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comportamento appare come volontario. Questa discrepanza è bizzarra, ma da questo non si

può dedurre che la volontà abbia natura meramente epifenomenica.

- Wegner ci dice che nei casi di suggestione post-ipnotica l’agente ritiene che certi atti siano frutto

della propria volontà libera, ma non è così dato che gli sono stati suggeriti sotto ipnosi. Se chiediamo

al soggetto di motivare le azioni post-ipnotiche egli tenderà ad inventare motivazioni ad hoc per

giustificare il suo comportamento => sembra che il soggetto possa auto-ingannarsi circa la

volontarietà di un proprio atto => secondo W questo dimostra che la connessione causale tra

intenzione e azione è illusoria + lo è anche l’intenzione soggettiva in quanto tale (è illusoria la

credenza soggettiva che una certa intenzione sia nostra).

Siamo abituati a vedere l’ipnosi come l’imposizione di una volontà esterna arbitraria, ma non è così:

a rendere possibile l’ipnosi sono alcune caratteristiche del soggetto che cade in ipnosi + i soggetti

ipnotizzabili sono in grado di resistere ai suggerimenti ipnotici altrui. Le suggestioni ipnotiche son

efficaci quando non contraddicono la volontà generale del soggetto ipnotizzato, ma non sono in

grado di abbatterne le barriere morali e fargli compiere atti incompatibili con la propria volontà.

 Gli effetti della suggestione ipnotica sono estremi se in continuità con gli effetti della

suggestione cosciente.

Attenzione: nella suggestione cosciente il soggetto è consapevole dell’origine della relativa

intenzione, mentre nel caso dell’ipnosi non ricorda di aver ricevuto indicazioni => ritiene che si

tratti di un’inclinazione sedimentata nel proprio comportamento.

Le suggestioni ipnotiche sono impulsi endogeni di cui il soggetto non scorge l’origine => si

comportano come convinzioni profonde, ma questo non garantisce che diventeranno efficaci in

termini di comportamento: sono comunque subordinate allo scrutinio del soggetto, come tutte

le convinzioni profonde.

Nella vita di tutti i giorni ci sono pulsioni e suggestioni che ci si affacciano e di cui non siamo in

grado di individuare l’origine causale e le motivazioni a loro favore. Se nulla si oppone a questi

impulsi, se le energie che richiedono sono trascurabili e se non dobbiamo dar conto a nessuno di

ciò che stiamo facendo, eseguiamo le azioni (es. mettere una mano sulla fronte); ciascuno di

questi impulsi potrebbe essere radicato in una riflessione remota che ha creato associazioni

dotate di senso oppure potrebbe anche essere frutto di una suggestione sotto ipnosi e, se così

fosse stato, il comportamento sarebbe rimasto il medesimo.

Inoltre anche se un atto fosse generato da una suggestione sotto ipnosi rimane comunque un

atto da noi voluto e di cui siamo responsabili in quanto prodotto da noi e ha ricevuto la nostra

approvazione (non-veto) in quanto evidentemente non collide con il nostro sistema di valori.

La suggestione ipnotica è un suggerimento che concerne un singolo atto o una sensazione =>

non modifica il nostro sistema di credenze, deduzioni e valori.

Parlare di atto volontario non significa parlare di un atto la cui idea/suggestione deriva in origine

da noi: fin da piccoli siamo influenzati da genitori, amici ed esperienze e tutto questo crea la

nostra volontà personale => essa non è costituita da ciò che ha avuto origine in noi.

L’esistenza delle suggestioni ipnotiche è un esempio di come ordinamenti semantici (suggestioni

verbali) possano incarnarsi prima in immaginazioni e poi in effetti corporei = esempio di effetti

dal mentale al fisico (top-down).

- P. 71-72-73 sintesi.

LO SPAZIO PER UNA CAUSALITÀ DELL’AGENTE

- Kim critica l’autonomia causale dei processi mentali sottolineando quanto sia insensato pensare che

un evento mentale, prodotto causalmente da una catena casuale fisica, possa sottrarsi a

quest’ultima e diventare irriducibile alle leggi causali che governano il mondo fisico (va contro la tesi

del fisicalismo non riduzionista di Davidson). L’irriducibilità della sfera mentale ha senso solo se la

limitiamo ad alcuni eventi mentali che, però, non hanno rilevanza causale, perché altrimenti violiamo

la chiusura causale del mondo fisico => si ricade nel dualismo. Il dualismo è improbabile per trattare

di eventi cerebrali e mentali dato che ci è evidente l’interazione causale fra questi + dovremmo

abbandonare i principi fisici fondamentali come quello della conservazione dell’energia.

 Secondo questo pdv non ci resta che considerare gli eventi mentali come epifenomeni.

Quello che Kim e gli altri fisicalisti si dimenticano è che loro stessi stanno dando una descrizione che è fatta

da soggetti e che ci sono delle condizioni soggettive che permettono tale descrizione (=> questi fisicalisti

sono ciechi rispetto al contesto).

- L’intero ragionamento di Kim presuppone che sia chiaro cosa la causalità sia; dato che ci troviamo in

un contesto fisicalista sappiamo che si parla di causalità efficiente. Kim dà per scontato che questa

causalità escluda la dimensione intenzionale, volontaria e telica + che questa causalità trasmetta le

stesse caratteristiche lungo la catena delle cause + che la causalità efficiente riguardi particolari

realtà fisiche (non idee/universali) e che quindi ogni concatenazione causale abbia una propria

identità.

Kim sostiene, più esplicitamente, che la causalità efficiente sia mossa da agenti fisici che sono

sufficienti a determinare univocamente il loro effetto (quando l’evento causante precede

immediatamente quello causato).

 Tutto questo porta ad escludere a prescindere la volontà come originariamente causante: non ci

sono margini per l’autodeterminazione o per una pluralità di possibilità.

- La nozione di causalità generale implica che qualcosa faccia essere qualcos’altro (causalità deve

essere efficace, avere delle conseguenze) e questo lo sperimentiamo quotidianamente

(sperimentiamo il sussistere di un’efficacia ontologica). La nozione di efficacia appare indifferente

alle nozioni di interno-esterno e alla distinzione fra vissuti soggettivi ed eventi oggettivi.

Senza l’idea che alcune cose ne facciano altre non potremmo applicare alcun criterio ordinatore agli

eventi e alla nostra coscienza (nocciolo intuitivo minimale di ciò che va sotto il nome di causalità).

- Affinchè l’efficacia sia intellegibile serve anche la regolarità = dobbiamo poter costruire aspettative

plausibili relative ai nessi efficaci e questo è possibile se troviamo regole di produzione degli effetti.

Attenzione: le regole non sono necessariamente quelle rigide deterministiche, ma anche regole di

distribuzione stocastica o regole governate da variabili intenzionali e semantiche (es. descrizioni

superstiziose antiche dei fenomeni = esprimono regolarità capaci di conferire intelligibilità ai

fenomeni).

- Quando pensiamo ad una relazione causale fisica pensiamo come ad un fatto di natura che certi

eventi fisici producano certi altri eventi fisici. Non si tratta però di qualcosa che possiamo ascrivere

alla natura in sé = in natura non ci sono unità definite che distinguono l’evento (ciò che accade) da

ciò che ha causato l’evento; siamo noi che selezioniamo i limiti di un evento e decidiamo dove vada

collocato l’inizio/la fine di un evento o di una sequenza causale. In realtà gli eventi non hanno di per

sé limiti interni o esterni. Infatti si è visto come nei resoconti storici si possa ricorrere ad eventi di

configurazione variabile a seconda dell’interesse della descrizione.

 Diversamente da ciò che generalmente pensiamo la struttura articolata e direzionata che

attribuiamo implicitamente alla causalità efficiente non riguarda la realtà in sé, ma l’articolazione

preferenziale della realtà che noi selezioniamo.

 Questo non vuol dire che le relazioni causali siano inventate dal soggetto, ma piuttosto che il

loro significato dipende dal modo in cui diventano oggetto di conoscenza.

- L’idea che l’antecedente sia causa del successore è ciò che sembra sancire l’epifenomenicità della

causalità dell’agente = se sosteniamo, secondo la causalità efficiente, che solo l’antecedente ha

potere causale sul conseguente, allora la volontà è irrilevante sul piano causale (l’agente è una causa

che funziona sulla scorta dell’efficacia di un fine che è futuro).

Tuttavia la realtà dell’efficacia causale non ha una collocazione temporale variabile dato che una

causa è concepita come efficace solo nel presente (in una visione naturalistica ordinaria solo il

presente è efficace dato che il passato non c’è più e il futuro non c’è ancora). Il problema è capire

cosa si intenda con presente. La teoria della relatività ci insegna che il presente esiste solo perché si

manifesta come presenza ad una coscienza => presente = qui ed ora in cui si colloca un osservatore a

cui qualcosa è presente => presente in sé = qui ed ora che si manifesta ad un osservatore ideale a cui

si mostra come punto di contro del passato in vista di un possibile futuro.

 Senza la coscienza non possiamo ancorare il presente a nulla e quindi non c’è modo di

interpretare cosa succede in una sequenza causale.

Attenzione: non stiamo negando che le cose accadano anche in assenza di una coscienza, ma stiamo dicendo

che è la coscienza a definire cosa accade e a dare forma/senso agli eventi.

 Senza un pdv, un modo di selezionare le unità salienti nessun evento fisico si manifesta.

