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Riflessioni sulla fede e sulla ragione

È lodevole accompagnare la nostra fede con tutta la ragione che è in noi, ma sempre con la riserva di non ritenere che essa dipenda da noi, né che i nostri sforzi e i nostri argomenti possano arrivare a una scienza così divina. Se fossimo uniti a Dio per suo stesso mezzo, non per mezzo nostro e se avessimo una base e un fondamento divino, le vicende umane non avrebbero il potere di scuoterci come invece l'hanno.

Con le nostre mani maneggiamo la religione per trarre come dalla cera tante forme contrarie da una regola così retta e salda. Inoltre, con impudenza ci palleggiamo le ragioni divine. Offriamo volentieri alla devozione solo i servigi che lusingano le nostre passioni; e, mentre la religione è fatta per estirpare i vizi, essa li protegge, li alimenta e li eccita. Se credessimo in lui, lo ameremmo sopra ogni altra cosa: invece, lo offendiamo.

La fede e la paura della morte

Le grandi promesse di beatitudine eterna, se noi le credessimo davvero come autorevoli al pari di un ragionamento filosofico, allora non avremmo in orrore la morte. “Noi accogliamo la nostra religione solo a modo nostro e a nostra guisa”: vi ci siamo trovati (abelardiano), seguiamo uomini autore che vi hanno creduto, temiamo le minacce e seguiamo le promesse. “Noi siamo cristiani per la stessa ragione per cui siamo perigordini o tedeschi”. Spesso, coloro che negano l'inferno o le pene, si trovano a temerle fortemente in punto di morte. Siamo dunque ricondotti alla fede in Dio o per amore o per forza.

L'ateismo e la presunzione umana

L'ateismo è una proposizione quasi contro natura e mostruosa. Non è credibile che tutta questa macchina non porti qualche impronta della mano di quel grande architetto e che non ci sia nelle cose del mondo alcuna immagine che si riferisca in qualche modo all'artefice che le ha costruite e foggiate. Vediamo se l'uomo ha in suo potere altre ragioni più forti di quelle di Sebond, cioè se egli possa arrivare a qualche certezza con argomentazioni e ragionamenti.

È ridicolo che questa miserabile e meschina creatura, che non è neppure padrona di se stessa ed è esposta alle ingiurie di tutte le cose, si dica padrona e signora dell'universo, di cui non è in suo potere conoscere la minima parte, tanto meno comandarla. Non un uomo solo, non un re, ma le monarchie, gli imperi e tutto questo basso mondo si muove sotto la spinta dei minimi moti celesti.

La natura e le creature

La presunzione è la nostra malattia naturale e originaria. La più calamitosa e fragile di tutte le creature è l'uomo e al tempo stesso la più orgogliosa. È per vanità della sua stessa immaginazione che si uguaglia a Dio, che separa se stesso dalla folla delle altre creature. Da quale confronto fra essi e noi deduce quella bestialità che attribuisce loro? Noi non comprendiamo le bestie più di quanto esse comprendano noi. Noi comprendiamo approssimativamente il loro sentimento, così le bestie il nostro.

C'è fra loro una piena e totale comunicazione e si capiscono fra loro, non solo quelle della stessa specie ma anche quelle di specie diversa. Noi constatiamo ampiamente, in molte opere degli animali, quanta superiorità abbiano su di noi, e quanto la nostra arte sia insufficiente a imitarli. La natura non è matrigna; essa ha universalmente abbracciato tutte le sue creature. I popoli appena scoperti ci hanno insegnato che madre natura ci aveva riforniti a sufficienza di tutto ciò che ci abbisognava.

La fragilità e la forza umana

Noi non siamo né al sopra né al di sotto del resto: tutto quello che è sotto il cielo, è sottoposto a una stessa legge e sorte. La vanità della nostra presunzione fa sì che preferiamo essere debitori delle nostre capacità alle nostre forze più che alla sua generosità. E se vogliamo trarne qualche superiorità dal fatto che è nostro potere prenderle e adoperarne a nostra volontà, non si tratta che di quella stessa superiorità che noi abbiamo gli uni sugli altri (tiranni).

Quanto alla forza, non c'è animale al mondo esposto a tante offese come l'uomo. Le bestie non sono neppure incapaci di essere istruite a modo nostro. Democrito spiega che la maggior parte delle arti le abbiamo imparate proprio dalle bestie.

Il giudizio e le capacità animali

“Tutto quello che ci sembra strano, lo condanniamo, e così tutto quello che non comprendiamo: come ci accade nel giudizio che diamo delle bestie”. Esse hanno molte qualità che si avvicinano alle nostre, ma come possiamo sapere in che cosa sono particolari? Esse sono capaci di azioni che superano la nostra capacità, e a cui siamo tanto lontani dal poter arrivare per imitazione che non possiamo neppure concepirle con l'immaginazione.

Queste capacità, tali azioni, testimoniano in essi l'esistenza di qualche facoltà più eccellente che ci è ignota, come è verosimile che lo siano molte altre delle loro qualità e possibilità delle quali non giunge fino a noi alcuna manifestazione. Tutto ciò che neghiamo alle loro cause motrici limitandole e che attribuiamo invece alla nostra condizione, non può in alcun modo venire dalla facoltà della ragione.

Le virtù degli animali

Essi manifestano chiaramente un senso di giustizia e una capacità di provare amicizia in maniera anche più viva e più costante. Gli animali sono inoltre molto più regolati di quanto siamo noi e si tengono entro i limiti della natura. Essi ci superano anche quanto all'economia domestica. Quanto alla guerra, invece, sembra che la scienza del distruggerci e ucciderci a vicenda, di rovinare e perdere la nostra stessa specie, non abbia molto di che farsi desiderare dalle bestie che non la posseggono, anche se non ne sono del tutto esenti.

Quanto alla fedeltà non c'è animale al mondo più traditore dell'uomo. Le bestie ci superano anche in gratitudine e quanto all'alleanza e alla confederazione per recarsi aiuto vicendevole.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Stotle di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia Filosofica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Zhok Andrea.
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