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I metodi digitali nella ricerca sociale

Caliandro – Gandini

Introduzione – I metodi digitali

La diffusione del cosiddetto web 2.0 a partire dalla seconda metà degli anni 2000 e la contestuale affermazione dei social media come importanti spazi di interazione sociale in una pluralità di contesti hanno portato alla luce una questione epistemologica di fondo: come è possibile studiare queste tipologie di spazi e le forme di interazione che li contraddistinguono dal punto di vista delle scienze sociali e quale approccio metodologico bisogna adottare per lo studio degli ambienti digitali?

In risposta a queste domande, nel corso dell'ultimo decennio è andata affermandosi una nuova corrente metodologica, quella dei metodi digitali, termine entrato a far parte del vocabolario della ricerca sociale grazie al lavoro di Richard Rogers, professore di new media all'Università di Amsterdam e fondatore della Digital Methods Initiative, una scuola di ricerca a cavallo tra sociologia e media studies che si è consolidata come il principale punto di riferimento metodologico per gli studi legati a internet.

La premessa epistemologica che caratterizza l'approccio dei Digital methods è quella di sviluppare metodi, approcci e strumenti di ricerca in grado di studiare gli ambienti digitali in modalità nativa, ovvero sfruttando le funzionalità tecniche dei device digitali che costruiscono l'ossatura dei media digitali stessi al fine di raccogliere dati e informazioni sugli attori sociali che operano entro tali spazi, le loro interazioni e le forme di socialità che pongono in essere.

L’approccio narrativo allo studio della rete e dei media digitali proposto dai Digital methods si fonda sull'adattamento di tecniche di ricerca tradizionali come l'osservazione partecipante, le interviste faccia a faccia o i questionari agli ambienti digitali. L'espressione coniata da Rogers nel 2009 “Follow the medium” indica la necessità di immergersi nell'ambiente digitale che il ricercatore sta osservando, al fine di seguire le strategie tecniche che tale ambiente già utilizza per raccogliere, ordinare, analizzare e strutturare flussi di dati e comunicazione che lo costituiscono. Il ricercatore è chiamato a plasmare le proprie strategie di raccolta e analisi dei dati in base a quanto appreso dal medium.

La maniera naturale con cui internet raccoglie e organizza i dati digitali, come per esempio le pagine SERP di Google, che ci restituiscono una ricerca in base non all'ordine alfabetico ma alla sua rilevanza, può essere quindi valorizzata da ricercatori attraverso l'approccio dei metodi digitali, al fine di studiare le forme di relazioni sociali che si creano nei contesti digitali, il modo in cui queste si mantengono o esauriscono, nonché le strutture sociali e semantiche che le caratterizzano.

Studiare i processi socioculturali nell'era digitale

I metodi digitali consentono di studiare una vasta gamma di fenomeni sociali prendendo a prestito le logiche metodologiche implicate nei media digitali stessi. In questo senso è importante sottolineare che il principio di seguire il medium non risponde solamente a un imperativo di rinnovamento tecnico nell'ambito della metodologia della ricerca, bensì anche a una necessità conoscitiva ormai sempre più pressante nelle scienze sociali contemporanee.

Contributi su social media e campagna elettorale, su temi come il cambiamento climatico, sulle forme di hate speech, su fandom e micro celebrità, sono tutti esempi di come grazie ai metodi digitali la ricerca sociale sia pervenuta a risultati altrimenti difficili da raggiungere con metodologie tradizionali. Bisogna sottolineare però che la rilevanza dei metodi digitali per lo studio dei processi culturali non implica che questi vadano intesi come l'unico approccio metodologico possibile, anzi molte volte questi debbono essere triangolati con tecniche tradizionali o virtuali, al fine di giungere a una comprensione più completa dei fenomeni sociali on-line.

Capitolo 1 – La sociologia digitale

Che cos’è la sociologia digitale?

L'utilizzo dell’aggettivo digitale per indicare una nuova area di ricerca nella sociologia culturale e dei media è ormai frequente nella letteratura internazionale; l'espressione sociologia digitale aspira a tenere insieme due aspetti tra loro complementari che caratterizzano l'approccio sociologico allo studio del digitale.