- Il passato ed il futuro, inoltre, esistono solo in riferimento ad un’attività rappresentativa = del

passato noi selezioniamo solo quei nessi che ci aiutano ad orientarci (consideriamo gli eventi che ci

danno una mappa per come comportarci nel presente e progettare il futuro). Né il futuro, né il

passato appartengono alla sfera della datità, ma sussistono solo nella sfera intenzionale.

Attenzione: un filosofo naturalista potrebbe dire che può darsi che il passato e il futuro dipendano dalla

coscienza, ma che la coscienza sia a sua volta manifestazione del cervello e delle sue cause efficienti. Tuttavia

per poter dare ragione al filosofo in questione dovremmo poter spiegare la natura del passato e del futuro

utilizzando un processo cerebrale come spiegazione, ma è costitutivamente impossibile. Infatti se il passato

fosse il prodotto dell’attività cerebrale dovremmo supporre che il passato, che in questo momento ci appare

come il nostro vero passato, sia uno stato cerebrale/una traccia mnestica, ma questa traccia sarebbe solo

uno stato presente fra altri stati presenti (una cosa dove nulla parla di passato) => si tratterebbe di qualcosa

di simile all’impressione di una pellicola (qualcosa di concepibile come fatto presente in un mondo presente).

Noi invece parliamo di un nostro passato => questo implica che noi dispieghiamo il passato estraendolo da

una pellicola attraverso un operazione di coscienza.

Questo è quello che Husserl intendeva con il concetto di “ritenzione” = operazione di coscienza con cui ciò

che è in presenza recede progressivamente sullo sfondo, rimanendo recuperabile intenzionalmente, mentre

il suo senso, la direzione segnata da ciò che appare trascorso, viene tenuta in vita per tenere insieme le

successive datità presenti.

Ciò che tratteniamo come ritenzione ci porta ad anticipare sviluppi esperienziali possibili (creazione di

aspettative immediate, per Husserl “protensione”).

 Ritenzioni e protensioni descrivono la nostra intuizione primaria di cosa sia l’articolazione

temporale di passato e futuro.

Il nostro senso di evidenza per il sussistere di un passato e di un futuro non può essere dovuto ai nostri

contenuti intellettuali di passato e futuro, dato che tutti questi contenuti possono essere rimessi in

discussione, tuttavia l’evidenza del sussistere si un passato e di un futuro non può essere messa in

discussione (appartiene alla sfera primaria della nostra esperienza). Per questo il darsi del passato e del

futuro non dipendono dagli specifici contenuti del passato e del futuro (ciò che ne fa propriamente

passato/futuro non appartiene alla sfera delle cose presenti).

- La nostra idea di processo cerebrale presuppone l’articolazione temporale, invece l’attività della

coscienza manifesta le forme in cui primariamente l’articolazione temporale emerge => la coscienza

è una posizione per spiegare la temporalità.

Chi vuole ridurre l’attività della coscienza alla realtà fisica del sostrato cerebrale dice che le ritenzioni e le

protensioni, ancora inspiegabili, devono essere pensate come eventi cerebrali. Questo però non ci dice cosa

legittimerebbe a ridurre l’attività intenzionale della coscienza ad un processo dove questa attività

intenzionale non c’è e dove sussistono solo nessi di cause efficienti. Infatti mentre riferimenti a fenomeni

intenzionali possono comprendere e spiegare la nostra concezione delle cause efficienti, dei resoconti in

termini di cause efficienti non hanno le risorse concettuali per spiegare i fenomeni intenzionali.

- Spiegare = ricondurre l’ignoto al noto. Dato che qui noto non può significare conosciuto in modo

ultimativo (non è mai disponibile alcuna conoscenza ultimativa) => il parametro per stabilire cosa sia

noto non può essere il raggiungimento di un limite intrinseco (il sapere completo), ma piuttosto un

giudizio di consuetudine = quando riusciamo a ricondurre eventi oscuri ad altri che riteniamo chiari

ed intuitivi diciamo di aver spiegato qualcosa.

Nel caso della spiegazione scientifica il processo deve giungere ad una legge causale consolidata che

ci permetta di prevedere relativi eventi => non basta la riconduzione dall’ignoto al noto, dato che il

noto deve essere applicabile a processi predittivi.

- Qualcosa vale come spiegazione nel momento in cui soddisfa un’esigenza a monte e questa esigenza

è soddisfatta quando raggiungiamo una rappresentazione che riteniamo appagante.

- Spiegazioni in termini di cause efficienti risultano in un certo modo paradossali: la struttura delle

spiegazioni causali sembra impossibilitata a pervenire ad un punto d’arrivo = ogni causa è effetto di

una causa precedente e la descrizione della catena causale è priva del primo termine. Tuttavia le

spiegazioni causali sembrano poter fare a meno di una verità in merito all’origine delle sequenze

causali: quello che conta per parlare di spiegazione causale è il fatto di aver identificata una

regolarità (legge) tra due classi di fenomeni.

Quanto più ampia è la rete dei nessi causali tanto maggiore è la conoscenza scientifica.

- Ci chiediamo perché la legge rappresenti il punto d’arrivo della spiegazione (perché appaga il nostro

desiderio di spiegazione). Per poter estrarre una struttura ricorrente nella storia causale (legge) non

ci affidiamo solo al succedersi dei fatti: la semplice contemplazione dei fatti nel loro succedersi ci dà

fatti sempre diversi (non esistono 2 fatti empirici perfettamente identici) => l’ottenimento di leggi

causali presuppone l’efficacia di universali, forme, generi e tipi (es. una norma come “Tutte le volte

che A allora B” nomina una relazione fra forme e non individui particolari).

 L’uso concreto di spiegazioni causali esige il ricorrere a regole vigenti fra forme. Infatti le unità

che nominiamo inizio e fine di una sequenza causale sono da noi ritagliate sulla base del nostro

interesse prevalente.

- Von Wright osserva che non possiamo isolare una legge causale solo osservando passivamente gli

eventi: anche quando osserviamo eventi che si ripetono regolarmente (es. alternanza giorno-notte),

non è questo che identifica una legge causale, dobbiamo comprendere “che cosa fa essere cosa” =>

occorre concepire di intervenire sul sistema sospendendo selettivamente alcune variabili per isolare

quelle necessarie al presentarsi dell’evento.

 Noi scopriamo le leggi causali intervenendo sulle sequenze regolari (essenza del metodo

sperimentale).

- Noi possiamo sempre chiederci se la causa non sia a sua volta effetto di un’altra causa a monte e

così via all’infinito. In realtà ai nostri occhi si arriva a un punto di arresto: noi non concepiamo il

nostro intervento sul sistema (cioè la modifica di una variabile) come un intervento fra gli altri; il

nostro intervento è infatti visto come azione libera => è sulla base di questo che estrapoliamo una

sequenza dall’infinito succedersi degli eventi e di circoscriverla in una legge di causa-effetto (perché

percepiamo il momento della causa come azione => inizio irriducibile alla semplice sequenza degli

eventi).

- Quando indaghiamo sulle cause di un evento non sappiamo indicare oggettivamente la “causa

reale”, dato che ci sono infinite cause plurali. Invece abbiamo la propensione a indicare per ogni

evento una causa che è quella che ci appare saliente ai nostri fini (supponiamo che intervenendo su

di essa modificheremmo l’effetto). Scegliamo come causa quella che ci consente di manipolare

l’effetto.

 Concepiamo il nesso causale come qualcosa dove ci si immagina una variazione iniziale

irriducibile a cause precedenti (= intervento) e si stabilisce una concatenazione attribuibile a

quella variazione. Quando ci troviamo di fronte a sistemi in cui l’intervento è fisicamente

possibile (es. terremoti) ricorriamo ad espedienti sostitutivi.

 In senso oggettivo le realtà causanti che la causalità efficiente vorrebbe nominare non hanno

inizio/fine/direzione/forma universale, ma il senso delle spiegazioni in termini di causalità

efficiente sta nell’uso che possiamo farne = conferiamo loro una funzione di controllo e governo

soggettivo della realtà materiale quando costruiamo regolarità replicabili. È per questo che una

spiegazione causale è considerata il punto d’arresto della spiegazione (è punto di intersezione

per un’azione possibile => incarna un’istanza soggettiva e normativa = è ciò che idealmente

comanda ciò che consegue). Noi riteniamo, implicitamente, che recepire le leggi di natura sia

l’unico modo per sottometterla.

- Proprio il fatto che le spiegazioni in termini di causa efficiente devono essere utili per i nostri fini

richiede che i fini non si presentino già all’interno delle descrizioni di cause efficienti (e quindi

sarebbero determinati da una sfera intenzionale) = la causa efficiente è uno strumento che vogliamo

raggiunga determinati scopi, non che li contenga. Questo non vuol dire introdurre una dimensione di

arbitrarietà, ma piuttosto che le descrizioni causali non sono il rispecchiamento neutrale di una

realtà indipendente + che esse hanno un uso valido grazie al fatto che anticipano decorsi per noi

significativi.

 La verità delle descrizioni causali è la loro efficacia pragmatica. Infatti la realtà che descriviamo è

relazionale e uno dei poli determinanti è il soggetto agente.

- Parlare di causalità ci permette di asserire in modo giustificato che nel mondo si manifesta efficacia.

