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Riassunto Esame di Diritto Pubblico per lo Spettacolo e l'Arte, prof.ssa Marta Picchi, libro consigliato Istituzioni di diritto pubblico di P. Caretti e U. De Siervo Appunti scolastici Premium

Gli appunti sono stati presi durante le lezioni frontali del professore in maniera autonoma. Gli argomenti trattati sono:
- Costituzione
- fonti del diritto
- Unione Europea
- Corte Costituzionale
- Parlamento
- Governo
- Corte dei Conti
- Pubblica Amministrazione
- Regioni
- focus su disciplina dello spettacolo: storia, censura nel cinema e nel teatro, forme... Vedi di più

Esame di Diritto pubblico per lo spettacolo docente Prof. M. Picchi

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che hanno indotto il governo ad assumere determinate posizioni, devono essere anch’esse presentate per

iscritto ma il governo deve risponderne in assemblea.

Le inchieste parlamentari sono volte non solo ad acquisire elementi conoscitivi in ordine all’attività del governo,

ma anche all’accertamento di specifiche responsabilità di natura politica. Sono regolamentate dall’art 82:

“Ciascuna Camera può disporre inchieste su materie di pubblico interesse. A tale scopo nomina fra i propri

componenti una commissione formata in modo da rispecchiare la proporzione dei vari gruppi. La

commissione d’inchiesta procede alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni

dell’autorità giudiziaria”.

Poi troviamo una serie di strumenti che mirano ad una funzione di indirizzo del Parlamento nei confronti del

governo. La prima è la mozione, utilizzabile da min. 8 parlamentari, che provoca una discussione ed un voto

dell’assemblea di uno specifico problema, al suo interno si trova un invito al governo ad assumere un

determinato comportamento. Una volta approvata la mozione vincola politicamente l’operato del governo che, se

la ritiene in particolare contrasto con il suo indirizzo politico, può porvi la questione di fiducia.

Poi abbiamo la risoluzione, utilizzabile da un singolo parlamentare, con struttura e finalità analoghe a quelle

della mozione. Può essere presentata sia in assemblea che in commissione ma si prevede la possibilità della

rimessione in assemblea della risoluzione stessa qualora sia richiesta dal governo o da un certo numero della

commissione.

È assai frequente l’utilizzo dell’ordine del giorno come atto di indirizzo e non procedurale, infatti anche il singolo

parlamentare può richiedere che venga messo in votazione un ordine del giorno che in relazione ad una

proposta di legge può impegnare il governo ad interpretare determinati provvedimenti in sede applicativa,

mentre, in relazione ad una mozione, ne specifica alcuni aspetti particolate.

Infine troviamo la mozione di sfiducia con cui si pone fine al rapporto fiduciario tra il governo e la sua

maggioranza parlamentare, rappresentando quindi uno strumento sanzionatorio di un prolungato

comportamento del governo difforme rispetto agli impegni assunti in sede di relazione programmatica. Questa

deve essere presentata da 1/10 dei membri di una camera e non può essere messa in discussione prima di tre

giorni prima della sua presentazione, deve essere motivata e poi votata per appello nominale.

Il Governo

Il governo è l’organo di vertice degli apparati amministrativi dello Stato preposto alla loro guida e ha un ruolo

centrale nella formazione dell’indirizzo politico. Questo è sia comitato esecutivo che direttivo, sia per la presenza

nel governo, almeno di norma, dei più autorevoli esponenti della maggioranza parlamentare, sia perché la

fiducia parlamentare al governo avviene attraverso la approvazione del suo programma politico. Da qui la

definizione di Governo della Repubblica che evidenzia le funzioni non solo di amministrazione ma anche di

legislazione dello Stato centrale e di sviluppo di relazioni inter e sovranazionali.

Quando nasce una nuova legislatura o dopo una crisi, il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del

Consiglio dei Ministri e su suggerimento di quest’ultimo dei ministri. Il procedimento che porta all’individuazione

del Presidente del Consiglio è molto articolato.

La prima fase, detta preparatoria, non è descritta in Costituzione ma si è affermata in via di prassi. Il Presidente

della Repubblica inizia le consultazioni contattando esponenti politici di peso cercando di capire quale persona

potrebbe incontrare il favore dei più, quando la situazione è molto difficile, il Presidente della Repubblica può

chiedere di essere supportato da un’altra persona, dando un mandato esplorativo ad un’altra carica dello Stato,

come il Presidente della Camera. Al termine delle consultazioni il Presidente della Repubblica conferisce

l’incarico a formare il governo alla persona individuata.

La seconda fase, detta costitutiva, inizia con l’attribuzione a formare il governo alla persona individuata che

accetta l’incarico con riserva perché a sua volta questa persona dovrà intrattenere colloqui all’interno del

partito/coalizione di partiti per capire in che maniera è supportato e poi individuare la rosa di persone che lo

supporteranno in governo. Una volta fatti questi colloqui, questa persona sale al Quirinale, scioglie la riserva e

accetta l’incarico.

Nella terza fase, detta perfettiva, il Presidente incaricato indica al Presidente della Repubblica i nomi dei ministri

e il programma politico del nuovo governo, dopodiché si ha il giuramento del Presidente del Consiglio e dei

Ministri nelle mani del Presidente della Repubblica. Con il giuramento si ha la nascita del nuovo governo.

Nonostante la scelta dei Ministri sia un potere esclusivo del Presidente del Consiglio, ci sono stati dei casi in cui

il Presidente della Repubblica abbia influenzato e abbia fatto cambiare le scelte iniziali per i vari ministeri. 12

Nell’ultima fase, detta integrativa dell’efficacia, il Presidente del Consiglio in dieci giorni deve presentare il

programma politico del nuovo governo e i nuovi ministri dinanzi alle due camere, per poi avere la fiducia da

entrambe, espressa con voto palese per appello nominale, quindi i parlamentari vengono chiamati uno ad uno e

ciascuno deve espressamente dichiarare se dà o nega la fiducia. Questo per rendere evidente al copro

elettorale quali parlamentari e gruppi parlamentari sostengono il governo, dando quindi un senso di trasparenza.

Se la fiducia viene negata il governo è detto dimissionario. In questi dieci giorni il governo può sbrigare soltanto

gli affari correnti, cioè tutte quelle attività di ordinaria amministrazione, proprio perché ancora non ha ricevuto il

consenso da parte del Parlamento.

Un governo può venire meno con le dimissioni o la morte del Presidente del Consiglio oppure con la scadenza

della legislatura del Parlamento. Ci sono altre cause, ad esempio nel caso venga votata la mozione di sfiducia,

presentata con delle motivazioni da un decimo dei componenti di una delle due camere. La mozione motivata di

sfiducia non può essere messa in discussione prima di tre giorni, per dare tempo al Presidente del Consiglio di

spiegare le proprie ragioni sul comportamento del governo. Dopodiché la mozione viene votata per voto palese

con appello nominale e se la mozione raggiunge la maggioranza relativa, il governo sarà costretto a dimettersi,

viceversa il governo po' continuare a lavorare.

