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Introduzione

Due modi di trattare la domanda se l’azione umana e la volontà che la supporta siano libere: porre la questione della libertà umana in contrasto con la volontà divina = se e in che misura l’uomo è libero di agire di fronte ad una divinità onnisciente e onnipotente (formulazione classica del concetto di libero arbitrio) vs chiedersi come può esserci spazio per un’azione libera in un universo che la scienza descrive governato da leggi fisiche (modo di intendere la questione sviluppatosi nel secondo Settecento). Siamo interessati in questo testo al secondo modo di intendere la questione.

Secondo Novecento: estensione delle conoscenze circa il funzionamento del sistema nervoso umano (correlazioni fra eventi cerebrali e mentali) => si consolida l’idea della continuità fra le attività del soggetto umano vivente e la causalità della natura fisica. Questo quadro non viene messo in dubbio dalla scoperta dell’indeterminismo quantistico.

Il problema del libero arbitrio incorpora la questione generale del rapporto fra soggettività e resoconti naturalistici del mondo (terza persona). L’opposizione fra naturalismo e libertà si riconduce a quella fra le spiegazioni conformi alle scienze naturali (naturalismo) e le spiegazioni di azioni esperite come espressioni di volontà.

Iato esplicativo

Se per naturalismo intendiamo la visione ontologica in cui le sole entità ammesse sono quelle oggetto di spiegazione delle scienze della natura => il naturalismo non ha spazio dentro di sé per resoconti della soggettività umana e dell’azione volontaria che preservino le caratteristiche distintive di questi fenomeni => inconciliabilità fra le spiegazioni scientifico-causali dei processi materiali e spiegazioni soggettivo-intenzionali degli atti di coscienza. Ci sono autori che ritengono si tratti di uno iato strutturale (l’inconciliabilità rimarrà). Altri invece ritengono che lo iato verrà colmato dalla ricerca futura con spiegazioni fisicaliste (naturalistiche) della coscienza.

Anche coloro che sostengono l’irriducibilità dei fenomeni coscienziali accolgono comunque una forma di monismo materialista = la realtà tutta consta di una sola sostanza (la materia/materia-energia). L’idea di una sostanza spirituale si è indebolita. La coscienza viene collocata in una “riserva indiana” di un trascurabile pezzettino di materia, cioè il cervello. A questo punto, però, la riserva viene assoggettata dall’universo circostante.

Il dibattito sul libero arbitrio

Nel dibattito sul libero arbitrio riconosciamo due principali schieramenti: compatibilisti = libertà e determinismo sono compatibili vs incompatibilisti = libertà e determinismo non sono compatibili. Incompatibilisti: libertari = viene accolta la libertà e negato il determinismo; deterministi puri = accolgono il determinismo e negano la libertà. I libertari si muovono in uno spazio argomentativo angusto (vd spazi lasciati grazie all’indeterminismo quantistico); la posizione dei deterministi puri è in continuità con quella compatibilista = in ambito compatibilista si assegna uno spazio all’apparenza della coscienza, dato che nulla cambia sul piano ontologico (in questo senso l’universo circostante assoggetta la riserva), dato che entrambe le prospettive adottano un’ontologia deterministica.

Il naturalismo moderno è una forma di obiettivismo (essere reale = essere oggetto/fatto) => anche la soggettività è un fatto scientifico come un altro. Si elimina il punto di vista in prima persona dal piano dei fenomeni di cui parlare. Tutti i tratti della soggettività vivente sono considerati epifenomeni, quando invece si tratta di ciò che più ci sembra reale (emozioni, sensazioni, pensieri etc.) => svuotamento di senso della realtà (nonostante i compatibilisti cerchino di giustificare alcuni correlati del libero arbitrio, come l’attribuzione di responsabilità all’agente). Svuotamento del peso ontologico della soggettività.

Questo svuotamento corrisponde, su un piano etico, ad un atteggiamento di atarassia. Le persone sono restie ad accettare un’ontologia deterministica: sapere che nella visione scientifica del mondo non c’è spazio per la propria coscienza produce una separazione della sfera della coscienza e della libertà da quella della verità e della razionalità. Estensione di forme di irrazionalismo sul piano dell’azione: se si ritiene che la ragione (scientifica) ci porti ad affermare l’inconsistenza della soggettività, allora azioni, valori e motivazioni vengono spostati su un piano estraneo alla razionalità. L’effetto del naturalismo è quello di rendere gli atti e i vissuti in prima persona impermeabili alla razionalità e alla scienza.

