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6.5 – All’uscita del componente lessicale

Osserviamo che non compaiono più lessemi latenti o formativi, che sono lementi non

autonomi che sono serviti per il processo di strutturazione. Compaiono invece i lessemi canonici: i

lessemi invariabili vanno direttamente verso il componente sintattico, i lessemi variabili devono

prima attraversare il componente morfologico.

7 – La Morfologia

7.1 – Lessico e Morfologia

Compito della morfologia è quello di trasformare il lessema variabile in forma di parola, ossia

in sintagma minimo .

morfologia

La studia le diverse strategie di manifestazione della forma di parola fornite da un

sistema linguistico, nonché il rapporto tra questa strategie di manifestazione e le funzioni sintattiche

e semantiche che esse possono assumere.

I lessemi possono essere variabili o invariabili. Nei lessemi variabili distinguiamo un

componente lessicale e un componente morfologico.

Anche la morfologia presenta strutture in ingresso e strutture in uscita: il lessema variabile

entra nel reparto morfologia, si caratterizza secondo certe categorie assumendo entro ciascuna di

queste una delle alternative (morfemi) che essa prevede. Per esempio il nome deve caratterizzarsi

secondo il numero e non il tempo. L’assunzione di un determinato morfema comporta l’attivazione

del morfo che lo manifesta e funzioni di cui il morfema è portatore.

Lessico e morfologia presentano molte differenze: il lessema è trasparente rispetto al

significato, mentre il suo componente morfologico non comunica nulla (giardin­ e –o). inoltre la

classe dei lessemi cotiene un numero molto ampio di elementi mentre le categorie morfemiche

presentano un numero di morfemi chiuso e limitato. Il lessico evolve velocemente mentre le

evoluzioni morfologiche sono trasformazioni radicali del sistema linguistico.

La morfologia è un sistema chiuso e sistematico che prevede per ogni classe del lessico un

preciso numero di forme.

7.2 – Morfologia e tipo delle lingue

Consideriamo la parola cant­iamo. Manifesta una serie di morfemi: diatesi attiva, modo

indicativo, tempo presente, numero plurale, prima persona.

Considerando l’imperfetto italiano ci accorgiamo che se il componente lessematico coincide

in tutte le forme con cant­, la parte finale che indica persona e numero e ‘­av­‘ che indica

l’imperfetto. Nel primo caso abbiamo un procedimento flessionale, nel secondo unprocedimento di

agglutinazione, cioè può avvenire una scomposizione in morfi diversi che manifestino ciascuno uno

o più morfemi. morfo

Un manifestante morfologico non ulteriormente scomponibile si chiama . Il

componente morfologico è l’isieme dei morfi presenti in una singola forma di parola .

I sistemi linguistici si possono classificare in base alla morfologia:

Isolanti: le lingue che non presentano morfologia o hanno morfologia ridotta come il cinese e

il vietnamita

Sintetiche: agglutinanti

le lingue che possiedono una morfologia, e si distinguono in (le

flessive

lingue sintetiche in cui prevalgono casi di componenti morfologici formati da più morfi) e

(tendono ad avere componenti morfologici di un solo morfo).

7.3 – Categoria morfematica, mofema e morfo categorie

La forma di parola del verbo in italiano prende posizione rispetto a sei

morfematiche, sei insiemi chiusi di morfemi alternativi: genere verbale (transitivo/intransitivo),

morfemi

diatesi, modo, tempo, numero, persona. In ciascuna categoria ci sono più che sono le

alternative possibili fra le quali la categoria morfematica impone al lessema di scegliere per formare

morfi

una certa forma di parole (passato, presente, futuro…). I morfemi sono maifestati dai .

7.4 – Categorie morfematiche e classi del lessico

Il modo in cui la forma di parola si struttura rispetto alle categorie morfematiche è uguale al

modo in cui un’entità specifica si specifica rispetto ai modi d’essere. Ogni entità si specifica

attraverso la scelta delle sue caratteristiche, all’interno dei paradigmi che la sua natura le impone.

Come è legittimo chiedermi rispetto ad un albero l’altezza e non è legittimo interrogarmi sul suo

sesso, è legittimo rispetto alla parola bambino che io mi interroghi sul numero e non sul tempo.

7.5 – Il calcolo delle forme di parola

Il numero dei morfi, nelle lingue agglutinanti coincide con il numero dei morfemi, mentre

nelle lingue lessionali coincide con il numero delle forme di parola. Le lingue agglutinanti hanno

meno morfi, ma hanno una struttura più complessa del componente morfologico; le lingue

flessionali condensano in un unico morfo la manifestazione di tutti i morfemi della forma di parola.

Il numero delle forme di parola resta comunque sempre lo stesso.

Per il calcolo delle forme bisogna moltiplicare il numero dei morfemi di ciascuna categoria

morfematica, per il numero dei morfemi delle altre categorie morfematiche, prestando attenzione

alla divisione in sottocategorie.

7.6 – Morfemi fissi e liberi

Alcuni morfemi sono fissi, legati al singolo lessema, altri sono liberi. Per esempio in italiano,

nel sostantivo il morfema del genere nominale è fisso (un sostantivo è o maschile o femminile)

mentre il morfema del numero è libero.

7.7 – Strategie di manifestazione dei morfemi

Il morfo è la strategia di manifestazione dei valori morfologici: il tipo di morfo più comune è

costituito da una sequenza di fonemi che si saldano al componente lessematico per formare un’unica

parola fonologica.

7.7.1 – Il Morfo zero

morfo zero

Il manifesta uno o più morfemi con l’assenza di un componente morfologico

manifesto. Per esempio boy, rispetto a boys si distingue in quanto non ha nessun segnale. Oppure il

genitivo plurale femminile in russo.

7.7.2 – L’amalgama morfematico

amalgama morfematico

Per si intende un morfo che manifesta più di un morfema. Come nel

caso del verbo cant­a. –a rappresenta tutti i numerosi morfemi che caratterizzano questa forma. È

tipico nelle lingue flessive.

7.7.3 – Il sincretismo

Nel sincretismo morfemi diversi della stessa categoria morfematica ricevono la stessa

manifestazione. Due o più morfi vengono confusi diventando indistinguibili. Per esempio: che io

veda, che tu veda, che egli veda. Anche il singolare e il plurale di città sono forme sincretiche, in

quanto singolare e plurale non vengono distinti.

Invece nel caso di forme di parola come ‘canta’ che può essere indicativo presente o

imperativo, si parla di semplice omonimia.

Nei casi di sincretismo bisogna ricorrere al contesto per individuare la forma di parola,

mediante disambiguazione, una particolare inferenza con cui cancelliamo le interpretazioni del

morfo non compatibili con il contesto; appoggiandosi alla sintassi.

NB: Ambiguità e Ridondanza

Il sincretismo si verifica quando le opposizioni morfologiche entro una categoria morfematica non

sono marcate. Per esempio anche il nominativo e l’accusativo del neutro.

In fonologia avviene la neutralizzazione o sospensione delle opposizioni fonologiche. Suoni che

vengono realizzati nello stesso modo, come in russo rod e rot.

ridondanza

Il sincretismo è correttivo rispetto alla , la ripetizione di un segnale che diminuisce

l’ambiguità del testo. La ridondanza può riguardare anche livelli semantici e pragmatici e in questo

caso si parla di tautologia (i bambini sono più giovani degli adulti): non dicono niente di nuovo e

rischiano di essere percepiti come insensati. In effetti una delle massime della comunicazione dice

proprio che quando si comunica lo si fa per dire qualcosa di nuovo.

D’altra parte se la ridondanza è portata all’eccesso (le opere teatrali di Ionesco), l’interlocutore cerca

equivocità

un motivo nascosto che dia senso al testo in base al principio di buona volontà. L’ invece

nasce dalla carenza delle distizioni necessarie. La ridondanza è utile per ridurre l’equivocità e

l’equivocità è utile per ridurre la ridondanza.

7.7.4 – Il morfo discontinuo

morfo discontinuo

Il è un manifestante morfologico che si realizza in modo discontinuo

prima e dopo il lessema. Diatesi, modo, tempo, numero e persona nella forma ‘hai cantato’ sono

manifestati in un amalgama dal morfodiscontinuo ‘hai…­ato’

Il morfo discontinuo può coinvolgere più di una parola fonologica (era stata detta).

Tipico in questo caso è l’uso degli ausiliari

, strutture linguistiche che svolgono in questi casi

una precisa funzione morfologica.

