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estingue; altri stabiliscono invece che l’effetto estintivo del vincolo vi sia al raggiungimento da parte

dell’atleta di un’età predeterminata. Altri regolamenti federali, oltre a prevedere un termine finale di

efficacia del vincolo, consentono anche lo svincolo dell’atleta prima del decorso di tale termine, a

condizione del rilascio di un nullaosta. (F.I.D.S.)

9.4.1. La qualificazione giuridica del vincolo sportivo

In dottrina vengono proposte diverse soluzioni ermeneutiche in ordine alla qualificazione giuridica

del vincolo sportivo. Possono raggrupparsi all’interno di due fondamentali tesi: 1°) che riconduce il

rapporto tra società/associazione sportiva ed atleta al contratto di lavoro; 2°)che riconduce tale

rapporto al contratto di associazione. Con riguardo alla rima tesi vi è poi stata un’ulteriore

distinzione di assimilazione tra rapporto di lavoro subordinato e rapporto di lavoro autonomo.

Il rapporto tra associazione ed atleta di natura essenzialmente economica permane ben distinto

dal vincolo, che ne è per certi aspetti il presupposto.

Parte della dottrina ha sostenuto da un lato che il vincolo sportivo costituisca divieto di recesso dal

contratto di lavoro; dall’altro che esso vada ricondotto alla nozione di patto di non concorrenza

attraverso il quale, si intenderebbe salvaguardare l’associazione nel suo patrimonio.

Vi è poi altra parte della dottrina che attribuisce a tale contratto il valore di “contratto lavoro

autonomo”, la quale sostiene che il vincolo sportivo vada spiegato sulla base del divieto di recesso

unilaterale da parte del prestatore d’opera.

Vi è poi un’ulteriore tesi, secondo cui alla fattispecie in questione si assegna natura di contratto di

associazione e che quindi giustifica diversamente il vincolo sportivo; tale giustificazione ignora il

rapporto lavorativo società-atleta (che può mancare) e si fonda sul tesseramento (che all’opposto

non può mai difettare). Dunque, mentre all’origine il tesseramento dell’atleta è considerato il

presupposto per la stipula di un valido contratto di lavoro, con l’affermazione del professionismo

sportivo si inverte la sequenza cronologica giacché il contratto di lavoro sportivo diviene esso il

presupposto per il tesseramento.

10. GLI AUSILIARI SPORTIVI

Allo svolgimento dell’attività sportiva partecipano, oltre agli atleti, diversi altri soggetti che prestano

la loro attività sia durante la gara, sia nelle fasi antecedente e successiva alla gara e che vengono

denominati ausiliari sportivi; la categoria comprende: tecnici, dirigenti sportivi e ufficiali di gara.

I tecnici e gli ufficiali di gara, oltre che nei diversi regolamenti federali, sono previsti anche nello

Statuto del CONI che ne sancisce l’appartenenza all’ord.sportivo e l’obbligo di esercitare l’attività

sportiva con lealtà.

>Nell’ambito calcistico la categoria dei tecnici comprende: direttori tecnici, allenatori , preparatori

atletici, medici, operatori sanitari (fisioterapisti, massofisioterapisti, massaggiatori sportivi). L’Art.36

del NOIF elenca oltre a calciatori e tecnici anche: dirigenti federali, arbitri, dirigenti e collaboratori

nella gestione sportiva della società.

>Nel basket invece, medici e massofisioterapisti, rientrano nella categoria dei dirigenti insieme agli

accompagnatori di squadra e agli addetti agli arbitri.

>Nella pallavolo e nel tennis, medici e collaboratori parasanitari rientrano tra i tesserati come figure

a sé stanti accanto agli atleti, dirigenti federali, soci e figure dirigenti delle società.

Sono escluse altre figure che, pur concorrendo alla realizzazione dell’evento, non fanno parte

dell’ordinamento sportivo (ad esempio: steward e delegati per la sicurezza). STEWARD:

svolgono servizio di controllo dei titoli di accesso agli stadi e verificano il rispetto del regolamento

d’uso dell’impianto ed ulteriori servizi ausiliari. DELEGATI PR LA SICUREZZA: svolgono attività di

direzione e controllo sull’operato degli steward. L’impiego di tali figure è dalla legge previsto come

obbligatorio nei complessi ed impianti sportivi, con capienza superiore a 7500 posti, dove si

svolgono partite ufficiali delle squadre di calcio professionistiche. Anche nel caso in cui steward e

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delegati per la sicurezza siano dipendenti delle società sportive non entrano comunque a far parte

dell’ordinamento sportivo.

Presso il Ministero dell’Interno opera l’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive che ha

il compito di verificare il rispetto da parte delle società sportive delle misure richieste dalla legge;

l’Osservatorio è costituito da componenti delle forze di sicurezza dello stato, CONI e FIGC, le

valutazioni da esso formulate per l’attribuzione dei livelli di rischio delle manifestazioni sportive

nazionali, tengono conto dei seguenti elementi: 1.qualità degli impianti sportivi, 2.aspetto

gestionale delle società sportive, 3.analisi delle tifoserie con riguardo ai precedenti storici in casa

ed in trasferta, 4.conflittualità tra tifoserie, 5.visione della gara con riguardo al valore sportivo del

risultato, 6.orario svolgimento e concomitanza con eventuali altri eventi. La valutazione attribuisce

all’evento un indice di rischio che va da 1 a 4 (crescente) a cui ovviamente corrispondono diverse

misure di sicurezza.

10.1.I tecnici

Elemento nevralgico dell’organizzazione di una associazione o società sportiva. Ai tecnici sono

demandati i compiti di direzione, controllo tecnico e preparazione degli atleti, nonché di

avviamento alla disciplina dei praticanti (con riferimento al calcio, spetta ai tecnici tutelare e

valorizzare il potenziale tecnico-atletico della società x la quale sono tesserati, curare la

formazione tecnica e le condizioni fisiche dei calciatori).

Con la riforma Melandri, l’importanza del settore tecnico, ha trovato espressione nel

riconoscimento del diritto di rappresentanza in seno agli organi centrali del CONI; sono eleggibili i

tecnici che prestano o abbiano prestato attività entro 8 anni precedenti l’elezione e che siano

tesserati al momento delle elezioni o che lo siano stati nei precedenti 2 anni.

Particolare attenzione merita la figura dell’istruttore sportivo, per la quale la legge prevede un

particolare regime di responsabilità per i danni cagionati all’allievo nel tempo in cui l’istruttore

presta la sua attività. L’art 2048 c.c. dice che “i precettori e coloro che insegnano un mestiere o

un’arte, sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi ed apprendisti nel

tempo in cui sono sotto la loro vigilanza”. Il legislatore ha previsto un regime aggravato di

responsabilità, posto che in caso di danni accorsi a carico dell’allievo durante lo svolgimento della

pratica sportiva sotto guida di un istruttore, non è fatto carico al danneggiato di fornire la prova

dell’illecito ma bensì essa spetta all’istruttore, egli è liberato

o dalla responsabilità soltanto se provano di non avere potuto impedire il fatto.

Il fondamento del regime di responsabilità aggravata a carico dell’istruttore sportivo va riferito al

rapporto sussistente tra allievo e maestro, e all’affidamento che il primo ripone nel secondo;

l’attività ha ad oggetto la pratica di uno sport che si concreta su dette regole, la rilevanza delle

regole che devono essere dal maestro insegnate è, in riferimento all’ambito della responsabilità

civile, particolarmente evidente. La previsione dei rischi non è inoltre correlata alla situazione di

capacità legale del praticante, ma bensì all’esperienza dello stesso, cosicché anche un allievo

principiante maggiorenne è da considerarsi “incapace” come un allievo minorenne.

Ciò spiega perché l’applicabilità del regime di responsabilità vada riconosciuta soltanto in presenza

di un rapporto perdurante nel tempo tra allievo e maestro, anche se contenuto in spazi di tempo

molto limitati (es: nel caso di 1 lezione di tennis a settimana) e vada esclusa invece nell’ipotesi di 1

singola lezione resa una tantum.

10.2.I dirigenti sportivi

La categoria dei dirigenti comprende sia coloro che ricoprono incarichi presso le federazioni

sportive, sia coloro che operano all’interno delle associazioni o società sportive. Mentre i primi

divengono soggetti dell’ordinamento sportivo all’atto della loro nomina da parte della rispettiva

federazione, i secondi lo divengono all’atto del tesseramento presso l’ente di appartenenza.

La nomina è condizionata al possesso di specifici requisiti prescritti dalle singole federazioni. In

proposito è prescritto che il Presidente ed i componenti degli organi direttivi restino in carica x 4 22

anni e possono svolgere, se consecutivi, solo 2 mandati quadriennali, salvo il caso in cui uno dei

due mandati sia durato meno di 2 anni ed 1 gg. x cause che non siano dimissioni volontarie.

Lo statuto del CONI impone lor il rispetto del Codice di comportamento sportivo, il quale definisce i

doveri di lealtà e correttezza.

10.3.Gli ufficiali di gara, arbitri e giudici

L’ufficiale di gara è il soggetto preposto ad assicurare la regolarità dello svolgimento delle

manifestazioni sportive. Requisiti di tale figura sono la terzietà, l’imparzialità e l’indipendenza di

giudizio; sono inoltre tenuti al rispetto del principio di lealtà sportiva e delle prescrizioni del Codice

di comportamento sportivo.

I regolamenti federali, definiscono le qualifiche le quali possono variare a seconda delle diverse

Federazioni ed in relazione al livello delle competizioni.

Una questione dibattuta, concerne la natura giuridica dell’ufficiale di gara; la tesi favorevole si

fonda sul rilievo dell’interesse pubblico al regolare svolgimento delle competizioni sportive.

L’affermazione della natura privatistica delle federazioni sportive, confermata anche dal legislatore,

ha contribuito ad una rilettura della figura degli ufficiali di gara, che ha condotto alla negazione

della natura di pubblico ufficiale.

L’attività degli arbitri, nella specie x espressa previsione statutaria, assume valenza pubblicistica

giacchè si riferisce al “controllo in ordine al regolare svolgimento delle competizioni”.

Un’ultima questione, concerne la possibilità che gli stessi siano chiamati a rispondere dei danni

patiti dal gareggiante per effetto dell’irrogazione di sanzioni disciplinari conseguenti al giudizio

arbitrale in campo, là dove il referto risulti non veritiero. L’orientamento della dottrina maggioritaria,

tende ad escludere la responsabilità dell’arbitro anche nell’ipotesi in cui il referto risulti stilato in

modo non veritiero, sempre che ciò non dipenda invece da dolo o colpa grave.

11. L’AGENTE O PROCURATORE SPORTIVO

Con il termine agente o procuratore sportivo si qualifica la persona fisica che svolge l’attività di

assistenza nella stipula dei contratti rilevanti nell’ambito dell’ordinamento sportivo, quali il

contratto di lavoro intercorrente tra atleta e società e il contratto di atleta concluso tra due società

(figura contemplata solo in 6 federazioni).

La normativa della FICG in materia di agenti di calciatori ha rappresentato il modello cui si sono

ispirate le normative delle altre federazioni ed è stata negli ultimi anni oggetto di importanti

modifiche; la prima modifica fu nel 2007, ove si è determinata la necessità di dare attuazione alle

indicazioni rese dall’Autorità Garante della concorrenza sul mercato a seguito della vicenda

“Calciopoli”. In tale occasione, l’Antitrust aveva sollevato una serie di rilievi critici nei confronti

della regolamentazione allora vigente in materia di agenti sportivi; erano rilievi che riguardavano

la presenza di imprese, in posizione di preminenza, anche in ragione dei rapporti con soggetti

(privati e istituzionali) attivi a vario titolo nel medesimo settore. Il riferimento era rivolto alla

società di procuratori GEA World, presieduta da Alessandro Moggi (figlio di Luciano direttore

generale della Juventus all’epoca dei fatti). L’Antitrust aveva inoltre evidenziato una serie di

problemi riconducibili a 3 tipologie:

1. VINCOLI DI ACCESSO ALLA PROFESSIONE: l’Antitrust criticava l’assenza di un albo

degli agenti dei calciatori tenuto dalla FIGC, l’iscrizione al quale era una condizione

necessaria x lo svolgimento dell’attività di agente.

2. STANDARDIZZAZIONE DEI RAPPORTI CONTRATTUALI TRA AGENTI E CALCIATORI:

l’Antitrust contestava l’obbligo di utilizzazione, x la stipula del contratto agente-assistito, di

moduli contrattuali predisposti dalla Commissione Agenti della FIGC che comportava

quindi una limitazione del potere di autonomia delle parti.

3. PRESENZA DI “CLAUSOLE LEGANTI”: criticava in specie, quelle relative al compenso in

favore dell’agente lì ove era precisato che tale compenso fosse dovuto anche nel caso in

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cui l’ingaggio dell’atleta non dipendesse dall’opera dello stesso agente, nonché quelle

relative all’obbligo di conferimento dell’incarico in esclusiva ad 1 solo agente ed inoltre il

divieto di contattare potenziali assistiti x indurla cambiare agente.

Peraltro è stata ampliata la sfera dei soggetti legittimati all’espletamento delle funzioni di

assistenza nella stipulazione dei contratti di ingaggio e di trasferimento dei calciatori, giacché è

stato previsto che tale competenza spetti ora, oltre che agli agenti di calciatori iscritti nell’elenco

della FIGC, anche agli avvocati, ai parenti dell’atleta (genitore, fratello o sorella) ed al coniuge.

La normativa oggi vigente, ha portato a compimento il processo di abbattimento dei vincoli

all’accesso della professione abolendo del tutto la prova d’esame, ora l’accesso all’elenco è

subordinato alla mera presentazione della domanda corredata dal versamento dei diritti.

Con riguardo agli avvocati va rilevato che il Consiglio Nazionale Forense ha in più occasioni

affermato l’incompatibilità tra l’esercizio della professione forense e l’attività di agente sportivo

iscritto negli elenchi delle rispettive federazioni. Pertanto il Consiglio dell’ordine degli avvocati

deve negare l’iscrizione a colui che sia già iscritto nell’elenco degli agenti di calciatori e non

intenda rinunziarvi, mentre coloro che risultino già iscritti in entrambi gli albi devono optare per

una delle due iscrizioni.

La riforma del 2011 si è resa necessaria x conformare il Regolamento agenti della FIGC disposto

dalla

sent. del TAR del Lazio nel 2010, con la quale era stato dichiarato l’annullamento dell’Art.4 del

Regolamento appena detto, nella parte in cui stabiliva che un agente potesse esercitare la sua

attività in forma societaria a condizione che nessuno dei soci fosse legato da rapporti di coniugio,

parentela o affinità. La decisione del TAR si fondava sulla motivazione che la condizione

sopradetta costituiva una limitazione alla disciplina in materia di lavoro e che non trovava

riscontro in alcuna normativa nazionale né comunitaria.

