Storia sociale dell’Italia moderna
Riassunto – L’uomo, l’ambiente, gli stili di vita
Cap 1
La prima fase espansiva dell’era cristiana vede la popolazione italiana crescere da 7 a 8,5 mln di abitanti fino al 3° secolo. In seguito ci fu una caduta demografica che ebbe una durata di 5 secoli, arrivando a 4 mln di abitanti. Successivamente ci fu un lento recupero, portando la popolazione a 8,5 mln di abitanti nel 13° secolo e raggiungendo gli 11 mln nel 1300.
Nel 1348 la peste nera si abbatté sulla popolazione italiana, già in una situazione precaria prima della peste, a seguito di molte carestie. A causa della peste, gli abitanti continuarono a diminuire anche dopo di essa, portando via il 25-30% della popolazione italiana, che nel 1400 contava 7,5 mln di abitanti.
Una testimonianza del decremento fu anche l’abbandono dei luoghi abitati: nel Mezzogiorno, nelle Isole e nella Maremma si spopolarono le aree rurali. In Puglia circa la metà dei villaggi del Tavoliere scomparve.
A partire dal 15° secolo si ebbero miglioramenti: nella seconda metà del ‘400 la popolazione crebbe a ritmi sostenuti. Nel 1500 si contavano 11,5 mln di abitanti. La regione che ebbe il più forte incremento demografico fu la Campania, in cui Napoli divenne la più grande città europea.
Nel 17° secolo la situazione cambiò a causa della caduta dell’Italia nel commercio internazionale, per due grandi epidemie che sconvolsero la Penisola (1630-31 e 1656-57) e per la guerra dei Trent’anni (1618-1648).
La crisi colpì soprattutto le città e le aree rurali erano più variegate di quelle urbane: accanto ad aree di forte sviluppo agricolo convivevano aree arretrate e in decadenza. Nel ‘700 si ebbe una stabilizzazione della mortalità. Questo però non autorizza ad immaginare un miglioramento della disponibilità di viveri e una riduzione delle epidemie, nel ‘700 le carestie, il vaiolo, il tifo petecchiale erano diffusi.
Di fronte a questi fenomeni, in Italia le strutture demografiche e quelle socioeconomiche furono, tuttavia, capaci di una resistenza e di una ripresa sconosciute in passato. A metà del ‘700 si stima una popolazione di 15,8 mln di abitanti, mentre nel 1800 arrivò a 18 mln.
Nel corso dell’Ottocento, in tutta la Penisola si registrò un lungo periodo di crescita contenuta, a causa degli anni difficili della dominazione francese e della crisi di sussistenza e dell’epidemia di tifo petecchiale che colpirono l’Italia nel 1816-17. Nel 1835 fece la sua comparsa il colera, che influì sull’andamento della mortalità per tutto il 19° secolo.
Tuttavia nel complesso, fra ‘700 ed ‘800 si registrò una relativa stabilizzazione della mortalità, intendendo con questo la scomparsa delle crisi catastrofiche provocate dalla peste e la diminuzione, in termini di frequenza ed intensità, di altri tipi di crisi epidemiche e di natura alimentare.
I meccanismi demografici della popolazione di antico regime, a grandi linee, sono noti: ad alti tassi di mortalità si affiancavano tassi di fecondità elevati. La mortalità era influenzata dalle condizioni di vita delle popolazioni: alimentazione, situazione igienico-ambientale, i ritmi di lavoro.
Per l’Italia dei secoli 17-18° secolo è stata stimata una speranza di vita media alla nascita pari a 25-28 anni. Ancora per tutto l’800 e fino all’Unità d’Italia, la mortalità raggiungeva valori elevati. La speranza di vita media nel 1861 era di 33 anni.
Nell’Italia del passato nascevano moltissimi bambini, in assenza di validi metodi contraccettivi, ma di questi ne morivano tantissimi, i livelli della mortalità infantile erano altissimi, a causa delle condizioni igieniche, dell’allattamento trascurato, dello svezzamento precoce ma anche per l’insufficiente professionalità delle ostetriche.
A controbilanciare livelli di mortalità così elevati concorrevano tassi di fecondità molto alti, i quali produssero una popolazione giovane in generale: il peso delle classi giovanili sul totale della popolazione residente era ovunque cospicuo e raggiungere la vecchiaia era un privilegio riservato a pochi eletti appartenenti al ristretto gruppo delle classi sociali più benestanti.
Lo sviluppo economico, il miglioramento delle condizioni di vita, contribuirono tra ‘800 e ‘900 alla diminuzione dei tassi di mortalità, in particolar modo della mortalità infantile e all’aumento della speranza di vita (prima transizione demografica).
