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Riassunto esame di diritto penale, docente Bartoli, libro consigliato Corso di diritto penale, Parte Generale, Sesta edizione, Palazzo

Riassunto per l'esame di diritto penale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Prof. Bartoli: Corso di diritto generale, parte generale, Palazzo. Gli argomenti trattati sono i seguenti: la pena, i principi di garanzia, i principi formali, premesse dell'analisi del reato, il fatto tipico, antigiuridicità e le cause di giustificazione,... Vedi di più

Esame di Diritto penale, parte generale docente Prof. R. Bartoli

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ESTRATTO DOCUMENTO

Alla stessa pena soggiace chi, trovando un corpo umano che sia o sembri inanimato, ovvero una persona

ferita o altrimenti in pericolo, omette di prestare l’assistenza occorrente o di darne immediato avviso all’Autorità.

(omissione di soccorso stradale)

Se da sifatta condotta del colpevole deriva una lesione personale, la pena è aumentata : se ne deriva la morte,

la pena è raddoppiata.”

Art. 40, c. 2 – rapporto di casualità

“Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo.”

Es. omicidio omissivo e reati omissivi impropri con evento

2. oppure, da una legge extra penale richiamata dalla legge penale (gli elementi normativi).

Es. Art. 673, c. 1 – omesso collegamento o rimozione di segnali o ripari.

“Chiunque omette di collocare i segnali o i ripari prescritti dalla legge o dall'Autorità per impedire pericoli alle

persone in un luogo di pubblico transito, ovvero rimuove i segnali o i ripari suddetti, o spegne i fanali collocati

come segnali, è punito con l'arresto fino a tre mesi o con l'ammenda fino a cinquecentosedici euro.”

Qui la condotta omissiva è l’omettere di collocare i segnali o ripari prescritti dalla legge.

Es. ho una strada di mia proprietà su cui grava una servitù. Fo una buca senza collocare i segnali di

pericolo. Passa Tizio, cade e muore.

“prescritti dalla legge o dall’Autorità”: la legge mi sta obbligando a collocare i segnali prescritti dalla

legge o dall’Autorità, ma questi segnali li trovo stabiliti da una norma extra penale.

RATIO DELL’OMISSIONE VISIONE SOLIDARISTICA: L’omissione ha al suo interno una

visione solidaristica, dove la collettività esige dei comportamenti dal consociato. La collettività,

attraverso l’omissione attiva il consociato.

Di conseguenza, se è vero che il concetto di relazione è legato ad un’azione doverosa (istanza

solidaristica) e una componente normativa di doverosità, l’omissione comporta al proprio interno una

fortissima limitazione della libertà personale, come una sorta di strumentalizzazione della libertà

personale dei consociati da parte dell’ordinamento ai propri fini solidaristici, perché quando scatta

altrimenti è

l’omissione il soggetto è costretto ad agire e non può perseguire l’obiettivo in termini diversi

punito..

Ordinamenti penalistici che tendono ad intensificare la criminalizzazione dell’omissione, hanno in sé forti

connotati di autoritarismo “Hai omesso di..” è la forma più consistente di restrizione della libertà

personale. È un’imposizione di un comportamento.

Premessa:

OBBLIGO GIURIDICO: è la pretesa comportamentale che indica il comportamento attivo che viene

meno tramite la condotta omissiva.

Es. obbligo giuridico di impedire l’evento, di collocare un segnale di pericolo, obbligo di dare immediato

avviso all’autorità;

LA SITUAZIONE TIPICA CHE ATTUALIZZA L’OBBLIGO DI AGIRE: è la situazione tipica che

concretizza l’obbligo di agire, che lo fa scattare. Ad es., nel momento in cui trovo un soggetto che ha

bisogno di soccorso.

L’obbligo deve essere attuale e scatta quando c’è un pericolo di vita, ed è la situazione tipica che

attualizza l’obbligo di agire.

ELEMENTI STRUTTURALI DELL’OMISSIONE: L’omissione ha 3 componenti strutturali:

1. impossibilità fisica di agire; 89

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

2. presupposti dell’obbligo di agire;

3. termine finale per agire.

1. IMPOSSIBILITA’ FISICA (in positivo: possibilità ad adempiere) Un soggetto deve essere

nelle condizione di poter adempiere.

Es. 593 omissione di soccorso “dare immediato avviso all’Autorità”. C’è un termine temporale

immediato, ma se mi trovo sulle montagne appenniniche lontano dalla città, senza il cellulare e mi

imbatto in un soggetto che ha avuto un malore, non ho la possibilità di dare immediato avviso e

l’omissione viene meno.

2. Quand’è che sono obbligato ad agire? L’attuazione del dovere è dato dalla norma giuridica (c.p. e

norme extra penali), ma necessita della verificazione di un requisito dell’omissione, definito come: LA

è indispensabile

SITUAZIONE TIPICA o I PRESUPPOSTI DELL’OBBLIGO DI AGIRE

l’esistenza di un presupposto ad agire, che attualizza il dovere (è dato dal ritrovamento).

Art. 593, c. 1 c.p. - Omissione di soccorso

“Chiunque, trovando abbandonato o smarrito un fanciullo minore degli anni dieci, o un’altra persona incapace

di provvedere a se stessa, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia o per altra causa, omette di darne

immediato avviso all’Autorità, è punito..”

Soggetto attivo: chiunque.

Condotta omissiva: omette di dare avviso all’Autorità. Omettere è un concetto di relazione, quindi

omette di dare avviso alle Autorità.

Obbligo di agire: nasce al momento del ritrovamento di un fanciullo minore di anni 10 abbandonato o

smarrito, o di una persona incapace di provvedere a se stessa per malattia di mente o di corpo, per

vecchiaia o per altra causa.

La situazione tipica nell’omissione di soccorso: è il presupposto che attualizza il dovere di agire

consistente nel dare immediato avviso e lo si ha nel momento in cui c’è il ritrovamento.

3. TERMINE FINALE PER AGIRE la situazione tipica può consistere in un termine (dare

immediato avviso):

- ci sono reati che hanno in sé una componente naturalistica (omissione di soccorso, omicidio, ecc..),

- e dove la situazione tipica naturalistica non c’è, ma il reato ha un termine normativamente

imposto (dichiarazione dei redditi. Entro il mese X si deve realizzare la condotta di adempimento,

altrimenti scatta l’omissione).

REATI OMISSIVI PROPRI E IMPROPRI

La causalità della condotta omissiva ha sempre dato luogo a problemi derivanti dalla mancanza di un substrato

naturalistico nell’omissione, in quanto l’omissione consiste in un “nihil” e fa dubitare che essa possa

realmente concorrere alla produzione di un evento.

Distinzione tra reati omissivi propri e impropri e il significato dell’art. 40, c. 2 c.p.:

REATI OMISSIVI PROPRI (no evento) => sono privi dell’evento, dunque sono reati di pura condotta

omissiva dove è sufficiente integrare la fattispecie criminosa.

Es. omessa denuncia di reato da parte del pubblico ufficiale (art. 361 c.p.). Omissione di soccorso (art.

593 c.p.)

REATI OMISSIVI IMPROPRI (si evento) => sono i reati alla cui condotta omissiva deve seguire la

produzione di un evento naturalistico, in quanto elemento costitutivo del reato previsto dalla fattispecie

incriminatrice. 90

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Tale categoria è prevista dall’art. 40, c. 1 c.p., il quale, nell’affermare la necessità del nesso causale

dell’evento, la riferisce sia all’azione che all’omissione.

Es.: una madre che non somministra il cibo al figlio e lo lascia morire.

La previsione legislativa del fatto tipico dei reati omissivi impropri può derivare da diverse tecniche di

tipizzazione:

1) La fattispecie omissiva può essere prevista direttamente dalla stessa norma incriminatrice (previsione

data dal legislatore).

Art. 437 c.p – Rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro

“Chiunque omette di collocare impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro,

ovvero li rimuove o li danneggia, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.

Se dal fatto deriva un disastro o un infortunio, la pena è della reclusione da tre a dieci anni.”

2) Condotta omissiva prevista implicitamente: Il legislatore può indicare la condotta in modo

indeterminato, utilizzando cioè un’espressione lessicalmente capace di designare tanto una condotta attiva

quanto una condotta omissiva.

Es. art. 575 c.p. (reato a condotta libera)

I reati così tipizzati, come l’omicidio, sono reati a condotta libera e, quando sono realizzati mediante una

condotta omissiva, si parla di reati commissivi mediante omissione.

3) Il legislatore può utilizzare una tecnica di “conversione” (e di “raddoppio”) di fattispecie configurate

espressamente come attive (“chiunque, con artifizi e raggiri, inducendo taluno in errore …” art. 640

c.p.) in altrettante fattispecie omissive improprie, attraverso una clausola generale di equivalenza, dove il

giudizio è rimesso nelle mani del giudice.

Es. dovrebbe essere punito anche colui che si procura un ingiusto profitto con altrui danno limitandosi ad

approfittare dell’errore in cui già versava il contraente, e tenendo così una condotta non già attiva di

induzione in errore mediante artifizi e raggiri, ma solamente omissiva di approfittamento dell’errore altrui.

Queste 3 tecniche legislative si pongono in un progressivo allontanamento dai principi di legalità e

tipicità:

1) con la 1° => la condotta omissiva è espressamente descritta dal legislatore;

2) con la 2° => è prevista solo implicitamente;

3) con la 3° => si avrebbe un vero e proprio vulnus a tali principi, poiché la tipizzazione effettuata dal

legislatore di una condotta esclusivamente attiva, sarebbe smentita da una clausola generale di raddoppio

che, in quanto tale, aggiungerebbe a quella attiva una fattispecie omissiva sulla base di un giudizio

sostanziale di equivalenza rimesso all’esclusivo apprezzamento del giudice.

Si ritiene, perciò, che tale tecnica sia incompatibile con i principi di legalità e tipicità.

Sennonché, l’art. 40, c. 2 c.p. (dedicato alla sola condotta omissiva): “Non impedire un evento, che si ha

l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”, si presta a 2 possibili interpretazioni:

1. l’opinione maggioritaria ritiene che l’art. 40, c. 2 c.p. deve essere inteso come clausola che consente

l’individuazione delle fattispecie omissive improprie, mediante il suo riferimento e il suo “combinarsi” con

le fattispecie casualmente orientate.

Pertanto il legislatore, attraverso la configurazione di una fattispecie casualmente orientata, ha mostrato

indifferenza verso la realizzazione attiva o omissiva, “coprendole” entrambe con la sua previsione. Lo

stesso art. 40, c. 1 c.p. afferma la plausibilità logico-naturalistica della causalità dell’omissione.

2. secondo un altro modo di intendere l’art. 40, c. 2, la clausola dell’equivalenza non sarebbe priva di un suo

contenuto normativo, trovando essa la sua ragion d’essere nelle peculiarità “ontologiche” della causalità

omissiva, cioè essendo poco plausibile riferire la causalità naturalistica ad una condotta che 91

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naturalisticamente è nulla, con la clausola di equivalenza il legislatore farebbe capire che, nei reati omissivi

impropri, è si possibile parlare di causalità, ma in un senso tutto normativo di “iscrizione” dell’evento al

soggetto e comunque assolutamente peculiare e diverso da quello proprio della causalità attiva.

Il secondo Elemento Costitutivo Del Fatto Tipico:

2) SOGGETTO ATTIVO

Il soggetto attivo è colui che compie l’illecito, è altresì indispensabile per procedere ad una incriminazione.

Esistono però reati, detti reati propri, in cui il soggetto attivo è individuato dalla previsione legislativa, in

quanto solo una certa categoria di soggetti attivi può realizzare lo specifico disvalore del reato (es. la madre

nell’art. 578 c.p., il pubblico ufficiale nell’art. 361 c.p., la persona coniugata nell’art. 556 c.p., ecc…)

I reati rivolti a “chiunque” ogni soggetto attivo può realizzare il disvalore, sono detti reati comuni.

I reati propri si distinguono in:

- esclusivi, quando lo stesso fatto commesso da un soggetto diverso da quello previsto dalla norma, non

costituirebbe reato, es. incesto;

- e in non esclusivi, quando lo stesso fatto commesso da un soggetto diverso da quello previsto dalla norma,

costituisce un diverso reato a causa del diverso disvalore che crea.

Es. reato di peculato dei pubblici funzionari che diventa appropriazione indebita per i cittadini comuni.

La previsione di un soggetto attivo determinato, per essere legittima deve per forza comportare un disvalore

diverso, più o meno grande.

E’ possibile che siano incriminati per reati propri anche soggetti diversi da quelli previsti, qualora vi sia un

concorso di persone, dove i soggetti attivi si organizzano a commettere il reato sfruttando la particolare

posizione del soggetto attivo della previsione legislativa.

Il terzo Elemento Costitutivo Oggettivo Del Fatto Tipico:

3) EVENTO

L’evento è un elemento costitutivo oggettivo del fatto tipico eventuale e defettibile.

Per capire l’eventualità dell’evento dobbiamo aver bene presente il concetto di indefettibilità della condotta:

se è vero che in ogni fatto tipico è presente la condotta, l’evento invece è previsto soltanto laddove il

legislatore lo preveda. Se il legislatore l’ha previsto, l’evento diventa elemento costitutivo del fatto tipico, ma

può benissimo anche non prevederlo. Pertanto si potrebbe anche dire che è un elemento defettibile.

Perché il legislatore può preveder o non prevedere l’evento?

Perché è una questione di disvalore. Tutte le volte che il legislatore ha intenzione di incentrare un disvalore su

eventi particolarmente significativi, allora lo prevede.

Es. omicidio. Tutte le forme di omicidio hanno al proprio interno l’evento morte.

Che cosa si intende per evento?

Per evento si intende una conseguenza naturale della condotta, vale a dire una modificazione della realtà che

deve essere prodotta dalla condotta del soggetto attivo.

L’evento è una trasformazione fisico materiale della realtà, la quale subisce un mutamento percepibile ai sensi.

La trasformazione della realtà dovuta alla condotta si deve apprezzare in modo isolato e distaccato dal

comportamento, in termini autonomi da un punto di vista cronologico, spaziale e temporale rispetto alla

condotta.

Es. evento morte. L’evento morte consiste in una modificazione della realtà fisico/materiale che avviene in un

profilo spazio/temporale diverso rispetto a qualsiasi condotta che il soggetto attivo realizza. 92

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Problema: Rispetto ad alcuni reati si pone il problema di individuare l’evento e di stabilire se c’è o meno:

Art. 385 c.p. – Evasione – reato di mera condotta per un reato, evade è punito con la reclusione da uno a tre anni.”

“Chiunque, essendo legalmente arrestato o detenuto

Es. un soggetto si trova recluso all’interno di un carcere, il quale è delimitato da mura e il soggetto va oltre

queste mura e diviene responsabile di evasione.

Stessa cosa si può avere per gli arresti domiciliari, dove il soggetto sta in casa, la quale ha un perimetro (in

condominio il limite è l’appartamento, mentre in una casa libera su quattro lati col giardino, il limite è il

giardino), e il soggetto evade oltre il perimetro.

Per anni si è posto il problema se l’evasione fosse un reato di mera condotta oppure un reato di evento:

È una fattispecie di mera condotta e non di evento: alcuni sostenevano che l’evasione era un reato di mera

condotta, dove il soggetto tiene un comportamento. Ma secondo altri, contrariamente, vi è una modificazione

della realtà, perché prima il soggetto è recluso e dopo l’evasione è in uno stato di libertà. Pertanto si crea una

sorta di evento in conseguenza della sua condotta.

In realtà, la fattispecie dell’evasione è un reato di mera condotta e non di evento, perché non c’è la

trasformazione fisico materiale della realtà in conseguenza della condotta.

Si potrebbe pensare, che al contrario sia presente un evento (prima Tizio era dentro le mura e dopo è al di là

del muro. È una modificazione della realtà, inteso come modificazione della realtà, ma non è evento nel

momento in cui si insiste sul profilo che si deve trattare di un qualcosa di cronologicamente e spazialmente

distinto dal comportamento.

Nell’evasione non c’è un evento che scinde dal comportamento. Il comportamento resta lo stesso e non è

avvenuto un qualcosa di ulteriore.

REATI DI MERA CONDOTTA e REATI DI EVENTO

a) REATI DI EVENTO: sono quei reati che hanno una condotta ed anche un evento come elemento

costitutivo. L’evento accentua l’intero disvalore e

Perché? Per questioni attinenti a giudizi di disvalore del fatto.

diventa il requisito centrale sotto il profilo del disvalore.

Es. omicidio, dove la morte dell’uomo è la concretizzazione della compromissione del bene vita.

b) Mentre in altri reati l’evento non è previsto perché non avrebbe alcun ruolo nel delineare il disvalore

REATI DI MERA CONDOTTA

Es. violenza sessuale art. 609 bis. Dove si compiono atti sessuali attraverso violenza, minaccia o abuso

di autorità.

Rispetto alla violenza sessuale ci sono due possibili eventi:

- un evento è dato dall’eventuale contagio di malattie, ma questa ipotesi è già coperta dal reato di

lesioni col suo disvalore;

- oppure l’altro evento è dato dalla gravidanza.

- Infine dalla morte.

Questi eventi sono del tutto distonici rispetto al disvalore della violenza sessuale, perché nella violenza

sessuale viene tutelata la libertà di autodeterminazione sessuale del soggetto, la quale viene compromessa

indipendentemente dagli eventuali eventi.

All’interno dei reati si tende a distinguere tra:

1. reati a condotta libera;

2. reati a condotta vincolata; 93

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3. reati a condotta vincolata e di evento

REATI A CONDOTTA LIBERA, REATI A CONDOTTA VINCOLATA e REATI A CONDOTTA

VINCOLATA E DI EVENTO

1. REATI A CONDOTTA LIBERA sono quei reati di evento rispetto ai quali non vi è descrizione di

particolari modalità di condotta. Non si descrive la modalità di realizzazione della condotta, ma è libera,

nel senso che è una condotta che può assume qualsiasi forma e modalità.

Il legislatore prevede i reati a condotta libera perché vuole tutelare un bene compromesso da un

determinato evento offensivo, contro tutte le possibili modalità comportamentali.

Es. omicidio. Reato a condotta libera e di evento.

Un uomo posso ucciderlo in molti modi. Il precetto non ci dice se lo uccido con l’inganno o con violenza.

L’evento è centrale sotto il profilo del disvalore, e per ciò il legislatore prevedere una condotta libera,

difatti parla di “chiunque cagiona la morte di un uomo” e non sono indicate modalità o mezzi per

cagionare. Come hai cagionato la morte di un uomo all’ordinamento non interessa, ma gli interessa il

disvalore del fatto, il quale resta sempre.

2. REATI A CONDOTTA VINCOLATA sono quei reati in cui c’è una condotta, ma descritta con

particolare modalità, in modo dettagliato. Possono essere sia reati di evento e sia reati di mera condotta.

Si caratterizzano per una tipizzazione della modalità della condotta, che diventano elementi costitutivi

essenziali del fatto tipico.

Es. Il reato di mera condotta è ad es. violenza sessuale, truffa e estorsione.

Il compimento di atti sessuali. Una condotta che di per sé sarebbe lecita, ma dà disvalore se è:

- con violenza: dove trattengo la vittima e la percuoto;

- con minaccia: dove prospetto un male futuro alla persona;

- con abuso di autorità: dove sono in una posizione gerarchica predominante e faccio valere la mia

posizione ai danni della vittima, costringendola a subire atti sessuali.

In assenza delle modalità della condotta, il fatto è un fatto lecito, libero e piacevole.

Es. Truffa - art. 640 c.p. – reato a condotta vincolata

“Chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui

danno (evento), è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da cinquantuno euro a milletrentadue

euro.”

È un reato a condotta vincolata, dove sono richieste particolari modalità:

- con artifizi o raggiri, inducendo in errore;

- procura a sé o ad altri un ingiusto profitto (uguale all’estorsione).

Le modalità della condotta sono le modalità che accompagnano la condotta principale: l’induzione

(portare qualcuno a fare qualcosa) e avviene tramite artifizi o raggiri.

Le induzioni possono essere anche delle pressioni, le quali non sono delle vere e proprie minacce, o artifizi

e raggiri perché non sto ingannando, ma ti presso sotto un profilo di induzione, cioè ti porto a fare

qualcosa.

L’estorsione è un reato molto simile alla truffa:

Art. 629 – estorsione – reato a condotta vincolata

costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad

“Chiunque, mediante violenza o minaccia,

altri un ingiusto profitto con altrui danno (evento), è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa

da euro 1.000 a euro 4.000.” 94

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Questa fattispecie stabilisce un’altra modalità della condotta, cioè violenza o minaccia (qui è quasi di più

costrizione).

L’estorsione è un reato simile alla truffa, ma in questo caso la condotta tipica sia ha attraverso violenza o

minaccia, dove costringe taluno a fare o ad omette qualche cosa, mentre l’evento è uguale alla truffa

(procura a sè o ad altri un ingiusto profitto con l’altrui danno).

Il legislatore distingue le due fattispecie (truffa e estorsione), perché cambia il disvalore del fatto e il

quantum della pena, dove nella truffa è la reclusione da 6 mesi a 3 anni; mentre nella estorsione da 5 mesi a

10 anni.

3. REATI A CONDOTTA VINCOLATA E DI EVENTO sono quei reati dove è previsto al loro interno

una condotta vincolata e un evento.

Art. 610 c.p. - violenza privata

“Chiunque, con violenza o minaccia (modalità della condotta), costringe (condotta) altri a fare, tollerare od

omettere qualche cosa (evento) è punito..”

Modalità della condotta: violenza o minaccia costringe.

Condotta: costringe.

Evento (a cosa?): a fare, tollerare od omettere qualche cosa.

“a fare”: costringo a fare un qualcosa è il comportamento che la persona offesa tiene a seguito di un evento

frutto della costrizione del soggetto attivo.

Es. Prendo una pistola e la punto sulle tempie di una persona dicendogli o firmi il contratto o ti sparo.

Quella firma è un evento scaturito dalla mia condotta mediante costrizione, con violenza o minaccia.

Perché reati di evento a condotta vincolata e non a condotta libera?

In questo caso, all’ordinamento non interessa la verificazione dell’evento in sé e per sé, quanto piuttosto la

produzione dell’evento realizzata mediante specifiche e peculiari modalità di condotta (violenza o

minaccia), le quali produce l’evento disdicevole.

“Puoi costringere qualsiasi persona a fare qualsiasi cosa, basta non usare violenza o minaccia, altrimenti

scatta la dimensione penale”. Se ad es. costringo a fare qualche cosa mediante abile persuasione non c’è

disvalore.

Es. tutti i giorni telefono al mio amico: “Pronto? Me lo vendi il campo. No. Poi lo aspetto fuori dal

cancello: me lo vendi il campo? Dai vendimi il campo!”. Tizio si arrende e gli vende il campo.

L’ordinamento lo consente. È una mezza costrizione, ma fuori da elementi di violenza o minaccia. (Può

integrare il reato di Molestia o disturbo alle persone art. 660 c.p., ed è un reato a condotta vincolata e di

evento – reato comune improprio).

Il quarto Elemento Costitutivo Oggettivo del Fatto Tipico:

4) IL NESSO DI CAUSALITÀ

Il nesso di casualità è un altro elemento costitutivo oggettivo ed essenziale del fatto tipico laddove il

legislatore preveda un evento. È il rapporto di legame che deve intercorrere tra l’evento e la condotta.

Qualora nel fatto tipico è previsto un evento, la previsione dell’evento si porta sempre dietro di se anche la

previsione del nesso causale, e non importa che sia espresso, ma è sufficiente che sia previsto nella fattispecie

incriminatrice l’evento.

Art. 575 c.p. – omicidio

“Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito..” 95

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Nel 575 non c’è descritto il nesso causale, ma c’è un riferimento al cagionare.

Art. 640 – Truffa

“Chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui

danno, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 51 a euro 1.032.”

L’errore non deve necessariamente derivare dal nesso di causalità, ma è sempre indispensabile che ci sia.

RATIO Perché è necessario l’evento per avere il nesso di casualità?

1) RATIO LEGALE

Art. 40, c. 1 c.p. – Rapporto di casualità

“Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se l'evento dannoso o pericoloso, da cui

dipende la esistenza del reato, non è conseguenza della sua azione od omissione.”

Il nostro legislatore disciplina il nesso di casualità all’interno dell’art. 40, stabilendo che, laddove c’è l’evento,

c’è necessariamente il nesso di casualità. Quindi è una ragione di tipo legale, perché lo stabilisce il legislatore.

2) RATIO SOSTANZIALE P. DI PERSONALITA’ DELLA RESPONSABILITA’ PENALE.

Il nesso di casualità è un requisito fondamentale, perché attraverso di esso si rispetta il p. di personalità della

responsabilità penale.

Perché? Cosa implicherebbe rendere responsabile un soggetto per un evento che non è nesso alla sua

condotta?

Se venisse imputato ad una persona un evento non è legato dal nesso di casualità alla sua condotta,

l’ordinamento lo renderebbe RESPONSABILE PER FATTO ALTRUI (pesante violazione del p. della

personalità della responsabilità penale), magari l’evento può essere stato prodotto dalla natura o da un’altra

condotta (CAPRO ESPIATORIO, dove si punisce l’innocente).

Ogni volta che si pone un problema di casualità, si pone un problema di rispetto o violazione del p. di

personalità della responsabilità penale. Si pone il rischio di accollare ad una persona un evento che non ha

prodotto, e per ciò una responsabilità che non gli appartiene (art. 27, c. 1 Cost.).

Es. 1: Decido di uccidere la mia suocera. Metto il veleno nel caffè che amorevolmente le ho preparato dopo

il pasto. Faccio un ottimo caffè con la panna. Mia suocera beve il caffè, ma mentre lo beve muore di infarto e

rimane stecchita sul colpo.

Qui l’evento morte è imputabile ad una causa naturalistica (infarto) e non ad una mia condotta

(avvelenamento).

Se fossi ritenuto responsabile della morte di mia suocera, si verrebbe a realizzare un’ipotesi di responsabilità

per fatto altrui, perché la morte non è dovuta ad un mio comportamento, ma ad un evento naturalistico.

Comunque mi si potrebbe imputare un’ipotesi di tentato omicidio.

Es. 2: un soggetto spara un colpo di pistola e vuole uccidere un uomo, ma la morte dell’uomo è cagionata

da un altro soggetto che contestualmente spara un altro colpo di pistola.

Se la morte è cagionata dal proiettile di un’altra persona, non potrò esser fatto responsabile della morte di

quella persona, ma responsabile sarà l’altra persona, perché altrimenti mi vedrei accollata una responsabilità

per fatto altrui.

Problema della casualità: è quello di stabilire l’esistenza o meno di un nesso di casualità tra un evento

naturalistico e una determinata condotta umana.

In realtà non si tratta di collegare immediatamente e direttamente l’evento alla condotta, perché tra la

condotta e l’evento esiste una PLURALITÀ DI FATTORI. 96

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Es. EVENTO: E (evento morte suocera, ecc..)

CONDOTTA: C (condotta di avvelenamento, ecc..)

Il problema della casualità riguarda il legame tra condotta ed evento, ma non riguarda il rapporto diretto e

immediato tra la condotta e l’evento, ma la condotta e i vari fattori che intercorrono tra la condotta del

soggetto e l’evento, perché tra la condotta e l’evento esiste sempre una pluralità di fattori.

FATTORI CATENA CAUSALE (reale o ipotetica)

CONDOTTA F1, F2, F3, F4, ecc… EVENTO

La pluralità di fattori e il nesso causale (il legame tra condotta ed evento), è la catena causale composta da

una pluralità di fattori, dove la stessa condotta non è altro che uno di questi fattori.

Questo legame (condotta e evento) non è possibile coglierlo in termini immediati e diretti, ma necessita di un

nesso frutto di una pluralità di fattori, visto come un insieme di anelli di un DECORSO CASUALE:

Es. 1: Tizio spara in testa a Caio. Mandando il film a rallentatore notiamo un uomo con una pistola, che la

punta, preme il grilletto, il quale crea un meccanismo con tante funzioni, parte il proiettile il quale entra nel

cranio di Caio, che va all’interno del cervello della zona vitale, Caio muore per morte celebrale diretta.

Es. 2: avveleno mia suocera e la sua morte è il frutto di una pluralità di fattori:

1) E: Evento morte: avvelenamento che provoca la necrosi del fegato.

arresto di un organo vitale (fegato).

2) F1: Causa morte:

3) F2: Poi dobbiamo andare a vedere come il fegato è andato in necrosi: all’interno del fegato troveremo una

sostanza velenosa, la quale ci dice che è ha causato la necrosi del fegato.

4) F3: Ma poi ci dobbiamo interrogare come ha fatto quella sostanza ad entrare: la sostanza è passata dallo

stomaco. è stata ingerita attraverso un ottimo caffè.

5) C: Ma poi dobbiamo capire come è entrata nello stomaco:

Questa è la dinamica causale costituita da una pluralità di fattori. È una catena causale che non si può

interrompere, deve essere priva di interruzioni di continuità.

Allora, il problema della causalità è ricostruire la catena casuale, ma soprattutto individuare il CRITERIO

alla luce del quale poter affermare l’esistenza del legame tra fattori e l’esistenza della responsabilità penale.

Per rispondere al criterio utilizzato per individuare i fattori causali, possiamo distinguere 2 orientamenti:

1. CONDICIO SINE QUA NON

2. CAUSALITÀ SCIENTIFICA o Causalità basata sulla Spiegazione Scientifica

Sono due orientamenti separati, i quali esprimono due modi diversi di concepire la casualità.

1) CONDICIO SINE QUA NON (sia azione che omissione)

(Condizione senza la quale non si può verificare un evento)

Il presupposto della Condicio Sine Qua Non è il fatto che tra l’evento e la condotta vi è una pluralità di fattori,

la quale opera in modo diverso a seconda se siamo in presenza di azione o di omissione: il criterio è

identico (non c’è differenza sotto il profilo del nesso causale) ma, siccome azione e omissione sono, da un

punto di vista naturalistico (azione si estrinseca nella realtà, mentre l’omissione, essendo un’inerzia, no), per

l’azione si procede attraverso un’eliminazione mentale del fattore, fino a trovare il fattore che lega la condotta

del soggetto agente all’evento naturalistico, mentre nell’omissione si procede attraverso un’aggiunzione

mentale del fattore idoneo a verificare l’evento.

In presenza di un’AZIONE si procede attraverso la c.d. PROCEDIMENTO DI ELIMINAZIONE

• MENTALE (-). 97

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Es. catena causale reale (la catena storica) che si è verificata e che si ipotizza.

A (azione) F 1, F 2, F 3, ecc.. E (evento)

Per capire se la condotta è un fattore causale (un fattore che appartiene alla catena causale), si ipotizza una

catena casuale senza il fattore che interessa verificare come condizione o meno (eliminazione mentale), e a

quel punto devo verificare se l’evento si sarebbe o meno.

- Se eliminando il fattore l’evento si verifica il fattore eliminato non era condizione (non era

Condicio Sine Qua Non).

- Se invece, eliminando il fattore, l’evento non si verifica, allora quel fattore è Condicio Sine Qua

Non per la verificazione dell’evento: la condotta era condizione necessaria per far verificare l’evento.

Es. avvelenamento. Se elimino l’aver propinato il caffè avvelenato, l’evento non si sarebbe verificato. È

grazie al caffè che l’evento si è verificato.

Diverso, ma solo sul piano concettuale, è il ragionamento dell’OMISSIONE (+): PROCEDIMENTO DI

• CATENA CAUSALE IPOTETICA essendo l’omissione

AGGIUNZIONE MENTALE

un’inerzia, vado ad aggiungere la condotta doverosa, e a quel punto verifico se l’evento si sarebbe

verificato oppure no.

- Se aggiungo la condotta doverosa l’evento non si sarebbe verificato, la condotta doverosa è Condicio

Sine Qua Non.

- Se invece aggiungo la condotta doverosa e l’evento si sarebbe verificato ugualmente, la condotta non

è Condicio Sine Qua Non.

Per anni la penalistica ha lavorato attraverso il criterio della Condicio Sine Qua Non, ritenendolo capace di

identificare e accertare il nesso o meno tra condotta, fattori ed evento.

Il criterio della Condicio Sine Qua Non presenta un punto debole: concettualmente funziona, ma sul piano

concettuale astratto, e in realtà dà per scontato quello che deve essere dimostrato, cioè devo già avere le

conoscenze sul quel fattore capace di cagionare l’evento.

Quando togliamo o aggiungiamo un fattore, sappiamo già la risposta in ordine all’efficacia causale o meno di

quel fattore. Siamo già in grado di sapere se quel fattore è casuale o no.

Es. Veleno. Già sappiamo che ha cagionato la morte.

Dunque, la capacità euristica di spiegazione della Condicio Sine Qua Non è apparente, non è un criterio in

grado di dire se effettivamente quel fattore è casuale o meno, perché si necessita di una spiegazione scientifica

(bisogna verificare se veramente la quantità di dose di veleno propinata era idonea a provocare l’evento

morte). Allora, dietro la Condicio Sine Qua Non si cela la possibilità di una spiegazione scientifica di

quell’evento.

Es. caramella avvelenata. La metto in bocca, deglutisco e casco in terra. se non

La caramella è causa della mia morte? Sulla base della Condicio Sine Qua Non si dovrebbe dire:

ingerivo la caramella non si sarebbe prodotto l’evento morte.

È sufficiente ragionare in questi termini?

Attraverso il criterio della Condicio Sine Qua Non si, però, nel momento in cui ci poniamo questa domanda, si

sta abbandonando il criterio della Condicio Sine Qua Non, per basarsi su un altro criterio: il CRITERIO

DELLA SPIEGAZIONE SCIENTIFICA della morte, perché si deve capire la vera causa della morte, e

successivamente si chiarisce il profilo della casualità con i suoi fattori che hanno portato all’evento morte (p.

di personalità della responsabilità penale).

La Condicio Sine Qua dà per presupposto che la caramella fosse scientificamente capace di aver cagionato la

morte, ma in realtà è tutto da dimostrare attraverso le conoscenze esplicative attinenti alla catena causale. 98

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Chi è che applica la Condicio Sine Qua Non? Il medico legale (lo scienziato).

2) CASUALITÀ SCIENTIFICA

o causalità basata sulla spiegazione scientifica

Lo scienziato fa una ipotesi, toglie un fattore e a quel punto sperimenta se l’evento si sarebbe verificato o

meno:

- se si verifica l’evento: il fattore era Condicio,

- se non si verifica l’evento: il fattore non era Condicio.

Allora, la Conditio Sine Qua Non ha grandi funzioni in un contesto non penalistico, ma nel penale si necessita

del criterio scientifico, il quale dà la possibilità di ripetere le vicende casuali.

La ricerca scientifica si basa sulla Condicio Sine Qua Non, sulla possibilità, attraverso gli esperimenti, di

riprodurre le dinamiche processuali.

Lo scienziato individua le leggi scientifiche, caratterizzate dalla conoscenza del maggior numero dei fattori,

dove più fattori conosce e più è in grado di conoscere le leggi scientifiche di un determinato settore, al fine di

individuare una responsabilità dolosa o colposa per colpa generica o specifica.

Es. Procreazione medicalmente assistita. Come fa l’uomo a scoprire come la donna può rimanere incinta?

Siamo giunti alla procreazione medicalmente assistita, grazie alle leggi causali e agli esperimenti sedimentati

nel tempo.

Inizialmente l’uomo scoprì che con la donna era inutile lasciarla esposta alla luna per tre gg ma, guardando un

comportamento tipico degli animali, scoprì che la gravidanza era legata a comportamenti sessuali.

Poi, siccome a volte non rimaneva incinta, si accorse che non bastava una sola volta e perciò l’uomo iniziò a

concentrarsi su altri fattori (il ciclo e ovulazione della donna).

L’uomo portava la donna dallo sciamanno e lasciava lì per un paio di mesi e la rendeva fertile, perché lo

sciamanno sapeva come funzionava il meccanismo.

La Condicio Sine Qua Non la utilizza lo scienziato. È proprio del processo conoscitivo esplicativo. È un

criterio validissimo per la ricerca dei fattori, ma è valido per un settore diverso da quello penale, per la ricerca

scientifica, caratterizzata dalla ripetibilità degli esperimenti e dalla possibilità di togliere un fattore e verificare

se l’evento si verifica oppure no.

Nel penale è impossibile RATIO:

1) RAGIONE NATURALISTICA: nel penale non è possibile ripetere il fatto storico, perché appartiene al

passato (non posso uccidere di nuovo la suocera. Portarla in tribunale e offrirle di nuovo il caffè

avvelenato).

L’evento ormai appartiene al passato, e la catena dei fattori appartiene al passato, perciò solo laddove ho la

possibilità della ripetibilità dei fattori opera la condicio sine qua non.

2) IL GIUDICE NON CREA LE LEGGI MA LE APPLICA il giudice, rispetto alle leggi scientifiche,

non ha nessuna funzione creativa e di conseguenza non può aggiungere i fattori causali, ma si limita ad

applicare e utilizzare le leggi che la scienza ha elaborato.

La casualità scientifica sostituisce la condicio sine qua non: la dottrina stabilisce che la casualità

scientifica costituisce una sorta di profilo correttivo della Condicio Sine Qua Non. perché una

Piuttosto il Prof. sostiene che la casualità scientifica vada a soppiantare la Condicio Sine Qua Non,

volta che ho stabilito che la condotta di avvelenamento è fattore causale in termini esplicativi, non ha più

senso chiedersi se tolgo la condotta l’evento si sarebbe verificato ugualmente.

Detto ciò, il passaggio della Condicio Sine Qua Non non ha più senso in una prospettiva di spiegazione

scientifica. Non è necessario farlo perché, una volta che ho spiegato che la condotta è causa sulla base delle

leggi scientifiche, nulla aggiunge la Condicio Sine Qua Non, proprio perché ho la spiegazione causale. 99

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

LEGGI ASSOLUTE (UNIVERSALI) E RELATIVE (STATISTICHE)

Il problema delle conoscenze esplicative è dato dal fatto che, più sò e posso spiegare, e più domino la

causalità (divieto di responsabilità per fatto altrui).

All’interno della casualità scientifica, si sono prospettati 2 diversi modelli esplicativi di concepire la casualità

scientifica:

1) Modello delle LEGGI SCIENTIFICHE UNIVERSALI, basate sulla Certezza Assoluta;

2) Modello basato sulle LEGGI STATISTICHE, basate sulla Probabilità.

1) Modello delle LEGGI SCIENTIFICHE UNIVERSALI basato sulla CERTEZZA ASSOLUTA (100%)

consentono di spiegare in termini assoluti la verificazione di un determinato evento.

Es. butto il mio cellulare in terra. Ho la certezza al 100% che il cellulare cadrà in terra, in base alla legge di

gravità.

Le leggi universali sono molte e gran parte delle patologie mortali le conosciamo ed abbiamo una

spiegazione scientifica assoluta.

Es. cancro da amianto, il c.d. mesotelioma pleurico. È un tumore delle vie respiratorie. L’amianto è una

sostanza particolare caratterizzata da delle fibre talmente piccole che entrano nei polmoni, depositano

sostanze tossiche e il tumore si presenta a distanza di 15/20 anni dalla inalazione.

La presa che taglia un arto. Tutte le dinamiche dei veleni. Gli incidenti stradali. Di volta in volta siamo

in grado di ricostruire la causa di morte.

La certezza delle leggi universali, riguarda:

1) sia l’azione

2) che l’omissione.

È una certezza che deve caratterizzare entrambi i comportamenti, sia quello consistente in un’azione, un

comportamento che si estrinseca nella realtà fenomenologica, e sia in un’omissione, consistente in

un’inerzia.

Sempre nella prospettiva della certezza si afferma che questa certezza è indispensabile ai fini del rispetto

del p. di personalità della responsabilità penale perché…..:

2) Modello delle LEGGI STATISTICHE basate sulle PROBBABILITA’ se utilizzo leggi che non sono

universali, ma statistiche (basate su delle percentuali di probabilità), si rischia di imputare l’evento ad un

soggetto che non ha tenuto una condotta idonea a provocare l’evento, dove non vi è un legame di fattori,

determinando così un ipotesi di responsabilità per fatto altrui.

Es. So che una patologia deriva per il 70% da un fattore riconducibile ad una certa condotta, mentre per il

30% non so a che cosa è riconducibile.

Se stabilisco che c’è una responsabilità di Tizio, perché c’è una copertura statistica del 70%, il rischio di

responsabilità per fatto altrui è altissimo, perché: chi ci dice che quel caso concreto non rientri nel 30%?

È una legge statistica e come tale la certezza è relativa. Allora, le leggi statistiche non si possono

utilizzare?? (guardare Sentenza Franzese).

Le Leggi Statistiche, sono leggi dove l’uomo ancora non è in grado di confezionare conoscenze certe ed

assolute, per cui, nella catena causale si presentano di fattori che ancora non conosciamo.

Es. Ci sono delle neoplasie dove si conoscono alcuni fattori che la causano e altri no, ad es. il cancro al

polmone dei fumatori. Può ammalarsi un fumatore attivo o chi ha fumato in passato, ma anche chi non ha

mai fumato, e forse questo può dipendere da fattori di predisposizione genetica.

Si possono utilizzare le leggi universali?

Si, perché c’è una certezza assoluta, la quale garantisce la correlazione dei fattori e della condotta, e il rispetto

del Principio Di Personalità Della Responsabilità Penale. 100

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

E rispetto alle leggi statistiche?

Sono relative. C’è un dubbio. Il loro impiego può comportare rischi di incertezza e quindi di Responsabilità

Per Fatto Altrui ma.. SENTENZA FRANZESE n. 30328 Cass. Sez. Unite

All’interno della nostra realtà sociale e attuale, il progresso scientifico è in continua evoluzione, e laddove ci

sono continue scoperte scientifiche, più si scopre e più aumentano i fattori e più si aprono voragini di totale ed

assoluta ignoranza umana.

Con le leggi statistiche si deve riattivare la ricerca scientifica, affinchè la scienza venga a conoscenza di tutti i

fattori che ci daranno il 100% di certezza assoluta.

Allora: se si preclude la possibilità di utilizzare le leggi statistiche, si rischia di creare dei VUOTI DI

TUTELA, tutte le volte in cui siamo in presenza di settori in cui c’è una conoscenza scientifica relativa, in

progresso, con una spiegazione del 30%, 50% , e perciò nasce l’esigenza di tutelare i cittadini (ESIGENZA

GENERAL PREVENTIVA).

Dietro alla casualità scientifica assoluta e la casualità scientifica probabilistica, si riproduce nuovamente il

conflitto tra ESIGENZA DI PREVENZIONE e ESIGENZA DI GARANZIA:

- chi vuole certezza esprime esigenza di garanzia,

- mentre chi vuole la probabilità esprime esigenze di prevenzione.

Questi 2 orientamenti hanno trovato accoglimento all’interno della nostra giurisprudenza:

- in un periodo l’orientamento giurisprudenziale ha sposato il criterio della casualità scientifica basata sulla

certezza, basato invece sulla probabilità.

- e poi l’orientamento giurisprudenziale

SENTENZA FRANZESE n. 30328 11/09/2002

In presenza di questo contrasto, su quale fosse il criterio da utilizzare in ordine alla casualità (spiegazione

dell’evento), la questione è stata sottoposta alla Sezione IV di Cass., la quale, con la sentenza franzese

11/09/2002 n° 30328, affrontò il tema della spiegazione sul nesso causale in un caso di responsabilità

professionale del medico per morte del paziente.

[Massima della Sentenza Franzese: In tema di reato colposo omissivo improprio, con particolare riguardo

alla materia della responsabilità professionale del medico chirurgo, il nesso causale può essere ravvisato

quando, alla stregua del giudizio controfattuale condotto sulla base di una generalizzata regola di esperienza o

di una legge scientifica (universale o statistica), si accerti che, ipotizzandosi come realizzata dal medico la

condotta doverosa impeditiva dell'evento hic et nunc, questo non si sarebbe verificato, ovvero si sarebbe

verificato ma in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva.

Non é consentito dedurre automaticamente dal coefficiente di probabilità espresso dalla legge

statistica la conferma, o meno, dell'ipotesi accusatoria sull'esistenza del nesso causale, poiché il giudice deve

verificarne la validità nel caso concreto, sulla base delle circostanze del fatto e dell'evidenza disponibile, così

che, all'esito del ragionamento probatorio che abbia altresì escluso l'interferenza di fattori alternativi, risulti

giustificata e processualmente certa la conclusione che la condotta omissiva del medico è stata condizione

necessaria dell'evento lesivo con “alto o elevato grado di credibilità razionale” o “probabilità logica”.

L'insufficienza, la contraddittorietà e l'incertezza del riscontro probatorio sulla ricostruzione del nesso

causale, quindi il ragionevole dubbio, in base all'evidenza disponibile, sulla reale efficacia condizionante della

condotta omissiva del medico rispetto ad altri fattori interagenti nella produzione dell'evento lesivo,

comportano la neutralizzazione dell'ipotesi prospettata dall'accusa e l'esito assolutorio del giudizio. (dal sito

altalex)] 101

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

fu una sentenza che metteva in luce due esigenze, entrambe meritevoli

RATIO della Sentenza Franzese

della massima attenzione (esigenza di garanzia e di prevenzione).

La Corte adotta una soluzione molto equilibrata e intelligente, perché la Corte ha offerto una soluzione che

rifiuta la posizione assoluta (solo la legge universale o solo quella statistica): “è possibile utilizzare leggi

scientifiche statistiche, purchè si sia in grado di escludere decorsi casuali alternativi.”

Es. abbiamo 3 diverse leggi statistiche del 50%, 30%, 20%.

Le Sezioni Unite dicono: “posso utilizzare indifferentemente una delle 3 leggi statistiche, ma devo essere in

grado di escludere le altre leggi, gli altri decorsi alternativi.”

Posso dire che l’evento è il frutto di una legge causale del 20%, però devo essere in grado di spiegare che

l’evento non è il frutto della legge del 30% o del 50%. A questo punto posso affermare l’esistenza del nesso

causale.

Di fatto, le Sezioni Unite prospettano un modello dove il giudice deve formulare un’ipotesi esplicativa, la

quale può basarsi anche su leggi causali statistiche, ma successivamente deve andare a verificare che

quell’ipotesi esplicativa è confermata dall’esclusione dei decorsi causali alternativi.

Si parla di GIUDIZIO BIFASICO (a due fasi):

1. formulazione dell’ipotesi

2. e conferma dell’ipotesi.

Questa concezione ormai va per la maggiore, ma tuttavia ha in sé un inconveniente: la casualità scientifica,

anche nella forma Franzese, è un criterio che valido sia per l’azione e sia per l’omissione.

In realtà, AZIONE e OMISSIONE sono completamente diversi tra loro, perchè, la casualità in presenza di

un’azione e la causalità in presenza di un’omissione è strutturalmente una casualità diversa:

Come opera la casualità scientifica?

Il criterio della casualità scientifica è dato dalla possibilità di spiegare il nesso attraverso le conoscenze

scientificamente fondate.

DECORSO CAUSALE REALE AZIONE: è l’insieme di fattori (decorso catena causale reale), che si

• sono effettivamente verificati nella storia di un fatto pregresso ed irripetibile. Ha i seguenti caratteri:

1. Fattori reali: fattori che si sono effettivamente verificati;

2. Esplicativo mediante leggi scientifiche: si deve spiegare. Si deve essere in grado di dire il perché di tutti

i fattori;

3. E di un procedimento EX POST: (dopo il fatto) un procedimento a ritroso, dove dall’evento si arriva

alla condotta e, attraverso il supporto delle conoscenze scientifiche si ricostruisce la catena causale.

Es. Tizio ha ucciso Caio affogandolo.

Come l’ha ucciso? Tenendogli la testa sott’acqua. Si sono riempiti i polmoni d’acqua e non hanno svolto la

loro funzione meccanica provocando un arresto cardiorespiratorio.

Caio morto affogato viene portato dal medico legale, il quale fa l’autopsia. Lo apre e vede acqua nei

polmoni e dirà che la causa della morte è:

- Arresto cardiorespiratorio;

- Acqua nei polmoni;

- Ecchimosi al collo (indizi di una lotta);

- La morte non è naturalistica, ma qualcuno gli ha tenuto la testa sott’acqua e siamo arrivati alla

condotta. 102

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Pertanto:

1. È un decorso reale, perchè i fattori si sono effettivamente e storicamente verificatesi.

perché il medico legale ci dice la causa della morte e tutti i fattori che vengono in gioco al

2. È esplicativo,

fine di ricostruire l’evento (patologie, lesioni, ecc..).

3. andando a ritroso (Ex Post) si arriva alla condotta.

Es. è morta la suocera.

Perché è morta? il fegato è spappolato. Ma perché? era presente una sostanza velenosa che l’ha spappolato?

Quale? il cianuro. Come è entrato il cianuro nell’organismo? attraverso lo stomaco. E come? attraverso la

trachea mediante l’assunzione di un ottimo caffè con la panna.

Es. affogo Tizio. EVENTO MORTE per affogamento F 1, F 2, F 3 una condotta attiva

Causa della morte: Arresto cardiorespiratorio.

Causa: acqua nei polmoni

Nesso causale: Tizio ha preso la testa di Caio e l’ha tenuta sott’acqua fino al suo decesso.

AZIONE:

Decorso causale reale

Prospettiva ex post esplicativa.

Fattori reali azione

Fattore probatorio ecchimosi al collo di Caio, ma non è morto di ecchimosi e pertanto non è condizione.

Fattori che causano l’evento Tizio volontariamente, con la mano trattiene sotto l’acqua la testa di Caio fino

a farlo annegare. Decorso causale reale

Dinamica attiva

Elemento soggettivo dolo

Es. Tizio è sul tavolo del medico legale e, a seguito di un’attività di diagnosi emerge che è morto per arresto

cardiorespiratorio. Dopodichè il medico legale stabilisce che era affetto anche da polmonite causata

dall’immunodeficienza dal virus HIV decorso reale.

Il PM apprende la notizia della morte da HIV e apre un fascicolo di indagine. L’attività d’indagine trova delle

lettere che dichiarano una relazione sentimentale molto turbolenta con Caio, il partner (Tizio), il quale aveva

scoperto successivamente di essere affetto da HIV. Uno dei due sieropositivo, aveva completamente taciuto

sulla malattia e contagia l’altra persona.

Successivamente, da una lettera emerge che Tizio (morto), dopo esser venuto a conoscenza del suo stato di

salute, scrive a Caio chiedendo spiegazioni della mancanza comunicazione della sua malattia.

Il PM apre un fascicolo e indaga Caio per omicidio, e c’è da stabilire la componente volitiva di Caio se dolo o

colpa.

Ma da un punto di vista della casualità, che ragionamento fa il PM?

Al centro abbiamo una condotta attiva che si estrinseca in un rapporto sessuale. Abbiamo una legge scientifica

certa della malattia dal virus HIV, e quindi il PM sposa l’ipotesi accusatoria che la persona è stata infettata da

HIV attraverso i rapporti sessuali e indaga il partner e si apre un procedimento giudiziario per omicidio contro

di lui. I fatti accusatori nel processo devono essere dimostrati. Il PM deve provare la relazione tra i due, la

durata, se in quel periodo Caio era affetto da HIV, se lui ne era a conoscenza e se volontariamente l’ha taciuto

a Tizio.

Caio si rivolge ad un Avv., il quel gli chiede se i rapporti sessuali erano protetti e se aveva comunicato il suo

stato di malattia a Tizio. L’Avv. scopre che Tizio in vita aveva ricevuto una trasfusione di sangue

PRINCIPIO DELL’OLTRE OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO.

Siccome siamo nell’ambito probatorio e processuale, e non in quello probatorio scientifico del diritto

sostanziale, dove vige il principio di personalità della responsabilità penale, che richiede certezza assoluta 103

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

dal punto di vista scientifico, l’avvocato insinua in giudizio il p. dell’oltre ogni ragionevole dubbio e Caio

viene assolto.

(In questo ambito ci sono stati casi e sentenze per omicidio doloso o lesioni dolose, dove era presente la

consapevolezza che l’evento (contagio da HIV) si sarebbe verificato).

Il decorso causale reale, che necessita delle leggi scientifiche, poi deve essere necessariamente provato nei

suoi elementi strutturali di fatto che ci consentono di dire che le cose sono andate secondo la catena causale.

Il decorso causale reale si compone:

1- Di una prima fase sostanziale, dove si lavorano le ipotesi coperta dal p. di personalità della

responsabilità penale;

2- E di una seconda fase processuale, dove le ipotesi devono essere provate coperta dal principio

dell’oltre ogni ragionevole dubbio.

DECORSO CAUSALE IPOTETICO OMISSIONE:

Es. Il bagnino che si doveva buttare (condotta doverosa), nel momento in cui mia suocera era in difficoltà.

Non si è buttato e la suocera è morta annegata.

EVENTO MORTE per affogamento F1, F2, F3 condotta omissiva

- abbiamo un primo momento identico alla casualità attiva, ed è la parte della spiegazione dell’evento morte

(per annegamento).