Diverso è il caso della crisi extraparlamentare, cioè quando il governo si accorge che alcuni partiti stanno

uscendo dalla coalizione che lo supporta oppure ci sono delle correnti interne al partito del Presidente del

Consiglio che non lo sorreggono più; in questo caso è il governo stesso a presentare le proprie dimissioni.

Quando ci sono le crisi extraparlamentari, alcuni Presidenti della Repubblica sono soliti rifiutare le dimissioni

costringendo il governo ad andare in Parlamento a richiedere la fiducia.

Nella prassi si è aggiunta un’altra casistica, infatti le dimissioni vengono presentate quando il governo ha

(“Il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del

apposto la questione di fiducia. L’art 94

Governo non importa obbligo di dimissioni.”), talvolta il governo ritiene che una proposta di legge sia

essenziale per il suo programma politico quindi presenta al Parlamento il disegno di legge apponendo la

questione di fiducia, quindi “minacciando” le dimissioni del governo se il disegno di legge non diventa legge. Di

solito viene apposta la questione di fiducia quando il governo è debole, con una maggioranza risicata o che si

basa su una grande coalizione di partiti, cercando quindi di richiamare all’ordine quei partiti che inizialmente

avevano detto di volerlo sostenere

Non vi è tra le cause di cessazione del governo invece il venir meno di uno dei Ministri, semplicemente quel

Ministro dovrà essere sostituito oppure si può avere un interim, cioè quel ministero viene affidato a un Ministro

che è già in carica oppure dallo stesso Presidente del Consiglio. Ci si è chiesti se il Parlamento possa votare la

sfiducia nei confronti di un singolo ministro, anche se non previsto in costituzione; nel concreto c’è stato il caso

Mancuso, ministro della giustizia del governo Dini: una delle camere votò la sfiducia, il ministro non si dimesse

citando proprio la Costituzione, così il Parlamento si appellò alla Corte Costituzionale che deliberò che

nonostante in Costituzione non sia contemplato la singola mozione di sfiducia, interpretando comunque la

Costituzione si capisce che l’interesse è che tutti gli organi costituzionali siano funzionanti e quindi il governo

deve rimanere in carica il più a lungo possibile  si può avere la mozione di sfiducia individuale per

salvaguardare la stabilità del governo in quanto compatibile con il senso generale della Costituzione.

• Presidente del Consiglio dei Ministri

Il Presidente ha tra le sue funzioni quella di dirigere la politica generale del governo e il compito di mantenere

il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale

l’unità d’indirizzo sempre del governo (art 95: “

del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e

coordinando l’attività dei ministri.”). In particolare, quest’ultima funzione viene svolta attraverso l’esercizio di

alcuni poteri come il potere di esternazione, il Presidente del Consiglio si relaziona con gli altri organi e

istituzioni; potere di rappresentanza, si presenta in Parlamento quando c’è da ottenere la fiducia o per spiegare i

comportamenti del governo quando viene presentata una mozione di sfiducia; potere di direzione di organi

collegiali, dirige l’organo collegiale, convocando le sedute e decidendo l’ordine del giorno; potere di promozione

e coordinamento dell’attività dei Ministri, accertandosi che le attività ministeriali siano coordinate e uniformi tra di

loro.

• Ministri

Sono gli organi di vertice dei vari settori amministrativi (sanità, lavoro, affari esteri, cultura…) e i ministri possono

essere un numero inferiore ai ministeri quando ci sono gli interim. I ministri sono distinguibili tra ministri con

portafoglio, sono stabiliti per legge e sono quelli che in bilancio hanno delle risorse da poter utilizzare come

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ministero; o senza portafoglio, quando non sono al vertice di un settore amministrativo, non hanno un apparato

al di sotto ma svolgono delle attività che gli sono state delegate dal Presidente del Consiglio e quindi possono

utilizzare soltanto quelle risorse che il Presidente dà loro (in bilancio non hanno una loro voce ma rientrano nella

voce “presidenza del consiglio”).

• Consiglio dei Ministri

Il Consiglio dei Ministri, organo collegiale, è presieduto dal Presidente del Consiglio e composto da tutti i Ministri

con e senza portafoglio. Determina la politica generale del governo; se sorgono eventuali conflitti tra i ministri è

al suo interno che vanno appianati; approva gli atti normativi del governo, quindi gli atti con forza di legge e i

regolamenti; e approva i disegni di legge che il governo intende presentare in Parlamento; determina le linee di

indirizzo di politica internazionale e comunitaria; delibera atti concernenti i rapporti con le confessioni religiose.

• Funzione di indirizzo politico

Questa funzione è esercitata da una serie di atti governativi, i primi sono gli atti relativi alla determinazione della

piattaforma politica e programmatica sulla quali il Governo chiede la fiducia, nonché le sue successive

specificazioni, integrazioni o modifiche. Questi atti sono alla base del rapporto fiduciario col Parlamento.

Poi ci sono gli atti mediante i quali il governo esercita la sua azione nell’ambito delle relazioni internazionali, sia

con l’Unione Europea che con altri Stati od organismi sovranazionali.

In tema di politica militare ci sono gli atti di determinazione dei criteri e delle direttive per l’organizzazione ed il

coordinamento delle attività della difesa nazionale.

Inoltre ci sono le scelte in materia di finanza pubblica e di bilancio attuate mediante il bilancio preventivo e tuti

quegli atti che lo precedono o lo accompagnano.

• Funzione amministrativa

Il Presidente del Consiglio ed il Consiglio dei Ministri sono titolari delle funzioni amministrative che mirano a

dirigere e coordinare in modo unitario le funzioni ministeriali, a dirimere i conflitti di attribuzione fra i Ministri, a

dare direttive ai Comitati dei Ministri e a quelli interministeriali e ad annullare in via straordinaria gli atti

amministrativi illegittimi. Inoltre spettano a questi organi governativi le nomine dei dirigenti generali, dei

consiglieri dii stato e della Corte dei Conti, negli organi degli enti pubblici e collegiali, i poteri in materia di

bilancio e di credito.

• Funzione normativa

La nostra forma di governo è parlamentare razionalizzata per molti motivi, tra cui quello per cui il governo, che è

espressione della maggioranza, eccezionalmente in taluni casi ed entro certi limiti, può adottare atti che hanno

la medesima forza delle leggi fatte in Parlamento, cioè quell’organo che è espressione del corpo elettorale.

Questi atti con forza di legge sono i decreti legislativi e i decreti legge.

L’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato

I decreti legislativi sono contemplati nell’art 76 (“

al Governo se non con determinazione di principî e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti

definiti”) che prevede che il Parlamento possa affidare al governo il compito di adottare un decreto legislativo e il

Parlamento dà questo potere al governo attraverso una legge di delega. Questa legge di delega deve avere

determinati contenuti: l’oggetto del decreto legislativo (es. riforma del codice civile); il termine, cioè la scadenza

entro la quale il governo deve adottare il decreto; principi normativi e criteri direttivi che il governo dovrà

rispettare. A questo contenuto minimo il Parlamento può aggiungere ulteriori indicazioni come per esempio può

imporre l’obbligo al governo di mandare il testo in Parlamento per un esame. Se il decreto legislativo non

rispetta quello che è citato nella legge delega, quel decreto sarà incostituzionale.

