Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

1° SAGGIO - PERCORSI DI STORIA SOCIALE: VIAGGIO NELLA STORIOGRAFIA DELLA

FAMIGLIA

1. Premessa

A partire dagli anni 60 del 900, in Francia, in Gran Bretagna e, in misura minore, in Italia, si è

cominciato a criticare l'impostazione storiografica tradizionale in quanto questa destinava un'eccessiva

importanza alle élite e ai detentori del potere politico ed economico, mentre non prestava importanza

e attenzione alla grande massa della popolazione, costituita da poveri e indigenti. Si è così sviluppata

la storia sociale, ovvero una storia legata ad altre scienze sociali come l'antropologia, la demografia, la

psicologia ecc. La storia sociale, in particolare, è il settore storiografico che si è sviluppato

maggiormente a partire dal secondo dopoguerra, soprattutto nel campo della storia della famiglia. È

possibile studiare la famiglia del passato in vari modi. In particolare possiamo distinguere 3 approcci

principali che caratterizzano gli studi sulla storia della famiglia: l'approccio demografico, l'approccio dei

sentimenti e l'approccio economico.

2. L'approccio demografico

L'interesse verso la famiglia del passato è cominciato a relativamente tardi, infatti, i primi studi sulla

storia della famiglia nel passato sono stati condotti solo nella seconda metà dell'800. Analizzando

l'evoluzione della famiglia europea in base alle trasformazioni sulla composizione del gruppo

domestico, si sosteneva che la famiglia era passata da una struttura allargata, formata cioè da molti

parenti conviventi sotto lo stesso tetto, a una struttura nucleare, costituita cioè da genitori e figli. Le

cause di questo mutamento sono ricondotte alla rivoluzione industriale e al fenomeno

dell'urbanizzazione. Un impulso decisivo allo sviluppo di una ricerca sistematica della famiglia europea

è derivato dalla pubblicazione, nel 1972, di "Household and family in past time". Questo volume,

curato da Peter Laslett e da Richard Wall, presenta i risultati di alcuni studi condotti da Laslett e dal

Cambridge Group, fondato da Laslett e Tony Wrigley nel 1964. La forza del Cambridge Group risiede,

da una parte nella fitta rete di rapporti allacciati con numerosi storici locali, dall'altra nei rapporti

allacciati con colleghi stranieri. Inoltre, lo sviluppo della storia della famiglia si deve anche ad alcuni

progressi metodologici compiuti dalla demografia storica. Ad esempio nel 1956 Michel Fleury e Louis

Henry idearono il metodo della ricostruzione nominativa delle famiglie che consentiva di sfruttare

appieno l'enorme quantità di informazioni sulla famiglia, contenute nei registri parrocchiali.

L'applicazione di questo metodo a fonti inglesi relative all'età moderna produsse risultati sorprendenti.

Dai dati ricavati da una ricerca sulla popolazione di Colyton condotta da Tony Wrigley, emergevano

età medie al primo matrimonio molto alte: 25-30 anni dal 500 all''800 sia per gli uomini che per le

donne. Questi risultati erano in netta contrapposizione con l'immagine diffusa delle spose bambine

che si sposavano a 14 anni. Anche lo stesso Laslett, in una ricerca condotta sugli abitanti di Cloyworth

giunse a risultati estremamente interessanti. In questo villaggio alla fine del XVII secolo vi era

un'elevata mobilità della popolazione, un numero alto di servi inseriti in famiglia e non si registrava

alcuna famiglia patriarcale, formata cioè da più di nuclei familiari che vivevano nello stesso tetto.

2.1 La metodologia di Peter Laslett per lo studio delle strutture familiari e i risultati delle

ricerche nell'Inghilterra preindustriale

Per definire la struttura di una famiglia, le fonti devono avere determinati requisiti: in primo luogo,

devono contenere informazioni sugli abitanti di una data località, in un determinato anno, raggruppati

per nucleo familiare; in secondo luogo, le fonti devono riportare la descrizione dei rapporti di parentela

2

all'interno del nucleo familiare. Altre informazioni aggiuntive che possono essere utili allo studio della

famiglia sono indicazioni sui mestieri e sulla condizione socio economica dei componenti della

famiglia. Le fonti che rispondono a questi requisiti sono elenchi della popolazione come i listings

inglesi, gli status animorum oppure fonti fiscali come i catasti del 600 e i catasti onciari dell'800. Lo

sforzo maggiore di Laslett e dei suoi collaboratori è stato quello di determinare la dimensione e la

composizione esatta del gruppo domestico nell'Inghilterra preindustriale ed elaborare una metodologia

che permettesse un confronto con i dati relativi ad altri paesi.

La classificazione di Laslett individua 6 tipi di strutture familiari:

1. Famiglia semplice o nucleare, composta da genitori e figli;

2. Famiglia estesa, ovvero una famiglia nucleare alla quale si aggiungono altri membri del gruppo

parentale. Se i membri aggiuntivi appartengono ad una generazione più anziana di quella del

capofamiglia si parla di famiglia estesa a ascendente. Se invece i componenti aggiuntivi

appartengono a una generazione più giovane rispetto a quella del capofamiglia, si parla di

famiglia estesa discendente. Se i componenti aggiuntivi sono costituiti da un parente

appartenente alla stessa generazione del capofamiglia (un fratello, una sorella), si parla di

famiglia estesa collaterale;

3. Famiglia multipla, costituita da più nuclei familiari che vivono sotto lo stesso tempo. Questa

famiglia viene ulteriormente classificata in ascendente, discendente, collaterale e frereches. La

famiglia multipla è di tipo ascendente se alla famiglia nucleare si aggiunge un nucleo familiare

della generazione precedente a quella del capofamiglia (ad esempio, entrambi i genitori che

vanno a vivere a casa del figlio sposato). La famiglia multipla è discendente se il nucleo

familiare aggiuntivo è di una generazione più giovane rispetto a quella del capofamiglia (ad

esempio un figlio sposato che vive a casa dei genitori). La famiglia multipla invece si dice

collaterale se l'unità familiare aggiuntiva è della stessa generazione del capofamiglia (ad

esempio, nel caso in cui fratelli o sorelle sposati vivono insieme con un genitore vedovo). Si

parla di frereches, infine, se viene a mancare il genitore vedovo e quindi fratelli e sorelle

sposati vivono insieme.

4. Famiglia senza struttura, formata da persone con o senza rapporti di parentela che vivono

insieme, ad esempio fratelli e sorelle, zii e nipoti;

5. Solitari, ovvero celibi e nubili, vedovi e vedove;

6. Aggregati indeterminati, cioè quelle famiglie in cui il rapporto di parentela con il capofamiglia

non è indicato in modo chiaro sul documento perché è poco chiaro o incompleto.

Un discorso a parte è la presenza di personale di servizio all'interno della famiglia. Infatti, anche se

questo incide sul numero dei componenti, in realtà non viene alterata la tipologia familiare, questo

perché i servi non fanno parte dell'aggregato domestico anche se vivono sotto lo stesso tetto.

Attraverso questo metodo, Laslett e i suoi collaboratori arrivarono a risultati sconvolgenti in quanto

confutavano l'idea dell'evoluzione storica della famiglia secondo la quale si era passati dalla famiglia

complessa alla famiglia nucleare. In Inghilterra, infatti, durante il periodo preindustriale, si evidenziava

un'evoluzione opposta, in quanto inizialmente la famiglie inglesi erano di dimensioni piuttosto ridotte,

mentre a partire dalla rivoluzione industriale si verifica un sensibile aumento delle famiglie multiple. La

metodologia di Peter Laslett fu però sottoposta a numerose critiche: per esempio Lutz Berkner

criticava il suo metodo in quanto lo considerava statico. La famiglia però, non era una realtà statica,

sempre uguale a se stessa, ma un processo che mutava incessantemente a causa di nascite, morti e

3

matrimoni che mutavano completamente la struttura della famiglia e il numero dei componenti. La

famiglia, quindi, poteva essere nucleare in una determinata fase, ma estesa e multipla in un'altra.

Berkner propose un altro metodo che analizza la struttura della famiglia in relazione all'età del capo

famiglia. Inoltre, secondo Berkner, la bassa percentuale di famiglie complesse registrata

nell'Inghilterra preindustriale era determinata dagli elevati tassi di mortalità e da un'avanzata età al

matrimonio, che facevano sì che una famiglia avesse una struttura complessa solo per periodi

relativamente brevi. A questo proposito, una variabili determinante è costituita dall'età al matrimonio.

Per molti secoli, i paesi dell'Europa occidentale sono sempre stati caratterizzati da un'età di accesso

alle nozze piuttosto elevata sia per i maschi che per le femmine e da una quota abbastanza alta di

persone che non si sposavano. Al contrario, nei paesi dell'Europa orientale i maschi e le femmine si

sposavano piuttosto precocemente. Tuttavia vi sono delle eccezioni anche all'interno di queste due

realtà: per esempio, in Irlanda, in Sicilia e in Puglia il matrimonio avveniva in età abbastanza precoce.

Inoltre, mentre nell'Europa nord-occidentale, i giovani, dopo le nozze andavano a vivere per conto

loro, nell'Europa orientale, le giovani coppie dopo il matrimonio continuavano a vivere a casa dei

genitori.