Anche quest’ultima previsione è caduta con la riforma del 2015 ove è detto che solo il contratto

che intercorre tra procuratore ed atleta o società può contenere una clausola compromissoria o

indicazione del foro competente in caso di controversie; la soppressione dell’obbligo del ricorso

all’arbitrato sportivo è in linea con la tesi che esclude in capo al procuratore lo status di soggetto

dell’ord.sportivo. con l’esclusione del procuratore dallo status di soggetto dell’ordinamento

sportivo, si evince che non possono svolgere attività di Procuratore Sportivo i tesserati della

FIGC (quindi anche se non tesserati però i procuratori devono comunque sottostare al principio

di lealtà e correttezza”). Similarmente avviene x l’agente dei corridori; la FIT assegna all’agente

la qualifica di tesserato, la FIP lo include nella categoria dei tesserati, la FIPAV dice che i

procuratori sportivi devono aderire mediante la procedura di tesseramento. È sicuramente da

preferire l’opzione delle federazioni che hanno scelto di attribuire al procuratore lo status di

tesserato con i correlativi obblighi.

La riforma del 2015 ha dato attuazione anche al nuovo regolamento FIFA sulle collaborazioni

con gli intermediari; l’intento è stato quello di realizzare un controllo + ampio sull’attività degli

agenti, assicurando quindi una maggiore trasparenza delle negoziazioni. La riforma si è risolta

in una liberalizzazione della professione e con un ampliamento dei requisiti d’accesso verso il

basso ne è la prova l’abolizione della prova d’esame. Al contempo la modifica vietava

l’accesso alla professione a coloro i quali avessero riportato condanne x delitti con l’aggiunta di

“puniti con pena edittale della reclusione superiore a 5 anni”; si è inoltre aggiunto l’impedimento

dell’esercizio dell’attività a coloro i quali abbiano avuto una condanna x frode sportiva, la quale è

si una fattispecie punita + lievemente di quelle sopra menzionate, ma assume una particolare

gravità nell’ambito dell’ord.sportivo.

11.1 Il contratto di conferimento di incarico di agente: la natura giuridica

Il contratto mediante il quale viene conferito l’incarico, è definitivo in alcuni regolamenti federali

“contratto di rappresentanza”, in altri “assistenza, agente di atleti”; sono tutte espressioni che

vanno a richiamare istituti diversi quali: contratto di agenzia, rappresentanza, assistenza. 24

Mentre alcuni regolamenti è prevista la partecipazione (in sede di stipula dell’ingaggio) della

società + procuratore che rappresenta l’atleta; in altri regolamenti è prevista invece la

partecipazione anche dello stesso atleta:

> REGOLAMENTO AGENTI SPORTIVI DELLA LEGA PALLAVOLO SERIE A= è agente sportivo

la persona fisica che presta opera di assistenza o mandato con vincolo di esclusiva con o senza

rappresentanza;

> FEDERAZIONE CICLISTICA ITALIANA = dopo aver identificato l’attività del procuratore come

consulenza e assistenza, definisce il procuratore sportivo altra persona fisica che rappresenta un

corridore.

L’agente sportivo agisce nell’interesse specifico di una parte (atleta, società, etc.) e ha diritto a

ricevere il compenso dovuto soltanto da questa; quindi icuramente è da escludersi

s

l’identificazione dell’agente sportivo nel mediatore, perché il mediatore non agisce nell’interesse

di una parte specifica (tant’è che il suo compenso è dovuto da ambo le parti che concludono il

contratto x effetto del suo intervento).

Il rapporto che si instaura tra agente e assistito va inquadrato nell’ambito del mandato che è il

contratto col quale una parte, denominata mandatario, si obbliga a compiere uno o più atti

giuridici per conto dell’altra, denominata mandante.

A sostegno di tale soluzione interpretativa possono addursi le seguenti ragioni:

1. Il fatto che il procuratore sportivo, agisce nell’interesse della parte dalla quale

riceve l’incarico;

2. il fatto che l’incarico deve avere ad oggetto uno o più affari determinati e non

può, invece, riferirsi ad ogni genere di atto che riguardi il mandante;

3. infine, il fatto che l’agente sportivo, non si limita a favorire la stipulazione del

contratto, ma egli stesso partecipa alla negoziazione.

Il contratto di mandato è di regola senza rappresentanza, anche se alcuni regolamenti federali lo

vedono come un “contratto di rappresentanza”. Va rilevato che nel modello di “contratto di

rappresentanza” difetta con la predisposizione dello schema dell’atto della procura (indispensabile

x il conferimento del potere rappresentativo); va inoltre rilevato che i regolamenti federali

prevedono di regola la partecipazione del soggetto rappresentato in sede di stipulazione del

contratto o in un momento successivo alla stipula.

11.2 Segue: il contenuto. Raffronto tra le diverse normative federali

Mentre nel calcio, così come anche nel basket, la competenza dell’agente è espressamente

limitata all’assistenza nella stipulazione dei contratti di ingaggio, o di trasferimento di atleti tra

società diverse, in altre discipline sportive la competenza dell’agente è riferita, oltre ai contratti

appena menzionati, anche ad ogni altro rapporto connesso allo svolgimento dell’attività sportiva

(es: i contratti inerenti ai diritti d’immagine). Sorge al contempo il dubbio se egli possa prestare la

propria attività anche in relazione agli altri contratti che interessano atleti e società; in tali ipotesi

egli deve necessariamente essere in possesso dei titoli abilitativi eventualmente richiesti

dall’ordinamento statale x svolgere tali attività.

Ulteriore differenza tra le diverse discipline federali attiene alla categoria dei soggetti che

possono essere destinatari dell’attività di assistenza da parte del procuratore. Nel tennis e nel

ciclismo viene espressamente regolamentata solo la figura dell’agente che presta la sua attività

in favore di tennisti e corridori; nel calcio prestano invece la loro attività nell’interesse sia dei

calciatori che delle società; nel basket e nella pallavolo oltre ai procuratori degli atleti e delle

società, anche coloro che prestano la propria attività in favore degli allenatori, nonché dei

soggetti inquadrati nei ruoli tecnici federali. La possibilità di assistere soggetti dell’ordinamento

sportivo diversi dai calciatori e dalle società è invece espressamente esclusa per gli agenti di

calciatori. 25

Elemento comune ai diversi Regolamenti, con la sola eccezione della normativa FIGC, è la

previsione di una di una apposita prova d’esami in materia giuridico sportiva, ove all’esito

positivo ne consegue l’abilitazione e la successiva iscrizione nel registro.

Una specifica limitazione temporale è prevista nel regolamento degli agenti della FIGC,

prescrizione invece non contenuta nei regolamenti FIPAV e FIDAL.

I regolamenti fin qui richiamati, prevedono inoltre x i contratti, il requisito della forma scritta ad

substantiam. È infine prescritto l’obbligo del deposito del contratto debitamente sottoscritto dalle

parti, presso la Federazione di appartenenza.

11.2.1.Il diritto al compenso

I regolamenti federali generalmente rinviano alla libera contrattazione delle parti. In particolare, nel

caso in cui l’assistito sia una società, il compenso viene corrisposto in una misura forfettaria

stabilita nell’atto di conferimento, nel caso in cui l’assistito sia invece atleta, esso viene calcolato in

percentuale rispetto al compenso lordo annuo pattuito nel contratto alla cui negoziazione ha

partecipato il procuratore. Esso è generalmente stabilito da un minimo del 3% ad un massimo del

5% del reddito lordo annuo percepito dall’atleta, oltre ad eventuali compensi straordinari una

tantum riconosciuti alla firma del contratto (non vengono contati alla fine del calcolo del reddito:

benefits quali auto o abitazione).

Il regolamento della federcalcio dispone che non sia dovuto alcun compenso all’agente nel caso in

cui il contratto di lavoro preveda che il calciatore abbia un compenso al minimo salariale della

categoria di appartenenza. Si prevede inoltre che nel caso di retrocessione della società di

appartenenza del calciatore dalla categoria professionistica a quella dilettantistica, ha luogo

l’automatica risoluzione del contratto di agente con l’estinzione del diritto al compenso per le

annualità successive a quella in cui la retrocessione è avvenuta.

11.2.2.Gli Obblighi a carico dell’agente: in particolare, il divieto di conflitto di interessi

Una serie di obblighi dal contenuto particolarmente dettagliato sono stabiliti a carico dell’agente al

fine di prevenire ipotesi di conflitto di interessi. In particolare, in sede di riforma, la FIGC ha

cancellato la disposizione che prevedeva il divieto a carico dell’agente di rappresentare gli

interessi di + parti nella stipulazione dei contratti d’ingaggio, nonché l’ulteriore divieto di ricevere

incarichi o somme a qualsiasi titolo da un calciatore tesserato con una società x la quale lo stesso

agente aveva prestato la sua attività.

Nell’attuale Regolamento si prevede la possibilità che uno stesso procuratore agisca nell’interesse

di ambo le parti, purché egli ottenga il “consenso scritto di tutte e 2 le parti”. Particolare attenzione

merita anche la disposizione di nuova introduzione nel Regolamento, ove viene fatto divieto ai

procuratori di avere un interesse diretto o indiretto nel trasferimento di un calciatore da un Club,

all’altro andando così a vietare una pratica molto diffusa che prende il nome di THIRD PARTY

OWNERSHIP.

Disciplina dettagliata in materia vi è anche nella FCI, ove qualora vi sia un conflitto di interessi

nella conclusione di un contratto, il procuratore è tenuto a metterne al corrente il corridore, il quale

deve poi sottoscrivere un’apposita dichiarazione risultante da contratto; ove il corridore non sia

stato informato, egli potrà revocare l’incarico al procuratore con effetto immediato e senza

ovviamente dover corrispondere alcun compenso.

CAPITOLO 4: CONTRATTUALISTICA SPORTIVA

1. IL CONTRATTO DI LAVORO SPORTIVO

Il contratto di lavoro sportivo è terreno di vivace dibattito dottrinale e giurisprudenziale; la

problematica è quella relativa al rapporto di lavoro e cioè se esso sia lavoro autonomo o

subordinato e questa distinzione va operata perché: mentre il lavoro subordinato è fondato sul

principio di salvaguardia piena del lavoratore, il quale viene considerato parte debole del rapporto;

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il rapporto di lavoro autonomo è fondato sul principio della parità contrattuale.

La qualificazione del lavoro sportivo come subordinato sarebbe giustificata dall’art. 2094 c.c.,

ossia dall’eterodirezione dell’atleta lavoratore, la professionalità della prestazione e l’obbligo di

collaborazione in vista del perseguimento degli obiettivi sociali. Viceversa la qualificazione come

autonomo dipenderebbe dagli scopi differenti cui tendono l’attività dell’atleta e quella della società

per la quale l’atleta svolge la prestazione sportiva. Una terza soluzione interpretativa, riconduce la

prestazione del lavoro sportivo entro lo schema della parasubordinazione il quale, rispetto al lavoro

autonomo si caratterizza x una spiccata attenuazione dell’autonomia del lavoratore.

La problematica della qualificazione del rapporto di lavoro sportivo è stata analizzata oltre gli

schemiu lavoristici dell’autonomia e della subordinazione, in dottrina si è suggerito l’inquadramento

di questo tipo lavorativo all’interno dello schema del rapporto di natura associativa, la cui causa

consisterebbe nello svolgimento di un’attività a scopo ludico, entro lo schema di un contratto di

lavoro innominato e quindi non ascrivibile né al lavoro subordinato né a quello autonomo,

confermando ancora l’autonomia dell’ordinamento sportivo nei confronti di quello statale.

All’AIC Associazione Italiana Calciatori, va il merito x aver raggiunto delle conquiste quali:

abolizione del vincolo sportivo in casi in cui la società fosse in ritardo di 3 mesi nel pagamenti degli

stipendi, il riconoscimento del diritto di risposo settimanale e l’abrogazione della norma che vieta ai

calciatori di allontanarsi dalla propria residenza senza autorizzazione della società di

appartenenza.

1.2. La legge 23 marzo 1981 n°91: professionismo e dilettantismo sportivo

Solo con la L.91/1981, il legislatore ha previsto che la qualificazione giuridica del rapporto di lavoro

sportivo è presunta x gli atleti, mentre oggetto di apposito accertamento x altre figure di sportivi.

L’emanazione della legge è stata sollecitata da un evento che ha riguardato il settore calcistico, la

vicenda in questione ha preso avvio da un provvedimento emesso dalla Pretura di Milano con il

quale si dichiarava l’illegittimità della procedura del calcio mercato perché in contrasto con una

legge in materia di collocamento. Il Governo ha subito reagito al provvedimento, il quale bloccava

sia il calcio mercato e poneva anche il rischio di non far partire il campionato: il governo ha

risposto con un d.l. poi convertito in legge; in un tempo successivo, per risolvere la questione circa

la qualificazione del lavoro sportivo, è stata emessa la L.91/1981 la quale, dopo aver affermato il

principio della libertà di esercizio dell’attività sportiva ad ogni livello, all’art. 2 dispone che: “sono

sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici che

svolgono attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nelle discipline regolamentate

dal CONI”.

L’art. 3 dispone che: “la prestazione a titolo oneroso dell’atleta costituisce oggetto di contratto di

lavoro subordinato, regolato dalle norme contenute nella presente legge”. La prestazione è invece

oggetto di contratto di lavoro autonomo quando ricorra almeno uno dei seguenti requisiti:

i. L’atleta non sia contrattualmente vincolato per ciò che riguarda la frequenza delle

sedute di allenamento o preparazione

ii. L’attività sia svolta nell’ambito di una singola manifestazione sportiva o di +

manifestazioni tra loro collegate in un breve periodo di tempo

iii. La prestazione che è oggetto del contratto non superi le 8 ore settimanali o 5gg. al

mese ossia 30 ogni anno.

Il legislatore ha subordinato l’acquisizione dello status di sportivo professionista all’esistenza di

requisiti:

Soggettivi → particolare potere alle federazioni in materia di qualificazione dei lavoratori sportivi

professionisti, considerati tali solo gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori

atletici. Ad oggi solo 6 federazioni hanno utilizzato tale potere, riconoscendo il settore

professionistico accanto a quello dilettantistico (calcio, basket, boxe, ciclismo, motociclismo e golf).

Oggettivi → onerosità e continuità, salvo l'eccezione riguardante la prestazione sportiva

(configurata come lavoro autonomo) svolta nell'ambito di una singola manifestazione o in più 27

manifestazioni collegate in un breve periodo temporale.

In dottrina si è posta la questione su quale sia la normativa da applicarsi agli sportivi privi della

relativa qualifica federale, in particolare l’attività sportiva dilettantistica ed alla sua distinzione dalla

professionistica; più in generale si è posta la questione relativa alla possibilità o meno di

assegnare la qualifica di prestazione di lavoro ad attività rese in ambito sportivo ma al di fuori dello

sport c.d. istituzionalizzato.

si è osservato che il legislatore è legittimato non solo a conformare la definizione di lavoro alle

mutate esigenze del mondo produttivo, ma anche ad attribuire ad un organi amministrativo o

sindacale (Federazioni) la qualificazione del contratto; è una delega assoggettata al vincolo del

rispetto della definizione di subordinazione e dei relativi effetti.

La dottrina ha così proposto una diversa interpretazione dell’Art.2 L.91/1981 secondo la quale, la

mancata qualificazione da parte delle Federazioni dell’attività sportiva come professionistica, non

dovrebbe comportare irrilevanza x l’ordinamento giur.statale della prestazione lavorativa svolta in

ambito di tale attività sportiva (ove si rinvengano i caratteri tipici del rapporto di lavoro autonomo/

subordinato); in tale ipotesi dovrebbe comunque potersi applicare la disciplina ordinaria in materia

di lavoro autonomo/subordinato.