Per prima cosa la sociologia digitale intende prendere in esame, studiare e analizzare il digitale non solo come oggetto di studio tecnologico, ma come un vero e proprio campo di studio all'interno del quale osservare e analizzare come cambiano le relazioni sociali, le disuguaglianze, le pratiche di consumo e molto altro. Le scienze sociali stanno vivendo un cambiamento paradigmatico, definibile come Digital turn, in ragione della pervasiva diffusione di social media, applicazioni mobili e piattaforme digitali e del loro utilizzo in una varietà di contesti sociali, dal lavoro al consumo, dal trasporto locale come, per esempio, Uber all'industria dell'ospitalità come ad esempio Airbnb.

L'approccio qui definito come sociologia digitale si accosta così anche ad altre discipline come Digital humanities e media studies che hanno dedicato all'affermazione di internet, dei social media e dei Big data, il loro tempo con l'intento di intraprendere una comprensione critica del loro emergente ruolo nella società.

Un’importante studiosa tra le fondatrici dell'approccio di sociologia digitale, Noortje Marres, afferma che la sociologia digitale non consiste solo nel teorizzare la società digitale e non si occupa solamente di applicare i metodi della ricerca sociale all'analisi della vita digitale, la relazione tra vita sociale e la sua analisi sta cambiando nel contesto dell'era digitale e la sociologia digitale offre un modo di interfacciarsi con questo cambiamento. La sociologia digitale si è andata gradualmente ad affermare come una proposta complessiva di un approccio sociologico allo studio della società digitale.

Marres descrive questo approccio con lo studio del social, inteso come l'insieme delle relazioni sociali, mediate da strumenti ambienti digitali. Le tecnologie digitali costituiscono una nuova infrastruttura per la costruzione, lo sviluppo e l'analisi delle relazioni sociali.

L’approccio epistemologico che caratterizza la sociologia digitale si può dunque riassumere in tre premesse fondamentali:

  • La necessità di affiancare a una prospettiva media-centrica, che ha caratterizzato in senso ampio la sociologia culturale dei media, una prospettiva in grado di mettere al centro l'attore sociale, al fine di indagare le relazioni sociali che questi sviluppa con altri attori umani e non umani all'interno dello spazio osservato.
  • Il rifiuto della separazione concettuale ed epistemologica tra reale e virtuale, tra on-line e off-line, una dicotomia definita in maniera critica come una forma di dualismo digitale.
  • Il rifiuto di una prospettiva tecno-deterministica nei confronti dei media digitali, delle piattaforme, delle applicazioni che si distanzia dunque da un'idea della tecnologia come attore sociale tout court e che allo stesso tempo si discosta anche dall'idea che i dati digitali costituiscano il superamento della teoria.

Questi principi della sociologia digitale permettono di superare la dicotomia tra ricercare, la tecnologia e ricercare la società.

I social media come spazi sociali

I social media rappresentano per definizione i principali ambienti sociali digitali. Dai social media è necessario dunque partire come punto di osservazione della società digitale. L'espressione social media si riferisce all'insieme di strumenti on-line per la comunicazione, la condivisione, la collaborazione e lo scambio di relazioni tra reti interconnesse e interdipendenti di individui, gruppi e organizzazioni on-line. In questo modo gli attori sociali si trasformano in soggetti ibridi e diventano prosumers o produsers. Infatti, gli attori sociali in rete non consumano semplicemente informazioni e contenuti prodotti da altri ma possono interagire con essi, crearne di nuovi, modificarli e riutilizzarli.

I media digitali, dunque, superano la logica one-to-many in favore di quella many-to-many. I social media come li conosciamo oggi rappresentano il fenomeno di maggiore diffusione del cosiddetto web partecipativo comunemente inteso come il periodo storico dei primi anni 2000 in avanti, caratterizzato dalla diffusione di forum e blog. Questi spazi sono contraddistinti da una dimensione dinamica dell'interazione sociale in rete la cui modalità di fruizione non è poi molto diversa da pratiche mediali consolidate, come leggere un giornale o guardare la televisione. Con i forum e blog si afferma quella modalità di interazione per cui la produzione e il consumo di contenuto vanno di pari passo. Dalla diffusione di forum, i blog discendono i primi social network, tra cui più famoso dell'epoca Myspace. Di lì a poco, con l'arrivo di Facebook e Twitter assistiamo a una moltiplicazione del fenomeno dei social network che diviene un trend globale nel giro di brevissimo tempo.