Il Parlamento ricorre alla delega legislativa quando devono essere approvate delle normative particolarmente

complesse, ad esempio la riforma del codice civile, che consta di circa 3000 articoli, può essere affidata al

governo per rendere il procedimento più veloce. Un altro caso è quando si devono toccare discipline che hanno

un contenuto molto tecnico, come una riforma sanitaria o di beni culturali, infatti è quasi impossibile che

all’interno delle commissioni parlamentari ci siano più competenze tecniche rispetto ai vari apparati

amministrativi.

Quando il Parlamento fa una delega legislativa, questa delega non determina un obbligo giuridico in capo al

governo, cioè il governo non è obbligato giuridicamente ad adottare il decreto legislativo, però può darsi che il

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Parlamento ritenga assolutamente necessaria una riforma di quella materia e quindi se il governo lascia scadere

il termine senza adottare un decreto, il Parlamento può incorrere nella sanzione politica della sfiducia.

All’interno delle leggi delega è contenuto il termine, cioè la scadenza di approvazione del decreto, che non

considera comunque i venti giorni in cui il governo deve inviare il decreto al Presidente della Repubblica. Questi

giorni servono affinché o il presidente della Repubblica emani il decreto o, se rimandato al governo perché il

Presidente della Repubblica ci trova delle incostituzionalità, il governo abbia il tempo di apportarci eventuali

correzioni. “Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare

I decreti legge sono regolati dall’art 77:

decreti che abbiano valore di legge ordinaria. Quando, in casi straordinari di necessità e d’urgenza, il

Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno

stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e

si riuniscono entro cinque giorni. I decreti perdono efficacia sin dall’inizio, se non sono convertiti in legge

entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione. Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti

giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti”.

I decreti legge quindi si hanno quando il governo prende l’iniziativa su una materia e possono essere adottati

quando ci si trova davanti a casi straordinari, di necessità e di urgenza (es terremoto). Ricorrendo ad un decreto

legge, il governo può approvare un atto avente funzione di legge in due ore e, in particolare, lo stesso giorno di

approvazione del decreto legge, questo viene inviato al Presidente della Repubblica, viene pubblicato in

gazzetta ufficiale ed entra in vigore immediatamente. Il governo deve poi trasmettere il decreto legge alle

Camere, anche se sciolte, che si devono riunire entro cinque giorni per esaminarlo.

Il decreto legge è un atto a termine, infatti ha validità per 60 giorni poi deve necessariamente essere convertito

in legge per essere ancora considerato valido. Il Parlamento può comunque decidere o di non convertire il

decreto legge in legge, o di far scadere il termine del decreto legge, in questo caso, visto che non è contemplato

in Costituzione, la dottrina ha scelto di guardare alla forma di governo  il decreto legge non convertito in legge

entro lo scadere del termine perde i suoi effetti con efficacia retroattiva, detta ex tunc, quindi fin dal giorno in cui

è stato pubblicato in gazzetta ufficiale. Questo accade per evitare che il governo si appropri illegittimamente

della funzione legislativa del Parlamento, infatti il governo si assume la responsabilità totale sugli effetti prodotti

dal decreto legge prima dello scadere del termine. Il Parlamento può però fare salvi gli effetti fino a quel

momento con una legge sanatoria, togliendo la responsabilità al governo.

Nel corso degli anni c’è stato un abuso dei decreti legge con tre casistiche:

a. i decreti legge sono stati utilizzati anche in assenza dei presupposti citati prima per presentare alle

camere dei disegni di legge con corsi preferenziale;

b. decreto legge omnibus, agli articoli che gestivano le urgenze venivano attaccati che disciplinavano altri

argomenti che erano interessanti al governo  omnibus perché non disciplina solo un evento ma anche

gli eventi collaterali;

c. reiterazione dei decreti legge: il governo presentava all’infinito un decreto legge ogni sessanta giorni con

un medesimo testo che ogni volta non veniva convertito in legge. Negli anni 90 il Parlamento fece ricorso

alla Corte Costituzionale ma quando questa poi si riuniva il decreto legge in questione non esisteva più

ma ce n’era un altro con nome diverso anche se con contenuto uguale.

La Corte Costituzionale ha in primo luogo affermato di poter giudicare della “evidente mancanza” dei

presupposti di straordinaria necessità ed urgenza sia in riferimento al decreto legge, che alla stessa conversione

di un decreto legge adottato al di fuori dell’art 77, in particolare con le sentenze del 2007 e 2008. Ha poi

affermato di poter trasferire il rilievo di costituzionalità sollevato contro un decreto legge nel frattempo decaduto

al nuovo decreto legge che riproduca la medesima disposizione o analoga. In particolare nel 1996 la

reiterazione è stata dichiarata anticostituzionale, a meno che nel frattempo non si siano verificate situazioni di

necessità ed urgenza, perché alterava la nostra forma di governo nel momento in cui il governo si appropriava

della funzione legislativa.

Quando si adotta un decreto legge questo deve avere un contenuto esaustivo visto che per sua natura e

I decreti devono

definizione deve essere immediatamente applicabile, come sancisce la legge 400/88 “

contenere misure di immediata applicazione e il loro contenuto deve essere specifico, omogeneo e

corrispondente al titolo”. 15

La procedura normale di

Non tutte le materie possono essere tratta dei decreti legge o decreti legislativi (art 72 “

esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia

costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati

internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.”), queste sono: leggi di bilancio, perché sono uno

strumento del Parlamento per controllare l’operato governativo; la materia costituzionale; le leggi di ratifica dei

trattati internazionali, visto che comportano un obbligo di rispetto da parte del Parlamento; e le conversioni in

legge dei decreti legge.

Il potere regolamentare del governo è stato anch’esso disciplinato dalla legge 400/88. I regolamenti seguono un

loro iter procedurale: questo sono deliberati dal Consiglio dei Ministri, previo parere del Consiglio di Stato che è

obbligatorio ma non vincolante; sono emanati con decreto del Presidente della Repubblica, registrati presso la

Corte dei conti, che ne controlla la legittimità e che non siano in contrasto con altre fonti primarie, e pubblicati poi

su gazzetta ufficiale.

Sul piano delle tipologie, i regolamenti possono distinguersi tra di loro o per l’ambito di discrezionalità di cui il

governo dispone rispetto al sistema normativo primario, o per il loro particolare oggetto. In particolare è stata la

legge 400/88 che ha disciplinato per la prima volta il potere regolamentare dei Ministri. I regolamenti ministeriali

possono essere adottati dal Presidente del Consiglio o dai Ministri con l’obbligo ulteriore di auto qualificarsi

come regolamenti. Il processo di adozione è analogo a quello dei regolamenti, si aggiunge una fase tipica prima

del processo di adozione che consiste nella necessaria trasmissione dello schema di regolamento al Presidente

del Consiglio dei Ministri perché questi possa esercitare i suoi poteri finalizzati al mantenimento dell’unità

dell’indirizzo politico ed amministrativo in relazione agli atti normativi dei singoli membri del governo.