1.3. Influenza del diritto comunitario

Con riguardo alla problematica relativa alla qualificazione del lavoro sportivo, i giudici comunitari

sin

dal ’64 hanno affermato che la nozione di lavoratore dipendente prescinde dalle qualificazioni

derivanti dalla normativa degli Stati membri.

La Corte ha individuato, quale criterio idoneo ad identificare la fattispecie del lavoro subordinato in

tutti i Paesi dell’UE, lo svolgimento di una prestazione lavorativa in condizione di subordinazione e

dietro pagamento di un corrispettivo. Con particolare riferimento al lavoratore sportivo, meritano

particolare attenzione le sentenze della Corte di Giustizia rese nel 1.caso Walrave, 2.caso Donà

e 3.caso Bosman.

1. Nel primo caso la Corte affronta la legittimità delle norme contenute nel regolamento

dell'Unione Ciclisti Internazionali, secondo le quali l'allenatore deve avere la stessa

nazionalità del corridore;

2. nel caso Donà viene trattata la questione di legittimità delle disposizioni nel regolamento

della FIGC, che limitano l'impiego in campo di giocatori non italiani ma cittadini di Stati

membri.

Le due decisioni si fondano su diverse statuizioni: prima di tutto l'attività sportiva professionistica

ricade nella disciplina prevista dagli artt. 39-42 del Trattato (libertà di circolazione dei lavoratori) e

degli artt. 49-55 (libertà di erogazione dei servizi); in secondo luogo vige il divieto di

discriminazione per motivi attinenti alla cittadinanza.

3. Tali osservazioni sono ribadite nel caso Bosman, il quale era un calciatore belga

professionista e prestava attività per la società sportiva Royal Club Liegeois(RCL), presso

la quale era tesserato. L'attore lamentava il mancato trasferimento ad altra società

calcistica per mancato accordo tra quest’ultima e la società originaria di appartenenza,

sulla base dell’indennità dovuta in caso di cessione del cartellino dalla cessionaria al

cedente. Tale mancanza avrebbe finito per danneggiare il calciatore stesso che si era

trovato così impossibilitato a giocare x un’intera stagione.

contestualmente il calciatore, intentava altra domanda avverso la società di appartenenza e

la Federazione belga, diretta ad ottenere una provvisionale sino al nuovo ingaggio.

Con sent. del novembre 1990, il giudice disponeva a carico delle parti convenute di

corrispondere in favore del calciatore una somma mensile a titolo provvisionale e al

contempo sottopone la questione alla Corte di Giustizia in tema di interpretazione dell’Art.

48 (oggi 39) in materia di libera circolazione dei lavoratori . in un secondo momento il

Tribunale, dispone nuovamente la rimessione della domanda pregiudiziale alla Corte di 28

Giustizia chiedendo questa volta la pronuncia sull’interpretazione non + solo dell’Art.48 ma

anche degli Artt. 85-86 de Trattato in materia di antitrust.

La C.G. si pronuncia in maniera sfavorevole nei confronti della normativa calcistica,

dichiarando l’illegittimità della normativa regolamentare calcistica in quanto lesiva della

libertà di circolazione dei calciatori professionisti; la C.G. osserva che la libera circolazione

dei lavoratori costituisce uno dei principi fondamentali della Comunità e l’insieme delle

norme del Trattato relative alla libera circolazione di persone, mira a facilitare ai cittadini

comunitari l’esercizio di attività lavorative di qualsiasi natura sul territorio della Comunità ed

ostacola i provvedimenti che possano sfavorirli. Le disposizioni che impediscono ad un

cittadini di lasciare il Paese d’origine x esercitare il suo diritto di libera circolazione,

costituiscono ostacoli a tale libertà.

La sentenza Bosman ha determinato uno stravolgimento delle regole sino ad allora vigenti

nell’ambito del calcio professionistico, tant’è che è stata avvertita nel mondo dello sport

europeo, come un’indebita interferenza, non rispettosa del potere di autonomia che lo Stato

garantisce all’ord.sportivo. Una volta divenuta efficace la sent. Bosman, anche i legislatori

si sono dovuti adeguare al mutato assetto regolamentare; la L.91/1981 a questo punto

conteneva tutta una serie di disposizioni non + compatibili con quanto statuito dalla C.G., in

special modo con riferimento all’istituto della indennità di trasferimento ed all’istituto del

vincolo sportivo; pertanto con la

L.586/96→ si è andata a modificare la L.91/1981 sostituendo l'indennità di preparazione e

promozione con il premio di addestramento e formazione tecnica. Analoga modifica è stata

operata anche nell’ambito della normativa FIGC con l’aggiunta della previsione del premio

di preparazione.

PREMIO DI PREPARAZIONE: dovuto dalla società che effettua x la 1°volta il tesseramento del

calciatore come “giovane di serie”, “giovane dilettante” o “non professionista” alla società x la

quale il calciatore era precedentemente tesserato con vincolo annuale. Sono considerati “non

professionisti” i calciatori tesserati, che svolgono attività x società che giocano a calcio a 5 e

che svolgono attività ricreativa.

All’interno dei “giovani” vi sono coloro i quali hanno compiuto 8 anni e che, al 1°gennaio

dell’anno in cui ha inizio la stagione sportiva non abbiano compiuto il 16°anno di età. “Giovani

dilettanti” dal 14°anno di età compiuto, i quali assumono con la società della Lega Nazionale

Dilettanti il vincolo di tesseramento sino al termine della stagione sportiva entro la quale

abbiano compiuto il 25°anno di età; si reputano giovani dilettanti fino al compimento dei 18

anni e non professionisti dal compimento dei 18 anni. Sono invece “giovani di serie” i calciatori

“Giovani” che dal compimento del 14° anno di età vengono tesserati da società

professionistiche. I “giovani di serie” assumono un vincolo che dura fino al termine della

stagione sportiva che ha inizio nell’anno in cui il calciatore compie il 19° anno di età. Nell’ultima

stagione di vincolo il “giovane di serie” ha diritto quale soggetto di un rapporto di

addestramento tecnico e senza che ciò comporti l’acquisizione dello status di professionista di

percepire dalla sua società d’appartenenza un’indennità stabilita annualmente dalla Lega.

PREMIO DI ADDESTRAMENTO: a differenza della soppressa indennità di preparazione e

promozione, è dovuto solo nel caso del 1°contratto di lavoro professionistico da parte del

calciatore “non professionista” e in favore della società o ass.sportiva presso la quale l’atleta

ha svolto la sua ultima attività dilettantistica. La ratio del premio di addestramento assolve alla

funzione di ripagare la società, che ha investito risorse nel vivaio giovanile e che deve farsi da

parte una volta che il giocatore sia in età x concludere il suo 1°contrratto di lavoro da

professionista. In conformità di tale ratio, la L.91/1981 nel testo modificato prevede che, anche

alla società o ass.sportiva che ha provveduto all’addestramento e alla formazione dell’atleta,

spetti il diritto di prelazione nella stipula del 1 contratto professionistico con lo stesso atleta. 29

INDENNITA’ DI PREPARAZIONE: era prevista in tutte le ipotesi di un nuovo contratto di lavoro

con una società diversa da quella con la quale intercorreva il contratto scaduto

1.4. La specialità del rapporto di lavoro sportivo: il concetto di rapporto di lavoro speciale

In dottrina si tende a definire il rapporto di lavoro sportivo quale rapporto speciale e si distingue dal

rapporto di lavoro subordinato in ragione della particolare prestazione alla cui esecuzione è

chiamato lo sportivo. Secondo un orientamento cui causa non è riconducibile a quella classica

dello scambio fra prestazione e retribuzione, ma ha un contenuto + ampio. Secondo un

orientamento diverso, si dovrebbe preferire un’interpretazione più ampia di lavoro speciale, che

ricomprende anche i rapporti che hanno una disciplina ad hoc e che quindi presentino differenze

rispetto alla disciplina comune (es: contratto di lavoro sportivo).

Nel lavoro sportivo sono riscontrabili due elementi che non trovano corrispondenza in nessun altro

tipo di lavoro: ossia il rapporto trilaterale tra società, federazione e lavoratore e, fino alla riforma

della L.586/1996, il vincolo sportivo conseguente al tesseramento.

1.5. La disciplina del contratto di lavoro sportivo

1.5.1. Le parti

Il contratto di lavoro sportivo deve prevedere:

dal lato del datore di lavoro, la società sportiva che sia una S.p.A. o S.R.L.

➢ dal lato del lavoratore una delle figure individuate come tali nel lavoro sportivo ossia atleti,

➢ allenatori, direttori tecnico-sportivi e preparatori atletici.

Discusso è se l’elencazione sia tassativa o esemplificativa; la non tassatività porterebbe ad una

più facile adattabilità all’interno dei cambiamenti che toccano l’ambito sportivo, una tassatività

prende valore considerando che la normativa qui menzionata ha carattere particolare rispetto a

quella del lavoro subordinato.

A tal proposito va richiamato l’orientamento espresso dalla Corte di Cassazione, secondo la quale

(con la disposizione dettata dall’Art.2 con un linguaggio preciso ed inequivocabile), si esclude dal

campo di applicazione della L.91/1981 tutta una serie di professioni quali massaggiatore, medico

sociale.

Va infine osservato che la disciplina del lavoro sportivo non si applica ai dipendenti di società

sportive che si occupano del settore amministrativo → es. segretari o contabili.

1.5.2. La causa

La L.91/1981 menziona sia la fattispecie del lavoro autonomo che quella del lavoro subordinato,

prevale il favore del legislatore verso una visione del lavoro sportivo all’interno del modello

subordinato.

Il rapporto di lavoro degli atleti ha invece natura autonoma, ossia la configurazione del tipo di

lavoro è lasciata alla libera scelta degli interessati, in 3 ipotesi ossia→ (già viste prima)

a) l'attività svolta nell'ambito di una singola manifestazione sportiva o di più manifestazioni tra loro

collegate in un breve periodo di tempo;

b) l'atleta non contrattualmente vincolato per ciò che riguarda la frequenza a sedute di

preparazione od allenamento;

c) la prestazione che è oggetto del contratto, pur avendo carattere continuativo, non superi otto ore

settimanali a suggerito che tale elencazione potrebbe ravvisarsi nel difetto del oppure cinque giorni

ogni mese ovvero trenta giorni ogni anno. Detta elencazione ha carattere tassativo.

Con riguardo poi alle altre 3 figure di sportivi professionisti quali: allenatori, preparatori e direttori

tecnici, la L.91/1981 non esprime alcun orientamento in merito alla loro qualificazione come

autonomi o subordinati, lascia autonome le parti x la scelta.

1.5.3. L'oggetto

Consiste nella prestazione dello sportivo a fronte del corrispettivo da parte della società.

L’Art.4 comma4 dispone che nel contratto individuale di lavoro deve essere specificato l'obbligo

del lavoratore di rispettare le istruzioni tecniche e le prescrizioni impartite per il conseguimento 30

degli scopi agonistici. Il vincolo di subordinazione tra sportivo e società è ciò che caratterizza

appunto il contratto di lavoro sportivo subordinato rispetto a quello autonomo; il vincolo di

subordinazione si esplica nell'obbligo di diligenza, obbedienza e fedeltà.

L’Art.4 specifica alcune clausole che possono essere inserite nel contratto individuale di lavoro; il

comma 5 prevede che possa essere pattuita una clausola compromissoria mediante la quale tutte

le eventuali controversie che dovessero sorgere tra le parti, verranno deferite al giudizio di un

collegio arbitrale la cui composizione deve essere stabilita all’interno della clausola. Tale clausola

anche se prevista solo in forma facoltativa, in concreto diviene obbligatoria e non va confusa con il

vincolo di giustizia sportiva: il vincolo di giustizia, comporta anch’esso lo stesso effetto, ma mentre

la clausola compromissoria riguarda esclusivamente controversie di ordine economico, il vincolo di

giustizia sportiva crea una barriera tra l’ord.sportivo e quello statale in relazione a controversie.

Altra differenza è che nella clausola compromissoria spetta alle parti decidere il numero e la

composizione del collegio arbitrale, mentre gli organi di giustizia sportiva sono stabiliti dalle

rispettive federazioni.

Non possono essere inserite clausole che siano volte a limitare la libertà professionale dello

sportivo in seguito a qualunque causa di risoluzione del contratto.

Per finire, gli ultimi commi dell’Art.4 prevedono disposizioni che riguardano il contratto subordinato

ordinario e che sono inapplicabili al contratto di lavoro sportivo:

Il divieto di apparecchiature audiovisive per finalità di controllo a distanza è

• inapplicabile al lavoro sportivo poiché non consentirebbe la trasmissione

radiotelevisiva della manifestazione.

È inapplicabile anche la regola che vieta al datore l'effettuazione di accertamenti

• sull'idoneità psicofisica del lavoratore, poiché la prestazione sportiva è strettamente

connessa al mantenimento della miglior efficienza fisica, inoltre il divieto di

effettuazione di controlli sanitari andrebbe contro la normativa in materia di tutela

sanitaria in ambito sportivo e con la normativa in materia di doping di cui la L.

376/2000.

Non è applicabile l'art. 7 dello Statuto del lavoratori in merito all'irrogazione delle

• sanzioni disciplinari a carico del lavoratore.

È inapplicabile l'art. 13 Stat. Lav. che prevede il divieto di adibire il lavoratore a

• mansioni inferiori a quelle esplicate nel contratto, e risulta inapplicabile, La ratio è

nell’impossibilità di inquadrare la prestazione sportiva in distinte categorie cui

corrispondono le differenti mansioni, per cui perseguendo il miglior risultato

possibile, il giocatore non ha diritto esclusivo di giocare in prima rosa.

L’istituto del licenziamento individuale e della reintegrazione del lavoratore nei casi

• di inefficacia del licenziamento (Art.18 Stat.Lav.) non sono applicabili in ambito

sportivo perché vi è esigenza di favorire lo scioglimento dei rapporti di lavoro a

tempo indeterminato tutte le volte in cui società o atleta non abbiano più interesse a

proseguire il rapporto → quindi il contratto di lavoro sportivo può essere sciolto per

recesso unilaterale 31

ad nutum (come da disciplina prevista nella L.91/1981). Si applica la disciplina

secondo la quale il recesso è subordinato al preavviso, eccetto l’ipotesi di giusta

causa: si intende per giusta causa l'esclusione costante o reiterata dalla rosa di

prima squadra, la morosità della società oltre determinati limiti temporali o una

violazione degli obblighi contrattualmente assunti.

In assenza di una causa che giustifichi il recesso anticipato, questo può essere

risolto prima della scadenza del termine solo dietro mutuo dissenso.

Il REGOLAMENTI FIFA DELLO STATUS ED I TRASFERIMENTI DEI CALCIATORI

> prevede che in caso di risoluzione x volontà unilaterale e senza giusta causa, la

parte inadempiente ha l’obbligo di pagare un’indennità “di rottura” le cui modalità di

quantificazione sono state spesso oggetto di discussione fino al ricorso al T.A.S., è

per questo che solitamente si tende a far uso del contratto di lavoro a termine.

1.5.4. La forma

La L.91/1981, detta una disciplina specifica con riguardo al contratto di lavoro subordinato.

