso: carus (latino), caro → (italiano e spagnolo), cher(e) (francese), teuer (tedesco) ogni bene è tale nel senso che ha un valore e nel senso che ha interesse che i due significati si implichino a vicenda. → Il verbo latino comunico significava mettere in comune un bene di qualsiasi genere quando viene scambiato nella comunicazione non può essere un bene materiale, si deve trattare di segni, segni producano un senso.
Figura dello scambio di beni e di segni insieme: Mercurio: dio dell’interpretazione dei messaggi, ma anche del commercio (merx, commercium, mercatus).
Comunicazione, comunità e cultura
La comunicazione rende possibile la convivenza umana; grazie ad essa posso costituirsi e sopravvivere quelle configurazioni delle convivenza che sono comunità umane.
- Saussure: “massa parlante” di coloro che parlano la medesima lingua, questa formulazione però presenta alcuni limiti.
- Hymnes: fa riferimento all'interazione comunicativa di comunità linguistiche concrete, in cui persone reali comunicano veramente speech communities. Egli tende a spiegare la comunicazione in base a un codice di interazione che può essere anche un plurilinguismo. Idea legata alla strutturalismo, anche se la “struttura” non è solo il codice linguistico.
Il testo rimane comunque al centro dell’attenzione:
Definizione 1.2.1 Testo: interazione comunicativa tra persone.
Definizione 1.2.2 Comunità linguistica: Indica l’insieme di coloro che comunicano fra loro, facendo uso di una lingua storico-naturale.
Il nesso tra comunicazione e comunità è mediato dal concetto di cultura. Ci sono tre aspetti che sono significativi per il funzionamento della comunicazione:
- Cultura è l’insieme di informazione non genetica che passa attraverso le diverse generazioni
- Cultura è la “grammatica” di una comunità
- Una cultura è un insieme di testi (conoscenze, credenze, principi e valori) che indicano l’appartenenza ad una comunità
→ La comunicazione è sempre in qualche modo interculturale.
Definizione 1.2.3 Lo “scambio di beni” è tanto maggiore quanto maggiore è la diversità tra coloro che interagiscono.
Questo però potrebbe anche portare al fatto che la comunicazione non abbia successo, perché diminuisce il condiviso, cioè il common ground, che è la base dello scambio.
Due principi apparentemente contrastanti:
- Solo se ci conosciamo la comunicazione è possibile
- La comunicazione implica novità, quindi differenza tra la cultura del mittente e quella del destinatario
Comunicazione e società civile
→ “Fare comunità” è il compito essenziale della comunicazione creare consenso, intesa, impegno comune. Se questo compito non viene assolto, la comunicazione deve considerarsi fallita. La qualità del consenso ottenuto è assicurata costruendo il consenso attraverso la pratica condivisa → dalla ragione irragionevolezza condivisa.
Questo pericolo era già stato colto dagli ateniesi: la democrazia di Atene era fondata sulla discussione libera tra i cittadini creare consenso necessario per le scelte della comunità civile in merito al giusto e al conveniente. Il luogo di discussione era l’assemblea (ekklesia), in cui ciascuno aveva il diritto di manifestare il proprio parere.
Definizione 1.3.1 Democrazia: forma di organizzazione civile in cui l’unica forza ammessa è quella della parola.
L’efficacia della parola era necessaria per diventare un cittadino autorevole.
→ I sofisti formarono un piccolo mercato dell’“arte” comunicativa sofistica: la comunicazione diventa una vera e propria professione. C’è infatti una differenza tra il “comunicazionista” e il “comunicatore”:
- Comunicazionista: colui che ha una consapevolezza sistematica degli strumenti della comunicazione e che sa come usarli perché la comunicazione sia efficace
- Segreti della comunicazione
- Specifici settori di attività umana in cui si applicano le strategie comunicative
- Comunicatore: il conduttore televisivo o il politico, che sa trascinare dalla sua parte il pubblico o i cittadini, o anche il maestro che spiega in modo efficace. È un’abilità che si poggia su automatismi acquisiti (guidare la macchina).
