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Introduzione

Negli ultimi decenni la popolazione italiana ha subito profonde trasformazioni demografiche, culturali, economiche e politiche che hanno comportato conseguenze sull'intera società e sugli stili di vita del nostro paese. In particolare, sono analizzati i comportamenti, le opinioni e gli stili di vita in Puglia, così come alcune problematiche quali: lo stato di salute della popolazione, i comportamenti alimentari di quanti fanno attività sportiva, l'attitudine al gioco, il rapporto tra i giovani e i media, gli stili di vita e le aspettative degli anziani. Fattore comune è la metodologia utilizzata che si avvale delle tecniche della statistica sociale attraverso la somministrazione di questionari a un campione rappresentativo della popolazione di riferimento.

11° saggio - popolazione e famiglia nella societa' contemporanea. Nuovi modelli demografici e stili di vita

Premessa

Questo saggio mostra il quadro di riferimento demografico e sociale della popolazione italiana contemporanea. Sono analizzati i problemi legati all'invecchiamento della popolazione e all'aumento della sopravvivenza, al calo della fecondità, al ruolo della donna madre lavoratrice, all'incremento della presenza straniera e ai cambiamenti nelle relazioni familiari.

Popolazione e politica: il ruolo della demografia in una società che cambia

La demografia è la scienza che si occupa dello studio delle popolazioni umane e che analizza la loro composizione, il loro sviluppo e i loro caratteri generali, considerati da un punto di vista quantitativo. In particolare la demografia si interessa dei fattori relativi a fenomeni demografici e degli effetti che questi producono nella popolazione. Uno dei problemi analizzati riguarda l'incidenza della popolazione anziana che aumenta sempre di più. Questo perché la durata della vita media continua ad alzarsi e, in futuro, è destinata ad aumentare ancora. L'Italia è inoltre è diventata meta di intensi flussi immigratori e la presenza straniera mostra un trend in costante ascesa. Un altro problema è relativo alla fecondità che, dopo una fase di crescita culminata nei primi anni 60 del 900, ha seguito un andamento in costante calo. Il valore di 1,33 figli per donna, stimato dall'Istat nel 2004, si mantiene infatti molto al di sotto di 2 figli per donna necessari a garantire il giusto ricambio generazionale e, quindi, stabilità numerica alla popolazione.

Un problema demografico: il calo della fecondità e le politiche di conciliazione donna-lavoro

La fecondità della popolazione italiana è una delle più basse in Europa. Nel 900 abbiamo dei livelli di natalità molto alti, ma la situazione precipita negli ultimi decenni. Oggi, infatti, c'è una riduzione notevolissima di fecondità soprattutto nell'Italia meridionale. Il livello minimo è stato raggiunto in Italia nel 1995, con una media di 1,19 figli per famiglia. La media europea è invece di 1,35, in Germania 1,34, in Spagna e Portogallo 1,36, in Francia 1,98 mentre in Svezia 1,85. Si registra quindi anche un calo della fecondità in Europa. Gli albanesi, invece, hanno in Europa il tasso di fecondità più alto, quindi il loro arrivo in Italia ha comportato in un certo senso un aumento della popolazione italiana, in linea ai loro principi culturali. Le regioni più prolifiche sono il Trentino Alto Adige, la Valle d'Aosta e la Campania. Le regioni maggiormente depresse riguardo il fenomeno riproduttivo sono invece le piccole regioni del mezzogiorno, il Molise e la Basilicata. C'è da dire comunque che queste regioni hanno subito negli anni una forte emigrazione all'interno dell'Italia. Tra il 1995 e il 2007, le regioni che hanno avuto un incremento della natalità sono l'Emilia-Romagna, la Lombardia, il Veneto, la Toscana, mentre quelli in cui si è ridotta la fecondità sono le regioni meridionali. Le ragioni possono essere motivate dal fatto che le regioni settentrionali hanno una forte immigrazione e quindi hanno una forte presenza di immigrati che hanno culturalmente prospettive di fecondità più alte. Per quanto riguarda la nuzialità e i figli, in genere in Italia i figli si fanno ancora all'interno del matrimonio. Il tasso di nuzialità è pari al 4,01 nel 2007 e al 4,06 nel 2002. Ad una riduzione delle nascite corrisponde quindi un calo della nuzialità. Il tasso di nuzialità è il rapporto tra numero di matrimoni e numero della popolazione. La nuzialità rimane alta nelle regioni meridionali, quali Calabria, Sicilia, Campania e Puglia; in Italia, complessivamente, si registra oltre alla riduzione della nuzialità, un aumento delle coppie che scelgono di formare la famiglia fuori dal vincolo matrimoniale. Si registra quindi l'incremento delle nascite naturali, cioè non legate da matrimonio.