Art.4 stabilisce che il rapporto di prestazione sportiva a titolo oneroso si costituisce mediante

assunzione diretta e con la stipulazione di un contratto scritto, pena nullità. Il 2°comma dice che la

società ha l’obbligo di depositare il contratto presso la Federazione nazione x l’approvazione ed

3°comma ,eventuali clausole contenenti deroghe peggiorative, sono sostituite di diritto da quelle

tipo.

Il 1°comma dell’Art.4 ribadisce che la prestazione lavorativa dello sportivo professionista deve

necessariamente avere carattere oneroso.

L’Art.4 stabilisce inoltre i 4 requisiti che devono essere rispettati x la stipulazione del contratto di

lavoro: 1.forma scritta; 2.conformità al contratto tipo; 3.deposito del contratto presso la

federazione; 4.approvazione del contratto da parte della federazione. Dibattuto è se tali requisiti

siano tutti necessari x la validità o solo il primo (preferita l’opinione secondo cui tutti siano

essenziali a pena nullità o quantomeno il requisito della conformità del contratto).

Il 3°comma inoltre ( ) non specifica se il contenuto peggiorativo debba riferirsi ad una o

vedi sopra

ambo le parti, ed in particolare al lavoratore.

È preferibile ritenere che la nullità parziale con conseguente sostituzione delle clausole invalide,

operi solo nei casi ove esse contengano una disciplina rivolta al lavoratore e non anche al datore

di lavoro.

1.6. Tutela sanitaria, assicurativa e previdenziale

Le società sportive sono chiamate a rispettare una serie di obblighi in materia di certificazione

dell’idoneità allo svolgimento di pratiche sportive a livello agonistico, di controlli sanitari periodici e

redazione e aggiornamento di specifiche schede sanitarie → il tutto per prevenire danni alla salute

dell’atleta.

Art.7 della L.91/81 afferma che l’attività sportiva professionistica è svolta sotto controlli medici e

secondo norme stabilite dalla Federazione ed approvate entro 3 mesi dalla data di entrata in

vigore della legge stessa. Al 2° comma si dispone che le norme di cui al precedente comma

devono prevedere l’istituzione di una scheda sanitaria x ogni sportivo professionista; al 3°comma

si dice che in sede di aggiornamento della scheda, devono essere ripetuti gli accertamenti clinici e

diagnostici che sono fissati. L’adempimento di tali obblighi, costituisce condizione per

l’autorizzazione da parte delle singole Federazioni allo svolgimento dell’attività degli sportivi

professionisti.

All’interno di ogni società sportiva un ruolo di spicco è svolto dal medico sociale, cioèil diretto

responsabile dell’adempimento degli obblighi di tenuta e aggiornamento delle schede mediche di

ogni singolo atleta. Qualora il medico sociale lo ritenga opportuno può predisporre ulteriori

accertamenti medici. L’effettuazione dell’attività sportiva da parte dell’atleta è subordinata al

riconoscimento dell’idoneità allo svolgimento dell’attività fisica agonistica, certificato che viene

rilasciato in seguito al superamento di alcuni test fisici. 32

L’art. 6 del d.lgs. 38/2000 stabilisce inoltre che gli sportivi professionisti debbano essere

assicurati contro i danni da infortunio e da malattia professionale presso l’INAIL. Gli sportivi sono

tutelati anche in quanto l’infortunio dal quale siano derivate morte o inabilità, si sia verificato

durante lo svolgimento della pratica sportiva o che l’esercizio dell’attività sportiva abbia costituito il

semplice contesto entro il quale l’evento dannoso si sia verificato.

L’Art.8 della L.91/1981 prevede che le società sportive stipulino una polizza assicurativa

individuale a favore degli sportivi professionisti, contro i rischi da morte e contro infortuni che

possano andare a pregiudicare il proseguo dell’attività sportiva professionistica. Decreto

16/04/2008 → anche gli sportivi dilettanti devono godere di una polizza assicurativa obbligatoria,

stipulata in nome e per conto loro dalle società di appartenenza. Questa polizza deve coprire le

conseguenze di infortuni occorsi durante ed a causa dello svolgimento dell’attività sportiva sia in

fase di gara che di allenamento, nonché quelli occorsi durante le necessarie misure preliminari e

finali delle gare o allenamenti ufficiali.

Ai sensi dell’Art.9 (L.91/1981) tutti gli sportivi e addetti agli impianti sportivi, godono

dell’assicurazione per invalidità, vecchiaia e superstiti presso l’ENPALS, dal 2012 INPS.

I criteri del calcolo della pensione variano in dipendenza dell’anzianità contributiva maturata dal

singolo lavoratore al 31dic.1995→ i lavoratori che abbiano maturato almeno 20 anni di anzianità in

tale data rientreranno totalmente nel calcolo della pensione di tipo retributivo. Per tutti gli altri

lavoratori si procederà col calcolo contributivo. L’età pensionabile è 52 per gli uomini e 47per le

donne) 1.7. L’accordo di trasferimento e la cessione di contratto

Art. 5 della L. 91/81→ intitolato “cessione del contratto”, prevede la possibilità di cessione del

contratto prima della scadenza, da una società sportiva all’altra purché, siano osservate le

modalità fissate dalle federazioni sportive nazionali; tali modalità con riferimento al settore

calcistico, sono contenute nel NOIF. L’accordo di trasferimento o cessione deve essere redatto per

iscritto a pena di nullità, mediante l’uso di moduli speciali predisposti dalle Leghe che dovranno

essere depositati entro 5 giorni dalla stipulazione affinché queste, dopo gli accertamenti,

concedano l’esecutività degli accordi medesimi. In caso di decisione contraria è ammesso reclamo

innanzi alla commissione tesseramenti entro 30 giorni dal ricevimento della comunicazione. Le

NOIF stabiliscono un numero massimo di 3 tesseramenti, sia a titolo definitivo che temporaneo,

che possono riguardare uno stesso giocatore nel corso di una stagione sportiva. Ulteriore limite

alla validità degli accordi di trasferimento e cessioni del contratto è quello x cui le parti non

possono subordinare l’efficacia degli accordi all’esito di esami medici ed al rilascio di permessi di

lavoro.

La cessione avviene mediante la sottoscrizione di 3 documenti:

a. Variazione di tesseramento, sottoscritto dalla società cedente, da quella cessionaria

e dal giocatore ceduto (risponde la modello della cessione del contratto).

b. Documento di variazione del tesseramento, sottoscritto dalla società cedente e

cessionaria ed indica il corrispettivo preciso della cessione e i relativi termini di

pagamento.

c. Nuovo contratto di lavoro sportivo, stipulato fra società cessionaria e giocatore

ceduto.

Sia gli accordi di trasferimento che le cessioni, possono prevedere una clausola che assegni a

favore della società cedente un premio di rendimento al verificarsi di date condizioni.

Nei contratti di cessione temporanea piò essere pattuito il diritto di opzione in favore della società

cessionaria, per trasformare tale cessione da temporanea in definitiva.

Per trasformare una cessione da temporanea a definitiva bisogna rispettare 3 condizioni:

1. Che il diritto di opzione, col relativo corrispettivo, risulti dallo stesso

contratto di cessione temporanea e venga espressamente accettato

dal giocatore 33

2. Che la scadenza del contratto ceduto sia almeno nella stagione

successiva di quella in cui si sta esercitando l’obbligo di riscatto

3. Che il contratto stipulato a seguito dell’esercizio del diritto di opzione

abbia durata almeno biennale.

Una specifica disposizione è dettata con riguardo alla cessione temporanea di un calciatore

professionista, nonché all’accordo di trasferimento a titolo temporaneo di un “giovane di serie” che

siano già stati oggetto di un altro contratto di cessione temporanea o accordo di trasferimento

temporaneo nella stessa stagione sportiva; tale ipotesi è consentita a condizione che nel 2°

contratto di trasferimento temporaneo, risulti anche il consenso della società cedente originaria. Lì

ove siano state inserite nel primo contratto di cessione temporanea, clausole contenenti i diritti di

opzione e contropzione, queste si intendono in automatico risolte.

1.8. Contratto di prestazione sportiva dilettantistica

Con la L.342/2000 è stato introdotto un particolare regime tributario di favore, per i contratti di

lavoro aventi ad oggetto “l’esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche”; è previsto che

indennità di trasferta, rimborsi forfettari, premi e compensi erogati nell’esercizio diretto di attività

sportive dilettantistiche NON sono oggetto di ordinaria tassazione dei redditi di lavoro, rientrando

invece nei redditi diversi. Il trattamento fiscale agevolato consiste in:

ESCLUSIONE TOTALE da tassazione a titolo ti IRPEF delle somme fino ad € 7.500

• (non concorrono a formare reddito e non devono essere inserite nella dichiarazione dei

redditi)

ASSOGGETTAMENTO A RITENUTA A TITOLO DI IMPOSTA DEFINITIVA IN MISURA

• DEL 23% per le somme comprese fra i €7.500 e i €28.158 circa

ASSOGGETTAMENTO A RITENUTA A TITOLO DI ACCONTO IN MISURA DEL 23%

• per somme superiori ai €28.158 circa.

È intervenuta l’Agenzia delle Entrare del Ministero delle Finanze esplicitando che la normativa, va

riferita a chi partecipa alla realizzazione di manifestazioni sportive a carattere dilettantistico e chi

opera direttamente sul campo di gioco (atleti, allenatori, giudici di gara, commissari speciali); va

estesa inoltre a tutti quei soggetti le cui prestazioni sono funzionali alla manifestazione sportiva

dilettantistica determinandone la concreta realizzazione, compresi coloro i quali presiedono

all’evento sportivo.

Sulla questione è anche intervenuto, successivamente, il legislatore con la L.14/2009 precisando

che “esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche” ricomprende anche la formazione didattica

e la preparazione e l’assistenza all’attività sportiva dilettantistica, così da ampliare la categoria dei

soggetti beneficiari.

Sono da ritenersi escluse dal regime agevolato le prestazioni di lavoro dipendente, lavoro

autonomo e di impresa, quelle rese da sportivi dilettanti in una manifestazione sportiva

professionistica e viceversa( quindi da sportivi professionisti in manifestazioni dilettantistiche)

inoltre, le prestazioni di carattere amministrativo gestionale di natura occasionale.

1.9. Prestazioni di attività sportiva e mobbing

1.9.1 Il mobbing in generale

Il termine mobbing deriva dal verbo to mob ed assume diversi significati quali: assalire,

malmenare, aggredire.

Il termine mobbing è entrato nel linguaggio comune per indicare la condotta di colui che, tramite

pratiche vessatorie caratterizzate da violenza morale, induce altri all’allontanamento del posto di

lavoro. L’autore del comportamento è definito mobber, la vittima è definito mobbizzato.

In dottrina si dice che il “mobbing può essere qualificato come una forma di terrorismo psicologico

che implica un atteggiamento ostile e non etico, posto in essere da più persone nei confronti di un

solo individuo il quale, a causa del mobbing, viene a trovarsi in una condizione indifesa ed oggetto

di una serie di iniziative persecutorie”.

Gli elementi che qualificano il mobbing sono l’unità della fonte di provenienza e la continuazione 34

nel tempo, che appunto lo differenzia da un semplice conflitto. Ulteriore elemento è lo scopo, che

deve essere finalizzato alla distruzione psicofisica della persona → infatti le condotte mobbizzanti

conducono la vittima ad abbandonare il posto di lavoro, con ricadute sul piano economico e della

serenità affettiva.

La dottrina maggioritaria ha individuato 5 requisiti per configurare una condotta come mobbing:

1. Il luogo in cui la condotta è attuata è il luogo di lavoro

2. La strategia persecutoria, ossia l’intenzionalità della condotta mobbizzante

3. L’andamento in fasi successive.

4. La modalità vessatoria

5. Frequenza e durata, strettamente legate fra loro.

Con riferimento al 3°REQUISITO va detto che il mobbing (vedi p.3) è un processo in continua

evoluzione, in cui è possibile individuare 4 fasi:

a. Conflitto latente→ il soggetto è coinvolto in piccoli contrasti quotidiani sul

luogo di lavoro.

b. Conflitto mirato→ la situazione non ha più carattere occasionale,

convergendo in un conflitto vero e proprio.

c. Conflitto pubblico→ la situazione conflittuale diviene di dominio pubblico,

con un aggravamento dello stato di malessere della vittima.

d. Esclusione anticipata dal mondo del lavoro→ in questa fase si realizza

l’effettivo allontanamento dal posto di lavoro, mediante dimissioni o

licenziamento.

Se questo lo modello lo si adatta al contesto italiano, bisogna aggiungere altre 2 fasi dovute al

ruolo che al famiglia ricopre nel nostro contesto sociale: disturbi incidenti nella vita priva ed in

quella familiare.

A seconda delle modalità con le quali può attuarsi, la dottrina distingue diverse tipologie di

mobbing:

1. Mobbing VERTICALE→ è tra soggetti con grado e qualifiche diverse che a sua volta si

divide in:

a. ASCENDENTE→ mediante la delegittimazione dell’autorità di un superiore

b. DISCENDENTE→ attuato da un superiore gerarchico o dai vertici (c.d. bossing)

2. Mobbing ORIZZONTALE→ attuato tra colleghi di lavoro pariordinati.

3. Mobbing COMBINATO→ quando la condotta mobbizzante proviene sia dai colleghi

(orizzontalmente) che dai superiori (verticalmente).

Le condotte mobbizzanti si distinguono in :

MOBBING DIRETTO> quando il comportamento vessatorio è attuato direttamente nei confronti

della vittima.

MOBBING INDIRETTO> quando il comportamento è attuato nei confronti di familiari o amici della

vittima.

Si distingue infine il MOBBING LEGGERO> quando il comportamento vessatorio è attuato

mediante atti silenziosi e non palesi, difficilmente dimostrabili.

MOBBING PESANTE> quando il comportamento vessatorio è palese e spesso si dimostra non

solo tramite violenza psicologica, ma anche fisica.

1.9.2. Il riconoscimento del mobbing sul piano giuridico

In Italia il mobbing ha ricevuto x la 1° volta espresso riconoscimento sul piano giudico in 2

sentenze:

1. ERRIQUEZ c. ERGOM – novembre 1999

2. STOMEO c. ZILIANI – dicembre 1999

È stato escluso dalla giurisprudenza che configuri mobbing “lo stato di fisiologica contrapposizione

tra diverse componenti di un rapporto di lavoro, in quanto sono conseguenza di tensioni suscitate

35

dalla difficile scomponibilità degli obiettivi o delle attese dei lavoratori”; non costituisce mobbing

nemmeno il saltuario ricorso, da parte del datore di lavoro, di misure organizzative illegittime.

È da rilevare che l’illiceità per mobbing è stata in un primo momento ascritta all’area della

resp.extracontrattuale e poi a quella contrattuale; significativa è stata la pronuncia della Corte di

Cassazione nel 2004 secondo che ha posto in rilievo l’accertamento della natura giuridica

dell’azione proposta da colui che lamenta di essere vittima di mobbing; ove si tratti di azione

contrattuale, la cognizione della relativa domanda rientra nella giurisdizione esclusiva del giudice

amministrativo; ove si tratti di azione extracontrattuale, la giurisdizione spetterebbe al giudice

ordinario.

