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Lezione 1

Filosofia

Filosofia = conoscenza acquisita ragionando dal modo con cui si genera una cosa alle sue proprietà, oppure dalle proprietà a qualche possibile via di generazione. È un ragionamento che parte dalle cause e arriva alle conseguenze, o che parte da una conseguenza ricercando la sua causa. L'esperienza e la rivelazione soprannaturale non possono essere considerate parti di una conoscenza filosofica, in quanto non sono rette da una concatenazione razionale di principi.

Oggetto della filosofia è quindi qualsiasi corpo di cui si può concepire una generazione e di cui si può istituire un confronto con gli altri corpi. In questo senso, la filosofia si distingue in naturale perché è opera della natura, e civile perché è opera della volontà umana, attraverso patti e convenzioni. Da qui derivano la filosofia naturale e la filosofia civile.

Rifondazione della filosofia civile

Hobbes delinea un programma filosofico che ha come obiettivo primo la rifondazione della scienza politica, la rifondazione della filosofia rispetto a quella tradizionale, di matrice scolastica, ancora forte nella sua epoca.

Contesto storico: guerra dei 30 anni (1618-1648)

Hobbes vive in un tempo in cui la realtà degli stati è, sebbene appena nata, già in profonda crisi. Manca ordine. Sovranità e potere sono messi continuamente in discussione. Da questo nascono guerre, violenze, morte, povertà. Per evitare tutto ciò occorre ricercare principi saldi mediante i quali il potere di chi comanda sia legittimato, certo e non possa in alcun modo essere messo in crisi.

Contrattualisti e giusnaturalisti

Elaborano il concetto di contratto o patto sociale: un popolo in una condizione originaria ha scelto di unirsi e convivere, ed ha scelto un capo. È questa una forma teorica, non è una realtà storica. È però un modello che serve a spiegare: questa unione, questo stato è nato da un accordo tra tanti soggetti. Colui il quale comanda lo fa grazie al consenso di queste persone.

Motore della ricerca teorica di Hobbes = la riflessione teorica. Hobbes affronta una revisione progressiva del sapere, nota che l'uomo stesso sia uno tra i tanti corpi e come le leggi agiscano all'interno dell'uomo. Propone una impostazione materiale ed antimetafisica.

Critica radicale ai concetti metafisici di bene e male

L'osservazione empirica porta ad una ridiscussione dei concetti di bene e male. Gli uomini sono immersi, sono parte della natura e sono regolati dalle stesse leggi che regolano l'universo. In tal senso le idee di bene e male non sono metafisicamente fondate. Bene e male sono ciò che piace o non piace all'uomo, o meglio ciò che l'uomo riconduce a un vantaggio, ciò che lo aiuta a sostenere la propria vita, e ad uno svantaggio.

L'uomo comprende che non esiste quindi un bene assoluto. Esistono leggi della natura che accomunano gli uomini, massime che ci mostrano che gli uomini cercano più o meno le stesse cose. All'interno di tale previsione generale si danno poi delle particolarità: ogni uomo è a sé, ha particolarità che lo portano a provare piacere o dolore in rapporto alle sue condizioni attuali e particolari. Una previsione del tutto generale li obbligherebbe a fare a meno di quegli elementi ulteriori che alla fine separano gli uomini e li portano a contrastarsi tra di loro.

Bene e male vengono resi da leggi di natura e leggi civili basandosi su caratteristiche generali: ciascuno ha un bene o un male stabiliti da legge civile, cioè criterio universale, che non sono un bene e un male precisi, ma senz'altro tale criterio prevede anche un campo di azione all'interno del quale il singolo cerca la sua felicità senza danneggiare gli altri. Non vengono soddisfatte pienamente le aspirazioni dell'uomo ma egli è in grado di non morire, non venire danneggiato dagli altri, raggiungere, seppur non interamente, il suo bene.

Desiderio e progresso

Se esistesse un bene assoluto o sommo bene, non si desidererebbe niente, non si aspirerebbe a niente. Hobbes afferma l'idea secondo la quale l'uomo sia legato ad una continua risposta agli stimoli, e questo lo spinge a cercare ed avere sempre nuove cose. Quando un piacere è raggiunto, cessa e se ne cerca uno nuovo. Tale elemento porta allo scontro ma anche al progresso.