Il calo della fecondità è in gran parte determinato dalla rarefazione delle nascite e non tanto dalla rinuncia all'esperienza della maternità. Si mettono al mondo meno figli e soprattutto più tardi. Infatti, a partire dai primi 50, le donne italiane hanno continuato a rimandare la nascita del primo figlio fino a superare la soglia dei 30 anni. Uno dei fattori alla base del declino della fecondità in Italia è sicuramente il progressivo innalzamento dei livelli di istruzione nelle donne. Infatti tra il 1971 e il 2001, la percentuale di donne tra 25-29 anni in possesso di un titolo di studio superiore si è più che triplicata. Un altro fattore riguarda l'inserimento delle donne nel mondo del lavoro. In particolare, tra gli anni 70 e i primi anni 90 del 900, il tasso di occupazione femminile ha registrato in Italia un significativo aumento soprattutto nel centro-nord, ma anche al sud. Sulla base di questa situazione, per le donne i problemi nascono dalla difficoltà a conciliare il lavoro extra domestico con il ruolo di moglie e madre. Queste difficoltà sembrano ancora più difficili da sormontare dal momento che la cosiddetta condivisione di ruoli tra moglie e marito sembra un obiettivo ancora lontano da raggiungere. Gli uomini, infatti, in genere collaborano poco ai lavori domestici, e questo è un dato che non riguarda solo l'Italia. Ricerche condotte in numerose nazioni industrializzate hanno infatti dimostrato che i mariti delle donne che lavorano si occupano in media delle faccende domestiche nella cura dei figli in misura di poco superiore rispetto a quanto facciano i mariti delle casalinghe. Tuttavia, tra il 2002 e il 2003 sono aumentati gli uomini che contribuiscono al lavoro famigliare. Le difficoltà che incontrano le donne lavoratrici possono essere risolte con una maggiore flessibilità degli orari di lavoro, in modo da consentire la conciliazione tra la vita lavorativa e le esigenze familiari. A questo proposito possono essere utili quelle attività che si possono svolgere senza muoversi da casa come il telelavoro e il lavoro a distanza, oppure il lavoro part-time. Un altro strumento a sostegno delle donne è rappresentato dai congedi parentali. In particolare, il concerto parentale è la facoltà che ha una donna in gravidanza di chiedere un congedo di 5 mesi dal lavoro. Le donne che vogliono conciliare il loro lavoro con la famiglia hanno pertanto bisogno di politiche familiari che cerchino di migliorare la disponibilità sul territorio di tutti quei servizi che possono ridurre il sovraccarico di lavoro famigliare, non solo quelli relativi alla cura dei figli ma anche quelli inerenti gli anziani. A questo proposito, un ruolo fondamentale nella conciliazione degli impegni materni e degli impegni lavorativi, viene spesso svolto dai nonni. Il fatto che il ricorso ai nonni sia così ampiamente diffuso in Italia dipende sicuramente dalla necessità di una relazione di fiducia con le persone a cui si affidano i figli, ma è anche legato a motivazioni di ordine economico, in quanto i nonni forniscono un servizio gratuito e più flessibile rispetto a quello fornito dai servizi pubblici e privati. Tuttavia, dall'indagine condotta dall'Istat nel 2002, emerge che la percentuale dei bambini affidati ai nonni scende dal 60% per il primogenito al 49% per il secondogenito, fino al 33% del terzogenito. Questo può essere spiegato dall'aumentare dell'età dei nonni e da una maggiore opportunità di usufruire di un asilo pubblico in presenza di bambini con fratelli.