- Causa della morte: acqua nei polmoni che hanno impedito la funzione meccanica di dilatazione e

contrazione, è mancato l’ossigeno, il quale ha provocato l’arresto cardiocircolatorio. (azione doverosa di

- Poi si arriva ad un punto morto dove doveva sussistere l’azione che non è avvenuta

salvataggio). Ci si deve domandare se la condotta del bagnino sarebbe stata idonea a salvare la vita della

suocera. l’azione doverosa di salvataggio.

- Nesso Causale:

OMISSIONE:

decorso causale ipotetico

Prospettiva ex ante prognostica

Fattori ipotetici, irreali omissione

Fattori che causano l’evento identici all’azione (acqua nei polmoni)

Decorso causale reale e poi ipotetico si ipotizza un comportamento alternativo (condotta doverosa).

Dinamica passiva inerzia del bagnino nel salvataggio

Elemento soggettivo colpa

Allora, sul piano del decorso reale non c’è alcuna differenza tra azione e omissione ma, quando entra in

gioco la condotta come ultimo fattore, abbiamo una differenza, perché:

a. Rispetto all’azione siamo in presenza di un fattore reale, che effettivamente c’è stato, che si è verificato.

b. Mentre con l’omissione, essendo l’omissione naturalisticamente un niente, viene in gioco un fattore

irreale, che non c’è stato e prende il nome di COMPORTAMENTO ALTERNATIVO LECITO, vale a

dire la condotta che l’autore non ha tenuto (condotta doverosa):

- Alternativo rispetto a quello effettivamente tenuto

- e lecito perché era richiesto. Vuol dire il comportamento dovuto (quello che dovevo fare ma non ho

fatto).

Il comportamento alternativo lecito devo inserirlo all’interno del nesso causale e devo interrogarmi se, tenendo

la condotta doverosa, l’evento si sarebbe verificato o meno. 104

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Allora, all’interno della casualità omissiva si ha:

1) Una prima fase ex post esplicativa,

2) alla quale si aggiunge una seconda fase ex ante ipotetica, che non si è verificata nella realtà, dove si

immagina la condotta doverosa come realizzata e ci si interroga se quella condotta avrebbe o meno

impedito l’evento.

Dunque, la CASUALITÀ ATTIVA (decorso causale reale) è fatta tutta e solamente di fattori reali, veri e

concreti, che si sono storicamente verificati, rispetto ai quali si ha un accertamento della casualità mediante

esplicazione scientifica, dove spiego il legame dei fattori.

Mentre il DECORSO CAUSALE IPOTETICO (casualità omissiva) ha a che fare con un fattore irreale,

ipotizzando il comportamento alternativo lecito, un comportamento che non c’è stato.

Problema del decorso causale ipotetico:

Es. Tizio va all’ospedale perché ha un po’ di dolori al petto. Tizio viene dimesso dopo esser stato visitato.

Torna a casa e dopo 2 ore muore di infarto. Responsabilità medica omissiva, perché il medico non ha seguito il

protocollo facendo tutti i necessari accertamenti a Tizio.

Su che cosa bisogna interrogarci?

Sul comportamento alternativo lecito (c’è stato un errore diagnostico? Dove doveva essere fatta un’analisi più

accurata? Doveva essere ricoverato? Doveva essere fatto ECG?).

Qual è il ragionamento del decorso causale ipotetico?

Se il medico avesse fatto l’ECG, l’infarto si poteva evitare? (ecco la casualità).

Nel momento in cui si formulano le ipotesi, si fa un ragionamento esplicativo delle ipotesi?

Non è possibile spiegare un’ipotesi. Il ragionamento è deduttivo, cioè chiuso, dove si deduce un qual cosa,

senza certezze e pertanto il ragionamento è probabilistico. Non si fa una diagnosi (azione) ma una prognosi

(omissione).

Se il decorso causale ipotetico è prognostico-probabilistico, nell’omissione cambiano le leggi, da leggi certe a

leggi prognostiche:

- nella CAUSALE REALE la certezza è esigibile e la dobbiamo esigere;

- nella CAUSALE IPOTETICA non è esigibile. Non è più esplicativa, ma prognostica, con valutazioni

probalistiche.

- Una valutazione di statistica è sempre esplicativa, perché viene fatto l’esperimento che magari funziona

per il 70%, e per il 30% no.

- Mentre in una valutazione probabilistica non si può fare alcun esperimento, perché il fatto è posto nel

passato ed è irripetibile.

Nell’omissione il giudizio è ex ante, al momento della condotta. Non si parte dall’evento ma dalla condotta, e

ci si interroga su cosa sarebbe accaduto se si aggiungesse la condotta doverosa.

Es. Tizio va la PS con sudarella, dolore al petto, poi lo rimandano a casa, successivamente ha un infarto al

miocardio e muore. Il PM apre un inchiesta per malasanità (omicidio colposo art. 589) e si domanda chi era

di turno in ospedale durante la morte di Tizio. Deve individuare il comportamento omissivo del medico, in

virtù del principio di personalità della responsabilità penale. 105

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Il PM contesta al medico la condotta omissiva, di fare un ECG. Il medico all’avv. spiega che non ha potuto

fare l’ECG perché il macchinario non funzionava. Il medico è in colpa, ma l’ECG non funzionava (di chi è la

colpa?).

Quando si fa il decorso causale ipotetico, e si ipotizza il comportamento dovuto, non ci si limita a dire dovevi

far questo, non l’hai fatto = responsabilità, ma bisogna verificare, sempre in forma ipotetica, l’efficacia

impeditiva del comportamento dovuto (condotta doverosa), perché possono emergere aspetti e profili, i quali

possono dimostrare, che il comportamento alternativo lecito, era un comportamento che, anche se tenuto,

l’evento si sarebbe ugualmente verificato.

Es. Caso novocaina. Patologia. Ricovero. Il soggetto, affetto da una certa patologia, richiede la

somministrazione del medicinale novocaina. La novocaina è un derivato da sostanze stupefacenti della

cocaina. La novocaina non viene somministrata, e la patologia prende il sopravvento e il paziente muore.

Il PM apre un fascicolo e ricostruisce i fatti: patologia del paziente, comportamento alternativo lecito del

medico il quale doveva somministrare novocaina (condotta omissiva).

Il medico va dall’Avv. e chiede la cartella clinica del paziente e scopre che aveva un’allergia a sostanze

derivanti da cocaina. Quindi, durante il dibattimento dirà: “è vero che il medico doveva somministrare la

novocaina ma, anche se l’avesse somministrata, la paziente sarebbe morta per shock settico”.

Pertanto, anche in caso di omissione, nel decorso causale ipotetico, la ricostruzione dei fatti e della

responsabilità omissiva, non si limita ad individuare il comportamento alternativo lecito, ma è necessario

verificare l’efficacia impeditiva dell’evento attraverso un giudizio normativo e valutativo alla luce delle

circostanze concrete. Quindi un giudizio normativo/valutativo orientato a verificare se, anche tenuto il

comportamento alternativo lecito, l’evento si sarebbe verificato o meno.

Es. bagnino. Il bagnino omette di salvare la vita al bagnate. Attraverso un giudizio normativo/valutativo, e

alla luce delle circostanze concrete del caso, si scopre che, la distanza che intercorreva tra il bagnino e il

patino, era una distanza impercorribile oppure il mare erano troppo mosso, o anche che il bagnino ha fatto di

tutto per arrivare al bagnate in difficoltà, ma i forti venti contrari non hanno permesso di arrivare in tempo per

salvarlo.

Es. Sentenza del 1992. Una donna di 30 anni muore di tetano. Era ricoverata all’ospedale di Napoli. Aveva

partorito e contrae il tetano. Non le viene diagnosticato in tempo e lei muore. Il PM interroga e gli chiede

perché non ha propinato il medicinale (comportamento dovuto) e quante probabilità avrebbe avuto di salvarsi.

Risposta del medico: se fosse stata una donna di una certa età con condizioni di salute un po’ precarie le

probabilità sopravvivenza sarebbe state basse (il 30/40%), ma rispetto alla vittima, che era giovane e sana, le

probabilità sono notevolmente più alte. Pertanto responsabilità per omicidio colposo.

In presenza di un’omissione, nel decorso causale ipotetico, dove non c’è una certezza assoluta, se si punisce

per condotta omissiva con una percentuale del 50% di probabilità, non viene violato il principio di personalità

della responsabilità penale. Si imputa il reato sulla base di coefficienti probabilistici. Se fossi contro questa

teoria, dovrei esser contro l’intera responsabilità derivante da omissione.

La certezza assoluta deve essere presente in ordine all’azione e al decorso causale reale, e nell’es. del tetano si

sapeva che era stata la causa effettiva della morte.

CAP. V, Sezione II:

L’ELEMENTO SOGGETTIVO DEL FATTO TIPICO

(appartenenza psichica del fatto tipico)

L’elemento soggettivo del fatto tipico è l’atteggiamento psichico che il soggetto attivo ha nei confronti degli

elementi oggettivi del fatto tipico. Quindi è il legame psichico che deve intercorrere tra il soggetto attivo del

reato (soggetto agente) e gli elementi costitutivi oggettivi del fatto tipico: condotta, soggetto attivo, evento

naturalistico, nesso di casualità, oggetto materiale della condotta, presupposto della condotta, circostanze di 106

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tempo e di luogo, elementi costitutivi negativi. Tutti devono essere coperti dall’elemento soggettivo (psichico)

del soggetto agente, cioè devono avere una relazione soggettiva con gli elementi costituivi oggettivi del fatto

tipico.

L’elemento soggettivo è la componente psichica che consente di affermare l’esistenza di un rapporto di

legame tra il soggetto autore del reato e l’elemento oggettivo del fatto tipico.

PERCHÉ è indispensabile questa relazione psichica?

PRINCIPIO DI PERSONALITÀ DELLA RESPONSABILITÀ PENALE: ogni individuo può esser fatto

responsabile soltanto ed esclusivamente per ciò che ha commesso attraverso una sua condotta.

La condotta gli deve appartenere (suitas – coscienza e volontà piena, effettiva attuale o potenziale). Una

condotta cosciente e volontaria.

Ulteriormente deve sussistere un nesso tra l’evento naturalistico e la condotta tipica di reato. Ed infine, per

ogni elemento costitutivo, per ogni fattispecie di reato, deve esistere una relazione psicologica minima,

altrimenti il fatto tipico non appartiene al reo e non può rispondere per fatto altrui (divieto di responsabilità

oggettiva).

Inoltre, in base al principio di personalità della responsabilità penale, l’elemento soggettivo deve essere

richiesto normativamente, cioè il legislatore deve prevedere la copertura legale del nesso psichico, perché sono

bandite le ipotesi di RESPONSABILITÀ OGGETTIVA, dove si è responsabili per fatti in cui non sussiste

l’elemento psicologico.

Che cosa si intende per legame psichico?

Per rispondere a questa domanda occorre compiere una distinzione tra:

1) prospettiva psicologica naturalistica, c.d. PRELEGISLATIVA: sono le componenti psicologiche di cui

disporre il legislatore già in natura, al di là e indipendentemente del dato normativo: volontà, conoscenza e

conoscibilità.

2) prospettiva LEGISLATIVA: sono le forme dell’elemento soggettivo del reato, le quali vengono

configurate attraverso il precetto: dolo, colpa e preterintenzione.

1) PROSPETTIVA PRELEGISLATIVA:

Volontà, Conoscenza e Conoscibilità

In una prospettiva prelegislativa, il materiale di cui si può disporre il legislatore:

1. volontà,

2. conoscenza

3. e conoscibilità.

1. LA VOLONTÀ (attuale ed effettiva) La componente volitiva consente all’uomo di entrare e di

incidere nel mondo, perché si incardina nella condotta. Di conseguenza, è una facoltà psichica che consente

di orientare, di dirigere le proprie energie, il proprio comportamento verso il raggiungimento di determinati

obiettivi.

È una componente interamente interiore al soggetto, ed è la più difficile da riscontrare, perché non si

manifesta mai se non attraverso il comportamento del soggetto, il quale, appunto, lo orienta verso finalità

ed obiettivi.

2. LA CONOSCENZA ( attuale ed effettiva) indica la facoltà che consente all’uomo di entrare in

contatto con la realtà e di fare in modo che la realtà entri al suo interno. 107

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

È un procedimento opposto rispetto a quello volitivo:

- Nella volontà si vuole un obiettivo, e per raggiungerlo si incardina nella condotta, la quale poi si

manifesta entrando nel mondo reale.

- conoscenza vuol dire conoscere, cioè fare in modo che il mondo entri in noi.

La conoscenza non vuol dire acquisizione di nozioni, ma instaurare un contatto percettivo, valutativo

della realtà, in modo tale da rendersi conto della realtà attraverso la dimensione percettiva (vista, udito,

olfatto, tatto).

Pertanto percettivo ma anche valutativo, perché a volte la percezione non è sufficiente per rendersi conto

della realtà delle cose, ma occorre anche riportare quello che viene percepito a determinate categorie

conoscitive.

Es. posso percepire una sagoma, ma finchè non mi rendo conto a quale categoria appartiene, non ho una

vera e propria conoscenza. Potrei scambiare una sagoma per un uomo, ma in realtà è un attaccapanni.

Es. vedo un serpente. Vedere un serpente è conoscenza di tipo percettivo, ma capire se quel serpente è

velenoso, si necessità di una conoscenza valutativa, la quale necessità di ricondurre il serpente a

determinate categorie.

3. LA CONOSCIBILITÀ (potenziale) volontà e conoscenza sono due componenti psichiche attuali ed

effettive, che esistono in modo effettivo in un determinato momento al momento della condotta (io voglio

camminare, io conosco il volto di Tizio). La conoscibilità è una componente potenziale, nel senso che

esprime una mera possibilità.

La conoscibilità è costituita da 2 componenti:

1) componente negativa: il soggetto in realtà non conosceva sul piano concettuale. Pertanto gli mancava

la conoscenza attuale.

2) componente positiva: ma il soggetto era in grado di conoscere, poteva conoscere, aveva la possibilità

di conoscere, avrebbe potuto conoscere. C’è un profilo potenziale, ipotetico.

Es. atti sessuali con un minore di 14 anni.

Conoscenza attuale: Un soggetto compie atti sessuali con un minore figlio di amici, oppure figlio di

un mio condomino.

Conoscenza potenziale: Un soggetto non sa che sta compiendo atti sessuali con un minore di anni 14,

ma aveva la possibilità di conoscere, perché lo ha visto all’uscita di una scuola media.

La conoscibilità indica e si basa su una sorta di ignoranza, ma una ignoranza che poteva essere vinta.

2) PROSPETTIVA LEGISLATIVA:

Dolo, Colpa, Preterintenzione

Nella prospettiva legislativa possiamo avere un’imputazione oggettiva e un’imputazione soggettiva.

1) IMPUTAZIONE OGGETTIVA prescinde da volontà, conoscenza e conoscibilità.

Oggi, in democrazia, esistono fattispecie che prevedono un’imputabilità oggettiva?

Oggi, in base al principio di personalità della responsabilità penale, non è possibile avere

un’imputazione oggettiva, perché deve esser chiesta almeno la conoscibilità, altrimenti non c’è

responsabilità.

Ma, nel codice fascista del 1930 (Codice Rocco) vi sono previsioni legali di ipotesi di responsabilità

oggettiva, le quali sono divenute problematiche nel momento in cui è entrata in vigore la Cost.

Alcune di queste ipotesi sono state dichiarate illegittime, altre hanno subito interpretazioni correttive, volte

a renderle conforme al principio di personalità della responsabilità penale; interpretazioni volte ad

attribuire rilevanza a qualche componete psicologica (es. circostanze aggravanti e contravvenzioni). 108

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2) IMPUTAZIONE SOGGETTIVA:

1. DOLO (conoscenza e volontà) è il primo elemento soggettivo disciplinato dal legislatore. È la prima

componente psichica intesa come elemento normativo, il quale è costituito da conoscenza

(rappresentazione) e volontà degli elementi oggettivi del fatto tipico.

2. COLPA (conoscibilità, non volontà e violazione di una regola cautelare, scritta o non scritta) è la

sterza componente soggettiva disciplinata dal legislatore.

È la mancanza di volontà del fatto tipico (non c’è la componente volitiva), conoscibilità e si sostanzia in

una violazione di una regola cautelare, scritta o non scritta.

La colpa sul piano psichico costituisce un qualcosa di diverso e molto meno intenso rispetto al dolo, perché

è mancanza di volontà e conoscenza o conoscibilità.

3. PRETERINTENZIONE (prima parte con dolo e seconda colpa in attività illecita) è la seconda

componente disciplinata dal legislatore. Viene definito un elemento soggettivo, ma in realtà non è un vero e

proprio elemento psicologico del reato, perché presenta una struttura del tutto particolare.

La preterintenzione si suddivide in due momenti:

1- una prima parte coperta dal dolo (evento rappresentato e voluto). Es. percosse o lesioni;

2- poi una seconda parte, con una conseguenza ulteriore e più grave, coperta dalla mera conoscibilità

(colpa in attività illecita). Es. morte.

DISPOSIZIONE CODICISTICA DELL’ELEMENTO SOGGETTIVO del fatto tipico:

Art. 43 c.p. – Elemento psicologico del reato

“Il delitto:

è doloso, o secondo l'intenzione, quando l'evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell'azione od

omissione e da cui la legge fa dipendere l'esistenza del delitto, è dall'agente preveduto (conosciuto) e voluto come

conseguenza della propria azione od omissione;

è preterintenzionale, o oltre l'intenzione, quando dall'azione od omissione deriva un evento dannoso o

pericoloso più grave di quello voluto dall'agente; (omicidio preterintenzionale)

è colposo, o contro l'intenzione, quando l'evento, anche se preveduto (conosciuto), non è voluto dall'agente e si

verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o

discipline. (regole cautelari)

La distinzione tra reato doloso e reato colposo, stabilita da questo articolo per i delitti, si applica altresì alle

contravvenzioni, ogni qualvolta per queste la legge penale faccia dipendere da tale distinzione un qualsiasi effetto

giuridico.”

Delitto doloso: “preveduto” sta per conosciuto (profilo conoscitivo).

Dolo coscienza e volontà; previsione e volontà dell’evento. Quindi componente conoscitiva e volontà

dell’intero fatto tipico.

Delitto preterintenzionale: oltre l’intenzione. Voglio procurare percosse o lesioni, ma con la mia condotta

provoco la morte del soggetto.

Delitto colposo: o contro l’intenzione. Non è voluto, anche se preveduto (conosciuto), che può essere previsto

come non previsto ma, laddove fosse previsto, è comunque indispensabile la conoscibilità.

RATIO dell’elemento soggettivo del reato:

1. RATIO DI GARANZIA: PRINCIPIO DELLA PERSONALITÀ DELLA RESPONSABILITÀ

PENALE, il quale impone l’esistenza di un nesso psichico tra gli elementi oggettivi del fatto tipico e il

soggetto agente. 109

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Per poter sostenere che un fatto di reato appartiene al soggetto agente al quale si richiede di rispondere al

reato e di assumersi la responsabilità, è indispensabile il legame psichico tra il soggetto e il fatto di

reato, perché la pena dovrà incidere sul soggetto attraverso la rieducazione o risocializazione

(prevenzione speciale).

Il principio di personalità della responsabilità penale impone il DIVIETO DI RESPONSABILITÀ

OGGETTIVA e PER FATTO ALTRUI, la quale è rispettata dal legame che intercorre tra condotta,

nesso causale e evento.

Qui siamo sul livello soggettivo, e pertanto siamo in presenza di un fatto che ho realizzato con la mia

condotta e un evento che è legato da un nesso che è legato alla mia condotta.

La responsabilità oggettiva si ha quando il soggetto è punito per un profilo oggettivo ma non soggettivo

del fatto tipico, che appunto manca, e difatti sarebbe punito per un fatto proprio oggettivamente

attribuitogli.

2. RATIO SOSTANZIALE: Perché si distingue tra DOLO e COLPA?

Per una questione di disvalore del fatto. Gli elementi psicologici del reato incidono sul giudizio di disvalore, le

quali esprimono un disvalore molto diverso tra loro e a parità di fatto oggettivo.

Es. differenza tra omicidio doloso e colposo. Sono due fatti da un punto di vista oggettivo sono identici ma,

da un punto di vista soggettivo esprimono due disvalori diversi, proprio perché diversa è la componente

psicologica del dolo e della colpa. Da una parte abbiamo una volontà dell’evento morte e dall’altra parte una

violazione di una regola cautelare. E pertanto diverso sarà anche il compasso edittale a disposizione del

giudice e il quantum della pena.

Differenze tra DOLO e COLPA dal punto di vista del disvalore:

1- DIVERSA INTENSITA’ SOGGETTIVA:

dolo volontà e conoscenza;

colpa non volontà, non conoscenza, ma conoscibilità.

Il fatto apparterrà ancora di più al soggetto se siamo in presenza di una componente volitiva es. dolo

intenzionale appartenenza psichica di un soggetto più intensa fra tutte.

Dunque, da un punto di vista soggetto dolo e colpa esprimono disvalori diversi, perché esprimono intensità

diverse.

2- RAGIONE OGGETTIVA:

Dolo la componente psichica si manifesta nella realtà e, la capacità offensiva di una volontà, nel

momento in cui si incardina nella condotta, orientando la condotta al perseguimento di determinati

obiettivi, rende la stessa condotta molto più pericolosa, proprio perché c’è una volontà che sta orientando

questa condotta verso la realizzazione di obiettivi illeciti (l’evento).

Colpa mentre un fatto colposo, dove manca la volontà che si incardina nella condotta, fa in modo che

perché non è orientata alla

l’attività realizzata dal soggetto, è un’attività molto meno pericolosa,

realizzazione del fatto illecito.

In Germania, terra di elaborazione della tematica penalistica, si parla costantemente di condotta dolosa e

colposa, dove la componente psicologica viene immessa nella condotta, la quale muta a seconda che sia

dolosa o colposa in virtù della carica di pericolosità e di offensività.

Es. Dolo. Un soggetto è intenzionato ad uccidere il suo nemico. Quando se lo trova davanti in mezzo alla

strada accelera con la macchina e la orienta verso di lui. Punta la macchina, la orienta, aumenta la velocità,

finalizzandola a creare l’impatto di violento possibile al fine di cagionare la sua morte. 110

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Es. Colpa. Un soggetto che, non volendo cagionare la morte di altri, però mantiene una velocità elevata

all’interno di un tratto stradale molto ristretto, e nel compiere questa attività, non orientata a cagionare la

morte, però cagiona comunque la morte di una persona.

L’elemento soggettivo presenta due problematiche:

1. problema della definizione e del contenuto dell’elemento soggettivo. Si tratta della tematica del contenuto

dell’elemento soggettivo (in che cosa consistono gli elementi soggettivi) (già fatto).

2. problema di capire se quel determinato fatto il legislatore lo ha previsto con dolo, colpa o preterintenzione:

modalità di previsione dell’elemento soggettivo da parte del legislatore.

LE MODALITÀ DI PREVISIONE DELL’ELEMENTO SOGGETTIVO

DA PARTE DEL LEGISLATORE

Come può procedere il legislatore che deve formulare le fattispecie della disciplina?

Il legislatore per procedere alla formulazione dell’elemento soggettivo ha due diversi modi:

1) previsione diretta, espressa, c.d. PREVISIONE DI PARTE SPECIALE,

2) previsione indiretta, non espressa, c.d. PREVISIONE DI PARTE GENERALE (quella adottata dal

legislatore)

1) MODALITA’ ESPRESSA, DIRETTA, DI PARTE SPECIALE: il legislatore dovrebbe andare ad

indicare per ogni singola fattispecie incriminatrice la componente psichica che è necessaria per configurare

la fattispecie. la morte di un uomo è punito…”

Es. omicidio doloso: “chiunque cagiona con dolo

Omicidio colposo: “chiunque cagiona la morte con colpa di un uomo è punito…”

furto doloso: “Chiunque con dolo si impossessa della cosa mobile altrui è punito...”

Il nostro legislatore non ha adottato la tecnica espressa, diretta o di parte speciale.

2) ma ha adottato la TECNICA INDIRETTA, NON ESPRESSA o detta anche DI PARTE GENERALE.

Le modalità di previsione dell’elemento soggettivo sono stabilite da una norma di parte generale, ed è l’art.

42 c.p. (il c. 1 dell’art. 42 lo abbiamo già visto in merito alla Suitas “nessuno può essere punito per

un’azione o omissione preveduta dalla legge come reato, se non l’ha commesso con conoscenza e

volontà.”)

Art. 42, c. 2 c.p. - Responsabilità per dolo o per colpa o per delitto preterintenzionale. Responsabilità obiettiva.

salvi i

“Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come delitto, se non l’ha commesso con dolo,

casi di delitto preterintenzionale o colposo espressamente preveduti dalla legge.”

Art. 42, c. 3

“La legge determina i casi nei quali l’evento è posto altrimenti a carico dell’agente, come conseguenza della sua

azione od omissione.”

Responsabilità oggettiva iniziale imputazione oggettiva del reato, ma poi il giudice stabilisce se se è

dolo o colpa.

Art. 42, c. 4

“Nelle contravvenzioni ciascuno risponde della propria azione od omissione cosciente e volontaria, sia essa dolosa o

colposa.”

Torniamo alla disciplina dell’elemento soggettivo: Art. 42, c. 2 e 4 111

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Il legislatore ha compiuto una distinzione tra DELITTI (c. 2) o CONTRAVVENZIONI (c. 4).

Le modalità di previsione degli elementi psicologici nelle ipotesi delittuose sono disciplinate dal c. 2.

DISTINZIONE TRA DELITTI E CONTRAVVENZIONI

Art. 39 c.p. - Reato: distinzione fra delitti e contravvenzioni.

“I reati si distinguono in delitti e contravvenzioni, secondo la diversa specie delle pene per essi rispettivamente stabilite

da questo codice.”

Di conseguenza il reato (genius) ha al proprio interno due diverse specie, due diverse categorie:

a. delitti

b. contravvenzioni

Delitti e contravvenzioni che sono ricavabili dalla tipologia di pena.

Art. 17 c.p. – Pene principali: specie.

“Le pene principali stabilite per i delitti sono: (REM o fino all’art. 649 c.p.)

1) La morte; (abrogato)

2) L’ergastolo;

3) La reclusione;

4) La multa; sono: (AA o dall’art. 650 a 734 bis c.p.)

Le pene principali stabilite per le contravvenzioni

1) L’arresto;

2) L’ammenda.”

Se è un delitto si applica la disposizione dell’art. 42, c. 2: dolo, colpa o preterintenzione.

Se è contravvenzione si applica l’art. 42, c. 4 senza distinzione tra dolo o colpa, ma sarà il giudice a stabilire

la componente volitiva del soggetto agente (responsabilità oggettiva).

Art. 575 c.p. – omicidio - delitto

“Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno.”

Art. 624, c.1 c.p. – Furto - delitto

“Chiunque si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per

da sei mesi a tre anni e con la multa da E. 154 a E. 516.”

altri, è punito con la reclusione

Art. 660 c.p. – Molestia o disturbo alle persone - contravvenzione

“Chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro

fino a sei mesi o con l’ammenda fino a E.

biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto

516.”

Questo è il meccanismo di individuazione della specie di reato.

DELITTI la disciplina delle modalità di previsione legislativa del dolo, colpa e preterintenzione, è prevista

all’art. 42, c. 2 c.p., la quale e distingue tra delitti e contravvenzioni:

“Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come delitto, se non l’ha commesso con dolo, salvi i casi

di delitto preterintenzionale o colposo espressamente preveduti dalla legge.”

La responsabilità colposa e preterintenzionale deve essere espressamente prevista dalla fattispecie

incriminatrice, attraverso una previsione espressa. Se non vi è un’espressa previsione, quella ipotesi è

considerata dolosa.

Es. art. 575 c.p.: “Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno.”

Reclusione = delitto, e perciò si applica la disciplina del 42, c. 2. Nei delitti deve sussistere una previsione

espressa dell’elemento soggettivo del reato. Nel 575 il legislatore tace e per cui è l’ipotesi di omicidio doloso. 112

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L’omicidio colposo è riconducibile all’art. 589 c.p.

Art. 589, c. 1 – Omicidio colposo

la morte di una persona è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.”

“Chiunque cagiona per colpa

Art. 584 – Omicidio preterintenzionale (percosse e lesioni), cagiona la

“Chiunque con atti diretti a commettere uno dei delitti preveduti dagli articoli 581 e 582

morte di un uomo, è punito con la reclusione da 10 a 18 anni.”

Allora rispetto ai delitti la regola è:

- il silenzio nel dolo,

- l’eccezione è l’espressa previsione per la colpa e la preterintenzione.

CONTRAVVENZIONI: la disciplina delle contravvenzioni è contenuta all’interno dell’art. 42, c. 4:

“Nelle contravvenzioni ciascuno risponde della propria azione od omissione cosciente e volontaria, sia essa dolosa o

colposa.”

Nel caso delle contravvenzioni la legge tace in merito all’elemento psicologico del reato.

A differenza di quanto avviene per i delitti, nelle ipotesi contravvenzionali, non è previsto alcun elemento

psicologico, e questo indica che le contravvenzioni possono essere realizzate indifferentemente sia per dolo

o per colpa.

Art. 635, c. 1 – Danneggiamento

“Chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili cose mobili o immobili altrui con

violenza alla persona o con minaccia ovvero in occasioni di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al

pubblico o del delitto previsto dall’art. 331, è punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni.”

Oltre a quanto già detto, vi sono alcune ipotesi contravvenzionali, che per come sono configurate, non

possono che essere o dolose o colpose, data dalla struttura della fattispecie incriminatrice, la quale impone

necessariamente il dolo o la colpa.

Art. 650 c. p – Inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità

“Chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica,

o d’ordine pubblico o d’igiene, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a 3 mesi o con

l’ammenda fino a 206 euro.”

Es. Il Sindaco per ragioni di giustizia, o di sicurezza o d’ordine pubblico o d’igiene, adotta un provvedimento

ad adempiere nei confronti di un soggetto il quale non adempie. Che sia per colpa o per dolo all’ordinamento

non gli interessa, perché l’inosservanza può essere un’inosservanza: inosservanza dolosa e colposa.

Posto che le contravvenzioni possono essere realizzate con dolo o con colpa, il GIUDICE (non è più un

problema legale, ma di previsione applicativa), nel caso concreto andrà a verificare se si tratta di dolo o di

colpa, perché i due fatti hanno un disvalore diverso e si ripercuote poi sul diverso quantum di pena.

IL DOLO

(Intenzionale, Diretto, Eventuale. D’impeto e di Proposito, Generico e Specifico, Iniziale, Concomitante

e Successivo, Generale e Alternativo, Dolo nei Reati Omissivi)

Definizione del dolo: è data all’interno dell’art. 43, c. 1 - prima parte. Il dolo si definisce come

rappresentazione e volontà del fatto materiale tipico.

Art. 43, c. 1 – prima parte – c.p. – Elemento psicologico del reato

“Il delitto: 113

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è doloso, o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell’azione od

omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dell’agente preveduto e voluto come conseguenza della

propria azione o omissione.”

Nel trattare il dolo si distingue:

a. la componente strutturale del dolo: le componenti psichiche;

b. e l’oggetto del dolo: è ciò cade sotto la volontà e rappresentazione, e l’oggetto del dolo è il fatto

materiale tipico.

a. STRUTTURA del dolo.

Sul piano strutturale, nonostante il dolo sia volontà, occorre distinguere:

1) la conoscenza (rappresentazione)

2) e la Volontà.

Sono due componenti attuali che devono essere tenute distinte. La componente volitiva (volontà) può essere

pensata soltanto se siamo in presenza della conoscenza (rappresentazione). Non può esserci volontà senza la

conoscenza, per cui la rappresentazione diventa un requisito di grandissima importanza all’interno del dolo,

perché è indispensabile che ci sia una conoscenza dell’oggetto del fatto materiale tipico (posso volere soltanto

ciò che conosco).

b. OGGETTO del dolo:

1) è IL FATTO MATERIALE TIPICO: cioè gli elementi costitutivi del fatto storico. Il soggetto attivo che

agisce con dolo, deve rappresentarsi il fatto tipico, non nella previsione astratta (la norma) ma in concreto,

cioè deve rappresentarsi gli elementi costituitivi del fatto tipico storici, nella realtà fisico materiale, i quali

devono essere conformi alla loro fattispecie astratta.

Es. Il soggetto attivo che realizza un omicidio, non si deve rappresentare “chiunque cagiona la morte di un

uomo”, ma si rappresenterà se stesso che tiene un comportamento orientato all’uccisione di quell’uomo.

Pertanto deve rappresentarsi e volere gli elementi costitutivi storici e concreti di una rappresentazione

concreta della fattispecie astratta.

2) Ciò significa anche, che oggetto del dolo sono solo ed esclusivamente gli ELEMENTI COSTITUTIVI

ESSENZIALI del fatto tipico.

Es. decido di uccidere la suocera. Mi apposto e l’aspetto ma, piuttosto che la suocera arriva l'amica e per

errore uccido lei.

È comunque omicidio, perché quello che interessa alla fattispecie incriminatrice non è l’identità della

vittima, ma è solo il cagionare la morte di un uomo.

Per analizzare ancora più nel dettaglio la struttura ed oggetto del dolo:

1. Componente Conoscitiva: conoscenza e volontà. E ci soffermeremo sulla struttura e sull’oggetto del dolo.

2. Componente Volitiva: dolo intenzionale, dolo diretto, dolo eventuale, dolo d’impeto e dolo di proposito,

dolo generico e dolo specifico, dolo iniziale, concomitante e successivo, dolo generale e dolo alternativo,

dolo nei reati omissivi. 1. COMPONENTE CONOSCITIVA DEL DOLO

(rappresentazione come conoscenza e volontà)

La Componente Conoscitiva si distingue in due parti:

1. Struttura del dolo

2. e Oggetto del dolo 114

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

conoscenza in termini attuali ed effettive.

1. STRUTTURA DEL DOLO (dal punto di vista conoscitivo)

Conoscenza significa percezione e valutazione dell’elemento costitutivo. Capacità di percepire l’elemento

costitutivo e di valutarlo. La conoscenza deve essere attuale e non potenziale (potenziale è la conoscibilità

- Colpa).

Occorre distinguere tra conoscenza e conoscibilità:

- la conoscenza è la rappresentazione che struttura il dolo. È la facoltà che consente all’uomo di entrare

in contatto con la realtà e di fare in modo che la realtà entri al suo interno. Mentre la volontà è la

facoltà di dirigere le proprie energie verso il raggiungimento di determinati obiettivi.

- la mera conoscibilità è incompatibile col dolo, ed è la colpa.

La conoscenza deve essere attuale ed effettiva, ma non è indispensabile che sia contestuale.

Es. abito in una abitazione la cui facciata dà su un marciapiede. Mi accorgo che sul tetto ci sono dei

mattoni che possono cadere sulla strada, e quindi mi rendo conto che devo compiere un’attività di

manutenzione. Passano i giorni e non provvedo e il cornicione cade, finendo sulla testa di un passante il

quale muore.

Avevo la rappresentazione dell’evento che si poteva verificare, intesa come conoscenza degli elementi

costitutivi del fatto storico corrispondenti al fatto tipico (morte).

Attenzione: Se voglio una conoscenza attuale e al contempo contestuale al fatto, è necessaria la presenza

nel momento in cui il cornicione cade e finisce nella testa del passante, ma la conoscenza del fatto tipico

può essere cronologicamente e spazialmente scollegata alle circostanze in cui si verifica l’evento

criminoso.

In questo caso, il soggetto non aveva la conoscenza del fatto in termini di immediatezza, ma erano

rappresentati dentro di sé, perché sapeva che il cornicione sarebbe potuto cadere provocando cascare la

morte di un uomo.

Di conseguenza, la conoscenza e la rappresentazione deve essere attuale, ma non deve essere contestuale,

ma è sufficiente che il soggetto avesse cognizione e la portasse in se.

Es. Caso della TyssenKrupp. Fatti verificatosi a Torino il 5/6 dicembre del 2007. L’azienda tedesca prese

fuoco e morirono 7 operai in circostanze drammatiche.

Bisognava stabilire se i datori di lavoro, che organizzavano l’attività d’impresa, avevano o meno la

rappresentazione del fatto tipico. Tutti i datori di lavoro, ad eccezione di uno, non erano mai stati nel luogo

dove si è verificato l’incidente, ma comunque avevano documenti e segnalazioni.

L’amministratore delegato fu condannato dalla Corte d’Assise a 16 anni e 6 di reclusione per omicidio

volontario, mentre gli altri a 13 anni e 6 mesi di reclusione per omicidio colposo, incendio colposo (colpa

cosciente) e omissione delle cautele antinfortunistiche.

Pertanto deve trattarsi di una rappresentazione attuale, ma non necessariamente contestuale. È rilevante ai

fini giuridici la presa di cognizione di una determinata situazione.

[Anticipo del programma – ERRORE – CAP. VII – 3° livello del reato “la colpevolezza”.

ERRORE/IGNORANZA

ERRORE La conoscenza è incompatibile con l’errore, ma compatibile col dubbio. Il dubbio è una sorta

di incertezza.

La conoscenza è compatibile col dubbio, perché un soggetto che ha un dubbio, rispetto ad un elemento

costitutivo, finisce per avere una conoscenza, perché per il 50% ritiene che una certa cosa esista.

All’opposto, nel caso dell’IGNORANZA, vi è una mancanza di conoscenza. L’ERRORE non consiste in

una ignoranza, ma vuol dire falsa conoscenza ed è assimilabile all’ignoranza. In entrambi i casi non c’è una

esatta conoscenza.

Ignoranza ed errore escludono la responsabilità a titolo doloso: L’errore e/o l’ignoranza, su uno degli

elementi costitutivi del fatto tipico, da luogo a mancanza del dolo, in quanto cade la rappresentazione. 115

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Difatti, al fine di avere il dolo, è indispensabile conoscenza e rappresentazione di tutti gli elementi

costitutivi, pertanto l’ignoranza e/o l’errore su uno di questi elementi costitutivi fa venir meno la

responsabilità dolosa e lascia residuare la responsabilità a titolo colposo, laddove il fatto di reato sia

previsto anche come colposo.

Può essere di 2 tipi:

1) ERRORE DI FATTO: art 47, c.1 c.p. (cade sulla realtà naturalistica);

2) ERRORE DI DIRITTO: art 47, c. 3 c.p. (cade su un elemento normativo).

1) ERRORE DI FATTO

Art. 47, c. 1 c.p. – Errore di fatto

“L'errore sul fatto (sul fatto tipico) che costituisce il reato esclude la punibilità dell'agente. Nondimeno, se si tratta

di errore determinato da colpa, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto

colposo.”

“L'errore sul fatto che costituisce il reato esclude la punibilità dell'agente”: è l’erronea rappresentazione

o la mancata rappresentazione su uno degli elementi costitutivi del fatto tipico (è un errore che cade sulla

realtà naturalistica). Difatti l’errore su uno degli elementi costitutivi esclude la responsabilità dolosa del

soggetto agente.

“Nondimeno, se si tratta di errore determinato da colpa, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è

preveduto dalla legge come delitto colposo”: è esclusa la responsabilità dolosa, ma può residuare la

responsabilità colposa se:

1) quel fatto sia previsto anche come delitto colposo (es. omicidio colposo);

2) E che l’errore sia stato determinato da colpa da parte del soggetto, cioè il soggetto doveva essere in

grado di vincere questo errore se avesse usato diligenza, prudenza o perizia.

Ad esclusione delle fattispecie patrimoniali dove si prevedono solo ipotesi dolose e non anche colpose.

Es. il furto. Un soggetto per sbaglio prende il cellulare di un’altra persona. Non risponderà di furto doloso,

ma neanche colposo, perché non è prevista la fattispecie di furto colposo (potrà rispondere a titolo di

risarcimento del danno).

ERRORE è una falsa rappresentazione della realtà, dove si crea una divergenza tra la realtà oggettiva e

la rappresentazione di quella realtà da parte del soggetto.

Es. Errore nella battuta di caccia. Il soggetto ritiene di uccidere il cinghiale ed invece spara ad un altro

cacciatore. Il cacciatore risponderà di errore che esclude il dolo, perché crede che davanti a sè ci sia un

cinghiale, e perciò vi è un errore su un elemento costitutivo della fattispecie di omicidio “chiunque cagiona

la morte di un uomo”. Il cacciatore ha una falsa rappresentazione dell’uomo.

La realtà dei fatti oggettivamente corrisponde all'omicidio, ma quella soggettiva, psichica/volitiva è

diversa, perchè si è rappresentato l'uccisione del cinghiale. Voleva uccidere il cinghiale.

È un errore sul fatto tipico che esclusione la responsabilità dolosa ma lascia residuale la responsabilità

colposa (art. 47, c. 1). ERRORE SUL FATTO (errore di fatto)

2) ERRORE DI DIRITTO errore nell’interpretazione delle norme richiamate dalla fattispecie.

Art. 47, c. 3 c.p. (errore di diritto su un elemento

“L'errore su una legge diversa dalla legge penale esclude la punibilità

normativo), quando ha cagionato un errore sul fatto che costituisce il reato.”

L’art. 47, c. 3 disciplina l'errore di fatto che esclude il dolo, ed è l’errore nell’interpretazione delle

norme richiamate dalla fattispecie. 116

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Il fatto tipico si distingue tra gli elementi naturalistici e gli elementi normativi, cioè gli elementi per la cui

comprensione bisognava far riferimento a quanto disciplinato da altre norme diverse da quelle penali

(norme extra penali).

Es. bigamia, dove Tizio, avendo già contratto un matrimonio avente effetti civili, ne contrae un altro e

lascia valido il precedente. Per comprendere il significato di matrimonio è indispensabile far riferimento

alle disposizioni che disciplinano il matrimonio avente effetti civili (disposizioni del c.c.).

Pertanto, l’errore sul fatto può aversi:

a) sia con un errore sugli elementi naturalistici, materiali (art. 47, c. 1) errore di fatto;

b) ma anche con l’errore nell’interpretazione delle norme richiamate dalla fattispecie incriminatrice,

dunque sull’interpretazione delle norme indispensabili per comprendere il significato di uno degli

elementi costitutivi richiamati dalla fattispecie (art. 47, c. 3).

È un errore di diritto, perché attiene all’interpretazione di norme giuridiche e, anche qui determina

l’esclusione del dolo.

Di conseguenza, l’errore sul fatto tipico è un errore che può essere:

a) ERRORE DI FATTO: errore che cade su uno degli elementi naturalistici della fattispecie

incriminatrice;

b) oppure un ERRORE DI DIRITTO: un errore che cade sull’interpretazione di elementi costituitivi

normativi, la cui comprensione necessita dell’interpretazione di norme extrapenali.

In aggiunta, sull’ERRORE DI DIRITTO bisogna distinguere se:

- sono errori di diritto che si risolvono in ERRORI SUL FATTO TIPICO: art. 47 c.p., che esclude il

dolo e lascia residuare la colpa;

- oppure errori di diritto che si risolvono in ERRORI SUL PRECETTO: art. 5 c.p. esclude la

responsabilità, solo se l’errore è dovuto ad ignoranza inevitabile.

ERRORE SUL PRECETTO: art. 5 c.p.

Art. 5 c.p. – Ignoranza della legge penale

“Nessuno può invocare a propria scusa l'ignoranza della legge penale.”

L’errore sul precetto riguarda la qualifica di illiceità del fatto.

L’ERRORE DI DIRITTO su un elemento normativo, è un errore che si può anche trasformare in un

errore sul precetto, quando l’errore cade sulla qualifica di illiceità: l’art. 5 c.p. stabilisce che si esclude la

colpevolezza se l’errore era inevitabile.

Es. un bene mobile si usucapisce in 5 anni. Ho dato un bene mobile a Tizio e dopo 7 anni lo usucapisce.

Mi riprendo l’oggetto perché ed erro sul fatto. Penso che per usucapire un bene mobile si necessita del

possesso di 10 anni. C’è un errore su un elemento normativo, sulle regole di trasferimento della

proprietà.

Che tipo di errore compio?

Un ERRORE SUL FATTO perché erro sulle norme che disciplinano il trasferimento della proprietà.

Quand’è che ho un ERRORE SUL PRECETTO, vale a dire sulla qualifica di illiceità?

Quando ritengo che l’usucapione non sia in grado di trasferire la proprietà qui non vi è più un errore

sulla disciplina ma un errore sul precetto, perché è un errore sull’estensione della qualifica di illiceità. 117

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

In questo caso, ho la visione del precetto che è completa ma errata, erro su un elemento costitutivo del fatto

cioè ritengo che il bene usucapito non ci rientri nella tutela del furto errore sul fatto e errore sul

tipico,

precetto.

Ecco allora che, bisognerà capire se il soggetto, in base all’art. 47, c. 3 c.p. “quando ha cagionato un

errore sul fatto che costituisce il reato”, ha cagionato un errore sul precetto e qualifica di illiceità, il quale

se poteva o non

ricadrà nell’art. 5 c.p. e si dovrà capire se il soggetto poteva o non poteva evitare l’errore,

poteva conoscere.

2) OGGETTO DEL DOLO (dal punto di vista conoscitivo) la conoscenza deve coprire tutti gli elementi

costitutivi del fatto tipico. Nessun elemento deve essere errato o ignorato.

2. COMPONENTE VOLITIVA

del Dolo

La Componente Volitiva si distingue in due parti:

1) Struttura

2) Oggetto la conoscenza deve essere rappresentazione di

2) OGGETTO DEL DOLO (dal punto di vista volitivo)

tutti gli elementi costitutivi del fatto tipico.

Con riferimento alla volontà le cose sono naturalisticamente diverse perché:

- ci sono alcuni elementi rispetto ai quali sono elementi voluti dal soggetto agente,

- ed altri invece il soggetto non può volerli (è impossibile che li voglia). Sono elementi che non possono

essere coperti dalla volontà, ma soltanto dalla conoscenza.

Elementi voluti:

- Condotta e Modalità di condotta: sono oggetto della volontà, perché la volontà si incardina sulla condotta

e sulla modalità di condotta.

- Evento: è voluto?? In merito all'evento più volte si è posto se fosse veramente oggetto di volontà:

a. Prospettiva naturalistica: non può essere oggetto di volontà, perché è staccato dalla dimensione di

dominio umana, che sta oltre la mia possibilità di dominio. Domino il mio comportamento (condotta),

ma oltre il mio comportamento non posso dire che naturalisticamente ci sia un dominio dell’evento.

b. Prospettiva finalistica: può essere oggetto della volontà, perché valorizza la capacità di orientarsi verso

obiettivi, una capacità propria dell’uomo. A quel punto posso dire che ho voluto un evento, perché

oriento la mia condotta ad un obiettivo finalistico e lo raggiungo.

Elementi costitutivi non voluti:

- Qualità Personali: Non è possibile parlare di una copertura della volontà rispetto alle qualità soggettive.

Es. infanticidio. Al momento della realizzazione del fatto, la madre o si identifica come tale oppure non lo

è.

- Presupposti Della Condotta: sono indispensabili ai fini di integrare una condotta.

Es. il possesso nell’appropriazione indebita o nel peculato. Sono requisiti non voluti, che preesistono

rispetto alla mia volontà. Sono requisiti di cui posso avere soltanto coscienza, cognizione e

rappresentazione.

- Condizioni spazio temporali. 118

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

la volontà, rispetto alla condotta attiva, può

1) STRUTTURA DEL DOLO (dal punto di vista volitivo)

assumere diverse intensità volitive. Mentre, rispetto alla condotta omissiva, la volontà presenta alcune

peculiarità (dolo nei reati omissivi).

Si distingue alcune forme di dolo, a seconda dell’intensità della componente volitiva. L’ordinamento coglie

questi gradi differenziati, al fine di accentuare il grado di disvalore del fatto perché, in base alla diversa

componete volitiva, i fatti esprimono un disvalore diverso, e pertanto incidono sulla commisurazione della

pena (quantum di pena): nei reati con una componente volitiva più alta, la pena sarà più alta (dolo

intenzionale); mentre nei reati che hanno una componente volitiva molto meno accentuata, la pena tenderà a

diminuire (dolo eventuale).

In ordine decrescente, dalla più intensa alla meno intensa, la componente volitiva si distingue in:

1. Dolo intenzionale: forma più intensa;

2. Dolo diretto: forma meno intensa;

3. Dolo eventuale: forma ancora meno intensa.

4. Dolo d’impeto;

5. Dolo di proposito;

6. Dolo generico;

7. Dolo specifico;

8. Dolo iniziale;

9. Dolo concomitante;

10. Dolo successivo;

11. Dolo generale;

12. Dolo alternativo;

13. Dolo nei reati omissivi. 1. DOLO INTENZIONALE

Il dolo intenzionale è la forma più grave di dolo e rappresenta il massimo del disvalore, perché l’intensità

volitiva è al massimo.

Difatti, nel dolo intenzionale l’evento rappresenta la finalità, l'obiettivo per il quale si agisce: il soggetto agisce

con lo scopo specifico di realizzare quel determinato evento.

(l’evento può consistere anche nello scopo ultimo o intermedio. Es. Tizio uccide Caio perché rivale in affari

criminosi. Lo scopo ulteriore è quello di liberarsi del concorrente in affari, al fine di ottenere maggiori profitti.

La morte di Caio è pertanto uno scopo ulteriore, e hai fini della sussistenza del dolo intenzionale

all’ordinamento non interessano gli scopi ulteriori di colui che delinque.)

Nel dolo intenzionale la componente volitiva può consistere:

- Nella certezza: orientazione finalistica accompagnata dalla certezza della rappresentazione;

che l’evento si verifichi.

- O anche nella mera possibilità o probabilità

Si può avere dolo intenzionale anche in presenza di una componente conoscitiva molto tenue, corrispondente

nella rappresentazione dell’evento come possibile o probabile.

Es. CERTEZZA.

Stringo il collo fino all’ultimo suo respiro. Quest’attività la perseguo con la certezza di realizzare l'evento

morte.

Es. MERA POSSIBILITA’ O PROBABILITÀ.

Voglio uccidere mia suocera, ma mi invento un marchingegno alla porta, affinchè aprendola le caschi sopra un

masso. In questo caso, la rappresentazione di questo evento non è certo, perché il tutto deve andare a buon

fine, ma l'intensità volitiva è identica alla certezza. 119

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Quindi, il dolo intenzionale è compatibile anche con una rappresentazione di possibilità o probabilità. Perché?

Perché la componente volitiva, la quale è talmente consistente, per cui la stessa rappresentazione (componente

è indispensabile che ci sia, altrimenti è errore.

conoscitiva) passa in secondo piano. Ma attenzione:

Il DOLO DIRETTO ed EVENTUALE, si caratterizzano per una componente negativa, cioè che non deve

esistere: l’evento non costituisce lo scopo, l’obiettivo, la finalità, ma è una conseguenza accessoria,

conseguente allo scopo, diversa dall’evento per il quale il soggetto agisce. La volontaà nel dolo diretto ed

eventuale è una volontà non finalisticamente orientata alla realizzazione dell’evento.

Es. Tizio, infastidito da alcuni schiamazzi notturni, lancia dalla propria finestra una bottiglia. Oppure

Caio, per far evadere un proprio compagno, colloca un ordigno presso le mura di una casa

circondariale.

In entrambi i casi, il soggetto non vuole cagionare la morte di un uomo: Tizio lancia la bottiglia con la finalità

che cessino gli schiamazzi e Caio colloca l’ordigno con la finalità di fare un buco nel muro. L’obiettivo morte

non c’è. 2. DOLO DIRETTO

Il dolo diretto si ha quando un soggetto, non volendo l'evento, tuttavia se lo rappresenta come certo e ha agito

con la certezza che l’evento si sarebbe verificato. L’evento è una conseguenza accessoria della condotta e non

è la finalità del proprio comportamento.

Il fatto che il soggetto agisca, nonostante la rappresentazione certa dell’evento, significa che il soggetto vuole

l’evento, non lo vuole come finalità, ma lo vuole in virtù della rappresentazione certa.

Allora nel dolo diretto mutua la componente volitiva, la quale si ricava dalla conoscibilità, e più precisamente

si richiede una peculiare componente conoscitiva capace di esprimere il quid volitivo.

Es. Tizio colloca l’ordigno per fare il buco nel muro per far evadere Caio, con la certezza che a quell’ora

passa il piantone di guardia. Il soggetto in realtà vuole la morte del piantone, perché ha la certezza che

passerà a quell’ora. Difatti, pur non volendo la morte come obiettivo, ha la rappresentazione certa e fa scattare

comunque la componente volitiva.

Tizio sà che i soggetti che fanno gli schiamazzi sono esattamente sotto la sua finestra. Prende il piatto, lo

lancia e colpisce in pieno in testa una persona.

Tizio non persegue finalisticamente l’evento morte, ma se lo rappresenta come certo, e ciò nonostante agisce,

pertanto ha voluto l’evento e si parla di dolo diretto.

Il dolo diretto è meno grave del dolo intenzionale, perché manca il profilo dell’intenzionalità. La componente

volitiva è mutata. 3. DOLO EVENTUALE

Il dolo eventuale è molto più problematico. È la terza forma di dolo in ordine all’intensità. Come il dolo

diretto si caratterizza per la componente negativa, dove l’evento non è la finalità del proprio comportamento.