Le forme composte non vanno confuse con le costruzioni fraseologiche, per esempio

stare+gerundio e il presente possono essere alternate liberamente, non esprimono differenze

obbligatorie.

7.7.5 – Il suppletivismo morfologico

suppletivismo morfologico

Il è il fenomeno per cui si utilizzano significanti lessematici

totalmente diversi per lo stesso lessema in determinate forme di parola. ( sono e fui, am e was)

7.7.6 – L’allomorfia

allomorfia

C’è quando la stessa funzione morfologica si può manifestare in modi diversi . Per

esempio in italiano il morfema de nidi verbale infinito ha quattro manifestazioni diverse: are, ere,

ére, ire. Tuttavia in questi casi non c’è libertà di scegliere un morfo piuttosto di un altro.

Il morfema si può manifestare in apofonie , ossia attraverso la modificazione della vocale del

lessema, do e did, faccio e feci.

7.8 – Funzioni dei morfemi: morfemi intrinseci (semantici) ed

estrinseci (sintattici)

Il rapporto fra lessico e morfologia è molto forte, in quanto è la classe cui il lessema

appartiene a selezionare le categorie morfologiche che devono obbligatoriamente intervenire

nell’elaborazione di ogni forma di parola.

I morfemi possono veicolare due tipi di informazioni: informazioni sintattiche o semantiche.

Person­a buon­a. le due –a no sono equivalenti. In persona, il morfema del numero è

semantico o intrinseco, mentre in buona, non si vuole indicare una sola bontà, ma che si tratta di

un attributo, il nesso che lega aggettivo e sostantivo, questo morfema è sintattico o estrinseco.

Nel caso dell’attributo, il valore può essere descrittivo o restrittivo.

­ descrittivo: il famoso musicista – l’attributo è presente nell’oggetto.

­ restrittivo: il musicista famoso – la funzione è quella di determinare fra i musicisti quello

famoso.

7.9 – Gli ornitorinchi del sistema linguistico ovvero i morfolessemi

Nell’intersezione fra lessemi e morfemi troviamo i morfolessemi.

articoli,

Morfolessemi sono gli parole in quanto dotate di una propria autonomia articolatoria,

ma in realtà non sono in grado di figurare senza i sostantivi cui si riferiscono in un testo. Inoltre gli

articoli sono completamente scomponibili in una serie di informazioni morfologiche, tolte le quali

della parola non resta nulla. Per esempio il, manifesta il maschile, singolare, determinato. Di questo

i primi due sono intrinseci, il terzo è estrinseco.

7.10 – La polisemia del morfema

Si parla di polisemia nel morfema perché per esempio non necessariamente il tempo verbale

designa un tempo reale e solo in un numero limitato di casi il genere grammaticale indica il genere

naturale.

8 – Il “potere” comunicativo delle parti del discorso

Le classi del lessico hanno una funzione significativa nella costituzione del senso testuale.

Ciascuna delle parti del discorso rispecchia la realtà secondo una prospettiva specifica, questa

prospettiva specifica veniva chiamata dagli antichi ‘proprietas’.

8.6 – Il verbo

Analisi morfologica: i morfemi intrinseci sono quelli che caratterizzano immediatamente un

determinato lessema: genere verbale, diatesi, modo, tempo. Estrinseci sono il genere nominale, il

numero e la persona in quanto dipendono per concordanza dal sintagma nominale. Quando in

italiano vi è un’ellissi, ossia il soggetto non è espresso, il verbo diventa l’unico modo per recuperare

il sintagma ellittico. vertice sintattico

Dal punto di vista sintattico: il verbo è il dell’enunciato (infatti esistono

enunciati senza verbo solo nel caso in cui il vertice sintattico sia rappresentato dall’intonazione: al

fuoco!). questo perché per definizione l’ enunciato è caratterizzato dal fatto di essere morfo­

sintatticamente compiuto; la frase può anche non coincidere con l’enunciato: per esempio ‘che

Andrea partisse’ è una frase, ma non un enunciato.

Il verbo è sempre il vertice sintattico ma non sempre il vertice semantico,per esempio nella

frase ‘ieri sera ho mangiato’ il verbo è vertice semantico, mentre nella frase ‘ieri sera ho mangiato a

casa’ il vertice semantico è dato da ‘mangiare a casa’, la controprova è data dalla negazione.

Ma perché il verbo è sempre vertice sintattico? Perché la negazione anche quando non nega il

verbo è comunque sempre associata al verbo, che è il nucleo attorno al quale si organizza tutta la

frase. Dal verbo dipendono sintagmi nominali come complementi e anche subordinate che possono

anch’esse essere internamente rette da un verbo.

La dominanza sintattica del verbo è legata alla sua rilevanza semantica, perché è la parola

chiave dell’enunciato. Riducendo infatti i sintagmi nominali a variabili, continuiamo ad avere una

vaga idea dell’evento accaduto, mentre al contrario eliminando il predicato non siamo in grado di

trarre un senso (x ringrazia x e la maestra P la mamma).

1 2

La rilevanza del verbo è anche in rapporto con i suoi morfemi intrinseci che svolgono funzioni

strategiche:

proposizionalità:

la la presa di posizione che ne fa il nucleo del sintagma predicativo

● modo:

il la modalità della presa di posizione: asserzione, dubbio, ordine, desiderio…

● tempo:

il il tempo verbale non è il tempo reale, tuttavia rappresenta lo strumento

fondamentale con cui la lingua colloca l’evento nel tempo.

genere verbale: contrappone i due morfemi intrinseci del transitivo e dell’intransitivo, che

caratterizzano la semantica del verbo: intransitivo se l’azione resta sull’agente, transitivo se si

modifica un’altra entità.

diatesi rappresenta il punto di vista dell’azione se dal punto di vista dell’agente o

dell’oggetto.

8.6.1 – Confronto fra la semantica del verbo e la semantica dell’aggettivo

Tanto l’aggettivo quanto il verbo sono predicati. L’aggettivo è predisposto direttamente a far

parte el sintagma nominale, dove specifica il semantismo del nome che fa da nucleo. L’aggettivo

funge da predicato con l’utilizzo del verbo essere in funzione di copula.

Tuttavia nei seguenti enunciati: L’abete è alto quanto la collina e L’abete s’innalza quanto la

collina, notiamo delle differenze: nonostante la presenza del verbo sotto forma di copula, l’aggettivo

attribuisce al nome un modo d’essere statico, non coinvolto con la dimensione temporale. Il verbo

invece drammatizza la situazione che è comunque sempre statica. Biancheggiare per esempio non

significa semplicemente essere bianco, ma esserlo ad intermittenza. Il fatto che ci sia un verbo e non

un aggettivo suggerisce responsabilità, il sole riscalda la terra, per questo nel linguaggio scientifico

si passivizzano le frasi di questo tipo.

9 ­ Aspetti e procedimenti della sintassi

All’ingresso del generatore sintattico troviamo le forme di parola o sintagmi minimi, in

uscita troviamo enunciati. Il generatore si caratterizza dal punto di vista semantico per lo

sfruttamento della dimensione composizionale: composizione significativa delle parole, ma non c’è

esclusivamente composizionalità, per esempio i fraseologismi non hanno natura composizionale.

Possiamo definire l’enunciato come la struttura sintattica compiuta e maggiore.

La sintassi non consente solo di formare enunciati combinando parole, ma anche di

combinare materiale frastico in modo tale da formare enunciati complessi. Questo perché la sintassi

opera in modo ricorsivo, un enunciato formato da una struttura semplice soggetto­verbo­oggetto può

essere costituita da elementi semplici (Giulia saluta Maria) oppure complessi (La giovane Giulia

gioiosamente saluta le persone che conosce). Questa dinamica, tuttavia, non può svilupparsi

all’infinito: il vincolo è posto dalla memoria a breve termine, dal numero di informazioni che la

mente umana è in grado di ricordare contemporaneamente.

La sintassi studia dunque l’organizzazione reciproca degli elementi costitutivi degli

enunciati, gli enunciati formati a partire da materiale frastico, le relazioni che formano l’enunciato e

la struttura interna dei sintagmi.da una parte quindi l’enunciato con la tipologia di relazioni che lo

costituiscono, dall’altra i costituenti cioè i sintagmi che si costituiscono a partire dai sintagmi

minimi.

NB:Endolinguisticità della sintassi

Le regole che vanno applicate per produre un enunciato ben formato in una lingua non corrispodono

a quelle che vanno applicate in un’altra.

