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Diritto romano

Fasi delle abitudini alimentari nella storia di Roma

Gloria Lorini

Prima fase: economia legata alla pastorizia

È possibile ricostruire tre fasi delle abitudini alimentari nella storia di Roma:

1. Nell’età più risalente l’economia era legata alla pastorizia; il cibo più diffuso era quello derivante da tale attività. Si portavano in tavola solo ingredienti reperibili nell’area italica.

Seconda fase: età repubblicana e principato

2. Età repubblicana (dal III sec. a.C.): si diffondono nuovi prodigi alimentari grazie all’espansione territoriale di Roma nel Mediterraneo in quanto uscì vincitrice dalle guerre puniche. Gli alimenti aumentarono esponenzialmente e si diffusero preparazioni ricercate e raffinate. Con il Principato (tra il I e il III sec. d.C.) la varietà di cibo aumentò ulteriormente.

Terza fase: età tardo-antica

3. Età tardo-antica: si ebbe una svolta in senso inverso. Secondo la tradizione l’imperatore Giuliano mangiava e beveva il minimo indispensabile e consumava in piedi come i soldati la polenta di farro (pasto tipico militare). Alla crisi economica che colpì l’impero, si aggiunse, come ulteriore causa di una progressiva moderatezza, la riflessione dei Padri della Chiesa —> il messaggio cristiano contribuì a ridurre gli eccessi ed a imporre regole di sobrietà. (Epoca che si conclude con la caduta dell’impero romano d’Occidente - 476 d.C.).

Cap. I - Affresco della molteplicità e della varietà di cibi

Editto dei prezzi di Diocleziano: aveva l’obiettivo di stabilire prezzi massimi di vendita. Tale provvedimento ha consegnato alla storia un elenco dei prodotti alimentari dell’epoca, una testimonianza.

Cap. II - Intersezione tra diritto e cibo

È possibile individuare due profili di intersezione tra diritto e cibo:

  • Diritto alla libertà alla fame; nel primo punto rientrano gli istituiti precursori di quello che oggi è il diritto di libertà dalla fame: l’ordinamento giuridico si fece carico del problema della fame.
  • Diritto ad un’alimentazione sana; nella seconda accezione rientrano le rigide regole di prevenzione e la previsione di una punizione per pratiche fraudolente o comunque in grado di indurre in errore il consumatore.

Cap. III - Intervento del senatoconsulto

Intervento del senatoconsulto che voleva controllare la celebrazione delle feste in onore di Bacco, notoriamente luogo di eccessi soprattutto nel consumo del vino. Leges cibarie: interventi legislativi volti a ridurre gli eccessi di consumo del cibo e del vino.

Cap. IV - Negozi giuridici

Negozi giuridici che presentano un’intersezione con il cibo.

Cap. I: I prodotti alimentari nell’editto Diocleziano dei prezzi

La testimonianza più completa su quali fossero i cibi conosciuti dai Romani ci arriva da un testo legislativo del III sec. d.C. Si tratta dell’editto Diocleziano dei prezzi. Fu un provvedimento dell’imperatore Diocleziano risalente al 301 d.C.

Si narra che Diocleziano uscisse travestito dal suo palazzo girando per il mercato per conoscere cosa succedeva e per raccogliere elementi utili per adottare i suoi provvedimenti imperiali. Prima di decidersi per il calmiere di prezzi avrebbe convocato un commerciante per ogni tipo di merce e per le merci che non erano trattate nel mercato di Spalato cercò esperti tra legionari che, avendo combattuto ovunque nell’impero, conoscevano le merci dei territori lontani. Raccolti tutti i prezzi per ogni categoria di merci in un elenco dettagliatissimo, promulgò il suo editto per far fronte all’inflazione.

Il calmiere prevedeva un prezzo massimo per i singoli prodotti, le attività lavorative e per i prodotti alimentari. Diocleziano non stabiliva un prezzo fisso ma un prezzo massimo così che in caso di eccesso di offerta il prezzo poteva essere abbassato. Questo vincolo voleva evitare le speculazioni, cioè che i commercianti si spostassero da una provincia all’altra alla ricerca di mercati sempre più carenti per vendere a prezzi più alti. La pena comminata a chi eludeva il tetto massimo era la morte. La gravità della pena inflitta tuttavia non distolse molti commercianti dalla pratica di vendere sottobanco le merci a costi più alti.

I prezzi massimi stabiliti infatti erano molto contenuti, in misura tale da mettere in difficoltà il commercio in rapporto ai prezzi di produzione. La conseguenza fu che la quantità di monete coniate aumentò producendo un aggravamento dell’inflazione.

Il provvedimento dell’imperatore fu aspramente criticato in particolare da Lattanzio che reputò Diocleziano responsabile non solo dell’inflazione ma anche dell’abbandono dei campi da parte dei contadini e l’aumento della carestia.

Il provvedimento di Diocleziano è di particolare interesse in quanto testimonianza dei cibi conosciuti e consumati all’epoca dai Romani. Di particolare interesse non solo le molteplici tipologie di vini e olio, ma anche la varietà di carni e pesci, oltre a cereali, legumi e verdure.

Solo pochi cibi erano sconosciuti, come ciò che arrivava dalle Americhe, in particolare caffè, patate, banane, pomodori, mais e cacao.

