All'origine del diritto al tramonto della leggei
Origine del pensiero
L'origine non è un inizio ma è ciò che consente una indefinita serie di inizi. L'origine è inoltre duratura solo se stabile; e l'origine più stabile è l'origine comune a tutte le cose. Per primi furono i greci a pensare che il tutto avesse un'unica origine, chiamata Arkè - Principio. La nascita del concetto filosofico di Principio permette per la prima volta di poter spiegare la realtà mediante un ragionamento e non attraverso storie fantastiche. Come tutte le cose quindi anche il Diritto discende dal Principio, dal quale ha ricevuto la struttura necessaria a regolare i rapporti tra uomini. I greci sono i primi a concepire l'idea del Tutto, un'idea di realtà contenitrice di ogni fenomeno.
- Platone: l'intero è la somma delle parti più qualche cosa d'altro. In maniera superficiale siamo soliti affermare che l'intero sia la semplice somma delle parti, ma possiamo essere certi che la somma sia completa solo se 1) disponiamo di un criterio che ci permetta di individuare quell'intero rispetto ad altri e se 2) conosciamo le caratteristiche proprie di ciascuna parte (esempio delle fette di torta). Quel qualcosa d'altro è dunque il criterio per cui le parti appartengono a quell'intero e non ad un altro, riferendoci in questo caso non a un intero determinato ma a un intero che comprende ogni realtà possibile.
Primo teorema della filosofia
L'intero non è un oggetto del pensiero. L'oggetto presuppone infatti un soggetto che lo concepisca e lo determini, un qualcosa che è al di fuori di sé; non può quindi essere l'intero. Ogni ragionamento contrario al primo teorema porta a conclusioni viziate: è il caso delle teorie che affermano che la totalità sia costituita dai fenomeni oggetto di conoscenza, dall'insieme di oggetti conoscibili. Tuttavia ci troviamo ad affermare che il tutto è un oggetto indefinitamente esteso (quindi non intero) e che al mondo ci sono solo oggetti dipendenti dalla volontà del più potente. Il nichilismo parte proprio da qui, affermando che se tutto dipende dalla volontà potente e se ogni cosa è destinata a perire, è indifferente che una cosa sia o non sia. Tuttavia l'uomo è sempre spinto dalla ricerca di quel qualcosa d'altro rispetto all'insieme delle parti e i greci lo hanno individuato nell'Arkè o Principio.
- Platone: il Principio è ciò che è in ogni cosa e non si esaurisce in nessuna di esse né nella loro somma. Tale definizione individua una realtà che oltrepassa l'insieme delle parti ma allo stesso tempo in esse opera tenendole unite in uno.
La nozione di principio appartiene al linguaggio comune come mezzo per indicare ciò che tiene uniti gli insiemi (esempio delle operazioni matematiche: esse rimangono sempre coerenti a determinati assiomi, a prescindere da quante operazioni si facciano; la coerenza è il principio delle operazioni. Altri esempi sono la commestibilità come principio del cibo). I principi del nostro linguaggio sono principi particolari, in quanto principi di una serie di fenomeni, e non del tutto, dell'intero.
Si può dunque pensare a ciò che sia comune a tutte le cose, che permetta di considerarle come un insieme pur non coincidendo con alcuna di esse né con la loro somma (il principio di ogni principio particolare). Il principio è un'idea necessaria: negarla significa immaginare l'universo come un insieme di punti non connessi, ma è evidente che la sconnessione è proprio il principio comune a tutti i punti pur non esaurendosi in ciascuno né nella somma (contraddizione). La mente umana non può quindi fare a meno del concetto di principio perché lì ci conduce il pensiero: da come l'uomo pensa il principio dipende la possibilità che il Diritto si formi come strumento di ricerca della verità e libertà oppure diventi un mezzo per la pace sociale, per la costruzione di un ordine apparente. Se ciò che unisce le cose è solo il loro succedersi nello spazio, che senso ha ogni riflessione se poi ogni cosa è destinata a perire?
- Talete: al suo tempo (7 sec a.C.) i greci erano aggravati dal pensiero della morte. Per sollevarsene i greci elaborano il concetto di tempo ciclico (celebrato nei riti orfici), idea di tempo dove ogni punto si dispone in cerchio e non in linea, e dove a ogni punto si deve prima o poi tornare. I riti orfici erano basati sulla mitologia e avevano dunque una funzione meramente consolatoria.