2.2 Il sorgere della storiografia della famiglia in Italia

In Italia le fonti per studiare le famiglie sono estremamente ricche, nonostante ciò, lo studio della

famiglia ha tardato a prendere piede nel nostro paese. Anche se in passato ci sono state alcune

indagini in merito condotte da alcuni studiosi, la prima ricerca vera e propria deve considerarsi

l'imponente lavoro di David Herlihy e Cristiane Klapisch-Zuber del 1978 su una fonte eccezionale, il

Catasto fiorentino del 1427. I risultati di quest'indagine hanno evidenziato nella Toscana del 400, e in

particolare nelle popolazioni rurali, soprattutto mezzadrili, un'alta percentuale di aggregati domestici

complessi. Nello specifico, dai risultati di quest'indagine condotta su oltre 60.000 famiglie nell'area

toscana del 1400, emergeva che pur davanti a una priorità della famiglia nucleare, c'era un numero

consistente di famiglie estese e multiple. Per quanto riguarda la distribuzione della famiglia dello Stato

fiorentino agli inizi del 400, è emerso che:

- il 55% era nucleare

- il 10% estesa

- il 19% un multipla

- il 14% costituita da solitari

- il 2% senza struttura

Lo sviluppo della storiografia della famiglia in Italia è stato reso possibile attraverso una serie di

ricerche condotte da numerosi studiosi e dalle attività di ricerca promosse dalla società italiana di

demografia storica, istituita nel 1977.

2.3 La famiglia dell'Italia moderna: struttura e ampiezza

I fattori che influivano sulle strutture familiari erano vari e potevano essere di carattere demografico

(età media al primo matrimonio, mortalità, fenomeni migratori), fattori legati alla distribuzione della

popolazione sul territorio, fattori economici, fattori relativi alle religioni e alle tradizioni culturali, fattori

legati ai sentimenti che univano i diversi componenti della famiglia e strategie famigliari per quanto

riguarda l'eredità. Tra 600 e 700, la famiglia italiana era una famiglia sostanzialmente semplice,

composta da genitori e da un modesto numero di figli. Inoltre si registravano forti differenze tra città e

campagna. In città, infatti, erano presenti in misura maggiore famiglie nobiliari, famiglie di solitari e

aggregati senza struttura. Per quanto riguarda la Campania, si registrano differenze sostanziali in

4

rapporto ai diversi modi di condurre la terra e di organizzare il lavoro. In questo senso, la famiglia

rurale era sostanzialmente nucleare mentre le famiglie mezzadrili erano complesse in misura

maggiore. In città, la dimensione delle famiglie era determinata soprattutto dalla ricchezza. Ad un più

alto status economico e sociale corrispondeva, infatti, la tendenza a vivere in nuclei più complessi e

più numerosi.

3. L'approccio dei sentimenti

L’approccio dei sentimenti, si basa sul concetto di famiglia che non è costituita solo da componenti

che abitano sotto lo stesso tetto, ma anche da:

- rapporti di parentela, ovvero rapporti esistenti tra i residenti di una famiglia che hanno tra loro legami

di parentela

- relazioni familiari, ovvero rapporti di autorità e di affetto esistenti all'interno della famiglia

Riguardo lo studio della famiglia, il maggior numero delle ricerche si basa su un approccio

quantitativo-strutturale, mentre i rapporti di parentela, le relazioni tra gruppi distinti di parenti non

coresidenti, gli aiuti, le solidarietà, le alleanze, i conflitti e le strategie comuni sono stati analizzati in

maniera sporadica. La causa va ricercata nelle fonti, difficili e complesse da reperire e da studiare; in

questo senso le principali fonti utili a indagare i sentimenti all'interno della famiglia sono le carte

notarili, come i capitoli matrimoniali, redatte al momento della costituzione della dote e i vari

testamenti. Ci sono poi altre fonti definite intime come i diari, gli archivi privati, i fondi versati negli

archivi ecc., che si prestano all'analisi di questo approccio per lo studio della famiglia. Hanno, però,

dei limiti: la soggettività e la selettività, dal momento che si tratta di fonti che venivano tramandate da

pochissime persone; inoltre erano limitate a singoli soggetti, per lo più appartenenti alle classi sociali

colte e raramente agli strati più bassi della popolazione. Per far luce sugli aspetti relazionali delle

famiglie più umili si devono invece consultare necessariamente altre fonti, come quelle giudiziarie (per

esempio le inchieste di polizia, i verbali di interrogatori o gli atti di processi). Sulla base di fonti di Stato

si possono ricostruire rapporti di parentela tra le famiglie, basandosi sui nomi e cognomi o sui casi di

omonimia, oppure indagando sulle famiglie che svolgono lo stesso mestiere e che sono concentrate

nella stessa zona del paese.

Un ulteriore rafforzamento dei rapporti di parentela è costituito dalla parentela fittizia, cioè dalla

scelta, al momento del battesimo o del matrimonio, di un padrino e di una madrina o dei compari di

nozze. Rappresenta quindi una rete di parentela aggiuntiva a quella di sangue. A questo proposito,

uno studio ha evidenziato come il significato dei padrini di battesimo cambiasse a seconda dei diversi

gruppi sociali in un villaggio piemontese del 700. Tra i nobili, i notabili e i professionisti prevaleva il

padrinaggio interno a ogni condizione: in questo caso la parentela fittizia svolgeva un ruolo di

rafforzamento. Fra i contadini ricchi e i mercanti si tendeva a uno scambio reciproco di padrini fra i

gruppi. Al contrario, i contadini poveri e gli artigiani prediligevano forme di padrinaggio verticale di ceto

sociale più alto, in quanto la strategia era rivolta alla ricerca di legami clientelari. I rapporti che

esistevano inizialmente all'interno del nucleo familiare erano rapporti di autoritarismo definiti dal

patriarcato. Il matrimonio era considerato un contratto di natura prevalentemente economica, che

aveva il compito di trasmettere il patrimonio familiare da una generazione all'altra. Progressivamente

si è sviluppata la famiglia coniugale intima, liberale nella distribuzione del potere all'interno del gruppo

domestico e legata più dall'affetto tra i coniugi che dall'interesse economico. A questo proposito,

secondo Lawrence Stone, a partire dalla metà del 600 cambiano in Inghilterra i rapporti sociali

all'interno della famiglia, prima nelle classi più alte e poi gradualmente in tutte le altre classi sociali.

5

Secondo Edward Shorter, invece, si è avuto l'emergere di una vera e propria ondata di sentimento

con l'avvio della rivoluzione industriale. In Italia, invece, sono stati i nobili nati nell'ultimo trentennio del

XVIII secolo ad abbandonare per primi il vecchio modello di famiglia patriarcale per adottare il modello

nuovo di famiglia coniugale intima.

4. L'approccio economico

L'approccio economico inserisce la storia della famiglia in una visione più generale, quella della

società. Per gli storici che utilizzano questo approccio non esiste una storia della famiglia, ma diverse

storie legate ai gruppi sociali. Pertanto esiste la storia della famiglia contadina, la storia della famiglia

proto-industriale e la storia della famiglia operaia. Le ricerche che si basano su questo approccio

analizzano le strategie sociali e gli strumenti giuridici che tutelano il patrimonio familiare, come

testamenti, donazioni, contratti matrimoniali ecc. Particolare attenzione è destinata alle forme di

acquisizione di redditi e alle forme di consumo e di contabilità famigliare.

5. Le figure della famiglia: la donna e il bambino

5.1 La storia delle donne: ipotesi di ricerca

Legata alla storia della famiglia è la storia delle donne. In particolare, accanto agli studi incentrati sulle

questioni sociali e politiche legate al movimento di emancipazione femminile, le ricerche più recenti

analizzano l'identità di genere, il ruolo di moglie, madre, figlia all'interno della famiglia, la scrittura

femminile, i consumi delle donne, la moda, il rapporto tra donne e religione e il ruolo economico delle

donne nell'Europa preindustriale. In passato non tutte le donne si sposavano. Nelle classi agiate,

infatti, non tutte le figlie sceglievano il matrimonio, in quanto una serie di strategie familiari, volte per lo

più a non disperdere il patrimonio, destinavano alla monacazione le figlie escluse dall'accesso al

matrimonio. A questo proposito, esiste tutta una serie di documentazione a riguardo conservata negli

archivi, che comprende domande di ingresso nel monastero, atti di accettazione da parte delle

monache delle regole dei monasteri ecc. Tuttavia molte ricerche analizzano soprattutto le donne che

vivevano ai margini della società, e quindi le donne sole, vedove, orfane, povere, prive del sostegno di

una figura maschile. Le donne povere erano quindi in un'assoluta condizione precaria, per questo

motivo sorsero in Italia numerosi conservatori che avevano l'intento di salvaguardarle soddisfando le

esigenze immediate e contingenti. Nel corso dei secoli, cambiò la politica assistenziale nei confronti

delle donne più bisognose: dall'opera privata di carità si passò all'intervento statale che da un lato

riconosceva la necessità di un sostegno alle frange deboli della popolazione e dall'altro puntava al

superamento del pauperismo e della mendicità attraverso l'alfabetizzazione e il lavoro. Per questo tipo

di analisi e ricerche, le fonti sono costituite da statuti di fondazione e da regolamenti interni dei

conservatori.

5.2 L'infanzia tra famiglia e abbandono

Un altro concetto legato alla storia della famiglia è la storia dell'infanzia. A partire dal 700 si assiste ad

un graduale mutamento dei comportamenti dell'adulto nei confronti dei bambini, in seguito ai progressi

nel campo scientifico e medico che determinarono la riduzione della mortalità infantile, una migliore

cura nell'allevamento dei figli e una maggiore attenzione al bambino. Tuttavia nel 900, l'infanzia non

ha interessato le ricerche storiografiche, almeno fino a quando lo storico francese Philippe Ariès non

ha dato inizio a una storiografia sull'infanzia. L'autore si è avvicinato al soggetto infantile attraverso il

concetto di sentimento. Egli, sulla base di fonti letterarie e analizzando le istituzioni educative, ha

6

dimostrato che il mondo dell'infanzia si è separato dal mondo degli adulti molto lentamente. Anche in

Italia molti studiosi si sono occupati della storia dell'infanzia, del rapporto tra bambini e adulti, delle

strutture educative e dei giochi. Tuttavia, dal punto di vista metodologico, analizzare la storia

dell'infanzia è molto difficile, essenzialmente a causa della scarsità di fondi a disposizione.