Le studiose Danah Boyd e Nicole Allison definiscono i social media come spazi che permettono agli utenti di:

  • Costruire un profilo pubblico o semipubblico in uno spazio delineato.
  • Organizzare liste di altri utenti con cui sono variamente connessi.
  • Visualizzare e attraversare le loro liste e quelle prodotte dagli altri utenti.

In ragione di questa definizione, da un punto di vista epistemologico e metodologico possiamo definire i social media come spazi di autopresentazione, che producono naturalmente grande quantità di dati generati dalla combinazione di attori sociali umani e non umani, spazi che producono metriche le quali rappresentano indicatori naturali di reputazione.

La dimensione del sé è storicamente centrale nello studio delle relazioni sociali. I social media rappresentano spazi in cui è possibile performare un'identità, attraverso una serie di tattiche e strategie, come pratiche di self-branding. Nati come spazi pseudo anonimi, nel corso della loro evoluzione l'utilizzo di identità anagrafiche reali è diventato sempre più frequente, talvolta in maniera forzata come per esempio Facebook, oppure in maniera più soft con spazi come LinkedIn e Twitter. Più recentemente anche grazie alla crescita di Instagram, è tornata di attualità la connotazione pseudonimica dei social media.

Come si è detto i social media rappresentano spazi che producono naturalmente grandi quantità di dati relativamente a relazioni sociali tra utenti, dati personali e molto altro. Questa abbondanza di dati viene definita big data, elementi centrali per lo studio dei social media perché questi sono generati dalla combinazione di attori sociali umani e non umani. Infine, è necessario considerare i social media come spazi che producono metriche: l'aggregazione delle modalità di interazione sociale attraverso tecnologie digitali, social media e piattaforme produce naturalmente indicatori numerici di primaria importanza per lo studio della socialità e delle sue caratteristiche. I like, i retweet, il numero di visualizzazioni o condivisioni rappresentano indicatori naturali di quotazione all'interno del contesto sociale in cui appaiono.

In questo senso molto importante e interessante è il fenomeno degli influencer, utenti comuni dei social media caratterizzati da un alto numero di follower e che sono quindi di grande interesse per il mondo del marketing e della comunicazione per la capacità di raggiungere un alto numero di utenti attraverso i loro contenuti.

I dati digitali

L'abbondanza di dati prodotta dai media digitali viene detta big data: questa espressione è divenuta di uso comune soltanto intorno al 2010 per indicare l'accesso a dati digitali e la loro analisi attraverso metodologie matematiche e statistiche. I big data consistono nella raccolta di grandi quantità di dati e informazioni al fine di sviluppare analisi che aiutino l'interpretazione di fenomeni sociali e dei trend ad essi correlati.

Questi sono caratterizzati da:

  • Quantità, in termini di volume (terabyte o petabyte di dati).
  • Velocità, in quanto l'informazione viene creata in tempo reale o quasi.
  • Diversità e varietà, intesi come dati a volte strutturati secondo criteri precisi e stavolta non strutturati.
  • Aspirazione alla totalità dei dati disponibili.
  • Livello di dettaglio micro rispetto alle informazioni raccolte (l'orario e il luogo di un contenuto postato, il device che lo ha postato...).
  • Relazionalità strutturale.
  • Flessibilità e scalabilità, che permettono ai dati di espandersi rapidamente in numero.

Va detto però anche che l'approccio digitale come campo di studio attraverso i big data non è in realtà l’unico utile e convalidato per studiare le relazioni sociali in ambienti digitali. Allo stesso modo è possibile avvalersi dei dati digitali a fini di ricerca sociale utilizzando small data che rappresentano ugualmente un'importante fonte di dati per lo studio delle relazioni sociali in ambienti digitali o mediate dalla tecnologia.