L’efficacia si manifesta nel fenomeno primario che Husserl chiama “trascendenza sensibile” = le cose

che accadono ci fanno reagire (prima forma intuitiva di efficacia). Sulla base di questa forma di

efficacia possiamo cercarne altre e chiamarle cause, ma non esiste manifestazione della causalità

che aggiunga tratti propri a quelli degli oggetti posti in relazione causale (la causalità in sé è priva di

una forma o di un’identità).

Possiamo aggiungere altre condizioni descrittive all’efficacia, ma in sé il fenomeno della causalità

non ha nulla in più dell’efficacia.

- Ciò che noi chiamiamo genericamente “efficacia” (capacità di produrre effetti) è nominato sul piano

fisico come “energia” = capacità di svolgere un lavoro, cioè di produrre effetti. Nel corso della storia

della scienza sono state aggiunte nuove caratterizzanti dell’energia (es. energia cinetica, chimica

etc.), in realtà tutte le forme di energia sono accumunate dall’efficacia => aveva ragione Feynman a

dire che noi non sappiamo cosa sia l’energia di per sé.

Infatti le categorie che definiscono l’ontologia generale delle varie scienze sono le più oscure:

riguardano unità semantiche funzionali e non fatti di natura.

- Il principio di conservazione dell’energia non nomina una verità di fatto, ma un principio

metodologico. Si tratta di un principio razionale che formula una congettura secondo cui nel nostro

mondo l’energia non comparirebbe dal nulla né sparirebbe dal nulla, si tratta di una congettura che

viene poi applicata nell’investigazione del mondo. Tuttavia ciò che conta come energia non è

definito una volta per tutte (è sempre possibile integrare questa definizione) => la conservazione

dell’energia è qualcosa di cui è difficile immaginare la confutazione empirica.

- A questo punto ci chiediamo se il fatto che il principio di conservazione dell’energia sia applicabile

alle indagini sul nostro mondo sia fortuito (= abbiamo prima formulato il principio e poi scoperto che

funzionava). La spiegazione più verosimile, invece, è che tale principio è suggerito dalla nostra

esperienza ordinaria e questo non è accidentale perché solo un mondo in cui questo principio vale è

compatibile con l’esistenza della vita (= un mondo in cui l’energia compare dal nulla o sparisce

sarebbe inintelligibile, privo di costanze ed incontrollabile => un vivente non cresce).

 La regolarità della natura ci suggerisce il principio di conservazione dell’energia.

- Le critiche al libero arbitrio basate sulla conservazione dell’energia affermano che la volontà non può

aggiungere nulla al processo di causazione fisica senza violare tale principio. Lo stesso sostiene

l’argomento di Kim dell’eredità causale (= qualunque proprietà funzionale, fra cui gli stessi atti della

mente, deve ereditare i propri poteri causali dal sostrato fisico cui inerisce => non potendo

aggiungere poteri causali propri non fornisce alcun contributo che giustifichi la causalità della

mente).

Si tratta di idee che si basano sull’assunto che esiste una determinata forma (energia) in cui la

causalità si esprime in natura, che si tratta di una forma che esclude fenomeni come le intenzioni e

che per questo l’efficacia apparentemente attribuibile ad intenzionalità e motivazione non può che

essere epifenomenica.

 Tutto il ragionamento dipende dall’assunto per cui l’identità dell’efficacia in natura è legata a un

modello specifico (causalità efficiente) che esclude la sfera soggettiva.

- L’assunto di cui sopra non funziona perché:

 L’efficacia in natura non si manifesta secondo un modello univoco: la causa efficiente non

appartiene al modo in cui l’efficacia si manifesta intrinsecamente in natura, ma al modo in cui noi

organizziamo per le nostre finalità le descrizioni dell’efficacia in natura.

 Il nostro modo di intendere la causa efficiente lascia fuori dal quadro tutto ciò che dà forma e

funzione a tale modello causale e che appartiene alla sfera intenzionale. Se diciamo che le

descrizioni di cause efficienti colgono tratti effettivi del mondo reale => dobbiamo ammettere che

ciò che dà forma alla causalità efficiente deve cogliere tratti effettivi del reale.

 La coscienza è ontologicamente efficace.

p. 96, 97, 98 riassunto.

CAUSE FORMALI E AUTODETERMINAZIONE

- Strawson (argomento contro la possibilità di una libera volontà capace di autodeterminazione) = i

nostri principi di scelta sono necessariamente condizionati => ogni persona sceglie sulla base di

inclinazioni innate o di nozioni culturali apprese che, però, non ha scelto => no spazio per libero

arbitrio.

Questo argomento funziona sul piano ontologico se assumiamo che l’antecedente determina il

successore e se le proprietà del successore sono ereditate da quelle dell’antecedente.

Gli atti di volontà cosciente hanno degli antecedenti materiali => la volontà cosciente non può

determinare sé stessa.

- Nel linguaggio quotidiano parliamo di soggetti capaci di autodeterminazione = soggetti autonomi

che hanno raggiunto un livello di maturazione fisica, intellettuale e culturale sufficiente a prendersi

cura di sé e di altri. Questa autodeterminazione (appartenente al senso comune) non ha pretese di

auto fondazione: si richiede che il soggetto sappia valutare le conseguenze delle proprie azioni e di

giudicarne l’appropriatezza => ha l’ultima parola sulla propria prospettiva di azione, ha la capacità di

modificarla e di valutare le proprie ragioni per compierla o meno.

Autodeterminarsi = sottoporre a valutazione le proprie motivazioni ed arrivare a un giudizio.

- Quello che Strawson ci dice è che ciò che viene dopo in una successione causale non può mettere in

discussione le proprietà di ciò che lo ha preceduto (vd il fatto che il successore eredita le proprietà

dell’antecedente).

 È impossibile recuperare alla volontà gli eventi che hanno determinato i nostri principi di scelta.

Si tratta però di un problema che nel quadro fenomenologico della nostra esperienza quotidiana

non conta nulla: anche se la maturazione del proprio autodeterminarsi dipende da precondizioni

che non scegliamo, essa ha comunque poteri specifici propri (capacità di giudicare i propri

impulsi alla luce della volontà personale complessiva).

 Non abbiamo bisogno di modificare il passato per decidere i nostri principi di scelta, dato che

ritrovarci con principi di scelta non scelti da noi non equivale ad essere incapace di

autodeterminazione. Questo perché autodeterminarsi non è causare se stessi in una cornice di

cause efficienti.

- Frankfurt distingue fra esseri viventi capaci solo di desideri di prim’ordine (non prevedono il

passaggio a una deliberazione riflessa = “wanton”) ed esseri capaci di desideri di secondo ordine

(implicano l’accesso a una meta-considerazione sui desideri di primo ordine).

F. inoltre usa il termine “persona” per indicare la parte degli esseri capaci di desideri di secondo

ordine che si prendono cura di quale volontà vogliono avere = oltre a valutare riflessivamente i

desideri di primo ordine vuole che essi si conformino ad una certa idea di sé. Per parlare di persona

non è comunque necessario che il tentativo di conformarsi a una certa idea di sé prevalga (es.

tossicodipendente che cerca di lottare contro la dipendenza, ma non ci riesce).

 Libero arbitrio (per F.) = la volontà di qualcuno è libera nella misura in cui si tratta di una

persona che è in grado di imporre a sé stessa volizioni del secondo ordine cui aderisce (la

volontà del tossicodipendente che tenta di uscirne ma non riesce non è libera, mentre se

riesce a smettere e, quindi, a conformare le proprie volizioni alla volontà che vuole

promuovere, parliamo di libera volontà).

 F. è compatibilista = la sua nozione di libero arbitrio non si pronuncia sul fatto che il

determinismo sia vero o meno (si limita a isolare concettualmente il modo paradigmatico di

presentarsi del libero arbitrio) => non si esprime sulla realtà ontologica.

- F. mostra di credere che i meta-ordini delle volizioni possono essere infiniti (come ci sono volizioni di

secondo ordine che giudicano i desideri di primo ordine ci potrebbero essere valutazioni di terzo

ordine che giudicano quelle di secondo etc.); secondo lui questo si evita con una provvidenziale

stanchezza.

In realtà nel passaggio da primo a secondo ordine noi portiamo i desideri da un livello di efficacia

immediata (pulsioni) a un livello dove l’efficacia è sospesa e subentra una valutazione comparativa di

diverse opzioni (riflessione); si tratta di un salto di qualità che avviene solo a questo livello.

 Ulteriori meta-considerazioni sono solo iterazioni di atti di riflessione (es. se vogliamo

dubitare delle premesse che guidano una valutazione di secondo ordine non creiamo un

terzo ordine, ma approfondiamo riflessivamente il medesimo contenuto presentato nel

secondo ordine (ampliamento dell’attività riflessa) => non si produce un mutamento

qualitativo nella forma dell’espressione della volontà.

- Inoltre F. dice che la persona si prende cura della propria volontà, questo si differenzia dal seguire la

propria volontà (che può valere anche nei casi di volizione non libera) perché in esso gioca un ruolo

determinante l’identità personale = volere la propria volontà significa, per F., coltivare l’idea di chi si

è => la volontà di cui ci si prende cura coincide con l’identità che coltiviamo.

Ci chiediamo come poter conciliare questa concezione di libero arbitrio con la prospettiva ontologica

determinista. F. ritiene che la sua definizione sia neutrale rispetto al problema del determinismo, ma

si tratta di una descrizione che comunque ci suggerisce quali punti esaminare per giudicare la

riconducibilità dell’apparenza del libero arbitrio nell’alveo del determinismo.