Nel dolo eventuale l’agente, ponendo in essere una condotta diretta ad altri scopi, si rappresenta la concreta

possibilità del verificarsi dell’evento e, ciò nonostante, agisce accettando il rischio di cagionare l’evento. Si

rappresenta l’evento come eventuale o probabile.

Il dolo eventuale si caratterizza per:

a. assenza dell’obiettivo di realizzare l’evento

b. e assenza di una rappresentazione certa,

c. ma tuttavia il soggetto si rappresenta l’evento come possibile o probabile.

Nel dolo eventuale la componente volitiva è piuttosto attenuata. Il soggetto ha una rappresentazione

dell’evento come eventuale, l’eventualità che l’evento si verifichi. Non c’è l’obiettivo finalistico, una 120

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

rappresentazione così consistente da cui ricavare una rappresentazione volitiva, ma c’è una rappresentazione

di possibilità o probabilità.

Il problema, in presenza di una componente psichica così attenuata (assenza di obiettivo finalistico e assenza

di rappresentazione certa), sta nell’individuare questa componente volitiva, perché non esistono supporti

significativi, né sul piano volitivo e né sul piano conoscitivo, ma sappiamo che la componente volitiva deve

essere necessariamente presente, altrimenti siamo fuori dal dolo ed eventualmente sussiste la colpa.

TEORIE DELLA COMPONENTE VOLITIVA DEL DOLO EVENTUALE:

Sono state elaborate diverse teorie dalla dottrina, al fine di individuare la componente volitiva del dolo

eventuale.

Esistono due forme di colpa:

1. colpa cosciente o con previsione;

2. colpa incosciente o senza previsione.

1. COLPA COSCIENTE o con previsione

La colpa cosciente o con previsione si ha quando un soggetto non vuole l’evento ma se lo rappresenta come

possibile o probabile. È il terzo grado e la forma più grave di colpa, rappresentata dalla volontà della condotta

+ rappresentazione dell’evento ma il soggetto non vuole che l’evento si verifichi.

Di conseguenza, sul piano strutturale, la colpa cosciente è analoga a quella del dolo eventuale, ma la

componente volitiva, in questo caso, è assente.

Difatti, la DIFFERENZA tra colpa cosciente e dolo eventuale risiede soltanto nel quid volitivo, perché per

entrambi si ha una rappresentazione probabile o possibile dell’evento.

La differenza tra la colpa cosciente e dolo eventuale, è data dalla componente volitiva:

- assente nella colpa cosciente

- presente nel dolo eventuale.

2. COLPA INCOSCIENTE o senza previsione

Nella colpa incosciente il soggetto non si rappresenta l’evento, ed è caratterizzata dalla conoscibilità. La colpa

incosciente è la forma meno grave di colpa.

---- ritorniamo al dolo ….. :

Perché è importante distinguere tra tutte le forme di dolo?

È importante sotto il profilo del disvalore soggettivo e oggettivo del fatto tipico:

Nel DOLO INTENZIONALE la pericolosità soggettiva è massima, perché la componente psichica

• consistente nell’intenzione. Ma anche la pericolosità oggettiva è massima, perchè ho una condotta che

viene orientata alla realizzazione dell'evento.

Nel DOLO DIRETTO E DOLO EVENTUALE sul piano soggettivo manca l’orientazione finalistica

• intenzionale e manca l’orientazione finalistica della condotta, la quale è orientata ad altri risultati, i quali

possono essere leciti o del tutto privi di disvalore, ma con un disvalore morale ma non penale.

Con la conseguenza che, il dolo diretto ed eventuale esprime un disvalore minore, che ricadrà sulla

commisurazione della pena, sul quantum della pena stabilita dal giudice.

Nel DOLO EVENTUALE e nella COLPA COSCIENTE, la distinzione è importante, perché:

• 121

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

- se si tratta di responsabilità dolosa si andrà ad integrare la fattispecie dolosa, sempre che sussista la

- mentre se si tratta di responsabilità colposa si risponderà del delitto colposo,

fattispecie colposa. Pertanto ne vale dell’esistenza del reato e della responsabilità.

DOLO D'IMPETO E DI PROPOSITO

Nel dolo d’impeto e di proposito abbiamo un diverso processo motivazionale del soggetto agente:

DOLO D’IMPETO => è quando la deliberazione criminosa è seguita immediatamente dall’esecuzione della

condotta.

DOLO DI PROPOSITO => è quando tra, la formazione della decisione criminosa ed il passaggio all’atto,

intercorre un consistente lasso di tempo.

Per cui si ritiene, che la differenza tra il dolo d’impeto e di proposito sia meramente cronologica, dato da un

diverso processo motivazionale con la (presumibile) assenza o presenza di contromotivi all’azione criminosa,

al quale corrisponde, rispettivamente, una minore o maggiore “persistenza” ed intensità della volontà a

delinquere.

Il dolo d’impeto e di proposito esprimono una diversa intensità soggettiva rispetto al fatto tipico e alla

presenza o meno dell’efficacia dei motivi a non delinquere, motivi inibitori antagonisti alla spinta a

delinquere.

Es. DOLO D’IMPETO. Tizio, ricevuta la notizia dello sgarro di Caio, decide di dargli una lezione e subito

passa all’azione.

Quindi, il movente è talmente forte da spingerlo all’immediatezza dell’esecuzione e si manifesta senza un

conflitto tra i motivi e i contromotivi a non delinquere.

DOLO DI PROPOSITO. Al contrario, una incertezza decisionale, dovuta ad un conflitto di motivi, è alla

fine sostituita dai motivi a delinquere.

Il dolo di proposito è costituito dalla premeditazione accurata del delitto, da intendersi non necessariamente

di una predisposizione materiale di mezzi, ma anche nel solo senso “ideologico” di una messa a punto del

piano criminoso nei suoi dettagli esecutivi.

Solo la premeditazione è prevista dalla legge come circostanza aggravante nei delitti di sangue (art. 577, c.

1, n. 3 c.p.):

- omicidio (pena dell’ergastolo);

- lesioni.

Art. 577, c. 1 n. 3 c.p. – Circostanze aggravanti (circostanza propria) - Ergastolo

“Si applica la pena dell’ergastolo se il fatto preveduto dall’art. precedente è commesso:

2) contro l’ascendente o il discendente, quando concorre taluna delle circostanze indicate nei n. 1 e 4 dell’art.

61 o quando è adoperato un mezzo venefico o un altro mezzo insidioso ovvero quando vi è premeditazione.”

Solo la premeditazione assume rilevanza giuridica in merito alla diversa intensità della volontà del fatto tipico.

Difatto, spetterà al giudice, in base all’art. 133, c. 1 n. 3, determinare il quantum della pena, tenendo conto

dell’intensità del dolo, desunta fra tutte le forme progressive di dolo.

Art. 133, c. 1 n. 3, c.p. – Gravità del reato: valutazione agli effetti della pena. – (circostanze improprie)

“Nell’esercizio del potere discrezionale indicato nell’art. precedente, il giudice deve tener conto della gravità del reato,

desunta:

3) dalla intensità del dolo o dal grado della colpa.” 122

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

La Cass. Penale, sez. Unite, 29/09/16, n. 40516 ha stabilito che, la circostanza aggravante della crudeltà:

“aver adoperato sevizie, o l’aver agito con crudeltà verso le persone.” nel Dolo d’impeto è incompatibile, in

base al dato meramente cronologico, con l’aggravante della crudeltà.

DOLO GENERICO E DOLO SPECIFICO

DOLO GENERICO consiste nella rappresentazione e volontà dell’intero fatto tipico.

DOLO SPECIFICO indica un elemento essenziale previsto espressamente dalla fattispecie incriminatrice,

avente natura psichica e consiste in uno scopo ulteriore verso cui deve tendere la volontà del soggetto agente,

ma che, ai fini dell’esistenza della fattispecie, non occorre che sia effettivamente conseguito.

Es. perché si configuri il delitto di fraudolenta distruzione della cosa propria (art. 642 c.p.) non basta che il

soggetto abbia la volontà di distruggere, disperdere, deteriorare o occultare cose di sua proprietà (dolo

generico), essendo indispensabile anche che tali condotte siano tenute “al fine di conseguire per sé o per altri il

prezzo di un’assicurazione contro infortuni” (dolo specifico), senza che tuttavia sia necessario l’ottenimento di

tale prezzo.

Di conseguenza, il dolo specifico consiste nella tipizzazione dell’obiettivo finalistico ulteriore rispetto alla

realizzazione del reato, che il soggetto si deve proporre al momento della condotta, ma di cui non è necessaria

l’obiettiva realizzazione.

Problema sollevato dalla dottrina: dato che proprio la circostanza che il dolo specifico rappresenta un

elemento essenziale meramente psichico, ci si interroga sulla sua compatibilità con il principio di offensività

e con quello di materialità.

Bisogna, però, distinguere le diverse funzioni che il dolo specifico può svolgere nelle dinamiche di

tipizzazione del contenuto di disvalore della fattispecie incriminatrice.

DOLO SPECIFICO DI OFFESA: Esistono reati in cui il dolo specifico serve ad anticipare la soglia della

tutela, ponendosi in una certa tensione con la necessaria offensività e materialità del reato.

Es. le fattispecie che incriminano la condotta di associarsi, come l’art. 416 c.p.: delitto di associazione per

delinquere, in cui si puniscono 2 o + persone che si associano “allo scopo di commettere + delitti”.

In tale caso non solo l’offesa al bene giuridico è tutta incentrata su di uno scopo, ma la condotta incriminata,

consistente nell’associarsi, costituisce addirittura un diritto costituzionalmente garantito (art. 18 Cost.).

In queste fattispecie, in cui il dolo specifico “incarna” l’offesa, la tensione con il p. di offensività e

materialità è superabile in via interpretativa.

Il vero problema è che, la stessa condotta tipica è descritta in termini inoffensivi, ma tale offensività mancante

può essere ricavata proprio dal dolo specifico, cioè valorizzando il particolare legame che sussiste tra la

direzione finalistico del soggetto e la pericolosità della condotta tipica.

Pertanto è possibile affermare, che la finalità offensiva che anima l’agente, deve riflettersi anche sulla condotta

tipica, e ne consegue che la condotta tipica deve consistere in un comportamento di per sé idoneo a

raggiungere lo scopo illecito.

DOLO SPECIFICO DIFFERENZIALE: Esistono ipotesi in cui la presenza del dolo specifico svolge la

funzione di mutare il titolo del reato e di differenziare, in forma + grave, il trattamento sanzionatorio.

Es. reato di sequestro a scopo di estorsione (art. 630 c.p.) si differenzia da quello di sequestro di persona

(art. 605 c.p.), solo per il fatto che il soggetto ha agito con lo scopo di conseguire un ingiusto profitto come

prezzo della liberazione.

DOLO SPECIFICO DI ULTERIORE OFFESA: E’ compatibile con l’offesa, il dolo specifico previsto al

fine di ridurre l’ambito della tutela penale.

Es. nel delitto di furto (art. 624 c.p.) il dolo specifico, consistente nel fine di trarre profitto

dall’impossessamento mediante sottrazione della cosa mobile altrui, si inserisce in una fattispecie già di per sé

offensiva e non incide sul trattamento sanzionatorio, determinando solo una riduzione dell’ambito di

applicazione della fattispecie. 123

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

DOLO INIZIALE, CONCOMITANTE E SUCCESSIVO

Sotto il profilo cronologico, soprattutto in dottrina, si distingue tra dolo iniziale, dolo concomitante e dolo

successivo.

DOLO INIZIALE (penalmente irrilevante) quando, in presenza di un’esecuzione frazionata in più atti, il

soggetto si rappresenta e vuole il fatto tipico solo rispetto ai primi atti, e non anche rispetto all’ultimo atto, che

è quello tipico.

Es. al fine di uccidere la propria moglie, ogni giorno Tizio mette nel caffè una piccola dose di veleno.

Dopo alcuni gg. si pente del proprio comportamento e decide di non continuare, ma il giorno dopo confonde il

veleno con lo zucchero e per errore avvelena la moglie.

DOLO CONCOMITANTE (penalmente rilevante) è il dolo che esiste al momento della realizzazione

della condotta tipica.

DOLO SUCCESSIVO (penalmente irrilevante) => quando il soggetto si rappresenta e vuole l’intero fatto

tipico, soltanto dopo averlo realizzato senza volerlo.

Es. Tizio investe Caio e lo uccide per colpa, e solo quando scopre che la vittima è l’amante di sua moglie, se

ne compiace.

Dolo iniziale e successivo sono penalmente irrilevanti, in quanto il dolo deve sussistere al momento della

condotta tipica, e più precisamente, quando si tratta di reati causalmente orientati, al momento dell’ultimo atto

tipico, che innesca il procedimento causale. Con la conseguenza che è penalmente rilevante solo il dolo

concomitante. DOLO GENERALE

Si riferisce a quelle ipotesi in cui un soggetto vuole realizzare un determinato fatto con una certa condotta e

invece lo realizza con un altro comportamento successivo, volto a compiere un altro fatto diverso.

Es. Tizio percuote Caio con intento omicida. Dopo diversi pugni Caio sviene e Tizio, credendolo morto, per

sbarazzarsi del presunto cadavere, da fuoco al corpo di Caio, che questa volta muore veramente per

combustione.

In un primo momento tali ipotesi sono state risolte nel senso che, il soggetto deve rispondere di un solo

reato perfetto doloso, e quindi, nell’es. di omicidio doloso, facendo leva proprio sul dolo generale.

Successivamente abbandonata tale figura del dolo generale, la corretta qualificazione di tali casi è stata

ottenuta sul piano della tipicità.

Sotto il PROFILO OGGETTIVO: se è vero che nei reati causalmente orientati l’atto tipico è quello

causalmente idoneo a produrre l’evento, e pertanto quello che cronologicamente risulta essere l’ultimo, appare

evidente che.

- il 1° frammento (percosse) da luogo ad un delitto tentato,

- mentre il 2° (combustione), che cagiona la morte di un uomo, è un atto tipico rispetto alla fattispecie di

omicidio.

Sotto il PROFILO SOGGETTIVO: se è vero che nei reati causalmente orientati l’atto tipico, al quale

riferire il dolo, è l’ultimo atto, allora si deve concludere che:

- al momento della realizzazione del 2° comportamento con cui si cagiona la morte, il soggetto non è in

dolo, perché erra un elemento essenziale del fatto tipico (lo crede già morto).

- Ne consegue che il 1° frammento è coperto da dolo, mentre il 2° è colposo. 124

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Dunque, non si tratta di omicidio doloso per dolo generale, ma di concorso tra tentato omicidio doloso e

omicidio colposo. DOLO ALTERNATIVO

Il dolo alternativo si ha quando un soggetto si rappresenta 2 fatti di reato, ma non sa quale in concreto si

realizzerà. Egli non vuole i 2 fatti cumulativamente ma indifferentemente: o l’uno o l’altro, cioè

alternativamente.

Es. Tizio, volendo fermare ad ogni costo Caio che lo sta inseguendo a cavallo, spara verso il suo inseguitore

con l’intento di colpire o Caio o il suo cavallo.

In tali ipotesi si pone il problema se il soggetto che ha realizzato un solo evento debba rispondere, a titolo di

delitto tentato, anche dell’altro fatto non realizzato.

La soluzione sembra mutare a seconda se il soggetto abbia agito con dolo oppure con dolo eventuale:

Nel caso di dolo eventuale => il soggetto risponderà del solo reato realizzato, non solo perché ha voluto e

realizzato un solo reato, ma anche perché il dolo eventuale è incompatibile con il delitto tentato.

Nel caso di dolo => l’alternativa della rappresentazione è neutralizzata dalla sua certezza, con la conseguenza

che il soggetto, avendo finito per volere i 2 fatti, risponderà per quello realizzato in concorso formale con

quello tentato. IL DOLO NEI REATI OMISSIVI

Ci si chiede se il dolo dei reati omissivi sia strutturalmente identico a quello dei reati di condotta attiva.

Oggetto della rappresentazione: è il momento conoscitivo del dolo => i problemi derivano dalla natura

normativa e alla struttura concettuale dell’omissione.

3 i punti problematici:

1. Il momento rappresentativo del dolo dovrà investire i presupposti di fatto della situazione tipica, in

presenza dei quali sorge l’obbligo giuridico di agire.

Es. il soggetto dovrà conoscere che ha avuto inizio l’utilizzazione del macchinario produttivo rispetto al

quale, essendo egli garante, ha un obbligo di controllo per la tutela dei lavoratori.

2. Il momento conoscitivo dovrà estendersi alla possibilità di agire nel senso prescritto dall’obbligo giuridico.

Es. non sarà in dolo colui che per errore sul fatto, ritenga che il macchinario di cui ha il controllo, sia

programmato in modo tale da non poter più essere disattivato manualmente.

3. Infine, perché sussista la consapevolezza di omettere l’azione giuridicamente richiesta, occorrerà anche la

conoscenza dell’obbligo di agire. Tale consapevolezza è necessaria:

- tanto nei reati omissivi impropri: per i quali l’obbligo giuridico è di regola di fonte extrapenale, con la

conseguenza che l’errore su di esso darà luogo ad un errore irrilevante (art. 47, c. 3 c.p.):

- quanto in quelli omissivi propri: nei quali la fonte dell’obbligo si identifica con la stessa legge penale

che incrimina il fatto commesso perciò, in tali reati, il dolo comporta una deroga al principio della

irrilevanza dell’errore sulla legge penale (art. 5 c.p.).

Posta la necessità della coscienza dell’obbligo di agire, ne viene che l’errore o l’ignoranza del precetto

penale contenente l’obbligo di agire escluderà il dolo (art. 47 c.p.)

L’ESISTENZA DI UN ATTO DECISIONALE DI VOLONTÀ:

MOMENTO VOLITIVO => nei reati di azione è decisamente facile rintracciare il concreto atto decisionale

di volontà con cui il soggetto decide di “passare all’azione”. Nell’omissione è più ardua l’individuazione di 125

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

questo atto decisionale di volontà, proprio perché la natura normativa dell’omissione priva la volontà di un

suo punto di riferimento di formazione e manifestazione.

Anche nel reato omissivo si può rintracciare un atto di volontà, di intensità pari a quello individuabile nel reato

di azione, altrimenti si corre il rischio di incriminare una responsabilità dolosa con una responsabilità, in

realtà, colposa.

Questo rischio è più elevato quando si tratta di reati omissivi propri, dato che in quelli impropri è più arduo

individuare un punto di riferimento per la volontà omissiva.

La COMPATIBILITÀ del DOLO DIRETTO ed EVENTUALE con il REATO OMISSIVO Parte

della dottrina li ritiene incompatibili con il reato omissivo improprio.

Es. Tizio, guida alpina vede il suo nemico Caio in pericolo di vita, decide di non intervenire allo scopo di

liberarsi una volta per tutte del suo nemico. È un reato omissivo improprio sorretto da dolo intenzionale,

perfettamente compatibile con il fatto omissivo.

Es. Tizio vede Caio in pericolo di vita, ma non gli reca soccorso per paura o per altro motivo diverso

dall’intenzione di lasciarlo morire.

Rappresentandosi a Tizio la probabilità o la certezza della morte di Caio, si dubita che l’evento lesivo possa

considerarsi volontariamente “accettato” da Tizio, in assenza di un positivo atto decisionale di volontà, capace

di condizionare il decorso causale verso quell’evento.

In pratica: l’evento criminoso non sarebbe una conseguenza accessoria di un risultato positivamente

perseguito dal soggetto, bensì una condotta omissiva, cioè del mancato compimento dell’azione doverosa, che

è stata tenuta senza un orientamento finalisticamente volontario al soggetto. Il discorso sarebbe diverso

nell’ipotesi in cui l’evento lesivo, non intenzionale, fosse però accessorio ad altro evento intenzionalmente

perseguito con la condotta omissiva.

Es. Tizio non presta soccorso a Caio per liberarsi di lui, pur rappresentandosi l’eventualità che anche Mevio

venga travolto dalla caduta di Caio.

In tale caso l’accessorietà che lega l’evento ulteriore a quello intenzionale fa sì che, rispetto al 1° sia

configurabile un dolo diretto o eventuale. LA COLPA

La colpa è un elemento soggettivo meno grave dal punto di vista del disvalore, perché si caratterizza per

mancanza di rappresentazione e volontà del fatto tipico (mancanza di dolo), ma conoscenza, conoscibilità e

violazione di una regola cautelare scritta (colpa specifica) o non scritta (colpa generica).

Per secoli l’elemento soggettivo era il dolo, poi la colpa ha assunto sempre più rilevanza, perché la colpa è

presente nelle attività lecite, socialmente utili ed estremamente diffuse all’interno della nostra società (attività

medica, di circolazione stradale, aerea, navale, spaziale).

È un elemento soggettivo eccezionale: perché assume rilevanza soltanto laddove è espressamente previsto

dalla legge (previsione espressa). Laddove è previsto un fatto doloso, può essere previsto anche un fatto

colposo ma, per lo stesso fatto tipico non esiste una previsione di responsabilità soltanto colposa, senza la

previsione dolosa.

I profili della colpa:

1) Componente psichica della colpa IN SENSO STRETTO: quali sono le componenti psicologiche

presenti nella colpa.

2) COMPOMPONENTE NORMATIVA consistente nella VIOLAZIONE DI UNA REGOLA

CAUTELARE. 126

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

1) COMPONENTE PSICHICA DELLA COLPA

Con riferimento alla componente psicologica della colpa dobbiamo approfondire il profilo che la colpa è

assenza di dolo, e in che cosa consiste in positivo la colpa (componenti psichiche che caratterizzano la colpa),

perché la colpa deve avere necessariamente una componente psichica in positivo (conoscenza o conoscibilità).

Le 3 componenti prelegislative che il legislatore ha a disposizione:

1. Volontà;

2. Conoscenza;

3. Conoscibilità.

Sul piano psicologico a colpa si caratterizza per 4 forme diverse di situazioni psichiche:

1. Dominabilità della condotta: Suitas potenziale;

2. Dominio effettivo;

3. Volontà e rappresentazione dell’evento;

4. Volontà della condotta, volontà dell’evento, ma errore su uno degli elementi costitutivi del fatto tipico.

1. SUITAS POTENZIALE o Dominio (DOMINABILITÀ DELLA CONDOTTA) da parte del soggetto:

è il legame psichico della colpa più tenue. Il legame che intercorre tra il soggetto e il fatto è costituito solo

dalla dominabilità del soggetto verso il proprio comportamento.

Es. Tizio, mentre guida la sua macchina lancia un mozzicone di sigaretta e procura un incendio.

Il legame che intercorre tra il soggetto e il fatto consiste solo nella dominabilità del proprio comportamento

(dominabilità della condotta).

Tizio l’evento non l’ha voluto e non se lo è rappresentato, ma aveva un dominio potenziale (si rendeva

conto del suo comportamento e poteva dominarlo), ma non l’ha dominato perché non aveva un domino

attuale (il fumatore getta la sigaretta in modo meccanico).

2. DOMINIO EFFETTIVO della condotta: è un grado di intensità maggiore di colpa, dove il soggetto ha la

piena volontà del suo comportamento (dominio pieno), cioè coscienza e volontà della condotta suitas

attuale della condotta..

Es. Tizio decide di accende all’interno della propria abitazione il fuoco nel caminetto. Ha la volontà di

accendere il fuoco, ma poi, a causa di una serie di circostanze, come quella di aver lasciato lo spirito nelle

vicinanze, si innesca un incendio e muore una persona.

In questa ipotesi colposa, il legame che intercorre tra il soggetto e il fatto, è molto più consistente, perchè il

Tizio vuole la condotta che innesca il fuoco e poi l’incendio che causa la morte di Caio.

3. dominio effettivo della condotta, VOLONTÀ E RAPPRESENTAZIONE DELL'EVENTO: in questa

ipotesi il legame si fa ancora più consistente. Abbiamo volontà della condotta e rappresentazione

dell’evento. È in grado rendersi conto che dalla propria condotta può scaturire l'evento, anche se

quell’evento il soggetto non lo vuole.

Sono le ipotesi di COLPA COSCIENTE e più precisamente di COLPA CON PREVISIONE.

Es. il contadino accende il fuoco e lo fa col vento e con siccità. Ha piena cognizione, rappresentazione che

quello che sta facendo può determinare un evento.

Es. Tizio guida la macchina mantenendo una velocità sostenuta in centro abitato, per cui vuole la

condotta (la velocità) e la domina in modo pieno ed effettivo, e si rappresenta anche l’eventualità di un

sinistro, e perciò si rappresenta l’evento come possibile o probabile.

4. dominio effettivo della condotta, volontà della condotta, volonta’ dell'evento, MA ERRORE su uno

degli elementi costitutivi del fatto tipico: è un’ipotesi di colpa ancora più consistente ed intensa, dove il

soggetto vuole la condotta (dominio, rappresentazione e volontà della condotta), vuole l'evento

(rappresentazione e volontà dell’evento), ma erra su uno degli elementi costitutivi della fattispecie

incriminatrice. 127

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a- da un lato siamo in presenza del legame psichico più forte e consistente (quasi dolo),

b- ma tuttavia, l’errore su uno degli elementi costitutivi della fattispecie incriminatrice, esclude il dolo e

lascia residuare la colpa.

Art. 428, c.1 c.p. - Naufragio, sommersione o disastro aviatorio.

“Chiunque cagiona il naufragio o la sommersione di una nave o di un altro edificio natante, ovvero la caduta di un

aeromobile, di altrui proprietà, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni.”

È un reato di evento. Tizio vuole cagionare il naufragio di una nave, ma compie un errore sull’elemento

costitutivo dell'altrui proprietà, perché crede che sia di sua proprietà, ma in realtà è di proprietà altrui.

In questa ipotesi il fatto è stato realizzato con volontà e rappresentazione della condotta e dell’evento (non

c’e’ volontà senza rappresentazione), ma erra su uno degli elementi costitutivi, e di conseguenza viene

meno il dolo, e residua la colpa laddove sia prevista l’ipotesi colposa.

Nei 4 gradi di colpa appena indicati, ci sono due ipotesi in cui l’evento non è coperto da componenti

psichiche attuali, dove il legame psichico tra il soggetto e il fatto consiste solo in un legame con la condotta,

ma manca il legame con l'evento.

1. Nella 1° ipotesi il soggetto poteva dominare la condotta (Tizio che getta il mozzicone di sigaretta), ma

manca la volontà e rappresentazione dell’evento. Suitas potenziale.

2. Nella 2° ipotesi il soggetto ha voluto la condotta (dominio attuale della condotta), ma mancanza di volontà

e rappresentazione dell’evento (Tizio accende il fuoco nella propria abitazione, ma non vuole l’incendio),

pertanto manca la componente psichica attuale. Suitas attuale.

Rispetto agli elementi costitutivi non voluti o non rappresentati, all'interno della colpa deve esserci un

legame psichico?

Si, deve sussistere un legame psichico in virtù del principio di personalità della responsabilità penale, ed è

il legame che intercorre tra sanzione, precetto, fatto tipico, autore del reato, altrimenti si ritorna alle ipotesi di

responsabilità oggettiva.

Quale collegamento psichico deve intercorrere tra il soggetto autore del reato e gli elementi costitutivi

del fatto tipico, che non sono coperti né da volontà e né da rappresentazione?

Il legame psichico consiste nella conoscibilità. Se non c’è conoscenza e volontà, ma neanche conoscibilità, il

soggetto è esente da responsabilità, perché il fatto non gli appartiene.

Es. 1: Tizio accende il fuoco del caminetto, lo lascia incustodito e sale al piano superione. Si innesca un

incendio e la donna di servizio muore.

Posto che il soggetto non l’ha voluto e non se lo è rappresentato, bisogna interrogarsi se Tizio era in grado di

prevedere l’evento morte, se era in grado di rappresentarsi l’evento.

Se ad es. Tizio, dopo aver appiccato il fuoco sapeva che in casa c’era la signora, perché in questo caso sono

presenti tutti gli elementi per prevedere la verificazione dell’evento (conoscibilità).

Es. 2: Tizio è in casa, accende il fuoco e sale al piano superiore, ma a sua insaputa entra in casa il suo

vicino. Si innesca un incendio e Caio muore. È responsabile della morte di Caio? No.

- Nel 1° es., l’evento non è rappresentato, non è voluto, non è conosciuto ma conoscibile,

- Nel 2° es., l’evento non è voluto, non è rappresentato, ma non è nemmeno in grado di conoscerlo, perché il

vicino si è inserito all’interno della sua abitazione a sua insaputa.

In concreto, al fine di avere una responsabilità dal punto di vista psicologico (divieto di responsabilità

oggettiva), è necessario che l’evento sia coperto dalla conoscibilità di tutti gli elementi costitutivi del reato,

ed è un nesso psichico minimo indefettibile. In assenza della conoscibilità o anche di uno solo degli elementi 128

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costitutivi del reato, viene meno la responsabilità colposa, perché viene meno il nesso psichico che deve

intercorrere tra il soggetto e il fatto di reato.

2) COMPONENTE NORMATIVA DELLA COLPA: VIOLAZIONE DI UNA REGOLA

CAUTELARE

La componente normativa è costituita dalla responsabilità colposa per Violazione Di Una Regola Cautelare,

scritta (colpa specifica), non scritta (colpa generica).

La violazione di una regola cautelare è una componente oggettiva normativa e non soggettiva del reato si

ha responsabilità colposa se il comportamento del soggetto ha violato almeno una regola cautelare, scritta o

non scritta, e non rileva ai fini della responsabilità la componente psicologica.

LE REGOLE CAUTELARI nella nostra società vi sono una serie di attività lecite, socialmente utili ed

indispensabili, con una forte componente di rischio, una potenzialità lesiva, ma l'ordinamento rispetto a queste

attività, ha interesse a farle esercitare.

Es. circolazione stradale, ferroviaria, aerea, nautica, spaziale, attività industriali, mediche, edilizie, produzione

di sostanze utili ma nocive (farmaci, plastica).

L’ordinamento individua, attraverso la scienza, la SOGLIA DI RISCHIO TOLLERABILE una soglia al

di sopra della quale l'attività è rischiosa e il rischio non è consentito, e una soglia al di sotto della quale il

rischio è consentito e tollerato.

Questa soglia di rischio (consentito e non consentito) viene posta, individuata ed indicata dalle REGOLE

CAUTELARI, le quali sono regole comportamentali (modalità di condotta), strumenti di contenimento del

rischio, con la funzione di accompagnare l’attività rischiosa al fine di contenere il rischio, la potenzialità lesiva

delle attività lecite, utili ed indispensabili.

Es. indicazione in autostrada del limite massimo di velocità, L’ordinamento consente di esercitare l’attività

di circolazione stradale entro i 120 kmh (soglia di rischio tollerabile).

Come si individuano le regole cautelari?

L'elaborazione delle regole cautelari che contengono il rischio, si articola in due fasi: individuazione ed

evitabilità.

1. fase della RICONOSCIBILITÀ DELLA SITUAZIONE DI PERICOLO (individuazione della

situazione pericolosa): è il passaggio conoscitivo, esperenziale e oggettivo, il quale consente di

riconoscere la situazione di pericolo all’interno delle attività lecite, utili ed indispensabili, e le situazioni di

rischio che queste attività hanno al proprio interno.

In questa fase la scienza individua la prevedibilità della situazione di pericolo e della verificazione

dell’evento, che consente di evitare la realizzazione dell’evento, attraverso la seconda fase, del c.d. criterio

di evitabilità, il quale si basa attraverso le conoscenze scientifiche e esperenziali (conoscenze dettate dalla

prassi).

Tra le conoscenze scientifiche o esperienziali, quali fra due l’ordinamento deve far riferimento?

Ci sono visioni completamente diverse: c’è chi sostiene che si debba far riferimento alle leggi scientifiche e

chi al sapere esperienziale, e successivamente, attraverso il sapere si deve individuare la situazione dei

pericolo.

Es. l’attività ferroviaria presenta molte situazioni di pericolo, ed è regolata sia dalle leggi scientifiche ma

anche da quelle esperenziali. Una volta individuata la situazione di pericolo individuo la condotta, al fine di

contenere il rischio, e di conseguenza la modalità comportamentale.

2. fase di EVITABILITÀ DELLA SITUAZIONE DI PERICOLO (individuazione del comportamento):

è soggetto ad una valutazione di tipo politico, attraverso un bilanciamento di interessi. 129

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Una volta individuata la situazione di pericolo, attraverso le conoscenze scientifiche o esperenziali, devo

individuare la condotta che mi consente di contenere il rischio, quindi la modalità comportamentale, al fine

di evitare che il rischio si trasformi in pericolo PARAMETRO DELLA EVITABILITÀ

Nella individuazione del rischio consentito e della relativa modalità comportamentale, non intervengono

soltanto le conoscenze scientifiche o esperenziali, ma anche le considerazioni valutative della politica

(interesse politico).

Difatti, la scelta di contenere il rischio, è data da interessi contrapposti, attraverso un BILANCIAMENTO

DI INTERESSI il rischio consentito o il rischio non consentito è sempre frutto di bilanciamenti di

interessi, di scelte politiche.

Es. 1: a 180 kmh il treno non deraglia, mentre a 181 kmh il treno deraglia (dato dal sapere scientifico).

L’ordinamento, per tutelare la vita dei passeggeri, potrebbe fare una considerazione valutativa e stabilire di

stare al di sotto dei 170 kmh, al fine di annullare il rischio. Anzi, per esser ancora più sicuri stabilisce il

limite a 150 kmh, ma le considerazioni valutative della politica è interessato che il treno vada più veloce, al

fine di effettuare più viaggi, e pertanto più profitti.

Se tutelo fortemente l’interesse della vita, il treno viaggia con 30/40 minuti in più, mentre se tutelo

l’interesse politico rischio di provocare un incidente ferroviario. Allora si necessita di un bilanciamento di

interessi (vita dei passeggeri da un lato e affari dall’altro)

Es. 2: Tizio ha dolore al petto e si reca al PS.

La massima cautela scientifica, interamente orientata a tutela della vita, il medico ricovera Tizio e gli fa

tutti gli esami, anche quelli non previsti dal protocollo.

Mentre l’interesse politico, orientato a contenere i costi della PA, presuppone che non si dovrebbe

ricoverare Tizio senza un valido motivo.

Nell'elaborazione delle regole cautelari, il sapere scientifico svolge un ruolo importante, ma non

essenziale, esclusivo.

Il sapere scientifico svolge un ruolo determinante nella spiegazione dei fattori che causano l'evento (nesso

di casualità), ma non ha un ruolo assoluto nell’elaborazione di una regola cautelare, perché interviene

anche il sapere esperienziale e l’interesse politico.

FONTI DELLE REGOLE CAUTELARI:

fonti scritte (COLPA SPECIFICA) e fonti non scritte (COLPA GENERICA)

Le regole cautelari sono completamente diverse dal precetto che prevede il reato, perché il precetto penale, che

ad es. stabilisce di non cagionare la morte di un uomo per colpa, ha in sé la regola comportamentale (regola

cautelare), la cui violazione da luogo a colpa (es. non superare la velocità di 50 kmh in centro abitato).

La regola comportamentale è un elemento normativo, che si ha quando il precetto rinvia ad altre fonti

secondarie (rinvio recettizio, rinvio formale). Nell’esempio del limite di velocità, il precetto penale di non

causare la morte di un uomo, rinvia alla fonte secondaria del codice della strada.

Le regole cautelari sono previste da fonti scritte e fonti non scritte:

- le Regole Cautelari Scritte sono positivizzate e la cui violazione dà luogo alla Colpa Specifica.

- Le Regole Cautelari Non Scritte non positivizzate, e la cui violazione dà luogo a Colpa Generica.

Regole cautelari scritte la cui violazione dà luogo a COLPA SPECIFICA

Le regole cautelari scritte (fonti scritte) possono essere:

1. leggi (fonti generali)

2. regolamenti (fonti generali)

3. discipline: regole scritte interne date da chi esercita un’attività attività commerciale o non (fonti generali). 130

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4. ordini: fonti di carattere individuale. Es. Un superiore gerarchico dà ordini scritti al proprio subalterno in

ordine a condotte da tenere nella gestione del cantiere.

Le fonti, che disciplinano le regole cautelari scritte, si basano sulla riconoscibilità del pericolo e

conseguentemente sull’evitabilità del danno, al fine di evitare l’evento nefasto. Questa elaborazione è

compiuta, una volta per tutte, dal soggetto titolare di quella fonte:

- se si tratta di una fonte legislativa (leggi), non vi è un problema di legalità, in virtù del fatto che la

situazione di pericolo è stata disciplinata dal legislatore. (es. codice della strada, disciplina sulla sicurezza e

igiene sul lavoro, disciplina sulla produzione di materiali pericolosi);

- mentre se si tratta di regolamenti ministeriali o governativi, oppure di ordini e discipline, la valutazione ed

indicazione del pericolo è stata disciplinata dal Governo, e pertanto presenta un problema di legalità della

riserva di legge assoluta o relativa, perché è un’integrazione del precetto penale attraverso le fonti

scritte di tipo secondario, dove la responsabilità colposa entra all’interno del precetto attraverso le fonti

secondarie.

Nel c.c. si parla di leggi, regolamenti, ordini e discipline, le quali sono tutte fonti positivizzate e possono

essere sia fonti legislative o fonti secondarie.

Quand’è che si pone l’esigenza di prevedere per iscritto una regola cautelare?

L’esigenza di prevedere il rischio dipendono da settore a settore dell’attività rischiosa che si va a realizzare.

Es. circolazione stradale. L’esigenza di scrivere le regole cautelari è data un’esigenza di certezza,

nell’indicazione chiara a coloro che stanno guidando la macchina, ma anche esigenze funzionali alla stessa

esplicazione dell’attività di circolazione stradale.

La scrittura della regola cautelare (ad es. l’obbligo di viaggiare sulla dx) è funzionale allo stesso meccanismo

della circolazione stradale.

Regole cautelari non scritte, la cui violazione dà luogo a COLPA GENERICA

Le regole cautelari non scritte, non sono previste da fonti scritte, ma sono individuate dal giudice ex post

(dopo il fatto) in una prospettiva ex ante, attraverso il criterio dell’”agente modello” , dove il

(pag. 133)

giudice deve mettersi in un momento precedente alla realizzazione del fatto, perché siamo in presenza di

regole destinate a modificarsi nel tempo, a seconda della situazione di rischio che si presenta nell’esercizio di

quell’attività (l’attività è fluida e dinamica).

Nell’attività d’impresa o edilizia, la possibilità di scrivere le regole cautelari è legata al tipo di attività svolta

e che si ripete nel tempo, dove la situazione di rischio è omogenea e costante.

Nell’attività medica è difficile standardizzarla, perché non esistono malattie (protocolli) ma malati. Il rischio

è fluido e dinamico.

Se ad es. Tizio di 80 anni, affetto da diabete, ha un infarto, non è possibile procedere con lo stesso trattamento

medico verso Caio che ha 30 anni e non ha il diabete, perché cambia il malato, l’esigenza.

Quali sono le regole cautelari non scritte?

Vi sono due tipologie di regole cautelari non scritte, che derivano:

1. dagli USI E CONSUETUDINI: fonte del diritto non scritta, caratterizzata per la ripetitività del

comportamento, con la convinzione che quel comportamento sia caratterizzato da una componente di

normatività.

Es. attività medica. Ha usi e consuetudini (regole cautelari non scritte) che sono il frutto di un sapienziale

correttivo sociale.

Mettere sul fuoco la pentola a bollire. La regola cautelare non scritta consiste nel controllo e

monitoraggio del fuoco, di non lasciare la pentola incustodita. È una regola cautelare che non risiede in una 131

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legge, regolamento, ordine o disciplina, ma è il frutto del buon senso che si va a cristallizzare all’interno di

usi e consuetudini.

2. oppure regole cautelari che emergono alla luce di SITUAZIONI DI RISCHIO DEL TUTTO NUOVE E

DIVERSE.

Le attività rischiose e pericolose sono in costante modificazione della situazione di rischio, e

conseguentemente si pone la necessità di andare ad individuare ex ante, con un giudizio ex post, durante

l’esercizio dell’attività, una regola e/o pluralità di regole cautelari, idonee a contenere il rischio, con

comportamenti capaci di contenere quel rischio.

Come si individuano i comportamenti idonei a contenere il rischio?

Sono comportamenti non scritti, non sono usi, ma bisogna essere in grado, il cittadino in primis e poi

successivamente il giudice, di individuare nella condotta il rischio, al fine di contenere la situazione di

rischio.

Es. Circolazione stradale. La situazione di rischio è costantemente variabile perché, anche se si rispetta il

limite di velocità di 50 kmh (regola cautelare scritta), tale limite può risultare può mutare a seconda di

agenti atmosferici sfavorevoli (nebbia, pioggia, neve), e una regola cautelare è quella di diminuire la

velocità. Di quanto? Non possiamo stabilirlo in termini assoluti, ma dipenderà dalla situazione di rischio.

Di conseguenza, possono sussistere ipotesi in cui, nonostante il rispetto della regola cautelare scritta, il

giudice imputa una colpa generica, in virtù di una violazione di una regola cautelare non scritta. In gergo

nelle sentenze si dice: “non c’è colpa specifica, ma residua una colpa generica.”

Il punto è: questa operazione fatta dal giudice desta notevoli perplessità perché, che cosa ci stanno a fare

le regole cautelari scritte?

Il rischio di irrazionalità pone in discussione lo stesso sistema, dal punto di vista della certezza e della

razionalità nella dimensione fisiologica della colpa.

Perché può residuare una colpa generica? qual è il ragionamento che compie il giudice?

Le regole cautelari scritte sono state disciplinate in termini di standardizzazione di una situazione di

pericolo, una situazione normale, cioè un’attività di circolazione stradale di normalità (una bella giornata

di sole che non abbaglia e una visibilità perfetta) con una velocità massima di 50 kmh, ma il giudice,

andando a valutare la situazione concreta, verifica che sulla strada era presente dell’olio, oppure c’era

nebbia, molta pioggia, e imputa una responsabilità generica in virtù del fatto che, l’agente, in quel tratto di

strada, doveva tenere un limite massimo di velocità inferiore ai 50 kmh (agente modello). INDICI

Le regole cautelari non scritte, possono essere elaborate attraverso alcuni parametri e criteri

DI PREVEDIBILITA’ sulla base del CRITERIO DI RAGIONEVOLEZZA.

AGENTE MODELLO

La PREVEDIBILITÀ ruota in molti Istituti, come ad es. nell’errore sul precetto, dove vi è un problema di

evitabilità dell’errore, il quale apre ad un giudizio di tipo normativo, dove non si accerta una qualcosa, ma si

valuta una certa situazione concreta, e si pone il problema di stabilire il criterio di valutazione di

prevedibilità di un evento, il quale avviene attraverso due fasi:

1. La prima fase individua gli indici di prevedibilità sulla base del criterio di ragionevolezza;

2. La seconda fase, una volta individuati gli indici di prevedibilità, sulla base della ragionevolezza (agente

modello), bisogna verificare in concreto se erano presenti gli indici, al fine di individuare o meno la

responsabilità colposa per violazione di una regola cautelare non scritta. 132

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Una volta individuati gli indici di prevedibilità sulla base della ragionevolezza (agente modello) si deve

andare a verificare nella situazione concreta, se c’erano o meno gli indici di prevedibilità:

- se erano presenti, l’evento era prevedibile.

- se non erano presenti, l’evento non era prevedibile.

Questo criterio fu delineato dalla Sentenza Sez. Unite, la quale delineò “l’agente modello” (dotato di buon

senso) il quale, attraverso gli indici di prevedibilità, sulla base del criterio della ragionevolezza, l’evento può

diventare prevedibile e pertanto evitabile. La violazione di questi indici comporta una responsabilità colposa

per violazione delle regola cautelare scritta.

La sentenza delle Sez. Unite sviluppò questo aspetto in virtù alla violazione all’art. 586 c.p. – Morte o

lesioni come conseguenza di altro delitto, in merito ad un caso per spaccio di sostanze stupefacenti: “Chi

spaccia deve rendersi conto se la persona che ha di fronte è in salute oppure no, perché se il soggetto è un

soggetto in salute, la morte non è prevedibile, mentre se il soggetto è un tossico in grave crisi di astinenza e in

stato confusionale, allora l’evento morte è prevedibile (responsabilità colposa). Oppure se hai la piena

cognizione che la dose che stai spacciando è tagliata male e causa la morte del soggetto, la fattispecie ricade

nell’omicidio con dolo eventuale.

Le regole cautelari scritte individuano il rischio consentito standard, normale, ed offre una certezza, ma è

impossibile scrivere tutte le regole cautelari, e sarebbe un ragionamento contrario al modo di essere della

colpa, il quale è strettamente legato alla situazione di pericolo che muta costantemente e non siamo in grado di

prevederle e di preventivarle. Allora nasce inevitabilmente la necessità di far riferimento anche alla colpa

generica.

Quand’è che residua la colpa generica?

Dipende dal tipo di attività svolta dove, più siamo in presenza di attività caratterizzate da ripetitività,

omogeneità della situazione di pericolo e più si può operare con una regola scritta, assoluta, la cui violazione

comporta una colpa specifica.

Es. attività industriali. I macchinari per la produzione hanno un’attività ripetitiva e perciò standardizzata, ma

se il macchinario si inceppa si esce dalla situazione di pericolo standard e si entra in una situazione di pericolo

non standardizzata dove bisogna prestare attenzione.

Decollo e atterraggio degli aerei. È una delle attività più pericolose e standardizzate.

Colpa medica. L’attività medica è dinamica, perché non esistono malattie ma malati, cioè soggetti che hanno

le loro specificità e caratteristiche, e pertanto la diagnosi e la terapia può variare da caso a caso.

LA PRETERINTENZIONE

(colpa in attività illecita)

Il legislatore all’art. 43 c.p. ha previsto 3 forme di elemento psicologico soggettivo del reato: dolo, colpa e

preterintenzione.

Art. 43, c. 2 c.p. - Elemento psicologico del reato

“Il delitto: quando dall'azione od omissione (condotta) deriva un evento

-è preterintenzionale, o oltre l'intenzione,

dannoso o pericoloso più grave di quello voluto dall'agente;” definizione generale di preterintenzione.

Art. 584 c.p. - Omicidio preterintenzionale

“|Chiunque, con atti diretti a commettere uno dei delitti preveduti dagli articoli 581 (percosse dolose) e 582 (lesioni

dolose) - offesa all’incolumità|, |cagiona la morte (non voluta) di un uomo offesa della vita|, è punito con la reclusione

da dieci a diciotto anni.”

Un soggetto ha intrapreso un’attività illecita sorretta dalla componente volitiva del dolo: il soggetto percuote,

lede e da questo suo comportamento sfocia l’evento più grave e lesivo (la morte) che assorbe il primo evento. 133

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

La preterintenzione, non è un vero e proprio elemento psicologico del reato, ma attiene ad un profilo di mera

prevedibilità o conoscibilità.

Esprime un particolare fatto specifico già sul piano oggettivo, e poi sul piano oggettivo si radicano i criteri

soggettivi.

Il legislatore disciplina la preterintenzione per superare problemi di tipicità soggettiva, dovuto al fatto che

siamo in presenza di una progressione offensiva/criminosa che, dall’offesa all’incolumità si passa all’offesa

alla vita.

RATIO della preterintenzione:

1) Nella I° fase il soggetto che si sta ponendo contro l’ordinamento attraverso un’attività illecita, perché il

soggetto agisce per realizzare un reato. Vuole realizzare un reato e si è già varcata la soglia del c.p., del

disvalore.

Non si tratta solo ed esclusivamente di realizzare delle lesioni o la morte di un uomo (o nel caso

dell’aborto preterintenzionale = azioni dirette a provocare lesioni), ma si tratta di realizzare qualcosa da

cui scaturisce un evento ulteriore e più grave.

Siamo di fronte a due illeciti in un’unica condotta con due eventi diversi: lesioni, percosse e morte.

2) Il secondo aspetto è che, tra l’evento voluto e verificato (lesione/percosse) e l’evento non voluto ma

verificato (morte) c’è una progressione offensiva/criminosa tra i due fatti dove, dall’offesa all’incolumità

si passa all’offesa della vita e l’offesa all’incolumità viene “assorbita” dall’offesa alla vita (la morte).

Es. Dò una coltellata a Tizio (lesione o tentato omicidio) ma recido l’arteria femorale e muore. La lesione

viene assorbita dalla morte, attraverso una progressione criminosa e offensiva.

Progressività criminosa/offensiva: il soggetto vuole (dolo) le lesioni e crea una situazione rischiosa in

ordine ad eventuali eventi ulteriori e più gravi in termini di progressione offensiva.

(ogni volta che dò un pugno o una coltellata, devo essere cosciente che questa mia azione, può aprire ad

una dimensione rischiosa di eventi ulteriori e più offensivi).

Es. dò una spinta, il soggetto cade, sbatte la testa e muore.

Detto ciò, la dinamica della preterintenzione, è una dinamica oggettiva e soggettiva:

DINAMICA OGGETTIVA:

• Il fatto preterintenzionale, come si ricava dall’art. 43, seconda parte c.p. (cagiona la morte di un uomo) e

dall’art. 584 c.p. è composto da 2 fasi sul piano oggettivo:

1. I° fase: dove Tizio realizza una condotta, voluta e dolosa, orientata a realizzare un evento

(percosse/lesioni), il quale verrà superato sul piano della gravità offensiva.

2. II° fase: Tizio, attraverso la condotta voluta e dolosa, realizza un evento più grave e non voluto (la

morte di un uomo per colpa in attività illecita).

Es. do un pugno al mio nemico, perché voglio procurargli una lesione ma, attraverso la mia condotta

illecita (pugno) realizzo un evento più grave e non voluto, non doloso (Caio muore - II° fase).

Poi sul piano oggettivo si innestano, si radicano, problematiche attinenti all’elemento soggettivo.

DINAMICA SOGGETTIVA.

• La prima fase della preterintenzione, sul piano soggettivo, è coperta dal Dolo (“voglio” le percosse,

“voglio” le lesioni): abbiamo una condotta e un evento voluto (provocare una lesione) e un evento + grave

e non voluto (la morte), quindi non doloso ma colposo.

Le problematiche soggettive non riguardano il I° frammento, perché è coperto dolo. Nel II° frammento,

sabbiamo: 134

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

- in negativo: non c’è il dolo perché, se l’evento ulteriore e più grave (la morte) fosse coperto dal dolo,

saremo in presenza di un omicidio doloso ex art. 575 c.p. coperto da dolo eventuale.

come imputiamo l’evento non voluto?

- in positivo

1. La I° soluzione originaria del c.p. del 1930: l’evento non voluto, ulteriore e più grave veniva imputato

oggettivamente ipotesi di responsabilità oggettiva. La giurisprudenza per molto tempo (e ogni tanto

anche ora) ricostruiva la preterintenzione come ipotesi di dolo misto a responsabilità oggettiva in ordine

all’evento più grave non voluto.

L’evento veniva imputato sulla base del nesso causale a prescindere da qualsiasi legame psichico. Era

sufficiente che l’evento si fosse realizzato in virtù della condotta, a prescindere dalla dimensione

psichica. Il nesso causale è un elemento costitutivo essenziale per escludere la responsabilità per fatto

altrui e rispetto del principio di personalità della responsabilità penale (principio di garanzia), post

1948, la Cost. all’art. 27, c. 1, ha stabilito che “La responsabilità penale è personale”. Ecco dunque

che, si dubitò della legittimità costituzionale dell’ipotesi di responsabilità per dolo misto a responsabilità

oggettiva del reato.

In realtà, questa ipotesi è conforme alla Cost., perché è possibile individuare un elemento psicologico,

soggettivo del reato (l’evento morte non è voluto).

2. Successivamente l’elaborazione dottrinale disse, che l’evento più grave, non voluto, rispetto al quale

occorre il nesso causale, deve essere imputato per colpa COLPA IN ATTIVITÀ ILLECITA.

In questo caso non si parla di colpa in attività lecita, utile e indispensabile, ma una colpa dovuta ad una

condotta illecita (non consentita all’ordinamento), perché il soggetto vuole provocare una lesione, una

percossa. Di conseguenza, al fine di imputare a titolo colposo l’evento più grave (morte), bisogna

verificare se il soggetto abbia violato le regole cautelari.

Abbiamo un problema di imputazione, di imputare un evento ad un soggetto, perché quando si parla di

prevedibilità è un qualcosa di meramente psichico.

Le regole cautelari vengono elaborate su giudizi di prevedibilità ed evitabilità, e la possibilità di

prevederle dà anche luogo alla possibilità di evitare l’evento nefasto.

Nella preterintenzione tutto ruota attorno alla colpa in attività illecita, e si parla pertanto di mera

prevedibilità e conoscibilità. È il legame psichico tra il soggetto ed il fatto, di colui che ha agito con una

conoscenza potenziale e non attuale, e quindi sarà responsabile anche per l’evento ulteriore e più grave.

L’aspetto della conoscibilità viene in gioco qualora manca volontà e conoscenza attuale, ai limiti del

rispetto del principio di personalità della responsabilità penale.