I grandi filosofi greci del V e IV secolo cercavano di costruire un modello di comunicazione pubblica che facesse coesistere efficacia e ragionevolezza. Corpus dottrinale della retorica classica: primo importante modello di comunicazione pubblica. La democrazia ateniese aveva favorito la nascita delle prime forme di teoria della comunicazione.
Anche se queste pratiche sono molto diverse dalla comunicazione moderna. Le comunicazioni del sapere erano un “donare luce” che arricchiva il destinatario senza impoverire il donatore. In molti contesti, dopo che ho comunicato il mio sapere splende meno. Molta comunicazione è dunque un commercio.
Comunicazione verbale e tradizione delle scienze linguistiche
La comunicazione verbale nasce dunque dall’incontro della tradizione delle scienze linguistiche con le scienze della comunicazione.
Definizione 1.4.1 La comunicazione verbale è lo studio della correlazione delle strutture del messaggio verbale e testo con la funzione comunicativa.
Verso un modello della comunicazione verbale
La comunicazione rappresenta un momento essenziale dell’interazione umana e questa è riconducibile all’incontro di azione: i modelli elaborati nel corso del ’900 in ambito linguistico ne hanno dato alcune prospettive parziali.
I primi modelli
- Ferdinand de Saussure - Circuit de la parole: due interlocutori che discorrono scambiandosi segni ciascuno dei due produce segni materiali (fonetico-acustici) e interpreta quelli prodotti dall’interlocutore in base alla propria conoscenza della lingua.
- Karl Bühler (1934) - Sprachentheorie: colloca il segno linguistico al centro di un triplice rapporto che coinvolge il livello oggettuale, il mittente e il ricevente in tre fasci di relazione. Il segno si lega a ognuno di questi tre livelli secondo una relazione specifica:
- Per l’emittente il segno è un sintomo; funzione di espressione
- Il ricevente coglie il segno come segnale; funzione di appello
- Rispetto all’oggetto il segno è un simbolo; funge da rappresentazione
- Claude Elwood Shannon: riduce la comunicazione a trasmissione di informazione e definisce le limitazioni della comunicazione in termini di disturbi del canale o rumore. Si può definire matematicamente la capacità di un canale come quantità massima di scambio informativo tra sorgente e ricevitore, in base a un calcolo di probabilità. La trasmissione priva di errori è possibile se (e solo se) la quantità di informazione comunicata nell’unità di misura prescelta è minore della corrispondente capacità.
- Roman Jakobson: parlare serve per comunicare e comunicare è un fatto complesso, che nasce di volta in volta in rapporto a funzioni diverse. Si comunica per esprimersi, per assicurarci che il nostro interlocutore ci capisca. Questo modello si ispira molto a quello di Bühler. In questo modello vengono messi a fuoco sei fattori fondamentali della comunicazione a cui corrispondono sei funzioni testuali. La funzione dominante di un testo dipende dall’orientamento prevalente del messaggio verso uno dei sei fattori costitutivi.
La prospettiva pragmatica
- John Austin (1962) - Teoria degli atti linguistici (speech acts): Parte dall’osservazione di un fenomeno particolare: in alcuni casi, il fatto stesso di pronunciare un’espressione produce un cambiamento nella situazione reale. Es. “Lei è licenziato”: la situazione degli interlocutori prima e dopo il proferimento è diversa. “Ti prometto di venire alla festa di Chiara”: il mittente ha assunto un impegno. Questi usi di licenziare e promettere vengono chiamati performativi. Austin mette a fuoco il fatto che ogni uso del linguaggio è performativo nella misura in cui provoca un cambiamento nella realtà speech acts. Questa teoria distingue tre diverse azioni:
- Il discorso è un atto locutivo (atto stesso di parlare), ad un primo livello
- A questo si sovrappone un livello illocutivo (azione che il parlante intende compiere attraverso il proprio atto locutivo)
- L’atto linguistico è un atto perlocutivo (azione che provoca un certo effetto sul destinatario)
- John Searle: elabora il lavoro di Austin concentrandosi sul livello illocutivo del discorso per descrivere la tipologia degli atti che il parlante può compiere attraverso il linguaggio.
- Paul Grice - Principio di cooperazione e sulle massime della comunicazione: ogni intervento nel discorso deve rispondere a una serie di requisiti (massime) per essere comunicativamente adeguato.