La legge 400/88 sancisce i limiti del potere regolamentare dei Ministri che possono esercitarlo solo nelle materie

di competenza del Ministro o di autorità sottordinate al Ministro, inoltre si prevede che i regolamenti ministeriali

non possono dettare norme contrarie espresse nei regolamenti governativi e che questi vengano fatti sotto

espressa attribuzione con legge.

Apparati amministrativi statali

L’attività amministrativa è funzionale ad applicare gli atti normativi e, attraverso lo svolgimento delle loro funzioni,

gli apparati amministrativi erogano dei servizi per i cittadini. Essendo il nostro uno stato di diritto, gli apparati

amministrativi applicano le loro funzioni nei limiti della legalità. In particolare non è mai stato specificato se

l’amministrazione provveda in un determinato ambito (legalità in senso formale) o che debba anche determinare

quanto meno le linee fondamentali entro cui essa può operare (legalità in senso sostanziale).

L’attività della P.A. può essere, in base ai suoi contenuti, discrezionalità amministrativa, attività prevalente della

P.A. che si muove in base al principio di legalità ma ha comunque una possibilità di scelta per raggiungere gli

obbiettivi prefissati dalla legge; attività vincolata, quando i vincoli posti dalla legge sono stringenti, quindi la P.A.

deve svolgere un’attività completamente guidata dalle leggi (es certificati); o di discrezionalità tecnica, la P.A.

utilizza un potere di scelta esercitato sulla base di valutazioni tecniche di tipo scientifico e che quindi

sottrarrebbe ogni discrezionalità all’amministrazione che debba adottare un provvedimento in materia.

Gli atti amministrativi della P.A. possono essere divisi tra provvedimenti amministrativi e meri atti amministrativi.

I provvedimenti amministrativi sono manifestazioni della volontà della P.A. diretti a soddisfare un interesse

pubblico primario e sono quindi assistiti dalla capacità di incidere sulle posizioni giuridiche coinvolte e i loro

effetti si producono sui cittadini in maniera diretta. I loro caratteri sono:

• tipicità: la P.A. può fare atti/procedimenti che la legge gli consente;

• autoritarietà: producono automaticamente i loro effetti una volta che la P.A. li ha adottati;

• esecutività: l’atto produce i suoi effetti prima che ci sia una verifica della sua legittimità;

• esecutorietà: la P.A. per raggiungere gli effetti di un atto non necessita dell’intervento dell’autorità

giudiziaria;

• inoppugnabilità: i privati hanno dei termini brevi entro i quali possono impugnare questo provvedimento,

allo scadere dei termini questo diventa inoppugnabile.

Affinché un provvedimento amministrativo sia considerato valido deve contenere: soggetto, organo titolare del

potere amministrativo che viene esercitato tramite il provvedimento; oggetto, entità sulla quale ricadono gli effetti

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del provvedimento amministrativo (es. in caso di espropriazione è il bene che viene espropriato); causa

giuridica, interesse pubblico primario che si intende tutelare o conseguire attraverso quel provvedimento (es

nullaosta su una pellicola è il buon costume); motivazione, la P.A. deve spiegare perché ha adottato quella

decisione e solo attraverso questa motivazione si può svolgere un controllo sull’operato della P.A. (prima della

legge sulla trasparenza 241/90 non c’era un obbligo generalizzato per tutti i provvedimenti amministrativi);

forma, la modalità con cui viene data la comunicazione attraverso cui si documenta la conformità dell’atto alle

prescrizioni legislative.

La legge 241/90 ha introdotto il termine certo, cioè le pubbliche amministrazioni ora devono stabilire il termine

entro il quale un provvedimento amministrativo deve aver termine, se questo non è specificato si applica il

termine breve stabilito per legge. L’inosservanza di questo termine certo produce la risarcibilità dei danni e la

responsabilità dei dirigenti. Viene anche indicato il responsabile di procedimento, colui che dispone di tutti i

poteri per assicurare il regolare svolgimento e la conclusione del procedimento o della fase istruttoria.

In alcuni casi si prevedono delle forme aggiuntive di tutela nei confronti degli utenti, infatti in alcuni casi se il

procedimento non è ultimato entro il termine il privato può intimare la P.A. La legislazione ormai prevede in

generale che l’inattività dell’amministrazione possa equivalere al silenzio assenso, cioè all’accoglimento delle

richieste, o silenzio diniego, cioè la negazione delle richieste.

Questa legge ha generalizzato il principio del contraddittorio, i privati che sono oggetto di un provvedimento

amministrativo devono essere informati del provvedimento finale prima che questo venga attuato in modo tale

che questi possano presentare le loro motivazioni che la P.A. è tenuta a tener di conto; e il diritto di accesso agli

atti, salvo eccezioni, le persone che hanno interessa ad un atto in mano alla P.A., il privato può avanzare

richiesta di avere una copia o di poterlo visionare.

Le cause di invalidità di un provvedimento amministrativo possono essere più o meno gravi e sono:

• nullità o inesistenza del provvedimento amministrativo: quando manca uno degli elementi essenziali, la

caratteristica di questa causa di invalidità è che questo vizio può essere eccepito senza alcun termine, quindi

chiunque e in qualsiasi momento può contestare la nullità del provvedimento e questo vizio non è sanabile;

• annullabilità: un provvedimento amministrativo è annullabili quando presenta dei vizi di legittimità.

Quando si ha questa causa di invalidità, questi vizi sono sanabili, può essere impugnato solo dalla persona

interessata ma solo entro un termine sottoposto a decadenza breve. Questi vizi di legittimità sono:

incompetenza relativa dell’organo che ha adottato il provvedimento;

o eccesso di potere, cioè quando la P.A. adotta un provvedimento per perseguire un fine diverso

o da quello stabilito dalla legge (es spostamento di personale degradando le mansioni del soggetto

come forma di punizione);

violazione di legge, si ha ogniqualvolta che il provvedimento è stato posto in essere violando una

o qualsiasi previsione di legge.

• inopportunità dell’atto: sono causati dai vizi di merito che derivano dalla violazione del principio della

buona amministrazione;

• irregolarità: quando il provvedimento ha tuti gli elementi necessari ma manca un qualcosa che gli

consenta la produzione dei suoi effetti (es mancanza della marca da bollo), quindi sono anomalie sanabili.