9.1 – I nessi sintattici: dipendenze e costituenti

relazioni

La struttura delle comprende le relazioni di soggetto, oggetto e oggetto indiretto

rispetto al verbo (luigi dà un libro a Pietro), di modificatore/modificato (albero alto, correre

velocemente) e le dipendenze rette da preposizioni e congiunzioni.

costitutiva

La struttura riguarda i costituenti, l’organizzazione delle unità che costituiscono

l’enunciato a partire da unità minime, questa organizzazione è di tipo gerarchico (il gatto rosso

costituente sintagmatico

mangia una trota arrostita sul tavolo). Il o sintagma è una parola o un

insieme di parole che svolgono una sola funzione sintattica, i costituenti possono essere:

­ Sintagmi nominali: formati a partire dal sostantivo (il gatto, la trota)

­ Sintagmi preposizionali: quando un sintagma nominale è preceduto da una preposizione

(sul tavolo, con la forchetta)

­ Sintagmi verbali: formati dal verbo e dal determinante che ad esso eventualmente si

associa

NB: Sintagma Verbale e Sintagma Predicativo

La distinzione è stata introdotta da Chomsky.

SP è il sintagma che ha per nucleo il verbo nelle sue relazioni con i sintagmi che fungono da

argomento del significato, sia con i predicati di cui il verbo stesso è argomento

SV è il collegamento semantico fra il predicato e i suoi argomenti, e include pertanto i predicati

nominali.

John decided on the boat. Se si intende ‘mentre era nella barca’ è un SP (non un SV), se si intende

‘riguardo alla barca’ è un SV.

[(Legge un lungo saggio)SV in libreria]SP

Un sintagma può essere complesso o composto,in rapporto al tipo di congiunzione,

composto quando c’è una coordinazione, complesso quando c’è una subordinazione. nucleo:

Nell’analisi della frase dal punto di vista sintattico è importante mettere a fuoco il

l’elemento fondamentale di un sintagma o costituente. (questo si può vedere tramite l’espansione e

la riduzione)

9.1.1 – La grammatica delle dipendenze e il concetto di valenza

Le relazioni di dipendenza si articolano in diversi tipi: il rapporto fra il verbo e i termini:

oggetto­apposizione (queso libro), nome.modificatori, determinante­modificatori (molto alto), sia le

dipendenze rette da una preposizione.

Le dipendenze possono legare i due termini in modo bilaterale, unilaterale o attraverso una

coordinazione.

­ Dipendenza bilaterale: soggetto e verbo in tedesco, non si può avere verbo senza

soggetto e soggetto senza verbo.

­ Dipendenza unilaterale: il nucleo può occorrere anche senza il modificatore (auto blu

petrolio)

­ Dipendenza di coordinazione : i due elementi sono in una situazione di equivalenza,

dipendono da una congiunzione (es. con whiskas il tuo gatto ha il pelo più lucido)

valenza

Oltre al soggetto anche altre parti dell’enunciato dipendono dal verbo. La indica il

numero di attanti di un verbo cioè le relazioni di dipendenza che ciacun verbo richiede. Criterio per

distinguere argomenti e non argomenti è l’omissibilità. Per esempio morire ha 1 valenza semantica,

1 valenza sintattica (quella che va espressa), piovere 1,1; dare 3,3.

9.1.2 – I costituenti

La struttura sintattica non è data solo dalle relazioni di dipendenza, ma anche

dall’organizzazione interna dei costituenti, cioè dei gruppi di parole in cui si può suddividere un

enunciato. Per individuare i costituenti si procede tramite sostituzioni che lascino inalterata la

struttura sintattica dell’enunciato pur modificandolo dal punto di vista semantico.

Per sostituzione: luigi mangia una brioche con la nutella al bar

Luigi mangia qualcosa con qualcosa da qualche parte

Per permutazione: si cambiano le posizioni dei costituenti mantenendo il significato

sintattico.

Con espansione e riduzione, invece, si mette in evidenza la struttura delle dipendenze.

9.2 – Strategie di manifestazione dei nessi sintattici

I morfemi estrinseci sono manifestazioni morfologiche la cui funzione è sintattica: i morfemi

estrinseci servono a segnalare il ruolo sintattico che deve essere attribuito a un certo lessema entro

l’enunciato.

I nessi sintattici si manifestano entro tre mondalità:

Concordanza:

­ manifesta il nesso tra due sintagmi entro un sintagma complesso e consiste nella

presenza obbligatoria di morfemi omologhi nel nucleo e nell’espansione.

Reggenza:

­ quando i morfemi che compaiono in un sitagma sono determinati da un altro sintagma.

Amicus amicum iuvat: il morfema del nominativo e dell’accusativo dipendono dal verbo iuvat.

Giustapposizioni:

­ distinguiamo le relazioni fra soggetto e oggetto grazie alla posizione reciproca

dei sintagmi.

L’oggetto diretto dei verbi di­transitivi è una struttura sintattica polisemica perché manifesta

sia il secondo sia il terzo argomento con la relazione di oggetto diretto: John gave Mary red wine.

NB: il soggetto

In italiano cosa significa ‘essere soggetto’? il soggetto si caratterizza per essere argomento e in

particolare per collocarsi come primo argomento del predicato.

9.3 – La Congruità non sintattica

La congruità è la proprietà che caratterizza la combinazione significativa delle parole. La

funzione centrale della sintassi è quella di articolare la composizionalità, cioè di permettere alle

parole di associarsi le une alle altre in modo significativo, per mettere in atto le funzioni

fondamentali del linguaggio, quella di predicazione e quella di riferimento. Queste due funzioni

coincidono tendenzialmente con predicati e argomenti, ma questo due non coincidono

necessariamente con precise classi del lessico. Luigi è un ladro, ladro è un sostantivo che è un

predicato; mi piace leggere, leggere è un argomento che è un verbo.

congruità morfo­sintattica grammaticalità,

La o è un livello di adeguatezza relativo ai

processi di manifestazione. Questa montagna è piuttosto intelligente, è insensato in quanto

semanticamente incongruo, tuttavia presenta congruità sintattica perché soddisfa i requisiti morfo­

sintattici.

NB: modelli sintattici alternativi

Si sono costituiti molti modelli per formalizzare la sintassi, le teorie sintattiche si possono

ricondurre a due tipologie:

Grammatiche dependenziali: le teorie sintattiche basate sulla descrizione delle dipendenze sono

teorie che sottolineano l’aspetto gerarchico dell’organizzazione sintattica: il vertice sintattico è il

verbo attorno al quale si organizzano altre informazioni sintattiche. Il primo grande modello di

questa teoria è stato scritto da Lucien Tesnière

Grammatiche a struttura sintagmatica: mediante sostituzione, permutazione, espansione e

riduzione viene ‘testata’ la natura di costituenza dei frammenti di enunciato. Principali teorie sono la

Teoria Standard di Chomsky e il modello applicativo. E la Constitution Grammar si fonda sull’idea

che tutte le espressioni linguistiche siano ugualmente fondamentali e che i livelli di elaborazione del

messaggio siano tutti decisivi.

9.4 – Funzioni semantiche e pragmatiche

L’organizzazione sintattica agisce fondamentalmente su tre livelli del testo:

­ in primo luogo la sintassi ha la funzione di realizzare la symploké di predicati e argomenti

­ la seconda funzione è il dinamismo comunicativo del discorso.

­ in terzo luogo abbiamo gli effetti figuratici, che creano effetti di senso particolare,

soprattutto sfruttando l’uso della diatesi.

La frase scissa è una struttura sintattica che si manifesta attraverso la subordinazione e che

ha funzione pragmatica abbastanza regolare. È caterina che ha rotto il bicchiere, la sua struttura

semantica ha la funzione di sottolineare l’evento chiave della sequenza.

9.5 – Le relazioni interfrastiche

L’organizzazione sintattica riguarda anche enunciati formati a partire da materiale frastico.

coordinazione

La (o paratassi) si può realizzare in un sintagma oppure a livello enunciativo.