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Dalla Statistica (murattiana) del 1811 si possono trarre alcune considerazioni: l’alimentazione era insufficiente sia per la qualità che per la quantità degli alimenti; il regime alimentare era di tipo monotono, caratterizzato dal consumo di pane, legumi, ortaggi.
Il pane sulla tavola della “classe meschina” era di farina d’orzo o di farinella, costituita da orzo arrostito, ridotto in polvere e condito con semi di finocchio. Non era raro anche il pane misto di farina di legumi. In alcune aree del Mezzogiorno, come il Cilento, si utilizzava anche la farina di castagne.
Il pane di frumento era destinato alla “classe comoda”, ai malati e ai convalescenti, e serviva per le pappe dei bambini. Tra i legumi prevalevano le fave e in misura minore lenticchie, piselli, ceci, fagioli; le carrube erano disponibili tutto l’anno.
Nelle campagne pugliesi si coltivavano in grande quantità gli ortaggi: verze, cappucci, carciofi, finocchi, lattughe, bietole, carote e cavoli. In estate l’alimentazione si arricchiva di cicorie, pomodori, zucchine, peperoni, agli e cipolle.
La carne era un alimento raro, fatta eccezione delle persone agiate, il pesce invece rientrava nella dieta alimentare di tutti. Il consumo di latticini era diffuso dove era disponibile molto foraggio per gli animali da pascolo. Era presente sulla tavola la frutta, a seconda delle stagioni, e si consumava molto olio e vino nel Mezzogiorno.
Il salario di un addetto all’agricoltura era insufficiente a mantenere la famiglia, anche solo ai limiti della sussistenza, nonostante i ritmi incessanti lavorativi, 15 ore al giorno.
Le condizioni abitative dei contadini erano fortemente degradate e consistevano in uno o due ambienti sporchi, umidi, che accoglievano l’intera famiglia insieme a polli, conigli, all’asino, al castrato, al cane e al gatto. Inoltre l’abitazione fungeva da deposito di grano, di legumi ed altre derrate alimentari.
Anche l’igiene personale era poco curata, la biancheria si lavava ogni 15 giorni, gli abiti si cambiavano due volte l’anno e i poveri non cambiavano i loro cenci se non quando cadevano a pezzi. Il vestiario era diversificato a seconda delle classi. Le donne portavano abiti lunghi o gonne con busto e corpetto, e indossavano un fazzoletto di cotone annodato al collo che scendeva a coprire il seno.
Tra le malattie più diffuse vi erano le affezioni gastroenteriche dovute alla cattiva alimentazione e soprattutto all’abitudine di bere acqua inquinata; i catarri intestinali erano causati dall’uso di bevande e alimenti deteriorati e dall’abuso di farinacei.
Dalla Statistica del 1811 si evince che in Terra di Bari l’acqua di uso potabile era quella piovana, raccolta nei terrazzi delle abitazioni e trasportata con tubi d’argilla nei pozzi scavati sotto le case. Quando mancava l’acqua si usava l’acqua raccolta in cisterne scoperte fuori dall’abitato, con grave pericolo per la salute.
In Puglia le condizioni di vita dei contadini continuarono ad essere drammatiche anche nel periodo postunitario.
Alcune malattie come la malaria, la pellagra e la tubercolosi, erano strettamente correlate alla miseria, agli stili di vita e all’ambiente di lavoro malsano e colpivano prevalentemente gli strati sociali più bassi della popolazione.
A fine ‘700 in Terra di Bari, si ha una stretta relazione tra il clima e la diffusione della malaria soprattutto nel periodo estivo, quando le campagne divenivano inabitabili. La malaria continuò ad infierire in particolare nel 1839 e nel 1855.
Se nella forma più lieve la malaria rientrava tra le consuete avversità della vita rurale, nelle forme più gravi, che portavano alla morte, la malattia entrava a far parte di un orizzonte sovrastorico, in cui si incrociavano sacro e profano: credenze popolari, leggende e la pratica rituale dei pellegrinaggi e delle processioni.
Il calo della malattia e la sua scomparsa si hanno grazie all’utilizzo del chinino e agli interventi di bonifica e colonizzazione delle zone paludose effettuati nella prima metà del ‘900 e nel secondo dopoguerra, all’uso massiccio di DDT, efficace per l’eliminazione delle zanzare.
La pellagra colpì principalmente le aree rurali dell’Italia postunitaria. La costituzione di aree a monocoltura di mais, da un lato fu la soluzione al problema della fame, dall’altro determinò l’insorgere di questa malattia di origine alimentare, effetto di malnutrizione.
