Esame di geografia culturale
1° - Girolamo Cusimano
Con la crisi della modernità, la crisi del modello economico fordista, la post-modernità e con la cosiddetta globalizzazione, le scienze tutte devono riattrezzarsi teoricamente e metodologicamente. L’aggettivo nuovo entra nella geografia contemporanea: negli anni '60 del Novecento la “new geography” rappresentò l’avvio da parte dei geografi anglosassoni di un’intensa attività teorica di dichiarata matrice neopositivista capace di comunicare con il linguaggio della matematica e della geometria, in chiara polemica con la geografia classica e l’approccio storicistico. Un decennio più tardi invece nasceva in Francia la “nouvelle géographie” che riallacciava il legame con l’umanesimo e l’approccio fenomenologico.
È molto nota la figura di Frederich Ratzel (1844-1904), considerato il personaggio chiave per la nascita della geografia moderna. Egli utilizzò le idee darwiniane per costruire un sapere geografico unitario, con l’obiettivo di analizzare il ruolo dell’ambiente nella spiegazione delle differenze tra i gruppi umani. Nella sua opera “Anthropogeographie”, Ratzel espose un progetto di ricerca che aveva l’obiettivo di descrivere e cartografare le aree abitate dall’uomo, individuare le cause geografiche della ripartizione degli uomini sulla terra e definire l’influenza della natura sui loro corpi e la loro psiche. Quest’opera è stata etichettata come teorizzazione del “determinismo ambientale”.
Ratzel ha utilizzato il ricchissimo materiale etnografico raccolto personalmente potendosi certamente considerare tra i fondatori della nascente etnologia. Tuttavia finì per negare la meccanica corrispondenza tra uomo e ambiente, di contro diede una grande importanza ai fenomeni di contatto derivanti dalla mobilità e le migrazioni. La sua idea si pone alla base del “diffusionismo”, una corrente etnologica che avrà tra i suoi maggiori rappresentanti Leo Frobenius. Quest’ultimo contribuì al superamento dell’evoluzionismo antropologico sviluppando il concetto di “area culturale”.
Diffusionismo = corrente ideologica in ambito antropologico nata a fine ‘800 che sostiene che una cultura possa diffondersi geograficamente.
Il progetto di Ratzel, a fondazione di una nuova scienza, non riscosse particolare successo. Lo studio delle relazioni tra due ordini di fenomeni, da una parte la Terra e gli uomini dall’altra, non appariva una ragione sufficiente per costituire una disciplina. Ma proprio all’interno di tale contesto si sviluppò tra l’ultimo decennio del XIX secolo e i primi 20 anni del XX l’indirizzo “paesaggistico” per il tramite delle opere di Otto Schluter, Eduard Hahn e Sigfried Passarge.
Il concetto di paesaggio infatti salvava l’unità della disciplina ma non obbligava a prendere posizione rispetto al problema del determinismo. Come porzione della superficie terrestre consentiva inoltre di registrare i dati naturali ma anche quelli legati alle trasformazioni delle attività umane. Ai paesaggi naturali potevano accostarsi quelli umanizzati, nei quali c’erano le tracce degli interventi realizzati nei secoli dai gruppi etnici. Tali tracce andavano individuate e classificate, per descrivere le strutture azioni risultante dalla combinazione degli effetti della deforestazione, dello sviluppo delle tecniche agricole e dell’allevamento, con grande attenzione rivolta ai fenomeni di migrazione e sedentarizzazione.
La geografia moderna, umana o culturale che la si voglia definire, privilegiò le relazioni verticali che legano i gruppi umani allo spazio di vita e ad altri organismi viventi, piante e animali, trascurando invece quelle orizzontali relative ai rapporti interindividuali e sociali all’interno dei gruppi in termini di organizzazione familiare, comunitaria, di religione, concezioni del mondo. Un momento cardine è rappresentato dalla cosiddetta “Scuola Californiana” che fa riferimento all’opera scientifica e di appassionato divulgatore di Carl Sauer, il cui lavoro rappresenta una netta cesura con l’orientamento di determinismo ambientale estremo presente nella geografia statunitense dei primi decenni del XX secolo, interessata ad applicare alle società umane la conoscenza del mondo fisico e dominata dall’evoluzionismo e dal determinismo rigidi di studiosi come Ellsworth Huntington ed Ellen Churchill Semple.
Sauer rifiutò nettamente il determinismo ambientale cercando nuove prospettive per l’analisi dell’impatto umano sulla superficie della Terra e ritenendo il paesaggio concetto fondamentale della geografia. Se la cultura è l’agente, la natura è il mezzo e il paesaggio il prodotto, è evidente come lo stesso paesaggio naturale può dare luogo a differenti paesaggi culturali, a causa dei diversi processi culturali in ogni area. Il paesaggio diventava così un modo geografico di pensare la cultura.