Difatti, l’imputazione non è dolosa, non è oggettiva, ma è colposa perché il soggetto ha violato una

regola cautelare ma, di fronte a questa affermazione si è posta un’obiezione di fondo: si può parlare di

violazione di regole cautelari in presenza di attività illecite?

Sarebbe come dire “quando dai un cazzotto (attività illecita) dallo piano per contenere il rischio”.

Tanto è vero che, le regole cautelari vanno bene per le attività lecite, utili ed indispensabili, dove c’è un

profilo di “rischio consentito e non consentito”, ma qui, all’interno della preterintenzione, il contesto è

illecito, non consentito e vi è un divieto a monte di non cagionare lesioni o percosse.

In presenza di attività illecita non è possibile parlare di vere e proprie cautele, cioè non posso dire al

cittadino “realizza un reato ma con moderazione oppure nella tua attività illecita adotta dei

comportamenti che contengono il rischio, al fine di evitare eventi nefasti ulteriori e più lesivi”.

Allora, nel caso della preterintenzione, si può parlare di elemento soggettivo, ma non attraverso il

classico concetto di colpa: la “colpa in attività illecita” è una colpa diversa dalla “colpa di attività

lecita”, perché manca la regola cautelare.

Allora, la colpa in attività illecita in positivo, in merito all’elemento psicologico del reato, è inquadrabile

sotto il profilo della MERA PREVEDIBILITÀ/CONOSCIBILITÀ posso imputare questo evento

non voluto, se il soggetto era nella condizione di prevedere che il suo comportamento sarebbe sfociato

nell’evento. 135

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

L’EVITABILITÀ è assorbita dal divieto di non tirare cazzotti, pertanto, al fine di evitare l’evento il

soggetto non doveva proprio agire, ma siccome ha tirato il cazzotto, oramai non è più evitabile.

La prevedibilità diventa il cuore di tutte le ipotesi formulate dal legislatore, caratterizzate da una

condotta in attività illecita con evento ulteriore, diverso e più grave (aberratio ictus art. 82, c. 1 c.p.,

delicti art. 83, c. 1 c.p., causae art. 586 c.p., aborto preterintenzionale, omicidio

preterintenzionale).

Si un problema di prevedibilità INDICI DI PREVEDIBILITÀ sulla base del CRITERIO DI

RAGIONEVOLEZZA ( – AGENTE MODELLO), di stabilire tutte le variabili che rendono

pag. 133

prevedibile l’evento più grave e non voluto, e che vengono in gioco nel momento della condotta

illecita:

- dove ha dato il cazzotto: in testa? alla gola?;

- la variabile del luogo dell’aggressione: se è avvenuto in una spazio libero o in una stanza con

comodini e spigoli o a ridosso di un burrone;

- se il destinatario del cazzotto era molto ubriaco, il profilo di prevedibilità è maggiore, perché Tizio

non si può rendere conto di quello che gli succede e non può in qualche modo difendersi e l’impatto

a terra è maggiore (a peso morto) rispetto all’impatto che può avere un soggetto sobrio.

La PREVEDIBILITÀ pone il problema di stabilire il criterio di valutazione di prevedibilità di un

evento, il quale avviene attraverso due fasi:

1. La prima fase individua gli indici di prevedibilità sulla base del criterio di ragionevolezza;

2. La seconda fase, una volta individuati gli indici di prevedibilità, sulla base della ragionevolezza

(agente modello), bisogna verificare in concreto se erano presenti gli indici, al fine di individuare

o meno la responsabilità colposa per violazione di una regola cautelare non scritta.

3. se erano presenti, l’evento era prevedibile.

4. se non erano presenti, l’evento non era prevedibile.

Questo criterio fu delineato dalla Sentenza Sez. Unite, la quale delineò “l’agente modello” (dotato di

buon senso) il quale, attraverso gli indici di prevedibilità, sulla base del criterio della ragionevolezza,

l’evento può diventare prevedibile e pertanto evitabile. La sentenza delle Sez. Unite sviluppò questo

aspetto in virtù alla violazione all’art. 586 c.p. – Morte o lesioni come conseguenza di altro delitto, in

merito ad un caso per spaccio di sostanze stupefacenti: “Chi spaccia deve rendersi conto se la persona

che ha di fronte è in salute oppure no, perché se il soggetto è un soggetto in salute, la morte non è

prevedibile, mentre se il soggetto è un tossico in grave crisi di astinenza e in stato confusionale, allora

l’evento morte è prevedibile (responsabilità colposa). Oppure se hai la piena cognizione che la dose

che stai spacciando è tagliata male e causa la morte del soggetto la fattispecie ricade nell’omicidio con

dolo eventuale.

Altri Istituti che riguardano un evento più grave e non voluto:

ERRORE INABILITÀ E REATO ABERRANTE

All’errore sul fatto, di percezione o di valutazione, ma in ogni caso radicato nel momento di conoscenza

rappresentativa della realtà, si contrappone il c.d. errore inabilità, che si produce nel momento (logicamente e

cronologicamente successivo) di esecuzione della deliberazione criminosa.

Il contrasto tra il “voluto” e “realizzato” può dipendere da un errore che incide sulla fase esecutiva del reato

ipotesi dell’aberratio (cioè “deviazione”) che ricorre quando si verifica una divergenza tra il fatto voluto

dall’agente e quello effettivamente realizzato, per un errore nell’uso dei mezzi esecutivi del reato, o per

altri fattori.

In pratica, costituisce una “deviazione” nell’esecuzione rispetto alla rappresentazione (esatta) che il soggetto

ha della realtà. 136

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Essa può assumere 3 diverse forme:

1) aberratio ictus;

2) aberratio delicti;

3) aberratio causae. 1) ABERRATIO ICTUS

(Colpo deviato. È diverso il soggetto destinatario)

Art. 82, c. 1 c.p. - Offesa di persona diversa da quella alla quale l'offesa era diretta.

“Quando, per errore nell'uso dei mezzi di esecuzione del reato, o per un'altra causa, è cagionata offesa a persona

diversa da quella alla quale l'offesa era diretta, il colpevole risponde come se avesse commesso il reato in danno della

persona che voleva offendere …”

Al c. 1 troviamo l’Istituto dell’“aberratio ictus”. Nel c. 1 è monoffensivo, mentre nel c. 2 è plurioffensivo. È

un’ipotesi oggettivamente diversa di attività illecita, dove si cagiona un’offesa a una persona diversa rispetto

alla persona a cui si voleva cagionare il danno, e si risponde come se si avesse procurato il danno alla persona

che si voleva offendere (deviazione del processo causale con identità di evento nei confronti di persona

diversa).

Es. voglio sparare a Tizio, ma il proiettile viene deviato e va a colpire Caio che muore: attività illecita

voluta nei confronti di un soggetto, ma viene colpito un soggetto diverso da quello che si voleva colpire.

L’art. 82 c.p. presuppone l’omogeneità dell’offesa realizzata rispetto a quella voluta: se si trattasse di

offese eterogenee ricorrerebbe l’ipotesi dell’aberratio delicti (art. 83 c.p.).

L’errore che determina l’aberratio ictus è irrilevante, perché “il colpevole risponde come se avesse commesso

il reato in danno della persona che voleva offendere” e Tizio risponderà per omicidio volontario, perché

l’identità della persona offesa non è un requisito (elemento) del fatto tipico, non fa perciò parte dell’oggetto

del dolo => il soggetto intendeva causare la morte di un uomo, e la morte di un uomo ha cagionato, e il fatto

che non si tratti dello stesso uomo ch’egli intendeva uccidere, è circostanza giuridicamente irrilevante.

Tuttavia, l’imputazione dolosa implica la rappresentazione e volontà del fatto storico avvenuto hic et nunc e

corrispondente al tipo legale: nell’aberratio ictus il fatto storico realizzato è contrariamente diverso da quello

voluto (il soggetto non si è neppure rappresentato la vittima diversa e, se lo ha fatto, ne ha escluso in maniera

assoluta l’offesa, altrimenti risponderebbe a titolo di dolo eventuale).

Da questo p. di vista, l’art. 82, c. 1 c.p. darebbe luogo ad un’ipotesi di responsabilità oggettiva: se la

disposizione mancasse, l’agente dovrebbe rispondere di tentativo nei confronti della vittima designata e di

reato colposo nei confronti della vittima offesa.

CARATTERISTICHE dell' Aberratio Ictus: nell’Aberratio Ictus si distinguono 2 ipotesi:

1. Aberratio ictus MONOFFENSIVA (art. 82, c. 1 c.p.):

“Quando, per errore nell'uso dei mezzi di esecuzione del reato, o per un'altra causa, è cagionata offesa a persona

diversa da quella alla quale l'offesa era diretta…”

In pratica è offesa una persona diversa da quella alla quale l’offesa era diretta (es. Tizio spara a Caio, ma

uccide Sempronio, che si trova lì vicino). In questo caso l’agente risponde del fatto effettivamente

criminoso come se avesse commesso quello voluto.

Aberratio ictus PLURIOFFENSIVA art. 82, c. 2 c.p.:

2. “Qualora, oltre alla persona diversa, sia offesa anche quella alla quale l’offesa era diretta, il colpevole soggiace alla

pena stabilita per il reato più grave aumentata fino alla metà”. 137

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

In pratica: si realizza qualora, oltre alla persona diversa, è offesa anche quella alla quale l’offesa era diretta

(es. Tizio spara a Caio, ma uccide insieme a lui anche Sempronio). In tale caso il colpevole soggiace

alla pena stabilita per il reato più grave, aumentata fino alla metà.

2) ABERRATIO DELICTI

(deviazione del reato; l’evento è diverso)

Art. 83, c. 1 c.p. - Evento diverso da quello voluto dall'agente.

“Fuori dei casi preveduti dall'articolo precedente, se, per errore nell'uso dei mezzi di esecuzione del reato, o per un'altra

causa, si cagiona un evento diverso da quello voluto il colpevole risponde, a titolo di colpa, dell'evento non voluto,

quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo.

Se il colpevole ha cagionato altresì l’evento voluto, si applicano le regole sul concorso di reati.”

Es. voglio danneggiare un auto e lancio un sasso (fatto illecito di danneggiamento) ma per errore (nell'uso

dei mezzi di esecuzione del reato o per un'altra causa) cagiono un evento diverso (il sasso colpisce in testa un

bambino).

Si passa:

- dalla volontà di un delitto doloso e di tipo patrimoniale,

- ad un’offesa alla persona e creo un evento ulteriore e più grave.

CARATTERISTICHE della Aberratio delicti:

Qui, la divergenza tra quanto voluto e quanto realizzato riguarda, non la persona della vittima ma la natura del

fatto criminoso che deve corrispondere ad una diversa fattispecie incriminatrice.

Si tratta di una forma di aberratio che presuppone l’eterogeneità dell’offesa voluta rispetto a quella realizzata.

In pratica, il fatto realizzato non corrisponde integralmente alla rappresentazione dell’agente a causa di un

errore di esecuzione, per cui l’assenza del dolo dovrebbe comportare, stando alle regole generali, la

responsabilità per il fatto (o parte di esso) non voluto per colpa, a meno che il fatto realizzato sia previsto

anche nella forma colposa “a titolo di colpa, dell’evento non voluto, quando il fatto è preveduto dalla legge

come delitto colposo”.

Nonostante il riferimento a “titolo di colpa” si tratta di un’ipotesi di responsabilità oggettiva: diversamente,

la disposizione non avrebbe alcun senso, perché nessuno dubita, che di un evento non voluto si possa

rispondere per colpa (se la colpa sussiste), quando esso è stato cagionato nel mentre si esegue una attività

criminosa.

La legge, dunque, punisce con la pena prevista per il delitto colposo un fatto che può anche non essere

colposo, secondo la logica del “qui in re allieta versatur, tenetur etiam pro casu”, prescindendo dalla colpa

reale, alludendo il “titolo” colposo della responsabilità alla necessità di qualificare formalmente la natura della

responsabilità per il fatto diverso, a tutti gli altri effetti giuridici che da tale qualificazione discendono.

Perciò, nell’es. di Tizio che ferisce il bambino lanciando il sasso contro la vettura di Caio, risponderà per

lesioni colpose (oltre che nel tentativo di danneggiamento, qualora ne sussistano gli estremi).

CONFRONTO TRA ABERRATIO ICTUS E ABERRATIO DELICTI:

Aberratio ictus e aberratio delicti sono ipotesi in cui la divergenza tra quanto voluto e quanto realizzato,

derivante da una “deviazione” verificatasi nello svolgimento esecutivo del reato, fa venir meno il dolo rispetto

al fatto oggettivamente realizzato, senza poter ignorare l’esistenza di una deliberazione criminosa e per ciò

l’affermazione di una forma di responsabilità anche per il fatto diverso.

- mentre ciò è vero per l’aberratio ictus plurioffensiva,

- per quella monoffeniva e per l’aberratio delicti, l’affermazione è vera solo se si muove da determinate

premesse interpretative, ancora oggi discusse in ordine alla natura costitutiva e non dichiarativa delle

relative norme. 138

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

- Aberratio ictus monoffensiva se si muove dal p. della c.d. concretezza del dolo, e dunque dall’idea che

la divergenza concernente la persona della vittima sia essenziale, si esclude il dolo rispetto al fatto

realizzato;

- aberratio delicti monoffensiva se si muove dall’idea che la responsabilità per il fatto diverso sia solo

formalmente colposo, ma in realtà discende “automaticamente” ed oggettivamente per la sola ragione

dell’aberratio.

- Se all’evento non voluto si aggiunge quello voluto (aberratio delicti plurioffensiva) => si applicano le

regole sul concorso di reati, art. 83, c. 3 c.p.

Un’ipotesi di aberratio delicti plurilesiva è prevista dall’art. 586 c.p., quando l’evento voluto integri gli

estremi di “un fatto preveduto dalla legge come delitto colposo” e la “conseguenza non voluta” sia costituita

dalla “morte” o dalle “lesioni di una persona”.

Es. il costringimento esercitato nella violenza privata (art. 610, c. 1 c.p.) provoca la morte non voluta della

persona coartata.

In tale caso “si applicano le disposizioni dell’art. 83 c.p. (e l’agente risponde pertanto di omicidio o di lesioni

colpose), ma le pene stabilite negli artt. 589 e 590 sono aumentate.

È ovvio che il fatto doloso non può essere costituito:

a) né da lesioni o percosse, perché risulterebbe integrata la fattispecie dell’omicidio preterintenzionale;

b) né da un reato in cui la morte e le lesioni costituiscano evento aggravante autonomamente previsto

(es. art. 438 c.p. epidemia).

RATIO sostanziali: in queste ipotesi l’errore di esecuzione porta a conseguenze giuridiche diverse da quelle

dell’errore di rappresentazione, nonostante che entrambi i fenomeni conducano alla stessa mancata

corrispondenza tra voluto e realizzato.

Perché:

- nell’aberratio ictus monoffeniva => il soggetto risponde come se fosse stata colpita al persona designata;

- nell’aberratio ictus plurioffensiva => il soggetto risponde come se si trattasse di 2 reati dolosi;

- nell’aberratio delicti => il soggetto risponde come se si trattasse di un reato colposo.

RATIO DELLE DEROGHE Queste deroghe alle regole generali sull’elemento soggettivo, nascono dal

fatto che l’ordinamento, nonostante la mancata integrale convergenza tra la rappresentazione e la

realizzazione, non rimane del tutto indifferente alla duplice peculiarità che la rappresentazione ha pur sempre

ad oggetto un fatto criminoso, e che l’agente ha realizzato il fatto (diverso) proprio nell’esecuzione di quella

deliberazione criminosa. 3) ABERRATIO CAUSAE

(deviazione esecutiva del processo causale con identità di evento)

L’aberratio causae riguarda ipotesi di delitti aggravati dall’evento.

Art. 586 c.p. - Morte o lesioni come conseguenza di altro delitto

“Quando da un fatto preveduto come delitto doloso (un fatto qualsiasi che il legislatore ha qualificato come delitto

generico) deriva, quale conseguenza non voluta dal colpevole, la morte o la lesione di una persona, [si applicano le

disposizioni dell'articolo 83, ma le pene stabilite negli articoli 589 e 590 sono aumentate].”

Siamo in presenza di un delitto voluto dal quale scaturisce un evento ulteriore, non voluto, addirittura morte o

lesione.

Fa riferimento ad un “delitto generico” dove non è detto che ci sia una progressione criminosa, perché la

norma difatti sta parlando di delitto.

L’ipotesi del 586 c.p. viene soprattutto applicata ad es. quando lo spacciatore vende sostanze stupefacenti ad

un'altra persona (commette un delitto) e l’altro muore per overdose. 139

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

È la prima forma di aberratio, e si verifica quando l’agente cagiona l’evento nei confronti della vittima

designata, ma con una serie causale diversa da quella prevista.

Es. Tizio getta Caio nel fiume perché affoghi. Caio muore invece sbattendo la testa su un pilone del ponte.

L’ipotesi, non espressamente regolata dalla legge (né dal c.p.), fa riferimento ad una divergenza tra voluto e

realizzato e riguarda unicamente lo svolgimento della catena causale, cioè che l’agente ha previsto l’evento

come risultato di una determinata serie causale messa in moto dalla sua condotta (es. la morte come

conseguenza dell’affogamento del nemico buttato nel fiume in piena), ma invece la morte si verifica a seguito

di un diverso svolgimento causale, pur sempre innescato dal comportamento dell’agente (es. la morte come

conseguenza delle ferite riportate sbattendo la testa sui massi durante al caduta nel fiume).

Ammesso che la deviazione esecutiva rispetto alla rappresentazione non comporti un’interruzione del nesso

causale, si ritiene che l’aberratio causae sia giuridicamente irrilevante non facendo venire meno il dolo del

fatto realizzato.

In realtà, ai fini del dolo non è necessaria la rappresentazione degli elementi costitutivi del fatto tipico, e le

peculiarità dell’iter causale non assumono certo una tale natura nell’art. 575 c.p., per il quale è sufficiente che

la morte sia “cagionata”. nella fattispecie dell’omicidio non si descrive (perché non essenziale) il

meccanismo causale in base al quale si produce l’evento.

ABERRATIO CAUSAE NEI REATI A CONDOTTA LIBERA E VINCOLATA:

REATI A CONDOTTA LIBERA è sufficiente la sussistenza di un nesso causale e che il soggetto si sia

rappresentato l’evento come conseguenza della sua condotta, rimanendo dunque indifferente se la sequenza

causale reale non coincide con quella prevista.

REATI A CONDOTTA VINCOLATA Naturalmente la soluzione si capovolge se il reato non è a forma

libera. Nei reati a condotta vincolata la fattispecie incriminatrice descrive dettagliatamente il nesso causale,

attribuendo ad esso rilevanza “essenziale” ai fini della sussistenza del reato, e la deviazione esecutiva concerne

proprio quel nesso, così che il soggetto si sia rappresentato l’evento come prodotto dalla catena causale

prevista dalla legge, mentre, in realtà, si è prodotto secondo una diversa sequenza.

In tale ipotesi non si pone tanto il problema di divergenza tra rappresentazione e realizzazione e dunque il

dolo, ma l’atipicità del fatto oggettivo: il fatto oggetto di rappresentazione corrisponde alla fattispecie, ma è

quello oggettivamente realizzato che non presenta tutti gli elementi costitutivi della previsione legislativa.

In pratica, in tale caso, la deviazione del processo causale si limita ad evidenziare l’atipicità della condotta:

es. nel caso di chi si procuri un ingiusto profitto con altrui danno senza ricorrere ad un artificio o raggiro, non

sarà integrato il delitto di truffa (art. 640, c. 1 c.p.)

Pertanto:

- l’aberratio causae non ha rilevanza nei reati a forma libera, nei quali le modalità di realizzazione del

fatto tipico non costituiscono gli elementi essenziali del reato, ma rivela solo la realizzazione dell’evento.

- ha rilevanza nei reati a condotta vincolata, nei quali le modalità dell’azione costituiscono elementi

essenziali del fatto tipico, ove, in virtù di essa, il fatto non sussiste, perché atipico.

Un anticipo al programma: CONCORSO DI PERSONE NEL REATO (cap. VIII – Forme di

manifestazione del reato). In questa forma di manifestazione del reato abbiamo una problematica analoga.

Art. 116, c. 1 c.p. - Reato diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti

“Qualora il reato commesso sia diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti, anche questi ne risponde, se l'evento

è conseguenza della sua azione od omissione”.

Es. Tizio e Caio, nel concorso di persone, si accordano per commettere un furto (attività illecita).

Passano all’esecuzione, entrano nell’abitazione e si separano, Tizio va nella zona giorno e Caio nella zona

notte, ma Caio incontra il proprietario e sfocia un qualcosa di diverso e ulteriore rispetto alla fattispecie 140

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

incriminatrice del furto che volevano realizzare, perché ha una colluttazione (violenza o minaccia) e il fatto

tipico di furto si trasmuta in una rapina.

Anche in questo caso abbiamo 2 fasi:

1) I° fase di illecito (furto);

2) Più la II° fase in cui si realizza un reato più grave (rapina).

In base all’art. 116 c.p. questo reato più grave è accollato, non solo a chi ha commesso la rapina nella zona

notte (Caio), ma anche a Tizio nella zona giorno: un qualcosa di ulteriore, di diverso e di più grave che

qualcuno non ha voluto.

Tutte queste ipotesi hanno il solito schema:

1) I° frammento attività illecita a carattere doloso;

2) II° frammento eventi/reati più gravi e non voluti.

E rispetto a questa situazione si pone:

a. identico problema della PRETERINTENZIONE

b. identico problema della PREVEDIBILITÀ

- Non si può parlare di dolo, perché presupposto è che sia non voluto;

perché sennò si violerebbe il principio di personalità della

- non si può parlare di “responsabilità oggettiva”,

responsabilità penale;

- non si può parlare di vera e propria colpa, perché la colpa si basa su una regola cautelare, ma rispetto alla

attività illecita non sono configurabili regole cautelari;

- ma si parla di colpa in attività illecita per violazione degli indici di prevedibilità, basati sul criterio

della ragionevolezza. CAP. VI

Secondo livello del reato:

ANTIGIURIDICITA’ E LE CAUSE DI GIUSTIFICAZIONE

L’antigiuridicità si trova sopra e dopo il fatto tipico, si poggia sul fatto tipico, ed esprime la qualifica di

illiceità del fatto, della contrarietà del fatto rispetto alle pretese dell'ordinamento. Le cause di giustificazione

rendono il fatto tipico lecito, e sono elementi negativi che non devono essere presenti per avere il reato,

perché concorrono ad indicare un interesse generale che deve prevalere rispetto al contenuto offensivo del

reato, il disvalore.

Se è vero che attraverso il fatto tipico si offende un determinato bene giuridico tutelato dalla norma, le cause

di giustificazione non alterano l’offesa che resta, ma fanno prevalere un interesse che ha un carattere generare

e che va al di là della singola vicenda criminosa.

LE CAUSE DI GIUSTIFICAZIONE

Quando si parla della disciplina delle cause di giustificazione, possiamo compiere una distinguere tra:

1) profili generali che attiene a tutte le cause di giustificazione;

2) i profili specifici che attiene ad ogni singola causa di giustificazione.

1) PROFILI GENERALI che attiene a tutte le cause di giustificazione.

Innanzitutto occorre chiarire il rapporto che intercorre tra: 141

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

a. le norme che prevedono il fatto tipico (es. artt. 575, 624 c.p.);

che prevedono le singole cause di giustificazione (stato di necessità, legittima difesa,

b. e le norme

adempimento del dovere, l’esercizio di un diritto, uso legittimo delle armi).

Qual è il rapporto che intercorre tra queste norme?

Il rapporto che intercorre fra di loro, secondo l'impostazione classica, è un rapporto di antinomia, di

conflittualità tra la fattispecie che prevede la causa di giustificazione e il fatto tipico. Oltretutto, deve trattarsi

di un conflitto del tutto particolare, e quindi il problema è capire quale norma applicare al caso concreto,

perché due norme impongono sul medesimo fatto.

Perché è un conflitto del tutto particolare?

Perché, il vero e proprio conflitto tra norme, in termini autentici e rigorosi, si ha quando due norme svolgono

la stessa ed identica funzione.

Mentre, nelle cause di giustificazione abbiamo due norme che svolgono una funzione completamente diversa:

1. la norma incriminatrice esprime un disvalore;

2. la norma che contiene la causa di giustificazione che esprime un interesse prevalente rispetto all’interesse

del fatto tipico.

Allora, la causa di giustificazione è una disposizione che è composta da:

1. i requisiti costitutivi del fatto tipico;

2. i requisiti propri e specifici della dimensione giustificante.

2) PROFILI SPECIFICI DI OGNI SINGOLA CAUSA DI GIUSTIFICAZIONE

Come si risolve il conflitto tra norme? perché da un punto di vista tecnico, la causa di giustificazione

prevale sulla norma del fatto tipico?

[Apriamo una parentesi: i rapporti che possono crearsi tra le norme:

a. rapporti di alterità tra le norme;

b. o rapporti di specialità tra le norme;

b. RAPPORTI DI SPECIALITA’ TRA LE NORME: una norma è speciale rispetto alla norma generale.

La norma speciale che tende ad avere tutti gli stessi requisiti della norma generale, ma in più ha un elemento

aggiuntivo o specificativo.

Es. norma generale e norma speciale

Art. 575 - Omicidio

“Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito.”

È una fattispecie generale.

Art. 579 - Omicidio del consenziente

“Chiunque cagiona la morte di un uomo col consenso di lui è punito.”

È una fattispecie speciale rispetto alla norma generale (575).

Entrambe le norme possono trovare applicazione rispetto ad uno stesso identico fatto. Ecco il conflitto tra

norme. Se l’omicidio ha come elemento costitutivo il consenso, si applica la norma speciale. La norma

speciale ha i requisiti aggiuntivi o specificativi che si aggiungono alla generale.

Rispetto al 575 e al 579 (omicidio e omicidio del consenziente), l’omicidio del consenziente è una fattispecie

che risulta essere speciale rispetto all’omicidio, perché c’è il requisito aggiuntivo del consenso della vittima. 142

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Il rapporto tra norme è un rapporto sempre di specialità ma per specificazione, dove per specificazione

s’intende che il fatto speciale, il quale va a a dettagliare uno degli elementi costitutivi.

Art. 577 – Altre circostanti aggravanti. Ergastolo

“Si applica la pena dell’ergastolo se il fatto preveduto dall’art. 575 è commesso:

1) contro l’ascendente o il discente;

2) col mezzo di sostanze venefiche, ovvero con un altro mezzo insidioso;

3) con premeditazione;

4) col concorso di talune delle circostanze indicate nei numeri 1 e 4 dell’art. 61.

La pena è della reclusione da 24 a 30 anni, se il fatto è commesso contro il coniuge, il fratello o la sorella, il padre o la

madre adottivi, o il figlio adottivo, o contro un affine in linea retta.”

Nel caso dell’omicidio si applica la pena dell’ergastolo se il fatto previsto dal 575 è commesso contro

l'ascendente o il discendente (il padre/la madre o il figlio/a).

La figura dell’ascendente e del discendente è una figura che va a specificare l’elemento costitutivo del 575

(l’uomo), ma anche l’autore del reato, il quale deve avere un rapporto di parentela rapporto di specialità.]

Come si risolve il conflitto tra norma incriminatrice e norma giustificante?

Il conflitto tra norme si risolve proprio attraverso lo strumento tecnico del rapporto di specialità. Le cause di

giustificazione sono norme speciali rispetto a quanto previsto dalla fattispecie incriminiatrice. Tanto è vero

che, sono fattispecie complesse che, oltre ad avere al proprio interno il fatto tipico, hanno una parte che

concerne gli elementi costitutivi propri della causa di giustificazione.

Art. 52 c.p. – Difesa legittima per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od

“Non è punibile chi ha commesso il fatto

altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa.

Nei casi previsti dall’art. 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo

comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente

presente o altro mezzo idoneo al fine di difendere:

a) la propria o la altrui incolumità;

b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione.

La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro

luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale.”

“Non è punibile chi ha commesso il fatto”: La disposizione fa riferimento al fatto tipico, dopodiché si

prevedono elementi aggiuntivi tipici e propri della causa di giustificazione.

Di conseguenza, la prevalenza della causa di giustificazione, rispetto alla norma incriminatrice, discende dal

fatto tipico e la norma della causa di giustificazione è speciale rispetto alla norma incriminatrice.

Quindi:

1. il primo profilo di carattere generale: conflitto particolare tra norme.

2. Il secondo profilo di carattere generale: questo conflitto particolare viene risolto attraverso il criterio della

specialità.

3. Il terzo profilo di carattere generale: si tratta di dettagliare gli effetti che produce la presenza della causa di

giustificazione.

3) EFFETTI CHE PRODUCE LA PRESENZA DELLA CAUSA DI GIUSTIFICAZIONE

EFFETTO DI LICEITÀ: la presenza della causa di giustificazione rende il fatto lecito, cioè ammesso

dall'ordinamento, ma il problema che si pone è se questo effetto di liceità riguarda l'intero ordinamento

oppure soltanto una parte dell’ordinamento. 143

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

- Secondo una visione prevalente (visione contenuta all’interno del manuale), la causa di giustificazione

pertanto non si può andare ad applicare

rende il fatto tipico lecito rispetto all'intero ordinamento

nessuna sanzione penale, civile o amministrativa. Gli effetti di liceità si estendono a tutti gli illeciti che

quel fatto ha realizzato.

- secondo una visione minoritaria, le cause di giustificazione non è detto che operino rispetto all'intero

ordinamento. Si dice che occorre distinguere, perché vi sono diversità:

a. vi possono essere cause di giustificazione che operano rispetto all’intero ordinamento,

b. e cause di giustificazione che escludono l’illiceità per alcuni settori (es. penale) ma la lasciano residuare

altri (es. civile o amministrativo).

Es. Art. 54 c.p. L’art. 54 prevede la causa di giustificazione dello stato di necessità.

Rispetto allo stato di necessità, la disciplina civilistica prevede l’ equo indennizzo.

Non ha senso prevedere un equo indennizzo sul piano civilistico se la causa di giustificazione fosse

davvero e autenticamente una causa di giustificazione che opera rispetto all'intero ordinamento.

Es. accesso nel fondo altrui. Violazione di domicilio. Anche in questo caso è prevista la possibilità di un

equo indennizzo.

Altro argomento: fonti legittimate a prevedere le cause di giustificazione operanti rispetto al diritto penale.

RAPPORTO TRA NORME:

CAUSE DI GIUSTIFICAZIONE OPERANDI RISPETTO AL DIRITTO PENALE

La prima questione riguarda il TEMA DELLA LEGALITÀ: ci si chiede se, rispetto al penale, dove vige il

principio di legalità, anche le cause di giustificazione debbano essere previste o meno dalla legge.

In merito a tale argomento vi sono 3 opinioni:

1) le cause di giustificazione che operano nel penale, devono essere previste SOLTANTO DALLA

LEGGE.

Siccome tra le due norme (incriminatrice e giustificante) si realizza un conflitto, e la norma giustificante

finisce per derogare alla norma incriminatrice in virtù del rapporto di specialità, al fine che si possa

realizzare la deroga, è indispensabile che le fonti, che prevedono il fatto tipico e le cause di giustificazione,

devono essere sullo stesso piano della scala gerarchica non è possibile che un regolamento deroghi alla

legge.

In realtà, le cause di giustificazione non sono norme penali ma norme che attengono all’intero

ordinamento, con la conseguenza che, al fine di avere una deroga, le due norme devono essere, sia sullo

stesso piano gerarchico e sia attenere alla stessa materia. La deroga si ha rispetto a norme che svolgono la

stessa funzione; mentre in questo caso le 2 disposizioni svolgono funzioni diverse. Pertanto, non si può

parlare di un vero rapporto di deroga.

2) Mentre, un’altra parte della dottrina stabilisce che, le cause di giustificazione POSSONO essere previste

anche da FONTI SECONDARIE.

Perché, se si ritenesse, che per il penale possono operare soltanto cause di giustificazione previste dalla

legge, si finirebbe per annullare l'effetto delle cause di giustificazione per l'intero ordinamento poiché,

rispetto alle cause di giustificazione previste da un regolamento, esplicherebbero i loro effetti solo rispetto

alla fonte gerarchica secondaria (regolamento) e non potrebbero operare rispetto al diritto penale (la legge).

In virtù dell'unità dell'ordinamento, le cause di giustificazione possono operare anche se previste da fonti

secondarie, rispetto a norme incriminatrice previste dalla legge. 144

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

la quale approfondisce i problemi di legalità e di cause di giustificazione:

3) Teoria Intermedia

PROBLEMI DELLE GARANZIE ALLA LEGALITA’.

Può accadere, che le cause di giustificazione pongano dei problemi di garanzia, perchè sono disposizioni a

fattispecie complessa che si combinano col fatto tipico, prevedendo fatti tipici in grado di offendere beni

giuridici.

Es. causa di giustificazione “Stato di necessità” che legittima il Ministro degli Interni a dare ordine

ad un aereo militare di abbattere un aereo civile.

Questa causa di giustificazione ha in sé una portata offensiva enorme, della stessa portata del fatto tipico

(omicidio), con il rischio di violazione di garanzie, e perciò si pone un’esigenza di un controllo di

legittimità costituzionale, al fine di garantire i cittadini contro gli abusi di potere pubblico, il quale

potrebbe usare la sua autorità per affossare i diritti dei consociati a scapito dei suoi interessi politici.

Per attivare il controllo di legittimità costituzionale è indispensabile che la norma sia di rango legislativo

(legge o atto avente forza di legge), e pertanto anche le cause di giustificazione devono essere previste dalla

legge.

I problemi di garanzia non sono posti dalle fattispecie incriminatrici, ma dalle cause di giustificazione,

perché sono lo strumento attraverso il quale uno Stato persegue i propri obiettivi liberticidi e contrari ai

diritti umani.

Es. Germania nazista. Durante la SGM era lecito uccidere l’uomo di razza ebrea. L’adempimento del

dovere divenne lo strumento più importante e disumano per la realizzazione della fattispecie incriminatrice

di omicidio.

Nel libro di Hannah Aret “La banalità del male” si descrive, si ripercorre sul processo a carico di

Eichmann, il quale fu l’ingranaggio del nazismo, colui che burocraticamente si occupava di organizzare la

macchina di sterminio nazista con 6.000.000 di ebrei sterminati. Eichmann quando venne interrogato

rispose di aver adempiuto al suo dovere, di aver applicato la legge.

Allora, se le più grandi atrocità sono state realizzate attraverso le cause di giustificazione, all’interno dello

Stato Costituzionale, le cause di giustificazione devono essere previste dalla legge.

Ma così, oltre al rischio di compromettere l’unità dell’ordinamento giuridico, vi è anche il RISCHIO di

irrigidire eccessivamente il sistema perché il processo legislativo (Camera e Parlamento) è un

meccanismo lento e un’eccessiva rigidità può risultare negativa in merito alla tutela di garanzia dei beni

personali su cause di giustificazione che si combinano con norme che mettono o pongono in pericolo beni

personali.

Es. Causa di giustificazione che si combina con la fattispecie incriminatrice di violazione di domicilio. Il

domicilio è il luogo dove la personalità intima del soggetto si esprime.

DISCIPLINA POSITIVA IN SENSO STRETTO

DELLE CAUSE DI GIUSTIFICAZIONE

La disciplina positiva in senso stretto delle cause della giustificazione si trovano al suo interno 3 sottotemi:

1. Tema dell’imputazione soggettiva (art. 59, c. 1 c.p.);

2. Tema dell’errore (artt. 59, c.4; 47, c. 1 c.p. errore di fatto);

3. Tema dell’eccesso colposo (art. 55 c.p.).

1. IMPUTAZIONE SOGGETTIVA

Art 59, c. 1 c.p. - Circostanze sconosciute o erroneamente supposte. (cause di giustificazione) sono valutate

“Le circostanze che attenuano (circostanze attenuanti) o escludono la pena

a favore dell'agente anche se da lui non conosciute (ignoranza), o da lui per errore ritenute inesistenti (errore).”

Le cause di giustificazione si imputano oggettivamente, senza prendere in considerazione l’elemento

soggettivo (dimensione psicologica). 145

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Sono valutate a favore dell'agente anche se da lui non conosciute (ignoranza) o ritenute da lui inesistenti

(errore).

Es. Voglio uccidere la suocera e mi dirigo verso di lei alla porta di casa, col coltello dentro la giacca, per

darle il ben venuto. Ma il destino ha voluto che, mia suocera avesse totale e completa intenzione di regolare

i conti con me e ha intenzione di farmi fuori con una pistola. Nel momento in cui mi avvicino mia suocera,

del tutto ignara della minaccia, fa fuoco e mi ammazza. Appena cado a terra emerge chiaro il coltello che

avrei impugnato per ucciderla.

Mia suocera mi ha ucciso. L’errore c’è stato: lei non aveva la cognizione che stava agendo in legittima

difesa. Era del tutto ignara della mia intenzione di ucciderla..

Cosa stabilisce l’art. 59, c.1?

La suocera è giustificata dalla causa di giustificazione della legittima difesa, perché “sono valutate a favore

dell'agente anche se da lui non conosciute” (ignoranza) Imputazione Oggettiva.

Perché un’imputazione oggettiva rispetto alle cause di giustificazione?

Le cause di giustificazione, siccome operano a favore del reo, devono essere imputate oggettivamente. Ma,

successivamente bisogna capire del perché una norma a favore del reo deve essere imputata

oggettivamente, qual è l’elemento in più (causa scriminante: causa oggettiva di esclusione della

configurabilità di un reato e pertanto della sua punibilità).

- Con l’IMPUTAZIONE OGGETTIVA non si punisce, è legata ad una concezione fortemente

oggettivistica del reato. All’ordinamento interessa la dimensione oggettiva, la presenza dell’interesse

prevalente e non la consapevolezza o meno del soggetto agente verso l’interesse prevalente.

- Mentre, se si applica la DIMENSIONE SOGGETTIVA si punisce, perché la suocera aveva intenzione

di uccidere. Ha un profilo di volitività omicidi aria intenzionale ed è stato “un caso” che lei non abbia

realizzato l’omicidio senza causa di giustificazione. Il disvalore c’è tutto.

2. ERRORE: c.d. ERRONEA SUPPOSIZIONE DI UNA CAUSA DI GIUSTIFICAZIONE.

Le scriminanti sono elementi negativi che non devono esistere al fine di aversi il reato e, l’errore su

elementi negativi è rovesciato rispetto all’errore sull'elemento positivo:

- Nell’elemento positivo, l’elemento c’è e erro sull’elemento;

- L’elemento negativo è l'erronea supposizione, dove il soggetto lo crede esistente ma esistente non è.

Es. ho deciso di uccidere la suocera e le vado in contro tenendo le mani dietro la schiena. Da un po’ di

tempo tra di noi vi sono alterchi, offese, minacce, ed improvvisamente le vado incontro e l’accolgo con un

sorriso e un andamento anomalo e con una mano dietro la schiena, come se stessi nascondendo qualcosa

(ma non ho nulla). Mia suocera, vedendo tutto ciò, si allarma e pensa “questo mi vuole ammazzare. Ha un

coltello”. Siccome lei, a seguito dei nostri alterchi si era preoccupata, aveva con sé una pistola, e

supponendo la mia aggressione e, quando arrivo a 2 mt di distanza da lei, tira fuori la pistola, spara un

colpo in testa e muoio.

In questo caso, la causa di giustificazione non esiste. La suocera ha una divergenza tra realtà e

rappresentazione, consistente nell’erronea supposizione, immaginando qualcosa che in realtà non esiste.

In questo caso, l'erronea supposizione di una causa di giustificazione esclude il dolo e lascia residuare la

colpa.

L’erronea supposizione (art. 59, c. 4) e l’erronea conoscenza sul fatto del tipico (art. 47, c. 1) sono

identici ed esclude il dolo e lascia residuare la colpa.

Art. 59, c. 4 – Circostanze non conosciute o erroneamente supposte 146

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

“Se l’agente ritiene per errore che esistano circostanze di esclusione della pena, queste sono sempre valutate a

favore di lui (erronea supposizione). Tuttavia, se si tratta di errore determinato da colpa, la punibilità non è esclusa,

quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo.”

Art. 47, c. 1 – Errore di fatto

“L'errore sul fatto (fatto tipico) che costituisce il reato esclude la punibilità dell'agente. Nondimeno, se si tratta di

errore determinato da colpa, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è preveduto dalla legge

come delitto colposo.”

Il 59, c. 4 corrispondente al 47, c. 1:

- art. 47, c. 1: errore sul fatto tipico;

- art. 59, c. 4: errore sulle cause di giustificazione consistente nell’erronea supposizione.

Perché si esclude il dolo?

Perché dal punto di visto psichico non c’è la volontà di integrare al fattispecie incriminatrice. È un errore

identico all’errore sul fatto, perché in entrambi abbiamo un’errata conoscenza dei fatti. C’è una displasia

tra la realtà e quanto il soggetto si rappresenta.

Il soggetto agente si immagina i requisiti della causa di giustificazione che in realtà non ci sono, si esclude

il dolo e si lascia residuare la colpa, se il delitto è previsto anche come colposo, altrimenti non sarà punibile

neanche per colpa (es. i delitti patrimoniali sono soltanto dolosi).

3. ECCESSO COLPOSO: espressa disciplina all’interno dell’art. 55 c.p.

Art. 55 c.p. – Eccesso colposo

“Quando, nel commettere alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 51, 52, 53 e 54 (cause di giustificazione),

si eccedono colposamente i limiti stabiliti dalla legge o dall'ordine dell'Autorità ovvero imposti dalla necessità, si

applicano le disposizioni concernenti i delitti colposi, se il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo.”

Le cause di giustificazione sono composte sempre da due parti:

1) da un lato sono previsti i requisiti dei PRESUPPOSTI al fine di applicare la causa di giustificazione;

2) dall'altro lato è previsto i requisiti del COMPORTAMENTO giustificante.

Art. 52, c. 1 – Difesa legittima

“Non è punibile chi ha commesso il fatto (fatto tipico) per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un

diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un'offesa ingiusta (aggressione ingiusta), sempre che la difesa

sia proporzionata all'offesa (reazione legittima).”

La causa di giustificazione della legittima difesa si compone di due parti:

1) aggressione ingiusta;

2) reazione legittima.

Es. suocera. Sono intenzionato ad uccidere mia suocera e creo un pericolo attuale attraverso l’aggressione

ingiusta nei suoi confronti. La suocera per reazione legittima realizza il fatto tipico.

L’eccesso colposo attiene non ai requisiti relativi ai presupposti, ma ai requisiti relativi al comportamento.

Quindi, nell’eccesso colposo è come se ci trovassimo in presenza di un’integrazione parziale della causa di

giustificazione, perché si vanno ad integrare:

1. i requisiti relativi ai presupposti (aggressione ingiusta);

2. ma vengono meno i requisiti che realizzano la causa di giustificazione (reazione legittima).

Oltre a ciò, dobbiamo aver ben presente la differenza tra: 147

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

a- Una supposizione erronea di una causa giustificazione;

della causa di giustificazione.

b- E l’eccesso colposo

a- Nella SUPPOSIZIONE ERRONEA la causa di giustificazione manca di tutti i requisiti, anche dei

presupposti. Es. Nella legittima difesa manca l’aggressione ingiusta.

b- Mentre nell’ECCESSO COLPOSO (es. nella legittima difesa) i presupposti ci sono (aggressione

ingiusta), ma è la reazione legittima è eccessiva, e si eccedente i limiti oltre a quelli previsti dalla legge.

Nell’eccesso colposo bisogna distinguere tra:

a. ECCESSO DOLOSO: la condotta del soggetto attivo è completamente fuoriuscita dalla dimensione

giustificante e risponde di dolo, con tutto il disvalore del fatto tipico.

b. ECCESSO COLPOSO: la condotta del soggetto attivo supera i limiti stabiliti dalla causa di

giustificazione (ha una reazione sproporzionata) e, non essendo una condotta voluta, il soggetto

risponderà di colpa laddove il delitto sia previsto anche colposo.

Allora, in realtà, dietro all’eccesso colposo di una causa di giustificazione, vi è sempre una dimensione di

erroneità da parte del soggetto, e bisogna capire il tipo di errore da parte del soggetto.

L’errore può dipendere:

1. Errore nella valutazione del pericolo è un errore che il soggetto può compiere nella valutazione

del pericolo che ha di fronte.

Es. Tizio vede Caio con una mano in tasca. Tizio percepisce una situazione di pericolo data da Caio,

il quale in passato ha manifestato comportamenti aggressivi. Non sa cosa ha dentro la tasca della

giacca, se una pistola o un coltello, però, in realtà, non c’è niente.

Dunque, in base a tutte queste circostanze, il soggetto può valutare in modo errato una situazione di

pericolo. Si rappresenta i presupposti e tiene un comportamento eccessivo che si estrinseca in una

REAZIONE SPROPORZIONATA, la quale va oltre la situazione di pericolo che si era realizzata.

è dato da un errore di abilità, dove il soggetto si era rappresentato la

2. Errore nella esecuzione

situazione di pericolo, ed aveva presente la reazione come doveva essere, ma nell’eseguirla eccede i

limiti con una REAZIONE ECCESSIVA.

Es. Tizio dà una spinta a Caio troppo forte e lo fa cadere al di là della balaustra, quando in realtà,

l’intenzione di Tizio, era solo quella di allontanarlo.

Chi agisce con un eccesso colposo nella causa di giustificazione realizza un fatto punibile per colpa.

MODELLI DI CAUSE DI GIUSTIFICAZIONE

Abbiamo detto che in presenza di una causa di giustificazione esiste una sorta di bilanciamento di intessi:

- l’interesse tutelato dalla fattispecie incriminatrice;

- l’interesse tutelato attraverso la realizzazione della causa di giustificazione.

Es. Legittima Difesa:

- Da un lato il bene della vita dell’aggredito;

- dall’altro lato il bene della vita dell’aggressione.

Le cause di giustificazione implicano sempre un bilanciamento di interessi, e il bene della vita dell’aggredito

può prevalere rispetto al bene della vita dell’aggressore (es. legittima difesa).

anche rispetto a tutte le norme che impongono determinati comportamenti.

Non solo: 148

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Es. il boia inietta la dose di veleno e cagiona la morte del condannato. Il comportamento del boia è un

comportamento lecito, giustificato dall’ordinamento e rientra nel c.d. ADEMPIMENTO DI UN DOVERE,

dove l’interesse alla realizzazione della giustizia prevale sull’interesse della vita del condannato.

Per capire la ratio che sta dietro le cause di giustificazione, bisogna comprendere COME SONO

STRUTTURATE.

Possiamo distinguere 2 modelli strutturali:

1- Modello di cause di giustificazione dove l’ordinamento attribuisce diretta rilevanza e prevalenza ad

un interesse. rilevanza ad un

2- Modello di cause di giustificazione dove l’ordinamento attribuisce indirettamente

interesse, attraverso la descrizione di una determinata vicenda, situazione data.

1- Appartengono al primo modello rilevanza/prevalenza immediata e diretta di un interesse:

1) Esercizio di un diritto

2) Adempimento di un dovere

3) Consenso dell’avente diritto

2- Appartengono al secondo modello rilevanza/prevalenza indiretta di un interesse:

4) Legittima difesa

5) Lo stato di necessità

6) Uso legittimo delle armi

ESERCIZIO DI UN DIRITTO e ADEMPIMENTO DI UN DOVERE

(rilevanza/prevalenza immediata e diretta di un interesse)

Nella causa di giustificazione dell’esercizio di un diritto e adempimento di un dovere (art. 51 c.p.)

l’ordinamento attribuisce immediata rilevanza e prevalenza ad un interesse, attraverso un bilanciamento

immediato.

L’esercizio del diritto e adempimento del dovere, è una norma generale ma che rinvia alle fonti extra-penali

che attribuiscono facoltà o doveri a certi soggetti.

Per diritto si intende una facoltà di agire riconosciuta dall’ordinamento, i problemi che si pongono sono:

1- Quali sono le fonti di diritto o doveri scriminanti?

Le fonti del diritto e doveri con effetti scriminanti sono spesso previsti da norme extra-penali, che mettono in

crisi il principio di legalità.

La legge non può prevedere ogni fattispecie scriminante e anche l’art. 51 c.p., quando richiama a “norme

giuridiche”, non può essere interpretato come un’attribuzione di forza scriminante a qualunque fonte del

diritto o doveri.

Come si è detto si cerca l’unità dell’ordinamento, il quale prevede che siano fonti scriminanti quelle che, in

virtù di loro caratteristiche, possono mantenere gli equilibri istituzionali dell’ordinamento.

Con l’ingresso nella Comunità Europea il nostro Stato ha accettato a limitazioni di sovranità che possono

anche riguardare il settore penale, non tanto con effetti incriminanti, in quanto come abbiamo già visto gli atti

normativi europei risulterebbero in contrasto col principio di democraticità della legge penale, ma quanto con

effetti scriminanti.

Le Regioni, con il nuovo Titolo V della Cost. hanno materie in cui la loro competenza consente di dettare

discipline regionali scriminanti, mentre nelle materie a competenza concorrente si ritiene che la competenza

penale scriminante resti allo Stato in quanto rientranti tra i principi fondamentali della disciplina.

2- A quali condizioni ed entro quali limiti hanno effetti scriminanti?

Tutte le norme che attribuiscono diritti o doveri hanno un raggio di applicazione: sono causa di giustificazione

solo per quelle situazioni che rientrano nella loro area di esercizio, ad es. gli agenti di polizia che possono

venir meno al loro obbligo di impedire e reprimere i reati non arrestando lo spacciatore immediatamente per 149

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

poter catturare anche il trafficante, ma non possono partecipare attivamente senza far niente al compimento di

omicidi tramite infiltrati.

Inoltre si deve verificare se la norma incriminatrice soddisfa un interesse di rango superiore di quello tutelato

dalla norma scriminante, e in tal caso prevarrà l’incriminazione.

Ma se il conflitto tra il fondamento della norma incriminatrice e quella scriminante non è risolvibile con i

generali metodi di specialità, gerarchia e successione allora sarà compito interpretativo del giudice stabilire la

norma prevalente.

Si nota quindi, come norme incriminatrici possono fungere da limite a norme scriminanti, per mezzo dei

generali metodi di risoluzione dei conflitti tra norme o per mezzo di interpretazione quando il legislatore non è

intervenuto per stabilire un orientamento specifico.

Quando si è in presenza di un ordine dell’Autorità, si deve verificare la legittimità dell’ordine, cioè deve

esserci una norma che consenta a un’autorità pubblica, e mai privata, di ordinare a un suo sottoposto

gerarchico di porre in essere un fatto tipico.

Al contrario, se l’ordine non è legittimo, si apre il problema della responsabilità dell’autorità e del soggetto

agente.

Art. 51 c.p. – esercizio di un diritto o adempimento di un dovere

“L'esercizio di un diritto o l'adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della

pubblica Autorità, esclude la punibilità.

Se un fatto costituente reato è commesso per ordine dell'Autorità, del reato risponde sempre il pubblico

ufficiale che ha dato l'ordine.

Risponde del reato altresì chi ha eseguito l'ordine, salvo che, per errore di fatto, abbia ritenuto di obbedire

ad un ordine legittimo.

Non è punibile chi esegue l'ordine illegittimo, quando la legge non gli consente alcun sindacato sulla

legittimità dell'ordine.”

1) ESERCIZIO DI UN DIRITTO Si tratta di una causa di giustificazione fondata sul principio di non

contraddizione dell'ordinamento giuridico e sulla logica dell'interesse prevalente. Con riferimento alla

posizione soggettiva che fonda la scriminante in esame, a fronte di una prima tesi che ravvisa la causa di

giustificazione solo in presenza di un diritto soggettivo perfetto, vi è una tesi estensiva per la quale, in via

generale, il legittimo esercizio di potere, a prescindere dalla consistenza della relativa posizione soggettiva,

può integrare la causa di giustificazione di cui all'art. 51 cp 1° comma.

Vi è, in ogni caso, uniformità di vedute nell'escludere che interessi diffusi ed interessi semplici siano idonei

a scriminare non essendo suscettibili di un'autonoma forma d'esercizio da parte del titolare.

Sotto il profilo della fonte del diritto, essa può essere la Cost., la legge ordinaria, il regolamento

amministrativo, il contratto e, ma non vi è uniformità di vedute sulla legge regionale.

La causa di giustificazione dell'esercizio del diritto incontra limiti interni ed esterni, nel senso che, per

esplicare i propri effetti scriminanti, da una parte, il fatto di reato deve essere manifestazione congruente

dell'esercizio del diritto e la condotta posta in essere non deve costituirne un abuso e, dall'altra, non devono

sussistere, nell'ambito dell'ordinamento, posizioni soggettive di rango superiore di fronte alle quali il diritto

oggetto della causa di giustificazione debba recedere.

In tal senso, i limiti esterni vanno ricercati tra le norme di rango superiore o uguale a quella che fonda il

diritto oggetto della causa di giustificazione.

In via generale può, in ogni caso, sottolinearsi che, nel contrasto tra norme costituzionali e norme

incriminatrici, prevalgono sempre le prime.