La pellagra solo successivamente al 18° secolo fu riconosciuta come una malattia dovuta a monofagismo maidico, su cui incidevano la pessima qualità del mais guasto, la presenza in esso di sostanze tossiche e le scorrette modalità di panificazione e conservazione alimentare.
La diffusione della pellagra raggiunse livelli talmente drammatici da giungere alla promulgazione di una specifica legge nel 1902. Furono istituite le Commissioni provinciali pellagrologiche, le prime locande sanitarie, si occupavano di fornire un’alimentazione adeguata per un periodo di tempo ai malati di pellagra con i primi sintomi e ai soggetti a rischio, le cucine economiche, offrivano la possibilità ai pellagrosi di poter acquistare a prezzo minimo un piatto di minestra, i forni rurali ecc.
Gli elenchi nominativi risultano utili per conoscere la geografia della diffusione del fenomeno e fotografano lo status dei paesi più colpiti, fino a quelle località che rimasero indenni dalla malattia. Essi riportano nome, cognome, residenza, età, condizione economica, professione, stadio della malattia e l’eventuale invio al matrimonio.
Gli individui al terzo stadio della malattia presentavano i sintomi di squilibri nervoso e mentale e la loro condizione era ormai incurabile. In questo caso i malati venivano assistiti negli ospedali psichiatrici oltre che nei pellagrosari, strutture curative ed educative con tempi dedicati al lavoro.
Per tenere sotto controllo questo fenomeno endemico si fece anche ricorso ad una rete di istituti per la cura della follia, manicomi, istituti psichiatrici. La Commissione provinciale permanente per la cura della pellagra nel bolognese prevedeva la reclusione nel manicomio dei malati pellagrosi ormai incurabili, che non avessero ricevuto benefici né dalle locande sanitarie né dalle cucine economiche.
Un’altra grave malattia che afflisse la popolazione fu la tubercolosi. Essa era conosciuta come la malattia che distruggeva i polmoni e consumava l’uomo. A fine ‘700 divenne la “regina delle malattie” e, nel corso dell’800 assunse una dimensione sociale tale da essere definita la “peste bianca”.
La malattia mieteva le sue vittime soprattutto tra le popolazioni cittadine, dove affollamento e scarsa igiene delle abitazioni, nonché la vita collettiva nelle nascenti fabbriche e nelle scuole, divenivano le cause predisponenti a contrarre la malattia.
Nell’immaginario collettivo, la tubercolosi era vista come una “malattia romantica”, simbolo di purezza spirituale, tanto che le donne dei ceti sociali più elevati si sbiancavano il viso per assumere un aspetto malato.
Al Sud la situazione era tranquilla rispetto al Nord, dove si concentravano le prime fabbriche, e si registrava uno stadio di “tubercolizzazione” avanzata. Nel 1900 il I° Congresso nazionale contro la tubercolosi apriva il nuovo secolo ad un rinnovato impegno medico e sociale che porterà nei decenni successivi ad una graduale riduzione dei tassi di mortalità per tubercolosi.
Fino all’avvento dell’antibioticoterapia, il ricovero in sanatorio ha rappresentato l’unica reale speranza di guarigione per i malati di tubercolosi. Il riposo assoluto, la salubrità del clima e un’alimentazione adeguata, rinforzando l’organismo dei pazienti ricoverati, consentivano un efficace contrasto allo sviluppo dell’infezione.
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Cap 2 Le grandi paure del passato: dalla peste al colera
La peste
Nel 1894 Alexandre Yersin scoprì il baccillo Yersinia pestis, responsabile di una malattia infettiva e contagiosa che per secoli aveva rappresentato per l’umanità, insieme con la fame e la guerra, uno dei più terribili flagelli, ovvero la peste.
Essa era una malattia dei roditori e dei ratti. Fra i ratti domestici sia il topo marrone che il topo nero erano soggetti alla malattia, anche se il primo risultava meno pericoloso per l’uomo. Il Rattus rattus era l’ospite preferito della Xenopsylla cheopis, la pulce della peste per eccellenza. Quando un ratto moriva, la pulce poteva passare su un altro ospite, uomo o animali.
Esistevano varie forme di peste, da quella bubbonica a quella polmonare, febbre alta, insufficienza cardiaca, infiammazione della milza e dei reni, portava alla morte nel giro di 3 giorni, o setticemica, quasi letale, uccideva nel giro di 24 ore, che procurava un’intossicazione generale del sangue.
