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Riassunto esame di diritto romano del cibo, docente Fargnoli, libro consigliato "I piaceri della tavola di Roma antica. Tra alimentazione e diritto"

Riassunto per l'esame di diritto romano basato sullo studio autonomo del manuale consigliato dal docente "I piaceri della tavola di Roma antica. Tra alimentazione e diritto", dell'università degli Studi di Milano - Unimi. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Diritto romano del cibo docente Prof. I. Fargnoli

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Diritto Romano

Gloria Lorini

La carne di bovino era un alimento molto raro in quanto i buoi erano animali da lavoro e quindi

molto importanti per l’economia agricola. Facevano infatti parte delle res màncipi come le

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mucche che producevano il latte.

La carne più diffusa era quella di maiale o di volatili tra i quali il fagiano di allevamento (più

costoso del selvatico), l’oca, la tortora, i piccioni, le quaglie…

La lepre era più costosa del coniglio: si credeva che chi la mangiava si mantenesse bello per 9

giorni .

La carne di pavone era molto pregiata e aveva un costo elevatissimo.

Anche la carne di cinghiale era molto diffusa; quella di cervo e di capriolo era considerata

carne di lusso. Conosciuta e consumata era anche la carne di agnello e capretto.

Viene menzionato anche il burro, molto costoso e apprezzato per le sue proprietà come

unguento.

Le lumache venivano consumate fritte nell’olio o arrostite.

Anche i ghiri erano ritenuti un cibo prelibato.

5. Pesci: era estremamente caro, chi poteva permetterselo lo allevava in villa in vasche esterne.

Per la conservazione veniva messo sotto sale o affumicato.

Significativa è la testimonianza di Giovenale, autore di satire tra il I e il II secolo a.C., che

racconta di un certo Crispino. Crispino avrebbe comprato una triglia pagandola 6000 sesterzi

(triglia di quasi 2,5kg). Questi era un prodigo, interdetto dai suoi parenti.

Le orate furono i primi pesci ad essere allevati in cattività e presero il nome dal primo che lo

fece, Sergio Orata. Il termine murena deriverebbe da colui il quale per primo le allevò, Licinio

Murena.

Il cefalo era giudicato disgustoso.

Le ostriche erano una prelibatezza e il loro costo era molto elevato. Le più grandi erano anche

quelle più ambite perché si riteneva che avessero proprietà terapeutiche per risvegliare lo

stomaco per il disgusto per l’eccesso di cibo. Spettacolo per gli occhi erano le ostiche

sistemate su un piatto su un letto di neve: secondo Plinio si sarebbe unito in questo modo

metaforicamente la profondità del mare alla cima delle montagne.

I ricci erano estremamente ricercati.

6. Alia (categoria residuale): in questa categoria l’imperatore fa rientrare verdure, uova, frutta e

formaggi.

- Molteplici varietà di verdure erano conosciute: carciofi, cicoria, malva, porri, bietole,

ravanelli, rape, capperi, zucche e carote. La lattina era ricca di acqua e si riteneva che deva

refrigerio ai cibi piccanti.

Il cavolo era molto importante per le sue proprietà salutari.

La cipolla era utilizzata in cucina mentre l’aglio era diffuso tra le classi più povere ma temuto

per gli effetti che aveva sull’alito.

- Le uova comparivano di frequente sulle tavole dei Romani, sia dei ricchi che dei poveri. Il

prezzo non doveva quindi essere molto alto.

- La frutta era sempre presente in abbondanza: meloni, cocomeri, ciliegie, albicocche,

pesche, pere, mele, prugne, melograni, limoni, more… Il prezzo della frutta non era molto

elevato. Erano inoltre conosciuti l’uva e i fichi che venivano consumati anche al posto del

pane. Se consumati secchi si riteneva che avessero proprietà terapeutiche per la cura del

mal di gola.

Era diffusa anche altra frutta secca come i datteri, uva passa, castagne, noci, mandorle,

pinoli, pistacchi…

Le res màncipi erano le cose di maggior importanza economico-sociale a Roma. Erano la terra, gli schiavi, gli animali da tiro e da

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soma e le servitù prediali rustiche. Attraverso l’istituto della mancipatio si trasferiva la proprietà delle res màncipi. 4

Diritto Romano

Gloria Lorini

- Il formaggio poteva essere molle o secco ed era molto diffuso per la conservazione del

latte.

