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Carte d'archivio: storia della popolazione italiana tra XV e XX secolo

Cap. 1: Demografia e popolazione

La parola demografia deriva da demos-graphia, la cui traduzione è studio della popolazione. La popolazione è un insieme di individui stabilmente costituito, legato da vincoli di riproduzione e identificato da caratteristiche territoriali, politiche, giuridiche, etniche e religiose. In questo concetto rientrano sia i piccoli gruppi che le grandi nazioni, che contano centinaia di milioni di abitanti. Una popolazione tende a durare nel tempo, a meno che non si arresti la riproduzione e la possibilità di sussistenza, o quando popolazioni prima distinte si fondono insieme.

La demografia viene definita come la scienza che ha per oggetto lo studio delle popolazioni umane, che tratta del loro ammontare, della loro composizione, del loro sviluppo, dei loro caratteri generali, considerati principalmente da un punto di vista quantitativo. I processi principali che determinano anche cambiamenti nella popolazione sono quelli di riproduttività, mortalità e mobilità. La demografia studia la popolazione in un’ottica multidisciplinare.

John Graunt, nella sua opera "Natural and Political Observations mentioned in a mortality" (1662), è considerato il fondatore dell’analisi demografica. Edmund Halley presentò nel 1693 una stima dei vari livelli di mortalità del genere umano, ottenuta grazie all’utilizzo per la prima volta della tavola di mortalità, ma non teneva conto dei movimenti migratori. La prima opera di demografia è "L’ordine divino nei cambiamenti del genere umano provato attraverso la nascita, la morte e la propagazione della specie" di Sussmilch nel 1741.

Demografia storica

La demografia storica è una branca delle scienze demografiche che si occupa delle popolazioni (dall'Unità in poi) in proiezione storica. In Italia, la divisione tra demografia e demografia storica (epoca preunitaria) avviene nel 1861, data di inizio dei censimenti italiani. La nascita della demografia storica è da attribuirsi a Jean Meuvret, in Francia, tra la fine degli anni Quaranta e gli inizi degli anni Cinquanta del 900. Per Meuvret, le curve di mortalità tipiche dell’Europa d’antico regime erano da interpretare come conseguenze della crisi di sussistenza.

Pierre Gourbet, suo allievo, verificò le teorie sulle crisi di sussistenza, che individuavano nella fame la causa principale dell’elevata mortalità nella popolazione dell’antico regime, che portava di conseguenza un decremento demografico. La tesi di Meuvret e Gourbet suscitò dibattito; oggi possiamo dire che non solo era la fame a causare il decremento, ma anche le numerose malattie infettive a carattere epidemico, che colpivano indipendentemente dalle condizioni alimentari. Nel 1952, Michel Fleury e Louis Henry elaborarono il metodo della ricostruzione nominativa delle famiglie.

Fonti demografiche

Oggi, quantificare una popolazione, studiarne la struttura e gli eventi demografici principali è possibile grazie a enti istituzionali che svolgono rilevazioni demografiche. La produzione di documenti a carattere demografico è legata al ruolo e agli interventi della Chiesa e dello Stato. Il Concilio di Trento (durò 18 anni, seconda metà del ‘500) obbligò la tenuta dei registri di battesimo e di matrimonio secondo modalità di redazione omogenee per tutte le parrocchie. Nel 1614 Papa Paolo V sancì l’obbligo della registrazione delle sepolture, delle cresime e della compilazione annuale dello stato delle anime parrocchiale.

Anche se sono andati persi alcuni registri o alcuni non sono completi, sono comunque considerate fonti attendibili per indagini demografiche nei primi secoli dell’età moderna. Lo Stato iniziò a redigere documenti per ragioni di natura fiscale e a partire dal 16° secolo iniziò a produrre anche le enumerazioni della popolazione (utile per fare una stima della popolazione italiana nei primi secoli dell’età moderna). Il passaggio dal periodo prestatistico a quello statistico è da collocarsi alla fine del ‘700, sotto il dominio napoleonico e a seguito dell’occupazione francese di molti territori italiani.

Da qui la separazione tra il potere religioso e civile in ambito di registrazione: il sindaco divenne ufficiale di stato civile, rappresentante dello Stato per quanto riguarda le registrazioni. Nascite, morti e matrimoni venivano registrati in appositi moduli prestampati, secondo un formulario rigido e dettato dalla legge. Tutto ciò divenne più solido nella prima metà dell’800, quando si spostò l’attenzione sul cittadino e sulla famiglia. Dal 1861, anno dell’unificazione nazionale e del primo censimento della popolazione italiana, le fonti furono uniformate e più facilmente consultabili.