Raramente, infatti, la storia di un bambino ha avuto, nel passato, la possibilità di essere conservata e

tramandata. E' solo attraverso fonti indirette, che è possibile ricostruire le infanzia del passato. Inoltre,

se da una parte è più facile trovare testimonianze scritte sui figli appartenenti ai ceti sociali elevati,

attraverso lettere e diari, è invece estremamente difficile ricostruire la storia dei figli del popolo.

Paradossalmente, però, rispetto ai figli in famiglia conosciamo più facilmente la storia dei figli fuori

famiglia, cioè degli esposti, dei trovatelli e dei bambini abbandonati. All'interno dei brefotrofi che

accoglievano questi bambini, infatti, troviamo numerosi registri contabili per il loro mantenimento e per

le varie spese. 7

2° SAGGIO - LA TERRA DI BARI AL TEMPO DEI NOSTRI AVI. POPOLAZIONE, FAMIGLIA E

SOCIETA' TRA 700 E 800

1. Premessa

E' stato analizzato il processo demografico e sociale della terra di Bari tra 700 e 800, partendo dalle

caratteristiche demografiche ma studiando anche i modelli familiari e i comportamenti al momento del

matrimonio delle popolazioni della terra di Bari. Fonte storica privilegiata per questo studio è il catasto

onciario.

2. Le caratteristiche strutturali della popolazione in terra di Bari

Nel corso del 700, Bari e alcuni comuni della sua provincia avevano sostanzialmente la stessa

struttura demografica. L'indice di mascolinità (dato dal rapporto tra il numero dei maschi e quello delle

femmine, moltiplicando il risultato per 100), è inferiore a 100, pertanto si registra una maggiore

presenza di femmine rispetto ai maschi a Bari e nei centri di Acquaviva delle fonti, Bitritto e Cassano

delle Murge. I maschi sono invece più numerosi delle femmine nei restanti comuni della provincia

barese. Per quanto riguarda le differenti fasce d'età, in tutti i comuni della terra di Bari i maschi sono di

più delle femmine nelle prime classi d'età, mentre nell'età adulte e senili si registra una netta

superiorità delle femmine. Anche nella terra di Bari il regime demografico era caratterizzato da

un'elevata natalità e da un'alta mortalità. Di conseguenza, nascevano tanti bambini, ma ne morivano

altrettanti, soprattutto tra i ceti sociali meno abbienti. Nonostante l'altissima mortalità infantile a Bari e

nei comuni della terra di Bari, il peso dei giovani sulla popolazione era cospicuo: a Bari, infatti, nel

1753 il 47,4% della popolazione era costituito da bambini e giovani di età compresa fra 0 e 19 anni,

mentre solo il 7,7% della popolazione aveva più di 60 anni. L'indice di vecchiaia (dato dal rapporto tra

la popolazione al di sopra dei 65 anni e quella compresa tra 0 e 14 anni, moltiplicando il risultato per

100) a Bari, nel 1753, era pari a 8,4; negli altri comuni analizzati, invece, l'indice oscilla fra il 3,9 di

Conversano e il 13,0 di Acquaviva delle fonti. La situazione era ancora più drammatica in Capitanata,

la più malsana delle province pugliesi, dove le difficili condizioni ambientali e le carenze igienico

sanitarie determinavano scarse possibilità di raggiungere la vecchiaia. Ovviamente, i ricchi e le classi

sociali più elevate avevano maggiori probabilità di arrivare alla vecchiaia in seguito a migliori

condizioni di vita e a una migliore alimentazione. Per esempio, a Bari, nel 1753, i nobili e professionisti

risultano molto più longevi rispetto ai contadini, agli artigiani e ai pescatori.

Per quanto riguarda lo stato civile della popolazione in terra di Bari, gli uomini, ad eccezione degli

ecclesiastici, si sposavano quasi tutti. In particolare, nel 1753 a Bari, tra i 15 e i 24 anni il numero dei

celibi è ancora molto rilevante, mentre a 30 anni i maschi erano in buona parte sposati e oltre i 50 anni

i celibi erano quasi una rarità. Anche il nubilato era piuttosto raro. Le donne, infatti, al pari degli uomini

si sposavano quasi tutte e in giovane età. A Bari, nel 1753, sul totale della popolazione femminile

erano presenti 5 fanciulle sposatesi prima dei 15 anni, mentre tra i 15 e i 19 anni, il 16,4% delle donne

risultava sposata. La percentuale delle donne coniugate sale poi costantemente nelle classi

successive; in particolare, tra i 30 e 34 anni ben l'87% era costituito da coniugate o vedove. Si registra

inoltre un'elevata presenza di vedove e il profondo divario esistente tra maschi e femmine riguardo al

fenomeno della vedovanza. Nei maschi, l'indice di vedovanza non raggiunge il 17%, mentre per le

donne raggiunge punte decisamente più elevate. I motivi di questa tendenza sono da ricercarsi nella

maggiore longevità femminile e nella differenza di età tra i coniugi quasi sempre a favore dell'uomo.

Inoltre, la maggiore presenza di vedove era determinata dal fatto che l'uomo vedovo poteva risposarsi

8

più facilmente rispetto a una vedova. La collettività, infatti, riteneva sconveniente che una vedova si

risposasse, mentre riteneva giusto e anche necessario che un uomo rimasto vedovo con figli si

risposasse.

3. Matrimonio e famiglia in terra di Bari tra 700 e 800

In terra di Bari, tra 700 e 800, le donne si sposavano abbastanza giovani: nel 700 l'età media al

matrimonio per le donne si aggirava intorno ai 22-23 anni, mentre i maschi che si sposavano avevano

mediamente un'età compresa tra il 24-28 anni. Tuttavia, l'età media al primo matrimonio per i maschi

era influenzata anche dalla categoria socio professionale di appartenenza. Infatti, gli addetti

all'agricoltura, gli artigiani e i commercianti tendevano a sposarsi più giovani (intorno ai 23-24 anni),

mentre i nobili e i professionisti si sposavano più tardi (intorno ai 29-30 anni). Il motivo di questo

ritardo era determinato da esigenze legate a pratiche successorie e al tempo che ci voleva per

completare la loro formazione. Inoltre, nelle strati più elevati della popolazione, il numero di celibi e

nubili era più elevato, questo in seguito a una serie di strategie familiari volte a evitare la perdita del

patrimonio. Per quanto riguarda i ruoli tra maschi e femmine, questi erano caratterizzati da una forte

disparità. La donna, in genere, non lavorava fuori di casa, non spettava a lei provvedere al

sostentamento del nucleo familiare, ma doveva essenzialmente limitarsi ad essere moglie e madre.

Anche per questo motivo, all'interno della coppia esisteva un certo scarto di età fra i coniugi, quasi

sempre a favore dell'uomo. Questa differenza di età serviva a ribadire il rapporto di attualità del marito

sulla moglie, inoltre, la giovane età delle spose era considerata garanzia di un carattere docile e

remissivo. A metà 700, a Bari e negli altri comuni la differenza d'età media tra gli sposi era di circa 5

anni. Un fattore molto importante che interviene nella differenza d'età fra marito e moglie è

l'appartenenza socio professionale. La differenza d'età fra gli addetti all'agricoltura e gli artigiani era

sostanzialmente vicina alla media generale, mentre i nobili e i professionisti, oltre a sposarsi più tardi,

prediligevano mogli molto più giovani. A Bari e nei comuni della sua provincia, gli uomini e le donne si

sposavano giovani e dopo le nozze i coniugi praticavano il neo localismo, quindi lasciavano la casa

dei genitori per andare a vivere per conto proprio. Il modello familiare prevalente era la famiglia

nucleare, cioè la coppia sposata con o senza figli, poco diffuse erano invece le famiglie complesse e

gli aggregati senza struttura, rappresentati in genere da fratelli e sorelle non sposati che vivevano

insieme dopo la morte dei genitori. La famiglia era, quindi, tendenzialmente nucleare, anche se a volte

si allargava per accogliere al suo interno altri membri del gruppo parentale. La famiglia si estendeva

prevalentemente in senso ascendente, quindi ad essere accolti nel nucleo familiare erano soprattutto i

genitori anziani o i suoceri del capofamiglia. Per quanto riguarda la struttura degli aggregati domestici,

gli appartenenti a uno status sociale più elevato tendevano in misura maggiore a vivere in nuclei più

complessi e più numerosi.

4. Donne e doti

Nel corso dell'età moderna, il matrimonio era essenzialmente un affare di famiglia che veniva concluso

tra due famiglie. Al centro di questo scambio c'era la dote, un fattore imprescindibile per la donna,

senza la quale il matrimonio non poteva avere luogo. La dote rappresentava, dunque, un bene

prezioso e molto spesso costituiva un apporto economico fondamentale per il patrimonio familiare.

Ogni famiglia disponeva di un patrimonio che doveva essere conservato e accresciuto evitando

matrimoni con persone di rango inferiore. Proprio per questo motivo, l'unione doveva necessariamente

avvenire fra pari. Questo non significava però che non potessero verificarsi anche unioni tra classi

sociali diverse. Con le nozze, la dote era garantita da un'ipoteca posta su di essa. La dote era inoltre

9

inalienabile: in caso di morte prematura del marito, la dote andava restituita alla sposa, mentre

quando era quest'ultima a morire per prima senza figli, la dote tornava alla sua famiglia. In presenza di

figli maschi, la concessione della dote non comportava sempre l'esclusione automatica delle donne

dall'eredità paterna, questo perché quest'esclusione era frutto di una rinuncia volontaria da parte della

sposa, nel momento in cui veniva stipulato il contratto matrimoniale. A stipulare il contratto

matrimoniale era sempre lo sposo, mentre per conto della sposa, il contratto veniva concluso il più

delle volte dal padre, oppure dalla madre e dai fratelli. A volte, era la stessa sposa a concludere il

contratto di matrimonio, alla presenza però di un garante e di un notaio. In terra di Bari, la dote era

generalmente composta dal corredo, dalle suppellettili di casa, talvolta da somme di denaro e da beni

immobili, ovvero casa d'abitazione e appezzamenti di terreno. I gioielli, le stoffe pregiate e i corredi

personali erano invece presenti nelle doti delle fanciulle appartenente alle classi sociali più elevate.