‘Luigi ha viaggiato in moto e in traghetto, in questo caso l’ordine indica semplicemente la

successione dei mezzi di trasporto, e può avvenire una inversione. Nel caso luigi mangia pane e

nutella invece l’ordine dei coordinati ha una precisa funzione gerarchica.

subordinazione

La (o ipotassi) va ricondotta alla dipendenza, ma può essere anche espressa

con la forma della coordinazione: ‘il bambino correva e vociava’. ci sono tre tipi di subordinazione:

­ Luigi ha detto che Anna andrà a trovarlo: la subordinata svolge il ruolo di terzo

argomento

­ Luigi è contento perché ha vinto una scommessa: bisogna interpretare il senso della

subordinata in base alla natura della congiunzione. Perché è un vero e proprio

predicato biargomentale con argomenti ‘essere contento’ e ‘aver vinto la scommessa’.

­ Luigi studia linguistica, che è la sua materia preferita: la relativa ha funzione di aggettivo

con valore descrittivo o individuativo.

Linguistica Generale: dispensa storica.

La scuola di Praga

Praga nel periodo fra le due guerre era un punto di collegamento fra la cultura slava e la cultura

europea occidentale, un centro intellettualem molto attivo.

L’attenzione filosofica per il linguaggio non può esercitarsi sull’evoluzione, ma sul funzionamento del

linguaggio, sincronico.

La tesi di fondo dei linguisti praghesi è che nei fatti umani e nella lingua in particolare l’aspetto

fondamentale è l’intenzione, la destinazione, la domanda intorno alla causa lascia il posto alla domanda

intorno al fine.

Nella scuola di Praga il concetto di funzione va inteso come ‘essere in funzione di…’, ossia come

finalità. Dalla parte della glossematica ci si era chiesti come un fatto fosse costituito, dall’altra ci si chiede a

cosa serva. Si noti che sono due prospettive complementari e connesse.

Il Circolo di Praga fu fondato nel 1926 da un linguista praghese che già prima di Saussure aveva

intrapreso la strada della sincronia. Oltre ai boemi, si riunirono numerosi studiosi di origine orientale e

occidentale, in primo luogo i russi Jakobson, Trubeckoj e Karcevskij (Componente Russa).

La componente russa consiste in un accostamento alla lingua come ad un tutto strutturato, quindi come

a un sistema di unità che si presuppongono vicendevolmente e sono organizzate sull’asse paradigmatico e

sull’asse sintagmatico. Inoltre il formalismo russo aveva focalizzato la sua attenzione sulla funzione sulla

funzione letteraria e poetica della lingua. L’opera letteraria viene considerata nella sua struttura costitutiva e

non in rapporto alla sua origine storica.

Il contributo della componente occidentale è la dottrina di F. de Saussure.

Queste tre componenti (praghese, russa, occidentale), sono sintetizzate nell’opera di N. Trubeckoj. Non

funzionalisti,

bisogna considerare i praghesi dei fonologi, ma piuttostio dei perché anche se la fonologia

ebbe importanza preminente, gli altri campi non furono affatto trascurati.

Le posizioni della scuola di Praga furono illustrate nelle Tesi del 1929.

La lingua deve essere analizzata in rapporto alla sua funzione che è di espressione o di comunicazione. La

lingua è definita come ‘un sistema di mezzi d’espressione appropriati a uno scopo’. La prospettiva

fondamentale è quella sincronica ma l’evoluzione non può essere trascurata: la stessa sincronia è coinvolta

nell’evoluzione, poiché una sezione considerata sincronica mente presenta residui dello stadio di distruzione

(arcaismi) e anticipazioni dello stato futuro.

Sono importanti la seconda e la terza tesi. Per quanto riguarda l’analisi del suono si sottolinea la preminenza

funzionale dell’aspetto acustico su quello articolatorio. Si dovrà distinguere ancora il suono come fatto fisico,

elemento del sistema funzionale: la descrizione del suono dal punto di vista fisico, non ci da l’aspetto

essenziale del suono dal punto di vista linguistico: le immagini acustiche soggettive (rappresentazioni)

possono essere considerate elementi di un sistema linguistico soltanto quando esse svolgono in questo

fonemi.

sistema una funzione di differenziazione dei significati, solo in questo caso si parla di Il fonema deve

essere caratterizzato dal punto di vista sintagmatico con la determinazione di: (1) Le combinazioni ammesse,

(2) l’ordine dei fonemi in ciascuna combinazione, (3) l’estensione delle combinazioni. Infine bisogna

stabilire il grado d’uso e la densità di realizzazione dei singoli fonemi.

morfofonologia,

Attigua alla fonologia è la che studia l’uso morfologico delle differenze fonologiche .

morfonema

Il è ‘un’immagine complessa di due o più fonemi che possono sostituirsi reciprocamente,

secondo le condizioni della struttura morfologica, all’interno di uno stesso morfema’ quindi fonemi che

.

assumono valore morfologico sono morfonemi per es. in ted. u ­ ü in Bruder pl. Brüder

Ogni lingua ha un sistema di determinazione mediante il quale essa articola tutta la realtà. Fondamento

della denominazione è ls parola, necessariamente presente in tutte le lingue anche se diversamente

strutturata. Le parole si dividono in categorie (verbi, nomi…) caratterizzate a loro volta da categorie

specifiche (genere, numero per i nomi…)

I procedimenti sintagmatici riguardano i raggruppamenti di parole non fissi. L’atto sintagmatico

fondamentale, è l’atto creatore della frase, la predicazione. La frase è analizzata oltre che dal punto di vista

tema rema.

morfologico­grammaticale, dal punto di vista funzionale: in e Il tema è ciò di cui si dice, il rema

è ciò che si dice del tema. Il rapporto fra tema e soggetto e rema e predicato è diverso rispetto alle differenti

lingue: per esempio laddove si fa ampio uso del passivo, il tema va a coincidere con il soggetto.

I praghesi non concepiscono la lingua come astrattamente unitaria. In base alla diversità delle funzioni

svolte distinguono più linguaggi appartenenti alla stessa lingua.

linguaggio interiore linguaggio manifesto

C’è un e un (tuttavia il secondo può essere considerato come

caso particolare del primo poiché le forme linguistiche sono usate più spesso per pensare che per parlare). Il

linguaggio sociale

linguaggio manifesto può essere caratterizzato per la prevalenza dell’aspetto intellettuale,

linguaggio emotivo

(di destinazione sociale) o dell’aspetto emotivo, (rivolto all’uditore per suscitare

comunicativa poetica

determinate emozioni). Il linguaggio sociale ha una funzione o (a seconda che sia

pratica

diretta verso la realtà o verso il segno stesso). La funzione comunicativa può essere quando il

teorico

linguaggio è di ‘situazione’ o quando tende ad essere molto completo e specifico

La Teoria Fonologica di N.S. Trubeckoj.

Il vizio dello psicologismo nella definizione del fonema si ha perché Trubeckoj era convinto che la

natura psichica del fonema comportasse necessariamente l’introspezione ciome strumento fondamentale di

indagine linguistica. Invece la struttura linguistica non può essere oggetto di introspezione: si tratta di un fatto

psichico, ma non tutto ciò che è nella coscienza può essere oggetto di introspezione.

NB: Primo accostamento al problema della posizione ontologica delle lingue

Ci sono delle dimensioni della psiche che non si lasciano indagare direttamente: la nostra struttira interiore

rimane per molti aspetti oscura, possiamo su di essa formulare delle ipotesi. La lingua è un certo tipo di

conoscenza, ma funziona in maniera particolare: è una conoscenza che di certo noi possediamo, ma di cui non

abbiamo consapevolezza, ci sono cose che noi non sappiamo di sapere. Per esempio alcuni principi che sono

connaturati nel nostro pensiero, come il principio di non contraddizione, che non è affatto esplicito.

La realtà della lingua ci è offerta ma è rischioso affidarsi all’intuizione: la conoscenza della struttura linguistica

passa attraverso i con sueti procedimenti delle scienze empirico­deduttive: solo attraverso l’esperimento

confrontato con le ipotesi possiamo ricostruire la struttura linguistica.

Verifica della pertinenza mediante la prova di commutazione

Trubeckoj tiene conto di ciò che dice Saussure: nella lingia contano soltanto le differenze: non gli

aspetti positivi ma il differenziarsi. Si parte quindi dalle opposizioni foniche, ma entro le opposizioni foniche

si individuano solo alcune opposizioni come costitutive della struttura linguistica: le opposizioni

fonologiche.

Le opposizioni fonologiche non si lasciano ricondurre a semplici opposizioni fisiche, ma intervengono

nella lingua svolgendo una funzione distintiva o discritica.