La dottrina prevalente ha affermato la natura extracontrattuale dell’illecito rappresentato dal

mobbing. Tuttavia la dottrina di oggi tende ad abbandonare tale concezione riconducendo invece il

mobbing, nell’alveo delle responsabilità contrattuali mediante il riferimento normativo

all’art. 2087 c.c. he prescrive a carico del datore l’obbligo di adottare, nell’esercizio dell’impresa,

misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei propri prestatori di lavoro.

Questo vuol dire che sono addotte al datore le condotte lesive tenute dai dipendenti nei confronti di

altri.

L’inquadramento di questa fattispecie nella responsabilità contrattuale, genera una condiziona

favorevole, con un più lungo termine prescrizionale (10 anni) invece dei 5 anni della

extracontrattuale. Inoltre incombe sul lavoratore l’onere di allegazione dei fatti costituenti

inadempimento del datore, mentre incombe sul datore l’onere di dimostrare di aver posto in essere

tutte le misure possibili ad evitare il danno lamentato.

1.9.3. il mobbing nell’ambito sportivo

Negli ultimi anni sono salite alla ribalta numerose vicende di contrasti tra società sportive e

calciatori, i quali lamentavano di essere vittime di mobbing [es: Rodrigo Taddei contro il Siena

Calcio, Fabio Rustico contro Atalanta, Antonio Cassano contro A.S.Roma, Pandev contro la Lazio].

Va sottolineato che, con riguardo al mobbing verticale, esso può sussistere solo ove vi sia un

contratto di lavoro di natura subordinata che si caratterizza nel connubio DATORE DI LAVORO-

PRESTATORE DI LAVORO.

L’opinione prevalente della dottrina ritiene compatibili con la disciplina del contratto di lavoro

sportivo gli artt.

2086 (direzione e gerarchia dell’impresa)

2094 (nozione di prestatore di lavoro subordinato)

2104 (obblighi di diligenza ed obbedienza)

ed incompatibili gli artt.

2103 (mansioni del lavoratore)

2106 (sanzioni disciplinari)

2125 (patto di non concorrenza).

Pertanto è escluso che in ambito sportivo possa configurarsi mobbing, il demansionamento come

avviene nel caso di lavoro ordinario. A tal fine vanno anche richiamate le norme del NOIF e

dell’Accordo Collettivo:

Art.9 NOIF: le società sono tenute ad assicurare a ciascun tesserato, lo svolgimento dell’attività

sportiva con l’osservanza dei limiti e dei criteri previsti dalle norme federali x la categoria di

appartenenza.

Art.7 Accordo Collettivo: la società fornisce al calciatore attrezzature idonee alla preparazione e

mette a sua disposizione un ambiente consono alla sua dignità professionale.

Le disposizioni qui citate sono solo una parte, ma sufficiente per rappresentare un valido

fondamento normativo x il riconoscimento di condotte mobbizzanti nei rapporti tra società ed atleti.

La violazione degli obblighi previsti dalle norme federali (sopra citate) può rappresentare vera e

propria condotta mobbizzante, allorché siano riscontrabili i suddetti requisiti: ricorrenza, durata,

vessatorietà ed incisività. 36

Es. la società di calcio che impedisca al giocatore di partecipare alle sessioni di allenamento può

essere considerato mobbing qualora vi sia una assente giustificazione, qualora il comportamento

sia reiterato per un cospicuo lasso di tempo e sia finalizzato a ledere lo sportivo. Può darsi anche

che l’esclusione dalle sedute di allenamento, non siano attuate dai vertici della società ma bensì

dall’allenatore nell’esercizio delle sue funzioni come da Art.18 dell’Accordo (ove l’allenatore si

impegna a valorizzare il potenziale atletico della società); in relazione a ciò, l’allenatore non deve

subire interferenze da parte della società per scelte di natura tecnico-sportiva; l’allenatore gode

quindi di una piena discrezionalità nel decidere di non impegnare un tale giocatore o di utilizzarlo

in un ruolo diverso da quello abitualmente ricoperto, pertanto ove l’atleta si rifiutasse di giocare in

un ruolo diverso da quello da lui gradito, incorrerebbe in un ipotesi di inadempimento contrattuale.

Dopo aver detto ciò, ci si rende conto di come si difficile individuare una condotta mobbizzante

posta in essere dall’allenatore; la scelta dell’allenatore di non utilizzare un dato giocatore, che in

astratto è una condotta di x se lecita, diviene illecita ove non sia accompagnata da una valida

ragione, ciò ad es: ove vi sia esclusione dai campi da gioco x un lungo lasso temporale senza una

valida giustificazione sul piano tecnico-sportivo e con azioni volte ad umiliare l’atleta.

In questi casi vi è MOBBING ORIZZONTALE nei casi ad esempio ove compagni di squadra

pongano in essere condotte volte all’isolamento di un giocatore; MOBBING ASCENDENTE vi è ad

esempio quando i giocatori d’accordo tra loro pongano in essere condotte dirette a delegittimare

l’autorità dell’allenatore al fine di provocarne l’esonero da parte della società.

1.9.4. I casi di mobbing nel calcio professionistico

Di mobbing nell’ambito sportivo ed in specie in quello calcistico, si ha notizia solo tramite i mezzi

stampa, questo perché si è teso a non palesare vicende di questo genere da parte delle

Federazioni e sono anche rari i casi ove date vicende siano state rimesse agli organi della

giurisdizione statale, vista l’autodichia di cui gode l’ord.sportivo.

Di solito la situazione di contrasto si colloca nella fase immediatamente precedente la scadenza

del contratto con la società, fase nella quale il giocatore è coinvolto nella trattativa x il rinnovo del

contratto; questa è una fase ove i rapporti tra giocatori e società si vanno ad inasprire e la società

pone in essere condotte fino all’abuso di diritto per recuperare il suo potere contrattuale nei

confronti del giocatore.

Uno dei primi casi che ebbe molta risonanza fu del calciatore Diego Zanin vs Società Calcistica

Montichiari S.r.L., il giocatore denunciava la condotta persecutoria della società nei suoi confronti,

x indurlo a ridurre l’ingaggio a seguito della retrocessione della squadra; erano condotte che si

concretizzavano in continue umiliazioni, esclusione ingiustificata dal campo, emarginazione da

parte del resto della squadra fino anche ad un episodio di aggressione con lesioni riportare dal

giocatore. La Commissione nel 2004 ha riconosciuto l’illiceità dei comportamento attuati dalla

società e dall’allenatore MOBBING VERTICALE. Caso analogo ma con una risposta opposta

fu il caso Marchini vs società calcistica Cagliari, il giocatore dopo il ripetuto allontanamento dai

campi di gioco aveva deciso di intentare causa x mobbing contro la società di appartenenza; come

nel caso Zanin, anche qui la condotta riguardava aggressione fisica; questa volta la Procura della

FIGC non ha dato ragione al giocatore ed ha archiviato 2 volte il caso.

2. CONTRATTO DI SPONSORIZZAZIONE

2.1.Sponsorizzazione e pubblicità

La sponsorizzazione consiste nella diffusione di un messaggio commerciale attraverso la

realizzazione di un evento o di una serie di eventi ai quali partecipa il soggetto che veicola il

messaggio stesso(sponsee), il quale è terzo rispetto all’impresa cui il messaggio è

riferito(sponsor).

Fondamento della sponsorizzazione è il diritto della persona celebre allo sfruttamento commerciale

della sua immagine, detto right of publicity. L’oggetto di tutela del right of publicity non è l’immagine

37

che la legge prende in considerazione vietandone l’esposizione, ma bensì lo sfruttamento

commerciale dell’immagine stessa. Mentre il diritto all’immagine compete a tutte le persone, il right

of publicity compete solo alle persone celebri.

Qualora il right of publicity venisse leso, il risarcimento del danno viene commisurato tramite due

criteri:

1) il prezzo del consenso prestato dal personaggio celebre per la riproduzione della sua immagine

in contesti similari, 2) il guadagno ottenuto tramite la condotta illecita. La finalità della

sponsorizzazione è quindi un mezzo di comunicazione aziendale a carattere promozionale, il cui

oggetto del messaggio propagandistico è rappresentato dai segni distintivi dell’impresa. La

sponsorizzazione viene generalmente ricompresa nell’ambito della propaganda e quindi distinta

dalla pubblicità, ma la dottrina la inquadra nell’mabito degli strumenti che costituiscono il marketing

mix; si identifica nell’intero settore composto dalla pubblicità e dalla promozione, definito

COMUNICAZIONE AZIENDALE. La sponsorizzazione è finalizzata direttamente ed

immediatamente al finanziamento di una data attività o di un servizio, dal godimento dei quali il

consumatore possa trarre apprezzamento dalle qualità dell’impresa promotrice ed essere indotto

all’acquisto del prodotto (la pubblicità mira solo alla sollecitazione del pubblico al fine

dell’acquisto).

Diversi sono gli esiti e i rischi della sponsorizzazione rispetto alla pubblicità.

Nella pubblicità vi è la possibilità di una programmazione certa con riguardo ai tempi ed ai

contenuti in quanto condizione stabilita dall’impresa che vuole fare pubblicità; nella

sponsorizzazione esse dipendono da fattori estranei al controllo dello sponsor quali ad es: il

successo o meno della squadra sportiva, l’audience che la squadra ottiene; il coinvolgimento e

l’attenzione del pubblico dei consumatori, nel caso della sponsorizzazione non è preventivamente

valutabile perché dipende dalla scelta di seguire l’evento da parte dell’utente, a differenza della

pubblicità che colpisce indistintamente tutta la categoria.

Ulteriore differenza sono i costi, poiché la pubblicità ha costi certi e rendimenti costanti, mentre

invece la sponsorizzazione ha costi incerti e rendimenti incostanti. La dottrina afferma che le

regole che disciplinano la pubblicità sono idonee a regolamentare anche la sponsorizzazione. Con

riferimento all’ambito sportivo, anche se la prassi dei contratti di sponsorizzazione è divenuta

sempre + frequente, essa non va considerata componente dell’attività sportiva e della professione

dell’atleta. 2.2. Sponsorizzazione e figure affini

La sponsorizzazione va tenuta distinta da:

a. Mecenatismo→ fattispecie in cui un soggetto, pubblico o privato, finanzia una data

attività, servizio o evento senza il fine della propaganda pubblicitaria del proprio

marchio o denominazione.

b. Patrocinio→ accordo in cui un soggetto consente l’uso del proprio nome per lo

svolgimento di una data attività dell’altra parte, concorrendo o meno al finanziamento

della stessa. Costituisce un atto gratuito finalizzato all’esistenza materiale e finanziaria

in favore di enti come ad es: le fondazioni artistiche o culturali. Si distingue dalla

sponsorizzazione per il fatto che il soggetto che attua il patrocinio non è imprenditore

commerciale e non trae un diretto vantaggio economico dall’operazione.

c. Pubblicità testimoniale→ utilizzo del nome o dell’immagine di un soggetto, detto

testimone, che svolge un’attività di pubblico richiamo per finalità promozionali e

pubblicitarie in favore d una data azienda. In questo caso è il testimone che segue

l’azienda nello svolgimento della sua attività, mentre nella sponsorizzazione è l’azienda

che segue lo sponsee.

d. Product placement→ fattispecie della pubblicità di un prodotto/servizio nel corso di uno

spettacolo in virtù di un accordo negoziale fra produttore del bene/servizio ed il titolare

38

dei diritto sull’evento. Lo scopo è la presentazione a fini pubblicitari del prodotto

all’interno dello spettacolo.

e. Merchandising→ cessione a titolo oneroso da parte di un’impresa della facoltà di

utilizzo del proprio marchio in favore di altra impresa che ha interesse ad apporlo sui

prodotti o servizi.

f. Vendita promozionale→ fattispecie ove un’impresa si accorda con un soggetto, che

organizza un evento o manifestazione, x aumentare la vendita dei propri prodotti. Es:

impresa che si accorda con la società di calcio ospitante x consentire la vendita dei

propri prodotti in spazi appositi durante lo svolgimento della partita. Il rapporto è

occasionale e di durata limitata allo svolgimento dell’evento.

g. Partnership→ accordo fra imprenditore pubblicitario e una società sportiva, diretto

all’utilizzazione a scopo pubblicitario e dietro corrispettivo di spazi o attività che fanno

capo alla società sportiva, senza coinvolgimento di atleti tesserati presso la società

stessa.

2.3. Differenti tipi di sponsorizzazione

Si è soliti distinguere diversi tipi di sponsorizzazione

1. Sponsorizzazione sportiva→ sponsorizzazione di maggior successo che ha

preso vita agli inizi del secolo scorso con i primi contratti siglati tra Gillette ed

alcuni campioni sportivi di cricket; in Italia il 1°contratto di sponsorizzazione

risale al 1947 con una squadra di pallacanestro milanese. È distinta in 6

tipologie:

a. Sponsorizzazione di club, squadra o scuderia→ nessuna particolare

differenza se non per l’oggetto del contratto.

b. Sponsorizzazione di singolo atleta→ idem

c. Sponsorizzazione di evento o manifestazione sportiva→ idem

d. Abbinamento→ il segno distintivo dello sponsor avviene, oltre che con la

modalità ordinaria, spesso anche utilizzando la stampigliatura di attrezzi

utilizzati dagli atleti, e anche abbinando appunto accanto al nome dello

sponsee quello dello sponsor. L’abbinamento consente una maggior

diffusione del messaggio promozionale, poiché lo sponsor riceve pubblicità

gratuitamente ogni qualvolta si dia notizia dello sponsee. Utilizzato

principalmente nel basket e nella pallavolo.

e. Pool→ sponsorizzazione attuata mediante un consorzio di imprese

finalizzato al finanziamento di attività che richiedono solitamente alti costi di

realizzazione. La veicolazione del messaggio promozionale è indiretta, non

v’è immediato richiamo ad una singola entità economica, ma ad un gruppo

differente di soggetti sotto un’unica denominazione.

f. Sponsorizzazione tecnica o interna→ la particolarità è che l’oggetto della

fornitura da parte dello sponsor non comprende, o non comprende soltanto,

il corrispettivo in termini monetari, bensì principalmente in mezzi e in

attrezzature che sono funzionali all’esecuzione della prestazione sportiva

(es. fornitura delle maglie o scarpe dei giocatori).

2. Sponsorizzazione culturale o artistica

3. Sponsorizzazione sociale

4. Sponsorizzazione radiotelevisiva→ unica oggetto di specifico riconoscimento

legislativo con la L.223/1990 che “disciplina il sistema radiotelevisivo pubblico e

privato”; e con la L. 483/1992 “disposizioni urgenti in materia di pubblicità

televisiva”. 39

Per sponsorizzazione si intende ogni contributo di un’impresa pubblica o privata,

non impegnata in attività di televisione o radiofoniche, volto al finanziamento di

programmi con lo scopo di promuovere il suo nome, immagine e le sue attività.

2.4. La disciplina del contratto di sponsorizzazione sportiva

2.5.1. Le parti

È un negozio bilaterale con prestazioni a carico di entrambe le parti. L’eventualità che lo sponsor

sia un ente a carattere associativo, non incide sulla natura bilaterale del contratto; lo sponsor in

questa ipotesi ha natura di parte plurisoggettiva e le obbligazioni a suo carico devono considerarsi

aventi natura solidale (salva diversa pattuizione). Dubbia è l’opzione secondo cui lo sponsor possa

essere un ente di diritto pubblico, questa visione da una parte è negata, dall’altra si ammette sul

presupposto che gli enti pubblici hanno piana capacità di diritto privato nei limiti delle loro finalità

istituzionali.