5. L'articolazione socio professionale in terra di Bari a metà 700

Nei principali centri costieri di terra di Bari (Bari, Molfetta, Mola di Bari) l'agricoltura si basava

essenzialmente su piccoli appezzamenti di terra e sulla coltivazione dell'ulivo, del mandorlo e della

vite, mentre nella zona più interna, e soprattutto nell'area della Murgia barese, prevalevano colture

cerealicole. Il numero dei capifamiglia addetti all'agricoltura era maggiore rispetto alle altre categorie

socio professionali in tutti i comuni analizzati, mentre l'allevamento era praticato da poche persone e

in zone circoscritte. Nelle comunità più grandi e in quelle caratterizzate da un numero minore di

addetti all'agricoltura, come Bari e Acquaviva delle fonti, c'era una maggiore presenza di artigiani e

commercianti. Oltre ai vari calzolai, sarti, fabbri, muratori e falegnami, non mancavano artigiani

altamente specializzati che svolgevano mestieri oggi scomparsi. È il caso, per esempio, dei ramari,

addetti alla fabbricazione e alla riparazione di manufatti di rame, o dei conciatori di pelle

particolarmente numerosi ad Acquaviva delle Fonti. Meno consistente è invece la categoria dei

marittimi. Le figure più rappresentative sono i pescatori e i marinari. Il pescatore però non era

considerato un vero e proprio mestiere in quanto era diffusa la presenza del contadino-pescatore. Il

marinaro, invece era addetto al commercio marittimo. Al vertice c'erano invece professionisti e

possidenti, che insieme ai nobili e ai viventi nobilmente, rappresentavano una fetta molto esigua della

popolazione.

5.1 Mestieri e professioni a Bari nel 1753

A metà 700, Bari era quindi una cittadina sostanzialmente dedita all'agricoltura. Ma, accanto agli

addetti all'agricoltura, si registra anche una consistente presenza di artigiani che nel corso dei secoli

salirà costantemente. Gli artigiani baresi erano per la maggior parte dediti alla produzione di attrezzi

agricoli e provvedevano alla domanda di beni e servizi alla persona. Nel settore tessile

dell'abbigliamento, troviamo il sartore, il tessitore, il tintore di cappelli e il conciapelle; nel settore

alimentare abbiamo il fornaio, il molinaro e il panettiere, mentre nell'edilizia, troviamo il fabbricatore,

cioè il muratore. Erano presenti anche artigiani che producevano generi di lusso come l'orefice e

l'orologiaro. Nelle attività commerciali, invece, troviamo i facchini, addetti all'attività di carico e scarico

delle merci, i vetturini e cocchieri che lavoravano per conto delle classi più agiate, mentre non

mancavano i corrieri addetti al recapito delle missive. Si dedicava alla pesca il 10% circa dei

capifamiglia baresi. Tra questi la stragrande maggioranza era costituita da marinari. I liberi

professionisti erano invece poco più dell'1% dei capifamiglia; si trattava per lo più di notai e dottori

fisici. A Bari, inoltre, non mancavano musicisti, pittori, scultori, poeti e militari, mentre non era

irrilevante il numero di capifamiglia impegnati come personale di servizio: camerieri, servi, cuochi. 10

5.2 Antichi mestieri: ramari e conciapelle

Nella terra di Bari alcune figure di artigiani vantavano una tradizione centenaria frutto di una fedele

trasmissione della professione di padre in figlio. È il caso ad esempio dei ramari di Cassano delle

Murge. Il motivo della massiccia presenza di ramari a Cassano delle Murge è legata alle vicende

storiche del paese. Infatti, il feudatario Gaspare Ayerba, duca della Grotteria e di Locri, due località al

confine fra la provincia di Catanzaro e quella di Reggio Calabria, trapiantò a Cassano una nutrita

schiera di calabresi, dediti in massima parte alla lavorazione del rame. In conseguenza di ciò, l'attività

nel corso degli anni divenne tipica dei cassanesi. Le condizioni economiche dei ramari erano buone:

ogni famiglia, infatti, era in possesso della propria casa di abitazione che spesso era una casa

soprano, cioè rialzata rispetto al livello della strada e con più vani. Il mestiere del ramaro veniva

puntualmente trasmesso da padre in figlio. I ramari lavoravano all'interno di botteghe. I mastri,

proprietari delle botteghe, controllavano l'intero ciclo produttivo e coordinavano l'insegnamento e la

trasmissione delle competenze. Alle loro dipendenze c'erano lavoratori, garzoni, apprendisti e aiutanti.

In presenza di uno o più figli maschi, la professione e la bottega venivano in genere trasmesse al

primogenito. In assenza di figli maschi, per trasmettere la propria arte specializzata e la bottega di

famiglia, invece, si mettevano in atto precise strategie familiari. Le figlie dei ramari sposavano infatti

ramari attraverso scambi matrimoniali e alleanze. Ad Acquaviva delle fonti, invece, spiccava la figura

del conciatore di pelle, che oltre a preparare e a lavorare la pelle, si dedicava alla confezione,

riparazione e vendita degli oggetti in pelle. Possiamo ricavare indicazioni molto utili su questa figura

professionale dalla statistica murattiana del 1811.

6. Regimi alimentari e condizioni di vita

In nell'età moderna, per tutto l'800, il tenore di vita delle classi sociali addette all'agricoltura era

estremamente basso. L'alimentazione, infatti, era insufficiente sia per qualità che per quantità degli

alimenti e il regime alimentare era caratterizzato dal consumo di un numero ristretto di alimenti, quali

pane, legumi e ortaggi. Il pane delle classi sociali più povere era quello di farina d'orzo o la farinella,

costituita da orzo arrostito e condito con semi di finocchio. Il pane di frumento, invece, era riservato

alle classi più agiate oppure ai malati. In Capitanata, gli agricoltori e i pastori facevano abitualmente

uso del cosiddetto pane cotto con l'olio, cui aggiungevano come companatico poco costoso cipolle,

aglio e frutti secchi. La maggior parte dei pugliesi mangiava raramente la carne. Ad eccezione delle

persone agiate che la mangiavano più spesso, dagli artigiani e dai contadini la carne era consumata

solo durante particolari occasioni. Una consuetudine tipica dei ceti meno abbienti era quella di

sfamarsi con i resti di animali morti naturalmente o di malattia e questo molto spesso causava una

serie di gravi infezioni intestinali. Nella provincia di Bari, la popolazione consumava varie specie di

pesci, come merluzzi, scombri, alici, cernie, polipi, seppie ecc. I latticini erano prodotti soprattutto in

quei luoghi dove c'era molto foraggio per di animali da pascolo. Tra i luoghi di produzione di latticini in

terra di Bari troviamo Corato, Gioia del colle e Ruvo. Mentre la carne e determinate qualità di pesce

erano solo per pochi eletti, gli ortaggi, invece, erano alla portata di tutti. Tra gli ortaggi più diffusi

c'erano i cavoli, mentre in estate le cicorie, i pomodori, le zucchine, i peperoni, aglio e cipolle. In terra

di Bari la frutta si trovava invece in grande quantità, anche se era più scarsa in alcune zone. A

seconda delle stagioni, si potevano raccogliere ciliegie, percochi, arance, limoni, uva, mandorle, more,

pesche e albicocche. Sulla tavola dei pugliesi non mancavano mai l'olio e il vino. Il salario di un

addetto all'agricoltura era del tutto insufficiente a mantenere una famiglia. Per il fabbisogno alimentare

giornaliero, il contadino aveva bisogno di almeno 3 carlini al giorno, ma spesso non riusciva a

11

raggranellare questa somma neanche con l'aiuto della moglie e dei figli. In questa situazione era

quindi costretto a ridurre la frazione del pane e a privarsi del cibo. Queste condizioni di

sottoalimentazione e denutrizione provocavano una serie di malattie determinate da carenze

alimentari.

A questo si aggiungevano anche le precarie condizioni igieniche delle abitazioni rurali. Le abitazioni,

infatti, erano formate da una o due stanze sporche, umide e senza luce che oltre alla famiglia

accoglievano anche animali come polli, conigli, cane e gatto; inoltre, l'abitazione fungeva da deposito

di grano, legumi e di altri alimenti. Anche l'igiene personale era molto scarsa, infatti la biancheria si

cambiava una volta ogni 15 giorni mentre gli abiti 2 volte l'anno. Il vestiario delle classi sociali più

povere era molto semplice. L'abito tipico invernale dell'artigiano era una giamberga di panno, un

calzone, un cappotto, un cappello e calze di lana o di cotone, mentre in estate i contadini vestivano

abiti più leggeri di cotone o di lino. I marinari, invece, vestivano il cappotto di panno con cappuccio e

nei mesi estivi usavano camicia e calzoni. Per quanto riguarda le donne, queste indossavano abiti

lunghi o gonnelle con busto e corpetto. Nel primo 800 in tutti paesi della Puglia regnava la sporcizia:

c'erano infatti ovunque letamai, carcasse di animali morti, cani rabbiosi che circolavano in paese,

animali che circolavano liberi nelle strade ecc. Tra le malattie mortali più diffuse c'erano le febbri

malariche. Le zone malariche più numerose erano in Capitanata e nella provincia di Lecce. La

situazione ambientale invece era migliore nella terra di Bari, anche se qui era sempre presente la

malaria importata, in buona parte, dagli immigrati provenienti dalla Capitanata. Le altre malattie più

diffuse erano le affezioni gastroenteriche, dovute alla cattiva alimentazione e all'uso di acqua

inquinata; i catarri intestinali causati dall'uso di alimenti alterati, inoltre, nel corso dell'età moderna, la

Puglia e il regno di Napoli furono colpiti anche da ricorrenti epidemie di tifo petecchiale. A Bari l'acqua

di uso potabile era quella piovana, mentre gli abitanti di Gioia, Acquaviva e di altri comuni, bevevano

anche l'acqua delle sorgive. L'acqua piovana era raccolta nei terrazzi delle abitazioni e trasportata nei

pozzi scavati sotto le case. Non sempre, però, i pozzi erano sufficienti al consumo familiare, inoltre

d'estate, spesso mancava l'acqua; in questo caso, si usava l'acqua raccolta in cisterne scoperte fuori

dall'abitato che molto spesso erano inquinate e per questo comportava un grave pericolo per la salute.