La prova di commutazione consiste nel prendere coppie oppositive (con differenza fonica) e contollare

se questa differenza fonica comporti una differenziazione sul piano dei contenuti. Per esempio in molte

lingue l’opposizione fra /p/ e /b/ non è pertinente. Esiste di certo l’opposizione, ma questa differenza non

serve per distinguere i significati (diverso è l’italiano in cui si ha opposizione fonologica perché bere ≠ pere).

Definendo fonema l’estremo di una opposizione fonologica possiamo concludere che in italiano /p/ e /b/ sono

fonemi.

Si distinguono opposizioni fonologiche dirette e indirette:

dirette:

­ quando siamo in grado di trovare un testo tale che sostituendovi uno degli estremi dell’opposizione

considerata con l’altro si ottiene un testo diverso. (l’esempio bere­pere)

indirette:

­ quando ci sono due fonemi che non possono mai comparire nella stessa sede. Per esempio in

inglese, il morfema /h/ e il morfema /ŋ/ perché l’uno può comparire solo all’inizio della parola, l’altro solo

alla fine. Essi quindi non possono mai essere reciprocamente sostituiti. /h/ è in opposizione fonologica diretta

con altre consonanti, ma mai con /ŋ/ e viceversa.

Il principio che si chiama in causa è il seguente: se due grandezze contengono delle prorietà esenziali

diverse, esser saranno essenzialmente diverse, l’opposizione fra i due suoni sarà fonologica e non

semplicemente fonica.

Le opposizioni fonologiche si dividono in:

costanti

­ neutralizzabili:

­ l’opposizione che in certi contesti non è operante (non serve per distinguere suoni diversi),

ed è possibile una realizzazione fonica intermedia fra i due fonemi. Ad esempio in italiano l’opposizione fra e

chiusa ed e aperta, che è operante soltanto in sede accentata: in sede atona rappresenta l’intera coppia

oppositiva, ossia l’arcifonema.

La neutralizzazione può essere determinata esternamente, se dà luogo ad un suono connesso con il contesto

fonologico, determinata internamente, se dipende dalla posizione e non dai tratti presenti nel contesto.

Il fonema che si caratterizza nella presenza del tratto è detto marcato, quello che non è caratterizzato è detto

non marcato, l’arcifonema è da considerarsi come la compresenza del tratto marcato e non marcato.

La neutralizzazione è l’opposto del culmine, in cui si ha la massima differenziazione.

Siccome un’opposizione è fonologica quando serve a distinguere delle parole, la funzione dei fonemi è

distintiva o diacritica. Ci sono altre funzioni:

­ culminativa: l’accento della parola per esempio: dato un accento si ha una parola e data una parola si ha un

accento. La funzione culminativa permette di individuare l’unità ai vari livelli: ci sono accenti di morfema, di

parola, di frase…

­ demarcativa: segnala dove comincia o dove finisce una unità.

A volte lo stesso elemento può avere funzione culminativa e demarcativa allo stesso tempo: per esempio

l’accento nella lingua polacca che si trova sempre sulla penultima sillaba.

R. Jakobson

Entra a far parte del circolo di Praga e il suo interesse per la struttura dell’opera poetica resta una

costante della sua ricerca. a differenza dei formalisti, egli cerca la soluzione al problema della struttura

poetica all’interno della concezione linguistica.

Il tratto (individuato anche da Trubeckoj) che con la sua presenza o assenza fa distinguere i due estremi

marca di correlazione

dell’opposizione è detto . Jakobson ritiene possibile dare di qualsiasi sistema

fionologico una descrizione mediante solo le marche di correlazione, i tratti distintivi binari.

La petica per Jakobson è una parte della linguistica poiché corrisponde a una delle funzioni del

linguaggio, e il linguaggio va studiato in tutte le sue funzioni. mittente

Individuando i fattori costitutivi di ogni processo linguistico abbiamo: il che invia un

messaggio destinatario contesto

al . Per essere operante il messaggio richiede un che possa essere afferrato

codice

dal destinatario, e che sia verbale o suscettibile alla verbalizzazione, esige un almeno parzialmente

contatto

comune al mittente e al destinatario; infine un , un canale fisico e una connessione psicologica fra il

mittente e il destinatario che consente loro di stabilire e mantenere la comunicazione.

Ogni fattore ha una funzione corrispettiva:

Le funzioni non compaiono allo stato puro, si ha tuttavia sempre la prevalenza dell’una o dell’altra

funzione. Per quanto riguarda la funzione poetica, essa è presente in poesia ma non solo: si pensi alle

filastrocche o ai versi con funzione mnemonica!

Ogni testo è costituito da una combinazione di elementi ciascuno scelto da una classe di elementi

similari. La selezione e la combinazione sono i due assi costitutivi di ogni testo. La similarità collega ciascun

elemento presente nel testo con tutti quegli elementi del sistema che, essendo equivalenti ad esso potrebbero

essere al suo posto.

In un testo poetico, il principio poetico è proiettato dall’asse della selezione all’asse della

combinazione perché tutte le strutture poetiche presuppongono la ricorrenza di elementi equivalenti (identico

numero di sillabe, schema di accenti…).

L’equivalenza poetica, non va confusa con l’equivalenza metalinguistica (Gli scapoli sono uomini non

sposati), in cuiè il testo che pone in essere una equivalenza, mentre nel linguaggio poetico è l’equivalenza

che pone in essere un testo.

Un passaggio importante sottolineato da Jakobson, è che il contesto deve essere verbale o suscettibile a

verbalizzazione. Questo richiama la tesi secondo cui il significato dei segni non sta in un oggetto ma nella

loro conversione in altri segni.

Jakobson fa propria la tesi di Peirce secondo cui la destinazione del segno è la traduzione in altri segni. Egli

perciò non ritiene accettabile la tesi di Russell secondo cui nessuno può comprendere una parola (la parola

formaggio) se prima non ha una esperienza non linguistica di esso (del formaggio). Anche il membro di una

comunità che non conosce il formaggio, potrebbe capire la parola formaggio sapendo che tale parola

significa ‘alimento ottenuto dalla fermentazione del latte cagliato’.

NB: rapporto tra lingua e realtà

La distinzione nel linguaggio fra langue e parole impone di distinguere il rapporto tra la lingua e la realtà e il

rapporto tra la parole e la realtà. Il rapporto della parole con la realtà si traduce nwell’impossibilità di parlare

della realtà in un testo. Secondo Russellla comprensione del siognificato di un termine deve rimandare

all’esperienza immediata. Secondo Jakobson noi possiamo rispondere alla domanda sul significato di una

espressione solo mediante un’altra espressione. Anche perché spesso l’esperienza immediata è ‘mediata’ dal

riferimento ad altri termini. Per esempio una persona che non ha mai fatto esperienza di mare ma ha visto un

lago, potrà capire mare come ‘grande lago salato’.

Il concetto di traduzione per Jacobson si avvicina molto al concetto di interpretazione. Si parla infatti

di tre tipi di traduzione: endolinguistica (la parafrasi), interlinguistica (la traduzione), intersemiotica (il

trasferimento di un messaggio da un codice semiotico a un altro).

Jakobson indaga anche l’afasia, la perdita della capacità linguistica: egli nota che la tipologia dei

disturbi afasici è riconducibile ai due aspetti fondamentali del funzionamento del linguaggio: l’asse della

similarità e l’asse della combinazione. Gli afasici in cui è danneggiato l’asse della similarità non sono in

grado di scegliere un termine nel sistema. Gli afasici in cui è danneggiato l’asse della combinazione non

avranno problemi nel formulare elenchi ma non riusciranno a costruire un discorso.

Linguistica e Poetica

Il compito dellan poetica è rispondere a questa domanda: ‘Che cosa fa di un messaggio verbale

un’opera d’arte?’.ù

La poetica tratta problemi di struttura verbale, e dato che la linguistica è la scienza che investe

globalmente le strutture linguistiche, la poetica può essere considerata parte della linguistica. Molti processi

studiati dalla linguistica non sono tuttavia circoscritti nell’arte del linguaggio (basti pensare che si può

trasporre un romanzo come Wuthering Heights in un film!). il fatto che si ponga il problema che le

raffigurazioni di Blake possono non essere adatte alla Divina Commedia, è la prova che arti diverse sono

comparabili fra loro. Molti tratti poetici appartengono non soltanto alla sfera del linguaggio ma alla semiotica

generale.