Celebre è il caso, tramandatoci dal Digesto, della Taverna Casiaria, da cui venivano fumi

molesti per il vicino. I fumi erano utilizzati per colorire e seccare il formaggio ed erano

spesso prodotti bruciando canne o legni verdi. Aristone che era stato consultato da un uti

certo Cerellio, avrebbe risposto che questi avrebbe potuto procedere con l’interdictum

possidetis e soprattutto avrebbe potuto esperire l’azione negatoria per negare sul suo fondo

il gravame di una servitù avente ad oggetto il diritto a procedere a tali immissioni.

I Romani gradivano molto anche il formaggio fresco. Alcuni affreschi ritrovati raffigurano

anche la ricotta. Diffusa era anche la crema di latte inacidito.

Il formaggio era preparato e consumato sopratutto sulle tavole senza pretese ma non era

disdegnato neanche dalla tavole dei ricchi.

Cap. II: Nutrimento e diritto

Il diritto al cibo ha trovato pieno riconoscimento fin dall’adozione della Dichiarazione Universale

dei Diritto Umani nel 1948. Nel nostro ordinamento questo diritto viene fatto rientrare nel diritto

alla salute tutelato anche a livello costituzionale dall’art. 32.

I Romani non conoscevano tale diritto, tuttavia il problema della fame era una preoccupazione

anche degli organi repubblicani e degli imperatori. Numerosi furono gli interventi che si

susseguirono come la previsione dell’annona. Vennero anche introdotte alcune forme di istituzioni

alimentari nonché obbligazioni alimentari previste per via successoria o ex lege.

annona

Il termine indica l’insieme dei prodotti agricoli essenziali raccolti nell’altro dell’anno,

acquistati e depositati nei magazzini pubblici. Ben presto questo termine fu utilizzato per indicare

la distribuzione di queste provviste ai cittadini meno abbienti ai fini del mantenimento dell’ordine

pubblico e ai soldati nel corso di una campagna.

Dall’età repubblicana furono previsti interventi volti a garantire il minimo necessario alle classi

inferiori (sostanzialmente frumento o farina di frumento). Il frumento sotto forma di pane o affini

era infatti la base dell’alimentazione dei Romani.

Prima dell’età dei Gracchi le distribuzioni di frumento a basso prezzo avevano a Roma carattere

del tutto straordinario. La regolarità delle frumentationes venne introdotta quando il tribuno della

lex Sempronia frumentaria

plebe Gaio Gracco propose la nel 123 a.C.. Ci si assumeva l’onere di

acquistare il frumento, curarne il trasporto e venderlo mensilmente a ogni cittadino romano ad un

prezzo fisso. lex Octavia frumentaria

Su una legge successiva, la non si sa molto: si presume che abbia avuto

una funzione limitativa rispetto al provvedimento precedente, intervenendo diminuendo l’unità

della razione, diminuendo il numero degli ammessi o aumentando il prezzo.

lex Apuleia,

La provvedimento successivo, intervenne in senso opposto.

Le frumentationes continuarono regolarmente fino a metà del I sec. a.C., quando nel 58 fu

lex Clodia frumentaria

promulgata la che stabiliva che il frumento doveva essere distribuito ai

meno abbienti a titolo gratuito. Si sostiene che questo provvedimento abbia avuto ripercussioni

negative sull’economia romana.

Nel corso del tempo vennero stipulate delle liste per indicare chi potesse usufruire delle

frumentationes.

Con il Principato, Augusto assunse in prima persona la cura annonae in qualità di curator

annonae nel 22 a.C. Successivamente, nel 8 d.C., affidò la supervisione dei rifornimenti alimentari

e degli elenchi degli aventi diritto ad un praefectus annonae, cioè un suo uomo di fiducia. Si

trattava di una delle posizione più importanti nel governo della città di Roma.