I casi più frequenti nella prassi applicativa sono quelli:

- L’esercizio del diritto di cronaca;

- l'esercizio del diritto di critica;

- l'esercizio del diritto di sciopero;

- l'esercizio dello ius corrigendi ,

- l'uso c.d. offendicula. 150

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

L’ordinamento, in questo caso, consente alle Forze dell’Ordine

2) ADEMPIMENTO DI UN DOVERE

di privare la libertà di un cittadino, nell’adempimento di un dovere, realizzando così l’illecito di sequestro

di persona ma giustificato.

L’adempimento del dovere è una causa di giustificazione che trova applicazione soltanto rispetto a

doveri pubblici.

Pertanto, rispetto all’adempimento del dovere diventa particolarmente rischioso l’utilizzo e la loro

previsione, perché il conflitto degli interessi è risolto dal legislatore, il quale ha una grande libertà

nell’individuare l’interesse che può prevalere, stabilendo di volta in volta l’interesse che deve prevalere.

Nell’adempimento del dovere siamo in presenza di un potere pubblico con possibilità di scelta di interessi

pubblici che prevalgono su interessi privati, e pertanto vi è il rischio dal punto di vista delle garanzie,

perché il legislatore potrebbe dire ad es. di abbattere un aereo civile per un sospetto dirottamento.

Allora, le cause di giustificazione che appartengono al primo modello vi è un’ampia discrezionalità

legislativa.

Alcune considerazioni su questo modello:

1) In alcuni casi la prevalenza è diretta ma anche generica.

Es. causa di giustificazione della libertà di manifestazione del pensiero derivante dall’art. 21 Cost.

Ho il diritto di manifestare il mio pensiero e l’esercizio di questo diritto può scriminare altri diritti.

2) Altre volte la rilevanza è diretta ma più dettagliata.

Es. Si attribuisce al proprietario del fondo la facoltà di tagliare i rami degli alberi che sporgono sul proprio

fondo. IL CONSENSO DELL’AVENTE DIRITTO

Art. 50 c.p. – Consenso dell’avente diritto

“Non è punibile chi lede o pone in pericolo un diritto con il consenso della persona che può validamente disporne”.

Il consenso dell’avente diritto può rilevare penalmente in quanto escluda la tipicità del fatto. Cioè quando il

dissenso dell’offeso costituisce elemento essenziale, esplicito o anche implicito della fattispecie. Il consenso fa

venir meno, non solo l’antigiuridicità, bensì lo stesso fatto tipico (es. aggressione sessuale si pone in essere

solo quando non vi sia il consenso).

In tutti i casi in cui la legge lo richieda, espressamente o implicitamente, il dissenso del titolare del bene

significa che in presenza del consenso dell’avente diritto non si realizza l’offesa, che il fatto è privo di

disvalore, perché irrilevante o addirittura espressione di una libertà o facoltà riconosciuta giuridicamente al

soggetto.

Il dissenso non è dunque un limite o una condizione della tutela, ma costituisce la stessa ratio essendi

dell’aggressione e dunque della tutela.

Il consenso dell’avente diritto può rilevare penalmente come causa di giustificazione. La causa di

giustificazione presuppone un fatto già tipico e dunque offensivo, che viene giustificato in nome di una

qualche ragione o interesse ad esso esterno (es. esportazione di un rene). A differenza delle situazioni in cui il

consenso esclude la tipicità del fatto, qui il consenso può produrre l’effetto scriminante nei limiti di

disponibilità del diritto riconosciuti dall’ordinamento all’interessato.

RATIO:

- una parte della dottrina sostiene che esso è rinvenibile nella rinuncia alla tutela del bene da parte del suo

titolare, e di conseguenza il venir meno dell'interesse protetto per effetto del consenso alla sua lesione o alla

sua messa in pericolo;

- mentre un’altra parte della dottrina afferma che, ricorrere ad un conflitto di interessi tra l’interessi

l’autore del fatto e l’interesse tutelato dalla norma, viene risolto a favore del primo, al fine di garantire la

libertà di autodeterminazione dell’avente diritto. 151

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

In ogni caso, nel consenso dell’avente diritto, l’ultima parola spetta al privato, capace di condizionare

l’attuazione delle scelte di tutela del legislatore.

Pertanto, il consenso dell’avente diritto viene a condizionare non già l’esercizio dell’azione penale, bensì dalla

stessa sussistenza dell’illecito qui il fatto diventa del tutto lecito in nome di una manifestazione di volontà,

la cui efficacia prescinde dalla natura degli interessi ad essa sottostanti.

SACRIFICIO: quando si tratta di atti che, secondo le correnti valutazioni sociali, non implicano alcun

sacrificio o menomazione per la personalità del titolare, essi si collocano nella sfera di una possibilità

incondizionata ed indifferenziata tipica dell’esercizio di un potere di autodeterminazione.

Ma nelle ipotesi di atti implicanti un sacrificio, un “costo” per il soggetto che li subisce, la possibilità di

validamente disporne, e dunque di un consenso dotato di efficacia scriminante, è subordinata alla

considerazione dell’interesse per cui il soggetto rinuncia al bene e sopporta il sacrificio.

La possibilità di disporne dei propri beni con tali atti, dipenderà dal bilanciamento effettuato tra l’entità

oggettiva del sacrificio in essi implicato e il valore a cui quel sacrificio è strumentale.

Questo giudizio di bilanciamento, tra disvalore della oggettiva menomazione del bene e il valore dell’interesse

con essa perseguito, entra nella struttura della scriminante attraverso il concetto di disponibilità, espressamente

previsto nell’art. 50 (es. segretaria che legge la corrispondenza dell’imprenditore, ma lui lo permette per il

superiore bene dell’azienda).

OGGETTO DEL CONSENSO: Il consenso può avere per oggetto soltanto diritti disponibili. Per quanto

riguarda i beni di natura strettamente personale, indisponibile è la vita (come risulta incontrovertibilmente

dall'art. 579 c.p., che punisce l'omicidio del consenziente).

L'integrità fisica è disponibile nei limiti sanciti dall'art. 5 c.c., che vieta gli atti di disposizione del proprio

corpo, “quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica o quando siano altrimenti

contrari alla legge, all'ordine pubblico o al buon costume”.

Risulta pertanto suscettibile di consenso il prelievo del sangue, ma non l'asportazione di un organo (per il

trapianto del rene è intervenuta una normativa ad hoc: la L. 458/1967; così pure per le trasfusioni di

sangue: L. 107/1990).

Si può consentire a lesioni lievi durante una ripresa cinematografica, ma non a quelle provocate dal sadico

(l'atto di disposizione è contrario al buon costume).

Le manifestazioni della libertà sessuale, in quanto atti di disposizione del proprio corpo, rientrano nella

disciplina dell'art. 5 c.c. LA LEGITTIMA DIFESA E LO STATO DI NECESSITÀ

(attribuzione della rilevanza/prevalenza di un interesse indirettamente)

Nella legittima difesa e nello stato di necessità sono indispensabili l’esistenza di una particolare situazione di

necessità perché si possa attribuire prevalenza ad un certo interesse.

La particolare situazione di necessità che si prende in considerazione, si definisce in termini di necessità, cioè

una situazione in cui diventa indispensabile la realizzazione del fatto tipico per difendere o per salvare alcuni

interessi che sono in pericolo. Pertanto, si tratta di cause di giustificazione in cui esiste un pericolo per

determinati beni e per difenderli o per salvarli diventa indispensabile realizzare il fatto tipico.

Funzione del legislatore: La differenza rispetto al primo modello scriminante, dove la prevalenza è

indipendente dalla situazione di pericolo, da un’esigenza di necessità, qui, la situazione di pericolo e lo stato di

necessità è interamente valuto dal legislatore nel momento della previsione legislativa.

Dunque, in questo secondo modello, la funzione del legislatore è molto diversa, perché non opera più in

termini liberi, assolutamente privi di condizionamenti, ma il legislatore operare con una situazione che

preesiste: il pericolo e la necessità. e il suo operato è delimitato dalla stessa

Il legislatore, in questo caso, opera con minore discrezionalità,

situazione che deve andare ad operare. 152

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Ecco allora che, rispetto a queste cause di giustificazione, il rischio che si pone non è tanto nella scelta di

quale interesse far prevalere, quanto piuttosto come disciplinare quella situazione, i limiti e i requisiti che

caratterizzano queste de cause di giustificazione.

Difatti, in questo caso, il rischio è sotto il profilo delle GARANZIE, qualora il legislatore tende a superare i

limiti oppure a non prevederli con il rischio di strumentalizzazione.

Es. LEGITTIMA DIFESA con la reazione sproporzionata. Il legislatore autorizza il cittadino ad andare oltre

i limiti imposti dalla legge, strumentalizzando il soggetto aggredito a scapito della vita dell’aggressore per

finalità pubbliche.

1. Il primo modello l’interesse è prevalenza, immediato e diretto: il legislatore svolge una funzione di

scelta dell’interesse ed ha un’ampia discrezionalità. Il rischio che si pone è di una scelta arbitraria, di una

prevalenza non razionalmente giustificata.

2. Nel secondo modello la prevalenza è indiretta e la causa di giustificazione è data dal pericolo: il

legislatore opera in un contesto delimitato dalla natura delle cose tra positivismo e naturalismo. Ha meno

discrezionalità in virtù di una situazione che preesiste, tuttavia si pongono rischi per le garanzie in ordine

alla disciplina dei limiti e dei requisiti concernenti questi tipi di cause di giustificazione.

CAUSE DI GIUSTIFICAZIONE DELLA LEGITTIMA DIFESA

E DELLO STATO DI NECESSITÀ

La legittima difesa e lo stato di necessità hanno alla base lo stesso modello: attribuiscono prevalenza di un

interesse in virtù di una tipizzazione di una particolare situazione di necessità.

Art. 52, c. 1 – difesa legittima

“Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od

altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa.”

c. 1: Abbiamo due parti:

1) aggressione ingiusta “contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta”.

2) reazione legittima costretta “dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui” e “la difesa sia

proporzionata all’offesa”.

- Difendere;

- Diritto proprio o altrui;

- Pericolo attuale di un’offesa ingiusta;

Art. 54, c. 1 c.p. – Stato di necessità

“Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri dal pericolo

né altrimenti evitabile, sempre che

attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato,

il fatto sia proporzionato al pericolo.”

- Salvare;

- se o altri;

- pericolo attuale di un danno grave alla persona.

- Pericolo da lui non voluto, non volontariamente causato e né altrimenti evitabile,

- sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo.

La struttura tra la legittima difesa e lo stato di necessità è identica, perché anche lo stato di necessità ha la sua

situazione di pericolo (pericolo attuale di un danno alla persona, non volontariamente causato né altrimenti

evitabile) e poi un’azione di salvataggio dettata da una necessità di salvare se o altri dal pericolo attuale di un

danno grave alla persona.

La legittima difesa e lo stato di necessità sono costituite da due poli: 153

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

1. POLO OFFENSIVO:

- legittima difesa aggressione ingiusta;

- stato di necessità situazione necessitante.

2. POLO REATTIVO, DIFENSIVO:

- legittima difesa reazione difensiva;

- stato di necessità reazione di salvataggio.

Nel mezzo ai 2 poli abbiamo:

- ciò che viene offeso e aggredito;

- ciò che si mette in pericolo e che si può compromettere aggredisco un soggetto per togliergli la vita;

- ciò che si vuole difendere e salvare attraverso la reazione il soggetto reagisce per salvarsi la vita.

1. POLO OFFENSIVO: il “pericolo attuale” è identico sia per lo stato di necessità che per la legittima

difesa.

“Pericolo” è una situazione che può essere valutata in termini di probabilità rispetto al suo sfociare nel

danno e nell’offesa.

“Attuale” il pericolo deve essere, se non concomitante, quanto meno imminente. Non si può parlare di

“pericolo attuale” rispetto a pericoli passati o futuri.

Nel caso della legittima difesa, il pericolo attuale di un danno grave alla persona è riferito al profilo di

un’offesa ingiusta, e ciò significa che il pericolo deve essere connesso ad un comportamento umano e

oltretutto con il carattere della ingiustizia.

a. Nella stato di necessità abbiamo un “pericolo attuale di un danno grave alla persona”;

b. mentre nella legittima difesa il “pericolo attuale di un’offesa ingiusta”.

Nello stato di necessità il requisito del pericolo è implicito ma, lo stato di necessità non si esaurisce

nell’offesa ingiusta, perché sono possibili anche le condizioni naturali che possono scaturire queste

situazioni.

Inoltre, rispetto al polo offensivo, c’è una divergenza tra legittima difesa e stato di necessità: nello stato di

necessità troviamo “… pericolo da lui non volontariamente causato”, che al contrario non è presente nella

legittima difesa, e per “pericolo da lui non volontariamente causato” s’intende, sia in termini di dolo che

di colpa.

Perché si prevede la “non volontarietà del pericolo” nello stato di necessità e non anche all’interno

della legittima difesa?

Perché, se Tizio contribuisce a cagionare l’offesa, può difendersi, ma è altrettanto vero che ha contribuito

alla creazione del pericolo.

Es. tizio sa che se si reca in quel posto c’è Caio che probabilmente vorrà picchiarlo. Tizio si reca

comunque in quel posto e concorre alla creazione del pericolo, ma comunque potrà operare la legittima

difesa.

Mentre nello stato di necessità, siccome offendo il bene del terzo innocente, se creo il pericolo non opera

la scriminante dello Stato di necessità e lo Stato pone un limite, dove il soggetto che ha concorso a creare la

situazione di pericolo, non può sacrificare il terzo innocente, altrimenti è come se lo sacrificasse lui il terzo

innocente (tu ti crei il pericolo e dopodiché, per salvare te stesso, vai ad offendere gli interessi del terzo

innocente???). 154

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

2. POLO REATTIVO/DIFENSIVO: entrambe le disposizioni (artt. 52 e 54 c.p.) trovano applicazione in

presenza di una:

- “necessità di difendersi” (legittima difesa)

- “necessità di salvarsi” (stato di necessità)

Che vuol dire “necessità di difendersi o di salvarsi”?

La “necessità” ha come requisito che riguarda l’an della reazione reattiva ed indica una condizione di

(se posso reagire).

possibilità di reagire

- Nella legittima difesa la “necessità” prende i connotati della reazione inevitabile, nel senso che il

soggetto non può fare altrimenti che offendere il bene dell’aggressore. Ma, questa inevitabilità è

relativa, perché se il soggetto ha la possibilità di evitare l’offesa senza reagire, deve evitarla.

Pertanto, il soggetto che si trova nell’alternativa tra reagire in legittima difesa oppure la possibilità di

fuggire, il soggetto deve fuggire, ovviamente, sempre nella condizione che, scegliendo la fuga, questa

scelta non espone altri pericoli di aggressione su altri interessi a pericoli di aggressione, ed in questo

caso la reazione rimane inevitabile.

- Nello stato di necessità la “necessità” è concepita in termini assoluti. Difatti, l’art. 54 c.p. stabilisce

che, il pericolo:

1. non deve essere volontariamente cagionato;

2. e non deve essere altrimenti evitabile: il pericolo o il danno non possono essere evitati in nessun

altro modo, se non col sacrificio del terzo innocente.

Ciò vuol dire che siamo di fronte all’unica possibilità, di alternativa assoluta (e non più relativa) di “mors

tua vita mea”.

La necessità, nel caso dello stato di necessità, viene concepita in termini rigorosi, perché in gioco c’è la

vita del terzo innocente, il quale può essere sacrificato solo se il soggetto non può fare diversamente.

Oltre a ciò, nel nostro ordinamento, il giudizio di “proporzione”, all’interno dello stato di necessità,

implica che l’interesse del terzo innocente sia inferiore rispetto alla situazione necessitante che si viene a

creare.

ASPETTO COMUNE: entrambe le cause di giustificazione si caratterizzano per la presenza di una situazione

che mette il soggetto nella alternativa tra:

1) Tutelare il bene che si trova in una situazione di pericolo;

2) E il sacrificio di un altro bene attraverso la realizzazione di un fatto di reato.

a. Nella Legittima Difesa: tutelare il bene aggredito e sacrificare il bene dell’aggressore;

b. Nello Stato Di Necessità: tutelare il bene che si trova in pericolo e offendere un bene del c.d. terzo

innocente.

a. Nella Legittima Difesa: io sono aggredito e offendo l’aggressore difendendomi dall’aggressione.

b. Nello Stato Di Necessità: per salvare me stesso o altri, sacrifico il bene di un terzo innocente.

Es. Stato di Necessità derivante da un’aggressione ingiusta. Aggredisco mia suocera e lei, per non andare in

contro al’aggressione ingiusta utilizza Tizio al fine di parare la coltellata.

DIFFERENZE:

1. SITUAZIONE DI PERICOLO:

a. nella Legittima Difesa è indispensabile un’aggressione ingiusta. 155

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

b. nello Stato Di Necessità può derivare da un’aggressione ingiusta o dal mero caso.

Es. Stato Di Necessità derivante dal mero caso. Nella cordata alpinistica chi è in cima alla cordata può

essere costretto dalla necessità di sacrificare chi sta dietro di lui, e si trova in difficoltà, al fine di salvare

l’intera squadra di cordata. Quindi Tizio, al fine di salvare se e gli altri, è costretto a tagliare la corda

sacrificando la vita di Caio.

a. Nella Legittima Difesa è indispensabile un’aggressione ingiusta;

b. nello Stato Di Necessità può derivare:

- Da un’aggressione ingiusta;

- Dal mero caso, dalla normale evoluzione della vicenda.

2. IL DESTINATARIO DELLA REAZIONE:

a. nella Legittima Difesa la reazione di difesa si dirige nei confronti di colui che realizza l’aggressione

ingiusta. Pertanto vi è una relazione tra la situazione di pericolo e gli interessi che vengono

compromessi attraverso la reazione di difesa. Tizio reagisce all’aggressione ingiusta che non ha voluto e

sacrifica il bene del soggetto agente, che ha cagionato la situazione di pericolo, mediante l’aggressione

ingiusta.

b. Mentre nello Stato Di Necessità la reazione di salvataggio si dirige nei confronti degli interessi di un

terzo innocente. Il bene sacrificato è a scapito di un terzo innocente completamente estraneo alla

situazione di pericolo. Oppure comprometto un bene del terzo innocente dovuto al mero caso o

dall’ordine naturale delle cose, Tizio non avrà nessuna colpa (es. cordata alpinistica).

3. OGGETTO:

a. LEGITTIMA DIFESA (art, 52 c.p.): L’oggetto è il “diritto proprio (individuale) o altrui (soccorso

difensivo)”.

Il “diritto” è un’espressione molto generica, va a qualificare qualsiasi bene che può essere riconducibile

ad un soggetto (beni personali, beni patrimoniali). Si deve trattare di un diritto proprio (del soggetto),

individuale e non un diritto pubblico.

b. STATO DI NECESSITÀ (art. 54 c.p.): L’oggetto è “danno grave alla persona” (solo beni personali).

Qui l’oggetto è molto più specifico perché si limita ai soli “beni personali” con esclusione dei beni

patrimoniali (differenza con la legittima difesa).

1. Perché la legittima difesa ha come oggetto “tutti i diritti” e lo stato di necessità soltanto i “beni

personali”?

2. Perché lo stato di necessità si può applicare solo se il pericolo riguarda un “danno grave alla

persona”?

Vedi esigenze e problemi che pongono le due cause di giustificazione.

4. POSIZIONE DELL’ORDINAMENTO rispetto a queste due situazioni (legittima difesa e stato di

necessità):

a. Nella LEGITTIMA DIFESA l’ordinamento patteggia per l’interesse del soggetto aggredito perché,

chi si trova di fronte ad un’aggressione ingiusta, il soggetto aggredito non può fare diversamente che

reagire compromettendo l’interesse dell’aggressore, e l’ordinamento, razionalmente e giuridicamente,

non può che riconoscere la prevalenza dell’interesse dell’aggredito.

b. Nello STATO DI NECESSITÀ la posizione dell’ordinamento, rispetto all’interesse di chi è aggredito e

del terzo innocente che viene sacrificato, è di indifferenza. 156

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Es. Posso prendere Sempronio e metterlo davanti, e il mio comportamento cagiona un omicidio è

scriminato.

L’ordinamento è come se alzasse le mani e dicesse “ma vedetevela voi. Se la veda il più forte.”, ed

assume un atteggiamento di sostanziale indifferenza. L’interesse del terzo innocente, pur essendo

innocente, è un interesse che si può sacrificarlo, e lo Stato non prende posizioni né per il bene

dell’aggredito e né per il bene del sacrificato.

Anzi dice: “se il terzo ti serve per salvare la tua vita, fallo”, e rispetto al terzo ha un atteggiamento di

indifferenza.

ESIGENZE E PROBLEMI che pongono le due cause di giustificazione:

a. Nella LEGITTIMA DIFESA l’esigenza e la problematica che si pone è quella di contenere rischi

espansivi dell’ambito di applicazione della legittima difesa:

- Il rischio di una legittima difesa preventiva;

- il rischio di una legittima difesa sproporzionata.

Da qui una esigenza a contenere la legittima difesa.

b. Nello STATO DI NECESSITÀ i rischi sono molto più consistenti, perché il rischio è dato dalla

strumentalizzazione il terzo innocente.

Nello stato di necessità vi è una componente etica, dove è presente il terzo innocente che viene sacrificato

ed è completamente estraneo alla vicenda criminosa, di cui non aveva nessuna responsabilità.

Allora, nello stato di necessità, non solo si pongono esigenze volte ad impedire un’eccessiva espansione

(esigenze di limite), ma anche l’esigenza di individuare le buone ragioni che autorizzano a sacrificare

l’interesse di un terzo innocente.

Devono essere ragioni fondate, al fine di attribuire prevalenza al bene da salvare e soccombenza al bene da

sacrificare, perché l’interesse sacrificato e quello offeso dalla reazione, è del terzo innocente ed estraneo

alla vicenda.

SOCCORSO DI NECESSITÀ Il soccorso di necessità si ha quando un soggetto interviene al fine di

salvare uno dei due beni che si trovano in un pericolo attuale, e per salvare un bene sacrifico l’altro bene.

Es. Tizio è ricoverato in ospedale e i medici utilizzano su di lui una macchina per la rianimazione

indispensabile al suo mantenimento in vita. Giunge all’ospedale Caio, il quale si trova nella stessa identica

situazione di Tizio e necessità anche lui dell’utilizzo della macchina di rianimazione per la sua

sopravvivenza.

Il medico (soccorso di necessità) decide di togliere la macchina a Tizio (il primo) e di darla a Caio (il

secondo) e cagiona la morte di Tizio salvando la vita a Caio.

Il medico decide che la vita di Caio ha più valore di Tizio, e l’ordinamento, rispetto alla decisione del

medico, assume un atteggiamento di indifferenza.

Detto ciò, nel caso del soccorso di necessità, dove si dà la facoltà al medico di decidere sulla sorte di Tizio

o di Caio, sul potere di vita o di morte, pone dei problemi etici in merito alla moralità della scelta.

Allora, al fine di evitare ipotesi immorali, il bene che viene sacrificato deve essere di rilevanza minore

rispetto al bene salvato.

FONDAMENTO e RATIO DELLA LEGITTIMA DIFESA

La legittima difesa è una causa di giustificazione dove vi è un’aggressione offensiva, una reazione difensiva e

il soggetto è costretto a reagire dalla necessità di difendersi, e l’ordinamento attribuisce prevalenza

all’interesse dell’aggredito e soccombenza all’interesse dell’aggressore (relazione tra la situazione di pericolo

e l’aggressore, e il soggetto reagisce verso l’aggressore).

Il punto fondamentale è quello di capire la ratio sostanziale della prevalenza all’interesse dell’aggressore. 157

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

La RATIO della legittima ha 2 diversi orientamenti:

1. Orientamento STATALISTICO-PUBBLICISTICO: la prevalenza all’interesse dell’aggredito viene

accordata al fine di svolgere una funzione di contrasto dell’illecito.

In questa prospettiva lo Stato, nel momento in cui si crea la situazione di legittima difesa, non può

intervenire tempestivamente, e delega al cittadino all’utilizzo della forza pubblica, della risposta statale

all’illecito che viene realizzato, e il cittadino diventa espressione dello Stato.

Dunque, in questa prospettiva, la legittima difesa costituisce una sorta di risposta sanzionatoria

immediata. Al cittadino viene attribuita la funzione repressiva e general-preventiva.

Laddove la legittima difesa si ispira alla visione pubblicistica, il modo di concepire e disciplinare la

legittima difesa, dipende dal modo in cui lo Stato concepisce il potere punitivo:

Se siamo all’interno di uno Stato in cui la risposta sanzionatoria/punitiva tende ad autolimitarsi,

- questa visione si rifletterà nella disciplina della legittima difesa.

Se nella legittima difesa, la risposta sanzionatoria è delegata dallo Stato ai cittadini, e lo Stato concepisce

la risposta sanzionatoria in termini di contenimento, il cittadino potrà utilizzare la reazione legittima in

modo contenuto, senza eccedere.

Se invece lo Stato concepisce la sanzione punitiva con una visione statalista che tende all’eccesso,

- altrettanta posizione di rifletterà sulla disciplina della legittima difesa.

Inoltre, in una PROSPETTIVA STATALISTICA, emergono altri 2 profili:

1) si ammette il “soccorso difensivo” se Tizio aggredisce Caio, Sempronio può soccorrere in legittima

difesa Caio, rispondendo all’aggressione di Tizio.

Perché si ammettere il soccorso difensivo?

Perché in una prospettiva statalista ciò che interessa è il contrasto dell’illecito: che lo faccia

direttamente chi è stato aggredito, o un soggetto terzo che interviene in soccorso, lo Stato +è

indifferente, gli interessa solo il contrasto dell’illecito.

2) In una prospettiva statalista, soprattutto se ispirata ad un contesto statale/costituzionale, un requisito di

grandissima importanza, che consente il contenimento della legittima difesa, è il requisito della

“proporzione”: requisito di contenimento della risposta punitiva del cittadino (reazione proporzionata).

La proporzione diventa espressione delle garanzie: la sanzione punitiva svolge funzioni di prevenzione

generale e di retribuzione con i rischi di strumentalizzazione del reo. La proporzione è volta a contenere

e a garantire le garanzie.

2. Orientamento INDIVIDUALISTICO della legittima difesa: questa concezione afferma, che la legittima

difesa è un diritto naturale del soggetto a difendersi di fronte ad aggressioni (prospettiva giusnaturalistica),

soprattutto quando lo Stato è assente e non può intervenire.

In questa prospettiva individualistica, le conseguenze di disciplina cambiano. Ad es. il soccorso di difesa

non è più ammesso. Diventa distorto rispetto a questa funzione. È il diritto individuale del singolo soggetto

a difendersi e il terzo non può intervenire (profilo Funzionale).

Inoltre, il requisito della “proporzione” non ha più l’ancoraggio forte come nella prospettiva-statalistica,

dove lo Stato attribuisce sì il potere al singolo ma lo limita alla proporzione, al fine che non si faccia

giustizia da sé.

Nella prospettiva-individualistica la creazione è in una zona-franca, dove il terzo, lo Stato sta fuori da

quella zona e dice: “vedetevela fra di voi...io dò prevalenza all’interesse dell’aggredito, se poi l’aggredito

eccede, pazienza!”. 158

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

La disciplina della legittima difesa, all’interno del nostro codice penale, si è fortemente ispirata ad una

disciplina statalistica-pubblicistica, ispirato al Codice Rocco di stampo fascista, dove la libertà dava noia

ovunque si allocasse, e dunque questa visione si riflettò anche nella legittima difesa.

Anche se, nel 2006, ci fu un’importante RIFORMA DELLA LEGITTIMA DIFESA che introdusse una

nuova figura: la LEGITTIMA DIFESA ALL’INTERNO DEL PROPRIO DOMICILIO, una legittima

difesa che, rispetto a fatti realizzati in certi luoghi (domicilio), andava a toccare il requisito della

“proporzione”.

Art. 52, c. 2 c.p. - Difesa Legittima

“Nei casi previsti dall'articolo 614, primo e secondo comma (violazione di domicilio), sussiste il rapporto di

proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati

usa un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:

a) la propria o la altrui incolumità;

b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d'aggressione”.

Questa disposizione ha introdotto una PRESUNZIONE DI PROPORZIONE (dimensione

individualistica).

Difatti la disposizione trova applicazione nella propria abitazione. Questa è la zona-franca dove lo Stato dice:

“privato, difenditi! Hai un diritto naturale a difenderti. È casa tua!”.

In particolare la disposizione fa riferimento all’utilizzo di un ”arma legittimamente detenuta o altro mezzo

idoneo a difendere”.

La “presunzione di proporzione” in presenza di un’arma da fuoco o altro mezzo idoneo a difendere, implica

che, con molta probabilità, si offendere un “bene personale”.

Dunque, in base alla disposizione, risulta rilevante il polo difensivo rispetto al polo offensivo, al fine di

difendere:

a) “la propria o altrui incolumità”;

Pertanto il bene difeso è un bene personale, dove l’arma offende beni personali e il pericolo deve essere

orientato a beni personali.

b) “i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione”.

In questo caso si deve trattare di beni diversi da quelli personali, e si parla di “beni patrimoniali”.

Allora, in questo caso si pone un problema di proporzione, perché tra i beni personali che il soggetto

offende, e i beni patrimoniali che il soggetto aggredisce, vi è una sproporzione.

“quando non vi è desistenza”: se il soggetto desiste dalla sua condotta, la legittima difesa viene meno, perché

non vi è più la necessità di difendersi (vedi delitto tentato, desistenza e recesso attivo).

“e vi è pericolo d’aggressione” non si è mai capito bene se si riferisca ai beni patrimoniali (ma non avrebbe

senso) o se si riferisca ai beni personali (ma non avrebbe avuto senso comunque). Il requisito di pericolo di

aggressione non ha senso normativo dal punto di vista applicativo, perché:

- se sono beni patrimoniali, il pericolo di aggressione c’è già;

- se sono i beni personali, allora rientra nelle ipotesi a).

Questa disposizione pone dei problemi di proporzione, i quali potrebbero implicare problemi di legittimità

costituzionale. l’art. 52, c. 2 c.p. prevedere l’ipotesi di ECCESSO

GIURISPRUDENZA INTERPRETATIVA

COLPOSO, il quale deve attenere al comportamento reattivo della legittima difesa e deve eccedere oltre i

limiti stabiliti dalla legge. 159

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Le ipotesi di “eccesso colposo” e di “sproporzione” sono state sottratte dall’art. 55 c.p. (eccesso colposo e

ECCESSO COLPOSO NON PUNIBILE per le ragioni

punibilità per colpa) per renderle non più punibili

particolari, del luogo in cui si è verificata l’aggressione.

Art. 55 c.p. – Eccesso colposo

“Quando, nel commettere alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 51, 52, 53 e 54, si eccedono colposamente i limiti

stabiliti dalla legge o dall'ordine dell'Autorità ovvero imposti dalla necessità, si applicano le disposizioni concernenti i

delitti colposi, se il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo.”

FONDAMENTO e RATIO DELLO STATO DI NECESSITÀ

La causa di giustificazione della legittima difesa opera su un piano oggettivo di prevalenza di interessi a

scapito di altri interessi.

Nel caso dello stato di necessità si pone un problema “a monte”, e si discute da sempre se la causa dello stato

di necessità sia una causa giustificante, e pertanto opera sul piano oggettivo attribuendo prevalenza di un

interesse e soccombenza ad un altro interesse, o operi sul piano soggettivo della colpevolezza.

Nello stato di necessità un soggetto si trova in pericolo per un bene personale e deve salvarlo, e per farlo è

costretto dalla necessità di sacrificare un bene altrui.

Pertanto, è una situazione rispetto alla quale può venie in gioco:

- sia un bilanciamento di interessi,

- e sia un’alterazione del procedimento motivazionale.

Difatti, il soggetto che si trova a subire il pericolo di morte, può subire un procedimento di alterazione

motivazionale che lo può portare allo stato di necessità e utilizzare un terzo innocente per salvare la sua vita.

Di conseguenza, nel nostro ordinamento, ci si interroga sulla “natura giustificante” o “natura scusante” dello

stato di necessità. (Il prof. si attiene all’idea tradizionale della previsione della causa di giustificazione dello

Stato di Necessità, dove si attribuisce prevalenza oggettiva ad un bene e il rischio di strumentalizzazione del

terzo innocente. USO LEGITTIMO DELLE ARMI

Art. 53 c.p. – Uso legittimo delle armi

“Ferme le disposizioni contenute nei due artt. precedenti, non è punibile il pubblico ufficiale che, al fine di adempiere un

dovere del proprio ufficio, fa uso ovvero ordina di far uso delle armi o di altro mezzo di coazione fisica, quando vi è

costretto dalla necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza all’Autorità o di impedire la

consumazione dei delitti di strage, naufragio, sommersione, disastro aviario, omicidio volontario, rapina a amano

armata e sequestro di persona.

La stessa disposizione si applica a qualsiasi persona che, legalmente richiesta dal pubblico ufficiale, gli presti

assistenza.

La legge determina gli latri casi nei quali è autorizzato l’uso delle armi o di un altro mezzo di coazione fisica”.

L'art. 53 c.p. prevede la scriminante propria del P.U. (non estensibile ad altra persona che abbia cooperato al

fatto, se non quando abbia prestato assistenza perché “legalmente richiesta” dal P.U.).

FONDAMENTO:

È discusso in dottrina se “l’uso legittimo delle armi” costituisca un’autonoma clausola di esclusione della

responsabilità penale o piuttosto una figura particolare dell’adempimento del dovere la prevalente

dottrina ritiene che l’uso legittimo delle armi vada tenuto distinto, sia dall’esercizio del diritto e sia

dall’adempimento del dovere, perché svolge una funzione integrativa e specificativa. 160

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Anche lo stesso legislatore l’ha voluta considerare un’autonoma figura la norma assume carattere

espressamente sussidiario rispetto alle cause di giustificazione dell'art. 51 e dell'art. 52 (in base alla clausola

“ferme le disposizioni ...” che apre l'art. 53 c.p.): Il P.U. potrà, nel respingere una violenza o vincere una

resistenza, beneficiare dell'esercizio di una facoltà legittima, o dell'adempimento di un dovere, o della difesa

legittima, quando ne sussistano tutti i requisiti; e solo quando essi non siano in concreto ravvisabili, si

prospetterà il ricorso all'art. 53 (clausola di riserva).

Il fondamento della scriminante si basa sull'esigenza dell'adempimento dei doveri pubblici, da parte

dell'autorità, il quale può avvenire nonostante gli ostacoli ad esso frapposti.

SITUAZIONE NECESSITANTE:

1) La prima si riferisce innanzitutto ad una “violenza” da respingere o ad una “resistenza” da vincere. La

violenza e la resistenza attiva si identificano nelle fattispecie dell'art. 336 e dell'art. 337 c.p., distinte in

rapporto alla direzione finalistica della condotta illecita.

Art. 336, c. 1 c.p. – Violenza o minaccia a un Pubblico Ufficiale

“Chiunque usa violenza o minaccia ad un incaricato di un pubblico servizio, per costringerlo a fare un atto contrario

ai propri doveri, o ad omettere un atto dell'ufficio o del servizio, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque

anni.”

Per costringere il P.U. a fare un atto contrario ai doveri d'ufficio o ad ometterlo, ovvero a compiere un atto

dell'ufficio.

Art. 337 c.p. – Resiste a un P.U.

“Chiunque usa violenza o minaccia per opporsi a un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio,

mentre compie un atto di ufficio o di servizio, o a coloro che, richiesti, gli prestano assistenza, è punito con la

reclusione da sei mesi a cinque anni.”

Per opporsi al pubblico ufficiale “mentre compie un atto di ufficio”.

2) Discussa è la possibilità di ricomprendere nella scriminante anche le ipotesi di resistenza passiva (come,

ad es., nel caso dei dimostranti sdraiati lungo i binari della ferrovia, che rifiutino di spostarsi, o del latitante

in fuga inseguito dalla polizia.)

3) Soluzione positiva: per un verso si tratta pur sempre di vincere una resistenza, per l'altro non v'è alcun

rischio di determinare, a carico di chi si oppone solo passivamente all'autorità, conseguenze lesive

sproporzionate rispetto all'entità dell'offesa realizzata, sia perché l'art. 53 c.p. non si riferisce soltanto alle

armi, ma anche a qualsiasi “altro mezzo di coazione fisica” (es. sfollagenti; idranti; attività fisica diretta),

di portata lesiva inferiore, sia perché l'art. 53 c.p. dev'essere integrato da un requisito di proporzione: il

legittimo ricorso alla coazione fisica diretta sui dimostranti (spostandoli) o ad idranti, o a gas lacrimogeni;

e all'uso di catene chiodate per forare le ruote della vettura in fuga, o allo sparo sui pneumatico o sul

motore dell'automobile.

4) Ulteriore situazioni necessitanti sono state inserite nell'art. 53 c, 1 c.p. dall'art. 14, L. 152/1975, in

riferimento alla necessità “di impedire la consumazione dei delitti di strage, di naufragio, sommersione,

disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario, rapina a mano armata e sequestro di

persona”.

L'utilità di questa integrazione è molto dubbia, perché essa concerne ipotesi che ben difficilmente possono

essere escluse dall'ambito di applicabilità dell'art. 52 c.p. o dello stesso art. 53 c, 1 c.p. in versione

originaria.

Ma il ritocco è servito soprattutto a confermare la vigenza dell'art. 53 c.p. nel suo complesso, che in quel

periodo era talvolta contestata: integrando la norma, il legislatore ne ha difatti implicitamente ribadito la

validità. 161

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

SITUAZIONE NECESSITATA:

Consiste nel far uso o nell'ordinare di far uso delle armi o di un altro mezzo di coazione fisica, “al fine di

adempiere un dovere del proprio ufficio”.

E’ necessario che l'arma o il mezzo di coazione, siano ricompresi tra quelli con cui può essere adempiuto il

dovere: la scriminante si riferisce quindi ai soli P.U. legittimati al porto di un'arma per questa finalità, e cioè in

pratica alla forza pubblica (polizia di Stato, carabinieri, guardia di finanza, ecc.).

Es. non sarebbe giustificato in base all'art. 53 il direttore dell'INPS che, per sedare un tumulto di pensionati

negli uffici dell'Ente, si avvalesse della pistola pur legittimamente portata.

Il fine di adempiere un dovere del proprio ufficio limita l'applicabilità della scriminante alle sole ipotesi in cui

l'uso delle armi sia strumentale rispetto all'adempimento del dovere, nel senso che il risultato ottenuto con tale

mezzo deve:

- o di per sé costituire “adempimento” (es. sgombrati i dimostranti con gli idranti, è ristabilita la libera

circolazione dei treni che la forza pubblica doveva assicurare),

- o consentire l'ulteriore attività di adempimento (bloccata la vettura dopo aver colpito i pneumatici, la

polizia può procedere alla cattura del latitante).

LE CAUSE DI GIUSTIFICAZIONE NON CODIFICATE

Le cause di giustificazione apprese in maniera sostanziale dalla società non sono ammissibili nel nostro

ordinamento.

Le norme di giustificazione extra-penali non sono coperte dalla riserva di legge assoluta, e pertanto possono

essere applicate anche per analogia e anche facendo ricorso alle consuetudini.

In ogni caso, qualunque fattispecie giustificata in assenza di una norma giustificatrice espressa, può essere

ricondotta all’esimente dell’esercizio di un diritto o adempimento di un dovere di cui all’art. 51 c.p.

Per esemplificare, l’attività medico-chirurgica o sportiva sono di per se idonee a produrre gli stessi eventi dei

fatti tipici, non esiste neanche una precisa norma che giustifichi tali attività ma, dato il riconoscimento di

legittimità che l’ordinamento dà loro, basti pensare che esistono i ministeri della sanità e dello sport, si può

correttamente presumere la loro giustificazione in virtù dell’utilità sociale che hanno. In ogni caso si pongono

dei limiti che si ricavano dai vari regolamenti di tali attività e da leggi scientifiche.

CAP. VII

Terzo livello del reato: LA COLPEVOLEZZA

È il terzo livello del reato (fatto tipico, antigiuridico, colpevole e punibile). La colpevolezza è la possibilità del

reo di motivarsi mediante norme, ed esprime l’insieme di Istituti la cui presenza consente di dire che il

soggetto si poteva motivare attraverso le norme.

Il precetto penale ha la funzione di condizionare i comportamenti umani, e per fare ciò, deve diventare un

fattore motivante: Tizio si motiva a rispettare la legge, le norme.

All’ordinamento penale non interessa il processo motivazionale reale, quello che effettivamente si è verificato

perché, nel processo motivazionale reale il precetto/fattore motivante, è risultato soccombente rispetto ai

fattori a delinquere (difatti il soggetto ha realizzato il reato) ma il procedimento motivazionale concreto dove i

motivi a delinquere hanno prevalso sui motivi a non delinquere (difatti il soggetto ha ammazzato, ha costruito

abusivamente, si è impossessato del denaro altrui, ecc..), ma soprattutto gli interessa sapere il perché hanno

prevalso i motivi a delinquere, cioè se se il soggetto era nella condizione o meno di scegliere tra:

- i motivi a delinquere

- e i motivi per non delinquere. 162

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Per cui, all’ordinamento penale gli interessa una dimensione ipotetica (non reale), e la presenza dei

presupposti affinchè il soggetto potesse motivare secondo le norme profilo della MOTIVABILITA’

MEDIANTE NORME.

Pertanto, la colpevolezza è l’insieme delle condizioni in presenza delle quali si ipotizza che il soggetto avrebbe

potuto motivarsi in modo conforme alla legge.

Perché all’ordinamento penale interessa il procedimento ipotetico?

Per il concetto di responsabilità: si può rendere un soggetto responsabile per un qualcosa, solo laddove il

soggetto aveva i presupposti per comportarsi secondo le norme, secondo il valore che trasmettono i pretti

penali.

All’ordinamento penale non interessa sapere la ragione per cui il reo ha optato per i motivi a delinquere, ma

gli interessa sapere se il soggetto si è trovato di fronte alla scelta di:

- agire in modo conforme alle norme;

- agire in modo contrario alle norme.

ISTITUTI DELLA COLPEVOLEZZA: Quand’è presente la motivabilità secondo norme?

Nel nostro ordinamento abbiamo 3 Istituti:

1. IMPUTABILITA’ intesa come capacità di intendere e di volere;

2. CONOSCENZA DEL PRECETTO (della norma penale), c.d. conoscenza del divieto.

Questi due Istituti sono centrali nella colpevolezza, perché in assenza, non vi è la capacità di motivarsi

secondo le norme (manca: la capacità di intendere e di volere; la conoscenza del precetto (ignorantia legis

parziale).

3. SCUSANTI Istituto particolare e costruito in termini diversi rispetto all’imputabilità e conoscenza del

divieto, difatti le scusanti sono un elemento negativo, che non devono esserci ai fini della sussistenza della

responsabilità: 1. ISTITUTO DELLA IMPUTABILITÀ

Istituto dell’imputabilita’ è disciplinato dagli artt. 85 ss c.p. È un Istituto molto complesso, come nel “nesso

di causalità”, anche in questo caso necessita ed impone stretti legami con le scienze psichiatriche e

neurologiche (problema di rapporto tra il diritto penale e la scienza, ma non scienza fisica, come nel nesso di

casualità, ma scienza psichica/psichiatrica).

Art. 85 c.p. - Capacità di intendere e di volere

“Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha commesso, non

era imputabile.

È imputabile chi ha la capacità d'intendere e di volere”.

Che cosa si intende per capacità di “intendere e di volere”?

C’è un lunghissimo dibattito sulla capacità di intendere e di volere, soprattutto sull’oggetto della capacità di

intendere e di volere:

- La capacità di intendere: è la capacità di comprendere il significato di un qualcosa;

- la capacità di volere: è la capacità di orientare il proprio comportamento e la propria volontà verso la

realizzazione di determinati obiettivi.

OGGETTO DELLA CAPACITÀ DI INTENDERE E DI VOLERE: 163

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Abbiamo 3 orientamenti:

1) Orientamento della capacità di intendere e di volere rispetto alla realtà fenomenica del fatto tipico, in

relazione agli elementi costitutivi del fatto tipico.

Un soggetto sarà imputabile se era in grado di comprendere gli elementi costitutivi del fatto tipico, e se era

in grado di comprendere ed orientare la propria condotta al fatto tipico.

Concezione molto problematica, perché se la capacità di intende e volere è orientata in ordine agli

elementi costitutivi del fatto tipico, l’imputabilità finisce per coincidere col dolo (rappresentazione e

volontà del fatto tipico). Ciò che farebbe venir meno l’imputabilità è si la capacità di comprendere, ma si

avvicinerebbe molto alla dimensione dell’errore.

2) Orientamento secondo cui, la capacità di intendere e volere deve essere riferita alla illiceità del fatto, cioè

il soggetto deve capire e comprendere, la qualifica di illiceità del fatto e deve essere stato in grado di voler

realizzare con la propria condotta il fatto tipico in quanto illecito.

Questa concezione è molto legata alla colpevolezza intesa come motivabilità mediante norme, dove è la

norma che qualifica il fatto come illecito, e quindi, attraverso la persuasione motiva a non delinquere.

Questa concezione viene seguita da alcuni, ma tende molto a restringere l’Istituto della capacità di

intendere e di volere, perché si esclude l’Istituto soltanto se un soggetto agente non era in grado di

comprendere la vera e propria illiceità del precetto penale.

3) Orientamento intermedio che attaglia la capacità di intendere al significato del disvalore specifico fatto

tipico, dove il soggetto agente deve essere in grado di percepire, capire e comprendere il significato del

disvalore del fatto tipico, cioè deve comprendere la componente offensiva.

In questa prospettiva, la capacità di comprendere il disvalore, è diversa dalla capacità di comprendere i

singoli elementi costituti del fatto tipico, e non si richiede al soggetto agente di comprendere un qualcosa di

così complesso e sofisticato come la illiceità del fatto, ma l’ordinamento accerta solo un profilo intermedio,

il significato di disvalore, il contenuto offensivo, cioè la capacità di rendersi conto che il suo

comportamento, il fatto andava a realizzare, esprimeva un’offesa ad un determinato interesse.

Vediamo più nel dettaglio la DISCIPLINA DELL’IMPUTABILITA’ e le problematiche e sono 2:

A. come si individuano le cause di non imputabilità;

B. e, una volta individuata la causa di esclusione di imputabilità, come opera questa causa che esclude

l’imputabilità.

A. COME SI INDIVIDUANO le cause di non imputabilità:

Abbiamo 3 possibilità:

1) Il legislatore prevede un’elencazione tassativa;

2) Il legislatore prevedere una disposizione generica, rimettendo in mano al giudice (scienza)

l’individuazione delle cause di esclusione dell’imputabilità.

3) Scelta intermedia: il legislatore prevede una disposizione generica, ma tipizza una serie di cause

tipiche e specifiche di esclusione o affermazione dell’imputabilità, escludendo la discrezionalità del

giudice (scelta del nostro Ordinamento).

La prima e la seconda opzione (elencazione tassativa e disposizione generica), hanno entrambe pregi e

difetti:

1) l’elencazione tassativa ha il pregio di soddisfare l’esigenza di certezza (e quindi di garanzia), perché il

legislatore ha catalogato in modo tassativo le cause di esclusione di imputabilità; l’inconveniente è la

rigidità (il catalogo è statico e non ci si muove). 164

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

2) La disposizione generica ha pregio di essere elasticità e flessibile, con la possibilità di modellarsi alla

realtà; ma il difetto è quello di lasciare margini di discrezionalità.

La disposizione generica complica l’ambito dell’imputabilità in rapporto con la scienza, la quale, in

quanto scienza, esprime certezza cognitiva, ma relativa, in presenza di fattori che sono ancora ignoti.

Qual è stata LA SCELTA del nostro ordinamento?

3) E’ di tipo intermedio: il nostro ordinamento ha previsto l’art. 85 c.p. (Capacità di intendere e di

volere), disposizione generica ma al contempo tipizzata, specifica che esclude o afferma l’imputabilità,

escludendo la possibilità al giudice di un orientamento discrezionale.

B. Dopo aver individuato la causa di non impunibilità o imputabilità, bisogna stabilire COME OPERA e

l’alternativa che si pone in ordine alle modalità di operatività?

qual è

L’alternativa è in ordine alla presenza o meno di presunzioni previste dal legislatore, il quale può

prevederle in ordine alla non imputabilità o imputabilità, esprimendo delle indicazioni in ordine

all’operatività o meno di alcune cause.

Attenzione: le presunzione all’interno della colpevolezza sono un tema molto problematico perché vi

sono:

Presuntive favorevoli al reo. Es. Chi non ha ancora compiuto 14 anni di età è un soggetto non

• imputabile.

Presunzioni sfavorevoli al reo. C’è una causa che esclude l’imputabilità ma presumo l’imputabilità del

• soggetto e non attribuisco l’operatività ad una causa di esclusione.

Questo tipo di presunzione pone dei problemi di garanzia, perché affermare che il soggetto agente è

comunque imputabile, nonostante l’operatività di una causa di esclusione dell’imputabilità e viola il

principio della personalità della responsabilità penale: il soggetto è responsabile per un fatto,

rispetto al quale non ha responsabilità.

Qual è la ragione di non operatività di una causa di esclusione dell’imputabilità, che portano a

violare il principio di personalità della responsabilità penale?

Le ragioni sono legate alla prevenzione generale.

Le cause di esclusione dell’imputabilità, disciplinate nel nostro ordinamento, si distinguono in 2 categorie:

CAUSE NON DOMINABILI: sono cause, se presenti, il soggetto non è in grado di dominare, e si

dividono in 2 tipi:

1. maturità legata all’età (artt. 97, 98 c.p.);

2. salute mentale (artt. 88, 89 c.p.), alla sanità (artt. 95, 96 c.p.). È la componente fisico mentale.

CAUSE DOMINABILI: sono cause che il soggetto è in grado di dominare, che attengono a particolari

condizioni idonei ad alterare la capacità di intendere e di volere:

- uso di sostanze alcoliche e stupefacenti (artt. 87, 91, 92, 93, 94 c.p.). Queste sostanze determinano

un’alterazione o un’esclusione della capacità di intendere e di volere ma sono pur sempre elementi

dominabili.

La distinzione tra, cause non dominabili e cause dominabili, ri ripercuote sotto il profilo della c.d. pre-

colpevolezza. 165

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Art. 85 c.p. – Capacità di intendere e di volere

“Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha commesso, non

era imputabile.”

L’imputabilità deve essere presente al momento della realizzazione del fatto illecito e il soggetto, ai fini della

responsabilità, deve essere imputabile.

Le CAUSE NON DOMINABILI di esclusione dell’imputabilità, non pongono nessun problema perché, al

momento del fatto, o esistevano o non esistevano, e se presenti escludono l’imputabilità in modo assoluto.

La presenza di queste cause non dipende dalla volontà del soggetto agente, non la può dominare.

Le CAUSE DOMINABILI possono essere dominate dal soggetto agente e si può autodeterminare rispetto

alla causa.

Es. Tizio si ubriaca o si droga e realizza un determinato fatto e, al momento del fatto era incapace di

intendere e di volere, ma poteva dominarlo.

Pertanto, si pone il problema della PRE-COLPEVOLEZZA: la pre-colpevolezza attiene alla componente

cronologica precedente alla realizzazione del fatto tipico, dove sono presenti fattori dominabili dal

soggetto agente, il quale poteva gestirli.

Allora, rispetto ai fattori dominabili (ubriachezza e stupefacenti) si apre la problematica della eventuale

responsabilità, dove il soggetto agente, anche se al momento della commissione del fatto tipico non era

imputabile, perché incapace di intendere e di volere, tuttavia era in grado di controllare il fattore in un

momento precedente al fatto tipico.

L’ordinamento lo considera responsabile, perché fa retroagire la componente cronologica della

colpevolezza ad un momento precedente, ritenendolo responsabile per essersi messo in condizione di non

imputabilità, una condizione dove il soggetto era in grado di dominare.

FATTORI NON DOMINABILI

età o maturità (artt. 97 e 98 c.p.)

Art. 97 c.p. - Minore degli anni 14 – Presunzione assoluta

“Non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto i quattordici anni.”

Il fattore non dominabile legata all’età inferiore di anni 14, è un’ipotesi di presunzione assoluta favorevole al

reo.

Anche le presunzioni favorevoli pongono problemi di legittimità costituzionale, in merito alla ragionevolezza.

Il parametro per misurare la ragionevolezza della presunzione assoluta di non imputabilità, è data dalla sua

razionalità.

Se non vi fosse l’art. 97 c.p. cosa dovrebbe fare il giudice?

Il giudice dovrebbe valutare caso per caso, al fine di sindacare l’imputabilità o meno del soggetto agente.

Es. al giudice si presenta il caso dove Tizio di 7 anni ha ucciso la sorellina: è imputabile o non imputabile?

Tizio, 13 anni e mezzo ha commesso una rapina, è imputabile o meno? Caia, 12 anni ha commesso il furto, è

imputabile o meno?

È ragionevole prevedere, come elemento di esclusione dell’imputabilità, l’età inferiore a 14 anni?