Meccanica delle passioni

Hobbes critica il concetto di libertà e di libero arbitrio. Nel sistema meccanicistico, l'uomo è una macchina che risponde a degli impulsi, che sono i suoi stimoli: l'uomo desidera e cerca ciò che gli reca piacere: la sensazione viene prima del desiderio, desideriamo o rifuggiamo ciò che riteniamo piacevole o spiacevole. In realtà tutta la vita dell'uomo è legata a questo: una sensazione piacevole, il desiderio di ripeterla. Ciò lo porta ad associare l'idea di volontà a quella di desiderio. La volontà stessa è il desiderio.

La volontà non è una entità metafisica superiore, qualcosa che l'uomo possiede al pari del libero arbitrio, essa è fondamentalmente legata al desiderio. In ogni situazione l'uomo può trovare un vantaggio, un ritorno: mi sacrifico ma la mia scelta è legata al fatto che ritengo migliore e più desiderabile la condizione che raggiungo morendo, ad esempio facendo vivere qualcun altro.

L'ideale di una scienza civile

Tutto questo edificio, tutti questi elementi portano Hobbes ad una idea: se il sapere, quello filosofico, il più rigoroso, è un conoscere mediante le cause, ciò che l'uomo può conoscere meglio è ciò di cui egli stesso è causa. La geometria, lo studio delle forme e delle misurazioni, è stata creata dall'uomo. Egli raggiunge il massimo sapere nel campo di matematica e geometria perché le ha create lui stesso.

Secondo Hobbes l'uomo può pensare un discorso analogo con riferimento alla politica, le istituzioni, le leggi, l'esercizio del potere, i legami tra gli uomini: sono tutte creazioni umane. Possiamo mettere da parte il sapere antico e tradizionale per mirare ad un sapere scientifico, che promette esattezza e scientificità.

Contro il finalismo aristotelico

Hobbes ha una visione meccanica o meccanicistica: ciò che prevale nella sua visione è il rapporto di causa/effetto, non tanto il concetto di fine o scopo. Egli presenta l'immagine di un cosmo ordinato. Nell'antichità (da Aristotele sino alla filosofia scolastica medievale) l'idea era che tutto dovesse mirare all'ordine, e che l'ordine fosse il fine mediante il quale le cose vivono e sono in rapporto tra loro. La scienza matematica e sperimentale cui si riferisce Hobbes rompe tale idea di ordine dimostrando assenza di gerarchia tra cielo e terra: non ci sono finalità metafisiche, ma solo leggi matematiche e cause. Al mondo è sufficiente questo, non è necessario un progetto ontologico o teologico.

Instaurare l'ordine

L'ordine non appartiene al corso naturale degli eventi, deve essere costituito. Esso è umano, perché l'uomo lo produce e lo instaura nella vita sociale. I concetti di bene e male sono relativi alle diverse percezioni ed ai diversi desideri degli uomini, quindi il conflitto che regna tra gli uomini non può essere eliminato del tutto, ma solo ridotto e represso.

Naturale insocievolezza

Hobbes mette in crisi la concezione della socievolezza umana di Aristotele. Quest'ultimo ritiene che l'uomo sia un animale politico, destinato a vivere nelle città, perché nella città raggiunge il proprio fine, realizzando le proprie facoltà. Secondo Hobbes, gli uomini non si uniscono per natura ma per accidente, in base a convenienze sempre dettate sull'egoismo: ogni società si forma per raggiungere utile e gloria, quindi per l'amore ed il bene di sé e non dei soci.

Fare la pace

La condizione prevalente è la guerra, quel tempo in cui, mediante parole e fatti, gli uomini dichiarano la volontà di lottare con la forza. Il tempo restante si chiama pace. Pace, ordine, armonia, non rappresentano una condizione naturale, bensì un prodotto artificiale. Non derivano da qualcosa di trascendente, sono un prodotto dell'uomo e per questo sono imperfette e fragili, e vanno imposte e mantenute attraverso la forza.

Lezione 2

Le guerre di religione

Le guerre di religione hanno portato alla luce il fatto che non vi è più omogeneità politica come vi era un tempo. Sino a questo momento la stabilità degli stati si basava sulla fede cattolica. Con l'avvento del protestantesimo, alcuni sovrani si sottraggono alla fede cattolica, all'autorità dell'imperatore, ad altri sovrani più forti, si sentono legittimati a svolgere il ruolo del sovrano, pur sempre per grazia di Dio, ma abbracciando una nuova fede.

Un fatto inaudito: decapitazione di re Carlo I di Inghilterra (1649)

Un re, che solitamente in modo simbolico processa e manda a morte altri, per la prima volta nella storia viene processato e mandato a morte. Come e perché si arriva a questo? Facciamo un passo indietro.