  • Fonti ecclesiastiche (archivi ecclesiastici: diocesi, parrocchie) e fonti civili (archivi di Stato);
  • Fonti di stato (stato delle anime, numerazione dei fuochi…) e fonti di movimento (conservano memoria di distinti eventi demografici e ne consentono l’analisi temporale);
  • Fonti nominative (registrano le persone con nome e cognome) e fonti aggregative (dati quantitativi sullo Stato e sul movimento della popolazione).

Cap. 2: Il profilo storico della popolazione italiana (secc. XIV-XXI)

Nel 1348, l’arrivo della peste nera costituì un decremento demografico, dato anche dalle pessime condizioni anche precedenti alla peste. La situazione di malessere era caratterizzata principalmente dalle carestie e solo apparentemente da cattivi raccolti o guerre. In realtà, la crisi era scaturita da scompensi del sistema economico e sociale: squilibrio fra popolazione urbana e popolazione rurale, basse rese della terra, difficoltà negli scambi sulle lunghe distanze, riorganizzazione delle campagne e aumento dei contadini privi di terra.

La peste arrivò in Italia nel 1347 con alcune galee genovesi provenienti da Bisanzio e dai porti del Mar Nero. La prima città colpita fu Messina e da qui tutti i porti furono canali di propagazione della peste. Probabilmente, la peste portò via circa il 25-30% della popolazione. Nelle campagne, l’incidenza della mortalità fu minore. L’episodio del 1348 non fu isolato; per diversi secoli l’Italia e l’Europa convissero con la peste, anche se la frequenza delle epidemie e la virulenza del morbo variarono notevolmente.

Gli abitanti continuarono a diminuire fino alla metà del 15° secolo. Sintomi del calo demografico furono lo spopolamento e la degradazione economica e fisica di aree rurali del Mezzogiorno, delle Isole e della Maremma. In Puglia circa la metà dei villaggi del Tavoliere scomparvero. Già dall’inizio del 15° secolo si notarono miglioramenti. Nella seconda metà del ‘400, la popolazione crebbe a ritmi sostenuti, con un recupero maggiore nel Meridione e nelle Isole (11,5 mln di abitanti). La Sicilia esplose demograficamente anche grazie ai fenomeni migratori, mentre la Campania ebbe il più forte incremento demografico: Napoli diveniva la più grande città europea (200.000 abitanti nel 1547). Dunque, verso la metà del ‘500, l’Italia aveva recuperato gran parte della popolazione dell’apogeo medievale: a fine secolo la Penisola contava 13 mln di abitanti.

Nel 17° secolo, l’Italia cambiò radicalmente a seguito di:

  • La caduta italiana nel commercio internazionale per la concorrenza francese, olandese e inglese nel settore dei manufatti (panni di lana e seta) e nei servizi bancari e armatoriali;
  • Due epidemie di peste (1630-31 e 1656-57). La prima colpì l’Italia settentrionale, la seconda quella meridionale, raggiungendo anche Napoli dalla Sardegna (la peste proveniva dalla Spagna). La seconda ondata di peste si espanse poi in tutta la Penisola; in Puglia principalmente nella provincia di Bari, risparmiando la Terra d’Otranto;
  • Guerra dei Trent'anni (1618 – 1648).

Il fenomeno più rilevante del ‘700 è la scomparsa della peste con la conseguente riduzione della crisi di mortalità. Le carestie però furono lo stesso diffuse, il vaiolo era una delle principali cause di morte, il tifo continuava a mietere vittime, la malaria era sempre più diffusa, come anche la pellagra (1764, “anno della fame”, carestia e tifo nel Regno di Napoli). Nella metà del ‘700 la popolazione era di 15,8 mln di abitanti, fino ad incrementarsi nel 1800 fino a 18 mln.

Seguì un periodo di crescita contenuta a causa del tifo petecchiale che colpì tutta l’Italia negli anni 1816-17. Nel Mezzogiorno, il morbo si manifestò già in Abruzzo nell’estate del 1816 e interessò tutte le regioni meridionali. Al Nord ebbe inizio alla fine del 1816 in Lombardia e poi si diffuse in Veneto, Piemonte e giunse in Toscana attraverso i lavoratori stagionali che dalle località dell’Appennino tosco-emiliano si recavano a lavorare in Maremma. L’apice dell’epidemia fu nel 1817 con significativi rialzi della mortalità.