Quando c’è un atto invalido della P.A., in particolare quando un atto è annullabile, può accadere che la P.A.

agisca in autotutela, cioè si rende conto che ‘è un vizio e decide di provi rimedio. Nel caso dell’annullabilità le

scelte sono due: sanatoria, quindi il provvedimento viene sanato nel suo vizio ed acquista efficacia ex tunc;

annullamento d’ufficio, come se il provvedimento non fosse mai nato e anche in questo caso acquista efficacia

ex tunc. C’è un'altra ipotesi riguardante l’autotutela: la revoca del provvedimento, che si ha quando i requisiti di

quel provvedimento non sono più sufficienti in quella disciplina ma quello stesso provvedimento era al tempo

nato sano. La revoca opera con efficacia ex nunc.

I cittadini privati possono comunque difendersi contro i provvedimenti della P.A. che o sono viziati o di cui non

condivide il contenuto.

Con i ricorsi in via amministrativa i soggetti si ritengono danneggiati da una deliberazione amministrativa e

chiedono che l’amministrazione riesamini la legittimità/opportunità di quella deliberazione. Questo tipo di ricorsi

possono essere distinti tra: 17

• ricorsi ordinari: possono riguardare profili di legittimità che di merito, di essere facoltativi e non preclusivi

dei ricorsi giurisdizionali, di essere esperibili in trenta giorni e, se la P.A. non dà risposta entro novanta giorni,

vale il silenzio rigetto. I ricorsi ordinari sono ricorso gerarchico, ha carattere generale ed è sempre possibile ogni

qualvolta ci sia una struttura amministrativa organizzata gerarchicamente, e ricorso in opposizione, ha carattere

speciale perché è ammesso solo nei casi previsti dalla legge;

• ricorso straordinario al Presidente della Repubblica : fatto solo per vizi di legittimità e non di merito,

esclude un futuro ricorso all’autorità giudiziaria, termine di 120 giorni per essere presentato. È comunque

presentato non al Presidente stesso ma alla commissione competente per materia, che poi invia la

documentazione al Consiglio di Stato che dà un parere vincolante. Solo dopo viene passato a presidente,

Per i ricorsi in via giudiziaria, nel rivolgersi all’autorità giudiziaria, a seconda dei casi, si può andare di fronte o al

giudice ordinario o dinanzi al giudice amministrativo e questa distinzione viene fatta in base alla violazione fatta,

cioè se questa riguarda o il diritto soggettivo o gli interessi legittimi.

Un diritto soggettivo è un interesse, una situazione giuridica soggettiva, cioè un interesse che viene riconosciuto

direttamente in capo agli individui e viene tutelato in maniera diretta (es diritto di libertà, diritto di proprietà) e

questi sono tutelabili entro termini di prescrizione molto ampi.

L’interesse legittimo riguarda una tutela data solo perché quell’interesse individuale coincide anche con un

interesse pubblico. La loro peculiarità è che di regola per ricorrere al Tar è richiesto un termine di scadenza di

sessanta giorni, dopodiché l’atto diventa inoppugnabile. Dinanzi al giudice amministrativo, i vizi contestabili di

regola sono i soli vizi di legittimità, anche se tuttavia ci sono delle eccezioni.

In molti casi è difficile distinguere se sia stato violato un diritto soggettivo o un interesse legittimo, ci sono alcune

materie che lasciano che sia unico competente delle controversie il giudice amministrativo

Gli atti amministrativi sono momenti interni alle fasi del procedimento amministrativo prima che venga adottato il

provvedimento finale.

Le Regioni

In Assemblea Costituente si discusse molto sull’articolazione territoriale in regione: i partiti di destra non erano

favorevoli, preferivano uno Stato accentrato per evitare che gli stati periferici si perdessero; alcuni partiti di

sinistra erano contrari perché volevano che venissero varate le grandi riforme e secondo loro per augurare una

crescita uniforme lo stato non dovesse essere articolato territorialmente per evitare che le regioni già arretrate

rimanessero tali. Quando fu varato il Piano Marshall le forze di sinistra cambiano posizione in sede di

Assemblea Costituente ponendosi a favore della divisione regionale, questo perché 1) nelle regioni rosse

(umbria, toscana ed emilia romagna) avrebbero potuto avere un netto potere regionale nonostante non

potessero entrare in governo e 2) potendo avere delle posizioni politiche all’interno delle regioni, avrebbero

avuto un maggiore controllo su come le riforme venissero attuate.

Si arriva quindi alla creazione di una forma di stato regionale comprendente 20 regioni, di cui cinque a statuto

speciale perché alle grandi isole si voleva dare loro maggiore autonomia visto che erano più arretrate

economicamente, invece alle regioni di confine si voleva dare valore alle minoranze linguistiche che sono così

concentrate che diventano la prevalenza rispetto ai cittadini di lingua italiana.

In Costituzione si prevedeva che da lì ad un anno si sarebbe dovuto procedere alle elezioni degli organi

regionali, questa previsione fu prorogata fino a quando gli articoli che riguardavano le regioni furono congelati.

Ufficialmente le regioni a statuto ordinario sono nate del 1970 con le elezioni dei vari organi; si aspettò così tanto

perché le forze politiche al governo, cioè quelle di centro, volevano impedire che le sinistre guadagnassero

posizioni di governo nelle regioni. Ma, nel 1970, dopo le grandi contestazioni, a livello politico maturò l’idea

secondo la quale la creazione delle regioni avrebbe smorzato questa avversione che al tempo era mirata solo al

governo centrale.

Una volta svolte le elezioni, si inizia aa trasferire i poteri alle regioni ma anche questo trasferimento non è stato

immediato visto che inizia dal ’72 e termina con la Legge Bassanini del ’92  era un periodo politico che vedeva

vari movimenti politici che inneggiavano all’indipendenza di alcune parti d’Italia (es Lega), motivo per cui nel

1999 c’è stata una prima riforma costituzionale modificando i poteri delle regioni e una seconda nel 2001 he

ancora ad oggi non è del tutto attuata.

Alle regioni sono concessi vari livelli di autonomia:

1. AUTONOMIA STATUARIA Ciascuna regione ha un proprio statuto, cioè un atto fondamentale dove sono

descritti i principi che caratterizzano quella regione e la sua forma di governo. Prima della riforma costituzionale

del 1999, gli statuti erano degli atti che venivano approvati dai consigli regionali e poi dovevano essere approvati

18

con legge del Parlamento. Negli anni ’70 quando le regioni procedettero con i loro statuti, quando questi furono

presentati in Parlamento, questo si rifiutò di approvarli con legge se le Regioni non avessero cambiato parte del

loro statuto  prima della riforma del 1999 l’autonomia statuaria era fortemente limitata dal Parlamento, invece

con questa riforma fu previsto che lo statuto debba essere approvato con una doppia deliberazione da parte del

consiglio regionale a distanza non minore di due mesi ed è richiesta la maggioranza assoluta ad entrambe le

votazioni senza passare dal Parlamento.