- Dan Sperber e Deidre Wilson - Teoria della pertinenza: ampliano e precisano il modello di Grice. È importante il contesto per interpretare il messaggio verbale. Del contesto fanno anche parte i parlanti stessi, le loro conoscenze e le conoscenze che ciascuno presuppone che l’altro abbia processi inferenziali. Questi portano il destinatario a inferire un unico senso che è esattamente quello inteso dal mittente, con un dispendio minimo di sforzo interpretativo.
L’atto comunicativo come evento
Un evento è una qualsiasi cosa che ci accade: si ha a che fare con qualcosa che ci accade o che più o meno direttamente ci tocca, ci cambia, ci sposta. Quando un evento comunicativo si compie, esso produce un cambiamento nel destinatario e questo cambiamento è il “senso” dell’avvenuta comunicazione. Evento comunicativo: il messaggio ci “arriva” come sollecitazione a lasciarci coinvolgere (rallegra, richiede una risposta...). Il coinvolgimento del destinatario, il suo cambiamento, rappresentano un momento del senso, ciò che fa dell’atto comunicativo un evento comunicativo.
Uno scambio di segni che produce senso “Eventi comunicativi” intesi come eventi che i soggetti umani producono per comunicare, per trasmettere messaggi portatori di sensi.
Nozione di “senso”: La parola senso ha una grande polisemia (ha molte accezioni diverse). In italiano la usiamo per dire direzione quando diciamo che una strada è percorribile “a senso unico”, se diciamo che una persona ha “buon senso”, intendiamo dire che sa valutare le circostanze in modo ragionevole.
Se parlo dei “cinque sensi”, intendo gli organi di percezione...
L’espressione “non ha senso”: → “Mio figlio non guida: è sposato” quello che viene detto non ha senso. Ci sono anche comportamenti non sensati: uno va al bar e chiede un caffè. Il barista gli risponde “sì” e se ne va. Pensiamo in effetti che ci sia un collegamento tra il senso e la ragionevolezza: un fatto “ha senso” quando ha un rapporto con la ragione.
Quando parliamo di non-senso intendiamo anche quella tipologia testuale che si realizza nel teatro dell’assurdo. In quest’ultimo caso sarebbe più esatto parlare di un livello di senso, che viene infranto con l’obiettivo di attingere a un livello più profondo del messaggio. Può un non-senso essere l’ultimo livello di un testo?
L’unico non-senso recuperabile potrebbe essere quello dei testi prodotti da soggetti psicopatici. Tuttavia sembra che si debba comunque riconoscere il tentativo di esprimere un messaggio profondo. L’uomo è un animale che ha inevitabilmente senso. Quando si parla di non-senso bisogna distinguere diversi livelli: nella dimensione ultima il non-senso non esiste.
Distinzione tra notizia e informazione: Se uno sconosciuto mi dice con tono confidenziale: “Mio cugino è farmacista”, questa comunicazione mi dà un’informazione, che non ha senso, perché a me non interessa. Un’informazione per poter essere considerata una notizia, deve essere pertinente per il destinatario.
Comunicare è agire
Si ricorre alla comunicazione tutte le volte che il singolo soggetto non è in grado, da solo, di realizzare uno scopo e che cerca pertanto di coinvolgere altri soggetti:
- Cooperazione: se due soggetti condividono lo stesso scopo (due persone cooperano per soccorrere un ferito)
- → Interazione: nel caso che gli obiettivi dei due agenti siano complementari ognuno agisce perseguendo il proprio obiettivo, ma ricorre all’altro affidandosi a lui per la realizzazione del proprio obiettivo → in entrambi i casi gli schemi d’azione dei due soggetti presentano parziali sovrapposizioni; gli scambi comunicativi che i due soggetti si scambiano consentono loro di coordinare le proprie azioni, mostrandosi reciprocamente il beneficio ottenuto dall’interazione, cioè l’agire secondo i desideri dell’altro.
Definizione 2.3.1 Interazione: soggetti capaci di iniziativa nella realtà, che non solo hanno conoscenza del mondo, ma anche desideri: sono capaci di immaginare stati di cose corrispondenti ai loro desideri e decidere di realizzarli.