La presunzione assoluta di non punibilità significa che, il bambino di 10 anni che uccide un'altra persona,

anche se è capace di intendere e di volere, si considera un soggetto non imputabile, ma rimane sempre il

problema della pericolosità sociale che apre ad altri aspetti. Per cui, nella presunzione assoluta si presume la

non imputabilità, anche se in concreto il soggetto poteva essere imputabile. 166

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

la presunzione assoluta di non imputabilità è

RATIO della presunzione assoluta di non imputabilità

legata all’immaturità del soggetto agente minore di anni 14 siano e particolarmente immaturo e non in

grado di capire il disvalore del fatto.

Oggi, negli ordinamenti si discute di abbassare la soglia di 14 anni, per il fatto che oggi i bimbi di oggi

crescono precocemente, mentre altri piuttosto invitano ad aumentarla l’età imputabile.

Art. 98 c.p. - Minore degli anni 18 – presunzione relativa

“È imputabile (in ordine all’età) chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, aveva compiuto i quattordici anni, ma

non ancora i diciotto, se aveva capacità d’intendere e di volere; ma la pena è diminuita.(obbligatoria)”

L’art. 98 c.p., si occupa di coloro che hanno un’età ricompresa fra i 14 e 18 anni, rispetto ai quali non cade la

presunzione assoluta di non imputabilità ma si ha una sorta di presunzione relativa di imputabilità: il

soggetto, ricompreso in quella fascia di età, sarà imputabile se ha la capacità di intendere e di volere, ma la

pena è diminuita: è una circostanza obbligatoria nel senso che il giudice deve necessariamente applicare

una diminuzione di pena. Questa circostanza esprime quasi una sorta di presunzione assoluta di minore

capacità/minore responsabilità, e la pena viene diminuita perché il soggetto ancora non ha una maturità

compiuta, la quale, appunto, si ripercuote sulla responsabilità.

FATTORI NON DOMINABILI

salute psico-fisica e sanità (componente fisico mentale).

Artt. 88 e 89 c.p. vizio di mente (totale e parziale) derivante da infermità;

- Art. 95 c.p. - Cronica intossicazione da alcool o sostanze stupefacenti;

- Art. 96 c.p. - Sordomutismo. Visione, in buona arte superata, di soggetti tendenzialmente isolati.

-

Art. 88 c.p. - Vizio totale di mente

“Non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere la

capacità d'intendere o di volere.”

Esclusione totale di imputabilità.

Art. 89 c.p. - Vizio parziale di mente

“Chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da scemare grandemente, senza

escluderla, la capacità d'intendere o di volere, risponde del reato commesso; ma la pena è diminuita. (obbligatoria)”

Esclusione parziale dell’imputabilità, ridotta capacità grandemente scemata e diminuzione della pena.

Le due disposizioni, vizio di mente totale e parziale, sono accomunate dalla infermità come causa di

esclusione della capacità di intendere e di volere.

DISCIPLINA: Innanzitutto, le cause dell’infermità mentale non rilevano ai fini della responsabilità solo se

presenti, ma è necessaria un’incidenza, un nesso, un effetto diretto e concreto di questa causa, in ordine alla

capacità di intendere e di volere. Pertanto, non è sufficiente diagnosticare l’infermità mentale al fine di

escludere al responsabilità o escluderla parzialmente, ma è indispensabile accertare che l’infermità

diagnosticata è stata in grado di incidere sulla capacità di intendere e di volere. Occorre pertanto un “nesso”

tra infermità mentale e il venir meno della capacità di intendere e di volere al momento della commisiione del

fatto illecito.

In altre parole, per escludere la capacità di intendere e di volere, non è sufficiente la schizofrenia come

patologia, ma è necessario che la schizofrenia abbia in concreto ed effettivamente escluso la capacità di

intendere e di volere perché, all’interno delle dinamiche patologiche, non significa che il soggetto si trovi

costantemente in quella condizione patologica. Difatti, uno degli elementi positivi delle patologie psichiche è

il fatto che, secondo alcuni, non siamo mai malati definitivamente, perché le condizioni si alterano e la

patologia non necessariamente incide costantemente sulla capacità di intendere e di volere del soggetto. 167

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Cosa si intende per INFERMITÀ?

L’infermità è una malattia, una patologia, ma attenzione questo è un punto delicatissimo della disciplina,

perché incide sulla capacità di intendere e di volere.

1. Secondo ordinamenti organistici, per comprendere il concetto di infermità è necessario affidarsi alla

scienza ma, nelle scienze psichiatriche si necessita di un collegamento organico per poter parlare di

infermità psichica, cioè un collegamento chimico-biologico, ovvero la possibilità di andare ad accertare i

profili organici su cui si va a radicare la patologia.

2. Al contrario, altri orientamenti superano la dimensione chimica-biologica e attribuiscono rilevanza anche a

ai disturbi della personalità, disturbi che il soggetto ha in ordine al profilo della personalità e non più

legati a basi organiche.

3. Mentre altri ordinamenti estendono ulteriormente il concetto di infermità e danno rilevanza anche alle mere

deficienze psichiche o disturbi della coscienza.

Dunque, le diverse gradazioni di infermità sono:

1. Primo orientamento profili organici rilevante per la dimensione di infermità;

2. Secondo orientamento disturbi della personalità potrebbe incidere sulla dimensione dell’infermità;

3. Terzo orientamento deficienze psichiche e disturbi della coscienza ipotesi escluse sulla dimensione di

infermità.

A quali disturbi l’ordinamento dà rilevanza?

Se l’ordinamento insiste sulla dimensione di infermità, tende a dare rilevanza soprattutto alla componente

organica e forse si apre ai disturbi della personalità, escludendo le altre ipotesi.

Al nostro ordinamento interessa il fattore che esclude la capacità di intendere ed amplia il concetto di

infermità; Se quella infermità p capace di escludere la capacità di intendere e di volere, perché non prenderla

in considerazione?!

Difatti, rispetto al vizio di mente, si ha costantemente (ed è il problema) una tensione tra la dimensione

scientifica e l’interesse ordinamentale alla incidenza o meno sulla capacità di intendere e di volere. Posso

insistere sull’infermità, ma insistendo sull’infermità posso escludere elementi che pur sempre incidono sulla

capacità di intendere e di volere.

Ecco allora che, se insisto sulla capacità di intendere e di volere, apro lo spettro delle infermità, perché quel

che mi interessa è l’esclusione della capacità di intendere e di volere e il profilo dell’infermità passa in

secondo piano.

Il ragionamento è il seguente: le infermità devono rimanere tali e gli artt. 88 e 89 c.p. operano in presenza

dell’infermità intesa in senso pregnante. Gli altri fattori, che comunque sono in grado di incidere sulla capacità

di intendere e di volere, non rileveranno ai sensi degli artt. 88 e 89 ma ai sensi dell’art. 85 c.p., formula

sintetica e generica capace di assorbire al proprio interno eventuali ipotesi che si sarebbero potute realizzare di

esclusione della capacità di intendere e di volere.

STATI EMOTIVI E PASSIONALI

Art. 90 c.p. - Stati emotivi e passionali

“Gli stati emotivi o passionali non escludono né diminuiscono l'imputabilità.”

Negli stati emotivi e passionali si ha una presunzione assoluta sfavorevole = presunzione di imputabilità. 168

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Il soggetto che ha agito in stati emotivi e passionali si presume quindi imputabile. È una presunzione

sfavorevole dettata da ragioni di prevenzione generale.

RATIO: se l’ordinamento riconoscesse rilevanza agli stati emotivi e passionali, avrebbe un cedimento

all’interno della collettività sul mancato trattenimento degli impulsi emotivi e passionali, e i consociati

tenderanno a non trattenersi.

Pertanto, in questo caso si pone il problema in ordine alla tenuta del sistema, ed entra in gioco il principio

di personalità della responsabilità penale.

Da un lato abbiamo una riduzione della portata di questa presunzione assoluta di imputabilità: gli stati

- emotivi e passionali sono connessi ad elementi di infermità, e pertanto la portata dell’art. 90 c.p. (che

esclude la rilevanza degli stati emotivi e passionali), in realtà riduce questa presunzione negativa, perché

gli stati emotivi e passionali possono essere rilevanti in presenza di un’infermità (e si riduce la presunzione

negativa).

La giurisprudenza ha attribuito in parte rilevanza anche agli stati emotivi e passionali, correggendo la

- disposizione del 90 c.p., qualora gli stati emotivi e passionali sono particolarmente intensi e in presenza di

una serie di requisiti), in via interpretativa alla luce del principio di personalità della responsabilità

penale, stabilendo che non possono non operare, ma devono operare, introducendo così dei correttivi

interpretativi a questa presunzione. FATTORI DOMINABILI

ubriachezza, assunzione di stupefacenti e actio libera in causa

Le disposizioni che riguardano i fattori di dominabilità sono gli artt. 87, 91, 92, 93, 94 c.p.

Sono situazioni particolari che incidono sulla capacità di intendere e di volere, limitando il dominio sul

proprio agire del soggetto, il quale mantiene una potenziale dominabilità sulla situazione:

Art. 87 c.p. - Stato preordinato d'incapacità di intendere o di volere

“La disposizione della prima parte dell'art. 85 non si applica a chi si è messo in stato d'incapacità d'intendere o di

volere al fine di commettere il reato, o di prepararsi una scusa.”

Art. 91 c.p. - Ubriachezza derivata da caso fortuito o da forza maggiore

“Non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva la capacità d'intendere o di volere, a cagione

di piena ubriachezza derivata da caso fortuito o da forza maggiore.

Se l'ubriachezza non era piena, ma era tuttavia tale da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità

d'intendere o di volere, la pena è diminuita.”

Art. 92 c.p. - Ubriachezza volontaria o colposa ovvero preordinata

“L'ubriachezza non derivata da caso fortuito o da forza maggiore non esclude né diminuisce la imputabilità.

Se l'ubriachezza era preordinata al fine di commettere il reato, o di prepararsi una scusa, la pena è aumentata.”

Art. 93 c.p. - Fatto commesso sotto l'azione di sostanze stupefacenti

“Le disposizioni dei due articoli precedenti si applicano anche quando il fatto è stato commesso sotto l'azione di sostanze

stupefacenti.”

Art. 94 c.p. - Ubriachezza abituale

“Quando il reato è commesso in stato di ubriachezza, e questa è abituale, la pena è aumentata.

Agli effetti della legge penale, è considerato ubriaco abituale chi è dedito all'uso di bevande alcooliche e in stato

frequente di ubriachezza.

L'aggravamento di pena stabilita nella prima parte di questo articolo si applica anche quando il reato è

commesso sotto l'azione di sostanze stupefacenti da chi è dedito all'uso di tali sostanze.”

Art. 95 c.p. - Cronica intossicazione da alcool o da sostanze stupefacenti

“Per i fatti commessi in stato di cronica intossicazione prodotta da alcool ovvero da sostanze stupefacenti, si applicano

le disposizioni contenute negli articoli 88 e 89.” 169

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

ubriachezza e assunzione di sostanze stupefacenti: il legislatore ha previsto una presunzione di

- imputabilità per i reati commessi in stato di ubriachezza o sotto l’effetto di sostanza stupefacenti, tranne

che nei casi di ubriachezza, o assunzione di sostanza stupefacenti, incolpevole, cioè inconsapevole o non

voluta dal soggetto attivo.

Sempre imputabile è l’ubriachezza, o assunzione di sostanza stupefacenti, colpevole

1. volontaria: ci si ubriaca volendo lo stato di ubriachezza;

2. colposa: ci si ubriaca senza considerare l’ipotesi di perdere il controllo;

3. abituale: comporta un’aggravante;

4. preordinata: ci si ubriaca per procurarsi una scusa alla futura commissione di un reato;

(Il tutto vale anche per l’assunzione delle sostanze stupefacenti).

In queste situazioni la colpevolezza si estende dal momento del fatto a quello in cui il soggetto assume,

coscientemente, alcool o sostanza stupefacente, configurando così una pre-colpevolezza che non fa cadere

l’imputabilità.

È stata introdotta questa presunzione al fine di combattere i fenomeni del consumo di alcool e stupefacenti, e

ulteriormente per eliminare tutte le difficoltà che si presenterebbero nel riscontrare un nesso volontario tra

assunzione di alcolici o sostanze stupefacenti e il compimento di reati.

L’actio libera in causa è prevista all’art. 87 c.p. ed è una deroga alla regola generale di cui all’art. 85 c.p.

L’art. 87 c.p. prevede che sussiste sempre l’imputabilità quando la causa dell’incapacità di intendere o di

volere è stata voluta dal reo al fine di avere una scusa, cioè preordinata.

L’actio libera in causa si riferisce a qualunque situazione particolarmente idonea a pregiudicare la capacità di

intendere e di volere.

2. ISTITUTO DELLA CONOSCENZA DELLA LEGGE: IGNORANTIA LEGIS

L’Istituto della conoscenza della legge (ignorantia legis), stabilisce che, soltanto se il soggetto conosce il

precetto sussiste la possibilità di motivarsi attraverso le norme. Parlare di conoscenza significa parlare di ciò

che esclude la conoscenza e quindi la colpevolezza.

La disciplina dell’ignorantia legis è la disciplina dell’ignoranza della legge come causa di esclusione della

conoscenza, e pertanto come causa di esclusione della colpevolezza in quanto motivabilità.

Il testo originario dell’art. 5 c.p., prima dell’intervento della Sentenza della Corte Cost. che modificò la

disposizione, era:

Art 5 c.p. - Ignoranza della legge penale

“Nessuno può invocare a propria scusa l'ignoranza della legge penale.”

Il testo originario sanciva l’assoluta inescusabilità dell’errore-ignoranza nei confronti del precetto

penale. Pertanto, il soggetto che ignorava la legge, quale che fosse la causa della sua ignoranza, non poteva

eccepire, sollevare e difendersi affermando l’ignoranza della legge.

Allora, l’art. nella sua formulazione originaria, poneva problemi di compatibilità con l’art. 27, c.1 c.p.

(principio di personalità della responsabilità penale), perché si rendeva responsabile un soggetto di un

reato nonostante l’ignoranza della legge, e soprattutto se a lui non riconducibile.

La conoscenza del precetto apre la problematica del rapporto tra il reo (cittadini) e l’ordinamento (Stato) e, nel

momento in cui si stabiliva, in modo assoluto, che l’ignoranza non scusava mai, si rendeva responsabile un

soggetto nell’ipotesi in cui la responsabilità dell’ignoranza riguardava l’ordinamento quindi una frizione

rispetto al profilo del principio di personalità della responsabilità penale, e il soggetto era del tutto estraneo

rispetto ad un fatto si reato, dove c’era un’ignoranza dovuta a ragioni da lui non dipendenti.

Es. Tizio era responsabile nonostante fosse ignorante rispetto al precetto e, nonostante l’errata comunicazione

del precetto da parte dell’ordinamento 170

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Non solo: l’art. 5 originario del c.p. era contrario anche alla funzione di rieducazione e di special

prevenzione perché, se il soggetto ignorava il precetto penale, realizzando un fatto illecito senza la

consapevolezza, lo Stato non poteva rimproverargli di aver disconosciuto valori che il soggetto non ha alcuna

cognizione del disvalore del fatto e della sua illiceità.

Difatti, una disposizione che prevedeva un’irrilevanza assoluta dell’ignoranza (testo originario), era una

previsione che violava anche la possibilità di realizzare un percorso educativo, ed era distonico rispetto alle

esigenze di prevenzione speciale.

Allora, si creò una riflessione orientata a mettere in evidenza l’illegittimità costituzionale della previsione

originaria e, nel 1988 venne sollevata la questione di legittimità costituzionale e la Corte Cost., con la

Sentenza n. 364 della Corte Cost. dissolse in modo parziale la legittimità costituzionale dell’art. 5 c.p.,

stabilendo che “l’art. 5 è costituzionalmente illegittimo per contrasto col principio di personalità della

responsabilità penale ....”

Posto che si ritiene che l’ignoranza inescusabile è costituzionalmente illegittima, quale disciplina si deve

adottare per attribuire rilevanza all’errore?

La Corte Cost. ha posto 2 soluzioni:

1. SOLUZIONE DEL DOLO: il precetto penale è al pari di tutto gli altri elementi costitutivi del fatto tipico

oggetto del dolo.

Questa soluzione finisce per identificare il precetto alla stessa stregua di un elemento costitutivo del fatto

tipico e, l’errore su uno degli elementi costitutivi del fatto tipico (quindi anche sul precetto) esclude il dolo

e lascia residuare la colpa, laddove l’errore sia colposo e il fatto di reato sia previsto anche colposo.

Questa I° soluzione non va a sindacare la causa dell’errore.

La soluzione del dolo appaga le esigenze di garanzia, ed è la più garantista in assoluto che appaga in pieno

le esigenze personalistiche, tanto che considera il precetto alla stessa stregua del fatto e, nonostante che,

rispetto al precetto il cittadino ha la tendenza a non conoscerlo, l’ordinamento tratta l’errore sul precetto

come se fosse un errore sul fatto. Un soggetto che erra sul precetto non può che essere considerato

irresponsabile.

2. SOLUZIONE DELLA COLPEVOLEZZA: il precetto penale non è oggetto del dolo ma appartiene alla

colpevolezza, con la conseguenza che occorre andare a verificare le cause dell’errore e dell’ignoranza:

- se errore e/o ignoranza erano evitabili da parte del soggetto la responsabilità sussiste perché c’è

un’evitabilità dell’errore (ignoranza in ordine al precetto), e il soggetto risponde del fatto con l’elemento

soggettivo che ha realizzato: se ha agito con dolo risponde con dolo, se ha agito con colpa risponderà con

colpa.

- se l’errore e/o l’ignoranza erano inevitabili il soggetto non risponde del fatto, ma non perché il dolo

non sussiste (il dolo c’è ugualmente), ma perché viene meno è la colpevolezza, la responsabilità per la

mancata conoscenza.

La soluzione della colpevolezza è stata adottata dalla sentenza della Corte Cost. è una soluzione che si

pone in una posizione intermedia e di equilibrio, in merito alla tensione tra prevenzione-generale e di

garanzia, perché: “ti scuso (elimina pertanto l’inescusabilità assoluta), ma solo se è inevitabile” (ed elimina

l’estremo della teoria del dolo).

È una soluzione che non eccede sul piano general-preventivo e neanche sul piano delle garanzie: l’errore,

l’ignoranza, sarà scusabile se “inevitabile”; se evitabile invece ci sarà responsabilità.

1. La soluzione del dolo è una soluzione indifferente alle cause;

2. La soluzione della colpevolezza si sofferma sulle cause, sulla evitabilità/inevitabilità dell’errore. 171

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Il nostro ordinamento ha adottato la II° soluzione della Colpevolezza nell’art. 5 c.p. trovate una nota

all’interno della quale è contenuto il riferimento alla Sentenza della Corte Cost. n. 364 del 1988.

Una sentenza che dichiara parzialmente illegittimo, nella parte in cui non esclude la inescusabilità

dell’ignoranza della legge penale, l’ignoranza inevitabile.

Significato della nuova disposizione dell’art. 5 c.p.: l’ignoranza della legge penale scusa purché sia

inevitabile. Se l’ignoranza della legge penale è evitabile, tale ignoranza non scusa e la responsabilità permane.

RATIO DELLA IGNORANTIA LEGIS:

Perché l’errore sul fatto esclude il dolo e lascia residuare la colpa, mentre l’errore sul precetto si basata

sulla evitabilità/inevitabilità?

Le ragioni per ritenere che la disciplina sul dolo e sul precetto debbano essere molto diverse fra di loro, sono

date dal fatto che, se l’errore sul precetto escludesse il dolo, i soggetti destinatari delle norme penali sarebbero

indotti a non conoscere la legge, perché il fatto tipico e il precetto penale, hanno un ruolo diverso nelle

dinamiche del procedimento motivazionale del soggetto. a conoscere il

Un soggetto, sul piano psichico-procedimentale, è portato fisiologicamente a conoscere il fatto,

mondo dentro il quale agisce. Il fatto rappresenta la realtà, il mezzo attraverso il quale il soggetto realizza i

propri interessi, e perciò è inevitabilmente portato a conoscere il mondo dentro il quale andrà a compiere la

sua azione, altrimenti correrebbe il rischio di non realizzare i suoi interessi, proprio perché si muoverebbe in

una realtà sconosciuta, ed ha pertanto la tendenza a ridurre il più possibile i margini di errore, perché i margini

di errore vorrebbero dire mancata realizzazione degli interessi che persegue.

Es. Tizio vuole uccidere un cinghiale. Ha interesse ad ucciderlo e quindi fisiologicamente tenderà a rendersi

conto se è un cinghiale o è un uomo.

FUNZIONE del precetto all’interno del procedimento motivazionale: ha un ruolo rispetto al quale il

soggetto è portato a non conoscere, perché il precetto rappresenta per l’uomo un limite per la realizzazione

dei propri interessi (perché il precetto vieta le condotte illecite).

Allora, siccome il precetto gioca una funzione completamente diversa rispetto al procedimento motivazionale,

che è quella di limitare la realizzazione degli interessi del soggetto, tutte le volte che un soggetto trova un

limite ai propri interessi, tende a non conoscerlo (meno limiti conosce e più può agire liberamente).

Pertanto, l’errore sul fatto e l’errore sul precetto, proprio perché giocano un ruolo diverso nel procedimento

motivazionale, vanno incontro a delle discipline diverse.

La DISCIPLINA DELL’ERRORE SUL PRECETTO indagare sulla causa dell’errore e l’ordinamento è

costretto a sopperire al fatto che il soggetto tenda a non conoscere il precetto e, se il destinatario tende a non

conoscere il precetto, l’ordinamento lo invita a conoscerlo, imponendogli il dovere a conoscerlo, il dovere ad

evitare l’errore.

L’ordinamento rende totalmente irresponsabile se l’errore è inevitabile, dove il soggetto nulla può si

ritorna al rapporto tra il cittadino e l’ordinamento, dove l’ordinamento dice al destinatario: “ti devi attivare per

conoscere. Ti riconoscerò un margine di irresponsabilità se, nonostante la tua attivazione non c’erano margini

di possibilità di conoscere (ERRORE INEVITABILE).”

non è più presente il rapporto originario dove lo Stato pretendeva

Allora, nel rapporto tra Stato e cittadino

l’impossibile dal cittadino, che conoscesse anche quello che non era in grado di conoscere.

Il rapporto originario, prima della modifica dell’art. 5 c.p., lo Stato era un ordinamento autoritario, un padre

despota, che pretendeva dai suoi concittadini l’impossibile e li rendeva comunque responsabili anche di fronte

all’impossibile.

Dopo la modifica, la scelta dell’ordinamento, non è stata quella del dolo (scelta “molto permissiva”), ma di

dialogo, dove lo Stato, se si rende conto che il cittadino non sia in grado di evitare l’errore, non lo rende

responsabile, a condizione che il cittadino faccia il possibile per conoscere il precetto, perché comunque sa,

che la tendenza del cittadino, è quella di non conoscere ratio sostanziale del procedimento motivazionale. 172

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Ulteriore RATIO: la irrilevanza assoluta dell’art. 5 c.p. originario, perseguiva la funzione general preventiva

(massima prevenzione generale), perché l’ordinamento puniva comunque, ed è un messaggio preventivo

molto forte, anzi quasi terroristico. CAUSE DELL’IGNORANZA LEGIS:

GIUDIZIO DI EVITABILITÀ/INEVITABILITÀ DELL’ERRORE

A questo punto , il cuore della disciplina si sposta interamente sulla questione di “quando l’errore è evitabile o

inevitabile”. Il giudizio di evitabilità/inevitabilità dell’errore prende in considerazione 3 profili:

1) oggetto della conoscenza e dell’ignoranza;

2) causa psichica;

3) dovere di informarsi.

1) OGGETTO DELLA CONOSCENZA E DELL’IGNORANZA: il soggetto deve conoscere la illiceità

del fatto, la qualificazione del fatto in termini di illiceità (oggetto).

L’oggetto dell’ignoranza legis è diverso all’oggetto della imputabilità, la quale si racchiude, come già

visto, nella capacità di intendere e di volere il significato degli elementi costitutivi, la capacità di intendere

e di volere dell’illiceità e la capacità di intendere e di volere il significato di disvalore del fatto nel suo

complesso, cioè il rendersi conto della carica offensiva.

Mentre, sul piano del precetto e dell’ignoranza del precetto, l’ordinamento chiede la conoscenza della

qualifica di illiceità, cioè la capacità di rendermi conto che è un fatto è illecito/lecito. E’ quindi un oggetto

diverso, e non è più la conoscenza del disvalore del fatto, ma è la valutazione del divieto, la valutazione di

illiceità.

2) CAUSA PSICHICA: che vuol dire? Io, come persona, posso essere indotto ad orientarmi ed informarmi,

se ho una ragione che mi sveglia l’interesse a informarmi e che mi induce ad informarmi.

Quand’è che un soggetto è indotto ad informarsi?

Il soggetto è indotto ad informarsi qualora ha un dubbio, ogni volta che si domanda se quello che vuol fare

è lecito o illecito, e di fronte al dubbio il soggetto tende ad informarsi.

Causa psichica: il soggetto, nel momento in cui ha un dubbio, si orienta verso l’informazione al fine di

risolverlo e quindi ad informarsi.

Non solo: La causa psichica si ritiene presente anche in assenza di un dubbio vero e proprio, ma in

presenza di alcune minime conoscenze:

- Rispetto ai c.d. REATI NATURALI, che hanno un disvalore pregnante, indipendentemente dalle scelte

del legislatore, che hanno natura di disvalore “ontologica”, naturale, che preesiste alle scelte del

legislatore.

Es. tutti i reati conto la persona: omicidio, lesioni, percosse, violenze di vario genere, ingiuria,

diffamazione. Sono tutti profili dove si sa in modo ontologico che il disvalore preesiste

indipendentemente dalla scelta incriminatrice del legislatore.

Allora, rispetto a tali disposizioni si dice che non è necessario avere il dubbio, ma basta rendersi conto

del fatto commesso, contrario ai valori sociali o etico/morali.

- i REATI ARTIFICIALI, sono reati il cui disvalore è costruito dall’ordinamento.

Es. tutti i reati contro il patrimonio: reati ambientali, reati edilizi, reati tributari.

Anche in questo caso, non è necessario avere il dubbio ma è sufficiente sapere, o essere a conoscenza

al fine di avere la causa psichica che conduce il

che una determinata attività ha una certa disciplina,

soggetto ad informarsi in ordine all’illiceità di un fatto. 173

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Pertanto, conoscenza della contrarietà rispetto alla morale (reati naturali) e conoscenza che un’attività

normativamente disciplinata (reati artificiali), consentono di estendere la causa psichica, non è più

limitata al dubbio ma estesa anche ad altre cause più tenue e meno pregnanti.

3) DOVERE DI INFORMARSI: in presenza di una causa psichica il soggetto ha il dovere di informarsi, di

assumere le necessarie informazioni sotto 2 diversi profili:

1) Fonti: a chi devo chiedere l’informazione? legge, giurisprudenza, esperti in legge.

2) Parametro: se devo o meno prendere in considerazione eventuali conoscenze particolari del

destinatario. Il parametro è più complicato.

Es. Tizio del tutto inesperto di diritto, decide di aprire una discarica. Si rende conto che quest’attività è

disciplinata dalla legge e vuole informarsi se la sua discarica può contenere determinati prodotti. Che cosa

deve fare? Deve leggere direttamente la legge oppure deve rivolgersi ad un esperto? Deve andare

dall’esperto, perché lui non ha le idonee conoscenze.

Problema del parametro: minori sono gli strumenti e le conoscenze che un soggetto ha e maggiore deve

essere l’affidamento che il soggetto deve avere nei confronti di persone qualificate; maggiori sono le

conoscenze e maggiore è la possibilità di poter attingere direttamente alla fonti.

LIMITE ALLA PRETESA DI INFORMARSI: Es. “Hai letto la legge? Ma non dovevi leggere la legge,

dovevi andare dall’esperto. Sono andato dall’esperto. Quello che dice l’esperto devi vagliarlo con il parere

di un altro esperto.” (la legge deve essere chiara e col senno di poi son bravi tutti.)

La pretesa può muoversi all’infinito, e l’ordinamento non può chiedere al cittadino di fare ancora una volta

l’impossibile. Bisogna fare in modo che ci sia una pretesa ragionevole da parte delll’ordinamento.

Dietro l’ignorantia legis, ritorna ancora una volta il rapporto tra cittadino e Stato. Dietro il criterio

dell’evitabilità, vi è la pretesa comportamentale dello Stato rispetto al cittadino. Ma quanto si può

pretendere dal cittadino e quando invece l’errore ricade nella responsabilità dello Stato?

Es. legge oscura. Il cittadino in buona fede ha letto ma ha preso fischi per fiaschi perché è una legge non

chiara. Di chi è la responsabilità? Del legislatore. Il cittadino non può farsi carico di leggere ed interpretare

la giurisprudenza e capire l’orientamento maggioritario e minoritario. Questa sarebbe stata una pretesa

impossibile. 3. ISTITUTO DELLE SCUSANTI

Le scusanti sono situazioni peculiari, capaci di incidere sul processo motivazionale del reo, in modo tale da

alterare il processo motivazionale e la motivabilità secondo le norme.

- Se l’imputabilità e la conoscenza (1 e 2) sono assenti, determinano in assoluto la non motivabilità del

soggetto;

- le scusanti, se presenti, risultano essere delle situazioni anomale che incidono sul procedimento

motivazionale, in grado di alterare il procedimento motivazionale del soggetto agente, e l’ordinamento

esclude la responsabilità del soggetto, scusandolo.

Le scusanti non eliminano del tutto la motivabilità, perché possono rimanere margini di motivabilità ma, in

virtù della particolare situazione si esclude comunque la colpevolezza.

Es. stato di necessità scusante. Tizio salva Caio e crea una situazione di pericolo a Sempronio (terzo

innocente), perché legato a Caio da vincoli affettivi. Tizio ha vissuto una situazione che ha alterato il suo

procedimento motivazionale, anche se non era in grado di incidere in termini assoluti, perché era capace di

intendere e di volere.

I fattori che incidono sulla capacità di auto-determinarsi in un caso concreto e, se presenti, possono escludere

un giudizio di colpevolezza. 174

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Può accadere che soggetti capaci e consapevoli dei precetti siano condizionati da fattori psichici straordinari

tali da escludere la possibilità che si possano conformare al comportamento richiesto dal diritto.

Le scusanti possono riguardare:

1. intensità della motivazione a delinquere, non ogni motivazione molto intensa è scusante del reato che

porta a commettere.

Il giudici non hanno carta bianca nella valutazione di questi casi, ma si è adottato un sistema di previsione

legislativa della oggettiva ed accompagnata da un accertamento concreto da parte del giudice sul nesso

motivazionale.

Es. il reato di ingiuria non è punibile se commesso a seguito di un’ingiustizia (oggettiva situazione

definita dal legislatore nella previsione normativa) e conseguentemente allo stato d’ira da questa

comportato (nesso motivazionale che il giudice dovrà accertare).

Sono casi dove si ritiene che il comportamento conforme al diritto non è esigibile dall’ordinamento in virtù

del c.d. principio di inesigibilità.

Es. casi di conflitto di doveri, sussiste quando un soggetto si trova di fronte a un duplice obbligo e può

adempiere ad uno soltanto, come ad es. il condannato con l’obbligo di firma può trovarsi nel conflitto tra il

presentarsi in caserma e soccorrere un ferito.

In questi casi, si deve adempiere al dovere che tutela il bene giuridico più importante, e se i beni sono di

ugual importanza si può scegliere.

Il reato che si compie non adempiendo ad uno degli obblighi è scusato in virtù dell’intensità motivazionale

che ha spinto a compierlo, praticamente l’adempimento di quel dovere è inesigibile dall’ordinamento.

Se non prevista espressamente come scusante, l’intensità della motivazione a delinquere non può influire

sulla sussistenza della colpevolezza, ma può incidere sulla commisurazione della pena;

2. qualità della motivazione a delinquere: si tratta di motivazioni “positive” o “negative” oppure di

motivazioni “buone” o “cattive”.

Il nostro ordinamento non ritiene che un motivo “buono” o “cattivo” possa incidere sulla possibilità di

motivarsi in conformità col diritto per un soggetto capace e cosciente, bensì solo sull’intensità della

motivazione, e solo in alcuni rari casi, può influirvi e fungere da scusante.

In virtù di ciò nel nostro ordinamento i motivi “buoni”, ossia quelli di particolare valore sociale o morale, e

fungono solo, rispettivamente, da attenuanti comuni o da

quello “cattivi”, cioè quelli abbietti o futili,

aggravanti comuni. LA COLPEVOLEZZA NEI REATI COLPOSI

Nei reati colposi si ha una c.d. misura oggettiva rappresentata dalla evitabilità della ignorantia legis riferita

alla regola cautelare, e una c.d. misura soggettiva rappresentata dalla motivabilità del soggetto in conformità

con tale regola.

La misura oggettiva può essere maneggiata dal legislatore, come nella colpa specifica, o dal giudice, come

nella colpa generica.

La misura soggettiva è il risultato di un’ipotesi che affianca il comportamento del soggetto agente a quello di

un AGENTE MODELLO (pag. 133).

Gli elementi che consentono di formulare un giudizio di colpevolezza nei reati colposi sono:

1. conoscenza o riconoscibilità del pericolo e, a seconda del diverso grado, il quantum della pena sarà

diverso, cioè nella colpa con previsione la pena sarà più elevata che nella colpa senza previsione;

2. conoscenza o riconoscibilità della regola cautelare, occorre che sia conosciuto o conoscibile sia il

carattere cautelare della regola e sia la sua natura di norma giuridica vincolante.

Se la regola cautelare era conosciuta, allora si avrà colpa cosciente e maggior grado di colpevolezza rispetto

a una sola conoscibilità della regola con colpa incosciente. 175

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Se siamo in ambito di colpa specifica si deve avere coscienza o conoscibilità di una norma positiva e perciò la

disciplina è uguale a quella della scientia iuris dei reati dolosi, cioè si deve richiedere un’informazione

giuridica.

In ambito di colpa generica si deve soltanto avere coscienza del pericolo e, partendo dalla rappresentazione

dell’evento illecito, conformare il proprio comportamento per evitare il suo prodursi;

3. la possibilità di comportamento conforme alla regole cautelare, non è effettuabile un giudizio di

colpevolezza per colui che, per cause non a lui imputabili, si trova impossibilitato a conformare la propria

condotta alle prescrizioni della regola cautelare.

Tutti i fattori che escludono la riconoscibilità del pericolo, la conoscibilità della norma cautelare e la

possibilità di conformarsi sono ricondotti al caso fortuito che pertanto esclude la colpevolezza. Il caso

fortuito era già causa di esclusione della causalità.

La riconoscibilità del pericolo, la conoscibilità della regola cautelare e la possibilità di conformarsi vengono

valutati caso per caso a seconda del soggetto agente.

Sono tutti giudizi ipotetici e pertanto, al fine di giungere ad una conclusione, occorre analizzare la situazione

concreta in base ad un agente modello .

A volte questo agente modello deve essere richiamato:

- sia per la misura oggettiva, per individuare, nei casi di colpa generica, la regola cautelare che ci si può

aspettare dal soggetto agente in base alle sue capacità/conoscenze;

- e sia per la misura soggettiva, per individuare se è effettuabile un giudizio di colpevolezza, cioè se il

soggetto avrebbe potuto motivarsi secondo tale regola cautelare, ossia se avrebbe potuto riconoscere il

pericolo, conoscere la norma cautelare e avesse potuto conformarsi.

Nei casi di colpa per assunzione non esclude la colpevolezza, in quanto un soggetto si assume

volontariamente un compito di cui sa di non essere all’altezza, e la successiva situazione di impossibilità di

conformarsi alla regola cautelare non lo scuserà.

Stesso effetto avviene nei casi di actio in libera causa, quando è il soggetto stesso a essersi messo in

condizione di non potersi motivare secondo la norma cautelare.

In entrambi i casi non c’è consapevolezza al momento del fatto, ma sussiste una pre-consapevolezza che

comporta la responsabilità penale del reo.

COLPEVOLEZZA E PERICOLOSITÀ SOCIALE:

IL SISTEMA DELLE MISURE DI SICUREZZA

(vedi anche pagg. 59, 177, 195, 221)

I PRESUPPOSTI per l’applicazione delle misure di sicurezza:

a) pericolosità sociale del soggetto (art. 133 c.p.),

b) commissione di un fatto di reato, salve le ipotesi eccezionali di “quasi-reato” espressamente previste

dalla legge.

CONTENUTO delle misure di sicurezza:

a) curativo se la pericolosità affonda le sue radici in infermità di carattere psichiatrico;

b) educativo se la pericolosità risiede nella personalità di un soggetto minore,

c) rieducativo-trattamentale in tutti gli altri casi in cui la pericolosità sia di un soggetto sano e maturo di

mente.

Le misure di sicurezza SONO APPLICABILI:

a) sia a soggetti imputabili e dunque colpevoli, sempre che siano anche pericolosi in tale caso la misura di

sicurezza si aggiunge alla pena, e viene eseguita di regola dopo l’espiazione della pena stessa. 176

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

È il c.d. “DOPPIO BINARIO” in cui, da una lato, la pena corrisponde alla colpevolezza, mentre dall’altro

lato, la misura di sicurezza corrisponde, quale rimedio o mezzo di neutralizzazione, alla pericolosità.

In tali casi, la misura di sicurezza ha un contenuto di tipo rieducativo-trattamentale. Es. casa di lavoro –

colonia agricola – libertà vigilata.

b) sia a soggetti non imputabili e dunque incolpevoli, che siano però pericolosi l’unica conseguenza

applicabile è la misura di sicurezza. Es. ospedale psichiatrico giudiziario per gli infermi di mente. Oppure

In tali casi avrà carattere curativo:

rieducativo: Es. il riformatorio giudiziario per i minori.

c) sia ai soggetti semi-imputabili, che come tali sono però ritenuti colpevoli, sebbene per loro sia prevista

una attenuazione di pena.

Es. il soggetto affetto da un c.d. vizio parziale di mente senza escludere la capacità d’intendere e di

volere: art. 89 c.p.

Anche nei loro confronti opera il c.d. doppio binario, con l’inflizione della pena diminuita e l’eventuale

applicazione anche di una misura di sicurezza, nel caso si tratti di soggetto socialmente pericoloso.

n.b.: quanto al reato commesso:

a) nel caso di soggetti imputabili o semi-imputabili: occorre la realizzazione di un fatto tipico, antigiuridico

e colpevole;

b) nel caso di soggetti non imputabili: non si può parlare di fatto colpevole. Il che però non esclude che sia

comunque necessaria una coscienza e una volontà del fatto tipico o un comportamento incauto che sia in

ogni caso espressione della personalità del soggetto.

Le figure del c.d. quasi-reato sono solamente 2:

1) il reato impossibile (art. 49, c. 2 e 4 c.p.),

2) l’accordo per commettere un delitto e l’istigazione a delinquere non accolta (art. 115, c. 2 e 4 c.p.).

DURATA:

Proprio perchè lo scopo delle misure di sicurezza non è quello punitivo, ma quello di rimediare o contenere la

pericolosità sociale del soggetto, la loro durata non può essere determinata in base alla gravità del reato ma in

ragione dell’esigenza di fronteggiare alla pericolosità.

Ne consegue che, la loro durata coincide tendenzialmente con quella della pericolosità sociale: fino a che il

soggetto permane pericoloso dovrà continuare il suo assoggettamento alla misura di sicurezza.

Non sarà mai possibile un provvedimento con una durata totalmente indeterminata. Il legislatore ha difatto

previsto un sistema articolato essenzialmente su 2 punti:

1) nella impossibilità logica che la misura di sicurezza sia applicata in una durata determinata nel massimo, il

legislatore ha previsto che la misura di sicurezza sia applicata per un periodo minimo fissato dalla lex

sulla base anche della gravità del reato: decorso tal periodo minimo, il giudice provvederà ad un nuovo,

accertamento delle pericolosità e, qualora constati la sua permanenza, provvederà ad un prolungamento

della durata per un altro periodo determinato.

2) Oggi, sussiste la possibilità di una revoca, in ogni momento, della misura di sicurezza, e cioè anche

prima della scadenza del periodo minimo, quando la pericolosità sia venuta meno prima dello spirare di

quel termine. Si è inteso così consiliare le esigenze funzionali delle misure di sicurezza con le esigenze di

garanzia dell’individuo. 177

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

CAP. VIII

LE FORME DI MANIFESTAZIONE DEL REATO

1. Forme di manifestazione del reato e principio di tipicità.

2. Delitto tentato:

- Desistenza volontaria e recesso attivo

- Univocità e idoneità

3. Reato impossibile

4. Concorso di persone nel reato

5. Delitto circostanziato

6. La recidiva

7. Delitti aggravati dall’evento

8. Unità e pluralità di reati:

- Concorso materiale di reati

- Reato continuato

- Concorso formale di reati

Le forme di manifestazione del reato si aggiungono al capitolo della teoria generale del reato, dell’analisi del

reato.

Per introdurre questo tema si da 3 es. che ruotano intorno alla fattispecie incriminatrice di parte speciale della

rapina art. 628 c.p.:

“Chiunque, per procurare a se o ad altri un ingiusto profitto, mediante violenza alla persona o minaccia, s’impossessa

della cosa altrui, sottraendola a chi la detiene, è punito...”

Con la rapina il soggetto agente aggredisce il patrimonio attraverso l’aggressione della persona che è

strumentale all’aggressione del patrimonio: abbiamo prima violenza o minaccia e poi sottrazione e

impossessamento di un bene mobile altrui.

Es.1 – DELITTO TENTATO: Tizio entra all’interno di una abitazione e intende realizzare un furto. Si

1. presenta davanti a sé il proprietario e Tizio tira fuori la pistola per farsi aprire la cassaforte (minaccia), poi

la la vittima aziona un allarme che spaventa Tizio scappa.

C’è minaccia/violenza alla persona ma poi mancata sottrazione e impossessamento dei beni (mancata

aggressione al patrimonio).

Fatto che presenta, rispetto al fatto tipico di parte speciale, un qualcosa in meno, un minor disvalore. In

virtù del principio di legalità e tipicità, necessita di una copertura legale (art. 56 c.p.).

Es. 2 – CONCORSO DI PERSONE NEL REATO: Tizio e Caio si accordano di andare a realizzare una

2. rapina in un ufficio postale. Nella ripartizione dei compiti Tizio ha il ruolo di entrare nell’ufficio postale,

fare minaccia con la pistola, impossessarsi della refurtiva e sottrarla, mentre Caio ha il ruolo di stare fuori a

fare il palo e di attendere Tizio per scappare.

Tizio fa minaccia, violenza, sottrazione e spossessamento del bene, mentre Caio che fa da palo e

realizza la fuga accordata con Tizio.

È un fatto che presenta, rispetto al fatto tipico di parte speciale, un qualcosa in più (reato plurisoggettivo),

maggior disvalore, e in virtù del principio di legalità e tipicità, necessita di una copertura legale (art. 110

c.p.).

Variante B: Caio partecipa alla rapina. Tizio fa minaccia e violenza puntando la pistola, mentre Caio

sottrae e s’impossessa della refurtiva. Tutti e due integrano la fattispecie incriminatrice di parte speciale.

Es. 3 – DELITTO CIRCOSTANZIALE (Istituto delle Circostanze del reato): Tizio vuole realizzare una

3. rapina e la compie in notturna, in un luogo meno frequentato. Armato di coltello aspetta la sua vittima, ed

appena gli si presenta le dice “dammi immediatamente la borsa altrimenti ti do una coltellata nella pancia”.

La vittima lascia la borsa e Tizio, sempre puntando l’arma, la prende e scappa.

Tizio fa minaccia, violenza, sottrazione e spossessamento, ed in più un aggravante (luogo appartato e

notturno). 178

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Questo fatto presenta un qualcosa in più rispetto alla fattispecie incriminatrice di parte speciale e, sempre in

virtù del principio di legalità e tipicità, necessita di una copertura legale.

Variante B: Dammi la borsa o ti sfracasso di botte. Cambia il tipo di minaccia, minor disvalore.

Tutte le forme di manifestazione del reato ruotano intorno ad un problema di tipicità:

1) nel DELITTO TENTATO manca un qualcosa della tipicità configurata dal legislatore nella fattispecie

incriminatrice di parte speciale (della rapina). In base all’art. 628 c.p. questo fatto ha di tipico:

- violenza o minaccia, in questo caso più la minaccia nel prospettare un male ad altri che posso

realizzare.

- dolo specifico (la finalità è il procurarsi un ingiusto profitto);

- Manca la sottrazione e l’impossessamento (lo spossessamento avviene sempre dopo la sottrazione).

Senza la previsione legislativa dell’art. 56 c.p., l’es. 1 sarebbe un fatto atipico e quindi non punibile,

perché manca il primo pilastro del reato.

Ma, siccome il fatto comunque presenta un certo disvalore (c’è stata violenza, minaccia, dolo specifico),

direi un autonomo disvalore, il legislatore pone l’esigenza di tipizzare un nuovo fatto di reato attraverso

l’art. 56 c.p. (delitto tentato), il quale, col combinato disposto 56+628 si ottiene la fattispecie di reato di

RAPINA TENTATA.

2) Anche il CONCORSO DI PERSONE NEL REATO presenta problemi di tipicità configurata dal

legislatore nella fattispecie incriminatrice di parte speciale del 628. In base al 628, questo fatto ha di tipico:

- Tizio realizza l’intera rapina e il suo comportamento è tipico (realizza il fatto tipico),

- Caio, rispetto al 628 non fa niente ed ha un comportamento atipico.

- Variante B: Caio partecipa alla rapina. Tizio fa minaccia, mentre Caio s’impossessa e sottrae al

refurtiva. Per cui entrambi i comportamenti atipici.

Anche in questo caso il fatto presenta un autonomo disvalore e non è possibile punire Tizio per minaccia e

Caio per furto, perché insieme hanno realizzato una rapina.

Anche in questo caso, trattandosi di fatti atipici, ma che esprimono un autonomo disvalore, si pone

l’esigenza di copertura legale, e il legislatore deve estendere la tipicità, al fine di coprire fatti atipici,

rispetto alla fattispecie incriminatrice di parte speciale, che esprimono un nuovo e diverso disvalore.

Quindi vi è l’esigenza di tipizzare, attraverso l’art. 110 c.p., un nuovo fatto esprimente un nuovo e diverso

disvalore, con il combinato disposto 110 + 628: CONCORSO DI PERSONE NELLA RAPINA.

3) Al contrario, nel DELITTO CIRCOSTANZIALE abbiamo un fatto che presenta un qualcosa di più

rispetto a quanto tipizzato dal legislatore nella fattispecie incriminatrice di parte speciale dell’art. 628 c.p.

Anche qui si presentano problemi di tipicità, perché:

- Tizio, approfittando del vicolo buio, con un coltello minaccia Caia di ucciderla, costringendola a

consegnargli la borsa, il quale la prende e scappa: dal punto di vista della tipicità, abbiamo il 628

completo (violenza o minaccia, impossessamento e sottrazione), ma PIU’ disvalore, perché:

1. La minaccia è più consistente, perché si minaccia la vita di Caia con un coltello e il profilo minatorio

e intimidatorio è più consistente ed efficace.

2. Tizio approfitta di un luogo buio e appartato.

- Mentre nella variante B, cambia la minaccia, la quale ha un minor disvalore, una carica di pericolosità

inferiore (“ti sfracasso di botte”), prospettazione di un male futuro rispetto alla minaccia di morte (“ti do

una coltellata nella pancia”).

Sono fatti tipici che esprimano un disvalore diverso alla luce della presenza dell’arma e al luogo notturno, e

pertanto tale fatto presenta un qualcosa in più rispetto alla fattispecie incriminatrice di parte speciale del

628, cioè una CIRCOSTANZA AGGRAVANTE (in questo caso circostanza propria). 179

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Art. 628, c. 3 - Rapina

“La pena è della reclusione da 4 e 6 mesi a 20 anni (compasso edittale più grave) e della multa da 1032.00 a

3098.00 euro:

1) se la violenza o minaccia è commessa con armi, o da persona travisata, o più persone riunite.”

Con armi: di qualsiasi tipo, basta che siano idonee commettere un danno alla persona.

il volto coperto incute più timore perché non si identifica.

Persona travisata:

Più persone riunite: Sentenza delle Sezioni Unite Cass.: con più persone c’è una fortissima

intimidazione, vuol dire trovarsi in balia di un gruppo di persone e all’aggressione all’incolumità si fa più

pregante.

Le tre forme di manifestazione del reato (delitto tentato, concorso di persone nel reato e delitto circostanziale)

si possono tra di loro combinare, a seconda del fatto storico verificatori nella realtà:

- concorso di persone in una rapina tentata: dove due o più persone, attraverso minaccia o violenza (senza

l’arma) con atti idonei e diretti a commettere una rapina, la tentano e, per una serie di circostanze non la

628+110+56;

realizzano. Combinato disposto:

- concorso di persone in una rapina tentata circostanziale: Tizio e Caio entrano in banca, minaccia con

l’arma, s’impossessano della refurtiva, ma arriva la polizia e scappano senza la refurtiva. Combinato

disposto: 628+110+ 56+ circostanza aggravante (propria del 628);

- rapina tentata circostanziale: Tizio entra in banca e minaccia con l’arma, s’impossessa della refurtivae

non la sottrae. Combinato disposto: 628+56+circostanza aggravante (propria del 628)

1. DELITTO TENTATO

Il delitto tentato è una forma di manifestazione del reato dove un soggetto vuole realizzare un determinato

fatto criminoso, ma questo fatto non si realizza nella sua tipicità, manca un qualcosa rispetto alla fattispecie

incriminatrice di parte speciale, ma nonostante questo, il tentativo di un delitto è un fatto che esprime un

disvalore minore, rispetto alla fattispecie incriminatrice di parte speciale e autonomo.

In che cosa consiste il disvalore del delitto tentato?

STRUTTURA DEL DELITTO TENTATO

Il delitto tentato si scompone due elementi: Soggettivo e Oggettivo del reato.

Anche da un punto di vista pratico/applicativo prima si affronta prima l'elemento soggettivo e poi quello

oggettivo.

Il delitto tentato è un concetto di relazione tra un tentativo e la fattispecie di parte speciale, la quale viene

ricavata dal profilo oggettivo, dalla realtà dei fatti, l’oggettività delle cose (chiunque cagiona la morte di un

uomo.” C’è un morto).

Ma l’oggettività dei fatti non ci dice che c’è stato un tentato omicidio, perché Tizio arriva all’ospedale con un

taglio e sul piano oggettivo è una lesione, ma sul piano soggettivo può essere anche un tentato omicidio.

ma se è stato vittima di tentato omicidio ce lo dice l'elemento

Pertanto l'oggettività non ci dice nulla,

soggettivo dell'autore del reato. Dal punto di vista oggettivo non sono in grado di definire la fattispecie di

riferimento.

Es. Tizio geloso si apposto con un bastone sotto casa in attesa che l’amante arrivi. Sul piano oggettivo

può essere minaccia, ma sul piano soggettivo non si sa, a meno che non siamo in grado di dire: “lui lo voleva

ammazzare, minacciare, percuotere”.

Dunque, nel delitto tentato è indispensabile in primo luogo accertare la dimensione soggettiva (dolo), perché

solo se accerto la dimensione soggettiva individuo la fattispecie di parte speciale (la dimensione oggettiva).

Come si fa ad accertare la dimensione soggettiva? (si sta passando dal diritto al fatto).

Attraverso la ricostruzione dei fatti (oggettivi) si ricostruisce la dimensione soggettiva e, una volta ricostruita

la dimensione soggettiva, possiamo appoggiarci alla fattispecie incriminatrice di parte speciale di riferimento.

- Sul piano SOGGETTIVO: la componente psichica del soggetto agente consiste nel dolo identico (dolo

specifico) al delitto perfetto (delitto non concluso): volontà e rappresentazione del fatto tipico. Il soggetto si 180

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

rappresenta la rapina, si rappresenta tutti gli elementi costitutivi del fatto tipico, vuole la minaccia, la

sottrazione e l’impossessamento dal un punto di vista soggettivo del dolo, non vi è differenza tra tentato e

perfetto. Il disvalore è identico.

In tal caso, se il trattamento sanzionatorio si basasse sul piano soggettivo, il delitto tentato sarebbe punito

come il delitto perfetto.

Il tentativo può essere commesso soltanto con dolo e non è punito nel nostro ordinamento il tentativo

colposo.

L'art. 42 c.p. disciplina l’elemento soggettivo del reato, dove per i delitti il dolo è implicitamente previsto,

mentre la colpa deve essere espressamente prevista.

Il delitto tentato non è previsto:

- Né per le contravvenzioni,

- nè per i delitti colposi,

- nè per i delitti preterintenzionali,

- ma si limita soltanto ai delitti dolosi.

Sarebbe così anche ontologicamente, cioè indipendentemente dalla previsione legislativa il Prof. dissente:

è possibile anche una cerca compatibilità sul piano strutturale tra le ipotesi colpose e le ipotesi tentate, dove

non c’è una assoluta incompatibilità.