7. Il nome personale in terra di Bari nel 700 e la tradizione nicolaiana

La scelta dei genitori sul nome da attribuire al figlio non era casuale ma dettata quasi sempre da

precise motivazioni. Il nome era scelto perché beneaugurante o perché si richiamava a quello di un

santo, spesso il santo che si festeggiava nel giorno della nascita oppure il santo patrono della città. A

volte si tramandavano i nomi dei nonni, degli zii paterni oppure quelli di un fratello di una sorella morti

prematuramente. Inoltre, il nome poteva essere attribuito per moda. Molto spesso, i nomi maschili

venivano trasposti al femminile e viceversa. Questo atteggiamento può essere motivato dal fatto che i

genitori che desideravano un figlio maschio o femmina, nel momento in cui vedevano delusa la loro

aspettativa con la nascita di un figlio di sesso opposto a quello sperato, trasponevano al genere

opposto il nome che avevano scelto. A metà 700, i nomi maschili più diffusi a Bari erano Nicola,

Giuseppe, Francesco, Vito e Michele. Il nome Nicola è molto presente a Bari in quanto richiama la

devozione a San Nicola, patrono della città e protettore, oltre che di marinari, pescatori, naviganti

anche di mercanti e commercianti. Non a caso, il nome Nicola era scelto prima di tutto dai pescatori e

dai marinari, e poi dai commercianti baresi. Il nome Giuseppe rimanda invece al culto per San

Giuseppe, sposo di Maria vergine e padre putativo di Gesù Cristo. Segue Francesco, che richiama la

devozione a San Francesco d'Assisi. Il nome Vito è invece ancora oggi frequente in tutta Italia,

12

soprattutto in Puglia e in Sicilia e deriva probabilmente da vita. Infine, il nome Michele è legato al culto

di San Michele Arcangelo del Gargano. I nomi femminili più diffusi a Bari a metà 700, erano invece

Anna, legato al culto per Sant'Anna, Angela, legato alla devozione per gli angeli custodi, Maria, legato

alla devozione per Maria vergine, madre di Gesù, Teresa, legato al culto di Santa Teresa d'Avila e

infine Antonia, legato al culto per Sant'Antonio abate e per Sant'Antonio da Padova. Erano presenti

anche nomi di origine spagnola come Ferdinando, Diego e Isabella, nomi di origine nordica come

Federico, Riccardo, nomi di derivazione classica e nomi che evidenziavano qualità personali positive.

7.1 Il secondo nome

La maggior parte della popolazione in terra di Bari aveva un solo nome, pochi, infatti, erano gli

individui registrati con due nomi. Per quanto riguarda il secondo nome maschile, il più diffuso in tutti

centri analizzati era Antonio, seguito da Angelo, Nicola, Lonardo e Battista. Il secondo nome femminile

più diffuso a Bari era invece Rosa, seguito da Maria, Teresa, Giuseppa e Antonia. A Bari, nel 1753,

per quanto riguarda i maschi, tra gli addetti all'agricoltura il 17% disponeva di un secondo nome,

aveva un nome aggiuntivo il 15% tra gli addetti all'artigianato e al commercio e il 17% tra gli addetti

alla pesca. Al contrario quasi il 30% dei figli di professionisti, disponeva di un secondo nome. Per

quanto riguarda l'universo femminile, dispongono di 1 secondo nome il 9% delle donne appartenenti a

famiglie dedite all'agricoltura, il 10% delle donne appartenenti a famiglie artigiane e dedite al

commercio e l'8% di quelle appartenenti al settore degli addetti alla pesca. La percentuale delle donne

con secondo nome cresce invece tra i professionisti e tra i nobili. Tuttavia, nel complesso, le famiglie

più ricche non manifestavano una particolare predilezione ad assegnare un secondo nome ai propri

figli.

7.2 Il cognome a Bari nel XVIII secolo

Nel XVIII secolo Bari presentava una grande varietà di cognomi. Le origini dei cognomi baresi erano

diverse: spesso il cognome era costituito da un secondo nome aggiunto a quello di battesimo oppure

era il patronimico o matronimico. Il cognome indicava anche la provenienza oppure il mestiere. Alcuni

cognomi, invece, erano tratti da soprannomi che indicavano particolarità fisiche o morali. I cognomi più

diffusi a metà 700 erano: Lo Russo, Signorile, Colella, Ladisa e Sciacoviello. Il cognome Lo Russo

derivava da un soprannome dialettale legato al colore rosso di capelli. Il cognome Colella deriva

invece da Cola, una modificazione dialettale del nome Nicola. Signorile rimanda invece ad un

appellativo titolo di riguardo, Ladisa significava "signore armonioso e bello", mentre il cognome

Sciacoviello deriva da una modificazione del nome personale Giacomo. 13

3° SAGGIO - FAMIGLIA, DEMOGRAFIA E SOCIETA' A SAN SEVERO ATTRAVERSO IL

CATASTO ONCIARIO DEL 1753

1. Introduzione

Le ipotesi all'origine di San Severo sono molteplici. Secondo un'antica leggenda, la città sarebbe stata

fondata dall'eroe greco Diomede, con il nome di Castel Drione. Nel 536 Lorenzo Maiorano, vescovo di

Siponto, avrebbe imposto a questa città il nome di un certo governatore chiamato Severo. Nel 1579 la

città fu poi ceduta al duca Gio Francesco di Sangro, mentre nel 1627 un forte terremoto rase al suolo

quasi completamente la città. La ricostruzione fu lenta, ma nel corso del 700, la città rifiorì e sorsero

numerosi palazzi nobiliari, i monasteri dei celestini, dei francescani e delle benedettine e diverse

chiese.

2. La struttura demografica di San Severo a metà 700

Il catasto onciario è un documento di natura fiscale, redatto nel regno di Napoli su volontà di Carlo III

di Borbone e rappresenta una fonte molto utile per ricostruire gli aspetti demografici delle società del

passato. Infatti, questo documento consente di ottenere informazioni sullo stato civile, sull'età e sul

sesso, inoltre permette di ricostruire i legami di parentela che intercorrono fra i membri di ciascun

nucleo familiare. Il catasto onciario permette anche di ricavare notizie sulle professioni esercitate dai

componenti della famiglia, sulla tipologia e proprietà della casa ecc. Il catasto onciario relativo alla

città di San Severo, risalente al 1753, registra 5458 abitanti raggruppati 1280 famiglie. Dai dati si

rileva una maggiore presenza della componente maschile. Infatti, l'indice di mascolinità (dato dal

rapporto tra numero dei maschi e numero delle femmine, moltiplicato per 100) per il totale della

popolazione risulta pari a 105,5. La prevalenza dei maschi sulle femmine appare più marcata

soprattutto nella fascia d'età compresa tra 0 e 14 anni. Nella città di San Severo, le persone di età

compresa tra 0 e 19 anni sono pari al 49,8%; il 31,1% si colloca a tra 20 e 39 anni, il 15,1% tra i 40 e

59 anni mentre esigua è la percentuale di quelli che superano i 60 anni. L'indice di vecchiaia (dato dal

rapporto tra popolazione al di sopra dei 64 anni e quella tra 0 e 14 anni, moltiplicato per 100) risulta

pari a 4,7. Per quanto riguarda l'indice di vecchiaia si registrano profonde differenze in base alla

professione, in quanto molto più longevi rispetto agli addetti all'agricoltura, agli artigiani e

commercianti, risultano essere i professionisti e i viventi civilmente. Per quanto riguarda lo stato civile,

si evidenzia un'alta percentuale di coniugati e di vedove. A San Severo, la prima donna coniugata

compare già a tra i 10-14 anni, mentre i primi uomini coniugati compaiano nella fascia di età compresa

tra 15-19 anni. Nella fascia d'età tra 40 e 44 anni, l'89% dei maschi risulta sposato, il 9,2% celibe

mentre l'1,8% vedovo. Al contempo si registra una bassa presenza di nubili, in quanto il destino

prevalente delle donne era quello di sposarsi in giovane età: infatti nelle donne tra i 40 i 44 anni il 94%

è costituito da coniugati o vedove e solo il 3% da nubili. L'indice di carico di figli per donna a San

Severo è piuttosto elevato, in quanto su 100 donne di età fertile corrispondono 70 bambini di età

compresa tra 0 e 4 anni. Questo indice risulta in particolare più alto negli addetti all'agricoltura,

all'artigianato e al commercio, mentre si riduce notevolmente tra i professionisti e viventi civilmente.

Questa tendenza è determinata dal fatto che nella società del passato una più elevata età media il

matrimonio e più alte percentuali di nubili determinarono all'interno delle classi agiate una bassa

fecondità. Inoltre, un altro fattore è determinato dall'alta presenza di vedove rispetto ai vedovi, in

quanto la maggiore longevità femminile e la differenza d'età fra i coniugi quasi sempre a favore

dell'uomo, esponevano le donne a un più elevato rischio di restare vedove. A questo si aggiungeva il

fatto che mentre gli uomini potevano risposarsi, era invece considerato sconveniente il nuovo

14

matrimonio di una vedova.