Se diciamo che il libero arbitrio è volizione di secondo ordine introduciamo una concezione per cui

l’essere umano passa, durante la vita, dall’essere un “wanton” (es. bambini piccoli) all’essere capace

di libero arbitrio; questo va contro il ragionamento di Strawson = per lui era infatti implicito che tutte

le situazioni successive dovessero ereditare tutti i poteri delle precedenti (=> i contenuti delle scelte

attuali sono determinati dalla precedente costituzione dei principi di scelta). La definizione di F. di

libero arbitrio, invece, induce a pensare come paradigmatico del libero arbitrio un caso dove gli stadi

futuri presentano elementi di novità rispetto agli stadi precedenti.

- Nel quadro fisicalista proposto da Kim (e in quello dei deterministi in generale) la forma primaria

dell’efficacia ontologica è catturata dalla causalità efficiente come si presenta sul piano delle

descrizioni fisiche. Di fronte alla definizione del libero arbitrio di F. un determinista causale può

assumere che:

 Le volizioni di secondo ordine (pensiero riflesso) e la teleologia delle pulsioni di primo ordine

siano illusioni (non hanno efficacia reale) = posizione eliminativista.

Eliminativismo: posizione filosofica che ritiene che gli stati mentali che utilizziamo nel discorso comune in

quanto esperiti in prima persona siano illusioni che verranno soppiantati da resoconti scientifici dei

medesimi.

Questa posizione, per essere coerente, dovrebbe dichiarare l’inutilità di ogni discussione su cosa sia

ontologicamente vero, reale etc. (infatti se la sfera delle nostre motivazioni è illusoria siamo in una

condizione di scetticismo radicale in merito a tutto ciò che sappiamo o pretendiamo di sapere). Aristotele

diceva, in merito a questo tipo di argomenti scettici, che essi non sono nelle condizioni di discutere o

confutare nulla (si tratta di posizioni che si pongono “fuori discussione”).

 Le pulsioni e le volizioni di secondo ordine siano manifestazioni causali in continuità con le

cause efficienti di tipo fisico.

Si sostiene che nonostante l’apparenza il modo in cui pensieri e pulsioni sono efficaci è lo stesso in cui è

efficace la causalità efficiente nei processi fisici.

- Abbiamo messo in dubbio l’assunto dogmatico dell’eredità causale: infatti affinché l’idea di una

costante conservazione nel tempo del medesimo “modo di causare” sia convincente è necessario

poter identificare univocamente un modo di causare, ma si tratta di un compito elusivo = sul piano

fisico l’energia non indica un modo di produrre effetti, ma il potere di produrre effetti in generale =>

il principio di conservazione dell’energia non vincola le forme causali legittime + sul piano

fenomenologico il nocciolo ontologico della causalità è rappresentato dalla efficacia ontologica che

non indica come dovremmo limitare la causalità autentica alle cause efficienti.

 Abbiamo messo in dubbio il fatto che le stesse proprietà causali presenti a monte debbano

ritrovarsi a valle => ora ci chiediamo se sia vero o meno il contrario (se sia plausibile che in

un processo causale emergano proprietà causali nuove = impianto teorico emergentista).

- Qualunque processo fisico o chimico è descrivibile secondo una descrizione in cui emergono nuove

proprietà e questa è la descrizione che ci sembra più naturale da sostenere (se fondiamo due

elementi chimici essi portano alla luce proprietà diverse rispetto a quelle dei due singoli elementi). In

questo caso per “proprietà nuove” si intende proprietà che emergono con costanza in presenza

dell’aggregazione delle medesime componenti => la costanza degli effetti permette di applicare

descrizioni efficaci in termini causali, ma ciò non nega la comparsa di nuove proprietà.

I filosofi naturalisti non concedono ciò, perché la scienza moderna si basa sull’intento di controllo e

predizione causale e questo progetto è efficace solo dove c’è la permanenza di proprietà (proprietà

nuove che emergono originariamente non sono sottoponibili a previsione e controllo e tutto quello

che possiamo fare è costruire un modello che spieghi a posteriori l’imporsi di certi tratti).

- I modelli sopra citati vengono rifiutati in quanto subottimali rispetto all’ambizione della scienza

moderna (idea di un universo scritto “in lingua matematica” consente potere predittivo sulla natura

=> si sono create unità di misura, cioè parametri stabili con cui trasformare le qualità naturali in

quantità => possibilità di applicare confronti e istruire leggi). L’errore che si fa è dimenticare che le

leggi e la definizione quantitativa di tutto sono nostre esigenze epistemologiche e credere che esse

determinino un’essenza quantitativa della natura => quello che facciamo è porre un argine al

carattere qualitativo della natura, ma una natura integralmente quantitativa è impossibile.

Anche se supponessimo che le apparenze qualitative della natura (es. colori, odori etc.) fossero

illusioni del cervello, dovremmo comunque spiegare come esse possano essere presenti nel cervello

(l’illusione deve essere reale almeno come fatto del cervello = se delle qualità appaiono a qualche

livello esse devono esistere).

- Se riteniamo che la nostra ontologia sia di qualità ci dobbiamo aspettare che la composizione di due

unità qualitative ne produca una terza differente (dotata di proprietà differenti da quelle delle

qualità di base). Attenzione: questo non limita l’essenza delle proprietà ottenibili per composizione

da qualità semplici (le parti che compongono un organismo vivente non sono viventi, non

desiderano etc., ma questo non implica che gli organismi viventi non siano tali e non desiderino).

Nel dibattito storico di biologia i vitalisti sbagliano nel ritenere necessaria l’aggiunta di un’entità

ontologica terza (spirito/slancio vitale) alla materia per giustificare la presenza di fenomeni vitali + i

meccanicisti sbagliano a pensare che le proprietà utilizzate per descrivere la natura inorganica siano

sufficienti per esprimere le proprietà di un vivente (errore: pensare che per dare una spiegazione

completa di una proprietà sia sufficiente addurne gli antecedenti causali). I meccanicisti, partendo

dal presupposto che addurre gli antecedenti causali significhi poter poi prevederne gli effetti,

sbagliano a ritenere che ciò basti a spiegare la natura di quegli effetti = gli antecedenti causali

spiegherebbero ciò che ne risulta solo se il risultato potesse essere dedotto dalle premesse, cioè se

si potesse inferire a priori quali proprietà una certa composizione avrà (senza aver mai esperito quel

genere di composizioni). Questo non è possibile: noi scopriamo le proprietà delle parti dalle

proprietà degli interi che esperiamo e non viceversa.

Possiamo tentare di predire a priori le caratteristiche di un composto formulando una congettura

sulla base delle proprietà di composti simili = costruzione di abduzioni (costruzioni per analogia in

base a quello che sappiamo) non di deduzioni (derivazione analitica di una proprietà).

p. 112 per definizione di risultante e di emergente.

- Emergentismo (inizio 1900): posizione che viene rifiutata quando uno dei suoi esempi centrali venne

messo in discussione (irriducibilità delle proprietà chimiche a quelle fisiche). Con la formulazione

dell’equazione di Schrodinger (1926) si inaugura un modello apparentemente capace di spiegare in

termini di meccanica i legami chimici => viene considerata una dimostrazione che l’irriducibilità alla

fisica dei livelli di complessità superiore fosse un pregiudizio metafisico.

La meccanica quantistica, però, può essere applicata alla chimica solo ricorrendo a drastiche

approssimazioni e ad assunti ad hoc + i legami chimici sono direttamente inferibili dalla fisica dei

quanti solo rarissimamente.

 L’idea di proprietà emergente è stata rifiutata senza ricorrere a spiegazioni analiticamente

sostenibili, ma solo sulla scorta di una certa idea di ciò che la scienza è/dovrebbe essere (vd

idea che l’ammissione di proprietà emergenti fosse di ostacolo al pensiero scientifico).

- In realtà le riduzioni funzionanti sono quelle causali nomologiche = formulazioni in cui il controllo

causale delle parti consente il controllo causale degli interi, vista l’esistenza di una correlazione

stabile fra parti e intero. Questo tipo di riduzione non si scontra, però, con l’ammissione di proprietà

emergenti: affinché si possano costruire forme di controllo su interi partendo dalla manipolazione

delle parti non c’è bisogno che tra parti e interi ci sia omogeneità di proprietà, ma basta la costanza

delle correlazioni (in presenza di costanza di correlazioni, cioè di regolarità, possiamo assemblare

parti non viventi ottenendo un organismo vivente senza che ciò neghi la natura emergente delle

caratteristiche del vivente che rimarrebbero irriducibili a quelle delle parti).

- Sul piano fenomenico tutto parla di un’ontologia della qualità dove la quantificazione è solo

espediente metodologico.

Sul piano scientifico la possibilità di quantificare non richiede la verità del modello ontologico

galileiano (non serve che la natura sia intrinsecamente matematica e quindi quantitativa).

- Le proprietà che noi attribuiamo agli enti non emergono per virtù propria => le proprietà sono poteri

che vengono alla luce se messi in contesti che lo permettono (sono costitutivamente relazionali) =>

non possiamo immaginar le proprietà di un ente come se fossero un ammontare di predicati

contenuti nell’ente stesso (le proprietà emergono in relazione ad altro).