Talete pensò che se anche tutti gli uomini sono destinati a morire, l'umanità non muore, segno dunque che in ogni uomo c'è qualcosa che non si esaurisce con la morte del singolo. Stesso ragionamento si può fare per le cose dell'universo: questa presenza comune a tutte le cose è il Principio. Con Talete sorge il pensiero, ovvero la capacità di cercare soluzioni non mitologiche ma razionali, soluzioni la cui negazione risulta contraddittoria, come nel caso del Principio: negare il principio significa chiamare in causa tutte le cose, e facendo questo presuppongo l'esistenza di qualcosa comune a tutte (Aporia della critica).
Talete afferma che il Principio è come l'acqua. Il principio può assumere diverse forme senza che nessuna di queste sia la sua forma propria. Questa metafora è però incompleta perché non contempla le forme, ovvero ciò che dà forma all'acqua e che è destinato a perire, a differenza del principio. Il principio è indifferenziato perché si manifesta nel momento in cui le differenze particolare si cancellano: ciò che è in tutte le cose è che tutte sono destinate a perire, pur con le rispettive differenze (il destino di tutte a scomparire). Concepito come indifferenziato il principio si identifica con la morte; esito antitetico rispetto al motivo per il quale si è pensato il principio (sollievo dalla morte). Tuttavia assumere l'idea di un principio indifferenziato equivale assumere come principio la mortalità di ogni cosa: questo porta a conseguenze inaccettabili. Se la morte è il principio di tutto vuol dire che tutto è composto da oggetti definiti [violazione del primo teorema della filosofia]. Se questa definizione è falsa è vera il contrario: il principio è differenziato: esso origina e mette in comunicazione le differenze.
La prima comprensione del Principio è però indifferenziata. Anassimene definisce il principio come Aria, adottando una similitudine che a differenza dell'acqua è addirittura insuscettibile di assumere forme.
- Anassimandro definiva invece il principio come Apeiron - indeterminato. La presenza del principio non garantisce alle forme un destino diverso dalla dissoluzione. Dove tutte le cose trovano origine, lì trovano anche la loro dissoluzione. Solo il principio sopravvive mentre ogni altra cosa è destinata a ritornare nell'alveo dell'indeterminato originario.
[Interpretazione di Heidegger: le parti separate non sarebbero di per sé destinate alla dissoluzione ma dovrebbero tendere all'accordo, pagando in caso contrario il prezzo della dissoluzione] - [Interpretazione di Nietzsche: la dissoluzione è l'esperienza processuale in senso giuridico]. Queste tesi non tengono conto delle conseguenze del principio come indifferenziato: noi non possiamo pensare il nulla a meno che non lo riferiamo alla scomparsa di un oggetto. Se il principio equivale alla dissoluzione di ogni cosa, il principio è il nulla di ogni cosa: il principio indifferenziato è il nulla. Con la comparsa del pensiero del Principio si accompagna anche l'errore, inteso come fraintendimento del principio che è alla base di ogni errore.
- Parmenide: con lui il pensiero greco prende congedo dalla visione del principio come nulla e morte. Per Parmenide il Principio non è nulla ma è "to on" (è ciò che è). L'essere è anarcon, senza principio originario, e quindi non derivando da nient'altro che da se stesso è esso stesso il principio. L'essere è imperituro, immobile, immodificabile, indivisibile e sempre identico a se stesso.
Se il principio è l'essere, innegabile e imperituro, in nessun luogo può sussistere il nulla capace di distruggerlo. Per togliere la realtà della morte Parmenide toglie l'idea di nascita che ne costituisce il presupposto: se l'essere è invariabile, se quindi niente vi nasce e niente proviene dal nulla allora niente vi può tornare e niente propriamente muore (il non essere non può essere pensato perché non si può pensare ciò che non è).
I concetti duraturo di essere
1) L'essere è quella dimensione comune a ogni cosa per il solo fatto che è qualcosa e non è nulla; l'essere appartiene ad ogni realtà indipendente dalla forma ed è quindi indifferenziato. Ciò significa concepire l'essere come il nulla.