Obiettivo del testo

Dimostrare che volontà e coscienza non sono epifenomeni + che le nostre spiegazioni causali si affidano tacitamente ad aspetti intenzionali e motivazionali + che è necessario fare spazio alle proprietà emergenti dell’ontologia e che questo conduce ad una reinterpretazione dell’idea di autodeterminazione.

Gli argomenti contro il libero arbitrio

L'argomento base o Laplaciano

Laplace (“Saggio filosofico sulle probabilità”, 1812), cit. p. 15.: ci parla di una mente onnisciente che possiede una conoscenza assoluta dei processi di sviluppo del reale (determinati univocamente da leggi di natura) e ci dice che, anche non conoscendo la matematica necessaria alla previsione di tutte le leggi di natura, sappiamo comunque che gli stati fisici devono presentare un parallelismo con le entità e le regole matematiche che ci consentono di formulare le previsioni. Dalle parole di L. estrapoliamo la definizione di determinismo: dato un qualunque stato dell’universo in un istante t, esiste uno e un solo stato possibile dell’universo in un qualunque successivo istante t1. Nel nostro quadro di riferimento (determinismo causale) l’unicità degli stati successivi è determinata dagli stati precedenti in base a relazioni di causalità efficiente.

Libero arbitrio = facoltà di un agente di produrre causalmente stati di cose che non sono univocamente determinati e che esprimono tratti propri della natura dell’agente. Deve esserci a valle dell’azione del soggetto una pluralità di realizzazioni possibili (almeno 2) = pluralità di possibilità dell’azione (deve esserci in ogni istante più di un esito possibile per le realizzazioni causali dell’agente) = libertas indifferentiae + le realizzazioni possibili devono dipendere da tratti che caratterizzano l’identità dell’agente stesso = la pluralità di possibilità deve dipendere dall’essenza dell’agente (non da processi accidentali ed eteronomi) = libertas spontaneitatis.

Dal passaggio di Laplace si evince la negazione della libertà umana di volere e di agire, vd “consequence argument” (Inwagen): se il determinismo è vero => i nostri atti sono conseguenze delle leggi di natura e di eventi passati, ma, dato che quanto accade prima della nostra nascita e le leggi di natura non sono alla nostra portata => le conseguenze di queste cose non sono alla nostra portata. Si tratta di un argomento che presuppone un’ontologia determinista (si dà per scontata l’esistenza di leggi di natura deterministiche). In questo quadro l’agente biologico e materiale compare troppo tardi per poter controllare la propria natura e le proprie facoltà (egli stesso è prodotto di un processo naturale, così come la sua coscienza).

L’indeterminismo (es. quantistico) è stato spesso invocato a sostegno del libero arbitrio. È vero che le descrizioni subatomiche possono essere interpretate come indicazioni di una natura non-deterministica della realtà ma non è vero che questa forma di indeterminazione salva il libero arbitrio. L’indeterminismo quantistico non è infatti in grado di modificare significativamente i resoconti macroscopici che riguardano il nostro funzionamento neuro-fisiologico (=> non è rilevante per ri-concettualizzare quanto avviene nel cervello) + si è osservato che l’indeterminismo non può dare alcun contributo alla definizione di libero arbitrio dato che l’indeterminazione non spiega l’occorre di libere ragioni per agire (un’azione le cui cause antecedenti lasciano indeterminata deve essere detta accidentale e non libera) = l’indeterminatezza nella catena causale nega la libertà di agire perché nega l’autodeterminazione (libertas spontaneitatis), nonostante lasci aperta la pluralità delle realizzazioni possibili (libertas indifferentiae). Nessuna descrizione dei processi causali, né deterministici né indeterministici, porta alla luce un modello che incarni la nostra intuizione informale di libertà.