Esplosioni epidemiche di tifo si verificarono anche negli anni a seguire (1841, rialzi della mortalità a Bologna, Firenze, Milano e Napoli). In alcuni casi però non è sempre facile distinguere il tifo petecchiale dalla forma addominale, che si diffuse nel 19° secolo. Nonostante ciò, tra ‘700 e ‘800 si stabilizzò la mortalità, nonostante le malattie che incisero solo marginalmente sulla crescita della popolazione italiana, volta sempre di più a salire.

I meccanismi demografici della popolazione di antico regime sono noti a grandi linee: alti tassi di mortalità ma anche alti tassi di natalità. La mortalità è legata strettamente alle condizioni di vita delle popolazioni interessate: alimentazione, situazione igienico-ambientale, ritmi di lavoro. Nell’età moderna in Italia, il tenore di vita delle classi addette all’agricoltura era basso e l’alimentazione era insufficiente, come anche le condizioni igieniche. Solo 1 su 5 bambini raggiungeva il primo compleanno. Nonostante l’alta mortalità infantile, la popolazione in questo periodo era giovane, poiché raggiungere la vecchiaia era un privilegio per pochi eletti e riservato alle classi sociali più alte.

Per l’Italia dei secoli 17° e 18° è stata stimata una speranza di vita media alla nascita pari a 25-28 anni. Il matrimonio (donne 20-22 anni, uomini 23-27) era tappa obbligatoria nella vita di tutti e il celibato e il nubilato erano poco diffusi. Un fattore che caratterizza la demografia del passato è l’alta presenza di donne vedove giovani e meno giovani, dato dalla maggiore longevità femminile e alla differenza di età dei coniugi. Le donne rimanevano nello stato di vedovanza fino alla morte, diversamente dagli uomini, a cui era concesso il secondo matrimonio, spesso con una donna molto più giovane di lui. Le donne vedove venivano spesso accolte in casa da un parente o costrette a fare le serve o a mendicare, vivendo ai margini della società. Il modello familiare più diffuso era quello nucleare o semplice, formato ovvero da genitori e figli, con 4-5 componenti. Dopo il matrimonio, la giovane coppia andava a vivere per conto proprio.

Transizione demografica

Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, a seguito del miglioramento delle condizioni di vita, della medicina, dell’economia, delle condizioni igieniche, diminuì il tasso di mortalità, soprattutto quello infantile, e fece crescere la speranza di vita. Iniziò la transizione demografica, ovvero il passaggio da un regime demografico naturale, contrassegnato da livelli di fecondità e di mortalità elevati, a uno controllato, in cui i livelli della natalità e della mortalità si collocano su valori molto bassi. In una prima fase, alla drastica riduzione della mortalità si contrappose una fecondità che rimase su livelli elevati: il combinarsi di tali andamenti determinò una rapida crescita della popolazione. In una seconda fase, le nascite decrebbero fino a correre in parallelo ai livelli dei decessi. All’aumento della popolazione non corrispose un aumento delle risorse, provocando un impoverimento della popolazione. Inoltre, dal 1876 al 1970 oltre 25 mln di italiani emigrarono all’estero per cercare lavoro, a causa anche delle crisi agraria del 1880. Non tutti però non tornarono: fra gli 11 e i 13 mln di emigrati fecero rientro in Italia.

1910-1950: aumento della vita media (superiore ai 67 anni) e riduzione della fecondità da 4,5 figli a 2,3 figli per donna. Dal 1861 al 1961 la popolazione italiana si è raddoppiata (dai 22 mln ai 50 mln). Dal 1960 ad oggi: vita media aumentata e la costante riduzione dei rischi di morte a tutte le età determina anche un trend in crescita del grado di invecchiamento della popolazione. Da alcuni decenni l’Italia è tra i Paesi del mondo a più bassa fecondità, al di sotto dei 2 (1995 minimo storico di 1,19 figli per donna). A partire dal 1970, l'Italia è meta di movimenti migratori e accoglie flussi di popolazione straniera sempre più consistenti.