Prima dell’entrata in vigore della riforma attuata con il d.lgs. 242/1999 e successive modificazioni,

tra coloro che affermavano la natura pubblicistica delle Federazioni vi erano alcuni che negavano

in assoluto la possibilità x le Federazioni di concludere contratti di sponsorizzazione, ed altri,

invece che suggerivano di considerare le Federazioni quali soggetti di diritto pubblico solo in

relazione alla loro attività istituzionale.

Vi è l’ipotesi in cui la parte di sponsee possa essere assunta da un minore. La rilevanza degli

obblighi e l’entità economica del contratto, ha condotto a qualificarlo come atto di straordinaria

amministrazione che richiederebbe, oltre al consenso di ambedue i genitori esercenti la potestà sul

figlio minore, anche l’autorizzazione del giudice tutelare.

Tuttavia questa tesi non convince gli autori poiché non tiene conto che il soggetto sponsorizzato

non è un qualsiasi minore, bensì un soggetto già parte dell’ordinamento sportivo per effetto di un

precedente atto di tesseramento. È semmai sull’atto di tesseramento che dovrebbe concentrarsi

l’esame preventivo del giudice. Eventuali autorizzazioni previste dalle Federazioni sportive x la

stipula di contratti di sponsorizzazione, vengono considerate dalla dottrina come condizioni

sospensive, che rendono il contratto inefficace fin quando l’autorizzazione non sia rilasciata e

comunicata allo sponsor.

Il contratto può essere posto in essere anche da un’impresa NON produttrice del bene, cioè da

colui che ne tragga utilità dallo sfruttamento dell’immagine dello sponsee, correlata alla

veicolazione di un prodotto. Si tratta dei casi ove lo sponsor sia il distributore dei prodotti di

un’impresa in un dato mercato.

2.5.2. La causa

La sponsorizzazione rientra nella categoria dei contratti atipici, giacché non è disciplinata

espressamente dal legislatore, ma la sua regolamentazione discende dall’autonomia dei privati.

La causa del contratto di sponsorizzazione sportiva, consiste nella diffusione a scopi pubblicitari da

parte dello sponsee, del marchio o denominazione dello sponsor dietro corrispettivo.

Ad un primo impatto potrebbe apparire fondata la visione del contratto di sponsorizzazione

orientato al contratto d’appalto e d’opera, ma andandoli ad analizzare ci si rende conto che nel

contratto d’appalto una parte assume il compimento di un’opera o servizio verso un corrispettivo

(con lavoro prevalentemente proprio e sena vincolo di subordinazione nei confronti dell’altra parte);

altro elemento che li discosta è che l’obbligazione contenuta nei contratti d’appalto e di opera è di

RISULTATO (prestazione adempiuta solo a seguito della realizzazione dell’opera o servizio),

mentre nel contratto di sponsorizzazione l’obbligazione è di MEZZI (soggetto obbligato è liberato x

effetto della semplice veicolazione del marchio a prescindere dal raggiungimento o meno da parte

dello sponsor del risultato sperato).

Le obbligazioni dello sponsee sono quelle di veicolare il messaggio promozionale, mentre quelle

dello sponsor sono quelle di pagare il corrispettivo. 40

Le prestazioni rispondono al genere del do ut facias, in particolare quella a carico dello sponsor

che consiste nel dare un corrispettivo, quella dello sponsee si sostanza nella veicolazione del

messaggio promozionale. Lo sponsee rimane sempre titolare esclusivo della propria attività, è da

escludere qualsiasi ingerenza da parte dello sponsor circa i tempi e le modalità di svolgimento

dell’attività sportiva.

2.5.3. L’oggetto

Il contratto può avere un contenuto diverso a seconda che la sponsorizzazione sia realizzata

mediante un singolo atleta, una squadra, un evento sportivo ecc. In ogni caso deve essere

possibile, lecito, determinato o determinabile. Accanto al contenuto essenziale, la prassi di

frequente inserisce delle clausole accessorie tra cui “la clausola risolutiva espressa” che consente

alle parti di contenere l’alea che è connaturata al contratto di sponsorizzazione. La “clausola

penale” la quale ha la funzione di pattuizione in via anticipata del risarcimento dovuto in caso di

inadempimento o di ritardo nell’adempimento dalla parte inadempiente; obbliga la parte

inadempiente a versare la somma pattuita a prescindere dalla prova di danno patito dall’altra

parte. La “clausola di esclusiva” limita il potere di una o di entrambe le parti di concludere contratti

di sponsorizzazione con terzi soggetti per la durata del contratto che le lega. È generalmente

pattuita nell’interesse dello sponsor; può avere contenuto + o meno ampio a seconda se si riferisca

a qualsiasi contratto di sponsorizzazione con terzi soggetti o solo con soggetti concorrenti.

La “clausola compromissoria” pattuizione mediante la quale le parti devolvono al giudizio di un

privato la risoluzione delle controversie che dovessero tra loro insorgere in dipendenza del

contratto che le lega.

2.5.4. La forma

Non vi è una prescrizione di forma ad substantiam o ad probationem. Le parti sono libere di

adpttare la forma che ritengano opportuna, salvo i casi in cui la legge o le stesse parti abbiano

diversamente previsto. Nella prassi si è soliti utilizzare la forma scritta.

2.6. Sponsorizzazione e risoluzione per inadempimento

dal momento che è un contratto a prestazione corrispettiva, è passibile di risoluzione ove non

vengano adempiute le prestazioni che sono ad oggetto del contratto.

Si discute se competa allo sponsor il diritto di agire x la risoluzione del contratto in caso di cattiva

performance dell’atleta, o di impugnare i provvedimenti disciplinari che incidano sull’esecuzione

dell’attività sportiva. È di regola escludere che lo sponsor possa avanzare alcuna pretesa nei

confronti dello sponsee per cattivo rendimento di questi nell’esercizio dell’attività sportiva; diversa

soluzione vi è x i casi in cui il cattivo rendimento fuoriesca dall’alea normale dello sport, o nei casi

di radiazione, revoca dell’affiliazione ecc.

Nelle ipotesi in cui siano imputabili allo sponsee comportamenti scorretti, uso di sostanze dopanti

ecc., allo sponsor è stato riconosciuto il diritto ad agire per il ristoro dei danni a titolo di illecito

contrattuale o, in talune ipotesi, extracontrattuale.

2.7. Responsabilità dello sponsor

Dibattuta è la questione relativa alla possibilità che lo sponsor sia chiamato a rispondere x danni

subiti dallo sponsee o da terzi, in occasione dello svolgimento dell’attività sportiva da parte dello

stesso sponsee.

Le ipotesi riguardano l’irrogazione di sanzioni sportive x violazione di norme federali commesse

dallo sponsee a causa della contrarietà del contenuto del contratto di sponsorizzazione con le

norme federali e possono o nei casi tipo: mancata fornitura delle attrezzature, fornitura di materiale

difettoso, fornitura con tempi e modalità tali da rendere impossibile o comunque difficoltoso x lo

sponsee l’approvvigionamento di materiale alternativo.

Il criterio per risolvere le questione è il seguente: x la 1^ipotesi quella relativa all’irrogazione di

sanzioni sportive a causa della contrarietà del contenuto del contratto con le norme Federali, non

sussiste la responsabilità dello sponsor, in quanto lo sponsee è tenuto a conoscere le norme

federali (a differenza dello sponsor che è estraneo a tale ordinamento). Per la 2^ipotesi quella 41

relativa alle violazioni dipendenti da impedimenti imputabili allo sponsor, si limita ragionevolmente

l’azione nei confronti dello sponsor x i danni subiti dallo sponsee.

3. LICENSING E MERCHANDISING

Sono due contratti che presentano dei caratteri comuni.

Merchandising: sfruttamento del valore suggestivo, acquisito da nomi, espressioni, figure o segni

distintivi di imprese al fine di promuovere la diffusione e la vendita di prodotti che appartengono ad

un diverso settore di mercato. L’operazione si caratterizza x l’uso di uno stesso segno da parte di 2

operatori economici differenti utilizzazione primaria: riferibile al titolare del segno ed

utilizzazione secondaria che è quella attuata dalla controparte e che realizza la funzione di

merchandising. Alla base dell’utilizzazione secondaria deve sussistere un contratto che ne legittimi

lo sfruttamento del segno stesso.

Licensing: contratto di licenza d’uso del marchio, concessa da parte del suo titolare ad un altro

soggetto affinché questi ponga il marchio su prodotti o servizi identici o simili.

OGGETTO→ nel merchandising il segno viene ceduto x essere apposto su beni o servizi diversi x

natura rispetto a quelli per il quale il segno è stato creato, mentre nel licensing i prodotti e servizi

del licenziatario sono identici o simili a quelli del licenziante. Inoltre il merchandising può riguardare

oggetti diversi, mentre il licensing riguarda esclusivamente marchi o brevetti.

CAUSA → lo scopo del merchandising è quello di promuovere la diffusione e vendita di prodotti

estranei al settore, lo scopo del licensing è quello di espandere la presenza del marchio sul

mercato.

La dottrina è solita operare una tripartizione a seconda che l’oggetto consista in:

1. Nomi, espressioni, figure o immagini facenti parte di un’opera dell’ingegno, di carattere

letterario, cinematografico, ecc.– CHARACTER MERCHANDISING→ es: marchio Walt

Disney su abbigliamento o gadget.

2. Nomi e immagini di persone fisiche o enti, celebri nei vari campi dello spettacolo, dell’arte,

dello sport, ecc.– PERSONALITY MERCHANDISING→ es: utilizzo del nome della squadra

per vendere abbigliamento, attrezzi e oggettistica.

3. Segni distintivi di imprese, tra cui in specie il marchio. – BRAND MERCHANDISING→ es:

utilizzazione dei marchi delle imprese di moda per contrassegnare occhiali o cosmetici.

Una volta presentata la domanda di registrazione, l’uso di un marchio uguale o simile da parte di

terzi è considerato illecito; quindi deduciamo che l’uso di un marchio da parte di terzi è possibile

solo dietro necessario consenso del suo titolare.

l’affermazione di essi in Italia si è avuta solo a seguito dell’introduzione del d.lgs. 480/1992 che ha

dato attuazione alla Dir. 89/104/CEE del 1988 → all’art. 5, n. 2 → riconosce al titolare del marchio

registrato il diritto di vietare ai terzi, salvo proprio consenso, di usare nel commercio un segno

uguale o simile per prodotti non simili a quello per cui è stato registrato, se il marchio è noto e se

l’uso immotivato del segno consente di trarre indebitamente vantaggio.

Va osservato che già prima della riforma, parte della dottrina e della giurisprudenza erano

pervenute al riconoscimento della possibilità di concedere in licenza l’uso del marchio senza

contestuale trasferimento dell’azienda. La legittimità dell’operazione si riconosceva ove il titolare

del marchio avesse trasferito al licenziatario, non già l’azienda, ma solo il know-how e cioè

l’insieme delle informazioni, conoscenze e notizie utili x attuare il processo produttivo.

Il testo vigente dell’Art. 2573 c.c. afferma che→ il marchio può essere trasferito o concesso in

licenza per la totalità o per una parte dei prodotti o servizi per i quali è stato registrato, a

condizione che dal trasferimento non derivi inganno in quei caratteri dei prodotti/servizi che sono

essenziali nell’apprezzamento del pubblico. La normativa si completa con le disposizioni contenute

nell’Art.23 d.lgs.30/2005 in cui si afferma nuovamente il principio della libera trasferibilità del

marchio x la totalità o x una parte dei prodotti o servizi x i quali è stato registrato. 42

va operata una distinzione fra:

MARCHIO FORTE → il cui potere individualizzante deriva dalla creazione del contenuto ideologico

espressivo. Può essere costituito non soltanto da espressioni di fantasia, ma anche da parole del

linguaggio comune purché assumano particolare valore individualizzante per l’originalità

dell’accostamento che si intende suscitare nel consumatore. Il marchio forte gode di una tutela più

ampia, che copre anche variazioni o modificazioni di esso.

MARCHIO DEBOLE → Un marchio debole, è un marchio che descrive la natura o una qualità di

un prodotto, cioè si limita ad evocare il prodotto o il servizio contraddistinto. La debolezza sta nel

fatto che il titolare non può opporsi a che altri usino un marchio caratterizzato da lievi varianti

rispetto al proprio.

Ci sono 3 requisiti identificativi del tipo di marchio: durata adeguata dell’uso, estensione geografica

dell’uso, intensità dell’uso e dei mezzi pubblicitari tali da consentire al consumatore di riconoscere

effettivamente il segno usato come marchio.

3.2. Contratto di merchandising

Le parti vengono denominate concedente (merchandisor), e licenziatario (merchandisee). È un

contratto atipico (la sua disciplina non ha fonte nella legge ma nel potere di autonomia dei privati),

la cui causa consiste nel trasferimento del diritto d’uso di un segno di cui la parte committente è

titolare in favore del licenziatario, perché questi lo apponga ai propri prodotti al fine di incrementare

le vendite. È un contratto a titolo oneroso ed a prestazioni corrispettive→ a carico del licenziatario

consiste nel versamento di una somma pari ad una data percentuale del fatturato del licenziatario

tramite la vendita dei prodotti recanti il segno oggetto del merchandising. Talvolta viene stabilito un

importo minimo garantito.

L’oggetto può avere diversa natura e consistere in denominazioni, figure, immagini, creazioni

intellettuali e marchi. Lì ove l’oggetto rappresenti una creazione intellettuale protetta dal diritto

d’autore, si è soliti operare il ricorso allo schema dell’autorizzazione. Stesso schema anche nelle

ipotesi in cui oggetto del merchandising sia il nome o l’immagine della persona celebre.

Il contratto deve specificare per quali prodotti è concesso l’uso del segno del concedente. Va

inoltre specificato se al licenziatario debba competere oltre che alla produzione dei beni, anche

alla loro distribuzione e vendita diretta al pubblico. Il contratto deve anche recare l’indicazione

dell’area geografica entro la quale il diritto in capo al licenziatario può essere esercitato; le parti

possono prevedere un diritto di esclusiva in favore del licenziatario o di ambo le parti, nel 1°caso il

concedente riconosce al licenziatario il diritto di apporre il marchio sui prodotti indicati da contratto

e se ne priva egli stesso dal farne uso; nel 2° caso il concedente non può cedere l’uso del marchio

a terzi concorrenti del licenziatario.

È un contratto di durata, ed alla scadenza il contratto può considerarsi tacitamente rinnovato o

definitivamente risolto fra le parti. È prassi prevedere un ulteriore termine, successivo alla

scadenza del contratto, in cui il licenziatario possa immettere nel mercato i prodotti recanti marchio

oggetto del contratto al fine di esaurire le riserve di magazzino.

Solitamente contiene anche una serie di prescrizioni in ordine alle procedure che il licenziatario

deve rispettare x garantire che i beni recanti il marchio siano conformi a dati parametri imposti dal

concedente.

È prassi inserire una clausola risolutiva espressa per ipotesi di gravi inadempienze da parte del

licenziatario come: contraffazione del marchio o presentazione di rendiconti finanziari non veritieri.

Riguardo alla forma non vige alcuna prescrizione di forma scritta ad substantiam. Può quindi

rivestire anche forma orale, seppur spesso si usa quella scritta.