3. La nuzialità

a) l'età media al primo matrimonio

A metà 700, a San Severo, gli uomini e le donne tendevano a sposarsi molto presto e dopo le nozze i

coniugi erano soliti lasciare la casa dei genitori e andare a vivere per proprio conto. In base ai dati del

catasto onciario del 1753, l'età media al matrimonio a San Severo risulta di 23 anni per gli uomini e di

21,8 anni per le donne. Questi dati si allineano a quella che era la tendenza nazionale. Nel 700, infatti,

l'età media femminile al primo matrimonio era sui 20-22 anni, mentre gli uomini si sposavano qualche

anno più tardi. Per quanto riguarda gli uomini, a San Severo si registrano alcune differenze in base

alla professione. Gli addetti all'agricoltura, gli artigiani e i commercianti si sposavano più giovani,

mentre i viventi civilmente e i liberi professionisti tendevano a sposarsi più tardi.

b) la differenza d'età fra i coniugi

I risultati condotti su studio che aveva come campione 915 coppie di San severo, evidenzia che

l'uomo aveva mediamente 6,1 anni in più della donna. Nel 13,2% dei casi i coniugi hanno invece la

stessa età, nel 70,1% è più grande l'uomo mentre solo nel 16,7% dei casi è più grande la moglie.

L'uomo teneva quindi a sposarsi con donne molto più giovani di lui. In particolare, per 59 coppie, la

differenza d'età è superiore a 15 anni a favore dell'uomo. Tuttavia non mancano casi di mogli molto

più grandi dei mariti: ad esempio 4 coppie hanno una differenza di età superiore ai 15 anni a favore

della moglie. In base alle categorie socio professionali, sono soprattutto i professionisti e i viventi

civilmente a preferire compagne molto più giovani.

4. L'articolazione socio professionale

La struttura socio professionale della popolazione di San severo presenta elevate percentuali di

addetti all'agricoltura, un numero limitato di addetti all'artigianato e al commercio e un numero ancora

più esiguo di professionisti, possidenti e viventi nobilmente. A metà 700, il 60,8% dei capifamiglia nella

città di San Severo è dedito all'agricoltura e all'allevamento. Tra questi i più numerosi sono i bracciali

seguiti dai massari e massarotti di campo che erano dei veri e propri imprenditori agricoli. La

produzione di beni di consumo e di attrezzi destinati all'agricoltura è invece affidata agli artigiani.

Appartenente al settore dell'abbigliamento sono i sartori, mentre chi si occupa di produrre e vendere

scarpe è lo scarparo. Inoltre si segnala la presenza di fornari, molinari e panettieri. Coloro che

appartengono all'edilizia sono invece il fabbricatore, il pittore, il fornaciaro e l'indoratore che decora

palazzi e opere d'arte. A occuparsi del legno sono principalmente i falegnami. Il bardaro si occupa

invece della produzione di armature e finimenti per cavalli. Fanno parte dell'artigianato anche i

barbieri, i ferrari, il ceraio (che produce candele) e l'orefice. Tra gli appartenenti al commercio

distinguiamo i bottegari, i pizzicaioli, i mercaioli (cioè commercianti di prodotti al minuto) e i venditori di

foglie, pane, vetro. Su un gradino più elevato all'interno della categoria dei commercianti, si collocano i

negozianti, ovvero i grandi commercianti. La ristretta cerchia di professionisti comprende invece i

dottori fisici, i notari, li speziali di medicina, i chirurghi e il regio agrimensore. SI segnala anche la

presenza di un consistente numero di ecclesiastici a capo di una famiglia, perlopiù sacerdoti, canonici,

abati ecc.

Per quanto riguarda la situazione abitativa, si registra un alto numero di proprietari, infatti il 56,7% dei

15

capifamiglia dichiara di possedere la propria abitazione, il 7% ne possiede solo una porzione, mentre il

35% dichiara di averla in affitto. Ci sono anche alcuni nullatenenti e coloro che occupano una casa "

graziosamente", cioè gratis; si tratta soprattutto di vedove di età avanzata. Solo poche invece le

notizie riguardanti le caratteristiche delle abitazioni: in particolare, si fa essenzialmente riferimento a 3

tipologie di abitazione: il sottano, il soprano e la casa palazziata. Il sottano era costituito da un unico

vano, a pianterreno. Il soprano invece era un locale rialzato rispetto al livello stradale. Soprattutto per

la popolazione rurale, le condizioni igieniche all'interno delle abitazioni erano molto precarie: la stanza,

infatti, era spesso umida e senza luce e ospitava anche numerosi animali come polli, conigli, cane e

gatto. L'arredamento era misero, composto da un letto, da sacchi ripieni di paglia o foglie secche, da

un tavolo, da una panca, da qualche sedia e dal fuoco che serviva a cuocere gli alimenti e riscaldare e

illuminare la stanza. Gli appartenenti al ceto sociale più elevato vivevano invece in case palazziate,

ovvero palazzi con scale interne, con balconi, terrazzi e giardini interni.

5. La famiglia

a) Struttura e dimensione

A San Severo il modello prevalente di famiglia è quello nucleare o semplice, formato dalla coppia

coniugale con o senza figli e che è pari al 77% del totale delle famiglie. All'interno di questa tipologia

di famiglia, il 50,7% è costituito da coppie sposate con figli, mentre il 10,5% da coppie senza figli; più

esiguo è invece il numero di famiglie costituite da una vedova con figli. Poco diffusi sono gli aggregati

senza struttura, rappresentati da fratelli e sorelle, celibi e nubili, conviventi, mentre il 9,2% delle

famiglie totali è costituito da solitari. Molto ridotta è invece la percentuale relativa alle famiglie estese

che è pari al 4% del totale delle famiglie. Tra gli aggregati estesi, i più numerosi sono quelli di tipo

ascendente, cioè quelli che accolgono un parente della generazione precedente a quella del

capofamiglia, e quelli di tipo collaterale, ossia famiglie che ospitano in casa fratelli o sorelle dei

coniugi. Il 7,9% del totale delle famiglie è costituito da famiglie multiple, formate cioè da più nuclei

familiari conviventi sotto lo stesso tetto. Tra questi i più numerosi risultano gli aggregati multipli di tipo

ascendente, mentre solo nell' 8% dei casi si registra la presenza delle cosiddette frereches, ossia

nuclei familiari costituiti da fratelli sposati che vivono sotto lo stesso tetto. La famiglia nucleare è

composta mediamente da 4,3 componenti. Le famiglie estese, contano invece mediamente una sola

unità in più, mentre più numerose sono le famiglie multiple composte in media da 8 membri. Quindi,

sostanzialmente i dati demografici relativi alla città di San Severo a metà 700 sono simili a quelli della

Puglia e di tutta l'Italia meridionale in generale.

b) Famiglia e articolazione socio professionale

In base ai dati relativi ai nuclei familiari, emerge chiaramente la preferenza a vivere in famiglie nucleari

in tutte le categorie considerate. Quindi in tutte le categorie socio professionali la famiglia nucleare

costituisce il modello più diffuso, che risulta particolarmente elevato fra gli addetti all'agricoltura e

all'artigianato. La percentuale relativa alle famiglie nucleari scende invece notevolmente tra i

professionisti e i viventi civilmente, mentre in queste categorie aumenta il numero delle famiglie senza

struttura, delle famiglie estese e di quelle multiple. Le famiglie del appartenenti alle classi sociali più

agiate sono più numerose rispetto alle appartenenti ai ceti sociali più bassi perché permettono una

maggiore sopravvivenza ai propri figli e anche perché accolgono nelle loro case anche personale di

servizio. 16

c) famiglia e personale di servizio

Nella società meridionale del passato era poco diffusa la tendenza a ospitare all'interno del nucleo

familiare persone di servizio. In Puglia, sia nei piccoli paesi che nelle grandi città le famiglie che

avevano al loro interno servi erano pochissime, al contrario di quanto accadeva nell'Italia centro-

settentrionale. Inoltre, esiguo era anche il numero di servi che vivevano all'interno delle famiglie. In

genere, una famiglia con dipendenti disponeva di una sola persona di servizio, talvolta di 2 mentre più

raramente di 3. A San Severo, nella metà del 700, solo l'1% delle famiglie sul totale accolgono al loro

interno persone di servizio. Tra queste circa il 70% ha una sola persona di servizio, il 23% 2 servi,

mentre solo una famiglia dispone di 3 dipendenti. Il personale di servizio era prevalentemente

costituito da femmine, quasi sempre donne nubili e non necessariamente giovani a conferma che in

Puglia, l'andare a servizio molto spesso durava per sempre. Tuttavia, nella maggior parte dei casi,

l'andare a servizio era spesso una scelta dettata dal bisogno, per evitare una vita di stenti. La maggior

parte delle serve infatti appartenevano ai ceti sociali più bassi ed erano orfane o abbandonate. A

inserire all'interno del nucleo familiare personale di servizio erano soprattutto i viventi civilmente e i

liberi professionisti, in quanto i datori di lavoro dovevano essere ricchi o almeno benestanti, dal

momento che bisognava poi pagare la servitù. Spesso il numero dei servi presenti all'interno delle

famiglie era legato alla ricchezza e al prestigio sociale dei datori di lavoro. Per esempio, alcune

famiglie nobili o appartenenti alla ricca borghesia avevano in casa un numero consistente di servi

proprio per ostentare nobiltà e ricchezza.