Ma il rapporto con l’antropologia sia da parte di Sauer che dei suoi allievi fu mediato dall’interpretazione che Kroeber aveva dato del concetto di cultura. In una famosa opera del 1917 Kroeber infatti aveva attribuito alla cultura il carattere di elemento “superorganico”, indipendente dai condizionamenti biologici ma anche da quelli dell’organizzazione sociale, ritenendola governata da leggi sue proprie. Veniva respinto così il principio dei caratteri acquisiti secondo cui gli individui incorporano biologicamente i tratti fisici e sociali assorbiti in relazione al loro ambiente climatico e culturale.
La formazione naturalistica di Sauer e l’attenzione per i fenomeni di trasformazione della superficie terrestre ad opera dell’uomo (deforestazione, agricoltura, allevamento) che giustificano opere come “Agricoltural origins and dispersal” (1952), l’accettazione acritica dell’idea di superorganico, spiegano l’interesse per le popolazioni native dell’America Settentrionale, avulse dai processi di trasformazione economica e territoriale che interessavano gli Stati Uniti.
Muovendo dalla situazione delle culture native del Nord America, Wissler elaborò il concetto di “area culturale” che ha la forma ideale del cerchio al cui centro si trova la più alta densità di tratti identificanti una cultura, i quali diffondendosi nello spazio diventano via via più radi, spiegando così perché gruppi appartenenti allo stesso nucleo culturale possono apparire non perfettamente identici. Qui è evidente anche il legame con il diffusionismo.
Il nome di Sauer oltre che al concetto di “paesaggio culturale” e di “area culturale” è legato a quello di “ecologia culturale”. Un allievo di Kroeber infatti, Julian Steward, gettò le basi per spiegare l’organizzazione socio-culturale in termini materialistici. Constatato che esistevano somiglianze nella struttura sociale e culturale di popolazioni insediate in ambienti geografici diversi, focalizzò la sua analisi sui processi di adattamento visti come correlati alle variabili tecnico-ambientali e tecnico-economiche. Steward cercò di dimostrare che dati ambienti dissimili, l’utilizzazione di determinate forme di tecnologia conduce alla formazione di società simili. La sua strategia materialista, riconduceva i fattori umani e culturali in un ambito definito e analizzabile anche in termini quantitativi: si gettavano così le basi per il “materialismo culturale”.
In parallelo alle vicende della geografia culturale statunitense, si svolgeva in Europa un filone chiamato “possibilista”. Qui la figura carismatica di Paul Vidal De La Blache aveva una sua schiera di allievi. Centrale appare la formulazione del concetto di “genere di vita” che consentì di approfondire il ruolo di mediazione che la cultura (considerata soprattutto per i suoi aspetti materiali e tecnologici) svolge tra l’ambiente naturale e l’insieme di attività che umanizzano i paesaggi. Vidal non avanzò mai ipotesi sull’esistenza di regolarità nelle relazioni uomo-ambiente e i generi di vita restarono esempi di unicità e invarianza. Il genere di vita che nella tradizione possibilista finiva per essere un effetto dello sforzo adattivo dei gruppi alle sfide ambientali, si andava articolando in termini sociologici e antropologici ponendosi soprattutto come motore delle risposte all’habitat.
Con gli anni ‘50 la geografia possibilista francese entrava in una fase di riflessione relativa ai suoi presupposti teorici: soprattutto per merito di Max Sorre, Pierre Gourou e Pierre George, si fece strada la necessità di disporre di un nuovo quadro concettuale che consentisse di descrivere i gruppi umani in termini meno semplicistici e affrontare temi come la trasmissione delle conoscenze e l’innovazione, l’articolazione interna dei gruppi e la loro ineguale capacità di organizzazione spaziale.
Significativo il contrastato rapporto tra Sauer e Hartshorne che anima il dibattito all’interno della geografia statunitense a cavallo tra gli anni ‘30 e ‘50. Richard Hartshorne, con l’opera “The nature of geography” del 1939, contrapponeva a una geografia coincidente con l’antropologia un’altra caratterizzata più che da un oggetto specifico da un “punto di vista”.
Richard Hartshorne (1899-1992) = geografo statunitense interessato soprattutto ai problemi di definizione e di metodo. Concepì la geografia non come una scienza che ha un oggetto di studio ma come scienza idiografica che individua e studia spazi.