2) Concetto di essere non indifferenziato: il principio si manifesta attraverso una potenza che genera vita (la dea primigenia è Amore).
Per comprendere meglio queste parole bisogna discostarci dall'idea di essere esistentivo. Il verbo essere è un verbo fortemente irregolare: le lingue indoeuropee declinano il verbo impiegando 4 radici diverse (es - situarsi; bheu - generare; sta - resistere; wes - indugiare) accomunate da un carattere di tensione tra manifestazione e nascondimento, tra presenza e assenza, tra il comparire da un luogo per andare in un altro, non annientandosi ma scomparendo dalla vista. L'essere è immodificabile perché presente in tutti gli enti sempre nello stesso modo e su ogni ente l'essere agisce facendoli comparire da un luogo sconosciuto e rendendoli idonei al passaggio verso un luogo sconosciuto, servendosi proprio delle differenze di ogni cosa. Ma questo luogo celato non è ancora il nulla? Dal momento che il principio è in ogni cosa, di ogni cosa si dovrebbe dire ciò che si dice dell'essere: né può accrescersi dal nulla né può annientarsi (tutto è ugualmente pieno di luce e di buio perché con nessuna delle due c'è il nulla).
Il pensiero: esso individua sempre delle forme distinte, altrimenti non si pensa a nulla. L'individuazione di qualcosa di determinato esige che si stabilisca una relazione tra le forme e nel momento in cui il pensiero mette in relazione due o più forme conferisce loro un significato sempre nuovo senza alterarne la consistenza (ogni idea acquista un significato sempre nuovo a seconda dei discorsi in cui si inserisce). In secondo luogo il pensiero è capace di conservare e ricordare forme passate. Questo individuare, accostare, trasformare e conservare è ciò che fa il principio: l'essere è come il pensiero e anzi pensare ed essere è lo stesso. L'essere di ogni cosa è la sua pensabilità, l'essere pensabile: il nulla non può essere pensato e ciò che non si può pensare non si può dire che esista. L'essere è quel proliferare di forme dovuto all'attività del pensiero. Il pensiero è ciò caratterizza gli uomini ma non si riduce alla somma dei loro pensieri perché è anche oltre.
Il principio, non essendo la semplice somma dei pensieri, li unifica in modo profondo rispetto al semplice accostamento: permette ai pensieri particolari di formarsi senza escludere opposti pensieri ma cercando di attuare con gli stessi ogni possibile forma di mediazione (nella cultura greca l'uomo che è chiuso in se stesso e che esclude ogni altro punto di vista è destinato alla rovina). Presa coscienza del Principio, il diritto appare come una realtà capace di originare necessariamente una serie di forme tipiche dei rapporti intersoggettivi. Il dissenso tra le parti è sempre possibile finché si scontrano discorsi diversi nessuno dei quali può pretendere di essere l'ultimo. I rapporti tra dissenzienti devono avere una certa forma per evitare che sfocino nella violenza: questa forma è il Diritto.
L'uomo è originariamente disponibile a essere individuato, pensato e conservato è ciò permette di concepire la sopravvivenza umana. Ma dove continua la vita? Non si tratta di un luogo ma di una dimensione indicata come recesso, nascondimento e oscurità. Il principio nell'uomo è la possibilità di pensare: ma fino a quando l'uomo non pensa il pensiero non ha un contenuto determinato, è un puro recesso nascosto. Anche nell'uomo c'è una doppia dimensione: un nascondimento oscuro e un palesare formando (Parmenide: luce e notte). Ciò che caratterizza il pensiero è l'alternanza silenzio parola: questo divide il soggetto pensante dal pensato. Individuare l'uomo attraverso le sue facoltà psicologiche è sbagliato perché sono anch'esse pensato e ciò comporta il non comprendere ciò che è universale nell'uomo.