Talvolta si sente dire che la poetica in opposizione alla linguistica ha compiti valutativi. Questo perché

si sostiene un carattere ‘fortuito’, non intenzionale della poesia rispetto ad altre strutture verbali. Inoltre

contribuisce la confusione terminologica fra ‘studi letterari’ e ‘critica’: nessun manifesto che proclami i gusti

personali può sostituirsi all’analisi scientifica e viceversa.

Gli studi letterari implicano due tipi di problemi:

­ problemi sincronici: considera non solo la produzione letteraria di un’epoca, ma anche quella parte della

tradizione letteraria che per l’epoca in questione è’ ancora vitale o è stata richiamata in vita. Anche la scelta

dei classici e la loro interpretazione critica rientra nei problemi sincronici.

­ problemi diacronici: problemi contemporanei, strutturali.

L’insistenza nel separare poetica e linguistica è giustificabile soltanto quando si limita arbitrariamente

il campo della linguistica, quando il fine della linguistica è confinato alla sola grammatica.

Sapir riflette che in complesso, il processo ideativo regna sovrano nel linguaggio, ma questo non

autorizza la linguistica a trascurare i ‘fattori secondari’: gli elementi e i motivi del discorso che non possono

essere descritti per mezzo di un numero finito di caratteri, che restano per noi solo fenomeni vaghi. Joos

propone addirittura di espellere gli elementi emotivi dalla scienza del linguaggio.

Il linguaggio deve essere studiato in tutta la varietà delle sue funzioni. Sebbene distinguiamo sei aspetti

fondamentali del linguaggio, difficilmente potremmo trovare messaggi verbali che assolvano ad una sola

funzione. La diversità dei messaggi non si fonda sul monopolio di una o dell’altra funzione, ma sul diverso

Sull’orientamento verso il…

ordine gerarchico fra di esse.

referenziale,

­ la funzione l’orientamento rispetto al contesto, è la funzione prevalente di molti messaggi.

emotiva

­ la funzione si concentra sul mittente, mira ad una espressione diretta dell’atteggiamento del

soggetto riguardo a quello di cui parla. Lo stato puramente emotivo della lingua è rappresentato dalle

interiezioni. La funzione emotiva colora in qualche modo tutte le nostre espressioni, con gli elementi

espressivi manifestiamo le diverse emozioni. Si può dire una stessa frase in diversi modi differenti facendo

ricorso alla funzione emotiva, e molti processi emotivi di questo tipo possono essere analizzati dal punto di

vista linguistico (direttore russo all’audizione).

conativa,

­ La funzione l’orientamento verso il destinatario, trova la sua espressione grammaticale più pura

nel vocativo e nell’imperativo.

Il modello tradizionale del linguaggio era limitato a queste tre funzioni, con i vertici nel mittente, nel

destinatario e nell’oggetto.

fàtica

­ la funzione prevede l’accentuazione del contatto. Si tratta essenzialmente dei messaggi che servono a

stabilire, prolungare o interrompere la comunicazione (Pronto? Mi senti?)

La logicas moderna ha introdotto una distinzione fra due livelli del linguaggio: il linguaggio­oggetto che

parla degli oggetti e il metalinguaggio che parla del linguaggio stesso.

metalinguistica,

­ la funzione incentrata sul codice, viene messa in pratica quando il mittente o il

destinatario devono verificare se utilizzano lo stesso codice. ‘cosa vuoi dire? Cosa dici?’. Oppure le

espressioni equipollenti che convogliano informazioni esclusivamente sul codice lessicale italiano

‘matricola significa studente universitario del primo anno’.

poetica

­ funzione del linguaggio, quando l’accento è posto sul messaggio stesso. Il parlante se ne serve

inconsciamente, nella preferenza stilistica di una configurazione del messaggio fra le possibili scelte:

‘Gianna e Margherita suona meglio!’. Oppure uno slogan reso efficace dall’allitterazione o dai suoni che si

richiamano. E noi percepiamo immediatamente il fascino del messaggio di cesare ‘veni, vidi, vici’.

Lo studio linguistico della funzione poetica deve oltrepassare i limiti della poesia e l’analisi linguistica

della poesia non deve limitarsi solo alla funzione poetica: nella poesia abbiamo infatti la partecipazione

anche delle altre funzioni verbali, per esempio nella poesia epica abbiamo la funzione referenziale che è

predominante (domina la terza persona), nella lirica la prima persona, nella poesia d’amore la seconda…

Qual è l’elemento la cui presenza è indispensabile in ogni opera poetica? Per rispondere alla domanda

dobbiamo ricorrere ai due processi fondamentali di selezione e combinazione. Il parlante compie una scelta

fra una serie di termini simili (bambino, marmocchio, bimbo…)scegliendo infine quello più appropriato e

combinandolo con un verbo scelto nella medesima maniera. la scelta si basa sull’equivalenza o la similarità,

la combinazione sulla contiguità. La funzione poetica proietta il principio di equivalenza dall’asse della

selezione all’asse della combinazione. In poesia ogni sillaba è messa in rapporto di equivalenza con tutte le

altre sillabe della stessa sequenza…

Anche il metalinguaggio usa successioni di termini equivalenti quando combina espressioni

sinonimiche in una frase equazionale (la giumenta è la femmina del cavallo). La poesia e il metalinguismo

sono tuttavia diametralmente opposti: nel metalinguaggio l’opposizione è utilizzata per costruire una

equazione, mente in poesia l’equazione serve a costruire la successione.

Il ritmo delle sequenze non trova applicazioni nel linguaggio se non nella poesia, con la sua

reiterazione regolare di unità equivalenti.

‘Ma tutto ciò che è verso è poesia?’ i versi mnemonici, le filastrocche pubblicitarie, le leggi

medievali… si servono della funzione poetica senza tuttavia assegnare a tale funzione il ruolo determinante

che essa svolge in poesia. Il verso quindi oltrepassa i limiti della poesia, ma nello stesso tempo il verso

implica sempre la funzione poetica.

L’analisi del verso è di stretta competenza della poetica, e quest’ultima può essere definita come quella

parte della linguistica che tratta della funzione poetica nelle sue relazioni con le altre funzioni del linguaggio.

La poetica, in senso lato, si occupa della funzione poetica non solo in poesia, dove questa funzione

predomina sulle altre funzioni del linguaggio, ma anche all’infuori della poesia, quando qualche altra

funzione si sovrappone alla funzione poetica.

Il Generativismo sintattico

Il discorso sul generativismo inizia necessariamente con Noam Chomsky, un autentico innovatore che

ha modificato il metodo e la teoria linguistica, ma soprattutto hs capovolto la prospettiva delle scienze

umane. L’influsso della linguistica di Chomsky è assai rilevante infatti in tutte le scienze prima di lui

chiamate ‘scienze del comportamento’ e che ora sono chiamate Scienze Umane.

I problemi implicati sono di volta in volta diversi. Il suo è un punto di vista nuovo, legato all’ambiente

culturale americano.

La prima grammatica generativa trasformazionale

La priman formulazione della teoria di Chomsky si trova nelle due opere fondamentali: Logical

Structure of Linguistic Theory e Syntatic Structures.

C’è un legame di Chomsky con la linguistica Bloomfeldiana, perché si parla continuamente di rigore e

formalizzazione. Cerca rigore nelle formulazioni della linguistica, perché anche se inadeguata, una

formulazione fatta in maniera rigorosa può essere corretta e da essa si possono capire molti aspetto

formalizzazione

linguistici, proprio perché è stata formulata in maniera rigorosa. Per , infatti, si intende la

esplicitazione di tutti i passaggi del discorso, la evidenziazione delle connessioni logiche della teoria, solo

definendo in maniera netta ogni nozione, questa teoria si assume le responsabilità delle conseguenze che da

essa si possono trarre, e nel caso sia inesatta, può addirittura portarci a nuove scoperte.

La teoria linguistica ha due grandi suddivisioni:

­ la sintassi: studio della forma linguistica, con la nozione fondamentale di grammaticalità e il suo interesse

primario è quello di determinare gli enunciati grammaticali di una lingua e di portare alla luce la struttura

formale. Consiste nel mostrare che la superficie complessa delle lingue è scomponibile in processi semplici.

Cioè che la complessità in sé è il risultato della reiterazione di applicazione di processi semplici.

­ la semantica parte della linguistica che si occupa dei fenomeni del linguaggio non dal punto di vista

fonetico e morfologico, ma guardando al loro significato.

Non si tratta di dimostrare come un enunciato possa essere scomposto: il problema è di dare una teoria

generare

che, partendo da pochi elementi esplicativi, permetta di una lingua intesa come insieme di

enunciati.