Il declino della geografia culturale e degli approcci possibilisti si intravede già negli anni successivi al secondo conflitto mondiale. Esso si originava dalla profonda trasformazione dell’oggetto di studio prevalente di questi indirizzi, investito da una modernizzazione rapidissima nel contesto mondiale della spinta globalista dell’economia, in cui le realtà locali apparivano destinate a una sconvolgente uniformizzazione anche culturale. In parallelo agiva la domanda di conoscenza delle civiltà occidentali, in una fase di rilancio dell’economia dopo la devastante parentesi bellica. Oggetto di interesse prevalente non è più il rapporto tra l’uomo e l’ambiente ma l’organizzazione economica dello spazio nelle sue interrelazioni con quella sociale.
La crisi della geografia culturale trova il suo apice negli anni ‘60 e ‘70 per l’affermarsi degli indirizzi teorico-quantitativi, espressione del risorgere di istanze neopositiviste in geografia e il parallelo diffondersi del funzionalismo e dello strutturalismo, anche nella sua versione marxista, nelle scienze sociali. È ben nota la crisi della “new geography” il cui declino è stato rapido quanto impetuosa la sua ascesa. Claval lo riassume sostenendo che il lavoro dei geografi economici, sociali e politici, è sfociato nella constatazione che la vita sociale ed economica riflette l’influenza dei comportamenti culturali. Le spiegazioni proposte dalla geografia economica, sociale e politica non sono mai universali perché l’azione umana non è totalmente prevedibile e sfugge alla standardizzazione. La scommessa del futuro della geografia si affida oggi al suo rientro nella tradizione umanistica.
Nel contesto della rinascita degli interessi culturali in geografia la parola chiave è “cultural turn”, riferibile a un vasto movimento di portata internazionale che riassume il nuovo posizionamento della geografia. “Cultural turn” equivale a “svolta epocale”. Nel 1980 uno storico articolo di James Duncan lanciava la prima offensiva contro la tradizione saueriana in ragione della necessità di superare i limiti teorici della concezione superorganicista della cultura. Centrale soprattutto l’influenza dell’antropologo Clifford Geertz, che proprio qualche anno prima aveva formulato la sua “antropologia interpretativa”: quest’ultima metteva in crisi i presupposti del lavoro antropologico di impostazione strutturalista e funzionalista. Feconda in modo particolare l’idea di “cultura come testo”, profondamente legata ai principi dell’ermeneutica che avrebbe attratto negli anni successivi numerosi geografi.
Gli anni seguenti fino ai primi anni ‘90 offrono uno stimolante panorama di innovazioni ed esperimenti nel contesto della geografia culturale, sotto la sollecitazione del dibattito che nell’antropologia si sviluppa, sulla scia di Geertz, con l’opera di Clifford e Marcus “Writing cultures” del 1986 e l’altra di Marcus e Fisher “Anthropology as cultural critique”. Si sviluppa così un filone critico che si interroga sul significato dell’intera storia del pensiero geografico con un particolare interesse alla dimensione politica dei legami con il potere. Un’enfasi particolare è rivolta ovviamente al periodo coloniale, dal momento che sia la geografia che l’antropologia sono state fortemente impegnate nella gestione ideologica del colonialismo.
La “new cultural geography” si pone come momento di una più complessiva rifondazione della geografia umana. Sarebbe forviante pensare però che si caratterizzi per nuovi oggetti di studio, anche se è vero che le trasformazioni in atto nel pianeta legate alla globalizzazione e a quel complesso insieme di fenomeni che vanno sotto il nome di società post-industriale, post-modernità o simili, impone nuovi campi di attenzione. La novità della geografia culturale è fondamentalmente epistemologica ed etica. La nuova geografia culturale si fonda infatti sulla consapevolezza che l’uomo, la società e lo spazio sono costruzioni storiche, non entità assolute ed eterne, e che esse mutano in rapporto agli ambienti e ai luoghi dove le si osserva.
2° - Alessandra Bonazzi
Il 1980 è l’anno in cui la geografia culturale anglosassone ridefinisce le proprie coordinate intellettuali ed accademiche. La svolta spaziale e culturale coinvolge anche la stagnante “cultural geography” facendola diventare un sapere e una pratica del tutto inediti. Durante la prima metà del XX secolo, alla Berkeley School in California, Sauer e i suoi allievi studiavano il rapporto uomo-ambiente, gli aspetti materiali della cultura, le forme del paesaggio e la loro diffusione. La cornice epistemologica della geografia culturale saueriana dipendeva in gran parte dalle intuizioni teoriche dell’antropologia culturale e da quelle della storia del paesaggio. Nel 1925 Carl Sauer pubblica “The morphology of
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