1603: Giacomo I e l'assolutismo

Sale al potere fautore dell'assolutismo. Sostenitore della chiesa anglicana, nata il secolo precedente con Enrico VIII, Giacomo I limita la libertà di culto delle altre confessioni, quindi tanto i puritani quanto i cattolici. Istituisce corti giudiziarie non più indipendenti bensì dipendenti direttamente dalla Corona.

1618: si inserisce nella Guerra dei Trent'anni al fianco dei principi protestanti. Opera un arruolamento forzoso e decide di imporre nuove tasse.

Sistema dei ceti

Tradizionalmente in tutta Europa all'interno di ogni stato vi sono gruppi di cittadini con interessi e prerogative comuni (clero, nobili, cavalieri), i ceti. Elaborano e praticano forme di gestione comunitarie e rappresentative. Il sistema dei ceti si differenzia dal sistema feudale, che è un legame personale, caratterizzandosi come un rapporto tra un signore e un gruppo omogeneo, strutturato e rappresentativo: rappresentano e comandano un territorio, hanno una loro cassa.

È un sistema policentrico, più soggetti sono titolari di poteri diversi, e dualistico. Contrapposto al sistema dei ceti è l'assolutismo. L'assolutismo vero e proprio prende forma quando il sistema dei ceti entra in crisi. Dalla necessità di combattere nasce l'assolutismo. Per fare la guerra occorre un esercito professionale e permanente. Per la formazione di un esercito del genere occorrono soldi. La nobiltà, percepita come concorrente, avversario viene arginata. Il re concentra il potere su di sé, elimina privilegi e crea un sistema amministrativo efficiente in modo da creare un flusso costante di soldi. Definizione di una struttura statale coesa, con al centro un soggetto che esercita il monopolio legale della forza.

I sovrani si rivolgono a tali ceti chiedendo loro di poter imporre nuove tasse. I sovrani ottengono i soldi a fronte di una concessione. Originariamente, sino alla Rivoluzione francese, diritti e libertà sono privilegi concessi a un determinato ceto in base ad accordi con il sovrano. Non vi è tuttavia, tra re e nobiltà, un rapporto così simbiotico: i nobili rimangono una spina nel fianco, limitano il potere del re.

1625: Regno di Carlo I

Succede a Giacomo I ed esercita una politica autoritaria. Scavalca le richieste ai vari ceti e impone un prestito forzoso nei confronti del popolo. Impone inoltre un reclutamento forzato. Il Parlamento si oppone a tali azioni e risponde con la Petition of Rights, che contesta simili provvedimenti e sotto forma di "umile supplica" invita il re al rispetto dei diritti riconosciuti ai sudditi dalla Magna Charta libertatum. Carlo I scioglie il Parlamento e governa in modo autoritario.

1638: Rivolta dei presbiteriani scozzesi

I presbiteriani scozzesi si ribellano alla supremazia anglicana. Carlo I è costretto a riconvocare il Parlamento per imporre nuove tasse necessarie a finanziare l'opera di repressione. Il Parlamento, ostile, viene subito sciolto. Viene riconvocato per la medesima necessità. Il re va però incontro alla dura opposizione dei puritani capeggiati da Cromwell, il cui esercito ribelle sconfigge ripetutamente Carlo I. Egli cade prigioniero, viene processato e decapitato.

1649: Proclamazione della Repubblica

Viene proclamata la Repubblica. Cromwell viene nominato Lord protettore all'insegna di una collaborazione con il Parlamento. In realtà poi agisce da dittatore, sciogliendo il Lungo Parlamento. Gli succede dieci anni dopo il figlio Riccardo, rapidamente liquidato. Tornano sul trono i sovrani.

1660: Carlo II Stuart

Ascende al trono. Importante sottolineare lo scontro istituzionale: due poteri consolidati entrano in conflitto. Entrambi sostengono di rappresentare il popolo. Hobbes ragiona e cerca di evitare conflitti di questo genere. Questi fatti ci portano al cuore del problema da affrontare: chi comanda e perché?

Processo al re Carlo I

Il re ricusa la Corte, chiedendo in virtù di quale titolo e quale autorità viene condannato. Carlo I sostiene che il suo potere sia legittimato da Dio. Il giudice sostiene che il re comandi non perché investito da Dio, non per il suo bene personale, bensì il suo potere abbia a che fare con la garanzia dei diritti del popolo. Se un re tende al fine contrario a quello per il quale il suo governo è stato instaurato, va punito e castigato per aver commesso una tale offesa.

1664: Carlo II e il Parlamento

Ascende al trono ma il Parlamento limita in qualche modo il potere della Corona, sancendo la riconvocazione periodica mediante il Triennal Act. A Carlo II succede il fratello cattolico Giacomo II.