L'espressione small data intende un approccio che si focalizza sulla capacità di indagine in profondità che il dato digitale offre e che consente di raccogliere informazioni dettagliate sull'agire dei singoli utenti. A questo fine, l'approccio small data utilizza in maniera preponderante le proprietà strutturali dell'ambiente digitale osservato, like, hashtag, keywords, al fine di mappare le strutture sociali e immaginarie culturali che emergono naturalmente dall'interazione tra utenti attorno a queste in relazione a uno specifico oggetto di interesse.

Se l'approccio big data è principalmente matematico, su larga scala e quindi principalmente quantitativo, al contrario l'approccio small data ambisce a sfruttare al massimo non tanto la grandezza dei dati a disposizione, bensì la loro capacità di rilevare insight qualitativi e di portare l'analisi a un livello di dettaglio più profondo.

In questo senso è importante tener conto del ruolo che le affordances ricoprono all'interno dell'ambiente digitale osservato. Le affordances sono quelle caratteristiche infrastrutturali dei media digitali che in vari modi condizionano l'agire sociale degli utenti di ambiti digitali, queste configurano l'ambiente sociale in cui gli attori agiscono, influenzando in maniera indiretta le forme relazionali che gli attori sociali sono portati a sviluppare in un dato contesto. Per esempio, Instagram propone come affordance la forma quadrata, da cui non è possibile derogare, che indirizza gli utenti per quanto riguarda il tipo di immagine che possono caricare.

Studiare gli small data significa dunque osservare in profondità i dati digitali con approccio principalmente qualitativo sfruttando in particolare:

  • L'ubiquità dei dati che vengono prodotti indipendentemente dall’agire dell'utente e in real-time, esempio la geolocalizzazione.
  • La combinazione di dati prodotti dall'utente, intesi come user-generated content e attori non umani, intesi come software generated content.
  • L'eterogeneità dei dati a disposizione come una ricchezza e non una limitazione.

L'utilizzo di dati digitali ai fini di ricerca presenta però anche dei vincoli: primo su tutto è il cosiddetto Digital divide, che sottolinea le differenze di accesso al digitale su scala economica, sociale e geografica. Un altro elemento da tenere in considerazione è che i dati digitali vengono prodotti in larghissima parte da servizi commerciali, il quintetto principale non è la raccolta dati ai fini di ricerca ma il profitto economico.

Questi aspetti pongono al ricercatore due problemi: Il primo è relativo all’esaustività dei dati, sebbene i big data aspirino alla tracciabilità della totalità delle interazioni sociali in un dato ambiente digitale, nella pratica l'accesso da parte dei ricercatori è severamente limitato dai medesimi social media e piattaforme; da un punto di vista etico esiste un'importante questione relativa alla privacy dei singoli utenti, la ricercabilità delle informazioni attraverso la rete rende estremamente difficile l'anonimizzazione di alcuni dati, i termini e le condizioni sottoscritte dagli utenti al momento dell'iscrizione a un social media spesso non bastano a definire con certezza se un certo tipo di informazione o contenuto è utilizzabile ai fini di ricerca (è un onere del ricercatore verificare che la propria condotta sia conforme a principi etici e alle leggi esistenti in merito alla raccolta di dati personali).

Tra marzo e aprile 2018, il quotidiano britannico The Guardian ha portato alla luce un clamoroso scandalo che ha coinvolto i dati personali di circa 87 milioni di profili Facebook: la società Cambridge Analytica, attiva nel settore della consulenza marketing in ambito politico, avrebbe illecitamente ottenuto utilizzato grande quantità di dati digitali personali al fine di elaborare profili psicografici a supporto di propaganda politica. Questi sarebbero stati utilizzati in particolare durante le campagne elettorali di Ted Cruz e in seguito di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti e anche nell'ambito della campagna a favore della Brexit. Lo scandalo è diventato di dominio pubblico grazie alle dichiarazioni di un whistleblower, Christopher Wiley il quale ha rivelato le modalità con cui la società aveva avuto accesso ai dati personali di milioni di utenti che non avevano dato la loro esplicita autorizzazione a quel tipo di utilizzo.

Piattaforme e algoritmi

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecconimarta96 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di data journalism e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Antenore Marzia.
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