La peste arrivò in Italia tra la metà del 6° secolo e l’8° secolo e nuovamente nell’autunno del 1347 con alcune galee genovesi provenienti da Bisanzio e dai porti del Mar Nero. Originariamente si trattò di peste bubbonica, trasmessa all’uomo attraverso i ratti e le pulci; poi assunse forme polmonari e setticemiche, trasmissibili da uomo a uomo, le più pericolose.
L’epidemia raggiunse l’apice nel 1348 causando un numero altissimo di morti, poco quantificabili. Dopo la peste nera del 1348, nei secoli successivi ricomparvero periodicamente focolai epidemici che alimentarono una serie di dibattiti e congetture sull’origine del morbo.
I contemporanei riconobbero nel traffico delle merci e nella mobilità della popolazione i principali motivi della propagazione di quest’ultimo. La traiettoria del morbo partiva dai porti mediterranei e toccava le vie di comunicazione tra le città della terraferma.
Quindi, lungo le strade e in ogni punto obbligato di passaggio per genti e merci, le autorità creavano posti di guardia, lazzaretti e altri luoghi di quarantena per bloccare la diffusione della malattia.
Violenta fu l’epidemia che colpì l’Italia tra il 1575 e il 1580. L’epidemia di fine ‘500 non furono che un anticipo delle due gravissime degli anni 1630-31 e 1656-57. La prima comparve alla fine del 1629 in Val di Susa e nel Comasco, portata dalle truppe convenute all’assedio di Mantova e dalla Francia e della Germania, dove il morbo dilagava già da tempo, e si sparse in fretta in tutto l’Italia settentrionale.
Nel 1656 l’epidemia colpì l’Italia centro-meridionale, colpendo persino Napoli. Dopo la catastrofe degli anni 1656-57, la peste si presentò in Italia in sporadiche occasioni durante le quali fu prontamente circoscritta e debellata.
Essa quindi scomparve dopo le due pandemie seicentesche, con un discreto anticipo rispetto agli altri Paesi europei, probabilmente grazie all’adozione di misure di prevenzione e di difesa a parte dell’uomo oppure per cause diverse dall’azione dell’uomo come la sostituzione di una specie di ratto domestico con un’altra e la comparsa di una nuova malattia il cui germe avrebbe avuto la proprietà di immunizzare nei confronti della peste.
La sifilide
In Italia la sifilide giunse nel 1494 a seguito della discesa delle truppe di Carlo VII, re di Francia, impegnate nella conquista del Regno di Napoli, guadagnandosi l’appellativo di mal franzese o morbo gallico.
La malattia si trasmetteva per contagio sessuale, provocando alterazioni agli organi generali, poi alla pelle e successivamente al sistema nervoso centrale, con manifestazioni di demenza precoce. La malattia era associata al peccato e alla morte morale.
Inoltre, la malattia si trasmetteva dalle madri ai figli per via placentare e da balia a bambino e viceversa attraverso l’allattamento al seno. La sifilide spesso determinava la morte del bambino, oppure deformazioni nelle ossa del cranio e della tibia, lesioni delle ossa nasali, all’apparato respiratorio e del sistema nervoso, meningite.
Fino alla metà del 19° secolo, con l’introduzione del mercurio e del guaiaco, non c’erano cure efficaci.
Tifo petecchiale
Era una malattia trasmessa dai pidocchi, prevalentemente scoppiava nei mesi invernali, a causa dei vestiti sudici e della scarsa igiene. Il tifo petecchiale era frequente negli accampamenti militari, nelle prigioni, negli ospedali e negli ospizi, e soprattutto nei periodi di carestia, quando la mobilità e l’organismo indebolito ne favoriva la diffusione.
Il decorso della malattia era quasi sempre letale e toccò tutta l’Italia. Ancora nella prima metà del ‘900, il tifo petecchiale rappresentava una delle malattie più temute dalla popolazione italiana.
Vaiolo e vaccinazione jenneriana
L’arco cronologico che va dalla scomparsa della peste ai primi decenni dell’800 fu caratterizzato, oltre che dalle ricorrenti crisi di origine alimentari alle quali si associavano epidemie di tifo petecchiale, dal vaiolo.
Nei Paesi europei fu probabilmente la densità crescente della popolazione a spiegare l’enorme diffusione del vaiolo nei secoli dell’età moderna. Esso non aveva una particolare tendenza a manifestarsi in determinate stagioni e colpì ricchi e poveri.
In Italia si diffuse nella seconda metà del ‘500 e le morti erano concentrate soprattutto nei primi 10 anni di vita. La pre
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