1689: Guglielmo III

Ascende al trono Guglielmo III, olandese protestante. Egli conferma le libertà del popolo inglese con il Bill of Rights. Nasce la monarchia parlamentare. Si afferma in questo periodo il pensiero di Hobbes, che si sviluppa anche con sorti alterne. Viene inizialmente accusato dai filodemocratici di essere monarchico. In realtà egli aspira da una parte ad una autorità forte e non contestabile, e al contempo riconosce che il ruolo, la forza, la rappresentatività del sovrano debbano necessariamente dipendere dal potere del popolo.

Affinché il sovrano acquisisca visibilità serve un individuo che lo rappresenti, e affinché possa governare serve che il popolo lo legittimi, gli riconosca un potere. Quando il popolo delegittima il sovrano, si rivolta contro quest'ultimo, si priva dell'unico strumento che ha a disposizione per essere rappresentato e tutelato.

Lezione 3

1640: Hobbes lascia l'Inghilterra

Nel 1640 Hobbes lascia l'Inghilterra, intuendo l'approssimarsi di un conflitto all'interno del regno. Come sostenitore della monarchia, teme per la sua incolumità. Il problema di Hobbes è la gestione del problema della sovranità. Hobbes sostiene di essersi trovato costretto dagli eventi complessi e in subbuglio a dare una risposta a ciò che stava accadendo, saltando le premesse e giungendo subito alle conclusioni.

Hobbes pubblica Elementi di filosofia, suddiviso in tre parti:

  • De Cive (il cittadino) sullo Stato e i doveri dei cittadini. Avrebbe dovuto corrispondere alla parte terza ma viene pubblicato per primo (1642) a causa della situazione di grande disordine che regna in Inghilterra e nel Vecchio Continente in generale. Segue una seconda e definitiva edizione (1647). Nel 1651 viene pubblicata la seconda edizione in lingua inglese. Dallo stato di natura allo stato civile.
  • De Corpore (1655) sulla teoria e metodo della scienza
  • De Homine (1658) sulla conoscenza e l'agire umano

Hobbes e la natura

Hobbes parla di natura in modo ambiguo: da un lato ci dice che la natura è disordine, dall'altro lato ci dice che la natura è necessaria per mettere ordine, che le leggi naturali sono leggi in base alle quali si può fondare la società, è mezzo per raggiungere la ragione, per costruire elementi artificiali quali Stato e geometria.

Metodo di Hobbes

Hobbes è estremamente metodico: il suo obiettivo è costruire una immagine dello Stato e descrivere la funzione delle leggi mediante un procedimento rigorosamente costruttivo. Per Hobbes, pensare è calcolare. Calcolare è partire dalle sensazioni ed elaborarle sino ad arrivare a concetti di portata generale, universali. Dai concetti si giunge ai discorsi e dai discorsi alle teorie. Le teorie, passate al vaglio dei fatti, divengono scienza. Applicando questo paradigma allo Stato, ogni conflitto verrebbe tendenzialmente eliminato e si potrebbe aspirare ad una condizione di pace relativamente stabile.

Il filo della ragione

In realtà, l'inizio della scienza non può essere scelto arbitrariamente. La scienza ha un inizio. Finché essa è scienza della verità (o vera saggezza), nasce quando si genera nell'uomo il dubbio, nel momento in cui gli eventi scuotono convinzioni pregresse e si cominciano ad osservare fenomeni nuovi e diversi. Questo porta l'uomo ad interrogarsi, formulare nuovi concetti, mettere alla prova fatti prima osservati e vedere se reggono o meno.

Questo procedimento nasce dall'osservazione delle cose singole, ne mette poi insieme varie, che cercano di unirsi all'interno di una teoria. L'obiettivo è innalzare tale teoria a precetto universale. La scienza segue questo cammino ed è definita geometria, nelle accezioni di fisica quando studia i corpi fermi e scienza morale quando studia il diritto naturale. La scienza della verità o vera saggezza è riconducibile alla filosofia. La filosofia è il mare rispetto ai singoli mari, li abbraccia e ricomprende tutti.

Diritto come distinzione di mio e tuo

Partendo da questa avvertenza, Hobbes osserva gli uomini e le loro azioni, osserva il concetto di giustizia = volontà costante di attribuire a ciascuno il suo diritto. Con quale criterio e a quale titolo un uomo afferma che una cosa è sua piuttosto che di altri?

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Scienze giuridiche IUS/20 Filosofia del diritto

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nichi96.ch di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del diritto 1 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Macerata o del prof Sabbatini Carlo.
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