Nell’editto i cibi vengono raggruppati in 6 categorie:

  • Fruges: Diocleziano enumera innanzitutto i cereali che erano alla base della dieta tradizionale romana. Diffuso era il farro con la cui farina si preparava la polenta. Si conosceva inoltre il frumento, l’orzo, il miglio… Il ruolo centrale della produzione del frumento giustificò la nascita del culto di Cerere, raffigurata con le spighe di grano e chiome bionde come il frumento maturo. Secondo il mito greco, Demetra (dalla cui figura derivava quella romana di Cerere) era la madre di Persefone, rapita dal dio degli inferi. Lacerata dal dolore per l’assenza della figlia non avrebbe fatto germogliare il frumento. Zeus per consolarla le avrebbe concesso di vedere la figlia sei mesi l’anno, determinato così l’alternanza delle stagioni. Il pane era ritenuto il primo tra i cibi necessari. Esistevano diversi tipi di pane: il pane candidus, molto costoso e quindi riservato ai ricchi, il pane bianco e il pane nero. Per misurare la quantità di cereali nel calmiere si utilizzava il moggio italico che equivale a 8,754 litri. Il prezzo per unità per tutti i prodotti elencati nell’editto era espresso tramite il denairo. Il denairo non era più corrente all’epoca diocleziana in quanto questa moneta d’argento era stata convertita dallo stesso imperatore nell’ambito della sua riforma monetaria nell’argenteus. Compare quindi nell’editto come mero parametro di valore. Il riso era noto ma veniva importato dall’oriente come prodotto di lusso. Anche la pasta era già nota. I prezzi variavano a seconda che il prodotto fosse grezzo o raffinato o comunque lavorato. Tra i fruges compaiono anche i legumi, molto diffusi, le fave macinate e non, i piselli, i ceci, lupini e i fagioli che erano però diversi da quelli che conosciamo oggi. Al termine dell’elenco compaiono i semi vari come quelli di erba medica, i semi di lino, papavero, rafano, senape e cumino (molto pregiato). La quantità di senape e di lupini veniva misurata non con il moggio ma con il sestario equivalente a 0,545 litri.
  • Vini: vengono enumerati diversi vini misurati in sestarii. Più economico era il vino comune, diffuso tra tutte le classi sociali compresi gli schiavi che avevano diritto ad una razione giornaliera di vino. Viene menzionato anche il vino dolce cotto e il solo mosto cotto, l’assenzio, il vino condito con miele e pepe che era il più caro in quanto il pepe era un bene prezioso che veniva dall’oriente. Occorre citare la testimonianza di Plinio il Vecchio che nell’ambito della sua opera in trentasette libri sulle scienze naturali, nel 14esimo, fa delle considerazioni sul vino. Racconta di 91 diversi tipi di viti e di uva e di circa 200 di vino, tra cui 66 di vino artificiale ottenuti tramite la macerazione di prodotti vegetali nel mosto per scopi per lo più medicinali. La qualità e il prezzo dipendevano dall’invecchiamento. Di regola all’epoca si beveva vino molto forte che doveva pertanto essere “tagliato” per essere bevuto con miele, albume o allungato con acqua calda o fredda. Il miele aveva proprietà energetiche ed era riservato a particolari circostanze e ai ricchi banchetti. Plinio riteneva che questa prelibatezza andasse assaporata a stomaco pieno. Era diffusa la convinzione che la grande proprietà del vino fosse quella di mantenere sani e di consentire una lunga vita come attesta l’imperatrice Livia che regolarmente beveva vino. La testimonianza smentisce la credenza che fosse proibito alle donne bere vino. Questo divieto potrebbe risalire ad una legge regia di Romolo, lo ius osculi, che prevedeva la facoltà dell’uomo di baciare una propria congiunta per accertare se avesse consumato del vino. Chi lo avesse bevuto poteva essere legittimamente uccisa. Si narra di Egnazio Mecennio che con il consenso di Romolo aveva percosso a morte la moglie per aver bevuto del vino. Questa regola apparteneva probabilmente all’epoca arcaica, poi superata. Si era infatti convinti che il vino aumentasse la fertilità della donna. Tra le bevande era nota anche la birra, più economica rispetto al vino.
  • Olii: Diocleziano enumera olio, aceto, sale, salse e miele. L’olio era di oliva, essenziale per i pasti quotidiani. Secondo il mito greco, sarebbe stata Atena, colpendo la roccia con la sua lancia, ad aver fatto nascere il primo albero di ulivo. Poseidone ed Atena si sarebbero disputati la sovranità dell’Attica. La sfida consisteva nell’offrire un dono al popolo. Poseidone fece sorgere un potente e veloce cavallo, Atena il primo albero di ulivo per nutrire la popolazione. Zeus, in qualità di giudice, decide per la vittoria di Atena che divenne la dea della città di Atene. Presso i Romani, Minerva, la versione greca di Atena, era venerata come la protettrice dell’ulivo e dell’olio. Il prezzo era molto alto nell’editto e si differenziava a seconda che fosse di prima torchiatura, di seconda scelta o di olio comune. Le olive veniva gustate anche così e si conoscevano anche quelle nere. Era conosciuto anche l’olio di rafano. L’aceto era diffuso e poco costoso. Per alleviare la sete si beveva acqua ma anche acqua e aceto. Si riteneva che l’aceto avesse proprietà terapiche per esempio nel caso in cui si fosse mangiato in modo eccessivo. Veniva utilizzato anche per la conservazione dei cibi. I romani erano specialisti nelle salse importanti soprattutto per coprire il sapore del decadimento dei cibi, destinati a guastarsi in fretta. La salsa principale nella cucina romana era il garum. Si trattava di un condimento molto speziato, estratto dal pesce, in particolare dalla setacciatura ed essiccamento di pesci piccoli. Si aggiungevano erbe aromatiche e sale. Questa salsa era più o meno pregiata a seconda della qualità del pesce e a seconda se la salsa risultante fosse il fiore della filtrata o il rimasuglio. Si utilizzava per condire carni, pesci, tartufi, lumache.
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Scienze giuridiche IUS/18 Diritto romano e diritti dell'antichità

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gloria2909 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto romano del cibo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Fargnoli Iole.
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