Strutture e relazioni familiari: la famiglia e i nuovi modelli demografici

All'inizio dell'800 la famiglia era prevalentemente nucleare e poteva estendersi con l'ingresso nel nucleo familiare di parenti in difficoltà oppure per integrare la forza lavorativa. In particolare, la struttura familiare è il meccanismo con cui si fa la famiglia mentre le relazioni familiari sono i rapporti che si instaurano all'interno della famiglia. La famiglia nucleare è strutturalmente composta. La famiglia patriarcale dà vita all'interno di questa famiglia a una gerarchia di valori e autorità, dove il vertice c'era il padre. A partire degli anni 70 però, si hanno profondi cambiamenti. Sono emanate infatti due leggi fondamentali: quella del divorzio e quella dell'aborto. La legge sul divorzio consentiva per la prima volta alla donna di sciogliere il matrimonio, mentre la legge sull'aborto stabiliva la possibilità di abortire, anche se entro determinati limiti. Nel 900 è cambiato quindi completamente il meccanismo demografico. Si è pertanto avuto un passaggio dove si è passati da un modello demografico antico con tante nascite e tante morti al modello attuale con pochi figli e poche morti. Altri mutamenti che hanno interessato la famiglia sono stati determinati anche da un minore riferimento ai valori religiosi, come la verginità prematrimoniale e la libertà di vivere la propria sessualità. Un altro fenomeno che ha investito l'Italia da più di un trentennio è l'aumento dell'età in cui si lascia la casa dei genitori. Questa prolungata permanenza nella famiglia è legata fondamentalmente all'allungamento dei tempi dedicati alla formazione, alla difficoltà nel trovare lavoro e all'allungamento dei tempi necessari a raggiungere una posizione lavorativa stabile. In realtà, però, spesso la permanenza nella propria famiglia d'origine rappresenta spesso una vera e propria scelta. I giovani, infatti, trovano nella famiglia un posto sicuro, un ambiente dove godono di autonomia individuale e in cui non hanno responsabilità. Questo fenomeno inoltre determina come conseguenza l'innalzamento dell'età al matrimonio. Oggi, in Italia, la famiglia tradizionale composta da padre, madre e figli, ha perso il suo primato. La famiglia italiana, infatti, ha dimensioni sempre più ridotte mentre la famiglia numerosa sopravvive soprattutto al sud. La novità è rappresentata dall'aumento delle cosiddette nuove famiglie, ovvero famiglie unipersonali, famiglie monogenitore e famiglie ricostituite e ricompatte. Le famiglie unipersonali sono costituite da persone che vivono da sole; questo tipo di famiglie sono formate soprattutto da persone anziane, ma possono essere costituite anche da persone sole perché divorziate e separate. Un tempo gli anziani erano assistiti dalle famiglie dei figli, dov'erano inseriti stabilmente. Oggi, invece, questa tendenza non è più radicata come un tempo, pertanto oggi ci sono molte persone che vivono da sole. La famiglia monogenitore invece è costituita da un genitore (normalmente le donne) e i figli. Questa tipologia di famiglia è cresciuta costantemente, anche se sembrerebbe destinata a tramontare in seguito all'introduzione della legge sull'affido condiviso, secondo la quale i figli devono essere affidati a entrambi i genitori. La famiglia ricostituita o ricomposta è invece formata da una coppia convivente dove uno e tutti e due i partner sono reduci da un divorzio o da uno stato di vedovanza. Tra le nuove forme di vita familiare, le famiglie di fatto hanno assunto nel corso degli ultimi anni un peso sempre più rilevante. Si tratta di coppie coniugali la cui unione non è legittimata dal matrimonio ma dal vivere insieme. Considerando le convivenze eterosessuali, possiamo distinguere 2 modelli. Il primo modello è costituito da giovani che decidono di convivere prima del matrimonio, inteso come un periodo di prova in vista di eventuali nozze, dunque, di solito breve e senza figli. Il secondo modello è invece formato da convivenze tra adulti, più stabili e durature e spesso con figli. Queste unioni, in alcuni Stati occidentali, sono state legittimate giuridicamente: ad esempio in Francia è entrato in vigore il Pacs, un nuovo modo di costituire la famiglia aperto alle coppie che non vogliono o non possono sposarsi. In Italia, invece, per ora l'unica forma di convivenza regolata dalla legge è quella fondata sul matrimonio.

