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All'origine del diritto: mito e conoscenza

Eraclito e la legge

Eraclito: "La legge è una possibilità aperta del pensiero solo se si assume un compito preciso: quello di dar vita ad una certa forma d'esperienza".

Tragedia: invenzione greca

La tragedia è un'invenzione greca, utilizzata come culmine delle feste che celebravano Dionisio ad Atene. Il culto del dio avveniva attraverso cortei dove un corifeo eseguiva inni tramandati oralmente. Nel 534 a.C., i magistrati di Atene decisero di trasformare il rito in una rappresentazione. I testi dovevano subire un attento esame da parte dei magistrati che avrebbero selezionato i più degni da essere rappresentati. Nel tempo si precisò che ogni autore presentasse un complesso di quattro opere:

  • Tre di argomento serio
  • Una di argomento farsesco

La commissione esaminatrice avrebbe scelto tre tetralogie di diversi autori, ognuna rappresentata in un giorno diverso susseguendosi. Alla fine delle rappresentazioni, queste sarebbero state votate dal popolo per decretare la migliore fra tutte. La tragedia diventa una via di educazione collettiva e di elevazione morale, narrando miti che riguardano dei, eroi leggendari, eventi storici e i loro reali protagonisti.

Eschilo e la nascita del teatro

Eschilo, nato nel 525 a.C., con lui nasce il teatro che dà la possibilità di rappresentare vicende mosse dal confronto diretto tra mentalità, scopi e azioni di personaggi diversi. Una delle sue opere più celebri è la tragedia Le Eumenidi.

Il culto di Dionisio e la nascita della tragedia

La comparsa della tragedia rappresentò una vera e propria rivoluzione culturale. La sua nascita è una presa di coscienza dell'uomo arcaico ed è il prodotto di un pensiero unificante. La rappresentazione tragica diventa un'occasione per lo spettatore di:

  • Esercitare il pensiero
  • Rendersi conto delle sue capacità
  • Collegare cose diverse
  • Comprendere la dimensione segreta del pensiero

La rappresentazione teatrale era divisa in vari episodi che avevano però un senso unitario. Il racconto attraverso la scrittura da narrazione orale diventa testo. Dionisio è una figura che non nasce né dimora nell'Olimpo, luogo riservato agli dei terrestri, ed è reputato un "dio a parte". Figlio di Zeus e Cibele (mortale), rappresenta lo straniero rispetto alle altre potenze divine. Vagava di luogo in luogo seguito da un corteo di invasate (le Menadi) dedite a canti e danze indecenti. Chiunque avesse criticato il corteo delle baccanti sarebbe stato punito dal dio con la pazzia.

Nelle cerimonie di culto in suo onore, uomini e donne si davano a balli e canti che imitavano versi e movimenti di animali molto osceni. Dionisio rappresenta la presenza e la nostalgia di un altrove assoluto e accerta la presenza di un "qualcos'altro" di cui a volte non si considera, credendo di conoscere già tutto del mondo e di noi stessi. Il culto del dio indica come l'irrigidirsi delle proprie convinzioni, non sapendo più vedere il diverso, fa perdere la coscienza di ciò che costituisce intimamente il pensiero: il Principio che consente la comunicazione tra gli uomini.

Tragedia come rappresentazione del confronto tra opposti

In ogni tragedia, l'eroe si trova opposto a un "altro", non solo un antagonista ma una figura che possiede ragioni e scopi che hanno delle ragioni dalla loro parte. Il protagonista deve affrontare un problema e risolverlo autonomamente perché i consigli degli amici o la sua esperienza e conoscenza non sono sufficienti.

  • O l'uomo riesce a salvarsi collegandosi ad un altro; non si contrappone questa forza e così gli viene consentito di continuare a vivere perché ha dimostrato di non aver rotto quel legame che lega tra loro ogni vivente.
  • Oppure si oppone all'antagonista creando una lacerazione distruttiva che lo porterà alla rovina; egli rigetta qualsiasi pensiero a lui estraneo e rompendo quel vincolo che tiene tra loro tutti gli esseri viventi e pensanti va in rovina perché non più considerato degno di vivere.