 In ogni rilevazione di proprietà non dobbiamo tenere conto solo della relazione fra due enti

in un contesto, ma anche del soggetto che rileva la proprietà => in ogni proprietà che

riscontriamo è presente un fattore coscienziale.

- Abbiamo fatto spazio per ammettere una discontinuità di proprietà in natura (vd carattere

qualitativo dell’ontologia). Vediamo come concepire in quest’ottica la continuità causale fra processi

fisici e sfere emergenti del vivente e del mentale.

Delle modifiche microfisiche (interventi causali su parti più semplici) possono influenzare

cambiamenti nelle reazioni chimiche (effetti su interi più complessi) e i mutamenti chimici possono

poi modificare processi biologici e questi, se riguardano il cervello, a loro volta alterare processi

superiori del pensiero e del giudizio. Queste correlazioni (es. se sono assonnato posso rendermi più

vigile assumendo eccitanti) inducono a sostenere la tesi della sopravvenienza del mentale sul fisico

(cerebrale).

Sopravvenienza (def. Base): non si danno differenze sopravvenienti in assenza di differenze sub

venienti, qualunque sia la natura di ciò che conta come sub veniente (parti) e come sopravveniente

(intero).

 Si parla di sopravvenienza del mentale suo fisico intendendo che a ogni variazione degli

eventi mentali di X deve corrispondere una variazione degli eventi cerebrali di X = ogni volta

che accade qualcosa nella sfera mentale a ciò corrisponde qualcosa avvenuto nel cervello ;

invece qualcosa può essere accaduto nel cervello senza che accada nulla a livello mentale

(asimmetria, vd idea funzionalista per cui un evento che si presenta mentalmente identico

ad un altro può avere aspetto cerebrale diverso).

- L’asimmetria intesa fra mentale e fisico non è legata solo alla differenza fra funzione mentale e

realizzazione fisica, ma anche all’idea di una priorità ontologica del fisico sul mentale = prospettiva

monistica. Si tratta di una prospettiva che fa leva sulla necessità di concepire una continuità

nell’efficacia causale; questa necessità si basa sui fallimenti esplicativi del dualismo.

Se la sostanza consiste nella capacità di sussistere autonomamente, allora pensando all’esistenza di

sue sostanze arriviamo alla conclusione che le due sostanze interagiscono tra di loro oppure non lo

fanno. Se esse non interagiscono causalmente fra loro allora si tratta di due universi paralleli =>

nessun evento che accade in uno dei due ha effetti sull’altro. A questo punto se poniamo la

separazione fra i due universi dentro noi stessi (vd Cartesio) ci chiediamo come possano interagire i

due universi tra loro; se ammettiamo l’interazione fra i due universi viene meno il dualismo.

 In questa ottica il monismo, come idea della continuità di principio degli effetti di tutta la

realtà, è una scelta teorica obbligata.

Attenzione: il monismo si può configurare come materialismo o idealismo.

- Ci chiediamo se l’idea che non ci sia alcuna differenza fisica senza una differenza mentale, che

abbiamo visto non valere per l’assetto materialista (vd asimmetria), possa valere in ottica idealista.

Ogni volta che cogliamo una differenza fisica ciò implica l’occorrere di una differenza mentale nel

soggetto che percepisce la differenza fisica.

- Nella versione materialistica della sopravvenienza viene data priorità all’idea di una causazione fisica

fra sub veniente e sopravveniente + si assume che le differenze fisiche sussistano per sé (a

prescindere dagli eventi mentali) vs nella versione idealistica viene data priorità alla relazione

intenzionale fra sub veniente e sopravveniente.

- La corrente idealistica sostiene che per qualunque cosa vogliamo menzionare o argomentare si dà

sempre un’occorrenza mentale soggettiva => fatti, cose ed eventi non sussistono senza soggettività;

spesso si è frainteso tutto ciò con l’idea che l’esistenza dell’essere dipenda dall’attività soggettiva =

idealismo soggettivo (Berkeley e Fichte).

Lo scopo dell’idealismo soggettivo è rovesciare l’impianto causale materialistico, ma pretende di

farlo senza ridefinire il concetto di causalità; infatti nell’impianto materialistico la materia causa il

pensiero, mentre in quello idealistico il pensiero causa la materia, ma questa idea di causalità è

confusa = il fatto che l’insieme degli eventi mentali sia almeno ampio quanto quello degli attribuiti

fisici (es. non ci sono colori senza la specifica reattività dell’occhio) non comporta la priorità

ontologica degli atti intenzionali sull’Essere (infatti le esperienze sensibili presentano contenuti

intenzionali che si manifestano come non dipendenti dall’attività soggettiva = un’esperienza nuova

non è già parte della nostra attività mentale). Possiamo immaginare le cose più diverse, ma nessuna

cosa che immaginiamo genererà in noi paura o sorpresa (si tratta di un privilegio dell’alterità

sensibile).

Husserl ha chiamato questo aspetto degli atti intenzionali trascendenza = sfera di ciò che appare alla

coscienza come dato indipendentemente dall’attività della coscienza (sussistente al di là dell’attività

cosciente).

- L’idealismo si basa sul fatto che qualunque sia il dato di cui si discute esso sia parte di un

ordinamento di esperienze soggettive. La prospettiva fenomenologica precisa che questo assunto

non giustifica nessuna de realizzazione dei fenomeni (posizione dell’idealismo trascendentale alla

Kant).

La possibilità di conciliare idealismo trascendentale e realismo si basa sul fatto che sono gli stessi

fenomeni a suggerire l’esistenza di un essere-in-sé in quanto sorgente di efficacia autonoma (i

fenomeni stessi ci fanno capire che c’è altro da noi che ci stupisce, ci spaventa etc.).

 Così come non abbiamo la possibilità di accertarci di non essere vittima di un inganno

cosmico (demone cartesiano), così non abbiamo ragioni per dubitare della validità delle

nostre evidenze.

- Il fenomeno dell’efficacia ontologica è quello che ci porta a preferire il monismo materialistico = noi

ci esperiamo come soggetti condizionati da ciò che ci trascende (alterità che non dominiamo) => i

fenomeni che si manifestano nella nostra coscienza ci suggeriscono di trattare la realtà come

indipendente da noi e questo ci incentiva a trovare catene causali (leggi). Una cosa però è

ammettere la sfera della realtà-in-sé come efficacia indipendente dagli eventi, un’altra è sostenere

che le proprietà che attribuiamo agli eventi sussistano a prescindere da forme intenzionali ed

orientamenti motivazionali.

 Anche se ci muoviamo in un’ontologia monistica non è detto che gli attributi della sostanza

siano unici ed assoluti (cioè autofondanti) => l’ontologia monistica in cui viviamo deve poter

essere materialistica senza rimuovere la “verità identica a se stessa”.

- La relazione intenzionale, diversamente dalla causalità efficiente, non si presenta inizialmente come

dotata di efficacia ontologica = abbiamo visto che la sfera intenzionale non può essere priva di

efficacia ontologica (la nozione di efficacia ontologica non è vincolata ad una specifica forma

manifestativa), ma non abbiamo ancora presentato un fenomeno che ci dimostri come questo sia

vero.

Anche se abbiamo affermato l’indefinitezza della forma manifestativa dell’energia, attribuire

all’intenzionalità un’efficacia ontologica modellata sull’immagine della causalità efficiente ne farebbe

una “forza supplementare”, cioè un’energia addizionale che si aggiungerebbe al sistema e questo

non è possibile perché sarebbe ammesso solo in un’ontologia dualistica + esigerebbe una violazione

del principio di conservazione dell’energia.

A questo punto ci chiediamo come intendere l’efficacia ontologia attribuibile agli stati della

coscienza.

- L’efficacia della sfera intenzionale può essere concepibile secondo il modello della “causa finale”.

Possiamo concepire la causa finale:

 Descrivendo un’azione come guidata da un desiderio/stato di cose futuro. Questa soluzione,

però, sembra semplicemente aggiornare il numero delle entità che possono fungere da

cause efficienti, senza darci una reale alternativa alla causalità efficiente.

 Concependo la causa finale come una situazione dove il futuro causa ciò che lo precede =>

paradosso.

 Parlare di causa finale non vuol dire invertire meccanicamente l’ordinamento temporale

nell’efficacia ontologica. Significa che avere pulsioni, preferenze e rappresentazioni mediate

da una meta modifica il senso della causalità. È vero che l’efficacia di queste preferenze è

ancorata dallo stato di cose presente, ma questo non basta a ridurre la causalità motivazione

a quella efficiente.

Occorre inoltre precisare che nemmeno la causalità efficiente è scevra di componenti motivazionali.

 Parlare di causalità dell’agente non significa cercare una nuova forma causale, ma piuttosto

concentrarsi sulle forme causali che sono presenti quotidianamente nella nostra vita e

capire che spesso non sono ciò che le versioni riduzionistiche pretendono che siano.

- Quando diciamo che interventi materiali, che toccano la materia cerebrale, producono effetti nella

sfera mentale non dobbiamo pensare a una continuità causale dalla causa fisica all’evento mentale,

perché questo impedirebbe il contributo della sfera mentale al processo causale (se riteniamo le

proprietà mentali dotate di efficacia causale dobbiamo ammettere che esse abbiano ereditato

questa efficacia a un livello inferiore, ciò al livello delle parti fisiche coinvolte => non ci sarebbe alcun

contributo autonomo di causalità discendente dal mentale ai suoi effetti fisici).