Per avere comunque una forma di controllo, dopo la seconda votazione lo statuto deve essere pubblicato una

prima volta sul bollettino ufficiale regionale (bur) a scopo informativo e da questa pubblicazione, detta notizione,

decorrono due termini: entro 30 giorni il governo può impugnare lo statuto se non lo ritiene in armonia con la

Costituzione, cioè lo statuto deve rispettare non solo le singole previsioni costituzionali ma anche “lo spirito della

Costituzione” (sentenza 304 del 2002 della CC) + entro tre mesi un 50esimo del corpo elettorale regionale o 1/5

dei componenti del consiglio regionale possono richiedere che la decisione di far entrare in vigore o meno

questo statuto al corpo elettorale con un referendum confermativo. Se nessuna di queste casistiche accade,

allora il Presidente della Regione promulga lo Statuto che viene pubblicato entrando ufficialmente in vigore.

Secondo l’art 123 nello statuto ordinario deve essere descritta la forma di governo regionale (prima della riforma

del 1999 la forma di governo era uniforme per tutte le regioni e disciplinata dalla costituzione), devono essere

indicati i principi di organizzazione e funzionamento della regione, deve essere indicato chi ha il potere di

iniziativa legislativa, quali tipi di referendum possono essere sollevati a livello regionale, come viene disciplinato

il consiglio delle autonomie locali. Per quanto riguarda le regioni a statuto speciale, il proprio statuto è approvato

con legge costituzionale perché il loro statuto è descritto in Costituzione.

Prima della riforma del 1999, la forma di governo delle regioni era definita parlamentare a tendenza

assembleare, parlamentare perché il consiglio regionale veniva eletto dal corpo elettorale, poi il consiglio

eleggeva il presidente della regione e la giunta e questi organi erano legati da un rapporto di fiducia col

consiglio. Negli anni accadeva che in alcune regioni dove non c’era un partito che predominasse sulle altre si

andava nella sfiducia, così facendo non si riusciva ad attuare delle riforme ad ampio respiro. Con la riforma si

voleva quindi anche creare forme di governo più stabili, così fu prevista una forma di governo transitoria fintanto

che le regioni a statuo ordinario non avrebbero approvato il nuovo statuto. La forma di governo transitoria

prevedeva che il corpo elettorale regionale eleggesse in un unico momento non solo il Consiglio Regionale ma

anche il Presidente della Regione, dopodiché il Presidente entro dieci giorni avrebbe dovuto nominare gli

assessori e il Consiglio Regionale conservava il potere di sfiducia nei confronti del Presidente con una

particolarità: se il consiglio sfiducia il presidente, il presidente e la giunta vanno a casa ma automaticamente si

scioglie anche il Consiglio Regionale.

Questa forma transitoria sarebbe dovuto venire meno una volta che le regioni avessero scelto il loro statuto,

però molte regioni, potendo scegliere la loro forma di governo, in statuto hanno tutte poi optato per questa forma

di governo transitoria anche perché il popolo appezzava la possibilità di poter eleggere il Presidente della

Regione. La riforma 2/2002 prevede che le regioni a statuto speciale possano scegliere la propria forma di

governo con legge regionale rinforzata, mentre prima queste si ritrovavano vincolate alle leggi costituzionali e

alla decisione del Parlamento di fare nuove leggi per i loro statuti.

Gli organi della Regione sono:

• Consiglio Regionale, potestà legislativa in quantità proporzionale al corpo elettorale (=Parlamento);

• Presidente della Regione, che è sia Presidente della Giunta che della Regione (=Capo dello Stato e

Presidente del Consiglio dei Ministri);

• giunta, composta da assessori competenti per materia (=Consiglio dei Ministri);

• Consiglio delle Autonomie Locali, composto da rappresentanti di comuni, provincie e città metropolitane,

è regolamentato dallo statuto regionale, ha una funzione consultiva sui principali atti regionali che hanno

ricadute sugli enti locali, cioè prima di far adottare una legge regionale viene richiesto il punto di vista di

questo organo per capire se ci sono le risorse.

2. AUTONOMIA NORMATIVA Nelle regioni vale la potestà legislativa, cioè le regioni possono approvare

leggi per indirizzi politici propri anche se non del tutto in armonia col governo. Prima della riforma del 2001 era

disciplinata dall’art 117 c’era un elenco di materie dette di potestà legislativa concorrente, perché in questa

materie una cosa la poteva fare il legislatore statale, che doveva adottare le leggi cornice, cioè i principi

fondamentali della materia, e una cosa la potevano fare i legislatori delle regioni ordinarie, che dovevano

intervenire con una normativa puntuale e di dettaglio. Era poi previsto che tutte le materie che non rientravano in

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questo elenco erano di potestà esclusiva statale. Dopo la riforma costituzionale il nuovo art 117 individua dei

limiti che incontrano sia il legislatore statale che il legislatore regionale, infatti devono rispettare la costituzione e

gli obblighi comunitari e i trattati internazionali; poi nell’art c’è un lungo elenco di materie di potestà esclusiva

statale; segue un elenco di materie di potestà concorrente; infine viene specificato che tutto ciò che non rientra

nei due elenchi spetta alla potestà legislativa regionale. Ciò non vuol dire che siano materie di potestà legislativa

esclusiva regionale perché alcune materie del primo elenco sono “materie non materie”, cioè sono materie dove

il legislatore statale può condizionare la disciplina di materie di spettanza residuale regionale. In tutti questi

elenchi non viene mai citato né lo spettacolo né il cinema né il teatro. Le regioni a statuto speciale hanno un

numero di materie superiore dove hanno potestà legislativa.

Prima della riforma del 2001, la Costituzione sulla potestà regolamentare (norme di dettaglio negli spazi lasciati

dalle leggi) non diceva nulla determinando così un appropriamento totale del governo. Dopo la riforma, per dare

maggior autonomia alle regioni, si è prevista questa ripartizione: nelle materie di potestà legislativa esclusiva

dello stato la potestà regolamentare è del governo, in tutti gli altri casi la potestà regolamentare spetta alle

regioni. Si è voluto garantire anche uno spazio agli enti locali che devono poi attuare queste leggi, così si è

previsto che i comuni, le provincie e le città metropolitane hanno potestà regolamentare per quanto riguarda

l’organizzazione e lo svolgimento delle funzioni a loro attribuite.

3. AUTONOMIA AMMINISTRATIVA, cioè il potere di dare attuazione alle leggi e ai regolamenti. Prima della

riforma del 2001, l’art 118 aveva introdotto il cosiddetto principio del parallelismo delle funzioni: le regioni

avevano autonomia amministrativa nelle stesse materie nelle quali avevano autonomia normativa. Questo

sistema aveva creato quindi un sistema binario caratterizzato da una mancanza di comunicazione. Dopo la

riforma viene costituzionalizzato il principio di sussidiarietà, in particolare l’art 118 ne rileva due:

a. verticale-istituzionale, le funzioni amministrative devono essere svolte dall’ente più vicino al

cittadino (comune) perché questo ente conosce meglio quali sono le esigenze del cittadino e

quindi sa in che modo attuare le norme nella maniera migliore, ma se ci sono particolari esigenze

unitarie le funzioni possono essere date in capo ad enti di più alto livello (provincia, città

metropolitana, regione);

b. orizzontale-sociale, stato, regioni, città metropolitane, provincie e comuni devono promuovere

l’iniziativa di privati singoli o associati se questa riguarda un interesse generale.