Parmenide rompe l'ambiguità di Anassimandro affermando che ciò che è proprio dell'uomo lo è anche del principio. Per Parmenide il Principio è l'essere e si manifesta sempre e solo attraverso all'attività del pensiero che unisce trasforma e conserva. L'essere-pensiero unisce e conserva oltre il mondo in cui appare l'attività umana, rinviando a una zona dove non c'è alcuna manifestazione. Nell'essere-principio ci sono due dimensioni e ciò non si può negare senza cadere in contraddizione (oggetto del pensiero e principio indifferenziato). Ora luce e ombra stanno insieme ma ciò significa che tra loro c'è un rapporto è ciò implica che vi sia un terzo che analizza. Come è possibile confrontare il mondo delle forme con quello indistinto? E poi non è possibile che ci sia un terzo oltre il principio: contraddizione. Dal proemio di Parmenide (uomo che corro sul carro e arriva all'abisso - dea che rivela che il mondo è) capiamo che solo riconoscendo il principio come soverchiante il mondo possiamo pensare correttamente l'essere e il fatto che non sia votato al perimento. La congiunzione tra abisso e i luoghi tra luce e notte rimane però non del tutto spiegata e infatti Parmenide ci presenta una dea che chiede fiducia.
- Eraclito: i suoi frammenti sono contigui a quelli di Parmenide. Per Eraclito il principio è il Logos, ovvero attitudine delle cose di connettersi l'una con l'altra. Il Logos viene poi riferito al dire poiché il dire è l'attività che più immediatamente e diffusamente collega elementi. Ogni discorso è votato a collegarsi ad altri discorsi perché nessun discorso è definitivo. Ciò che è in tutte le cose è la loro dicibilità, e ciò che rende possibile tale connessione è il principio, ovvero la potenza che butta fuori e fa apparire forme distinte. Il Logos però non è la somma di tutti i discorsi né si esaurisce in uno di essi ma è sempre qualcosa d'altro.
Il principio è alternanza di parola e silenzio: la zona del silenzio non è il nulla ma il luogo dove giace la possibilità di ogni tipo di distinzione, di ogni tipo di discorso. Il silenzio consente alle parole di avere una forma. L'uomo è un'esistenza che parla ma allo stesso tempo non può dire tutto poiché il sapere non è mai definitivo. Il Logos nell'uomo è fame e sazietà: la fame di ottenere un sapere compiuto si accompagna alla sazietà di non essere vincolati da una conoscenza limitata e finita. Il Logos infatti accresce continuamente e proviene da un luogo della psiche (ciò che caratterizza l'uomo da altre forme) umana tanto profondo da apparire senza limiti. La psiche è la soggettività che è universale perché appartiene a tutti indipendentemente dalle caratteristiche di ciascun uomo. Non qualunque emissione di suoni costituisce il dire secondo le regole del Logos; Logos è il discorso che collega in tre direzioni: raccogliere (scelta di che cosa connettere e togliere dal piano dell'oscuro), trasformare (quando le cose raccolte sono messe accanto ad altre e nel momento in cui qualcosa entra a far parte di un insieme mostra nuovi aspetti) e custodire (poiché cambiare non è annientarsi ma custodire le differenze tenendole insieme).
Fin qui abbiamo detto le stesse cose dell'uomo e del principio ma come è possibile distinguere? A proposito della compresenza del Logos del principio e Logos umano Eraclito usa il termine Omologhoin che significa dire uguale: ma il principio ci dà la possibilità di dire, non ciò che dobbiamo dire. Allora il dire uguale non significa copiare o riprodurre. Il Logos umano si svolge perché anticipato dal Logos del principio, ma se l'uomo non esercita il suo Logos, il Logos del principio non si manifesta. L'uomo è il luogo in cui il Principio si manifesta perché solo nell'uomo si alternano parola e silenzio, purché il dire dell'uomo sia secondo natura e non un chiacchiericcio. Omologhoin significa allora dire all'unisono. Tuttavia tra principio è Logos umano non c'è un rapporto (entrambi non sono analizzabili) ma una compresenza o coappartenenza reciproca.
Il principio come dio
Esso è dotato di soggettività ed è costituito da una dimensione che soverchia ogni cosa e non è analizzabile, ovvero dotato di una grandezza non assimilabile ad alcun oggetto. È una soggettività che nel suo continuo manifestarsi non è soggetta a condizionamenti o limitazioni di sorta, è soggettività assoluta è Dio. Il Logos umano è il luogo in cui si manifesta il principio.
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