La tragedia è un profondo atto di culto a Dionisio "dio straniero" perché spinge a custodire la banalità quotidiana e l'eccezionalità degli eventi nel loro incontro con l'estraneo. La tragedia mira a far capire che è proprio l'incontro con l'estraneo a determinare il destino dell'uomo, risultando fausto se ci si accorda con l'altro, infausto se l'estraneo viene rifiutato e viene tentata la sua distruzione; in quel caso l'uomo distruggerà anche se stesso.

Le Eumenidi di Eschilo: la legge e il confronto tra parti opposte

Nessuna legge, qualsiasi sia la sua forma o fonte, può pretendere di rappresentare la volontà assoluta perché questa è portata al confronto con la possibilità della creazione di un'altra legge. Ogni legge particolare produce la possibilità dell'accordo tra due parti opposte: accusa e difesa, accusato e accusatore. La legge stessa deve, nelle sue statuizioni, regolare l'accordo tra parti opposte "salvando così la propria vita" passando in un mondo dove il Principio si attua come diritto. Questo argomento viene trattato ed esemplificato nella tragedia Eumenidi di Eschilo, che fa parte di una tetralogia chiamata Orestea.

  • Prima opera: si narra il ritorno di Agamennone (re di Argo) dalla guerra vittoriosa di Troia. In patria lo attendeva la moglie Clitemnestra che nel frattempo aveva preso come amante Egisto (cugino di Agamennone). La moglie e l'amante progettano un agguato e uccidono a tradimento Agamennone.
  • Seconda opera: si narra il ritorno in patria di Oreste (figlio di Agamennone) il quale, venuto a sapere del delitto, vendica la morte del padre uccidendo Egisto e la madre Clitemnestra.
  • Terza opera: vengono narrate le successive vicende di Oreste dopo il duplice omicidio. Egli, tormentato dalle Erinni (numi del rimorso di chi ha commesso una colpa così grave come l'uccisione della madre), sa di aver interpellato Apollo prima di commettere l'omicidio e che egli gli aveva suggerito di vendicare il padre. Oreste supplica Apollo di liberarlo dalle pressioni delle Erinni ed il dio gli suggerisce di recarsi ad Atene per abbracciare la statua della sua dea protettrice, Pallade Atena.

Le azioni compiute durante le tragedie erano considerate nel mondo greco come giuste e regolate dalle leggi consuetudinarie: chi non vendicava la morte del padre o del proprio coniuge uccidendo il suo carnefice e mandante incorreva nel disonore e squalifica da parte del gruppo di appartenenza. Agamennone aveva ucciso il padre di Egisto e ne aveva usurpato le funzioni regali; per questo Egisto deve "per legge" uccidere Agamennone e si unisce a Clitemnestra per presentare al suo popolo una legittima coppia reale. Clitemnestra uccide il marito perché egli aveva sacrificato la figlia agli dei come buon auspicio per la vittoria di Troia. Così come fu per Egisto, anche Oreste deve agire per rivendicare il padre, ma viola un'altra legge consuetudinaria: il matricidio.

Oreste si trova contemporaneamente in uno stato di colpevolezza e innocenza.

Finalità fondamentali della tragedia

Intento politico: Atene era divisa in quattro fratrie che vantavano propri fondatori e proprie consuetudini diverse l'una dalle altre. Il tragediografo voleva che gli ateniesi abbandonassero lo scontro mostrando loro come gli antenati che tanto elogiano si erano macchiati di delitti e atti impuri che non meritavano prestigio. Abbandono delle leggi antiche: considerate antitetiche, incerte, difficili da valutare, contraddittorie, che producevano tensioni durevoli nei rapporti intersoggettivi delle famiglie. Il tragediografo suggerisce alla cittadinanza di concedere ai magistrati la possibilità di creare nuove norme che potessero essere valutate adeguatamente.

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Scienze giuridiche IUS/20 Filosofia del diritto

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher arianna.sottile di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Universita telematica "Pegaso" di Napoli o del prof Sommaggio Paolo.
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