Tuttavia dobbiamo osservare che l’intervento esterno sul cervello (es. assunzione della santonina,

nota per alterare la percezione cromatica) non produce l’atto intenzionale che rende

quell’intervento un oggetto intenzionale (es. il colore giallo), ma piuttosto lo condiziona =>

l’intervento esterno sulla materia cerebrale tramite assunzione di una sostanza fornisce (insieme alla

luce afferente) un evento trascendente che poi siamo noi a percepire in un certo modo (cioè come

colore). => nell’esempio citato la santonina non è un colore o una variazione di colore, ma piuttosto

qualcosa che, se introdotto in un organismo capace di percezione cromatica, induce una variazione

nel modo di percepire i colori. Questa distinzione fa sì che se un giorno si scoprisse che in alcuni

soggetti la santonina non produce alterazioni di colore, ciò non altererebbe il fatto che per altri

soggetti l’alterazione c’è e loro hanno avuto una certa esperienza. Il fenomeno percettivo infatti

precede e fonda quello fisico e noi possiamo conoscere i correlati fisici solo a partire dai dati

percettivi (mediati da strumenti).

- Tutto questo non si risolve dicendo che la scienza e la tecnologia potrebbero non arrivare a spiegare

certi correlazioni: tutto quello che percepiamo viene esperito dalla mente => non potremmo mai

interpretare nessuna manipolazione degli stimoli sensibili per indurre illusioni percettive come

riduzione della mente. Nessuna causa fisica può sostituirsi ad un processo mentale senza

presupporre il sussistere di una mente.

- Distinzione dei tipi di cause fisiche:

 Quelle che possono uccidere ed annichilire la mente => quando si applicano ad una mente

non producono eventi mentali.

 Quelle che non interferiscono con la vita e l’attività mentale => rimangono esterne alla sfera

fenomenica a cui possono essere ricondotte solo con sistemi specifici di rilevazione. Anche

in questo caso l’applicazione di tali cause al cervello non genera eventi mentali. Es. venti

solari, micro variazioni nella radioattività naturale etc.

 Quelle che possono produrre interferenze percepibili, ma che possono essere riconosciute

solo nelle loro ripercussioni soggettive (es. inquinamento elettromagnetico, atmosferico etc.

che generano confusione, stanchezza etc. , ma non sono percepibili dal soggetto come

fenomeni obiettivi, perché ciò sia possibile devono venir mediate da apparecchiature). Si

traducono in effetti mentali ma non divengono oggetto intenzionale in quanto cause; sono

le cause che supportano l’idea di una relazione causale unilaterale dal fisico al mentale (il

fisico genera il mentale, ma non il contrario).

 Cause fisiche che diventano costantemente oggetti intenzionali. La nostra apprensione di

oggetti intenzionali si converte in comportamenti ambientalmente efficienti e azioni

volontarie a partire da eventi mentali. Si tratta delle cause che ci aiutano a sostenere l’idea

di un potere causale autonomo della mente.

- Abbiamo capito che la mente non introduce nuova energia nel mondo, ma eredita dalla propria

storia causale efficacia ontologica. La mente però non trasmette un modo d’essere degli effetti

omogeneo con la propria “base fisica” (uso del termine improprio perché non c’è una natura

originaria delle descrizioni fisiche).

Noi scopriamo le proprietà delle cose indagando i modi di efficacia di quella cosa in relazione ad altre

cose; questa “capacità di fare” non è un apporto esterno al sistema, ma un attributo che emerge in

una certa forma di relazioni (altre forme relazionali manifestano altre proprietà). Questo vale anche

per la mente: è volitiva, desiderante ed agente perché trasforma ciò con cui si relaziona; la forma

fondamentale di relazionarsi della mente è l’intenzionalità.

- Dobbiamo liberarci dall’idea che, in presenza di “conservazione dell’energia”, debba esserci una

continuità qualitativa fra cause ed effetti. In natura esistono delle soglie selettive, delle discontinuità

nelle relazioni ontologicamente efficaci = non tutto quello che accade produce effetti proporzionali

e/o contingenti. Solo sulla base di questo assunto possiamo parlare di ciò che sta dentro/fuori da un

ente (senza discontinuità ciascun evento elementare dovrebbe diffondere continuamente i propri

effetti senza limiti => non avremmo alcuna entità dotata di stabilità).

 La conservazione dell’energia è compatibile con la discontinuità nella trasmissione degli

effetti => possibili asimmetrie della trasmissione causale => possibilità di emergenza di

proprietà nuove.

Il tipo di efficacia dipende dalla natura degli elementi coinvolti.

- L’idea di causalità dell’agente come proposta da Taylor e Chishlom rivendica una specificità delle

modalità causali del soggetto agente e questa specificità dovrebbe sottrarre il soggetto dall’ordinaria

causalità degli eventi. Il problema è che, per evitare di ricadere nella casistica della causalità

efficiente fra eventi e violazioni del principio di conservazione dell’energia, si pretende che la

causalità dell’agente sia un intervento senza essere un cambiamento (= evento) => si ricorre all’idea

che l’agente sia una sostanza pensante che produce effetti senza che tale intervento sia un evento.

Quello che non torna è l’uso del termine “sostanza”, dato che ci rimanda al dualismo classico, ma rimane

interessante l’idea di una causalità agente. Questa idea comprende che:

 Cambiamenti in una successione avvengono anche se il cambiamento non va attribuito ad un

apporto energetico supplementare;

 Se cambiamento = comparsa di una proprietà nuova, allora i cambiamenti sono portati alla luce

dall’occorrere di nuove relazioni tra qualità ontologiche diverse.

 Per spiegare il cambiamento causale si possono usare i termini di essenza e forma (invece che di

sostanza) = relazioni differenti tra unità qualitative differenti (con forma/essenza diverse) fanno

emergere proprietà e quindi poteri causali diversi;

 Se intendiamo la coscienza come caratterizzata da un’essenza o una forma propria => concepiamo il

flusso causale che attraversa la coscienza come qualcosa di qualificato specificamente senza bisogno

di “supplemento energetico”;

 Se intendiamo la causalità dell’agente come uno specifico conferimento di forma da parte della

coscienza (conferimento che modifica i modi dell’efficacia ontologica) => la causalità dell’agente può

qualificare la causalità degli eventi senza contrapporsi ad essa.

- A questo punto possiamo affrontare l’argomento di Strawson contro l’autodeterminazione: la nostra

identità personale è un prodotto ambientale, ma la somma dei nostri “componenti” materiali non

rappresenta adeguatamente la nostra identità => la concatenazione di eventi che possiamo

considerare influenze sulla nostra volontà attuale non rappresenta correttamente la volontà. Infatti

la volontà è influenzata e non causata da queste influenze. Questo perché la mente riorganizza

l’insieme delle datità su cui si esercita, essa ricerca un proprio equilibrio rispetto alle molteplici

relazioni che la toccano.

Possiamo dire di essere capaci di autodeterminazione finché siamo in grado di soppesare la varietà

di pulsioni, emozioni e di pervenire a decisioni che prevedono una visione d’insieme.

Tutto può generare affezioni sulle nostre ragioni per agire, ma non può causare le ragioni (cioè farle

essere come sono). Possiamo facilmente ingannare un processo mentale, ma questo è possibile

quando abbiamo conoscenza dei valori e dei modi di ragionare di una persona = si interviene sul

piano delle ragioni modificandole, ma questo non è un governo causale della mente altrui, perché

ogni intervento su una mente deve presupporre e sfruttare l’attività autonoma del soggetto vivente

(la mente deve prendere in carico intenzionalmente l’intervento manipolatorio come un dato

disponibile alla coscienza)

- Attenzione qui ci stiamo limitando a parlare di autodeterminazione e non di libertà; nonostante

questo occorre ammettere che sia quando parliamo di libertà che quando parliamo di

autodeterminazione facciamo riferimento alla presenza possibilità alternative.

- Nei casi di causalità dal fisico al mentale troviamo un processo intenzionale tra la pressione delle

cause esterne e la decisione; questo processo intenzionale fa sì che si passi da cause efficienti

esogene a ragioni semantiche => serve un cambiamento di forma e le modalità di tale cambiamento

non sono determinate dalle cause esogene.

 La mente è un potere causale irriducibile, non perché rappresenti una nuova sorgente di

ulteriore efficacia nel sistema, ma perché seleziona a discrimina nell’ambito dell’efficacia

ontologica che ad essa si dà. Per selezione non si intende un’azione causale, ma si intende

dire che la mente fa differenza in quanto è vivente-senziente = nel recepire gli eventi ne fa

dei vissuti intenzionali, dotati di senso e produttori di effetti qualificati.

L’attività della coscienza non va intesa come qualcosa che il soggetto fa, ma come qualcosa

che il soggetto è = il soggetto pospone, separa e compone e con ciò dà forma alle datità

trascendenti.

- Cause efficienti applicate alle materia fisica del cervello possono favorire, ostacolare o spegnere

l’attività della coscienza, ma non possono sostituirla = per ottenere eventi mentali dobbiamo

affidarci comunque alle capacità della mente.

- Da p. 137-141 revisione e sintesi.

DIGRESSIONE SU METODO FENOMENOLOGICO E ONTOLOGIA QUALITATIVA

- Abbiamo descritto un’ontologia dove proprietà nuove emergono e quindi la loro natura non può

essere spiegate dalla loro storia causale.