È chiaro che, più l’elemento soggettivo della colpa è un elemento soggettivo tenue, più sarà difficile parlare

di un vero e proprio tentativo, perché manca la rappresentazione indispensabile per orientare il proprio

orientamento all’evento.

Meno è presente nella psiche il fatto, e più il fatto è conoscibile anzichè che conosciuto. Più il nesso è tenue,

e più è difficile parlare di tentativo, perché in realtà non oriento la mia condotta a quel fatto.

Mentre, se la componente psichica si fa più pregante, posso parlare di tentativo, perché il soggetto ha

impresso nella psiche l’evento e orienta la sua condotta al fine che si verifichi.

Difatti, il dolo del tentativo (dolo specifico) é il dolo del delitto perfetto, perché il soggetto nella sua

condotta deve avere in mente "chiunque cagiona la morte di un uomo”. Se, nella psiche del soggetto agente

manca uno solo di questi elementi costitutivi del reato, siamo fuori dal dolo e dal tentativo, proprio perché, il

dolo del delitto perfetto e il dolo del delitto tentato devono risultare identici.

Mentre, sul piano oggettivo avrò:

- chiunque (soggetto attivo);

- cagiona (condotta);

- ma manca la morte (evento).

Non tutte le forme di dolo sono compatibili col delitto tentato: la dottrina e la giurisprudenza hanno

disciplinato diverse forme di dolo sulla base della diversa intensità dell’elemento volitivo.

Dal punto di vista interpretativo, soprattutto dalla dottrina e un po’ meno dalla giurisprudenza, si ritiene che

il dolo del tentativo è compatibile soltanto con:

- dolo l'intenzionale;

- dolo diretto

- ma e NON col dolo eventuale, perché ha una consistenza psichica volitiva talmente tenue da non potersi

parlare di una vera e propria orientazione della condotta verso la fattispecie. Siccome ha una volontà

tenue, la condotta non può essere orientata alla integrazione della fattispecie di parte speciale.

Ipotesi problematiche del delitto tentato dove un soggetto è stato attinto (colpito), in classica ipotesi di

lesioni, tutte le volte che vengono utilizzate armi da fuoco nelle situazioni di fuga.

Es. Tizio si dà alla fuga dopo la rapina e, seguito dalle forze dell'ordine, mentre scappa spara a caso.

Non dolo intenzionale, non dolo diretto (rappresentazione certa della verificazione dell’evento), ma dolo

alternativo. 181

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Ma la giurisprudenza ha inventato la figura del c.d. DOLO ALTERNATIVO quando un soggetto si

rappresenta due eventi e, pur rappresentandoli entrambi alternativamente, (se si verifica uno o l'altro per lui

non fa differenza) con il dolo alternativo siamo sempre in presenza di DOLO DIRETTO,

compatibile col tentativo, e così, la gran parte di queste condotte illecite sono ricondotte all'omicidio

tentato.

Ma attenzione, non è possibile dire, che ogni volta che siamo in presenza di dolo alternativo c’è

necessariamente il dolo diretto, ma si fa una presunzione e si va nel dettaglio dei fatti, al fine di renderlo

compatibile col dolo diretto.

RATIO del delitto tentato:

- Sul piano OGGETTIVO: i due fatti sono diversi, perché Tizio non offende il bene giuridico tutelato dalla

fattispecie incriminatrice di parte speciale, ma pone in pericolo gli interessi tutelati, creando una situazione

di pericolo per l’intera situazione di disvalore.

Questo vuol dire che, da un punto di vista oggettivo, il fatto del delitto tentato è diverso e qualitativamente

meno grave sul piano del disvalore, rispetto al delitto perfetto. Difatti:

- nella rapina abbiamo l’intera tipicità, quindi l’intera vera e propria offesa. Il disvalore si compie

interamente e si realizza nella sua massima espressione: aggressione alla persona e al patrimonio;

- nella rapina tentata non c’è l’intera tipicità. Abbiamo solo l’aggressione alla persona e non al

patrimonio, il quale è stato messo in pericolo.

Pertanto, dal punto di vista oggettivo, la condotta del soggetto agente presenta un disvalore diverso, minore

ed autonomo e prossimo alla piena offesa. È stato messo in pericolo determinati beni che non sono stati

offesi (dall’es. della rapina, il patrimonio), ma c’è stata un’offesa alla persona, e perciò, dal punto di vista

del TRATTAMENTO SANZIONATORIO la pena sarà minore:

Art. 56, c. 2 c.p. – delitto tentato

“Il colpevole del delitto tentato è punito: con la reclusione non inferiore a 12 anni, se la pena stabilita è l’ergastolo; e,

negli altri casi, con la pena stabilita per il delitto, diminuita da 1/3 a 2/3.”

Il legislatore si è mosso in una prospettiva oggettiva, punendo necessariamente il delitto tentato in termini

minori rispetto al delitto perfetto. e il delitto

In altri ordinamento, come la Germania, nel delitto tentato si valorizza la componente soggettiva,

tentato può essere punito come il delitto perfetto.

Il “può” si ancora molto alla dimensione soggettiva, perché se punisco il delitto tentato in termini identici al

delitto perfetto, vuol dire che devo valorizzare molto la prospettiva soggettiva, perché nel tentativo manca

l’offesa al patrimonio.

All’opposto il nostro codice concepisce il tentativo valorizzando la dimensione oggettiva, ma il tentativo

non può mai fare a meno della prospettiva soggettiva: l’anima soggettiva del delitto tentato incombe

sempre e non è eliminabile, la quale si ripresenta soprattutto nelle problematiche applicative, perché il dolo

è identico a quello del delitto perfetto (dolo specifico).

Es. Voglio far fuori il mio acerrimo nemico e gli sparo in faccia ma dimentico di caricare l’arma.

Si punisce o no? Si, si punisce, perché è stato un caso che l’arma non sia stata caricata e abbia fatto partire il

colpo. (approfondiremo questo tema in seguito).

Profilo di chiarificazione: Il delitto tentato è un concetto di relazione dove io tento qualcosa e devo

individuare questo qualcosa. Pertanto nel delitto tentato ci si appoggia costantemente alla fattispecie di parte

speciale, la quale si definisce come fattispecie perfetta, cioè con tutti i suoi elementi costitutivi, e la

fattispecie del delitto tentato non è una fattispecie perfetta perché manca un qualcosa rispetto alla fattispecie di

parte speciale. È chiaro che si può parlare anche di perfezione del delitto tentato.

Il delitto è consumato qualora la fattispecie prevista dalla legge come reato è completa in tutti i suoi elementi

costitutivi.

Non importa che il reo non abbia realizzato completamente il piano che aveva in mente, ma è importante che il

fatto posto in essere corrisponda in tutto alla fattispecie prevista dal legislatore.

Es. Tizio entra in casa per rubare 10 cose e riesce a rubarne solo 2. In questo caso il reato è consumato e non

tentato. 182

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Si distingue la fase della consumazione da quella della perfezione:

DELITTO TENTATO PERFETTO il Delitto tentato perfetto avrà tutti i requisiti del delitto tentato.

Quindi dire che la fattispecie incriminatrice di parte speciale è il delitto perfetto è giusto, ma, rispetto al

tentativo, il concetto “perfetto” s’intende l’esistenza di tutti gli elementi minimi costitutivi delle fattispecie di

reato, ad es. viene compiuto il primo atto relativo ad un sequestro di persona e la vittima viene chiusa nella

stanza.

Bensì il reato è consumato nel momento in cui si è concluso l’ultimo momento dell’atto criminoso, o, quando

il reato perfetto ha raggiunto la sua massima gravità concreta, ad es. la vittima viene rilasciata.

Problema di tipicità del delitto tentato: Come si estende la tipicità del tentativo?

STRUMENTO E MODALITA’ PER ESTENDERE LA TIPICITÀ:

Si pone un problema di estensione della tipicità di reato, il quale necessita di una copertura legale in base al

PRINCIPIO DI LEGALITÀ (principio formale). Il legislatore deve prevedere la fattispecie tentata attraverso

una previsione espressa, perché altrimenti, senza copertura legale, se non c’è legalità e il fatto è atipico e

perciò non punibile.

Due diverse modalità di previsione delle ipotesi tentate:

SOLUZIONE DI PARTE SPECIALE: il legislatore prevede le singole fattispecie tentate, dove, accanto

1. alla fattispecie incriminatrice di parte speciale perfetta, ad es. l’omicidio, (perfetta intesa come quella

offensiva del bene giuridico tutelato), prevedere anche la corrispondente fattispecie incriminatrice di tipo

tentato.

Es. fattispecie perfetta del 575“chiunque cagiona la morte di un uomo” e 576 (circostanze aggravanti.

Ergastolo). Fattispecie del tentato omicidio “il fatto di cui all’art. 575 è punibile anche quando l’evento

non si verifica o viene realizzata una condotta idonea.”

L’altra tecnica legislativa è la SOLUZIONE DI PARTE GENERALE: il legislatore ha utilizzato questa

2. tecnica legislativa. È una tecnica volta a prevedere clausole generali, cioè norme contenute nella parte

generale del c.p. che prevedono requisiti generali del tentativo e, al fine di prevedere la fattispecie tentata,

bisogna combinarla, attraverso il combinato disposto, con le varie fattispecie incriminatrici presenti

all’interno della parte speciale, ma la formula rimarrà sempre generale.

Il legislatore, attraverso la soluzione di parte generale, ha previsto una volta per tutte la formula del delitto

tentato, descrivendo i requisiti del tentativo, i quali poi si devono combinare con le singole fattispecie di

parte speciale.

La norma di parte generale del c.p. che di occupa del tentativo è l'art. 56 c.p. (DEFINIZIONE

GENERALE)

Art. 56, c. 1 c.p. – Delitto tentato (no contravvenzioni), risponde di

"Chi compie atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un delitto

delitto tentato, se l'azione non si compie o l'evento non si verifica".

L’art. 56 c.p. poi necessita della combinazione con le varie fattispecie incriminatrici di parte speciale, ma

solo con i delitti, perché nel nostro ordinamento non è possibile parlare di contravvenzioni tentate, e dire

reato tentato è dire una cosa sbagliata (attenzione non dire reato perché scatta la domanda di differenza fra

delitti e contravvenzioni!!!).

Combinato disposto del delitto tentato: 575 + 56 = omicidio tentato

Nei capi di imputazioni c’è la tendenza a scrivere 56 + 575. Il Prof. non è d’accordo perché il delitto

tentato parte dalla fattispecie di parte speciale. Dunque è il 575 che diventa tentato e non viceversa.

Posto che il 56 si combina con le fattispecie incriminatrice di parte speciale attraverso il combinato disposto,

la fattispecie tentata configurata una FATTISPECIE AUTONOMA, una fattispecie a sè stante, con un

autonomo disvalore, che è stato di nuovo tipizzato descrivendo un altro fatto, il quale comporta un compasso

edittale autonomo. 183

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

A tal proposito il legislatore ha previsto la fattispecie tentata, in modo tale da coprire determinati fatti atipici

con la tipicità, al fine di punirli perché presentano comunque un disvalore, anche se minore, e con l’art. 56 c.p.

la parte inquirente si appoggia alla fattispecie di parte speciale c.d. perfetta (575), prende ciò che gli interessa e

poi torna al 56, al delitto tentato, al fine di avere una fattispecie completamente assestante.

Effettivamente l’art. 56 + 575 mi dà una fattispecie autonoma con un nuova descrizione del fatto, con un

nuovo e autonomo compasso edittale.

TRATTAMENTO SANZIONATORIO:

Art. 56, c. 2 c.p. – Delitto tentato

"Il colpevole del delitto tentato è punito: con la reclusione non inferiore a 12 anni, se la pena stabilita (della fattispecie

con la pena stabilità per il delitto, diminuita da un terzo a due terzi".

di parte speciale) è l'ergastolo; e, negli altri casi,

“con la reclusione non inferiore a 12 anni, se la pena stabilita è l'ergastolo”: è la pena stabilita dalla

fattispecie di parte speciale che, se prevede l'ergastolo, la fattispecie tentata è punita con una pena non

inferiore a 12 anni.

Fattispecie perfetta ergastolo;

fattispecie tentata pena non inferiore a 12 anni.

“e, negli altri casi, con la pena stabilità per il delitto diminuita da un terzo a due terzi”: negl’altri delitti la

pena è diminuita da 1/3 a 2/3.

Art. 624 c.p. – Furto e con la multa da 154.00 euro a 516.00 euro.”

“… è punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni

Nel 624, oltre la reclusione da 6 mesi a 3 anni, il legislatore ha previsto anche la multa.

COMPASSO EDITTALE DEL FURTO TENTATO: In base all’art. 56, c. 2 c.p. il giudice deve diminuire

la pena stabilita dal 624 da un 1/3 il massimo edittale (3 anni) e 2/3 il minimo edittale (6 mesi).

Di conseguenza la formula sarà: massima diminuzione del minimo e minima diminuzione del massimo.

2/3 di 6 mesi = 4 va diminuito rispetto a 6 4 - 6 = 2 mesi (minimo edittale)

1/3 di 3 anni = 1 va diminuito di 3 1 – 3 = 2 anni (massimo edittale)

In tal caso, il nuovo compasso edittale del furto tentato sarà con una pena da 2 mesi a 2 anni, e il giudice ogni

volta che si troverà di fronte ad un delitto tentato dovrà prima rideterminare il compasso edittale e dopo

compiere l’attività di commisurazione della pena.

ELEMENTI NEGATIVI E POSITIVI DEL DELITTO TENTATO:

Il delitto si compone di due elementi: elementi negativi e elementi positivi.

- Gli elementi negativi sono elementi che non devono esistere al fine di realizzare il delitto perfetto, cioè non

deve essersi verificata la tipicità della incriminatrice di parte speciale:

- non si è verificato l'evento

- o si è realizzato una parte della condotta tipica,

- Gli elementi positivi devono esistere, affinchè si possa integrare al fattispecie di delitto tentato: univocità e

idoneità degli atti.

- Devono essere univoci (detti anche non equivoci);

- O comunque idonei.

1) ELEMENTI NEGATIVI del delitto tentato

Art. 56, c. 1 c.p. – Delitto tentato

"Chi compie atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un delitto, risponde del delitto tentato, se l'azione

non si compie o l'evento non si verifica.” 184

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

“se l'azione (condotta) non si compie o l'evento non si verifica” è la componente negativa.

La componente negativa fa riferimento alla mancata verificazione dell'evento o alla parziale condotta

compiuta.

Ovviamente, la componente negativa dipende dal tipo di reato, perché:

- Se il delitto tentato riguarda un REATO DI EVENTO: si ha un tentativo se si è interamente compiuta la

condotta, ma non si è verificato l'evento.

Es. (manca evento) - omicidio. Sparo tutti i 10 colpi di rivoltella a Tizio (e tutta la mia condotta è

interamente compiuta), ma lui non muore.

- Se il delitto tentato riguarda i REATI DI MERA CONDOTTA: si ha un tentativo se si è compiuta

parzialmente la condotta tipica.

Es. 2 (manca parte della condotta) – Tizio, poco prima di sparare è bloccato dalla polizia. Tizio realizza

una parte della condotta ma non la porta a compimento.

Nel delitto tentato l'evento e la condotta non devono essersi verificati, altrimenti il reo risponde di delitto

perfetto.

Perché il legislatore ha ristretto la componente negativa all'evento e alla condotta?

- FATTORI ESTERNI ED INDIPENDENTI dal dominio del soggetto agente: integrano il delitto

tentato, perché?

L’uomo vuole la condotta in termini diretti ed immediati, mentre l’evento è distaccato dalla sua volontà,

può essere soggetto a fattori esterni o interni. L'uomo domina gli elementi costitutivi e orienta la sua

condotta a realizzare l’evento. Evento e condotta sono elementi dinamici.

La mancata verificazione dell'evento e/o il mancato compimento della condotta devono dipendere da fattori

indipendenti dal dominio del soggetto agente devono essere fattori che non hanno a che vedere con la

volontà, il dominio.

I fattori indipendenti, sono fattori che il soggetto in qualche modo non ha voluto, non ha dominato, non

ha preso in considerazione, i quali hanno agito per conto proprio.

Sono fattori che impediscono la verificazione dell'evento e/o il compimento della condotta per forza

propria, indipendentemente dalla volontà del soggetto agente e che, attraverso il loro estrinsecarsi, fanno sì

che l’evento non si verifichi e la condotta sia incompiuta.

Es. Sparo dieci colpi di rivoltella e non colpisco il soggetto in parti vitali. Un passante lo trova, chiama

l'ambulanza e gli salvano la vita. Il mancato evento morte è dovuto fattori esterni.

Es. Tizio si dimentica di caricare la pistola. La dimenticanza è a lui riconducibile e il suo comportamento

è orientato all'evento, quindi la sua “distrazione” non la dominava, altrimenti avrebbe caricato la pistola.

Pertanto è un fattore esterno.

Es. Tizio si è introdotto all'interno di un’abitazione e ha preso la refurtiva, e nel prendere la

refurtiva viene sorpreso dal padrone di casa. Tizio s’impaurisce, scappa e molla la refurtiva.

In questo caso abbiamo una condotta sottrattiva ma manca l'impossessamento. La condotta non si è

compiuta e, il mancato compimento della condotta dipende da un fattore esterno.

- FATTORI INTERNI e DIPENDENTI dal soggetto agente: non integrano il delitto tentato (solo

desistenza; mentre il recesso attivo integra il delitto tentato con diminuzione della pena).

DESISTENZA VOLONTARIA E RECESSO ATTIVO

(Istituti specifici, propri del delitto tentato)

Gli Istituti della desistenza volontaria e del recesso attivo entrano in gioco quando la mancata perfezione

della fattispecie di parte speciale (mancata verificazione dell’evento o parziale integrazione della condotta),

non dipende da cause esterne, ma dall’iniziativa dello stesso soggetto agente che interrompe la propria

condotta: desistenza e recesso attivo. 185

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

- DESISTENZA VOLONTARIA in base all’art. 56, c. 3, se il soggetto agente volontariamente desiste

dall’azione criminosa, non risponde per il delitto tentato, ma soltanto per gli atti da lui compiuti

nell’esercizio di quella attività criminosa.

Art 56, c. 3 c.p. - Delitto Tentato

“Se il colpevole volontariamente desiste dall'azione, soggiace soltanto alla pena per gli atti compiuti, qualora

questi costituiscano per sé un reato diverso.”

Es. Tizio vuole compiere un furto e per compierlo scassa la porta dell’abitazione altrui. Dopodiché

volontariamente desiste dal furto e si ferma. Tizio non risponderà di furto tentato ma solo di

danneggiamento.

- RECESSO ATTIVO invece, nel recesso attivo, se il soggetto agente volontariamente impedisce la

verificazione dell’evento, risponde sì di delitto tentato ma con una diminuzione di pena, prevista per il

delitto tentato, da 1/3 alla metà.

Art. 56, c. 4 c.p.

“Se volontariamente impedisce l'evento, soggiace alla pena stabilita per il delitto tentato, diminuita da un terzo

alla metà.”

- In presenza della Desistenza è causa di esclusione della punibilità, quindi non punibilità per il delitto

tentato;

- In presenza di Recesso attivo è una circostanza attenuante del delitto tentato.

- Per potersi parlare di Desistenza e Recesso attivo è indispensabile, come presupposto fondamentale, che

siano stati integrati gli estremi del delitto tentato, altrimenti non ha senso parlare di recesso attivo e di

desistenza.

RATIO del recesso attivo e della desistenza

Perché l’ordinamento prevede la non punibilità (Desistenza) e una diminuzione della pena (Recesso)

rispetto al tentativo?

1) PROSPETTIVA SOGGETTIVA (tiene conto del soggetto agente): non si punisce (desistenza) o si

punisce in modo attenuato (recesso attivo), perché il soggetto è rientrato nella legalità e non operano le

funzioni della pena.

Es. Funzione Retributiva: al male deve corrispondere il male, nella desistenza e nel recesso attivo vi è

stata una non commissione del male.

Anche in merito alla Prevenzione Speciale, nel momento in cui c’è un ritorno alla legalità, al valore

tutelato dall’ordinamento, e il soggetto riconosce quel valore (inizialmente disconosciuto ma poi

riconosciuto), è un soggetto non necessita di esigenze di rieducazione.

2) PROSPETTIVA OGGETTIVA/VITTIMOLOGICA (tiene conto del reato e del bene giuridico

tutelato): questa prospettiva sono rilevanti gli interessi tutelati dalla norma, ed allora, le ragioni per

punire, in presenza di Desistenza e di Recesso, vengono meno, perché minore è la pericolosità della

condotta del soggetto agente.

Il bene giuridico, pur avendo corso un pericolo, quel pericolo poi viene neutralizzato in termini

definitivi.

Quali tra i due orientamenti è stato adottato dal nostro ordinamento?

Il nostro ordinamento si è ispirato ad una prospettiva oggettiva, perché all’ordinamento non interessa

se il soggetto si sia adoperato per interrompere il comportamento o per impedire la verificazione 186

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

dell’evento, quanto piuttosto che abbia effettivamente conseguito questo risultato, che effettivamente abbia

interrotto la sua azione criminosa e che l’evento non si sia verificato.

Es. il bagnino di una piscina, di fronte ad un malore del suo rivale vuole lasciarlo morire, poi però, preso

dai rimorsi, decide di salvarlo.

Qui il delitto tentato è integrato (perché il rivale è andato giù ed ha bevuto acqua), anche se il bagnino ha

un mutamento di volontà e si butta in acqua facendo tutto il possibile per salvarlo, la desistenza non è

applicabile, perché al nostro ordinamento interessa l’effettivo impedimento dell’evento e non che uno si

sia prodigato. Ecco che assume rilevanza la prospettiva oggettiva.

Inoltre, nella prospettiva oggettiva si distingue tra Desistenza e Recesso, perché da un punto di vista

oggettivo, si vuole misurare il diverso ruolo assunto dalle condotte:

- Nella desistenza volontaria il soggetto ha assunto la condotta di interrompere il proprio comportamento

illecito “molto anticipatamente”, e difatti non c’è la punibilità per il tentativo.

- Nel recesso attivo, come impedimento dell’evento, l’iter criminoso è molto più avanzato, è più prossimo

all’integrazione dell’intera fattispecie incriminatrice.

Se l’ordinamento desse rilevanza al profilo soggettivo, il fatto che il soggetto attivo abbia un ravvedimento

o un mutamento e la sua condotta si interrompe anticipatamente o più a ridosso della consumazione del

reato, è irrilevante. Allora, nella prospettiva soggettiva viene meno la rilevanza dell’interesse e del bene

tutelato dalle norme incriminatrici rispetto al reo.

2) COMPONENTE POSITIVA del delitto tentato: UNIVOCITA’ E IDONIETA’ DEGLI ATTI

La componente positiva è costituita da:

1. univocità degl’atti

2. e idoneità degl’atti

Due problemi della univocità e idoneità degl’atti:

- momento in cui si va a perfezionare il reato

- Iter criminis: il crimine ha un suo iter variabile: può esserci un iter molto ridotto e un iter molto articolato.

Prima bisogna individuare la univocità degli atti e poi la idoneità degl’atti.

Il problema è l’individuazione del LIMITE INIZIALE dell’iter criminoso, perché il LIMITE FINALE è

il momento in cui si perfeziona il reato mutato alla fattispecie incriminatrice di parte speciale autonoma e

perfetta.

- se punisco per il delitto perfetto avrò un trattamento sanzionatorio maggiore;

- Se punisco per il delitto tentato avrò un trattamento sanzionatorio minore.

SOGLIA DEL TENTATIVO PUNIBILE LIMITE INIZIALE (soglia iniziale) la soglia del limite

iniziale si ha quando la condotta del soggetto agente inizia ad assumere un certo disvalore, altrimenti siamo

fuori da condotte illecite e pertanto non punibili.

Sul piano soggettivo invece il soggetto vuole il delitto perfetto e difatti abbiamo tutto il disvalore, ma

l’oggettività della condotta, quindi la rilevanza dei comportamenti tipici rispetto al delitto tentato, devono

consistere:

- O la condotta non è stata completamente esaurita, dunque non conclusa (reati a condotta vincolata);

- Oppure la condotta è completamente esaurita, ma l’evento non si è verificato (reati di evento e a

condotta libera). 187

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

REATI A CONDOTTA VINCOLATA ad es. nel furto Tizio ha sottratto e nella violenza sessuale Caio

ha stretto la vittima. I loro atti sono idonei ed hanno già varcato la soglia del tentativo punibile, perché hanno

già realizzato una parte della condotta tipica del furto o della violenza sessuale.

REATI A CONDOTTA LIBERA E DI EVENTO la tipicità della condotta (quindi l’idoneità) scatta nel

momento in cui sono ad innescare il nesso causale, ad es. devo sparare, dare una coltellata, propinare la dose

di veleno. Per cui ho già realizzato la condotta tipica senza però verificare l’evento.

1) UNIVOCITÀ DEGLI ATTI è la direzione non equivoca commettere un delitto e risolve il problema

dell’inizio del tentativo, l’inizio della soglia iniziale, perché varcata la soglia il tentativo è punibile.

- Le esigenze dei garanzia spingono la soglia verso l’allontanamento;

- Mentre le esigenze di prevenzione generale impongono che la soglia si avvicini alla perfezione.

L’univocità indica un grado di sviluppo della condotta sufficientemente prossima alla perfezione del reato e

il comportamento si deve essere sviluppato in modo non univoco rispetto la fattispecie perfetta e autonoma,

e pertanto prossima alla realizzazione del reato.

A tal fine utilizzo il criterio della tipicità mutato alla fattispecie incriminatrice di parte speciale perfetta ed

autonoma.

Devo essere “atti diretti in modo non equivoco a commettere un delitto”, per cui bisogna seguire il criterio

oggettivo degli atti, altrimenti bisogna concludere con un giudizio di equivocità.

Es. Tizio entra in casa altrui. Il suo atto può essere diretto a molti obiettivi: furto, rapina,

danneggiamento, sequestro di persona, violenza sessuale.

In merito a tale atto, se non si precisa il termine finale di rifermento, il giudizio di univocità si poggia su

basi vuote. Pertanto si necessità di una previa identificazione del delitto che il soggetto intendeva

commettere, si necessita delle prove.

Es. appostarsi con l’arma, in rapporto con l’omicidio, è un atto equivoco, perchè potrebbe essere diretto

alla minaccia, rapina o violenza. Invece prendere la mira per sparare è un atto univoco in rapporto con

l’omicidio.

Di conseguenza sarà univoca la condotta che:

- Nei reati di evento: non si è verificato l’evento ed il soggetto agente è ad innescare il nesso causale;

- Nei reati di condotta: il soggetto ha integrato parzialmente la condotta tipica;

- Ma sarà anche univoca la condotta che, pur non avendo realizzato nemmeno una parte del

comportamento tipico, è però immediatamente precedente alla sua tipicità ATTI PRETIPICI

sono atti prossimi all’offesa del bene, alla tipicità ed immediatamente precedenti a quelli tipici della

fattispecie incriminatrice di parte speciale.

Es. furto: Tizio parte di casa. È davanti il cancello dell’abitazione. Ha scavalcato il cancello. È entrato

in casa (inizio atto pretipico rispetto al furto ma non ancora univoco o idoneo perché non ancora chiara

la sua intenzione). È davanti alla cassaforte (atto pretipico del furto).

Al contrario, tutti gli atti che sono a monte a quelli pretipici, sono detti ATTI PREPARATORI e non sono

punibili, salvo diversa disposizione di legge.

2) IDONEITÀ DEGLI ATTI prima di occuparmi dell’idoneità devo aver risolto il problema

dell’univocità e il soggetto agente deve si deve già trovare all’interno del tentativo sotto il profilo del

disvalore del fatto.

Il comportamento deve aver raggiunto un sufficiente grado di sviluppo criminoso, e pertanto con l’idoneità

si dovrà stabilire se la condotta del soggetto agente è idonea all’offensività del bene giuridico, se ha una

capacità offensiva. 188

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Detto ciò, l’idoneità attiene alla capacità degli atti di giungere alla perfezione del reato e l’interruzione del

reato deve essere dovuta solo a cause indipendenti dalla componente volitiva del soggetto agente (fattori

eccezionali e imprevedibili).

Affinchè il giudice possa verificare i requisiti oggettivi del tentativo punibile, deve prima conoscere il

delitto perseguito dall’agente, il quale sta “solo nella sua mente” perché il fatto non si è realizzato, e quindi

bisognerà individuarlo attraverso il dolo specifico, il quale descrive il suo proposito criminoso. Difatti

prima bisogna accertare l’elemento oggettivo e poi soggettivo.

GIUDIZIO DI IDONEITÀ

Il giudizio di idoneità è la valutazione dell’idoneità dell’atto attraverso un giudizio del giudice ex ante,

concreto sull’atto e non sul mezzo e a base parziale.

1) VALUTAZIONE EX ANTE E NON EX POST è il momento a cui si riferisce l’idoneità. È il tempo

in cui il soggetto ha compiuto l’ultimo atto della sua condotta. Devono essere presi in considerazione tutte

le circostanze esistenti al momento del fatto e non anche quelle successive, che vengono in gioco dopo la

realizzazione della condotta tipica (circostanze estranee e indipendenti che hanno impedito l’evento o la

condotta), altrimenti si dovrebbe concludere con l’inidoneità degli atti e la non colpevolezza.

Es. Tizio spara 10 colpi di pistola a Caio, ma viene salvato al PS. Sono circostanze estranee (ex post),

fattori esterni che hanno neutralizzato l’evento e non dipendono dalla volontà del soggetto agente.

La valutazione dell’idoneità si effettua ex ante:

- In senso cronologico: riportandosi al momento in cui il soggetto attivo ha agito;

- E in senso logico: ponendosi nella stessa prospettiva del soggetto agente.

Pertanto, considerando la natura del fattore paralizzante, che ha bloccato lo sviluppo della vicenda

criminosa, si può senz’altro dire che quel fattore resta estraneo al giudizio di idoneità:

- Il fattore paralizzante successivo alla commissione degli atti (come ad es. la cura tempestiva ed

efficace della vittima), proprio perché si effettua un giudizio ex post;

- Ma anche il fattore paralizzante concomitante, il quale non è oggettivamente riconoscibile dal

soggetto agente, perché il fattore emerge successivamente al compimento dell’atto.

Es. 1: Tizio vuole commettere una rapina e la polizia, preavvertita, ha disposto adeguate contromisure. Il

giudizio di idoneità prescinde da questa particolare situazione.

Es. 2: Caio infila la mano nella borsa di Tizia, la quale, prudente, non ha messo il portafogli. La mancanza

dell’oggetto materiale non coincide sulla valutazione di idoneità.

Es. 3: Il killer spara alla vittima che, consapevole di trovarsi in pericolo, si è dotata di un busto corrazzato o

viaggia su una vettura blindata. Il mancato ferimento della vittima prescinde dalla valutazione

dell’idoneità.

IPOTESI DI ECCEZIONE l’art. 49, c. 2 stabilisce che “l’oggetto materiale della condotta sia del

tutto inesistente”. In questo caso, nonostante gli atti siano idonei, secondo una valutazione ex ante, il

REATO è IMPOSSIBILE, con la conseguenza della inidoneità del tentativo. Secondo la disposizione

legislativa, deve trattarsi di un’inesistenza assoluta, non occasionale né contingente.

Es. Tizio spara a Caio il quel è già morto per cause naturali. Sempronio esegue un furto per impossessarsi

di un prezioso dipinto, in realtà distrutto da un incendio.

RATIO DELL’ECCEZIONE: la ratio poggia sul dato oggettivo che il delitto tentato assume nel

nostro sistema penale qualora l’oggetto materiale è inesistente in rerum natura non può mai

prospettarsi il pericolo di un’offesa al bene protetto dalla norma incriminatrice, altrimenti la punibilità 189

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

dell’agente finirebbe col basarsi solo sulla volontà criminosa manifestata, e rileva solo il dato oggettivo dei

fatti e non l’elemento psicologico del reato.

2) VALUTAZIONE IN CONCRETO SULL’ATTO E NON SUL MEZZO è l’oggetto dell’idoneità.

L’atto deve essere inserito nel contesto concreto, effettivo e storico in cui si è verificato. È una valutazione

che si fonda su una pericolosità concreta e non ipotetica. Precisamente, l’art. 56, c. 1, rispetto alla formula

in concreto e non in astratto come

“mezzi idonei”, fa riferimento ai mezzi che possono essere idonei

nell’art. 61, c. 1 c.p.

Pertanto, se si desse rilevanza ai mezzi, indipendentemente dalla circostanze concerete, potrebbe trattarsi di

una valutazione ipotetica del pericolo e non concreta, perché possono esserci dei mezzi che sono idonei in

astratto ma in concreto inidonei per la realizzazione del reato.

Es. il fucile è un mezzo idoneo in astratto, ma in concreto se è fuori dalla portata di tiro è inidoneo. Lo

zucchero è un mezzo inidoneo ad uccidere, ma è idoneo se è propinato ad un soggetto diabetico.

3) VALUTAZIONE A BASE PARZIALE E NON ANCHE A BASE TOTALE: è il parametro con cui si

esprime il giudizio di idoneità, ed è la possibilità del danno, che si concretizza nel fondato pericolo per

l’interesse del bene protetto dalla norma incriminatrice. Quindi gli atti del soggetto agente devono avere in

sé un’attitudine significativa a determinare l’offesa.

- chi sostiene la base totale prende in considerazione tutte le circostanze impeditive dell’evento o

della condotta, che hanno il carattere anche della eccezionalità o imprevedibilità esistenti al momento

della realizzazione del fatto e concludere con l’inidoneità della condotta e non punibilità, perché

oggettivamente non hanno offeso il bene giuridico tutelato si soddisfa le esigenze di garanzia.

- Viceversa nella base parziale non si prendono in considerazione tutte le circostanze esistenti al

momento della condotta e si escludono i fattori estranei e imprevedibili, andando così a soddisfare le

esigenze di prevenzione generale verso comportamenti che hanno davvero messo in pericolo il bene

giuridico.

Es. Tizio è un abile borseggiatore, ma il portafoglio nella borsa non c’era. È stato un caso, un fattore

eccezionale.

Nella prospettiva soggettiva si rileva la componente volitiva del soggetto, perché voleva rubare il

portafogli e, anche se non si è verificato l’evento, perché sono intervenuti circostanze estranee ed

indipendenti che non hanno niente a che vedere con la sua volontà, l’ordinamento punisce in virtù della

prevenzione generale e speciale (p. di rieducazione) e le funzioni della pena.

a) REATI DI EVENTO: la condotta è interamente compiuta (delitto mancato) e la valutazione

dell’idoneità consiste nell’adeguatezza causale della condotta a determinare l’evento, secondo il criterio

probabilistico.

Es. Tizio ferisce mortalmente Caio, il quale poi vien salvato.

b) REATI DI MERA CONDOTTA (delitto tentato in senso stretto): sono reati che implicano uno

sviluppo della condotta tipica della fattispecie incriminatrice da parte del soggetto agente. L’idoneità si

esprime in termini di adeguatezza alla prosecuzione dell’iter criminoso sino alla commissione del

delitto.

Es. Tizio vien bloccato mentre sta prendendo la mira per sparare alla vittima. Caio si sta introducendo

in casa altrui per scassinare la cassaforte. Sempronio sta studiando le abitudini della vittima o

procurandosi i mezzi per delinquere.

c) REATI A CONDOTTA VINCOLATA: sono reati in cui si necessita che il soggetto agente abbia

integrato una delle condotte tipiche previste dalla fattispecie incriminatrice. La realizzazione di una

parte della condotta tipica dà luogo al tentativo.

Es. violenza sessuale: Tizio ha stretto la vittima, le ha bloccato le mani (violenza). Furto: Tizio prende

l’orologio di Caio (possesso), si trattiene a parlare ma non va via (mancata sottrazione). 190

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

d) REATI A CONDOTTA LIBERA: il soggetto agente deve aver realizzato la condotta libera e il

criterio di tipicità per individuare l’univocità degli atti si sposta sul nesso causale. Deve scattare il nesso

causale ma non si deve verificare l’evento.

Es. omicidio. Tizio per innescare il nesso di casualità deve sparare, dare la coltellata, propinare la dose

di veleno. IL REATO IMPOSSIBILE

Art. 49, c. 2 c.p. - Reato supposto erroneamente e reato impossibile

“Non è punibile chi commette un fatto non costituente reato, nella supposizione erronea che esso costituisca reato.

La punibilità è altresì esclusa quando, per la inidoneità dell'azione o per la inesistenza dell'oggetto di essa, è

impossibile l'evento dannoso o pericoloso.”

L'art. 49, c. 2 si riferisce:

1. ad ipotesi di tentativo inidoneo per inidoneità assoluta dell'azione, tale che in nessun caso essa avrebbe

mai potuto determinare l'evento.

Es. sparo completamente fuori della portata massima dell'arma.

2. o per inesistenza dell'oggetto materiale di essa (idoneità degli atti).

Il reato impossibile si applica in tutti i casi in cui l'azione sia prevista in funzione di un evento, la cui effettiva

realizzazione non sia necessaria a costituire la fattispecie. Di conseguenza:

- nei DELITTI DI ATTENTATO, quando il fatto è assolutamente inidoneo a raggiungere il risultato.

Es. un gruppo di anziani pensionati monarchici affoga la propria noia in varie iniziative deliranti, per

imporre la restaurazione del re: inidoneità assoluta rispetto all'art. 283 (attentato contro la Cost.).

- nei REATI A DOLO SPECIFICO, quando l'azione non possa in alcun caso consentire il raggiungimento

dell'evento intenzionalmente perseguito.

Es. Tizio distrugge la cosa propria al fine di conseguire il prezzo di un'assicurazione, ma il contratto

relativo non è più valido perché scaduto: inidoneità rispetto all'art. 642, c. 1 per mancanza dell'oggetto del

dolo specifico (fraudolento danneggiamento dei beni assicurati e mutilazione fraudolenta della

propria persona).

- nei REATI DI ISTIGAZIONE quando la condotta di Tizio non può determinare la commissione del fatto

istigato.

Es. un vecchio ubriacone istiga gli avventori dell'osteria ad assaltare una caserma: inidoneità assoluta

rispetto all'art. 414 (istigazione a delinquere).

Il reato impossibile, che sul piano obiettivo non presenta alcun contenuto di pericolo, è valutato come sintomo

di pericolosità soggettiva, e rileva dunque soltanto per l'applicazione di un'eventuale MISURA DI

SICUREZZA (art. 49, c. 4: la libertà vigilata; ex art. 229 n. 2).

Art. 49, c. 4 c.p.

“Nel caso indicato nel primo capoverso, il giudice può (valutazione discrezionale) ordinare che l'imputato prosciolto

sia sottoposto a misura di sicurezza.”

Art. 229 n. 2 c.p. - Casi nei quali può essere ordinata la libertà vigilata

“Oltre quanto è prescritto da speciali disposizioni di legge, la libertà vigilata può essere ordinata:

2) nei casi in cui questo codice autorizza una misura di sicurezza per un fatto non preveduto dalla legge come

reato.”

L’art. 49, c. 2 “reato impossibile”, esclude la punibilità “quando per la idoneità dell’azione o per

l’inesistenza dell’oggetto di essa, è impossibile l’evento dannoso o pericoloso”.

L’interpretazione della norma riguarda ipotesi di tentativo impossibile per inidoneità dell’azione, qualora:

a. l’azione è tale da non poter in nessun caso determinare l’evento. Es. tentativo di uccidere mediante

sortilegio. 191

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

b. o per inesistenza dell’oggetto (materiale) della condotta, quando non è presente in rerum natura.

Es. chi uccide un soggetto già morto per cause naturali. E, di conseguenza l’azione non può in alcun modo

provocare il risultato intenzionalmente perseguito.

In questo senso l’art. 49, c. 2 costituisce un elemento negativo dell’art. 56, c. 1, che punisce invece a titolo di

tentativo il compimento di atti idonei diretti in modo non equivoco a commettere un delitto.

LE OBIEZIONI SUL REATO IMPOSSIBILE (art. 49, c. 2 e art. 56, c. 1 c.p.)

1. l’art. 49, c. 2 disciplina il reato impossibile, mentre l’art. 56, c. 1 riguarda il delitto tentato: l’ambito del

si estende dunque alle contravvenzioni e non può coincidere, in negativo, con l’ambito

reato impossibile

del tentativo;

2. l’art. 49, c. 2 menziona l’azione inidonea, mentre l’art. 56, c. 1 esige atti idonei: il reato impossibile

richiama una condotta già compiutamente tipica, mentre il tentativo si riferisce ad un comportamento di per

sé non conforme alla fattispecie incriminatrice;

3. l’art. 49, c. 2 richiama l’evento dannoso o pericoloso, mentre l’art. 56, c. 1 si limita a parlare di evento:

non entra in gioco l’evento giuridico del reato (l’offesa), mentre nel tentativo si tratta

nel reato impossibile

di evento naturalistico;

4. l’art. 49, c. 2, riferendosi ad un evento dannoso o pericoloso impossibile per inidoneità dell’azione,

impone di riconoscere la non punibilità di atti inoffensivi conformi al tipo criminoso e la valutazione di

inidoneità si svolge ex post, considerando il fatto nella sua dimensione effettiva.

La tesi suscita tuttavia consistenti perplessità:

- l’uso del termine “azione” si spiega per il fatto che si tratta di un comportamento inidoneo: se si fosse

utilizzato il termine “atti” (inidonei), la figura del reato impossibile sarebbe regredita all’infinito.

Es. sono atti inidonei all’omicidio l’acquisto dell’arma, la sua precedente fabbricazione, la sua

progettazione.

Ma poiché l’autore del reato impossibile può essere sottoposto (se pericoloso) a misura di sicurezza

(art. 49, c. 4) una simile regressione comporterebbe ad una dilatazione incontrollabile del sintomo di

pericolosità, che bensì viene identificato solo con un’azione inidonea, e cioè in un comportamento

positivo che già assume un’intrinseca rilevanza tipica;

- la ragion d’essere dell’art. 49, c. 2 consiste nella previsione di una misura di sicurezza (art. 49, c. 4) e

la figura del reato impossibile non può considerarsi inutile.

2. CONCORSO DI PERSONE NEL REATO

Il concorso di persone è una forma di manifestazione del reato. In base al nostro es. iniziamo dall'art. 628 c.p.:

Art. 628, c. 1 c.p. – Rapina

“Chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, mediante violenza alla persona o minaccia,

s'impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, è punito con la reclusione da tre a dieci anni e con la

multa da cinquecentosedici euro a duemilasessantacinque euro.”

È una norma incriminatrice di parte speciale che incrimina il comportamento di colui che, mediante violenza o

minaccia, s’impossessa di una cosa mobile altrui.

Il principio di legalità impone che i reati siano descritti in maniera tassativa dalla legge. Applicando questo

principio, la rapina si ha tutte le volte in cui un soggetto usa violenza o minaccia e s’impossessa e sottrae la

cosa mobile altrui, allo scopo di trarne profitto.

La rapina è un REATO è MONOSOGGETTIVO, che può essere realizzato da un solo soggetto, e non

richiede, al fine della sua perfezione, la partecipazione di più soggetti, ma basta che un soggetto realizzi la

condotta tipica.

Ulteriormente, la rapina può manifestarsi anche in forma PLURISOGGETTIVA, cioè realizzata da più

soggetti che partecipano alla realizzazione del reato, integrando la fattispecie autonoma del 110,

CONCORSO EVENTUALE DI PERSONE NEL REATO, perchè la norma 628, anche se non richiede che

siano più soggetti a realizzare il reato, ma può, eventualmente, realizzarsi anche con manifestazione

plurisoggettiva. 192

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

3 es. di partecipazione nel reato di rapina:

A. Es. realizzazione plurisoggettiva concorsuale della rapina.

Tizio viene convinto dalla moglie a realizzare una rapina e chiede aiuto ad un amico, il quale accetta.

Durante la rapina Tizio svolge il ruolo di "palo". Non realizza direttamente la rapina, non fa nè violenza e

nè minaccia, ma sta all'esterno della banca e si occupa di vedere se arriva la polizia, ed eventualmente

avvertire chi direttamente sta compiendo la rapina.

Caio fa violenza e minaccia, s’impossessa e sottrae il denaro (tutta la rapina), e la moglie di Tizio lo

convince a partecipare alla rapina. Gli un contributo morale. Tizio svolge un ruolo materiale (il palo) che

però non legato alla fattispecie incriminatrice del 628. Non svolge alcuna condotta tipica.

B. Es. 2 soggetti realizzano un pezzo ciascuno della condotta tipica e unendoli si realizza la rapina.

2 soggetti entrano nella banca e si dividono i compiti: Tizio fa minaccia con la pistola e Caio

s’impossessa e sottrae il denaro. Qui abbiamo 2 soggetti protagonisti che realizzano un pezzo ciascuno

della condotta tipica del 628, ma nessuno dei 2 realizza tutta la condotta tipica, ma eseguono in modo

frazionato il reato.

C. Es. due soggetti entrano tutti e due nella banca ed entrambi realizzano la condotta descritta all'art.

628.

Entrambi fanno violenza o minaccia e tutti e due s’impossessano e sottraggono i beni. Tutti e due

realizzano interamente la condotta dell’art. 628, dando un contributo alla realizzazione del reato, anche se

con condotte sono diverse.

Il concorso di persone nel reato si distingue dal c.d. CONCORSO NECESSARIO, ovvero dai reati

necessariamente plurisoggettivi in cui, l'elemento della partecipazione di più soggetti non è un’eventualità,

come nel caso della rapina, ma è un elemento essenziale del reato.

Art. 556, c. 1 c.p. - Bigamia

“Chiunque, essendo legato da matrimonio avente effetti civili, ne contrae un altro, pur avente effetti civili, è punito con

la reclusione da uno a cinque anni.”

Questa norma richiede la partecipazione di più soggetti per la realizzazione del reato.

Art. 416 c.p. – Associazione per delinquere

“Quando tre o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti, coloro che promuovono o

costituiscono od organizzano l'associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da tre a sette anni.”

L’art. 416 punisce l'associazione per delinquere quando 3 o più persone si associano allo scopo di commettere

più delitti elemento essenziale di questo reato è la plurisoggettività, un elemento costitutivo senza il quale

il reato non si perfeziona.

Art. 306, c. 1 - Banda armata: formazione e associazione

“Quando, per commettere uno dei delitti indicati nell'articolo 302, si forma una banda armata, coloro che

la promuovono o costituiscono od organizzano, soggiacciono, per ciò solo, alla pena della reclusione da cinque a

quindici anni.”

La banda armata evoca la partecipazione di più soggetti. Reato plurisoggettivo.

Nei 3 es. abbiamo una norma di parte speciale che descrive con precisione le condotte incriminate e, in base al

principio di legalità è possibile punire un soggetto solo se realizza tutte le condotte tipiche descritte dalla

fattispecie incriminatrice di parte speciale.

In riferimento alla PARTECIPAZIONE si pone un PROBLEMA DI LEGALITÀ, ed occorre una norma

che dia rilevanza alle condotte diverse dal 628.

Es. A: Tizio esegue materialmente la rapina, la moglie istiga e Caio che fa il palo. Questi soggetti, rispetto alla

fattispecie 628 non realizzano una condotta tipica e loro condotte non sono espressamente previste dal 628. In

base al principio di legalità non potremo incriminarli, nonostante si avverte che le loro condotte sono

portatrici di disvalore, perchè rendono la rapina possibile anche se non prevista dal 628.

Allora nasce, in base al principio di legalità, l’esigenza di una copertura legale, al fine di punire questi

soggetti e le loro condotte, in virtù di una norma che incrimina queste condotte atipiche (art. 110 c.p.): 193

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

LE CONDOTTE DI PARTECIPAZIONE NEL REATO

Le condotte di partecipazione del reato sono disciplinate dall’art. 110 c.p. E' una norma di parte generale,

molto aperta, che consente di incriminare, in base al p. di legalità, le condotte di partecipazione che non sono

tipiche rispetto alla norma incriminatrice di parte speciale con la pena prevista dal reato di parte speciale.

Art. 110 c.p. – Pena per coloro che concorrono nel reato

“Quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita, salve le

disposizioni degli articoli seguenti.”

Es. Tizio e Caio decidono di compiere una rapina. Tizio realizza minaccia o violenza e Caio s’impossessa e

sottrae i beni.

In questo caso, la rapina, si realizza grazie all'unione di 2 condotte, le quali, se non ci fosse la copertura legale

dell’art. 110 c.p. che incrimina il concorso di persone nel reato, in base al principio di legalità, andrebbero

esenti ad un giudizio di punibilità, anche se hanno un disvalore (in questo caso maggiore rispetto ad un reato

monosoggettivo), perché l’unione crea un effetto intimidatorio maggiore.

Il concorso di persone nel reato è una FATTISPECIE AUTONOMA che si combina, attraverso il

che configurano il

COMBINATO DISPOSTO 110 + le singole fattispecie incriminatrici di parte speciale

reato in forma monosoggettiva.

Il concorso di persone è analogo al meccanismo del delitto tentato, e si caratterizza per 2 parti:

1) è composta dal fatto tipico della norma (reato monosoggettivo)

2) + la condotta di partecipazione a quel fatto tipico (norma di parte generale).

RATIO l’art. 110 non svolge una funzione incriminatrice ma di disciplina della vicenda criminosa

concorsuale, la quale, essendo plurisoggettiva, ha un disvalore più grave rispetto ad una vicenda criminosa

monosoggettiva, perché, le condotte di partecipazione sono più pericolose e rendono più probabile l'offesa al

bene giuridico tutelato (l'unione fa la forza e più disvalore!).

Gli artt. ss. al 110, come ad es. il 112, prevede una serie di circostanze AGGRAVANTI, che aggravano la

pena, nelle ipotesi in cui il reato monosoggettivo viene realizzato da 5 o più persone, o laddove vi sia

un’istigazione a commettere un reato da colui che esercita un’autorità.

Art. 112 c.p. – Circostanze aggravanti

da infliggere per il reato commesso è aumentata:

“La pena

1) se il numero delle persone, che sono concorse nel reato, è di cinque o più, salvo che la legge disponga

altrimenti;”

Rispetto a questi casi il 110 svolge una funzione di disciplina, cioè di rendere applicabili a queste vicende le

norme di reato.

Dunque, il 110 svolge 2 funzioni:

1. Funzione di incriminazione con riferimento alle condotte di concorso nel reato che sono atipiche rispetto

alla fattispecie monosoggettiva;

2. Funzione di disciplina rispetto alle condotte di partecipazione che sono già tipiche, il 110 disciplina la

pericolosità della realizzazione plurisoggettiva del reato.

Nel concorso eventuale di persone i soggetti che concorrono, a prescindere dal tipo di

contributo/partecipazione che realizzano, rispondono tutti, in linea di principio, con la pena prevista per il

reato commesso, perché il nostro sistema ha adottato il modello unitario di disciplina per il concorso di

persone.

Successivamente il giudice, attraverso dei meccanismi previsti dall’artt. 114 c.p. (circostanze

ATTENUANTI) o 112 (circostanze AGGRAVANTI), può graduare la pena, a seconda del grado di

disvalore del singolo soggetto all’interno della partecipazione di reato (preparazione e esecuzione), se ad es. il

contributo del reo è stato di minimo valore.

Art. 114 – Circostanze attenuanti

“Il giudice, qualora ritenga che l'opera prestata da taluna delle persone che sono concorse nel reato a norma degli

articoli 110 e 113 abbia avuto minima importanza nella preparazione o nell'esecuzione del reato, può diminuire la pena.

Tale disposizione non si applica nei casi indicati nell'articolo 112 (aggravanti). 194

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

La pena può altresì essere diminuita per chi è stato determinato a commettere il reato o a cooperare nel reato,

quando concorrono le condizioni stabilite nei numeri 3 e 4 del primo comma e nel terzo comma dell'articolo 112.”

TENTATIVO DI REATO IN CONCORSO si ha quando il reato di concorso non si realizza.

Es. 1 – Tizio, Caio e Sempronio si distribuiscono i compiti e vanno a realizzare la rapina, ma non riescono a

portarla a termine. Fanno violenza o minaccia, sottraggono ma non riescono a portare via i beni perché arriva

polizia e blocca la vicenda criminosa.

I soggetti hanno realizzato un tentativo di rapina in concorso, perchè l'atto è idoneo e diretto alla rapina:

tecnicamente anche questa è fattispecie autonoma, ed è data dalla combinazione del 110 + 56 + 628:

56 + 628 = tentativo del reato di rapina

+

110 = la realizzazione plurisoggettiva

Es. 2 – Tizio, Caio e Sempronio si accordano reciprocamente e si istigano a commettere un reato. Preparano i

mezzi, pensano al come e a quando, ma il giorno dopo cambiano idea.

Abbiamo un tentativo di concorso di reato di rapina? (no. Delitto misure di sicurezza (pagg. 59, 177, 221)

Problema, perchè il comportamento dei soggetti presenta un pò di disvalore, quindi, in virtù del p. di legalità

si necessita di una copertura legale, di una norma che consente di incriminare questo comportamento.

Il nostro ordinamento non punisce il tentativo di concorso, perchè l'art. 115 disciplina l’accordo per

commettere un reato, stabilisce espressamente che l'accordo non è perseguito penalmente.