3.3. Merchandising delle società sportive

il merchandising in ambito sportivo prende avvio dagli anni ’90 in America ed in seguito anche in

Europa e nel resto del mondo. In Italia una notevole crescita si è avuta dalla metà degli anni ’90,

da quando si è deciso di assegnare ai calciatori professionisti di Serie A e B una numerazione fissa

per le maglie di gioco. 43

Il successo in ambito sportivo dipende dalle peculiarità di cui gode il marchio sportivo e dalla sua

caratterizzazione x 3 fattori: fedeltà, longevità e marketing indiretto. Il pubblico dei consumatori è

infatti per la maggiore comporto da tifosi con una fidelizzazione impareggiabile, poiché

generalmente un tifoso rimane fedele alla sua squadra per la vita, indipendentemente dagli sforzi

comunicativi della concorrenza.

Vi sono 3 problematiche che hanno suscitato un dibattito in dottrina:

1. Applicabilità della normativa in materia di marchi registrati all’ipotesi in cui la parte

concedente sia costituita da una società/associazione sportiva → oggi questa problematica

è considerata superata. La dottrina risolve in senso positivo la questione con il

riconoscimento dell’applicabilità della normativa suddetta.

2. Possibilità di riconoscere come marchi le denominazioni di società sportive che

rappresentano toponimi (come succede x la maggior parte delle squadre di calcio). La ratio

del divieto di registrazione di un toponimo, risiede nel fatto che esso non abbia carattere

distintivo, requisito che invece è essenziale ai fini della registrazione. La soluzione però

appare orientata in senso positivo, purché la società registrante abbia acquisito una certa

notorietà, come indicato nell’art. 8, comma 3 del Codice di proprietà industriale.

3. Ammissibilità della registrazione come marchi d’impresa dei colori sociali delle squadra di

calcio. Questione risolta con il richiamo all’art. 7 del Codice di proprietà industriale, che

riconosce la possibilità di registrazione delle combinazioni e tonalità cromatiche, purché

idonee a distinguere i prodotti o servizi di un’impresa da quelli di altre imprese.

4. CONTRATTO DI VENDITA DEI DIRITTO TELEVISIVI

L’interazione sempre più stretta tra sport e telecomunicazioni ha reso evidenti le potenzialità di

sfruttamento economico della visione delle manifestazioni sportive.

Per il settore delle telecomunicazioni, già negli anni’70 il legislatore aveva previsto una normativa

ad hoc; la materia è poi divenuta oggetto di dibattiti a seguito della sent. della Corte Costituzionale

nel 1976 quando il mercato televisivo fu aperto alle emittenti private. La crescente diffusione di

queste, ha generato due fenomeni contrapposti: l’esigenza di tutela del diritto d’informazione e dal

lato opposto vede il diritto di sfruttamento economico delle manifestazioni sportive.

Da una parte della dottrina si affermava la necessità di tutelare il diritto allo sfruttamento del

risultato dell’attività dell’organizzazione delle manifestazioni sportive (fu data all’organizzatore

anche la facoltà di poter inibire le riprese); altra parte della dottrina invece sosteneva il diritto di

informazione e cronaca dell’evento.

La materia dei diritti televisivi è correlata alla materia della concorrenza (organizzatore sportivo ed

emittente sono in concorrenza tra loro), ed è connessa anche alla materia dei diritti di proprietà

intellettuale in quanto nell’operato dell’organizzatore vi è l’elemento creativo.

La dottrina è oggi favorevole a ritenere che il diritto di sfruttamento delle potenzialità economiche

legate alla visione di una manifestazione sportiva, prevalga rispetto al diritto d’informazione quindi

la ripresa di un evento sportivo non può svolgersi senza autorizzazione dell’organizzatore.

4.2. La nozione di diritti televisivi o audiovisivi

I diritti televisivi correlati ad eventi sportivi, si distinguono tra:

- Diritti televisivi su eventi sportivi in generale

- Diritti televisivi su eventi sportivi ad elevata audience.

Il termine EVENTI viene impiegato in relazione ai diritti televisivi ed ha un significato specifico, si

indicano le manifestazioni di particolare rilevanza; devono consistere in accadimenti destinati ad

un pubblico presente, pre-organizzati rispetto alla trasmissione televisiva, della quale costituiscono

l’oggetto. In questo senso gli eventi sportivi programmi sportivi i quali sono destinati sin

dall’origine alla sola trasmissione televisiva; l’evento sportivo è invece, frutto dell’attività di

organizzazione di manifestazioni sportive che preesiste rispetto all’attività di trasmissione. 44

La figura dell’organizzatore sportivo e quella dell’emittente sono su 2 piani diversi: l’uno attiene

all’offerta e l’altro alla domanda. Tra gli acquirenti dei diritti televisivi vanno distinte le emittenti in

chiaro, che offrono gratuitamente la visione del programma, e quelle in criptato (pay-tv, pay per

view, on demand) lo spettatore acquista dietro corrispettivo il diritto alla visione del programma.

La definizione comunitaria comprende tutti i servizi sia a titolo gratuito che oneroso, con la sola

esclusione delle trasmissioni televisive interattive offerte su richiesta nei tempi stabiliti dagli utenti

(video on demand).

il mercato della TV a pagamento, costituisce un mercato differente rispetto a quello della TV in

chiaro; nell’ipotesi di programma in chiaro, il rapporto contrattuale è fra l’emittente e gli inserzionisti

pubblicitari, i quali assumono il costo della trasmissione dietro corrispettivo di spazi televisivi da

utilizzare per la promozione pubblicitaria; in quello in criptato il rapporto è fra emittente televisiva e

spettatore.

Alla luce di quanto detto può operarsi una tripartizione di livelli del mercato dei diritti televisivi:

lv.1 → titolari originari dei diritti televisivi, ossia organizzatori di eventi sportivi oggetto della

trasmissione televisiva. La qualifica di organizzatore (nel mondo del calcio) spetta alla società

sportiva che disputa la partita in casa; vi sono poi specifiche ipotesi ove la qualifica spetta a

soggetti che non fanno parte dell’ordinamento sportivo istituzionalizzato (Giro d’Italia)

A metà fra i primi due livelli si trovano i brokers, che acquistano diritti sportivi dai titolari originari

per rivenderli alle emittenti televisive.

lv.2→ emittenti televisive, che rappresentano la domanda dei diritti sugli eventi sportivi. Una volta

acquistati a monte i diritti dai titolari originari, le emittenti producono la trasmissione televisiva che

viene poi venduta.

A metà fra gli ultimi due livelli si trovano le concessionarie di pubblicità, che acquistano dalle

emittenti gli spazi televisivi, per poi rivenderli alle agenzie pubblicitarie.

lv.3→ consumatori, direttamente o indirettamente coinvolti nel rapporto commerciale con

l’emittente televisiva.

4.3. La disciplina dei diritti televisivi in Italia

In Italia la materia dei diritti televisivi ha cominciato a diventare di attualità nella metà degli anni ’90

→ la Lega Nazionale Professionisti decide di troncare il rapporto commerciale esclusivo con la

televisione pubblica, e di bandire una gara per l’assegnazione al miglior offerente dei campionati di

calcio di serie A e B per il triennio ’96-’99. In quella occasione, per la 1^volta, l’emittente pubblica

perse il monopolio del calcio. Risultarono vincitrici per la trasmissione in criptato Telepiù, e per la

trasmissione in chiaro e per i diritti radiofonici il gruppo Cecchi Gori, la quale non depositò la

fideiussione bancaria a copertura del prezzo. A seguito quindi della revoca dei diritti il gruppo

Cecchi Gori diede avvio ad una battaglia giudiziaria, che coinvolse anche le emittenti Rai e

Mediaset, che si concluse con la spartizione fra le 3 emittenti dei diritti televisivi oggetto della

controversia.

L.78/1999 prevedeva che la titolarità dei diritti spettasse a ciascuna società di calcio di serie A e B

e fissava un limite quantitativo per l’acquisto dei diritti televisivi, pari al 60% del complesso dei

diritti dei campionati di calcio sulla somma delle partite che costituiscono un campionato di calcio.

Vi furono forti critiche sui criteri di ordine quantitativo in ragione di squadre che riscuotono

maggiore o minore audience. Questo limite di legge è stato negli anni oggetto di rivisitazioni e nel

1999 l’Antitrust ha accertato il superamento del 60% da parte di Telepiù.

4.3.1. d.lgs. 9 gennaio 2008, n. 9

La disciplina in materia di commercializzazione dei diritti televisivi è stata modificata;

il d.lgs 9/2008 ha esteso la titolarità dei diritti televisivi agli organizzatori delle competizioni e degli

eventi sportivi, oltre che ai partecipanti. Si usa inoltre il termini DIRITTI AUDIOVISIVI ad indicare

una + ampia portata dei diritti medesimi.

Con riguardo ai soggetti è definito organizzatore dell’evento la società sportiva che assume

responsabilità e oneri dell’organizzazione dell’evento disputato nel proprio impianto sportivo, ed 45

organizzatore della competizione il soggetto cui è demandata o delegata l’organizzazione della

competizione da parte della federazione sportiva riconosciuta dal CONI, e competente per la

rispettiva disciplina sportiva.

Lo stesso d.lgs. 9/2008 definisce evento quello costituito da una gara singola, disputata tra due

soggetti in competizione, e competizione qualunque gara sportiva organizzata in forma ufficiale di

campionato, coppa, torneo professionistico, cui partecipa una pluralità di squadra secondo i

rispettivi regolamenti.

La titolarità dei diritti televisivi è riconosciuta sia in capo all’organizzatore dell’evento che

all’organizzatore della competizione, mentre l’esercizio dei diritti televisivi è attribuito

esclusivamente all’organizzatore della competizione, al quale spetta in esclusiva la legittimazione

per l’agire per la tutela dei diritti audiovisivi (linea adottata a livello europeo ad eccezione della

Spagna ove le squadre stesse vendono individualmente i propri diritti).

il d.lgs. 9/2008 prevede poi una serie di disposizioni volte a coordinare le funzioni riservate agli

organizzatori di eventi: è stabilito che la produzione audiovisiva dell’evento spetti all’organizzatore

dell’evento; all’organizzatore della competizione spetta anche il potere di dettare le modalità di

ripresa, nonché gli standard tecnici minimi, qualitativi ed editoriali ai quali l’organizzatore

dell’evento deve attenersi, nonché il coordinamento delle singole produzioni televisive.

Il legislatore non prevede + un limite quantitativo rispetto ai diritti televisivi, ma vieta

semplicemente l’acquisto in via esclusiva della totalità dei diritti di trasmissione in diretta. Viene

mantenuto il limite di durata massima dei contratti di negoziazione dei diritti televisivi, pari a 3 anni.

4.3.1.1. Diritto di cronaca

E’ riconosciuto in favore degli operatori della comunicazione, con il limite che il suo esercizio non

debba in alcun modo pregiudicare i diritti audiovisivi in capo ai soggetti assegnatari né arrecare

pregiudizio agli interessi degli organizzatori. Non costituisce violazione la comunicazione dei

risultati sportivi al pubblico e dei relativi aggiornamenti, anche qualora questo avvenga in diretta.

Le emittenti televisive possono trasmettere nell’ambito dei telegiornali parti di eventi sportivi pur

non avendone l’esclusiva. Tuttavia a questa pratica sono posti alcuni limiti → la direttiva 2010/13/

UE dispone all’art. 15 che le emittenti possano trasmettere brevi estratti degli eventi comunque

non superiori a 90 secondi.

Art. 5, comma 3, d.lgs. 9/2008 prevede che la trasmissione delle immagini deve avere una durata

non superiore a 8 min. complessivi x giornata e comunque non superiore a 4min. complessivi per

ciascun giorno solare, con un ulteriore limite massimo di 3min. x singolo evento. La trasmissione

delle immagini deve avvenire decorso un lasso di tempo dalla conclusione dell’evento non inferiore

a 3ore e non oltre le 48ore successive alla conclusione dell’evento.

L’Antitrust non si è uniformato alla direttiva del 2010 sopra menzionata e con la Delibera n. 667/10

ha stabilito che→ l’utilizzo di immagini per brevi estratti di cronaca è consentito nel limite non

superiore a 3min x evento, esclusivamente nell’ambito di notiziari e a partire da 1h dalla

conclusione dell’evento (non più 3 ore) e fino a 48 dalla conclusione dello stesso.

4.3.1.2. Criteri di ripartizione dei proventi della vendita dei diritti audiovisivi

artt. 25-26 d.lgs. 9/2008 → stabiliscono i criteri di ripartizione dei proventi della vendita dei diritti

audiovisivi, la quale è effettuata in modo da garantire l’attribuzione in parti uguali di una quota

prevalente nonché l’attribuzione delle restanti quote in base al bacino di utenza e ai risultati sportivi

conseguiti da ciascuno di essi. La quota fissa da distribuire a tutti i partecipanti non può essere

meno del 40%. I meccanismi di ripartizione dei proventi sono stati da poco oggetto dell’Antitrust

con la Segnalazione dell’aprile 2013, ove l’Antitrust ha sottolineato la necessità di un intervento

legislativo che preveda meccanismi di ripartizione che premino il merito sportivo, questo perché

secondo l’Antitrust i profitti di una società sportiva dipendono dalla competitività dei concorrenti (un

evento ha maggiore attratt9ova quando vi è incertezza del risultato dovuto da un equilibrio tecnico

tra squadre); i criteri oggi utilizzati vanno invece a premiare in buona parte la storia e la notorietà

del club. 46

Con il d.lgs. 9/2008 si prevede la distribuzione a tutte le squadre partecipanti alla competizione di

una quota del ricavato della vendita dei diritti televisivi non inferiore al 40% e l’assegnazione di una

quota annua non inferiore al 6% del tot. delle risorse assicurate dalla commercializzazione dei

diritti televisivi del campionato di serie A. Si prevede inoltre che una quota non inferiore al 4% delle

risorse complessive venga destinata a 3 finalità:

a)Lo sviluppo dei settori giovanili delle società professionistiche

b)La realizzazione di investimenti per la sicurezza degli impianti sportivi

c)Il finanziamento di almeno 2 progetti annui diretti a sostenere le discipline sportive ≠ dal calcio.

4.4. I diritti televisivi nel quadro della azione UE

L’UE dopo una fase iniziale di opposizione al sistema di vendita collettiva, si è espressa in favore

di essa. La materia è stata oggetto di specifica direttiva 97/36/CE modificata dalla direttiva

82/552/CE con la quale sono state adottate misure volte a proteggere il diritto all’informazione ad

assicurare un ampio accesso del pubblico alla copertura televisiva di eventi, nazionali e non, ed al

contempo di garantire entro certi limiti la negoziazione dei diritti di trasmissione televisiva in

esclusiva→ tale materia è stata oggetto di revisione con la direttiva 2007/65/CE c.d. SMAV→ che

ha esteso la regolamentazione di settore ai servizi non lineari, cioè quelli forniti da un operatore su

richiesta individuale del fruitore. Alla direttiva SMAV in Italia, è stata data attuazione con il c.d.

decreto Romani.