Il fatto che si riconducano infinite strutture linguistiche a pochi principi e a pochi elementi primitivi,

per un verso risponde a esigenze linguistiche, cioè al modo in cui la linguistica realmente funziona, per un

altro verso risponde a esigenze metodologiche ossia a un principio generale al quale le scienze si ispirano:

porre il fine fondamentale nella spiegazione del dato. Spiegare ha l’accezione didattica di rendere

‘accessibile’, si tratta invece di ricondurre il molteplice a un minimo numero di principi, costruire teorie che

siano semplici. Perché fra due teorie ugualmente coerenti ed esaurienti, si dovrà assumere quella che postula

meno (rasoio di Ockham).

È utile tenere distinti i fatti dai dati in linguistica, perché i dati sono costruiti a partire da un insieme di

osservazioni sulla forma e sull’uso. I fatti vanno ben oltre queste osservazioni e rimangono celate.

Egli costruirà una grammatica che sarà in grado di generare tutti e solo gli enunciati di una lingua. La

grammaticale.

nozione fondamentale è quella di Ciò che è grammaticale non è semplicemente ciò che non è

sgrammaticato, ‘a me tu non mi inganni’ pur avendo un senso è sgrammaticato, inve e’ieri ho scalato il Mar

Egeo’ pur non avendo senso è grammaticale.

Secondo Chomsky il parlante nativo ha in se una intuizione della forma linguistica, ossia della

grammaticalitàl. Solo apparentemente la nozione di grammaticalità dipende dalla nozione di grammatica:

come la macchina da scrivere costituisce il modello dello scrivano, la grammatica rappresenta un modello di

quella conoscenza che il parlante possiede e che gli consente in primo luogo di costruire tutti i suoi enunciati

e di riconoscere gli enunciati costruiti bene contrapponendoli a quelli costruiti male (i grammaticali ai non

grammaticali)

NB: Alcune precisazioni sul concetto di grammaticalità.

La nozione di enunciato grammaticale non coincide con quella di enunciato osservato. Gli enunciati

grammaticali possibili sono infiniti mentre gli enunciati osservati sono in ogni caso di numero finito. La

grammaticalità è legata all’intuizione del parlante, che tramite processi formali gli consentono di decidere cosa è

grammaticale e cosa non lo è.

John admires Tom – grammaticale

Sincerity admires Tom – non grammaticale

Of admires Tom – non grammaticale

Individuiamo che il terzo enunciato è il meno grammaticale di tutti.

La struttura è fissata ponendo delle categorie(classi di parole) reciprocamente sostituibili al posto delle parole.

Tale sostituzione consente di ottenere le forme di enunciati. Per esempio se ci limitiano alle categorie di nome e

verbo, l’anunciato ‘Of admires Tom’ continua ad essere sgrammaticato, ma non si esclude Sincerity admires

Tom (semigrammaticale). Se facciamo invece corrispondere una categoria a ogni parola del corpus, togliamo la

possibilità di generare enunciati non inclusi nel corpus.

Chomsky ritiene di spiegare il problema dei diversi gradi di non grammaticalità senza ricorrere a criteri di

probabilità statistica degli enunciati. Enunciati che non sono mai stati usati e che forse non verranno mai usati

possono essere perfettamente grammaticali ‘parto per Roma’ è un enunciato più frequente di ‘parto per

Roccasecca’, ma non più grammaticale.

Finchè la grammatica si limitava ad analizzare gli enunciati, nonc’erano che criteri di tipo intuitivo:

ognuno giudicava la grammatica in base ai vantaggi offerti da questa grammatica. La finalità grammatica ora

è quella di generare tutti e soli gli enunciati grammaticali di una lingua e di spiegarli a livello sintattico.

Se una grammatica non genera tutti gli enunciati grammaticali o genera anche enunciati non

grammaticali, dovrà essere rifiutata.

Un modo per costruire una grammatica potrebbe essere quello di elencare tutte e solo le frasi

grammaticali di una lingua, ma non è possibile perché sono per definizione infinte (anche se a livello reale

sono un numero limitato comunque). Non solo, ma sarebbe di scarso valore pratico e teorico.

Sappiamo infatti che la grammatica si propone di spiegare gli enunciati, ridurre la molteplicità degli

enunciati a un numero ridotto di principi costitutivi. La grammatica non deve elencare, deve generare gli

enunciati.

Generare ≠ produrre. La produzione degli enunciati infatti non spetta alla grammatica ma al parlante, è

il parlante che produce gli enunciati. La grammatica può soltanto specificare la struttura degli enunciati, dare

in qualche modo una definizione che renda l’insieme degli enunciati deducibile, tale che diventi possibile

stabilire se un testo è o no grammaticale. La grammatica si propone di spiegare il fondamento della forma

linguistica che rappresenta la grammaticalità. E deve generare tutte e sole le frasi grammaticali della lingua.

La negazione in prospettiva semantico­pragmatica

1. Facultas Loquendi e Facultas Negandi

Soltanto l’uomo propriamente parla, perché solo l’uomo è quel livello della realtà vivente in cui la

facultas loquendi si da come facultas negandi.

1.1 Che cosa si fa quando si nega

1.1.1 – dal giudizio al rifiuto

Quando neghiamo non facciamo sempre la stessa cosa: una parte del nostro negare è legata ad un

giudizio, come presa di posizione rispetto alla verità o alla falsità di un certo stato di cose. Un giudizio

verocondizionale (Non piove opposto a Piove).

Oppure porsi come affermazione di diversità, (questa rosa non è rossa) per caratterizzare una

situazione.

La frequente identificazione della negazione con la nozione di falsità è indebita, un’applicazione

meccanica data dal fatto che ‘non è vero che…’ è iuna negazione. Far coincidere le due cose comporta cona

confuzione fra i piani linguistico e metalinguistico. Luigi non mangia è una asserzione relativa a un pezzo di

mondo, se affermo che questa è falsa, faccio una asserzione su un’altra asserzione, ponendomi su un diverso

livello (il piano della falsità e della negazione non sono mai lo stesso)­

Si ha anche il negare come rifiuto (Non vengo, non ti prometto…), in cui non è più un giudizio, ma un

atto performativo che avviene attraverso il dire. La natura performante è sottolineata dal presente indicativo

alla prima persona singolare del verbo. Se non fosse così descriverei soltanto il rifiuto (Egli non promette,

non avevo promesso). Il rifiuto come ogni altro atto linguistico, si sottrae alla valutazione verocondizionale

(non è debito chiedermi rispetto al rifiuto se è vero o falso.

NB:Bada a come rifiuti

(Vieni in piscina? Sono raffreddato) l’interlocutore B declina l’invito di A attraverso un atto illocutorio

secondario. Spetterà ad A inferire l’illucuzione primaria. La cortesia è la motivazione primaria che spinge a

questa decisione. Soprattutto nella cultura giapponese in cui ad un rifiuto si preferisce il silenzio. Inoltre

sintatticamente in giapponese la negazione è un suffisso del verbo e il parlante può aggiungerla all’ultimo

momento in base alla reazione del destinatario.

Si è tentato spesso di ricondurre la negazione ad un rifiuto di asserire: he is not poor messo sullo

stesso piano di I deny that he is poor. Ma se ‘asserire che non’ significasse ‘rifiutare di asserire che’ , si

cancellerebbe la differenza fra asserzione di un concetto affermativo e affermazione di un concetto negativo.

Anche perché spasso è un atto informativo ‘l’acqua non è blu, è verde’.

1.1.1.1 Una curiosa asimmetria: a proposito di da e net.

Ciascuno di noi parla in modo diverso rispetto alla comunità a cui appartiene, perché ciascuna lingua

incarna una prospettiva sulla realtà. Anche quando dissentiamo.

­‘There is no table in the room’.

­ No, there isn’t (non c’è!) ­Yes, there is! (c’è!)

Così in italiano e francese, si assume il punto di vista della realtà oggettuale. In russo invece…

­ Da, ne est’ ­Net, est’

Riferendosi direttamente all’asserzione.

1.1.2 – Mentire

Mentire è una particolare modalità di negazione. Si può mentire sia affermando che negando, ma in

entrambi i casi abbiamo una negazione alla realtà. La possibilità di mentire è data solo all’uomo, e il

mentitore per eccellenza, il diabolos, è colui che disgiunge ciò che non è realmente disgiunto.