Con la riforma ci si è chiesti anche cosa sarebbe successo se l’ente è in adempiente verso le funzioni ad esso

delegate. Art 120 ha previsto il potere sostitutivo del governo se c’è questa casistica, però devono ricorrere delle

particolarità: dall’inadempimento derivi un mancato rispetto delle norme comunitarie o internazionali + quando

l’adempimento crea un pericolo grave per la sicurezza pubblica + quando l’inadempimento è così grave da

pregiudicare l’unità giuridica o economica + dall’inadempimento c’è un mancato rispetto dei livelli essenziali

delle prestazioni a garanzia dei diritti civili e sociali. Quando incorre una di queste ipotesi il governo può

intervenire in via sostitutiva ma questa azione deve rispettare il principio di cooperazione: l’ente inadempiente

deve essere prima diffidato dal governo, dandogli quindi una scadenza entro cui adempiere le sue funzioni, se

questa decorre o il governo svolge direttamente le funzioni amministrative o il governo potrà procedere nella

nomina di un commissario ad acta (alto funzionario che si recherà presso l’ente inadempiente per fargli svolgere

quelle funzioni).

4. AUTONOMIA FINANZIARIA, cioè la libertà della regione di decidere le proprie entrare e le proprie

spese. Prima della riforma del 2001 la finanza delle regioni era essenzialmente derivata, cioè le regioni non

avevano un’autonomia di entrata e non avevano un potere impositivo, quindi le regioni avevano risorse là dove

lo stato le metteva a disposizione annualmente. Non avevano neanche autonomia di spesa, infatti le regioni non

potevano decidere come spendere quelle risorse ma avevano delle indicazioni dello Stato che le indirizzava.

Questa situazione diminuiva il potere decisionale delle regioni, ma deresponsabilizzava anche la classe politica

regionale visto che alla fine non gestivano mai autonomamente le risorse.

Dopo la riforma del 2001, l’art 119 stabilisce che le entrate per le regioni ordinarie siano così composte:

- proventi del proprio patrimonio (es beni immobili),

- tributi ed entrate proprie,

- compartecipazioni al gettito di tributi erariali riscossi sul territorio regionale (es che è una tassa

IRPEF

statale con una maggiorazione che viene decisa e poi incamerata dalla regione è un modo per far sì

che le regioni portino avanti delle politiche che incrementino i redditi dei cittadini perché più alto è il loro

reddito più gettito arriverà alla regione), 20

- contributi speciali che lo stato può erogare a regioni che presentano problemi economici o con squilibri

(es Puglia che vuole rifare l’acquedotto regionale),

- fondo perequativo a livello nazionale che deve essere ripartito tra le regioni ordinarie in maniera da dare

maggiori risorse alle regioni dove la capacità fiscale per abitante è più bassa  senza questa quinta voce

il sistema sarebbe sbilanciato visto che molte delle entrate derivano dalle comportaecipazioni e dai

proventi del patrimonio aumentando la già presente differenza economica tra regioni.

Di questo art 119 ad oggi non è stata quasi data attuazione se non alle compartecipazioni, si prevede una

completa attuazione nel 2020.

I rapporti stato-regioni nella Costituzione del ’48 sono stati concepiti come su due binari separati, ma con

l’andare del tempo si è visto che questa netta separazione non può funzionare perché in realtà ci sono dei

momenti in cui gli interessi dello Stato vengono in contatto con gli interessi delle regioni e viceversa. Così la

Corte Costituzione ha ricavato in via interpretativa il principio di leale collaborazione: laddove gli interessi dello

Stato e delle regioni coincidono, bisogna cercare con vari strumenti di contemperare gli interessi di entrambi.

Dopo che in Assemblea Costituente si era scartata l’idea di rendere una delle due camere rappresentativa degli

enti locali si sentiva la mancanza di sedi dove questi e lo stato di potessero confrontare. Per questo motivo e sul

principio di leale collaborazione sono nati spontaneamente una serie di organi all’interno dei quali si riunivano

rappresentanti dello Stato e rappresentanti delle regioni (negli anni ’70 c’erano 99 organizzazioni di questo tipo).

Nel 1983 con un decreto ministeriale è stato creato un nuovo organo, la Conferenza Stato-Regioni-Provincie

Autonome, che ha fatto proprie le competenze di tutti quei 99 organismi. Questo organo è presieduto dal

Presidente del Consiglio dei Ministri o da un Ministro da lui delegato ed è composto dai Presidenti di tutte le

regioni. In particolare questo organismo si deve riunire ed esprimersi ogni qual volta che il governo abbia

intenzione di adottare un provvedimento normativo che ha delle ricadute sulle regioni o quando vuole presentare

un disegno di legge in parlamento che ha delle ricadute sulle regioni. Questo sistema ha funzionato livellando

quelle differenze che c’erano tra Stato e regioni, tanto che con la legge Bassanini sono state create altre due

conferenze simili: Conferenza Stato-Città e Autonomie locali, presieduta dal presidente del Consiglio e siedono

rappresentanti dei comuni, delle provincie e delle città metropolitane e questo organo si esprime ogni volta che

qualcosa del governo ha ricadute sugli enti locali; Conferenza Unificata, sommatoria delle altre due.

Pur funzionando bene, questo sistema è insufficiente perché il Parlamento può comunque aggirare le richieste

delle regioni che erano state recepite dal governo all’interno delle Conferenze. Ecco che allora di questo

problema ne aveva tenuto conto la riforma del 2001 che aveva previsto la creazione di una commissione

bicamerale all’interno della quale dovrebbero entrare a far parte anche rappresentanti delle regioni e degli enti

locali. In particolare questa commissione avrebbe un potere consultivo ogniqualvolta che il Parlamento debba

approvare delle leggi che hanno delle ricadute su regioni o enti locali e se il parere è negativo, Camera e Senato

potrebbe aggirare il parere della commissione approvando la legge a maggioranza qualificata.

L’art 11 in questione ancora non è stato attuato sebbene in vigore infatti ci sono state delle resistenze perché se

le regioni mandavano i propri rappresentanti, questi avrebbero dovuto avere dei compensi simili a quelli dei

parlamentari e ciò non era ben visto né dai parlamentari né dagli uffici amministrativi che vedevano questi

rappresentanti come soggetti estranei al Parlamento stesso.