Politiche a sostegno della famiglia

L'UE ha adottato una linea neutrale, cioè non si è presa nessuna responsabilità sulla famiglia, non solo perché ha dichiarato che l'argomento famiglia riguarda i singoli Stati membri, ma anche perché nel trattato costituzionale del 2004 non è stata valorizzata adeguatamente la famiglia come soggetto sociale e giuridico. Per questo motivo le politiche europee in realtà non sono europee in quanto sono spesso delle contrattazioni dove il più forte è quello che vince. In merito alla famiglia, quindi, ogni Stato agisce in base a quello che pensa. I vari paesi hanno adottato differenti atteggiamenti:

  • Francia, Belgio e Lussemburgo hanno affrontato la questione attraverso trasferimenti monetari, servizi per l'infanzia e sostegno al doppio ruolo della donna, madre e lavoratrice.
  • I paesi scandinavi hanno affrontato il problema dell'uguaglianza dei sessi attraverso misure sociali a favore delle madri lavoratrici, attraverso le unioni di fatto, equiparate a quelle di matrimonio.
  • In Inghilterra e Irlanda le politiche familiari si sono rivolte prevalentemente a famiglie povere e a rischio.
  • In Germania viene riconosciuta la priorità della famiglia legittima e incentivata la figura della moglie casalinga.
  • Il sud Europa (Italia, Grecia, Spagna e Portogallo) è invece caratterizzato da non politiche familiari, in quanto presenta uno scarso sviluppo dei servizi pubblici per la primissima infanzia e per le politiche di conciliazione tra famiglia e lavoro. In particolare, per quanto riguarda l'Italia, le attuali politiche sociali a sostegno della famiglia prevedono 3 settori operativi: i trasferimenti monetari diretti e indiretti, i servizi per le famiglie e alcune misure sociali per le madri che lavorano. Tuttavia, del nostro paese, le politiche a favore della famiglia restano scarse e inefficaci, basti pensare che l'Italia è il paese europeo con la più bassa attenzione rivolta alla famiglia e all'infanzia in Europa, dopo la Spagna.

Invecchiamento demografico e sostenibilità del sistema pensionistico e di welfare

Il processo di invecchiamento della popolazione, determinato dal calo della fecondità e dal declino della mortalità, sta progressivamente interessando tutti i paesi occidentali, in primis l'Italia. Proprio l'Italia detiene il primato europeo per quanto riguarda l'elevato numero di anziani e il basso numero di bambini e di giovani. La speranza di vita alla nascita, ovvero quanto sostanzialmente ci rimane da vivere dal momento della nascita, in Italia nel 2002 è pari a 77,1 anni per gli uomini e 83 anni per le donne, ed è destinata a crescere ancora. Nel 2007 la stima della speranza di vita alla nascita è aumentata e ha raggiunto quota 78 anni per gli uomini e 84,1 anni per le donne. A livello regionale le regioni più longeve sono per le donne le Marche dove si toccano gli 85,2 anni e il Trentino Alto Adige mentre per gli uomini l'Umbria, con un valore di 79,6 anni e le Marche, che presenta valori di 85 anni, con un valore di 79,5 anni. In base ai dati Istat del 2007, l'indice di vecchiaia in Italia si attesta a 142. La regione che presenta l'indice di vecchiaia più alto (239) è la Liguria. La Campania, rimane invece l'unica realtà in cui gli anziani di 65 anni e più sono numericamente inferiori ai minori fino a 14 anni. Sul fronte dell'invecchiamento della popolazione, l'Italia occupa una posizione di punta nel panorama europeo. Possiede infatti in positivo, insieme alla Germania, il primato di persone con più di 64 anni sul totale dei residenti (20% contro il 17% della media dei paesi europei). In negativo, invece, insieme alla Germania e alla Grecia, possiede un tasso di bambini fino a 14 anni di età pari al 14% del totale dei residenti, inferiore alla media dell'UE che invece si attesta intorno al 17%. Il problema legato all'invecchiamento non è però un problema da sottovalutare in quanto, se le nascite continueranno a diminuire gli adulti in età da lavoro non basteranno a coprire la spesa pensionistica e le altre spese necessarie ad assistere anziani sempre più numerosi. L'invecchiamento della popolazione minaccia quindi la sostenibilità dei sistemi previdenziali, pertanto, è necessario ristrutturare urgentemente il sistema pensionistico e di welfare. A fronte di questa situazione, una soluzione per mantenere alti i livelli di crescita economica potrebbe essere quella di prolungare la vita lavorativa degli ultrasessantenni, rimandando il pensionamento. Inoltre si potrebbe prolungare la vita lavorativa anche per soddisfare le attese di occupazione degli anziani efficienti in buona salute.

Popolazione e migrazione: verso una società multietnica

Nonostante il progressivo invecchiamento della popolazione, le ingenti migrazioni dall'estero producono l'effetto per il momento, di riequilibrare leggermente la struttura demografica italiana in favore delle classi di età più giovani.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Valja di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Demografia storica e sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bari o del prof De Molin Giovanna.
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