L'argomento dell'impossibilità dell'atodeterminazione

La condizione del libero arbitrio più difficile da soddisfare è quella di autodeterminazione (libertas spontaneitatis), mentre quella della pluralità di futuri possibili (libertas indifferentiae) può essere conciliata con una descrizione ortodossa dell’universo fisico.

Esempio di un argomento che ha come scopo quello di definire le condizioni sotto cui il soggetto sarebbe capace di autodeterminazione: Stawson (“Libertarismo, azione e autodeterminazione”): in senso debole (= essere causa delle proprie azioni) l’autodeterminazione non rappresenta un problema nemmeno in una cornice deterministica = un essere può essere causa delle proprie azioni tanto quanto lo può essere un ente di natura => bisogna presupporre che un essere umano (volontà inclusa) sia determinato da precedenti fattori naturali, allora l’essere causa delle proprie azioni non crea problemi (ogni effetto è causa di altri effetti). Attenzione: qui per causa non si intende origine.

I problemi sorgono quanto per autodeterminazione intendiamo quanto il soggetto determina come egli stesso è (è autenticamente responsabile di come è).

Stawson dice che si tratta di una pretesa implausibile: l’azione libera è compiuta per ragioni – le ragioni si fondano su come siamo mentalmente (stati mentali) => se vogliamo essere responsabili per come agiamo dobbiamo essere responsabili dei nostri stati mentali, ma, per fare ciò, dovremmo aver scelto di essere come siamo; per aver scelto di essere come siamo dobbiamo essere già dotati di esistenza e godere di principi di scelta che dovremmo aver scelto; per scegliere questi principi di scelta dovremmo aver avuto altri principi che ci guidassero nella scelta => regresso infinito (ogni scelta presuppone una scelta precedente che ci ha determinati come siamo nel presente). Questa argomentazione sul piano logico si accompagna al fatto che, a livello empirico, esperiamo di essere dotati di facoltà fin dalla nostra venuta al mondo, senza che abbiamo scelto. Anche qui sembra che il soggetto agente arrivi troppo tardi nella storia naturale per potersi autodeterminare.

Argomento dell'esclusione causale

Problema argomentazione Stawson: si dà per scontato che un soggetto agente, in quanto frutto di un processo naturale antecedente, possa causare eventi a valle solo come anello in una catena causale che lo precede a monte. Così inteso il soggetto agente non può essere fonte primaria delle azioni (egli trasmette a valle l’influenza causale di cui lui stesso è un prodotto). Se pensiamo a un pallone da calcio, avente alle spalle una storia causale (è stato prodotto dal convergere di molteplici processi fisici), una volta entrato in gioco gli effetti del pallone sono descrivibili come effetti dell’unità fisica del pallone = non ricorriamo più alla storia causale precedente (le proprietà del pallone non sono quelle delle catena causali da cui è stato prodotto). Se applichiamo questo ragionamento al soggetto agente diciamo che gli effetti che esso può generare sono peculiari del soggetto, a prescindere dai processi causali che hanno portato all’esistenza del soggetto. Idea che la mente (unità operazionale) sopravviene al cervello (sostrato fisico) => gli atti mentali non sono descrivibili riducendoli ai processi cerebrali.

Relazione di sopravvenienza = dipendenza degli stati mentali (sopravvenienti) dagli stati cerebrali (subvenienti), ovviamente senza che i secondi siano riducibili ai primi. Questo è il pensiero dei fisicalisti non riduzionisti (anche se la mente è in un certo senso identica al cervello, le proprietà mentali non sono riconducibili a proprietà fisiche).

Si tratta anche della tesi di Davidson = monismo anomalo; si tratta di una posizione basata su 3 principi:

  • Principio di interazione causale = alcuni eventi mentali interagiscono causalmente con eventi fisici;
  • Principio del carattere nomologico della causalità = eventi posti in relazione come cause ed effetti cadono sotto leggi deterministiche rigorose.
  • Principio dell’anomalia del mentale = non esistono leggi rigorose sulla base di cui gli eventi mentali possono essere predetti e spiegati.