Al tempo di Augusto 1/3 dei cittadini di Roma apparteneva alla parte più povera della popolazione

che doveva essere sfamata per mano pubblica. 5

Diritto Romano

Gloria Lorini

In ogni caso le condizioni per accedere alle frumentazioni erano:

Cittadinanza

• Residenza a Roma

• Sesso maschile

• Maggior età

Dalla seconda metà del I sec. a.C. i nomi degli aventi diritto erano contenuti in appositi registri.

Di età augustea era anche la previsione di un crimine al fine di punire lo sfruttamento illecito

dell’approvvigionamento annonario.

lex Iulia de annona

La dettava regole in materia di crimini annonari e perseguiva ogni forma di

ex lege

speculazione sul prezzo delle provviste alimentari. A seguito dell’esperimento dell’azione

Iulia de annona si instaurava un giudizio pubblico extra ordinem. La facoltà di accusare veniva

eccezionalmente conferita anche alle donne e ai servi. In caso di condanna la pena era pecuniaria

e fissata a 20 aurei.

Dopo Augusto e fino ad Aureliano gli imperatori continuarono a prevedere le distribuzioni gratuite

mantenendo la vendita a prezzo ridotto per gli starti più poveri della popolazione. A partire da

Aureliano si cominciò a distribuire non più frumento ma direttamente pane.

Oltre al ruolo sempre maggiore dell’annona, in età imperiale cominciarono a prendere piede atti di

liberalità di privati a favore dei meno abbienti in particolare per un ampio numero di fanciulli e

fondazioni alimentari.

fanciulle di famiglie indigenti. Questi atti di privati erano noti come

Vengono denominati fondazioni perché prevedevano la devoluzione di un patrimonio per

corresponsioni periodiche ai beneficiari.

Ad imitazione delle fondazioni alimentari intervengono direttamente in un secondo momento gli

istituzioni

imperatori che misero in atto un programma di sovvenzioni destinate all’infanzia, le c.d.

alimentari. Si trattava non più di un’iniziativa privata ma pubblica. Il primo imperatore fu Nerva

ma di Traiano possediamo la testimonianza più significativa.

Nella tabula di Veleia, la più grande iscrizione in bronzo per dimensione dell’epoca romana,

troviamo la testimonianza: veniva prevista l’istituzione di un programma socio-economico

assistenziale per mantenere fanciulli e fanciulle povere.

Si trattava di un prestito ipotecario in denaro a fondo perduto concesso direttamente dal

patrimonio personale dell’imperatore e offerto ai proprietari terrieri della zona. Gli interessi

maturati su queste somme sarebbero stati devoluti alle famiglie più bisognose per il

sostentamento dei propri figli.

Questa operazione finanziaria aveva lo scopo sia di incrementare le attività agricole favorendo gli

investimenti dei proprietari, sia di sostenere le famiglie povere.

Nell’ambito del diritto privato era previsto l’obbligo di prevedere alimenti ai propri familiari.

Le fonti attestano che l’accezione di victus era da intendersi come il necessario per vivere fino a

ricomprendere non solo mangiare e bere ma anche mezzi per la cura del corpo (quindi anche

vestiti). Tuttavia non è chiaro se in alcuni casi oggetto dell’obbligo alimentare fossero gli alimenta

e in altri il victus.

A prescindere da questa distinzione le obbligazioni alimentari previste per via testamentaria solo

ampiamente previste nelle fonti. Non si trattava di un’imposizione autoritativa ma era un atto

volontario del testatore.

Nel digesto ampia è la casistica che attesta le problematiche in quanto la corresponsione di

alimenti a figli, congiunti o liberti diventavano oggetto di disposizioni a titolo particolare i cui

vincoli venivano imposti all’erede che rimaneva obbligato nel tempo a corrispondere gli alimenti ai

soggetti determinati dal testatore.

Significativa è l’interpretazione di queste cause testamentarie: nel caso di dubbio si decideva

nell’interesse del beneficiario.