Dobbiamo tener conto del fatto che la scienza non tratta dei criteri, dei valori e dei concetti

ontologici che sono, però, operanti nel linguaggio naturale storicamente consolidato a cui le

riflessioni scientifiche attingono.

I resoconti scientifici sono un sottoinsieme degli usi ordinari del linguaggio, un sottoinsieme che

comunque dipende da una concettualità prescientifica (emersa nei vissuti in prima persona e nel

riconoscimento collettivo); tutto questo limita le ambizioni del linguaggio scientifico sul piano

ontologico.

Nonostante ciò le ontologie naturalistiche hanno l’ambizione di esprimersi sul piano ontologico e lo

fanno sbagliando, cioè partendo da una preselezione ontica operata dal metodo scientifico che viene

interpretato come fato ontologico => così si arriva alla delegittimazione di tutto ciò che ha natura di

significato, valore, forma a priori, fine, motivazione ed intenzione, visto che non appartiene alla sfera

ontica degli oggetti materiali.

 La scienza si dimentica di essersi fondata sulla vita umana ed arriva a risultati ostili alla sfera

della vita, della coscienza e dell’azione.

- Dato che la pratica scientifica viene dopo la concettualità ordinaria (linguaggio naturale) => i concetti

del linguaggio ordinario possono fornire alla pratica scientifica le radici che essa non sa indagare. A

questo si oppone però l’idea che un edificio di conoscenze rigorose non possa essere illuminato circa

la portata ontologica dei propri contenuti da una concettualità nata accidentalmente.

Il mondo scientifico deve basarsi su premesse che non sono stabilite a loro volta dal metodo

scientifico, ma queste premesse non sono nemmeno accidenti storici.

- I resoconti scientifici non possono fondare, epistemicamente ed ontologicamente, sé stessi =

sorgono attraverso preselezioni nate da una metodologia che ha una specifica storia. Questa

preselezione permette di predeterminare metodologicamente il campo di interesse dell’indagine

scientifica in oggetti materiali replicabili e misurabili, ma esclude anche dal campo degli interessi

l’attività del soggetto per cui si danno gli oggetti. Le ragioni di tutto ciò sfuggono al metodo

scientifico.

Comunque la semplice registrazione empirica del radicarsi della pratica scientifica in un linguaggio

ed in una storia non sembra una fondazione razionale soddisfacente.

 La fenomenologia è la forma descrittiva che recupera ed esamina sistematicamente la

concettualità che noi usiamo, facendo spazio per lo spettro dell’esperienza = è la visione che

si pone sul piano delle operazioni di coscienza in generale e che può fornire radicamento

razionale alla pratica scientifica.

- Mentre il metodo delle scienze naturali deve presupporre una concettualità pregressa, il metodo

fenomenologico no.

Tutti i metodi di conoscenza definiscono preliminarmente quale deve essere il punto di partenza

legittimo per una descrizione razionale => restrizione preliminare del campo degli oggetti “reali” e

delle basi epistemiche valide. Ma delimitare preliminarmente la base delle descrizioni dettagliate

legittime è sbagliato. Un metodo che si presuppone di accertare la verità non deve escludere

pregiudizialmente nulla. Tutto ciò che si manifesta ad un soggetto è qualcosa con cui fare i conti = il

campo di riferimento da cui partire è quello di tutta l’esperienza. Occorre poi non classificare

precocemente quanto si dà in esperienze.

 Arriviamo al campo dei fenomeni (ciò che si manifesta a un soggetto nei limiti in cui si

manifesta ad esso). A questo campo si accede con la sospensione del giudizio mirata ad

evitare ogni preliminare gerarchizzante secondo criteri di maggiore/minore realtà +

sospensione del giudizio di determinazione causale di quanto esperito (la causalità è un

relazione implicitamente definita come reale => descrivere qualcosa come cusato da altro

significa descriverlo come portato a realtà da qualcosa cui è subordinato come status di

realtà) = epoché di cui parlava Husserl.

- Nell’atteggiamento di epoche descriviamo come fatti apparenti e ragioni apparenti cause, realtà e

illusioni = le affermiamo in prima istanza senza negarne/affermarne la validità. I fatti apparenti e le

ragioni apparenti non vengono trattati come appartenenti a una specifica sfera ontologica (es. sfera

dei fatti psicologici).

- Da questo campo, il più comprensivo possibile, emerge quello che diventa patrimonio

intersoggettivo, cioè obiettivo, in quanto ha incontrato l’accettazione di altri soggetti.

- I criteri di validità non vanno imposti, ma scoperti, dato che sono già all’opera nei nostri resoconti. Se

non fossimo già competenti nell’utilizzo dei criteri di verità, realtà, coerenza etc. non potremmo

costruirli dal nulla.

 I criteri non vengono imposti all’indagine, ma estratti da essa e dal nostro uso del linguaggio.

 Si identificano gerarchie di validità implicite nelle forme intenzionali (es. scopriamo che la

percezione ha validità fondativa).

 Viene portato alla luce il funzionamento primario della nostra conoscenza = condizioni senza

cui non riusciamo a definire gradi di realtà, verità etc. . Non siamo in grado di sostituire

questo livello fondativo con nulla, perché ogni ragione lo presuppone.

- L’approccio fenomenologico non è soggettivista, anche se è “in prima persona”; nessuna verità

scientifica e obiettiva nasce senza passare dalle esperienze e dai giudizi soggettivi. La prospettiva

fenomenologica chiarisce che l’obiettività non si manifesta come immediata “attualità”, ma come

con divisibilità intersoggettiva di giudizi soggettivi => non c’è nessun criterio di obiettività precedente

o sovraordinato all’accordo intersoggettivo.

la sfera di ciò che ha efficacia sul piano soggettivo (ragioni) è sempre più ampia di ciò che ha efficacia

sul piano oggettivo (cause).

- Anche la fenomenologia deve appoggiarsi ad una concettualità linguistica precostituita e può

accadere che la concettualità in cui siamo cresciuti risulti fuorviante nella rappresentazione di certi

fenomeni. Tuttavia il processo di descrizione fenomenologica, pur utilizzando le parole, va oltre ad

esse, verso le cose stesse e le condizioni essenziali per il funzionamento di motivazioni, inferenze,

prove etc. => l’indagine fenomenologica ha i mezzi per rimettere in discussione eventuali concetti

inadeguati.

Il processo di descrizione fenomenologica è trascendentale, non sostruttivo-cumulativo = la

conoscenza successiva non viene edificata su quella data, ma la conoscenza data va chiarificata

indagandone le condizioni di possibilità.

- La fenomenologia indaga lo spettro delle pratiche e degli atti correlati all’uso del linguaggio ordinario

 indaga l’intero spazio concettuale e il suo modo di esercitarsi.

 La fenomenologia può descrivere sul piano del significato tutto ciò che la scienza, la tecnica

etc. portano alla luce.

- Husserl sosteneva la continuità fra scienza e filosofia, ma in realtà la filosofica (intesa come

fenomenologia) ha un ruolo fondativo rispetto alle scienze = essa permette di chiarire i presupposti

delle scienze + di intendere quale significato, quali conseguenze comportamentali ed etiche

possiamo attribuire a ciò che le scienze presentano come risultati.

L’attività filosofica è invece priva della componente propulsiva e innovativa tipica delle scienze, le

quali portano alla luce fenomeni precedentemente ignoti.

Le scienze possono contribuire all’indagine filosofica perché i loro risultati possono essere esaminati

come fenomeni (descrizione degli esiti e del procedimento per ottenerli).

- La fenomenologia non può diventare parte dell’indagine scientifica, come invece hanno prospettato

alcune teorie che parlano di una “naturalizzazione della fenomenologia” (intendono la

fenomenologia come tecnica di studio della coscienza umana).

- Una rappresentazione della realtà secondo una prospettiva obiettivistica (che non tiene conto di

come gli oggetti si manifestano) è fallimentare sul piano ontologico, mentre la fenomenologia

accoglie l’esigenza di rappresentare la realtà tenendo conto della dimensione intenzionale e

motivazionale. L’impianto fenomenologico dà conto di queste dimensioni senza negare validità alle

scienze naturali.

La fenomenologia è l’atteggiamento filosofico giusto da utilizzare nell’indagine ontologica, perché

mette sistematicamente tra parentesi i resoconti causali per chiedersi quali siano le implicazioni e i

limiti di validità degli oggetti intenzionali che indaga. Le storie causali non sanno dare conto delle

proprietà attuali di un ente, mentre la fenomenologia sa descrivere le proprietà attuali tenendo

conto delle relazioni in atto e in potenza, senza avere pretese esplicative sulle origini causali.

 Solo così possiamo capire il sussistere di proprietà emergenti e di libertà di coscienza a livello

ontologico.

ONTOLOGIA DELLA LIBERTÀ

- Abbiamo visto come il determinismo risulti incompatibile con il libero arbitrio negando il sussistere di

una pluralità di futuri stati possibili + come lo stesso indeterminismo risulti inconciliabile con il libero

arbitrio in quanto nega l’autodeterminazione.

- Abbiamo capito che l’idea che il determinismo rappresenti un tratto ovvio dei fenomeni naturali è

una mera suggestione = i fenomeni naturali non si presentano come processi lineari (solo una

minoranza di essi son descrivibili come tali + le catene di causalità efficienti sono solo un modo per

descriverli) + l’idea di “legge di natura” è una descrizione funzionale non garantita dai fenomeni

(nonostante la regolarità del mondo-ambiente con cui si regolano la coscienza e l’organismo sia

fondamentale, non è detto ontologicamente che la regolarità costituisca una legge) + quando

diciamo che per ogni stato dell’universo esiste un solo futuro possibile (vd definizione determinismo)

diciamo qualcosa che ha come unico sostegno concreto la nostra capacità di determinare gli esiti di

alcuni processi causali e il sussistere di regolarità nel nostro mondo-ambiente.