Si tratta di principi incompatibili: se unissimo il primo e il secondo ne dedurremmo che anche gli eventi mentali, vista la loro interazione causale con gli eventi fisici, debbano essere spiegati con leggi deterministiche (vs terzo principio). Per risolvere questa contraddizione Davidson introduce la nozione di evento = determinazione spaziotemporale (ciò che esiste in un luogo ed in un tempo individuale). Davidson ritiene che tutti gli eventi siano fisici, ma possono essere spiegati in termini fisici/mentali. Quando un evento viene descritto in termini mentali esso non può essere spiegato in termini fisici (da leggi deterministiche): gli eventi mentali sopravvengono infatti a quelli fisici => non ci possono essere due eventi fisicamente identici ma differenti dal punto di vista mentale + l’evento mentale è irriducibile a quello fisico perché le spiegazioni valide per gli eventi fisici non vanno bene per quelli mentali.

Nella tesi di Davidson rimane un problema: dobbiamo intendere l’irriducibilità degli eventi mentali come un fattore epistemico (che riguarda il modo in cui conosciamo) o ontologico (riguardante il mondo come è)? Se pensiamo al pallone ci rendiamo conto che una descrizione basata sulle catena causali che lo hanno prodotto non ci avrebbe spiegato le sue attuali proprietà: le spiegazioni causali rendono la descrizione delle proprietà del pallone inadatta sul piano epistemico (perché troppo complessa). Potremmo però continuare a dire che nel pallone non c’è ontologicamente nulla di più di quanto conferitogli dai processi causali che lo hanno prodotto.

L’anomalia mentale di Davidon potrebbe essere intesa come un effetto epistemico (= scelta di forme descrittive preferenziali), cioè come qualcosa che non riguarda la natura in sé e i suoi vincoli.

Questo tipo di critica a Davidson è stata fatta da Kim, argomentazione: se un evento mentale M, sopravveniente ad un sostrato cerebrale, causa un evento fisico F, allora dovremmo concludere che F non ha cause fisiche. Questo però viola il principio di chiusura causale dell’universo = se l’evento fisico F non avesse cause fisiche si tratterebbe di un’unità materia-energia emersa dal nulla. F deve avere una causa fisica. Se, però, F ha una causa fisica che ruolo ha l’evento mentale M? Se ipotizziamo che anche M sia causa sufficiente per F, tanto quanto la sua causa fisica => abbiamo una sovra determinazione sistematica (c’è ogni volta che un evento mentale causa un evento fisico). La sovra determinazione causale è in realtà concepibile solo come eventualità rara. A questo punto dobbiamo identificare l’evento mentale M con l’evento fisico (sostrato cerebrale) cui sopravviene => le due causazioni vengono ridotte ad una. A questo punto, però, la natura mentale di M non fornisce contributi alla produzione di effetti reali, se si esclude il suo sostrato fisico.

Kim sviluppa un’argomentazione simile a questa per confutare l’idea di causalità discendente (= libertà come autodeterminazione): se ammettiamo la causalità discendente allora ammettiamo che un evento mentale (emerso dal livello inferiore degli eventi cerebrali = bottom-up) possa avere poteri propri autonomi da esercitare sul livello degli eventi cerebrali stessi (top-down) = se uno stato mentale sopravviene ad uno stato materiale (cerebrale) allora gli effetti fisici prodotti dallo stato mentale in questione devono essere ascritti allo stato fisico cui lo stato mentale sopravviene. Es. l’idea di muovere il braccio e prendere una mela sopravviene ad eventi cerebrali e gli effetti che questa idea produce sono ascrivibili a stati fisici.

Questo ragionamento di Kim si basa su alcune premesse fisicaliste:

  • Principio di chiusura causale del mondo fisico = se un evento fisico ha una causa nel momento t, allora esso ha una causa fisica in t = in un universo in cui valgono le relazioni causali, tutte le relazioni causali che possiamo descrivere sono fisiche (l’universo fisico è causalmente chiuso).

Monismo fisico = c’è una sola sostanza (materia fisica) e questa è internamente connessa da relazioni causali. Se leggiamo questo principio secondo una versione metafisica allora si tratta del “principio di ragione sufficiente” = è indubbia la forza del principio di ragione perché esso fornisce il nerbo dell’intelligibilità dei fenomeni (Kant) = noi ci rivolgiamo ai fenomeni dando per scontato che

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiuliaS95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia filosofica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Zhok Andrea.
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