6. I nomi e cognomi

a) Le forme nominali più diffuse a San Severo nel 1753

Le forme nominali più diffuse a San Severo risultano tra i maschi Francesco e Giuseppe. Seguono il

nome Domenico, Michele, Nicola Antonio, Giovanni, Pasquale, Vincenzo e Felice. I nomi femminili i

più usati sono Angela e Antonia, seguiti da Teresa, Catterina, Giovanna, Isabella, Anna, Donata e

Lionarda. Tra i nomi maschili e femminili troviamo anche numerose forme nominali di origine affettiva

o augurale come Donato, Benedetto, Fortunata; ci sono anche nomi che evidenziano qualità personali

come Candido, Diamante, Grazia. Altri sono invece di derivazione classica come Alessandro, Cesare,

Orazio, Ottavio, Livia, Claudia, Lucrezia ecc. Richiamano il periodo normanno-Svevo i nomi Riccardo,

Sigismodo, Raimondo, mentre ci sono nomi che fanno riferimento alla dominazione spagnola come

Ferdinando, Diego, Alfonso, Isabella. Sono attribuiti anche nomi legati al mondo pagarono, come

Diana e Olimpia; infine, ci sono nomi che richiamano festività religiose come Natale, Pasqua. La

maggior parte della popolazione di San Severo ha un solo nome. Sono pochi quelli che hanno due

nomi, soprattutto i maschi. Il secondo nome più diffuso per gli uomini è Antonio, seguito da Nicola e

Paolo. Il secondo nome femminile più diffuso e invece Maria, seguito da Antonia.

b) Il cognome

Inizialmente il cognome aveva origine da particolarità fisiche o da località di provenienza e, con il

tempo, cominciò a designare i membri di una stessa famiglia. Il cognome in senso moderno comincia

invece ad affermarsi nel IX secolo per distinguer persone che avevano un nome uguale. Il cognome

più diffuso a San Severo risulta Montedoro, seguito da Pazienza, Fantasia, Russo. Si evidenziano

anche alcuni cognomi che derivano da alcune città o paesi come Bisceglie, Barletta, Castellaneta,

Laterza e cognomi che derivano da aggettivi come Piemontese, Romano, Lombardo, Calabrese ecc.

17

Numerosi sono invece i patronimici espressi attraverso preposizione come di Cesare, di Angelo, di

Benedetto, di Stefano ecc. Ci sono poi alcuni cognomi che sottolineano alcune caratteristiche fisiche o

morali come Grasso, Mancino, Bruno ecc. Altri cognomi indicano invece un mestiere, un titolo o una

condizione sociale come Conte, Marchese. 18

4° SAGGIO - PER MISERIA O PER VERGOGNA: L'INFANZIA ABBANDONATA IN ITALIA

NELL'ETA' MODERNA

1. premessa

Il fenomeno dell'abbandono avveniva in segreto ed era perciò avvolto nel mistero. In passato,

nascevano moltissimi bambini e, tra questi, molti venivano abbandonati. La diffusione del fenomeno

era quindi tale da poter affermare che l'abbandono di bambini costituiva un evento quasi normale nel

mondo dei poveri. Quando la chiesa e le istituzioni laiche non riuscirono più da sole a far fronte al

fenomeno, cominciarono a farsi carico dell'assistenza agli esposti i singoli comuni, con tempi e

modalità differenti negli stati italiani. Nella prima metà del 400 il trovatello era considerato come uno

dei tanti bisognosi d'assistere insieme ai malati, ai poveri e ai mendicanti. Tuttavia andava maturando

il bisogno di attuare interventi assistenziali per far fronte all'infanzia abbandonata. Nacquero così i

brefotrofi, ovvero istituti all'interno dei quali si accoglievano esclusivamente bambini abbandonati e,

contestualmente, nacquero anche quei luoghi della memoria (gli archivi), tanto preziosi agli studiosi.

Già nel 300, esistevano in molte città italiane istituti preposti anche alla cura dei bambini abbandonati,

ma un evento memorabile è rappresentato dall'apertura di Santa Maria degli innocenti a Firenze nel

1445. Per le epoche più antiche è difficile avere anche solo un'idea del fenomeno relativo

all'abbandono, è quindi difficile quantificarlo. È solo nel tardo medioevo e in particolare durante il

Rinascimento, che le notizie diventano più certe, grazie soprattutto a una serie di normative tese a

Istituzionalizzare gli esposti che ora venivano registrati e immatricolati.

2. Quanti? Il trend del fenomeno

La pratica dell'abbandono di bambini registrò un notevole incremento nel 400 e nel 500, per poi

raggiungere dimensioni macroscopiche a partire dalla seconda metà del 700 e, soprattutto, nell'800.

In particolare, il numero delle nascite irregolari, cioè dei bambini illegittimi e degli esposti, diminuì nel

corso del 600 fino alla metà del 700, per poi raggiungere livelli record a fine 700 e in particolare, nella

prima metà dell'800. Dal 1600 al 1750, questo decremento del numero degli illegittimi ed esposti, si

verifica un po' in tutta Italia. Le ragioni di questo decremento possono essere giustificate non tanto

dalla riduzione dei rapporti prematrimoniali, quanto dall'aumento dei matrimoni di riparazione. Inoltre,

erano pochi i bambini che nascevano fuori dal matrimonio. A questo, si deve aggiungere che, almeno

fino a primo 700, gli aborti e infanticidi erano piuttosto diffusi. La riduzione delle nascite, oltre che alla

peste, a carestie e ad altre calamità naturali, si poteva attribuire anche all'uso di pratiche abortive

accettate anche dalla Chiesa. Per quanto riguarda il processo creativo nel 600, la creatura in grembo

alla madre, per un certo lasso di tempo non era da considerarsi autonoma e propriamente formata,

ma diveniva tale al 40° giorno della gestazione della donna incinta, se era maschio, e all'80° giorno se

era femmina. Quindi, era in qualche modo lecito l'uso di contraccettivi quando ciò fosse stato

determinato da motivi gravi, quali per esempio la povertà dei coniugi. Tuttavia, verso la metà del 700

inizia un'inversione di tendenza per quanto riguarda il numero di bambini illegittimi ed esposti; ma è

soprattutto negli ultimi decenni del 700 e nel primo 800 che si registrano punte elevatissime riguardo il

fenomeno dell'abbandono. Per esempio, a Parigi, nel corso di un secolo, il numero di trovatelli si

moltiplicò per 20, passando da una media annua di 305 nel 1600 a 5713 negli ultimi decenni del 700.

La stessa situazione si registra anche in Italia, dove gli esposti di Santa Maria degli innocenti a

Firenze salirono al 42,8% all'inizio dell'800, rispetto al 14,3% nel 1700.

3. Dove? I luoghi dell'abbandono 19

I bambini venivano in genere lasciati per strada, nelle botteghe, al mercato, sui ponti e nelle piazze

con l'intento di un ritrovamento veloce. Molto spesso i bambini erano abbandonati nelle chiese in

quanto, essendo un luogo piuttosto frequentato, il ritrovamento avveniva molto presto. Inoltre parecchi

bambini venivano abbandonati davanti alle abitazioni di gente facoltosa, nella speranza che fossero

accolti in famiglia. Se invece l'abbandono avveniva in campagna o in luoghi isolati, gli esposti avevano

scarse possibilità di sopravvivere, a causa della mancanza di cibo, alla presenza di animali randagi e

al freddo o al caldo a seconda della stagione. I bambini erano abbandonati nella maggior parte dei

casi nei primi giorni di vita, subito dopo il parto. Tuttavia, non erano rari i casi di bambini abbandonati

da grandi. Questi ultimi, però, erano per lo più figli legittimi. I bambini venivano abbandonati

solitamente dopo il tramonto e alle prime luci dell'alba per non essere visti, oppure nei giorni di festa

per confondersi tra la folla. Per cercare di arginare il fenomeno di abbandonare i propri figli nei luoghi

più disparati, già alla fine dell'XII secolo, papa Innocenzo III introdusse a Roma il sistema della ruota o

torno che in poco tempo si diffuse ovunque. La ruota era formata da un tamburo di legno cilindrico e

rotante su un'asse verticale, di piccole dimensioni perché destinato ad accogliere bambini appena

nati. La lotta garantiva totale anonimato; all'esterno c'era anche un campanello per avvisare dell'arrivo

del bambino il personale interno, ovvero la guardiana di turno, detta rotara o pia ricevitrice. Questa

ruota nel corso del tempo ha assunto un valore simbolico molto forte, tanto che bambini abbandonati

diventavano i figli della Madonna che avrebbe dovuto garantire nell'immaginario popolare, l'assistenza

ai trovatelli. In particolare, alle bambine era garantita assistenza a vita, inoltre al momento

dell'eventuale matrimonio era garantita anche una dote. Per i maschi, invece, era garantita la

formazione al lavoro, con l'affidamento a famiglie di operai o la possibilità di intraprendere la carriera

ecclesiastica. Agli inizi dell'800 la ruota diventò uno strumento civile in seguito all'intervento di

Napoleone che in un decreto del 19 gennaio 1811, ordinò in Francia l'apertura di un ospizio munito di

ruota in ogni dipartimento. C'è da dire comunque che le condizioni di vita all'interno degli orfanotrofi

erano drammatiche, infatti moltissimi bambini morivano precocemente. A questo proposito,

l'economista siciliano Francesco Ferrara fu il primo a sostenere l'inutilità della ruota e dei brefotrofi,

sottolineandone gli aspetti negativi. Si faceva quindi sempre più forte la convinzione che le istituzioni

preposte alla cura dei bambini abbandonati, più che a salvare creature innocenti, non facessero altro

che incoraggiare questo fenomeno. Attorno all'utilità o meno delle ruote si sviluppò un acceso dibattito

formato da due correnti, una favorevole alla soppressione del torno e l'altra favorevole alla sua

permanenza. Alla fine, si arrivò alla soppressione della ruota; in particolare, nel 1867 fu chiusa la

prima ruota italiana a Ferrara, seguirono poi altre città come Milano, Como, Torino, Roma, Firenze e

Napoli, mentre la ruota rimase a lungo in funzione nel mezzogiorno e, in particolare, in Sicilia, dove

era ancora in vigore all'inizio del 900. La ruota fu poi abolita ufficialmente in epoca fascista, con il

regio decreto del 1923.