- La prospettiva determinista è persuasiva è l’uso di un’argomentazione ad hoc adatta ad escludere

tutti i fenomeni che non si conformano alla nostra immagine priori di un andamento deterministico

= liquidare tutte le situazioni dove non c’era prevedibilità deterministica e sostenere che si tratta di

apparenze. Il determinismo assume che ontologicamente i processi siano deterministici e che a noi

non sembrino tali a causa dei limiti della nostra coscienza (i sistemi complessi sono una

composizione di sistemi deterministici).

 I tratti emergenti vengono visti come apparenze dovute alla nostra attuale incapacità di

comprensione.

A prova di questa visione si cita il fatto che i singoli processi isolati in condizioni di laboratorio possono essere

descritti come paradigmi deterministici.

Se la complessità fosse un mero fattore epistemico allora man mano che i sistemi vengono scomposti nelle

loro parti dovrebbero mostrare maggiore uniformità, semplicità e prevedibilità deterministica (vd idea

dell’atomismo classico); si tratta di un’idea che la fisica quantistica ha escluso.

- Anche quando capiamo che il monso non è deterministico, credere che la libertà possa venire

dall’indeterminismo rimane illusorio (l’indeterminismo non dà conto di processi di scelta secondo

ragioni = no autodeterminazione).

- La dualità fra determinismo e indeterminismo e il conseguente stallo si basa su un errore logico: si

assume che determinismo e indeterminismo siano concetti complementari e mutualmente esaustivi,

ma non è così, dato che il concetto complementare all’indeterminismo è il non-determinismo.

Parliamo di determinazione quando non tutti i possibili esiti di un processo sono equiprobabili

(restrizione delle sue possibilità); nel caso del determinismo abbiamo a che fare con un caso

specifico di determinazione, cioè quello in cui rimane una sola possibilità percorribile.

Tra la causalità indeterministica e la coazione deterministica c’è spazio per i vari processi di

determinazione che sono tipici delle azioni volontarie (alcune ragioni ci muovono ad escludere

alcune opzioni e a considerarne altre).

- L’apparente esaustività dell’opposizione determinismo-indeterminismo si basa sull’idea che ogni

azione determinata debba avere ragioni per accadere. Si tratta di un assunto vero, ma non

dobbiamo equiparare le ragioni alle cause efficienti, pensando che un’azione sia determinata in

senso deterministico sia che sia generata da cause materiali sia che sia generata da ragioni.

Una ragione per agire non è una spinta meccanica = le ragioni che guidano le nostre azioni ordinarie

sono riorientamenti dello spettro delle possibilità prossime che abbiamo = scegliamo fra opzioni che

aprono scenari solo parzialmente determinati (la rosa di opzioni è un orizzonte che motiva la scelta).

Noi non scegliamo fra cose e realizzazioni come se la realizzazione esaurisse il senso dell’azione, ma

scegliamo fra orizzonti di possibilità => ogni realizzazione tra senso dalla promessa di aprire/chiudere

ulteriori spazi di possibilità.

- Sia il libero arbitrio che la sua negazione si orientano intorno alla nozione di “possibilità”. Spesso

pensiamo alla possibilità come un contenitore predisposto a ricevere il contenuto (realizzazione) +

che il mondo contenga molte opzioni possibili (contenitori), ma poi ci sono ragioni sufficienti per

riempire un solo contenitore = ottica deterministica vista come necessità logica.

Sulla base di questa idea Dennet sostiene che gli agenti possono evitare esiti che hanno anticipato,

ma il fatto di evitarli è obbligato (dipende dall’aver avuto ragioni sufficienti per evitarli) => l’evitare

rientra del quadro determinista.

 In quest’ottica lo spazio delle possibilità alternative è finzionale e soggettivo.

Tutto questo ragionamento si basa sullo spostamento nel passato del nesso fra scelta presente e possibilità

future: si pensa a presente, passato e futuro come se fossero segmenti della “freccia del tempo” di cui è

possibile spostare le posizioni preservandone i rapporti ontologici.

 Si legge a posteriori lo spazio delle possibilità future identificandolo con l’unica possibilità

che si è realizzata + si stabilisce che le ragioni della scelta che hanno condotta a tale esito

dovevano essere già sufficienti per un unico esito (= possibilità future trasformate in datità

passate).

Il presente è invece presenza ad una coscienza (reale o ideale), il passato è frutto di un’operazione di

recupero intenzionale e il futuro è l’esito di un’anticipazione intenzionale. Il passato si manifesta alla

coscienza in quanto dato assente, mentre il futuro come orizzonte di possibilità; si tratta di caratteristiche

fenomenologicamente essenziali.

 Passato, presente e futuro ricevono il loro significato dall’esperienza della coscienza che

detta le loro forme di relazione => non si tratta di entità trascendenti sui generis/di oggetti

speciali nel mondo.

In ultima istanza ogni possibilità si radica nell’intendere qualcosa che non è in attualità esperienziale e il cui

contenuto dipende dall’esperienza passata.

- Dennet e altri autori concepiscono le possibilità come congetture/anticipazioni della coscienza

(possibilità soggettive, fittizie e prive di valore ontologico) vs possibilità in sé di cui abbiamo bisogno

per concepire la realtà (concepire qualsiasi cosa significa concepirne almeno in parte le possibilità =

possibilità oggettive).

È vero che possiamo intrattenere possibilità illusorie e che quindi dobbiamo ammettere l’esistenza di

possibilità non illusorie (soggettive), ma il fatto che una coscienza possa intrattenere la credenza in

possibilità illusorie non toglie nulla al fatto che la sorgente ultima cui ricorriamo per porre possibilità

siano comunque gli atti di coscienza soggettivi.

 Sfera delle possibilità idealmente oggettive = sfera delle possibilità soggettive che ha passato

un esame di validità intersoggettiva (qualcosa che appare possibile secondo i criteri condivisi

di una comunità di soggetti).

- L’agire umano può essere detto libero in quanto determinato e determinante (= viene condizionato

da possibilità pregresse ed condizionante possibilità future).

 Dal passato l’agente non eredita; le cause e gli eventi che incontra si trasformano per lui in

spazi di possibilità.

- Ogni scelta è condizionata dal contesto, dal luogo etc., ma il fatto di essere consapevoli delle

circostanze finite della scelta genera uno spazio di possibilità. Nel momento in cui prendiamo

coscienza di qualcosa e ne facciamo oggetto d’attenzione prendiamo distanza da esso e creiamo le

condizioni per una pluralità di atteggiamenti e percorsi possibili.

- Parentesi (poi ripresa più avanti) Ogni tentativo di fornire una spiegazione in termini di cause

efficienti presuppone la validità indipendente di inferenze logiche, finalità e coscienza riflessa => la

nozione di causa efficiente non ha le risorse per spiegare tutto questo. Dobbiamo utilizzare una

spiegazione in termini di storia causale del contenuto e delle potenzialità delle attività della

coscienza.

- Determinazione = tutto ciò che restringe lo spazio delle possibilità. Se uniamo questa definizione ad

un’immagine statica della possibilità come totale degli spazi trascendentali da riempire (una sorta di

“mondo delle idee” alla Platone), allora possiamo pensare alla progressiva diminuzione degli spazi di

possibilità, determinazione dopo determinazione (ogni determinazione toglie alcune possibilità

consumando lo spazio totale dei possibili). Questa visione è erronea.

Infatti per ogni evento determinante (e quindi per ogni azione) il processo di restrizione rispetto alle

possibilità disponibili è accompagnato da un processo di possibilizzazione (generazione di nuove

possibilità). Qualunque descrizione della storia naturale e di quella umana suggerisce la nascita di

proprietà nuove e quindi anche di possibilità nuove (es. nascita di una nuova specie di viventi diviene

possibilità in presenza di organismi viventi capaci di riprodursi, mentre non esiste “possibilità di

speciazione” senza vita).

L’unico scenario in cui non si ammette l’emergere di possibilità nuove è quello che, di fronte ad ogni

evento naturale, afferma che se esso è diventato reale allora doveva essere possibile da sempre

(come se si dicesse che tale evento era incluso nel novero delle idee di Dio prima della creazione =>

come dire che ogni evento è ricompreso in un grande contenitore platonico di tutte le possibilità).

L’unica forma di possibilità concepibile come etera è quella logica (non contraddittorietà), ma essa

non ha di per sé contenuto (ha bisogno di contenuti reali per essere applicata) e quindi non

possiamo pensare allo spazio di non-contraddittorietà logica come un insieme di opzioni

determinate (si tratta di determinazioni che sussistono solo in dipendenza di ciò che è prima posto

come reale e rispetto a cui qualcosa può essere posto come “non contraddittorio”).

La possibilità logica come non-contraddittorietà non comporta la chiusura di un insieme di possibilità

e non ne definisce la natura di insieme finito (l’insieme delle possibilità logicamente non-


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze filosofiche
SSD:
Docente: Zhok Andrea
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiuliaS95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia filosofica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Zhok Andrea.

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