Il comportamento linguistico, però, nasce con la capacità di mentire: quando la mamma allatta il figlio

lo invita a succhiare producendo un suono con le labbra, all’udire il suono il bambino volgerà il capo verso di

lei. Se la madre volendo attirare il figlio, usasse lo stesso suono, il bambino lentamente apprenderebbe i

significati diversi di quel suono, usando per la prima volta un meccanismo linguistico.

Dire no = ­ mentire, dire no alla realtà

­ rifiutare di fare

­ asserire la falsità: per rifiutare l’adesione a p o per smentirla.

1.2 – Un primitivo semantico­concettuale

In tutti i sistemi di comunicazione umana è presente la negazione.

Wierzbicka

Anna ha individuato una sessantina di universali semantici comuni a tutte le lingue, che

sono stati testati empiricamente su vasta scala analizzando lingue dissimili.

NB: Natura epistemologica del primitivo semantico: un a priori concettuale?

Coem facciamo a stabilire che i primitivi siano proprio quelli individuati? Il ricorso all’intuizione

nell’individuazione dei primitivi semantici non deve far pensare ad un apriorismo, perché la ricercatrice verifica

attentamente le ipotesi attraverso l’analisi linguistica empirica fin dagli inizi. Inoltre i primitivi vengono

sottoposti successivamente ad un lavoro di analisi interlinguistico ad ampio raggio.

La lista dei primitivi individuati subisce continuamente processi di sistemazione. Tuttavia è

significativo che la negazione compaia fin dagli inizi e figuri fra i primitivi stabili.

La ricercatrice ha potuto constatare la ricchezza delle funzioni della negazione, anche se all’inizio era

caduta in errore semplificando il primitivo della negazione in ‘don’t want’: la negazione come rifiuto (This

table is not back = I don’t want to say that this table is black).

La ricercatrice si è ricreduta dopo aver osservato il linguaggio infantile: la negazione infatti compare

fin dall’inizio con un ampio spettro di valori. La negazione viene usata come quantificatore esistenziale:

there is no pencil here. Per esprimere un giudizio negativo ‘no truck’, come replica dopo che gli viene

mostrato un oggetto non pertinente. Un rifiuto: no soap, non voglio il sapone.

La non­riduzione del not, spinge la ricercatrice ad accettare che ‘not is simply not’.

Lo scope: La portata della negazione

Senza dubbio, la negazione può coinvolgere tutto l'enunciato. Di importanza cruciale è però il

problema dell’oggetto preciso della negazione, che non deve necessariamente corrispondere alla frase intera.

Ad esempio, un’asserzione come

Io non ho preparato la pasta al forno per te

è passibile di diverse interpretazioni:

La pasta al forno per te non è stata preparata

Non sono stato io a preparare la pasta al forno per te

Non è per te che ho preparato la pasta al forno

...

In questi casi, l’oggetto della negazione abbraccia spesso solo un ambito ristretto dell’enunciato,

scope).

chiamato appunto portata (in inglese

La negazione sub specie rhetoricae

La negazione usate pour persuader: ci sono alcune figure retoriche costruite sulle opposizioni negative.

pistis,

La nozione attorno a cui ruota la dinamica della comunicazione persuasiva è quella di un termine che

assume significati diversi rispetto al punto di vista da cui lo osserviamo.

In rapporto al parlante dice la sua credibilità, in rapporto al destinatario la sua benevolenza (che può

essere ottenuta smuovendo il suo pathos), rispetto al logos, la sua veridicità (quel fondamento da cui dipende

la sua forza probatoria).

Non si può quindi prescindere dalle interazioni a livello pragmatico con le illocuzioni. Le figure

retoriche negative hanno una funzione di modulazione della forza illucutoria,n che può essere di

attenuazione (downtone) o di rinforzo (booster).

5.1 ­ Nagazione contraria, contraddittoria e figure retoriche negative

Nel primo caso la negazione interviene portando in essere la figura retorica, nel secondo caso è la

figura retorica stessa a porre in essere l’opposizione negativa.

5.1.1 – L’ironia: un caso di incongruità

Indotto da Renzo a svelargli il nome del mandante del veto matrimoniale, don Abbondio apostrofa il

giovane: ‘Avete fatto una bella azione!’ mi avete reso un bel servizio!...’.

Una madre, trovata la stanza del figlio in disordine, esclama ‘ma che bell’ordine!’

L’opposizione negativa della contrarietà, pur non apparendo in esplicatura, pone in essere la figura

retorica stessa: ciò che dice il parlante è l’opposto di quello che pensa.

Come sorge l’ironia a livello logico­semantico? Ciascun predicato nel selezionare i suoi argomenti

opera secondo un principio di congruità, che stabilisce le condizioni che devono essere rispettate perché si

dia corrispondenza logica fra il predicato e gli argomenti. L’effettiva incongruità del mittente con i

presupposti imposti (il carbone ha vinto le elezioni). Più che generare insensatezza però costringe il

destinatario a collocarsi a un livello di comprensione del testo più profonda che gli permette di inferire la

connotazione ironica.

L’ironia può emergere anche da una incongruità fra la sequenza testuale e il contesto, e anche in questo

caso c’è bisogno di recuperare il senso a un livello ermeneutico più alto, lavoro inferenziale del destinatario

che deve scoprire l’intenzione nascosta dell’ironista.

L’ironia permette un’attenuazione nella forza illocutoria di rimprovero, ma anche nelle espressioni di

apprezzamento positivo.

5.2 – La litote, ossia commuta in negationem

L’opposizione negativa si situa a valle della figura retorica. La litote è una forma di understatement

frequentemente usata per evitare espressioni valutative dirette. È la negazione dell’opposto di ciò che si vuole

affermare ‘Don Abbondio non era nato con un cuor di leone’. Questo scrittore non è male, non nego che ero

profondamente adirato. O addirittura una doppia negazione: non sono infelice, non gli è sconosciuta… si

apre la possibilità di molteplici interpretazioni.

Se l’elemento negato infatti fa parte di un paradigma continuo, la sua negazione lascia aperto l’intero

spettron di valori che si trovano fra i due estremi, e il valore effettivo dovrà essere scoperto tramite inferenza.

‘Le sue condizioni non sono buone’ può significare che sono cattive, ma anche che sono discrete.

‘She is happy, or at least not unhappy’: le due negazioni non si eliminano, sennò si avrebbe una tautologia:

invece non lo è proprio perché ‘not unhappy’ rimanda a una serie di valori diversi da happy.

Nella litote di Don Abbondio, l’autore usa benevolenza nella descrizione, ma le stesse parole in altri

contesti possono essere usate per intensificare una qualità negativa.

In altre espressioni come ‘non nego che ero profondamente adirato’ la litote è attenuativa.

La litote in generale èp un segnale di equilibrio del parlante che dimostra di saper evitare i toni troppo

accesi delle valutazioni sia negative, sia positive.

È talvolta usata nell’eufemismo ‘non vedente, non abbiente…’

5.3 – L’ossimoro o l’unità paradossale degli opposti, l’antitesi o gli opposti in parallelo

In queste due figure retoriche, l’ossimoro e l’antitesi, è la figura retorica stessa a porre in essere

l’opposizione negativa.

L’ossimoro consiste nell’unione paradossale di due termini incompatibili ‘il sole nero’, ‘un reo buon

uomo’. In alcuni casi, l’esplicatura è parziale (il sole nero) perché solo uno dei due estremi dell’opposizione è

in praesentia, emntre l’altro deve essere inferito.

Curioso il caso dell’ossimoro morfologico ‘Donna è bello’.

Nell’ossimoro l’incompatibilità dei due termini nasce da una lesione del principio di non

contraddizione che non consente allo stesso tempo di asserire A e non A. La lesione tuttavia non produce

insensatezza ma rinvia ad unn ulteriore livello di senso, il senso figuratico.

L’ossimoro desta stupore nel destinatario, disponendolo favorevolmente nei confronti del messaggio,

smuove il pathos del destinatario.

L’antitesi è una messa in parallelo di termini opposti che compaiono in esplicatura. ‘pace non trovo e

non ho da far guerra/e temo et spero: et ardo e son ghiaccio…

Dal punto di vista pragmatico l’antitesi intensifica la forza illocutoria dell’asserzione. Rafforza la forza

probatoria del logos. Il suo forte potenziale drammatico la rende nel contempo particolarmente idonea a

smuovere il pathos.


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze linguistiche (BRESCIA - MILANO)
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