Direttiva 97/36/CE, art. 3bis→ demanda a ciascuno Stato membro il compito di individuare gli

eventi particolarmente rilevanti per la società, stabilendo per essi le modalità di trasmissione

integrale o parziale. L’elenco degli eventi di particolare rilevanza per l’Italia è stato redatto

dall’Antitrust e successivamente revisionato nel 2009 con l’aggiunta di nuovi eventi. Per “evento

particolarmente rilevante per la società” si intende un evento che soddisfi almeno 2 delle 4

condizioni che seguono:

1. L’evento ed i suoi esiti devono godere di risonanza speciale e generalizzata in

Italia e devono interessare altre persone oltre a quelle che normalmente

seguono in televisione quel determinato tipo di evento.

2. L’evento deve godere di un riconoscimento generalizzato, e rivestire una

particolare rilevanza culturale ed una forte componente dell’identità culturale

italiana.

3. Che l’evento coinvolga la squadra nazionale di una determinata disciplina

sportiva in una competizione internazionale di rilievo.

4. Che l’evento sia stato per tradizione trasmesso su canali televisivi in chiaro e

abbia raccolto un ampio pubblico di telespettatori in Italia.

L’elenco si conclude con alcuni eventi per i quali è vietata la trasmissione in criptato o in esclusiva

per permettere ad almeno l’80% del pubblico italiano di assistere a tali eventi in chiaro e senza

alcun costo supplementare→ 1)olimpiadi invernali ed estive, 2)finali campionati mondo e europeo

di calcio, tutte le partite della nazionale italiana di calcio nei campionati del mondo ed europeo,

3)giro d’Italia, 4)Formula1, 5)Festival della musica italiana di Sanremo; dal 2012 anche 6)moto GP,

7)semifinali/finali/mondiali di basket, pallanuoto, pallavolo, rugby alle quali partecipi la nazionale

italiana, 8)finale e semifinale Internazionali di tennis con atleti italiani in gara.

Le decisioni + importanti degli organi di controllo della concorrenza, concernono il mercato dei

diritti televisivi del calcio professionistico che, dal punto di vista del marketing, è un settore ad alta

specificità, giacché il grado di sostituibilità dell’evento calcistico con altri eventi di differenti

discipline sportive è molto basso. L’ambito del calcio, attira un target di spettatori molto ricercato

dagli inserzionisti pubblicitari, questo ha indotto l’Antitrust all’identificazione del mercato dei diritti

televisivi del calcio professionistico con la nozione di mercato rilevante ai fini dell’applicazione della

normativa antitrust.

La UEFA è stata oggetto di attenzione da parte della Commissione nel 1999, perché vendeva i

diritti televisivi della Champions League in unico pacchetto ad una sola emittente x Stato x una 47

durata di 4 anni e tale sistema contrastava con la normativa antitrust; in seguito alle obiezioni, la

UEFA ha + volte modificato il sistema di vendita dei diritti della Champions League prevedendo

che sia consentito alle singole società di calcio partecipanti, di vendere i diritti in diretta ad emittenti

in chiaro.

L’Antitrust si è pronunciata contraria anche agli accordi tra emittenti televisive dirette a coprire

l’intero mercato dei diritti televisivi; ha espresso parere negativo nei riguardi dell’accordo tra

Telepiù e Stream, il quale era diretto a ripartire tra le 2 l’intero mercato della pay-tv italiano,

ritenendo che ciò fosse un abuso di posizione dominante; la vicenda si è conclusa con la fusione

delle 2 in una sola piattaforma > SKY ITALIA, alla condizione che sia consentito l’accesso alla

piattaforma da parte di eventuali concorrenti operanti via satellite; in secondo luogo essa deve

offrire a tutti il servizio a condizioni eque e ragionevoli.

CAPITOLO 5: RESP. CIVILE NELL’ESERCIZIO DI ATTIVITÀ

SPORTIVE

1. NATURA GIURIDICA E PORTATA DELLA RESPONSABILITÀ CIVILE SPORTIVA

La responsabilità civile sportiva si riferisce alle ipotesi in cui una fattispecie dannosa, ascrivibile all’

art. 2043, si verifichi nell’esercizio di uno sport. La natura della responsabilità civile sportiva x

lesioni all’integrità fisica è oggetto di dibattito della dottrina e della giurisprudenza; ci si chiede se ci

troviamo dinnanzi ad una fattispecie di responsabilità che si conforma ai principi propri dello sport,

o dell’ordinaria fattispecie di responsabilità per fatto illecito.

Nella costruzione del giudizio sull’illecito, la giurisprudenza ritiene sufficiente accertare la sola

osservanza delle norme tecniche, mentre l’altra risale ad una + estesa valutazione che concerne

non solo il menzionato accertamento, ma anche la verifica del rispetto del principio del “neminem

laedere”.

Ogni singola regola federale, è portatrice di una specifica ratio che la individua; la dottrina (sotto un

profilo generale) ha distinto le regole tecniche in:

a) regole tecniche di gioco e di gara, che disciplinano lo svolgimento della competizione +

specificatamente alla corretta esecuzione e la leale condotta del gioco;

b) regole di organizzazione che regolano il rapporto associativo tra soggetti dell’ord.sportivo

nonché delle istituzioni e degli organi.

In una prima accezione l’espressione “norme tecniche” abbraccia un campo molto + ampio di

quello strettamente sportivo, si allude a regole e metodi che è necessario conoscere ed osservare

x conseguire il risultato utile; si tratta di comportamenti né vietati e né imposti dall’ordinamento

sportivo, ma che chi vuole addestrarsi nella pratica sportiva ha interesse ad osservare ed a

perfezionare costantemente.

In una diversa accezione si parla di norme tecniche di riferimento a tutte quelle regole che

svolgono la funzione di garantire la parità di trattamento tra coloro che partecipano ad una

competizione sportiva e di assicurare la comparabilità tra i risultati ottenuti dai singoli gareggianti.

In quest’ultima accezione, l’accento si sposta sulla necessità di valutare le norme in relazione al

ruolo di sicurezza e di salvaguardia dell’incolumità fisica concretamente svolto (safety rules). E’ poi

agevole richiamare regole tecniche dettate proprio al fine di prevenire dati eventi dannosi che

potrebbero colpire non solo i gareggianti ma anche il pubblico o altri soggetti che si trovano

all’interno del recinto dello stadio.

Se siamo di fronte ad una regola tecnica federale che contiene un’espressa disciplina, la quale è

funzionale alla salvaguardia dell’incolumità fisica contro determinati tipi di rischi già preselezionati,

e nonostante il rispetto di questa viene comunque cagionato un danno, a questo punto è

difficoltoso trovare margini per la ricostruzione di un giudizio positivo di colpa nei confronti 48

dell’autore della condotta pregiudizievole.

In questo punto va verificato se la regola tecnica miri a tutelare e salvaguardare l’incolumità fisica

contro dati eventi dannosi e se essa sia conforme al concetto di prudenza e diligenza fatto proprio

dalla stessa Federazione; oppure se la singola regola non svolga una tale funzione o addirittura

manchi di una specifica disposizione di natura tecnica.

Nel 1°caso l‘indagine del giudice sarà sull’analisi della norma tecnica tenendo presente che, non

sussisterà illecito se le finalità di tutela dell’integrità fisica perseguite dalla stessa regola siano state

comunque raggiunte(ciò che interessa è il rispetto sostanziale non formale). Nel 2°caso invece,

quindi ove manchi una regola oppure la singola regola non svolga finalità di tutela, il giudizio

tendente ad accertare l’illecito non dovrà utilizzare criteri interpretativi esterni all’ord.sportivo ma,

dovrà giovarsi del corpo normativo federale e del principio di LEALTÀ.

Dottrina e giurisprudenza hanno espressamente evidenziato che l’azione scorretta non è

consentita quando sia avulsa dalle esigenze di gara, ma è consentita quando sia funzionale alle

finalità agonistiche o alle dinamiche di gioco. In altri termini la condotta sleale non può essere

configurata come illecito se si tratta di modesta ed usuale infrazione delle regole federali. Essa,

per essere configurata illecito, deve rivestire tutti i caratteri di un vero e proprio attentato allo spirito

dello sport.

da un lato la giurisprudenza statale ha affermato che: la responsabilità nello sport si configura

quando vengono superati i limiti della lealtà; dall’altro la giurisprudenza federale: ordina x gradi le

azioni sleali, applicando conseguentemente le corrispondenti sanzioni.

2. ACCETTAZIONE DEL RISCHIO E PRINCIPIO DI LEALTA’ SPORTIVA

Si parla di sospensione delle regole normali di responsabilità di fonte codicistica. La fattispecie

viene identificata in una causa di giustificazione denominata scriminante sportiva ricondotta da

alcuni autori, alla materia penale e cioè al consenso dell’offeso e all’esercizio di un diritto.

L’art.50 c.p. dispone che “non è punibile chi lede o pone in pericolo un diritto col consenso della

persona che può validamente disporne”. L’art.51 c.p. dispone che “l’esercizio di un diritto o

l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica

autorità esclude la punibilità”. Il richiamo a queste norme è fondato sul rilievo dell’ordinamento

sportivo; quindi la pratica di un’attività sportiva ricompresa tra quelle riferibili ad una Federazione

riconosciuta, sarebbe da considerarsi lecita anche se produttiva di danni.

Il tema della resp.civile in materia sportiva va affrontato ribaltando il piano di osservazione dalla

posizione del danneggiante a quella del danneggiato, prendendo in considerazione il principio

dell’accettazione del rischio. Le attività sportive non sono mai di per sé illecite, ancorché dannose,

ma lo diventano quando fuoriescono dai parametri della lealtà e dell’ordinamento sportivo,

cessando appunto di essere “sportive” e configurandosi quali comuni attività umane.

L’accettazione del rischio, va tradotta nell’accettazione dell’attività sportiva e questa implica che il

gareggiante fa propri, accettandoli, non solo i vantaggi, ma anche i rischi, che la medesima attività

comporta.

La giurisprudenza anche configura la responsabilità nello sport sole ove si oltrepassino i limiti della

LEALTÀ SPORTIVA si identifica in quella condotta che caratterizza la pratica sportiva come

autodisciplina di fronte alle provocazioni, nonché come sano dovere agonistico che ogni autentico

sportivo rispetta. Il principio di lealtà sportiva andrebbe anche oltre il rispetto delle regole tecniche,

da tempo infatti si afferma che sarebbero consentiti “comportamenti agonistici anche rudi, ma non

violazioni del dovere di lealtà che i risolvano nel disprezzo altrui”. Il tutto conferma che, in presenza

di una condotta sleale di grave danno provocato, esso andrà valutato alla stregua di un normale

illecito civile ai sensi dell’Art.2043 c.c. Ogni comportamento tenuto nell’esercizio dello sport deve

quindi essere valutato secondo il principio di lealtà sportiva che, colora e riempie il significato del

2043. Il trattamento delineato finora, è applicabile anche a quei soggetti estranei al mondo dello

sport ove pongano in essere una data attività sportiva facendo propri i canoni ed i principi federali.

49

La differenza tra la responsabilità che fa capo al soggetto strutturato, e la responsabilità che fa

capo al soggetto non strutturato risiede nel fatto che: quest’ultimo, decide di rispettare il principio di

lealtà nonostante l’insussistenza di specifici vincoli; di conseguenza, se non lo rispetta, non è mai

entrato nel mondo dello sport. Al contrario, il soggetto che fa parte dell’ord.sportivo, se non lo

rispetta si pone al di fuori del mondo dello sport stesso.

3. LE RESPONSABILITA’ DELL’ORGANIZZATORE SPORTIVO

L’organizzatore sportivo può essere chiamato a rispondere dei danni prodotti a soggetti che sono

coinvolti nell’evento sportivo quali ad esempio atleti e spettatori.

ORGANIZZATORE SPORTIVO ! si riferisce non solo ai soggetti inseriti nel sistema sportivo

istituzionalizzato (enti, Federazioni), ma anche a coloro che di fatto organizzano un evento sportivo

pur non facendo parte del sistema; in quest’ultimo caso è necessario verificare se tali soggetti

siano ugualmente vincolati all’osservanza delle regole federali ed accertare in tal caso, quali sono i

riflessi che mancata osservanza di dette regole.

La disciplina della responsabilità civile dell’organizzatore di fatto, al pari di quella del gareggiante di

fatto, non si ricollega al concetto del 2043 ma bensì si inserisce nell’ampio fenomeno

dell’autonomia privata, alla luce del consenso a praticare quella data attività sportiva e quindi ad

osservarne le regole.

La responsabilità dell’organizzatore sportivo, anche di fatto, va valutata in maniera strettamente

connessa alla pericolosità dell’attività organizzata. Si potrebbe essere indotti a ritenere che l’attività

ddi organizzazione, sia un’attività neutra e che non possa sorgere pericolosità; la dottrina ha

sottolineato che “l’eventuale situazione di pericolo sorge però solo quando si passi dalla fase di

predisposizione a quella di attuazione, ossia con l’intervento dei partecipanti”, così che il semplice

apprestare una struttura sportiva, non comporta pericolo quando manca chi ne usufruisce.; solo in

via eccezionale la preparazione dell’evento sportivo pò considerarsi di x se un pericolo. Anche la

giurisprudenza ha affermato che l’attività di organizzazione di una corsa o di una regata velica non

può essere ritenuta pericolosa, giacché di regola contenuta nell’Art. 2050 c.c., si riferisce solo al

“danno cagionato dall’esercizio” di attività pericolosa. Arrivati a questo punto quindi non sarebbe

agevole definire pericolose tutte quelle attività e comportamenti posti in essere da coloro che

organizzano una manifestazione sportiva.

Il Codice civile nel disciplinare la resp.civile extracontrattuale x attività pericolose, fa riferimento

non solo al singolo atto di amministrazione, gestione o organizzazione, ma bensì ad un’ampia

nozione di attività che si riferisce allo svolgimento di un pluralità di atti collegati tra loro; la

conseguenza è che non solo in capo allo stesso organizzatore può essere può essere attuata, ma

anche in capo a coloro i quali agiscono x conto dell’organizzatore.

L’organizzatore di manifestazioni sportive assume una pregnanza giuridica quale soggetto idoneo

a porre in essere l’insieme delle condizioni indispensabili x il concreto svolgimento di attività

sportive contrassegnate dalla pericolosità; quindi sostiene che l’applicabilità della norma che

disciplina la resp.extracontrattuale x l’esercizio di attività pericolose è pienamente applicabile

anche nei confronti dell’organizzatore di. spettacoli sportivi. I soggetti danneggiati potranno

giovarsi dell’art. 2050 (attività pericolosa) per chiedere il risarcimento a colui che ha il potere di

modellare a suo piacimento gli aspetti della manifestazione sportiva. Ma la responsabilità civile

dell’organizzatore può discendere anche dall’art. 2049 (responsabilità fra padroni e

committenti) per i danni arrecati dal fatto illecito dei loro domestici/commessi nell’esercizio delle

incombenze a cui sono adibiti.

A tal proposito parte della dottrina nega l’operatività della norma in questione perché il gareggiante

non sarebbe vincolato all’organizzatore da un rapporto di subordinazione, ma praticherebbe

l’attività in modo indipendente, difetterebbe inoltre anche il potere di vigilanza da parte

dell’organizzatore sul gareggiante perché tale potere durante la manifestazione spetterebbe

all’arbitro; altra parte della dottrina invece sostiene che l’illecito del gareggiante durante una 50


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giulyfr

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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giulyfr di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto sportivo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Di Majo Alessandro.

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