4. Perchè? Le cause dell'abbandono

Essenzialmente erano due le cause che determinarono il fenomeno dell'abbandono dei bambini: la

fame, ovvero la povertà dei genitori, privi dei mezzi necessari a mantenere e crescere i figli e la

vergogna, quando le origini del bambino erano illegittime o quando un'eredità poteva essere messa in

pericolo da tale nascita, o, quando il bambino era storpio o gravemente malato. Tuttavia le cause

dell'abbandono erano molteplici: ad esempio l'abbandono poteva essere determinato dalla madre

malata che non poteva allattare il proprio bambino, dal padre rimasto vedovo che non poteva allevare

il neonato, oppure da un genitore che voleva garantire protezione alle bambine. Tra i motivi che

spingevano all'abbandono dei figli, troviamo la pressione demografica, le difficoltà economiche,

20

l'aumento del celibato, la dissolutezza di costumi, l'indifferenza nei confronti dei propri figli e anche la

creazione di nuovi ospizi preposti alla cura e all'assistenza di bambini. Quindi tra i bambini

abbandonati e affidati all'assistenza pubblica non c'erano soltanto i figli illegittimi, frutti della colpa e

della vergogna, ma anche i figli legittimi che erano stati abbandonati a causa della miseria e della

povertà. Per quanto riguarda il rapporto tra città e campagna riguardo il fenomeno dell'abbandono, i

bambini venivano abbandonati soprattutto in città poiché era lì che si trovavano le ruote, che non a

caso accoglievano anche bambini provenienti dai comuni limitrofi alla città. Inoltre, una donna sola e in

difficoltà era spinta a partorire in città perché essa garantiva l'anonimato e il confondersi tra la folla. A

questo proposito, si può fare riferimento a una mentalità tipica di quel tempo che condannava nel

modo più assoluto la procreazione della donna fuori dal matrimonio. Di conseguenza, una ragazza

madre poteva reinserirsi nel contesto sociale solo cancellando la sua colpa, e quindi abbandonando il

proprio figlio. Per questo, molto spesso la donna si recava in città perché lì c'erano più servizi

assistenziali per i trovatelli. Capitava anche che alcune donne dessero alla luce propri figli presso

levatrici compiacenti che, a pagamento, si offrivano anche di portare i bambini al brefotrofio. Oltre ai

trovatelli, gli istituti assistenziali accoglievano anche gli orfani, che a quell'epoca era una condizione

molto diffusa. Per quanto riguarda il rapporto tra i sessi, a essere abbandonate all'epoca erano

soprattutto le bambine, questo perché la donna rappresentava un peso per la famiglia fino al momento

del matrimonio. Quindi, l'ospizio poteva rappresentare per una bambina una sistemazione comoda,

che garantita assistenza per tutta la vita e addirittura una dote. Al contrario, i maschi rappresentavano

una potenziale forza lavoro aggiuntiva alla famiglia e quindi un guadagno certo. Tuttavia, nel corso

degli anni, si registrerà un aumento del numero dei maschi abbandonati e quindi si raggiungerà un

certo equilibrio tra maschi e femmine.

5. Come? I messaggi dell'abbandono

Molto spesso i neonati al momento dell'abbandono erano muniti di un segno di riconoscimento che

poteva essere un pezzo di osso, di argento, di oro oppure la figurina di un santo. Molti bambini ero

inoltre muniti della cosiddetta cartula, un bigliettino che veniva lasciato insieme al bambino al

momento dell'abbandono dove c'era scritta l'età, il nome o cognome del bambino e altre informazioni

utili. Questi segni di riconoscimento servivano a consentire l'identificazione del piccolo nel caso di una

futura, anche se improbabile, richiesta di restituzione da parte di uno o entrambi i genitori. Tuttavia,

non sempre i bambini erano accompagnati da segni di riconoscimento o da biglietti di

raccomandazione. In alcuni casi non avevo nulla, erano lasciati completamente nudi, oppure avevano

solo qualche straccio. A questo segno di riconoscimento se ne aggiungeva subito un altro: una volta

entrato in istituto, infatti, il bambino veniva riconosciuto con il sistema del merco o del marchio a fuoco,

attraverso il quale veniva marchiato a fuoco un segno sulle carni del bambino. All'Annunziata di Napoli

il marchio a fuoco non fu mai praticato, mentre veniva adottata la mercatura, che consisteva

nell'allegare al collo del bambino un nastrino con una medaglia di piombo, il merco, dove era incisa da

un lato l'immagine della vergine e dall'altro il numero di matricola dell'esposto.

6. Chi li allattava? Il sistema del baliatico

La sopravvivenza del piccolo esposto dipendeva dal reclutamento di una balia o nutrice, cioè di una

donna onesta, sana e provveduta di buon latte, disposta ad allattare il bambino. In genere, i trovatelli

una volta entrati in istituto, dopo la registrazione sui libri di ingresso e l'amministrazione del battesimo,

venivano affidati a balie interne, che vivevano cioè in ospizio. Le valli interne erano solitamente donne

povere, madre che a loro volta avevano abbandonato i propri figli oppure madri rimaste prive di un

21

figlio perché morto prematuramente e che allattavano i trovatelli in cambio di un salario molto

modesto. Le interne avevo il compito di provvedere alle prime necessità di bambini. Tuttavia la

permanenza della balia dell'istituto dovrà essere temporanea, perciò c'erano anche le balie esterne,

che vivevano fuori dall'istituto. Quindi, dopo le prime necessità il bambino veniva affidato a una balia

esterna e restava con quest'ultima fino a 7-8 anni di età. Statisticamente, i trovatelli avevano maggiori

possibilità di sopravvivere se erano affidati a balie esterne, questo perché negli ospizi molto spesso le

condizioni di vita erano terrificanti. Tuttavia, anche il baliatico esterno aveva i suoi svantaggi: spesso,

infatti, la prima balia alla quale veniva affidato un bambino non era quella definitiva e passaggi della

nutrice all'altra erano molto frequenti. Per quanto riguarda il sistema di baliatico i regolamenti delle

singole istituzioni erano particolarmente severi e attenti alla scelta di nutrici, inoltre erano previsti una

serie di controlli sulle modalità di allevamento di piccoli affidati.

7. Quale destino? Una strage di innocenti

Il destino più frequente per i bambini abbandonati era in ogni caso la morte; morire era infatti la

norma, tanto che la pratica dell'abbandono potrebbe essere definita strage di innocenti o massacro

degli innocenti. In passato nascevano moltissimi bambini e, fra questi, moltissimi morivano nei primi

anni di età. La mortalità infantile era quindi molto alta. E ovviamente, gli esposti, tra tutti i bambini,

avevano probabilità ancora più alte di morire. Le cause della morte erano determinate da: parto non

assistito, trauma del distacco, trasporto nella ruota, condizioni di vita all'interno di brefotrofi,

promiscuità fra sani e malati, mancanza di nutrici, passaggio da una nutrice all'altra, mancanza di cure

e affetto. Quindi, anche se in teoria le istituzioni per trovatelli avrebbero dovuto offrire ai piccoli

abbandonati un'opportunità di salvezza, nei infatti, molto spesso, i brefotrofi non facevano altro che

incentivare l'eliminazione dei figli indesiderati. A Londra, la mortalità dei trovatelli negli ospizi del 700

era pari all'88%, mentre in Francia, alla fine del 700, nel 43% dei casi i bambini abbandonati morivano

prima di compiere un anno a Reims, mentre morivano addirittura nel 90% dei casi a Rouen. La stessa

situazione si verificava anche nei brefotrofi italiani: infatti nel 1836 all'Annunziata di Napoli oltre l'80%

dei bambini abbandonati moriva prima di compiere un anno. La situazione migliorò verso la fine del

secolo. La mortalità iniziò quindi a diminuire anche perché contestualmente si verificò una diminuzione

dei casi di abbandono dovuto alla diffusione di pratiche di limitazione delle nascite e alla soppressione

delle ruote.

8. Dopo il baliatico

Il periodo di baliatico terminava in genere allo scadere del sesto-settimo anno di vita del bambino. Se

la balia decideva di non trattenerlo a casa propria e di non continuare ad accudirlo, il bambino era

restituito alle autorità amministrative che provvedevano a portarlo in istituti assistenziali. Mentre in

passato le istituzioni assistenziali si limitavano ad offrire un generico sollievo alle fanciulle

abbandonate, a partire nella seconda metà del 700 gli istituti divennero dei veri e propri luoghi preposti

all'educazione e alla formazione degli esposti. Cominciarono ad essere accolte non più solo fanciulle

abbandonate, esposte ed orfane, ma anche vedove bisognose, penitenti, peccatrici o anche extra-

delinquenti. All'interno di queste istituzioni, la vita quotidiana era essenzialmente incentrata sulle

cosiddette attività domestiche che comprendevano il cucito, il ricamo, la tessitura, la filatura, la

fabbricazione di guanti, bottoni, scarpe, calze ecc. Era inoltre impartita anche un'istruzione sommaria

e una formazione religiosa. Solitamente le fanciulle che potevano accedere in istituto dovevano avere

un'età compresa tra i 6 e i 12 anni, mentre l'uscita non doveva superare i 25 anni. Per quanto riguarda

gli ospizi maschili, questi ultimi erano nettamente inferiori in numero rispetto a quelli femminili, inoltre

22


ACQUISTATO

3 volte

PAGINE

47

PESO

397.87 KB

AUTORE

Valja

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2010-2011

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Valja di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Demografia storica e sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof De Molin Giovanna.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Demografia storica e sociale

Riassunto esame Demografia, prof. Da Molin, libro consigliato Cultura della vita. Indagini sociodemogragiche sui giovani
Appunto
Riassunto esame Demografia Storica e Sociale, prof. De Molin, libro consigliato Popolazione e Stili di Vita, Da Molin
Appunto
Riassunto esame Storia Moderna, prof. Da Molin, libro consigliato Famiglia e Infanzia nella Società del Passato
Appunto
Riassunto esame semiotica dei media, prof. Silvestri, libro consigliato "Metafisica della realtà virtuale", M. Heim
Appunto