Gli alimenta furono ad un certo punto previsti anche in via autoritativa. Vigeva per la prima volta

l’obbligo di prestare, in caso di bisogno, alimenti in natura o quanto necessario alla sussistenza. 6

Diritto Romano

Gloria Lorini legis actio per

L’unico obbligo attestato in età arcaica sembra essere quello della procedura della

manus interdictionem: in seguito ad un provvedimento magistratuale, il creditore era autorizzato a

condurre il debitore inadempiente, che non avete trovato nessun garante, nelle proprie prigioni

nella condizione di addictus. Il periodo di prigionia di al massimo 60 giorni aveva la funzione di

consentire la vendita al mercato del debitore, affinché il credito potesse soddisfarsi sul ricavato.

Per tutta la durata della prigionia gravava sul creditore l’obbligo di fornire al debitore una quantità

minima di cibo, come previsto dalla legge delle XII Tavole. Il dettato fissava la quantità minima da

conferire e cioè una libbra di farro al giorno, si presume sotto forma di focaccia di immediata

consumazione.

Rimaneva comunque aperta per parenti e amici la possibilità di procurare al debitore una quantità

maggiore di viveri.

Al di fuori di questa procedura esecutiva arcaica, per tutto il periodo arcaico e repubblicano

rimase salda la struttura originaria della famiglia: il pater era l’unico soggetto di diritti patrimoniali

senza alcun obbligo nei confronti degli altri componenti della famiglia sottoposti alla sua patria

potestas. Esisteva solo il dovere morale del padre nei confronti dei figli e un dovere di assistenza

dei figli nei confronti del padre.

Solo con il Principato si delinearono interventi volti a giuridicizzare questo dovere a favore di chi

fosse in situazioni di disagio economico e sociale.

Solo gli imperatori in età antonina previdero veri e propri obblighi alimentari tra appartenenti alla

stessa famiglia.

Un primo provvedimento del 161 stabiliva che il figlio era obbligato a prestare alimenti al padre.

Nel 162 Marco Aurelio e Lucio Vero imposero che il padre dovesse prestare gli alimenti ai figli in

base alle sue possibilità economiche. Tale obbligo era da ritenersi sussistente anche nei confronti

dei figli naturali.

La tutela della pretesa rientrava nella nuova forma di processo, la cognitio extra ordinem.

L’istituzionalizzazione dell’obbligo di prestare gli alimenti ai congiunti in difficoltà si ebbe solo con

Giustiniano purché sussistessero due presupposti: la capacità patrimoniale dell’alimentante e lo

stato di bisogno dell’alimentando.

Cap. III: “Alimentazione sana” e diritto

Alla tutela del diritto ad un’alimentazione sana ha contribuito la legislazione comunitaria più

recente, in particolare il regolamento comunitario 178/2002 che ha la finalità di garantire un livello

elevato di tutela della salute umana e degli interessi dei consumatori. Il regolamento prevede

regole di prevenzione e obbliga gli stati membri a dotarsi di sanzioni effettive per tutelare gli

interessi dei consumatori. Oggi il diritto ad un’alimentazione sana è riconosciuto come diritto

sociale. Costituisce un diritto per il cui godimento non è sufficiente l’astensione dei terzi ma è

necessaria la cooperazione dello stato o di un organismo comunitario.

I Romani non conoscevano un diritto all’alimentazione di qualità ma è evidente come già all’epoca

nessuno volesse acquistare cibo adulterato o essere indotto in errore sullo stato di conservazione

dello stesso.

In un’epoca in qui erano sconosciute i moderni mezzi di refrigerazione, i Romani conoscevano

varie tecniche di conservazione: il sale era molto diffuso ma anche molto costoso per il lungo

procedimento necessario alla sua lavorazione.

Sopratutto nelle zone fredde, d’inverno, si sfruttava la neve. Si trattava di un bene di pregio

utilizzato anche per presentare piatti o per raffreddare e allungare il vino. Era un bene molto

costoso non solo perché non era facile procurarselo ma anche perché doveva essere portato

all’ultimo momento per evitare che si sciogliesse.

Un metodo alternativo di conservazione era la salamoia che veniva utilizzata non solo per

conservare verdure e pesci ma anche per la frutta.