DISCIPLINA DELLO SPETTACOLO

Storia

Nello Statuto Albertino la libertà di manifestazione del pensiero non era contemplata come tale, in particolare vi

era solo l’art 38 dove si parlava della sola libertà di stampa. Non si parlava di attività di spettacolo in generale

perché la stampa era la manifestazione di pensiero per eccellenza e per le altre forme, in particolare lo

spettacolo, vi era una sorta di diffidenza nel senso che le rappresentazioni attraverso spettacoli determinano

momenti di aggregazione e gli spettacoli potevano destare degli effetti suggestivi. Questi erano i motivi per cui

non si vollero offrire delle garanzie nei confronti dello spettacolo. Questo ha fatto sì che le discipline che sono

state adottate dal legislatore ordinario hanno avuto un contenuto sempre più restrittivo verso queste attività, in

particolare i primi interventi normativi li ritroviamo nelle leggi di pubblica sicurezza del 1859 del regno di

Sardegna. Erano un insieme di regole che disciplinavano quelle situazioni dove si creano momenti di pericolo

per la sicurezza pubblica e prevedevano che per poter rappresentare uno spettacolo era necessario una

cosiddetta licenza di polizia, cioè un’autorizzazione che doveva essere rilasciata dall’autorità di pubblica

sicurezza. L’autorità di pubblica sicurezza quindi attuava una sorta di censura preventiva degli spettacoli

21

andandone a vedere il contenuto e poi decideva se rilasciare questa autorizzazione. Nel 1861 queste leggi

furono estese a tutto lo Stato.

In un successivo intervento del 1865 furono poste delle regole su quando veniva negato il permesso di pubblica

sicurezza, in particolare quando si andavano a ledere la moralità e l’ordine pubblico. in questo caso

l’autorizzazione veniva rilasciata dal prefetto. In particolare con un decreto attuativo vennero introdotte altre

limitazioni: lo spettacolo doveva rispettare l’ordinamento politico dello stato, le istituzioni, la religione cattolica e i

culti tollerati, la vita privata delle persone e della famiglia. Inoltre queste leggi di pubblica sicurezza introdussero

altre due misure, cioè, se anche uno spettacolo era stato autorizzato dal prefetto, tuttavia la locale autorità di

pubblica sicurezza (es polizia) poteva vietare la rappresentazione quando ci fossero circostanze di tempo e

luogo che potevano mettere a repentaglio l’ordine pubblico. Ancora, venne introdotta la possibilità anche durante

lo svolgimento della rappresentazione di poterla sospendere qualora vi fossero timori di disordini e tumulti.

Nel 1889 ci fu un nuovo intervento prevedeva che dovesse essere rilasciata a coloro che avevano immobili

all’interno dei quali poter dare spettacoli una licenza da parte dell’autorità di pubblica sicurezza legata all’agibilità

dei locali. Anche qui però l’autorizzazione era funzionale ad un controllo della pubblica sicurezza.

Tra il 1926 e il 1931, in epoca fascista, le leggi di pubblica sicurezza si occupano anche di cinema. In merito alle

rappresentazioni teatrali, vengono previste delle restrizioni per il rilascio dell’autorizzazione; in particolare era

negata quando lo spettacolo aveva un contenuto contrario al sentimento nazionale, o offensivo del decoro, o

rappresentante un’apologia di un vizio o un reato, o con un contenuto di danno o di pericolo pubblico. Avviene

inoltre un accentramento di questo potere, prima viene affidato al Ministero degli Interni poi dal 1937 al neo

Ministero per la Cultura Popolare.

Per quanto riguarda il cinema le autorizzazioni e i valori che si andava a guardare seguivano il modello del

teatro, quindi c’era bisogno di un’autorizzazione per l’agibilità dei locali, un’autorizzazione per regolare l’attività

dei gestori delle sale cinematografiche andando a guardare anche la moralità della persona che faceva la

richiesta. Fu previsto un sistema di controlli più articolato attraverso tre forme di censura:

• prima che la pellicola fosse girata si doveva ottenere un nullaosta sul copione, in caso negativo il

copione doveva essere modificato;

• una volta girato e montato il film si prevedeva un secondo controllo, cioè il Ministero visionava la

pellicola e decideva se concedere o meno il nullaosta alla proiezione;

• il Ministero in qualsiasi momento poteva sottoporre ad un’ulteriore revisione a quella pellicola, nel caso

avesse scatenato delle reazioni nel pubblico.

Una particolarità del periodo fascista è che in questo periodo si sviluppano delle forme di aiuto economico da

parte dello Stato sia nei confronti del teatro che del cinema, questo perché il regime capì che il controllo sulla

cultura era un modo per controllare l’opinione pubblica e indottrinarla. Quindi vennero ideati questi aiuti

economici che venivano concessi quando il contenuto dell’opera era in armonia con gli ideali del regime. Questi

interventi promozionali diretti o indiretti. Gli interventi promozionali diretti, sia nel teatro che nel cinema, si

concretizzano nella creazione di un ente pubblico, quindi di strutture che dipendono per quanto riguarda

l’organizzazione interna dallo Stato. Gli interventi promozionali indiretti invece vede lo Stato che mette a

disposizione delle risorse economiche ai privati che operano nel settore sempre che il contenuto dell’attività che

questi vogliono svolge sia conforme ai valori del regime.

Es int. prom. ind nel teatro Fu previsto che parte del canone per la radio fosse destinato per incentivare l’attività

teatrale, in particolare il Ministero poteva dare aiuti economici a coloro che lo richiedevano sempre che questi

ottenessero una valutazione positiva presso una commissione nello stesso Ministero. Una volta concessi questi

aiuti, se durante l’allestimento della rappresentazione teatrale non si teneva conto delle indicazioni ministeriali, il

Ministero poteva revocare gli aiuti.

Es int. prom. dir nel teatro Dagli anni ’20 erano nati gli enti lirici in varie città (es Comunale, la Scala, S.Carlo) ed

avevano assunto una veste pubblica  nel 1936 a questi enti si dà una disciplina uniforme pur conservando la

veste di ente pubblico. Poi nel 1937 nasce l’Ente Italiano per gli Scambi Teatrali (EIST) che doveva favorire gli

scambi di esperienze con paesi stranieri nel settore del teatro drammatico. Lo stesso anno nasce l’Istituto

Nazionale del Dramma Antico (INDA) che doveva promuovere il teatro classico greco e romano, e l’Accademia

d’Arte Drammatica (AAD), cioè la scuola dove si formano gli attori che intendono lavorare nel teatro  il fatto che

il regime si interessi alla formazione di questi singoli indica come volesse plasmarli fin dall’inizio. Nasce poi nel

1942 l’Ente Teatro Italiano (ETI) che doveva favorire l’ampliamento dei teatri e anche gestirne alcuni. 22


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DESCRIZIONE APPUNTO

Gli appunti sono stati presi durante le lezioni frontali del professore in maniera autonoma. Gli argomenti trattati sono:
- Costituzione
- fonti del diritto
- Unione Europea
- Corte Costituzionale
- Parlamento
- Governo
- Corte dei Conti
- Pubblica Amministrazione
- Regioni
- focus su disciplina dello spettacolo: storia, censura nel cinema e nel teatro, forme di sostegno al cinema e al teatro in età repubblicana


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in progettazione e gestione di eventi e imprese dell'arte e dello spettacolo (PRATO)
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marta.checcucci di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto pubblico per lo spettacolo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Picchi Marta.

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