Seconda transizione demografica

  • 1975-1995: calo della nuzialità e fecondità. Innovazioni a carattere normativa come legge sul divorzio e sull’aborto, nuovo diritto di famiglia. Il matrimonio rimane la scelta prevalente delle coppie italiane;
  • Dal 1995: i giovani escono sempre più tardi dalla famiglia di origine e spostano in avanti le tappe di vita. Forte aumento delle libere unioni.

Cap. 3: Le fonti ecclesiastiche

Le fonti ecclesiastiche più importanti dell’età moderna sono le registrazioni di battesimo, di matrimonio e di sepoltura.

Registri di battesimo

I registri di battesimo iniziano prima di quelli di matrimonio e di sepoltura. Furono regolamentati nel 1563 dal Concilio di Trento. Non tutte le parrocchie però disponevano del fonte battesimale, poiché il battesimo originariamente era una mansione riservata al vescovo svolta nei battisteri cittadini, dove confluivano i nati di una vasta area territoriale. L’interesse per queste registrazioni deriva dalla loro precocità e continuità nel tempo. In ogni atto viene indicato il nome e il cognome del bambino, la data di nascita e la data di battesimo, il nome e il cognome dei genitori e dei padrini; lo stato di legittimità (condizione giuridica) si evince dal contesto (viene scritto esposto se non si sa il nome né della madre, né del padre). Manca l’età della madre. I dati di questi registri sono utili ai fini di una ricostruzione dell’andamento annuo delle nascite in un determinato territorio e si può ottenere anche il rapporto di mascolinità e l’indice di stagionalità. Gli infanti morti subito dopo il battesimo non venivano registrati nei registri di sepoltura, ma in quelli di battesimo, contraddistinti dalla parola obiit, da una croce o da un altro segno convenzionale.

Registri di matrimonio

Prima del matrimonio, dopo la promessa (si faceva verbalmente con la frase “io ti prenderò per moglie/marito”), il parroco doveva accertarsi che gli sposi scegliessero la vita matrimoniale liberamente, per tre domeniche di seguito doveva verificare che non ci fosse impedimenti al matrimonio e doveva controllare che non ci fossero vincoli di parentela entro il quarto grado di consanguineità. Dopo la cerimonia, il parroco doveva registrare il matrimonio nei registri appositi parrocchiali. I registri di matrimonio furono redatti nel ‘500, ma più diffusi nel ‘700 e contenevano l’indicazione del nome, del cognome e dello stato civile e del luogo d’origine degli sposi, nonché le informazioni sui genitori e sui testimoni. Fino al 18° secolo non compaiono l’età e la professione dei nubendi. A partire dal ‘600 si definiscono tutti gli elementi della registrazione: riferimento alle denunciationes (pubblicazioni nelle tre domeniche), la formula nulloque detecto impedimento, le generalità degli sposi (no età), la formula celebrativa comprendente il mutuo consenso e alla fine del secolo l’interrogazione su tale consenso, la benedizione necessaria affinché fosse valido il matrimonio (a differenza del secolo precedente), le generalità di fino a volte tre testimoni. Grazie alla provenienza dei nubendi esplicitata, possiamo mettere in luce alcuni aspetti della mobilità della popolazione.

Quando uno dei due sposi era forestiero, all’atto di matrimonio si allegava un certificato di stato libero rilasciato dalla parrocchia del paese di provenienza, con cui si attestava che l’uomo o la donna erano liberi di sposarsi non avendo mai contratto matrimonio prima di allora. Nel caso in cui uno dei nubendi fosse vedovo, venivano riportate le indicazioni sulla morte del primo coniuge.

Registri di sepoltura

I registri di sepoltura divennero regolari dopo le disposizioni di papa Paolo V nel 1614. La registrazione di sepoltura aveva una finalità religiosa attraverso il sacramento dell’estrema unzione e in alcuni casi una economica, col fine di contare le somme pagate dalla famiglia del defunto al parroco per la cerimonia funebre. I registri di sepoltura sono diversi da luogo a luogo e in genere riportano la data di morte e di sepoltura, il nome, il cognome, l’età del defunto (il sesso e lo stato civile emergono dai dati). Raramente vengono scritte le cause di morte, occasionalmente sono segnate le morti violente o accidentali. La professione è quasi sempre assente nei registri tra il 17° e il 18° secolo.

Stato delle anime: il Concilio di Trento rese obbligatoria la redazione annuale degli stati delle anime,

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Scienze economiche e statistiche SECS-S/04 Demografia

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