Altro metodo per conservare la carne era la bollitura: la carta cosi cucinata durava per più di una

settimana. 7

Diritto Romano

Gloria Lorini

Cibo frequente per i soldati in viaggio era il pan biscotto che per fare in modo che si conservasse

più a lungo veniva fatto cuocere due volte rimandando cosi commestibile per mesi.

Problemi creava la conservazione del vino che per le sue particolari caratteristiche necessitava di

un luogo protetto e dotato di determinate condizione climatiche. Spesso veniva conservato in tini

ma vi erano altre contenitori possibili come anfore e coppe.

La responsabilità per i vizi del cibo acquistato: nonostante mancasse completamente una tutela

specifica per i prodotti alimentari, l’ordinamento giuridico interveniva nel caso di compravendita di

prodotti viziati. Si trattava di una regolamentazione generica per tutte le res che equivale

all’attuale responsabilità del venditore per i vizi della cosa venduta.

Gli edili curuli, competenti per le compravendite concluse in pubblici mercati, idearono due rimedi

perché il compratore potesse reagire all’acquisto della cosa viziata:

redhibitoria:

1. L’actio era da esperirsi entro 6 mesi, il compratore restituiva la cosa viziata e

otteneva la restituzione del prezzo pagato. (Come se il contratto non fosse stato concluso).

aestimatoria:

2. L’actio il compratore conservava la cosa acquistata e otteneva un rimborso del

prezzo pagato proporzionalmente alla diminuzione del suo valore a causa del vizio.

I magistrati nell’introdurre questi due rimedi aveva distinto tre presupposto necessario

all’esperimento degli stessi:

- Che il venditore non avesse fatto la dichiarazione dei vizi

- Che il venditore avesse dichiarato qualità inesistenti

- Che avesse dolosamente taciuto tali vici al compratore

La responsabilità edilizia del venditore sorgeva anche qualora avesse ignorato in buona fede il

vizio della cosa venduta.

Questi rimedi erano però esperibili solo in caso di compravendite sui mercati e quindi solo nel

caso in cui oggetto della compravendita fossero schiavi o bestiame.

Con il tempo si avvertì l’esigenza di ampliare l’ambito applicativo ammettendo l’esperibilità

empti

dell’actio in alternativa alle due precedenti. L’actio empti era l’azione civile di buona fede a

tutela del compratore che divenne esperibile in caso di vizio di qualsiasi oggetto. —> azione che

poteva essere utilizzata anche in caso di acquisto di prodotti alimentari purché il venditore avesse

tenuto un comportamento contrario alla buona fede.

Gaio descrive una caso di vendita di dolia contenenti vino. Il vino poteva alterarsi prima che tali

recipienti venissero consegnati al compratore. Se il venditore avesse in precedenza fatto una

dichiarazione sulla bontà del vino il compratore poteva esperire l’actio empti. Solo se il venditore

non avesse detto nulla sulla bontà del vino sarebbe venuta meno la possibilità di esperire l’actio

empti con la conseguenza che sarebbe stato il compratore a doversi far carico del deperimento

del vino. A questa soluzione il giurista introduce un temperamento: anche in mancanza di

dichiarazione, se il venditore sapeva che la bontà del vino non sarebbe durata fino al momento

della consegna era tenuto con l’actio empti nei confronti del compratore per non averlo avvertito.

pactum degustationis:

Si diffuse allora la prassi di concludere, in sede di contrattazione, il al

compratore spettava l’assaggio per verificare lo stato di conservazione del vino. Se non veniva

previsto esplicitamente un termine per l’assaggio, questo poteva essere compiuto fino al

momento della consegna della merce.

Il foro che compariva nella parte inferiore delle anfore o degli altri contenitori serviva per facilitare

l’operazione della degustatio.

Una volta compiuto l’assaggio o trascorso il termine utile per effettuarlo, il pericolo

dell’inacetimento del vino veniva imputato allo stesso acquirente.

Se invece la degustatio non era prevista il rischio gravava sul compratore al momento della

conclusione del contratto.

La clausola della degustatio poteva essere prevista per qualsiasi tipo di vendita e se prevista il

contratto non poteva essere considerato concluso fino a quel momento. 8


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gloria2909 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto romano del cibo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Fargnoli Iole.

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