Art. 115 c.p. – Accordo per commettere un reato. Istigazione

qualora due o più persone si accordino allo scopo di commettere un reato, e

“Salvo che la legge disponga altrimenti,

questo non sia commesso, nessuna di esse è punibile per il solo fatto dell'accordo.

Nondimeno, nel caso di accordo per commettere un delitto, il giudice può applicare una misura di sicurezza.

Le stesse disposizioni si applicano nel caso di istigazione a commettere un reato, se la istigazione è stata

accolta, ma il reato non è stato commesso.

Qualora la istigazione non sia stata accolta, e si sia trattato d'istigazione a un delitto, l'istigatore può essere

sottoposto a misure di sicurezza.”

MA, salvo:

- casi particolari “che la legge non disponga altrimenti”;

- Se si tratta di un delitto: il giudice può applicare una misura di sicurezza a tutti, nondimeno all’istigatore;

- Se si stratta di un reato: se l’istigazione è stata accolta, si applica una misura di sicurezza.

Siccome abbiamo però una volontà criminosa che emerge, il c. 2 e 4 dice che questi soggetti possono essere

suscettibili di misure di sicurezza (non una pena), ad una misura volta a neutralizzare la loro pericolosità

sociale.

La fattispecie di CONCORSO è autonoma (110+) ed è composta da:

1. il reato previsto dalla norma di parte speciale che si deve realizzare,

2. e la condotta di partecipazione, legata soggettivamente alla rapina o comunque al fatto tipico di reato

previsto dalla norma di parte speciale.

È una fattispecie:

1) plurisoggettiva;

2) secondo elemento di questa fattispecie è il fatto di reato, sul quale convergono le condotte: gli elementi

essenziali della fattispecie incriminatrice di parte speciale, diventano tutti elementi essenziali della

fattispecie di concorso eventuale che li mutua tutti dalla fattispecie di parte speciale.

3) la condotta di partecipazione (il 110).

Quello che crea più problemi è la condotta di concorso, perchè la norma (110) stabilisce che è punito

chiunque concorre nella partecipazione del reato (i 3 es. sono di sicura rilevanza di partecipazione nel reato),

ma nella realtà non sempre è facile capire quando la condotta concorsuale è penalmente rilevante. 195

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

LE CONDIZIONI CHE POSSONO SEMBRARE DI PARTECIPAZIONE:

Possono essere giuridicamente condotte di partecipazione, ma si dovrà individuare i criteri, le condizioni in

presenza delle quali il contributo concorsuale può dirsi tipico ai sensi del 110. Bisogna capire qual è il

disvalore rilevante per l'ordinamento.

Il problema è di TASSATIVITA' e di DETERMINATEZZA, perchè spetta agli interpreti stabilire quali

sono le condizioni in presenza delle quali una condotta può dirsi concorsuale ai sensi del 110, e significa che il

110 è una norma che va riempita da parte dell'interprete, e che non è proprio determinata.

Questo è il problema del concorso eventuale di persone, che non è un problema di legalità, perchè è

coperto dal 110 e la riserva di legge è salvaguardata, quel che nasce è un problema di determinatezza.

Leggendo la norma non siamo in grado di dire quali sono le condotte concorsuali, dobbiamo trovare un

equilibrio fra le esigenze di prevenzione e le esigenze di garanzia.

Questo problema non si pone nell'es. C., dove lì la legalità, sotto il profilo anche di determinatezza è

salvaguardato, perchè è coperto dal 628.

Ma il problema nasce dalla condotta atipica del 628, ma che in qualche modo è legata alla realizzazione del

reato di rapina.

Es. Ho dato uno strumento da scasso al soggetto che voleva scassinare la cassaforte e questo strumento non è

stato poi utilizzato. Oppure il palo alla fine non fa niente.

Il criterio è il CRITERIO DELLA CAUSALITA’: è quello secondo il quale, eliminando il contributo, il

reato non si sarebbe realizzato. Tutte le volte che il contributo non è causale nascono i problemi, allora occorre

trovare lì i criteri per trovare un equilibrio fra esigenze di prevenzione e di garanzia.

3. ISTITUTO DELLE CIRCOSTANZE:

REATO CIRCOSTANZIATO

L’altra forma di manifestazione del reato è l’Istituto delle circostanze, il quale si lega:

- con la teoria generale del reato e le forme di manifestazione del reato

- e alla commisurazione della pena.

Proprio perchè in parte reato ed in parte teoria generale del reato e forma di manifestazione del reato.

Si parte dalla commisurazione della pena (Cap. IX – Punibilità – quarto livello del reato), così siamo in

grado di capire le circostanze di reato.

COMMISURAZIONE DELLA PENA

(anticipo del 4° livello del reato: Cap. la punibilità)

Art. 132 c.p. – Potere discrezionale del giudice nell’applicazione della pena: limiti

“Nei limiti fissati dalla legge, il giudice applica la pena discrezionalmente; esso deve indicare i motivi che giustificano

l’uso di tale potere discrezionale.

Nell’aumento o nella diminuzione della pena non si possono oltrepassare limiti stabiliti per ciascuna specie di

pena, salvi i casi espressamente determinati dalla legge”.

Ogni fattispecie incriminatrice ha la descrizione del fatto e la sua sanzione, la pena nella sua forma di

comminatoria edittale.

La COMMINATORIA EDITTALE può essere:

1. pena fissa (rarità che pongono problemi in merito alla prevenzione speciale e p. di proporzione). Es. art.

630, c. 2 c.p. – Sequestro di persona. Dove si prevede la pena di 30 anni in caso di morte non voluta del

sequestrato e l’ergastolo in caso di morte voluta del sequestrato. Omicidio aggravato art. 576 c.p.

2. pene con un minimo e il massimo: compasso edittale.

Tendenzialmente le fattispecie incriminatrici prevedono tra un minimo ed un massimo edittale, e se non lo

prevedono, in realtà, lo traggono dalla parte generale.

Es. il furto è punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni (comminatoria edittale in astratto). 196

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COMPASSO EDITTALE: il giudice deve discrezionalmente quantificare la pena, e questa attività di

quantificazione prende il nome, sul piano tecnico, di commisurazione della pena. Deve dire se lo punisce 6,

8, 9 mesi fino ad un massimo edittale di 3 anni.

c. 2: “Nell’aumento o nella diminuzione della pena non si possono oltrepassare i limiti stabiliti”.

Il giudice, se un furto ex art. 624 punisse con una pena di 4 anni, compierebbe un atto illegittimo, perché

deve stare entro i limiti del compasso edittale previsto dalla norma incriminatrice attività discrezionale.

Come esercita il giudice l’attività discrezionale?

Il giudice la esercita valutando le circostanze e, a supporto della sua attività discrezionale vi è l’art. 133 c.p.

FATTORI O CIRCOSTANZE c.d. IMPROPRIE

I fattori o le circostanze improprie rientrano nella commisurazione in senso stretto, e il giudice, se non sono

presenti le circostanze proprie, quantifica e commisura la pena in base all’art. 133 c.p.

Gli indici del 133, che attengono all’attività di commisurazione della pena prendono il nome di fattori o

circostanze c.d. improprie e servono a quantificare la pena, aumentandola o diminuendola sulla base di certi

fattori.

Art. 133, c.1 c.p. – Gravità del reato: valutazione agli effetti della pena

“Nell’esercizio del potere discrezionale indicato nell’articolo precedente, il giudice deve tenere conto della gravità del

reato, desunta:

1) dalla natura, dalla specie, dai mezzi, dall’oggetto, dal tempo, dal luogo e da ogni altra modalità

dell’azione; modalità della condotta

2) dalla gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato; offensività

3) dalla intensità del dolo o dal grado della colpa.” elemento soggettivo

GRAVITÀ DEL REATO: richiama il principio di proporzione, perché la pena deve essere proporzionata

alla gravità del fatto (e volendo anche p. di retribuzione)

Gli indici, fattori e circostanze della gravità del reato sono indicate all’art. 133, c. 1:

1) n. 1 attiene alle modalità della condotta (contesto, mezzi, dove, come e quando si svolge l’azione).

2) n. 2 attiene alla dimensione dell’offensività (danno e pericolo quantificabile).

3) n. 3 attiene all’elemento soggettivo (intensità del dolo e gravità della colpa).

Alla luce di tutte queste circostanze il giudice determina la gravità del fatto (più grave/meno grave).

Es. Tizio realizza un furto nei confronti di una persona anziana o di un uomo di 180 cm (un armadio).

Sottrae 300,00 euro oppure una valigetta da 3.000.000,00 di euro. Il tutto cambia sul piano edittale. Tizio ha

commesso il fatto con dolo intenzionale o con dolo eventuale.

Art. 133, c. 2 capacità a delinquere pericolosità sociale misure di sicurezza

“Il giudice deve tener conto, altresì, della capacità a delinquere del colpevole, desunta:

1) dai motivi a delinquere e dal carattere del reo;

2) dai precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al reato;

3) dalla condotta contemporanea o susseguente al reato;

4) dalle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo.”

L’art. 133, c. 2 stabilisce che, il giudice, oltre a tener conto della gravità del reato deve (è obbligato) tener

conto anche della capacità a delinquere del colpevole.

CAPACITÀ DI DELINQUERE DEL REO - PROGNOSI DI RECIDIVA - PERICOLOSITÀ

SOCIALE –MISURE DI SICUREZZA La giurisprudenza lo interpreta in termini di esigenze di

prevenzione speciale, cioè esigenze rieducative o risocializzanti. Le misure di sicurezza si applicano in virtù

della prevenzione speciale (vedi cap. punibilità pag. 214).

1) “motivi a delinquere dal carattere del reo”:

- carattere irascibile. 197

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

- soggetto tendenzialmente violento: magari non era violento con le persone ma usava violenza sulle

cose.

2) “dai precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al reato”:

- Se è recidivo.

3) “dalle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo”:

- Adattamento o disattamento sociale. Si guarda anche il contesto familiare del reo.

Dunque, la pena si commisura tra un massimo ed un minimo edittale stabilito dal legislatore, e la si commisura

attraverso gli indici, fattori, circostanze indicate dall’art. 133 c.p..

In realtà queste circostanze sono distinti in due aspetti:

1. gravità del reato (art. 133, c. 1 c.p.) risponde alla proporzione, e volendo risponde anche alla

retribuzione;

2. capacità a delinquere (art. 133, c. 2 c.p.) tradotto come esigenze special preventive, dove il giudice

valuta se il reo ha bisogno di rieducazione o risocializzazione.

Come opera il c. 2 del 133 c.p.?

Es. Tizio ha commesso il fatto, e sulla base alla gravità del reato, alla luce dei vari indici del c. 1 (condotta,

offensività del bene, intensità dell’elemento soggettivo) il giudice quantifica la pena ad es. in 2 anni sulla

base della gravità del reato, tenendo anche conto del soggetto agente nel suo complesso, al fine di valutare le

esigenze rieducative.

Ma, in questa operazione di quantificazione della pena, vi è il RISCHIO DI ECCESSO PUNITIVO, perché

e non il reato, e pertanto può determinare un aumento di pena, sempre nei limiti del

il c. 2 riguarda la persona

compasso edittale presente nella fattispecie incriminatrice.

Oltre a ciò vi è un RISCHIO DI ECCESSO PREVENTIVO MEDIANTE LA PREVENZIONE

SPECIALE.

Pertanto, le esigenze di prevenzione speciale possono essere prese in considerazione soltanto in termini

favorevoli al reo: se ad es. si prevede una pena di 2 anni, questa pena deve coincidere sia con la gravità del

reato ma anche con le esigenze rieducative.

n merito al c. 2:

I

- se il giudice ha di fronte un soggetto particolarmente educato e adattato, abbasserà la pena, perché le

esigenze preventive operano dentro il limite della proporzione, della colpevolezza.

- Al contrario, la pena tenderà ad alzarsi.

La giurisprudenza interpreta la capacità a delinquere come pericolosità sociale.

FATTORI O CIRCOSTANZE PROPRIE

Le circostanze proprie sono elementi fattuali, fattori che attengono alla vicenda criminosa, ai quali il

legislatore attribuisce rilevanza giuridica attraverso una previsione legale, che implica un mutamento del

trattamento sanzionatorio, perché se sussistono, la pena è aumentata o diminuita. È una commisurazione in

senso stretto che implica il cambiamento del compasso edittale e la tipologia della pena: prima il giudice

applica la circostanza proprie e dopo applica il 133.

Il reato circostanziato può presentare:

- un qualcosa di più (CIRCOSTANZE AGGRAVANTI rispetto alla fattispecie incriminatrice di parte

speciale) esprimono un disvalore del fatto più accentuato che aggrava la posizione del soggetto agente, e

il giudice applicherà un compasso edittale maggiore rispetto alla pena prevista dalla fattispecie

incriminatrice di parte speciale; 198

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

- oppure qualcosa di meno (CIRCOSTANZE ATTENUANTI rispetto alla fattispecie incriminatrice di

parte speciale) esprimono un disvalore del fatto più attenuato, e il giudice terrà conto della condotta del

soggetto agente, condotta che presenta un minor disvalore rispetto alla fattispecie incriminatrice di parte

speciale, applicando una pena minore.

- Le circostanze aggravanti e attenuanti possono essere:

a. Circostanze PROPRIE: servono ad aumentare o diminuire la pena sulla base di certi fattori e sono

previste all’interno della fattispecie incriminatrice di parte speciale, dove il legislatore, attraverso una

descrizione dettagliata impone al giudice di prenderle in considerazione e di rideterminare il compasso

edittale al fine di commisurare la pena (es. artt. 628, c. 3, 625, 576 c.p.).

Nelle circostanze proprie fanno anche parte:

- Circostanze DI PARTE GENERALE: circostanze già previste all’interno della parte generale per

tutti i reati a cui possono combinarsi (art. 61 c.p. – circostanze aggravanti comuni e art. 62 c.p.

circostanze attenuanti comuni);

- Circostanze DI PARTE SPECIALE: circostanze relative a specifici fatti di reati (artt. 625, 628,

576 c.p.);

- Circostanze PROPORZIONALI: (commisurazione in senso stretto) comportano un mutamento

della pena in modo proporzionale e la commisurazione è in senso stretto (la pena è aumentata o

diminuita fino ad 1/3 o di 2/3; è di 1/3 o di 2/3). Prima il giudice commisura la pena in base all’art.

133 e dopo effettua una diminuzione o aumento proporzionale di 1/3 o di 2/3;

- Circostanze NON PROPORZIONALI (commisurazione in senso lato): sono circostanze

improprie e il 133 ha uno spazio ridotto. Possono essere:

1. Circostanze INDIPENDENTI: vuol dire nuovo compasso edittale e il giudice prima ridetermina

il compasso edittale e poi commisura la pena prevedono un compasso edittale diverso da quello

previsto dalla fattispecie incriminatrice di parte speciale (es. circostanza indipendente 624 – furto

è punito da 6 mesi a 3 anni; 625 – furto che è punito da 1 anno a 6 anni);

2. Circostanze AUTONOME: comportano un mutamento della pena (es. 576 – omicidio è previsto

l’aggravante e dalla reclusione da 21 a 30 anni (pena temporanea) si passa all’ergastolo (morte

civica, pena perenne).

b. Circostanze IMPROPRIE: servono ad aumentare o diminuire la pena sulla base di certi fattori

presenti nella condotta del reato, offensività del bene giuridico tutelato e intensità dell’elemento

soggettivo (gravità del reato) e dalla capacità a delinquere del reo. La descrizione da parte del

legislatore non è dettagliata e delega al giudice la sua valenza, il quale, attraverso la sua attività

discrezionale può prenderli in considerazione nella commisurazione della pena ma dentro il compasso

edittale dettato dal legislatore (art. 133 c.p.).

Se il reato circostanziale si presenta come:

- un CONCORSO ETEROGENEO di circostanze art. 69 c.p. : il giudice deve capire se siamo in presnza o

meno di 1 o + circostanze. Il soggetto agente, nella sua condotta tipica di reato ha integrato sia le

circostanze attenuati e sia le aggravanti. In questo caso il giudice effettuerà un BILANCIAMENTO

DELLE CIRCOSTANZE al fine di commisurare la pena e applicherà, quali tra le due (attenuanti o

aggravanti) risultano essere prevalenti; mentre se sono equivalenti (1 aggravante e 1 attenuate) le elimina;

infine, se il soggetto agente è recidivo o in caso di omicidio stradale, il giudice non applicherà le attenuanti

(blindatura del giudizio di bilanciamento).

- CONCORSO OMOGENEO: è composto da circostanze proporzionali o non proporzionali.

a. CIRCOSTANZE AGGRAVANTI COMUNI

Art. 61 c.p. – Circostanze aggravanti comuni

“Aggravano il reato, quando non ne sono elementi costitutivi o circostanze aggravanti speciali, le circostanze seguenti:

1) l'avere agito per motivi abietti o futili;

2) l'aver commesso il reato per eseguirne od occultarne un altro, ovvero per conseguire o assicurare a sé o

ad altri il prodotto o il profitto o il prezzo ovvero la impunità di un altro reato; 199

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

3) l'avere, nei delitti colposi, agito nonostante la previsione dell'evento;

4) l'avere adoperato sevizie, o l'aver agito con crudeltà verso le persone;

5) l’avere profittato di circostanze di tempo, di luogo o di persona, anche in riferimento all’età, tali da

ostacolare la pubblica o privata difesa;

6) l'avere il colpevole commesso il reato durante il tempo in cui si è sottratto volontariamente alla

esecuzione di un mandato o di un ordine di arresto o di cattura o di carcerazione, spedito per un precedente reato;

7) l'avere, nei delitti contro il patrimonio, o che comunque offendono il patrimonio, ovvero nei delitti

determinati da motivi di lucro, cagionato alla persona offesa dal reato un danno patrimoniale di rilevante gravità;

8) l'avere aggravato o tentato di aggravare le conseguenze del delitto commesso;

9) l'aver commesso il fatto con abuso dei poteri, o con violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione o

a un pubblico servizio, ovvero alla qualità di ministro di un culto;

10) l'avere commesso il fatto contro un pubblico ufficiale o una persona incaricata di un pubblico servizio, o

rivestita della qualità di ministro del culto cattolico o di un culto ammesso nello Stato, ovvero contro un agente

diplomatico o consolare di uno Stato estero, nell'atto o a causa dell'adempimento delle funzioni o del servizio;

11) l'avere commesso il fatto con abuso di autorità o di relazioni domestiche, ovvero con abuso di relazioni di

ufficio, di prestazione d'opera, di coabitazione, o di ospitalità;

11-bis) l'avere il colpevole commesso il fatto mentre si trova illegalmente sul territorio nazionale; abrogato

11-ter) l'aver commesso un delitto contro la persona ai danni di un soggetto minore all'interno o nelle adiacenze

di istituti di istruzione o di formazione;

11-quater) l'avere il colpevole commesso un delitto non colposo durante il periodo in cui era ammesso ad una

misura alternativa alla detenzione in carcere;

11-quinquies) l'avere, nei delitti non colposi contro la vita e l'incolumità individuale, contro la libertà personale

nonché nel delitto di cui all'art. 572 del c.p., commesso il fatto in presenza o in danno di un minore di anni diciotto

ovvero in danno di persona in stato di gravidanza.”

Art. 61 c.p. : CIRCOSTANZE AGGRAVANTI COMUNI Aggravano il reato quando non sono presenti

elementi costitutivi o circostanze aggravanti speciali (contenute nella parte speciale):

1) “l’aver agito per motivi abietti o futili”: es. omicidio per una lite al semaforo.

2) “l’aver commesso il reato per eseguire od occultarne un altro, ovvero per conseguire verso altri il

prodotto o il profitto o il prezzo ovvero l’impunità di un altro reato”: il soggetto agente ha già commesso

il reato ma nell’esecuzione ne commette un altro, e pertanto il successivo è collegato al precedente reato.

Rispetto al secondo reato, se è per occultarne un altro, per conseguirne il prodotto o il profitto o l’impunità,

al secondo reato si applica una circostanza aggravante.

4) “l’avere adoperato sevizie, o aver agito con crudeltà verso le persone”: es. il caso dei due ragazzi che

avevano invitato l’amico ad un festino e lo hanno torturato ed ucciso.

8) “l'avere, nei delitti contro il patrimonio, o che comunque offendono il patrimonio, ovvero nei delitti

determinati da motivi di lucro, cagionato alla persona offesa dal reato un danno patrimoniale di

rilevante gravità”: es. se ho sottratto una somma considerevole di denaro.

Art. 62 c.p. – Circostanze attenuanti comuni

“Attenuano il reato, quando non ne sono elementi costitutivi o circostanze attenuanti speciali, le circostanze seguenti:

1) l'aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale;

determinato da un fatto ingiusto altrui;

2) l'aver agito in stato di ira,

3) l'avere agito per suggestione di una folla in tumulto, quando non si tratta di riunioni o assembramenti

vietati dalla legge o dall'Autorità, e il colpevole non è delinquente o contravventore

abituale o professionale o delinquente per tendenza;

4) l'avere nei delitti contro il patrimonio, o che comunque offendono il patrimonio, cagionato alla persona

offesa dal reato un danno patrimoniale di speciale tenuità, ovvero, nei delitti determinati da motivi di lucro, l'avere

agito per conseguire o l'avere comunque conseguito un lucro di speciale tenuità, quando anche l'evento dannoso o

pericoloso sia di speciale tenuità;

5) l'essere concorso a determinare l'evento, insieme con la azione o l'omissione del colpevole, il fatto doloso

della persona offesa; mediante il risarcimento di esso, e, quando sia

6) l'avere, prima del giudizio, riparato interamente il danno,

possibile, mediante le restituzioni; o l'essersi prima del giudizio e fuori del caso preveduto nell'ultimo capoverso 200

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

dell'articolo 56, adoperato spontaneamente ed efficacemente per elidere o attenuare le conseguenze dannose o

pericolose del reato.”

3. CIRCOSTANZE AGGRAVANTI SPECIALI:

Le circostanze speciali sono elementi, fattori presenti al momento della realizzazione del reato ai quali il

legislatore attribuisce rilevanza con una previsione espressa e dettagliata, e il giudice deve tener conto durante

la commisurazione della pena.

Art. 576 – Circostanze aggravanti. Ergastolo - OMICIDIO

“Si applica la pena dell'ergastolo se il fatto preveduto dall'articolo precedente è commesso:

1) col concorso di taluna delle circostanze indicate nel numero 2 dell'articolo 61 (già commesso un altro

reato); 2) contro l'ascendente o il discendente, quando concorre taluna delle circostanze indicate nei numeri 1 e 4

dell'articolo 61 (motivi abbietti o futili e adoperato sevizie o crudeltà) o quando è adoperato un mezzo venefico o un

altro mezzo insidioso ovvero quando vi è premeditazione;

per sottrarsi all'arresto, alla cattura o alla carcerazione ovvero per procurarsi i mezzi di

3) dal latitante,

sussistenza durante la latitanza;

4) dall'associato per delinquere, per sottrarsi all'arresto, alla cattura o alla carcerazione;

5) in occasione della commissione di taluno dei delitti previsti dagli articoli 572 (maltrattamenti in

famiglia), 600 bis (prostituzione minorile), 600 ter (pornografia minorile), 609 bis (violenza sessuale), 609 quater

(atti sessuali con minorenni) e 609 octies (violenza sessuale di gruppo);

previsto dall’articolo 612 bis (atti persecutori) nei confronti della stessa persona

5.1) dall’autore del delitto

offesa; 5 bis) contro un ufficiale o agente di polizia giudiziaria, ovvero un ufficiale o agente di pubblica sicurezza,

nell'atto o a causa dell'adempimento delle funzioni o del servizio.

È latitante, agli effetti della legge penale, chi si trova nelle condizioni indicate nel numero 6 dell'articolo 61.”

Queste circostanze aggravanti speciali dell’art. 576 c.p., in merito all’omicidio, comportano l’applicazione

della pena dell’ergastolo (pena fissa).

Art. 625 c.p. – Circostanze aggravanti - FURTO

“La pena per il fatto previsto dall'art. 624 è della reclusione da uno a sei anni e della multa da centotre euro a

milletrentadue euro:

[1) se il colpevole, per commettere il fatto, si introduce o si trattiene in un edificio o in un altro luogo destinato

ad abitazione]; soppresso

2) se il colpevole usa violenza sulle cose o si vale di un qualsiasi mezzo fraudolento;

senza farne uso;

3) se il colpevole porta indosso armi o narcotici,

4) se il fatto è commesso con destrezza, [ovvero strappando la cosa di mano, o di dosso alla persona]

soppresso;

5) se il fatto è commesso da tre o più persone, ovvero anche da una sola, che sia travisata o simuli la qualità di

pubblico ufficiale o d'incaricato di un pubblico servizio;

6) se il fatto è commesso sul bagaglio dei viaggiatori in ogni specie di veicoli, nelle stazioni, negli scali o

banchine, negli alberghi o in altri esercizi ove si somministrano cibi o bevande;

7) se il fatto è commesso su cose esistenti in uffici o stabilimenti pubblici, o sottoposte a sequestro o

a pignoramento, o esposte per necessità o per consuetudine o per destinazione alla pubblica fede, o destinate a

pubblico servizio o a pubblica utilità, difesa o reverenza;

7-bis) se il fatto è commesso su componenti metalliche o altro materiale sottratto ad infrastrutture destinate

all'irrogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni o di altri servizi pubblici e gestite da soggetti

pubblici o da privati in regime di concessione pubblica;

8) se il fatto è commesso su tre o più capi di bestiame raccolti in gregge o in mandria, ovvero su animali

bovini o equini, anche non raccolti in mandria.

8 bis) se il fatto è commesso all’interno di mezzi di pubblico trasporto;

8 ter) se il fatto è commesso nei confronti di persona che si trovi nell’atto di fruire ovvero che abbia appena

fruito dei servizi di Istituti di credito, uffici postali o sportelli automatici adibiti al prelievo di denaro.

Se concorrono due o più delle circostanze prevedute dai numeri precedenti, ovvero se una di tali circostanze

concorre con altra fra quelle indicate nell'articolo 61, la pena è della reclusione da tre a dieci anni e della multa da

duecentosei euro a millecinquecentoquarantanove euro.” 201

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Le circostanze aggravanti per il furto prevedono una pena da 1 a 6 anni di reclusione + multa (pena

cumulativa) se è presente una solo circostanza aggravante prevista dal 625;mentre se concorrono due o +

circostanze aggravanti del 625, la pena è ulteriormente aumentata da 3 a 10 anni di reclusione + la multa:

Se il colpevole usa violenze sulle cose: es. per rubare la bicicletta rompe il lucchetto o si avvale di un

qualsiasi mezzo fraudolento.

Se il colpevole porta addosso armi o narcotici senza farne uso: l’ordinamento ritiene che abbia creato una

situazione di pericolosità per l’incolumità del soggetto.

Se il fatto è commesso con destrezza: è una particolare abilità esecutiva nella sottrazione del bene. La

destrezza si riferisce alla condotta, alla modalità di condotta.

Pertanto:

a. le circostanze improprie servono a quantificare la pena, aumentandola o diminuendola sulla base di certi

fattori (133 –gravità del reato e capacità a delinquere).

b. Le circostanze proprie sono circostanze che servono ad aumentare o attenuare la pena sulla base di

determinati fattori (rideterminazione del compasso edittale).

Sia le circostanze proprie che improprie, hanno a che fare con la commisurazione della pena.

133, c. 1 e 2 circostanze (comuni e speciali)

Improprie proprie

Descrizione generica e il legislatore delega il giudice descrizione dettagliata della circostanza

Valenza è del giudice (può) valenza è del legislatore (il giudice deve)

Presa in considerazione del giudice presa in considerazione è del legislatore

L’operatività del giudice è dentro il compasso edittale il legislatore rideterminata la pena prevista

dalla fattispecie di parte speciale

Perché il legislatore prevede le circostanze aggravanti o attenuanti speciali?

È come se il legislatore infilasse la mano nel 133, prende qualche cosa di rilevante e lo tira fuori dal 133 per

qualificarlo come circostanza propria.

Es. se il legislatore non avrebbe previsto la destrezza nel 625, la destrezza sarebbe valutata nel 133.

DIFFERENZE tra CIRCOSTANZE IMPROPRIE e PROPRIE:

1) DESCRIZIONE: le circostanze improprie non sono descritte. Sono modalità della condotta in termini

generici, dove il giudice può (facoltà) attribuire rilevanza ad una attenuante o aggravante, in base al 133

alla natura, specie, dai mezzi, dall’oggetto, dal tempo, dal luogo e da ogni altra modalità dell’azione.

Il legislatore delega in bianco il giudice ai fini della rilevanza di un fattore che attenua o che aggrava il

reato.

Viceversa, nelle circostanze proprie, la descrizione è tipica, determinata e dove il legislatore descrive con

esattezza l’episodio di vita. Es. nell’omicidio è stato utilizzato un mezzo venefico (576) o nel furto la

destrezza (625).

2) VALENZA: nel 133 non troviamo scritto se la circostanza attenua o aggrava e sarà il giudice a stabilirlo;

mentre nelle circostanze si, perché è lo stesso legislatore a qualificare un certo fattore come aggravante o

attenuante ed obbliga il giudice a considerare quel fattore come circostanza aggravante o attenuante.

Inoltre, nel 133, se non è presente una circostanza propria della fattispecie di parte speciale, un fattore sarà

valutato in modo discrezionale dal giudice, dunque potrebbe essere valutato come anche non valutato.

Es. Non è presente nel 625 la destrezza e c’è soltanto la circostanza impropria (133). Il giudice può non

dare tanta rilevanza alla destrezza, limitandosi a quantificare la pena del furto (624).

3) PRESA IN CONSIDERAZIONE: è rimessa al giudice nel 133; mentre, nel caso delle proprie, è rimessa

al legislatore. Solo attraverso una previsione legale il giudice è costretto a considerarla. La circostanza 202

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

aggravante la prenderà sicuramente in considerazione il PM; mentre l’avv. cercherà di mettere in risalto

un’eventuale circostanza attenuante, costringendo il giudice a prenderla in considerazione.

4) Le circostanze IMPROPRIE 133 operano all’interno del compasso edittale, attraverso un minimo ed un

massimo edittale (furto da 6 mesi a 3 anni).

Mentre le circostanze PROPRIE incidono sul profilo edittale andando a riquantificare la pena.

- Le circostanze PROPRIE, sotto il profilo del trattamento sanzionatorio, si dividono in due categorie:

Circostanze proporzionali: commisurazione in senso stretto;

1. Circostanze non proporzionali (commisurazione in senso lato), si dividono in:

2. - Indipendenti: nuovo compasso edittale.

- Autonome: nuova pena.

1. CIRCOSTANZE PROPORZIONALI (133 - improprie): prima il giudice effettua una

commisurazione della pena in senso stretto (133) e successivamente applica l’aumento o diminuzione

proporzionale (aumentata fino ad 1/3, di 1/3, di 2/3, fino a 2/3; oppure diminuita fino ad 1/3, di 1/3, di

2/3, fino a 2/3), a seconda della presenza o meno nel reato di una circostanza aggravante o attenuante.

Es. Il giudice commisura la pena con un massimo edittale di 3 anni, a questo punto applica la

circostanza aggravante con un aumento di 1/3: 1/3 di 3 è 1 = 3 + 1 = 4 (anni).

2. CIRCOSTANZE NON PROPORZIONALI (proprie – 625; 576): è una commisurazione della pena

in senso lato, dove il giudice prima applicherà la circostanza di reato e dopo commisurerà la pena in

senso stretto. Le circostanze non proporzionali possono essere circostanze:

a. INDIPENDENTI: prevedono un compasso edittale diverso da quello previsto dalla fattispecie base,

e il giudice prima ridetermina il compasso edittale e poi commisurazione della pena, ad es. se la pena

prevista è da 1 a 6, il giudice si mantiene all’interno del compasso edittale e stabilisce 5 anni.

Es. furto art. 624 è punito da 6 mesi a 3 anni, ma al 625 il furto aggravato è punito da 1 a 6 anni, e

se sono presenti più di due aggravanti, da 3 a 10 anni.

b. AUTONOME: comportano un mutamento della pena edittale. Es. omicidio art. 576 ergastolo.

Per l’omicidio del 575 si prevede una pena da 21 a 30 anni di reclusione (pena temporanea), ma nel

576 si passa ad una pena fissa dell’ergastolo (pena perenne).

Sia le e circostanze proporzionali che non proporzionali condizionano il compasso edittale, perché le

proporzionali possono sfondare il compasso edittale, andando oltre a quanto stabilito dal legislatore

attraverso il precetto penale.

In quelle non proporzionali addirittura cambia il compasso edittale e non è detto che il giudice vada oltre

al compasso edittale previsto dal legislatore, ma può rimanere dentro.

Ulteriormente:

- Se il CONCORSO è ETEROGENEO, il giudice effettua un bilanciamento delle circostanze aggravanti ed

attenuanti.

- Se il CONCORSO è OMOGENEO, il giudice applicherà le circostanze proporzionali o non proporzionali.

Detto ciò, se vogliamo che un reato concreto, realizzato in un momento storico, abbia la giusta pena

corrispondente al disvalore del fatto, sta al giudice dare la sua rilevanza, perché il legislatore agisce sempre in

astratto. Il giudice ad es. potrà valutare l’eventuale provocazione della vittima e considerarlo come un

attenuante per il reo, perché in qualche modo la stessa vittima ha concorso alla realizzazione del reato,

provocando il reo. Ma sarà anche vero che poi il reo ha ucciso la vittima procurandogli delle sevizie. E il

giudice valuterà anche i precedenti penali.

Con le circostanze il legislatore vuole vincolare il giudice, perché le circostanze servono a far corrispondere

al meglio il disvalore del fatto con la quantificazione della pena. 203

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Le circostanze proprie, che incidono sulla quantificazione della pena, sono la mano del legislatore

sull’attività discrezionale del giudice, il quale gli impone di dare rilevanza alla destrezza nel furto.

Il nostro codice è del 1930 di stampo fascista, dove la libertà dava noia ovunque si allocasse. Il fascismo

vedeva il giudice come una sorta di esecutore e voleva limitare i margini della sua attività discrezionale.

Effettivamente sono presenti Istituti, soprattutto in ambito sanzionatorio, che operano in termini automatici

con forti automatismi collegati a presunzioni assolute.

Es. la presunzione di pericolosità sociale (art. 133, c. 2 c.p.), una volta che era stata accertata, veniva

considerata presunta e non era più revocabile. Lo Stato, nel momento in cui aveva nelle mani il delinquente,

alla luce di queste presunzioni, diventava un disgraziato.

- la FATTISPECIE BASE: l’art. 575 ha la fattispecie base:“chiunque cagiona la morte di un uomo”.

- La FATTISPECIE CIRCOSTANZIANTE col reato circostanziato si trova, rispetto alla fattispecie base,

in un rapporto di specialità, dove la fattispecie speciale contiene tutti gli elementi costitutivi della fattispecie

base più qualche cosa (+ 1). chiunque cagiona la morte di un uomo

+

rispetto all’uomo c’è un rapporto di discendenza con l’autore del reato = elemento specializzante.

Tra la fattispecie base (senza circostanze) e la fattispecie circostanziata (con la circostanza) c’è un rapporto

di specialità. La fattispecie circostanziata ha sempre un elemento in più:

- per aggiunta: dove il legislatore aggiunge un elemento che la fattispecie base non ha;

- oppure per specificazione dove un requisito viene descritto in modo particolare (omicidio - omicidio

discendente o ascendente).

Le circostanze fanno corrispondere al meglio la gravità del fatto, il quantum sanzionatorio, con l’invadenza del

legislatore nell’ambito della discrezionalità del giudice nella commisurazione della pena.

Perché il legislatore non le tipizza alcune fattispecie aggravate, come ha fatto ad es. nell’infanticidio?

Perché il legislatore vuole incidere sulla commisurazione della pena, ma anche perché la disciplina delle

circostanze ha delle differenze rispetto alla disciplina degli elementi costitutivi. Vi è una differenze di

disciplina. DISCIPLINA DELLE CIRCOSTANZE

La disciplina delle circostanze serve a capire le differenze che intercorrono tra la disciplina degli elementi

costitutivi e la disciplina delle circostanze:

1) La prima differenza che intercorre tra un elemento costitutivo e una circostanza, attiene alla c.d.

IMPUTAZIONE SOGGETTIVA: cioè la relazione che intercorre tra il fatto e il soggetto, e il tutto

dipende se il reato è stato commesso con dolo o colpa:

- Dolo: se il reato è di condotta e evento, la componente volitiva implica una rappresentazione effettiva.

- Colpa: richiede una conoscenza attuale o conoscibilità.

Art. 579, c. 1 – Omicidio del consenziente

“Chiunque cagioni la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con la reclusione da 6 a 15 anni.”

È una fattispecie autonoma, base, ma, rispetto alla fattispecie del 575 ha un disvalore minore.

Il consenso, il soggetto attivo se lo deve rappresentare?

Deve essere consapevole del consenso, deve avere coscienza piena, perché la rappresentazione deve essere

attuale. 204

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

IMPUTAZIONE OGGETTIVA: il criterio di imputazione

Per le CIRCOSTANZE PROPRIE

soggettiva è completamente diverso, a seconda che il reato presenti aggravanti o attenuanti.

Art. 59, c. 1 e 2 c.p. - Circostanze non conosciute o erroneamente supposte

sono valutate a favore dell’agente anche se da lui non

“Le circostanze che attenuano o escludono la pena

conosciute, o da lui per errore ritenute inesistenti. non conoscenza

Le circostanze che aggravano la pena sono valutate a carico dell’agente soltanto se da lui conosciute ovvero

ignorate per colpa o ritenute inesistenti per errore determinato da colpa.” conoscenza

ATTENUANTI l’imputazione è oggettiva, purchè sussistono, e non c’è nessuna relazione con

l’elemento psicologico del reato. È sufficiente che siano presenti nel fatto di reato al fine della loro

imputazione, anche se l’autore li riteneva sconosciute o per errore ritenute inesistenti.

Es. Tizio commette un furto, ed è convinto che quella patacca abbia grande valore, ma è roba da 5 euro.

Si tratta dunque di un danno tenue (circostanza attenuante) e quindi a Tizio sarà imputata oggettivamente,

anche se ritenuta inesistente o ritiene per errore il contrario, ma per il solo fatto che sussiste, gli sarà

imputata, e andrà in contro ad un trattamento sanzionatorio minore rispetto alla fattispecie base del furto.

AGGRAVANTI (art. 59, c. 2) IMPUTAZIONE SOGGETTIVA: per essere imputabili, si richiede la

conoscenza o la conoscibilità degli elementi costitutivi aggravanti.

- questa volta l’imputazione è di tipo soggettivo, perché si richiede conoscenza o conoscibilità;

- è sufficiente la conoscibilità, e non importa che ci sia la conoscenza piena e attuale.

Es. Furto. Realizzo un furto di ingente valore, ma questa volta ignoro che l'orologio sia di Garibaldi. L’ho

visto vecchiotto e pensavo fosse una patacca.

Rispetto a tutti gli elementi costitutivi ho conoscenza, ma, in merito all'ingente valore (circostanza

aggravante) non ho la conoscenza ma la conoscibilità, perché ad es. ho commesso il furto in un museo.

Pertanto, le circostanze aggravanti possono essere imputate con la mera conoscibilità con la

conseguenza che il reo al processo, se si rende conto che quell'elemento era costitutivo, ma lui lo ignorava,

è irrilevante, perché la circostanza aggravante gli verrà imputata anche se non la conosceva ma aveva i

mezzi per poterla conoscere.

Perché le circostanze attenuanti sono imputate oggettivamente e le aggravanti soggettivamente?

L’attenuante è una politica favorevole al reo e attenua la responsabilità. All’ordinamento interessa punire

il fatto come effettivamente è, col suo reale disvalore, al fine di quantificare una pena in termini

corrispondenti al disvalore oggettivo del fatto.

Le circostanze aggravanti sono imputate soggettivamente, ed è sufficiente la conoscibilità, perché

incombe il principio di personalità della responsabilità penale.

Nella storia è presente un filo continuo, dove da una parte abbiamo il passato e dall’altra il futuro e nel

mezzo il presente, che è il punto.

Non c’è cosa peggiore di punire un uomo per un fatto di cui non è responsabile, perché sarebbe una enorme

ingiustizia, perché fuori dalla responsabilità ognuno di noi è libero “non ho fatto nulla o non è colpa mia”.

Custodire il principio di personalità della responsabilità penale è custodire il penale. È la relazione tra il

fatto e il soggetto.

(libro di Federico Stella “Giustizia e modernità. La protezione dell’innocente e la tutela delle

vittime” è un libro dedicato alla causalità e alla protezione dell’innocente.)

2) Seconda differenza: Le circostanze proprie sono suscettibili di un c.d. BILANCIAMENTO

CONCORSO DI CIRCOSTANZE si ha quando, all'interno dello stesso fatto di reato concorrono più

circostanze. Il concorso di circostanze può essere: omogeneo o disomogeneo.

a. CONCORSO OMOGENEO: si ha quando nel fatto di reato sono presenti tutte aggravanti o tutte

attenuanti.

Es. Tizio commette il furto con destrezza (circostanza aggravante) e di ingente valore economico

(circostanza aggravante). 205

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

Il concorso omogeneo cambia a seconda che siamo in presenza di circostanze proporzionali o non

proporzionali: se c'è una circostanza proporzionale e una indipendente, prima il giudice applicherà la

circostanza indipendente, perché ridetermina la cornice edittale, e dopo applicherà la circostanza

proporzionale.

b. CONCORSO DISOMOGENEO (CONCORSO ETEROGENEO): si ha quando il fatto di reato

presenta sia attenuanti che aggravanti (1 attenuante con 3 aggravanti, ecc..).

Es. Tizio ha agito con destrezza, ma ruba una patacca e risarcisce il danno.

Nel concorso disomogeneo il legislatore ha due opzioni:

1. applicare tutte le circostanze: attenuanti ed aggravanti e il risultato dà il quantum della pena il

legislatore non ha adottato questa soluzione.

2. BILANCIAMENTO DELLE CIRCOSTANZE: (adottata dal legislatore) il legislatore impone al

giudice di fare un bilanciamento.

Art. 69, c.1 c.p. – Concorso di circostanze aggravanti e attenuanti

"Quando concorrono insieme circostanze aggravanti e circostanze attenuanti, e le prime (aggravanti) sono

ritenute dal giudice prevalenti, non si tiene conto della diminuzione di pena stabilite dalle circostanze attenuanti,

e si fa luogo soltanto agli aumenti di pena stabiliti per le circostanze aggravanti."

Se, nel giudizio di prevalenza del giudice tra attenuanti o aggravanti, le aggravanti risultano essere

prevalenti rispetto alle attenuanti, il giudice applicherà le aggravanti.

Art. 69, c. 2 c.p.

“Se le circostanze attenuanti sono ritenute prevalenti sulle circostanze aggravanti, non si tien conto dell'aumento

di pena stabilito per queste ultime, e si fa luogo soltanto alla diminuzione di pena stabilite per le circostanze

attenuanti."

In questo caso, la disciplina ribaltata rispetto al c. 1, perché, se nel giudizio di prevalenza il giudice

ritiene che le attenuanti prevalgono sulle aggravanti, applicherà soltanto le attenuanti e farà così sparire

le aggravanti.

Art. 69, c. 3 c.p.

"Se fra le circostanze aggravanti e quelle attenuanti il giudice ritiene che vi sia equivalenza, si applica la pena

che sarebbe inflitta se non concorresse alcuna circostanza."

Infine il c. 3 stabilisce, che nel caso del giudizio, l’esito è della equivalenza tra aggravanti ed attenuanti,

il giudice neutralizza le circostanze facendole tutte scomparire, per ritornare alla fattispecie base.

Quindi, se le aggravanti sono:

- prevalenti si applicano

- soccombenti scompaiono e si applicano le attenuanti

- equivalenti scompaiono tutte e si ritorna alla fattispecie base.

Ulteriore passo in avanti:

1) Primo problema: gli elementi costitutivi vanno incontro ad una certa disciplina e circostanze ad altra

disciplina, dunque, tra elemento costitutivo e circostanza aggravante, di fronte ad una fattispecie

specializzante, è fondamentale capire se l'elemento specializzante è l'elemento costitutivo o

circostanziale, perché nella prassi applicativa può accadere che, rispetto ad alcune fattispecie

specializzanti non siamo in grado capire se si tratta di fattispecie autonome o circostanziali.

Es. Art. 640 bis – Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche

“La pena è della reclusione da uno a sei anni e si procede d'ufficio se il fatto di cui

all'articolo 640 riguarda contributi, finanziamenti, mutui agevolati ovvero altre erogazioni dello stesso tipo,

comunque denominate, concessi o erogati da parte dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità europee.” 206

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

È una fattispecie autonoma. Il 640 bis è in rapporto di specialità col 640 (truffa), perché richiama il 640 e

dopo specifica l’oggetto della truffa, cioè dell’atto dispositivo da parte del truffato e il dispositivo da parte

del truffatore.

Per cui è una fattispecie autonoma e il reo deve avere:

- piena conoscenza del fatto che si deve trattare di erogazioni pubbliche statali,

- se invece era una circostanza, è sufficiente la conoscibilità e mi va in bilanciamento.

- Pertanto il 640 bis neutralizza il 640 e si applica la pena prevista dal 640 bis..

2) Art. 593, c. 3 – Omissione di soccorso

"Se da siffatta condotta del colpevole (trovo un ferito, non lo assisto e non do immediato avviso) deriva una lesione

personale, la pena è aumentata; se ne deriva la morte la pena è raddoppiata."

Elemento costitutivo o circostanza aggravata? Elemento costitutivo.

a. È una fattispecie specializzante perché ci sono tutti i requisiti del 593, c. 1 e 2

b. + (aggiunzione) la lesione personale (nel primo periodo), la morte (nel secondo periodo).

BILANCIAMENTO DELLE CIRCOSTANZE attraverso le circostanze il legislatore vincola il giudice

nell'attività commisurativa della pena. Si parla di COMMISURAZIONE LEGALE, perché è una

commisurazione fortemente disciplinata dalla legge, dal legislatore.

Ma, attraverso il bilanciamento delle circostanze, il giudice ha di nuovo in mano la discrezionalità di ritenere

prevalente o meno attenuanti o aggravanti oppure equivalenza. Detto ciò “si fa reintrodurre dalla finestra ciò

che è stato fatto uscire dalla porta”, perché il legislatore vincola il giudice, ma poi, attraverso l’art. 69 gli dà

lo strumento del bilanciamento e quindi discrezionalità.

Storia: nel 1939 il bilanciamento c'era, ma era fortemente compresso, ridotto, e tante circostanze non

potevano essere bilanciate, e dunque in piena coerenza col disegno del legislatore fascista.

Gli anni '70 aprirono la stagione di Riforme del codice. Il trattamento sanzionatorio era eccessivamente

afflittivo rispetto agli altri Stati Europei e tutte prevedevano come pena la reclusione (sistema carcero-

centrico dove al centro vi è il carcere e non la pena detentiva).

Di fronte ad un sistema fortemente afflittivo, il legislatore decise di porre rimedio non con una Riforma ma

attribuendo una certa discrezionalità al giudice, e il bilanciamento diventò aperto e diventò lo strumento

per ottenere una possibile attenuazione della pena attraverso la discrezionalità del giudice.

Poi nel 2000 (inizio del 3° millennio con l’attacco terroristico del 2001 a NY e la crisi economica del 2005/06)

il legislatore volle far primeggiare la sicurezza e pene certe.

Art. 69, c. 4 – Concorso di circostanze aggravanti e attenuanti (in origine

"Le disposizione del presente articolo si applicano anche alle circostanze inerenti alla persona del colpevole

escluse), esclusi i casi previsti dall'articolo 99, quarto comma, 111 e 112, primo comma, numero 4), per cui vi è divieto

di prevalenza delle circostanze attenuanti sulle ritenute circostanze aggravanti, ed a qualsiasi altra circostanza per la

quale la legge stabilisca una pena di specie diversa o determini la misura della pena in modo indipendente da quella

ordinaria del reato."

Art. 69, c. 4.: circostanza peculiare che prende il nome di RECIDIVA REITERATA, dove un soggetto è

stato condannato per un reato, ha commesso un altro reato ed è passato in giudicato e ne ha commesso un 3°.

Se sono in presenza di recidiva reiterata (art. 99, c. 4) e ho 2 attenuati, vi è un DIVIETO DI

PREVALENZA DELLE ATTENUANTI questa disciplina si chiama BLINDATURA DEL GIUDIZIO

DI BILANCIAMENTO e negli ultimi 10 anni è divenuta una disciplina diffusissima che vincola il giudice.

Art. 590 quater – Computo delle circostanze – SOLO AGGRAVANTI PER L’OMICIDIO STRADALE

“Quando ricorrono le circostanze aggravanti di cui agli articoli 589 bis, secondo, terzo, quarto, quinto e sesto comma

(omicidio stradale), 589 ter, 590 bis, secondo, terzo, quarto, quinto e sesto comma, e 590 ter (sono tutte circostanze

aggravanti), le concorrenti circostanze attenuanti, diverse da quelle previste dagli articoli 98 e 114, non possono essere 207

Appunti di Denise Gazzarrini – Corso di Diritto Penale Prof. Roberto Bartoli - Integrazione libro Prof. Palazzo

ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a queste e le diminuzioni si operano sulla quantità di pena determinata ai sensi

delle predette circostanze aggravanti.”

Anche qui vi è una blindatura delle circostanze, per cui le aggravanti e le attenuanti non possono essere

ritenute nè prevenenti e nè equivalenti, con la conseguenza che non si possono utilizzare. La blindatura delle

circostanze, in caso di recidivo o di reo colpevole dell’omicidio stradale, è molto problematica perché vincola

il giudice e gli impedisce l’attività discrezionale che gli consente di commisurare una pena con il valore reale

del disvalore del fatto, col il rischio di violare il principio di proporzione.

LA RECIDIVA

Tra le circostanze soggettive inerenti alla persona del colpevole è compresa l'aggravante della recidiva di

colui che “essendo stato condannato per un delitto non colposo, ne commette un altro” (art. 99, c. 1 c.p.).

Art. 99, c. 1 c.p. – Recidiva

“Chi, dopo esser stato condannato per un delitto non colposo, ne commette un altro, può esser sottoposto ad un aumento

di un terzo della pena da infliggere per il nuovo delitto non colposo.”

Il concetto giuridico di recidiva è distinto e più ristretto del concetto di RECIDIVA C.D. NATURALE,

costituita dalla commissione di più reati, in tempi diversi, da parte di uno stesso soggetto.

In una prospettiva retributiva, la recidiva non assume alcuna rilevanza: il nuovo reato non diviene difatti più

grave solo perché il suo autore ne ha già commesso, in precedenza, un altro.

Tuttavia, attraverso la ricaduta nel reato, il reo dà prova di una insensibilità ai precetti penali, e dunque

suscettibile di un rimprovero maggiore in relazione al nuovo reato: la recidiva si inquadra quindi nel processo

di motivazione che rileva ai fini del giudizio di colpevolezza in senso normativo.

Da questo punto di vista, per salvaguardare esigenze di certezza e di legalità, la recidiva deve essere:

a. Specifica: relativa a reati omogenei;

b. Temporanea: limitata a reati commessi entro un certo periodo dal precedente;

c. Obbligatoria: applicata in ogni caso dal giudice.

In una prospettiva di prevenzione speciale la recidiva è un sintomo di pericolosità: il nuovo reato dimostra,

non solo la maggiore capacità a delinquere del reo, ma anche il “fallimento” della precedente condanna a

scoraggiare il ripetersi di episodi criminosi.

Da questo punto di vista, essa deve allora essere concepita come:

a. generica: relativa a qualsiasi reato;

b. perpetua: estesa ai reati commessi durante tutta la vita del soggetto;

c. facoltativa: applicata dal giudice in rapporto all'esito del giudizio di pericolosità svolto in concreto.

Nella versione originale del c.p., la recidiva era generica, perpetua e obbligatoria, finalizzata ad esaltare le

virtualità repressive dell'Istituto.

Con la riforma attuata dal D.L. 99/1974 (convertito nella L. 220/1974) è stato introdotto un regime di

facoltatività (la pena del recidivo “può essere aumentata fino alla metà”: art. 99, c. 2 c.p.).

Art. 99, c. 2

“La pena può essere aumentata fino alla metà:

1) se il nuovo delitto non colposo è della stessa indole;

2) se il nuovo delitto non colposo è stato commesso nei 5 anni dalla condanna precedente;

3) se il nuovo delitto non colposo è stato commesso durante o dopo l’esecuzione della pena, ovvero durante il

tempo in cui il condannato si sottrae volontariamente all’esecuzione della pena.” 208

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di diritto penale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Prof. Bartoli: Corso di diritto generale, parte generale, Palazzo. Gli argomenti trattati sono i seguenti: la pena, i principi di garanzia, i principi formali, premesse dell'analisi del reato, il fatto tipico, antigiuridicità e le cause di giustificazione, la colpevolezza, le forme di manifestazione del reato, la punibilità.
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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dei servizi giuridici
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Denise_G. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto penale, parte generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Bartoli Roberto.

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