Per realizzare il suo desiderio, il soggetto deve attivare una catena di realizzazione, cioè deve disporre una serie di azioni orientata alla sua intenzione. In questa serie di azioni posso rientrare anche le azioni di altri agenti (nel caso di cooperazione/interazione).
Es.: Se Luigi ha voglia di bere un caffè, la sua conoscenza del mondo gli suggerirà di andare in un bar, ordinare un caffè, berlo, passare dalla cassa e pagare si tratta di interazione, perché diversi agenti partecipano all’evento interattivo. Con il messaggio di richiesta di un caffè, Luigi attiva l’impegno del barista a servirlo e il proprio impegno a pagare. L’interazione non-comunicativa (scambio caffè/soldi) richiede la mediazione di un’interazione comunicativa.
Semiosi
Es. 1: Sabrina e Daniele sono su un autobus affollato e parlano, cercando di distinguere quel che si dicono dal sottofondo di rumori e dalle altre voci. Es. 2: Sulle pareti bianche di un ufficio è appesa la locandina de “Il Padrino” e, accanto a questa, c’è il programma di un convegno di linguistica.
Siamo abituati a distinguere gli eventi semiotici dagli altri eventi, pur senza renderci conto del diverso trattamento che riserviamo a questi due tipi di realtà. I discorsi delle altre persone hanno la medesima natura fisica delle parole che si scambiano Sabrina e Daniele. La differenza sta nel fatto che Sabrina ascolta le parole di Daniele non come un evento fisico qualunque, ma come un evento fisico che Daniele produce espressamente per comunicare con lei un significato. Lo stesso quando rivolgiamo lo sguardo alla locandina è diverso dallo sguardo che rivolgiamo al muro: il muro non ci dice niente, mentre la locandina ha una funzione semiotica.
Definizione 2.4.1 Gli eventi semiotici sono reali e fisici: sono stimoli a cui è associato un significato.
Definizione 2.4.2 Il segno è una realtà complessa che unisce inscindibilmente due diverse realtà: c’è qualcosa di percepibile coi sensi, che rimanda a qualcosa di non-fisico il valore linguistico.
Significante e significato
Per realizzare un atto comunicativo verbale, occorre produrre dei suoni concreti attraverso le corde vocali: suoni concreti realizzati la prima, la seconda, la terza volta che viene usato un segno sono tre suoni concreti materialmente diversi. La faccia fonetica del segno non consiste tanto nella sua realizzazione materiale, quanto in un modello di realizzazione, che consente di riconoscere il segno.
La strategia di manifestazione dei significati linguistici era stata chiamata da Sussure significante, mentre il valore era detto il significato.
Definizione 2.4.3 Si intende per semiosi il nesso che unisce intenzioni comunicative, sensi (valori linguistici) a eventi fisici (strategie di manifestazione linguistica)
La semiosi è il fenomeno per cui un evento è portatore di un contenuto/significato/senso perché, grazie a una convenzione, quell’evento fisico è da me e dai miei interlocutori collegato a un contenuto/significato/senso. → Es. “Ciao, come va?” - “Bene, grazie. E tu?” evento semiotico
Gli eventi che non sono semiotici hanno definitivamente senso per noi solo in quanto rientrano nel nostro universo di discorso: quando li trattiamo in modo semiotico li semioticizziamo. Bisogna fare attenzione quindi a tenere distinto il “semiotico” dal “reale”. La semiotica considera i segni in generale, in tutte le possibili tipologie, mentre la linguistica si occupa di una classe di segni, quelli verbali.
Il segno è delimitato da una cornice che sta a indicare il confine tra un oggetto semiotico e un oggetto non-semiotico; ambito di realtà entro la quale opera la semiosi: l’evento in essa contenuto è un evento semiotico che va interpretato. L’incapacità di riconoscere la cornice è sintomo di follia: incapacità della ragione di cogliere il particolare rapporto che rimanda dall’oggetto semiotico al suo senso.
Il segno come institutum di una comunità: la convenzionalità L’insieme dei messaggi verbali costituisce...
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