Prefazione
Oltre le discipline: pratiche e significati del fare ricerca con le vite umane
Quali sono le peculiarità della ricerca biografica, nel più ampio panorama della ricerca qualitativa? Che cosa chiediamo a un manuale sui metodi biografici? Un buon manuale dovrebbe essere scritto proprio come questo, all'insegna di una composizione pensosa tra pratica e teoria, tra il racconto delle azioni concrete che costituiscono la ricerca e un'interrogazione serrata sul senso dell'impresa di conoscenza, per il ricercatore e per la sua comunità di appartenenza.
La ricerca è infatti una pratica di conoscenza umana, iscritta dentro contesti e istituzioni, basata su procedure condivise che richiedono un notevole savoir faire, ma è soprattutto un'impresa al servizio di una migliore comprensione dei fenomeni. La ricerca è in sé un processo di apprendimento: il ricercatore cerca di imparare, per offrire alla gente del suo tempo saperi che possano sostenere uno sviluppo delle conoscenze complessive nel suo campo specifico.
I metodi biografici hanno ancora bisogno di legittimazione nelle nostre università. C'è chi nutre ancora qualche sospetto e gli stessi ricercatori faticano a consolidare e legittimare il proprio lavoro. I metodi biografici richiedono competenza tecnica e formazione, ma più di altri metodi ci chiamano ad andare oltre la tecnica, la padronanza dei passaggi procedurali, per sviluppare competenze umane: creatività, immaginazione, apertura, flessibilità, capacità di introspezione e dialogo, analisi del contesto, selezione e sintesi, scrittura, posizionamento etico.
Bisogna sfatare il mito che si fa ricerca qualitativa “perché è più facile”. In realtà è più difficile, se si vuole farla bene. Sicuramente è più dispendioso e meno riconosciuto. Il lato positivo è che i lunghi tempi di realizzazione delle ricerche sono tempi di apprendimento e di trasformazione: la ricerca biografica prende forma nel suo farsi, spesso cambia direzione durante il suo procedere.
Merrill e West attribuiscono a queste ricerche la funzione di costruire teorie “dal basso”: la ricerca biografica consente di capire le questioni dal punto di vista di chi le vive, dalle sue vive parole. Il testo contiene diversi inviti, impliciti ed espliciti, alla trasformazione di pregiudizi di chi fa ricerca. Il primo invito è quello all'interdisciplinarità, che implica la capacità dei ricercatori di fare rete intorno a domande e oggetti trasversali, attraversando i confini tra le discipline.
Il secondo invito richiama alla necessità di mostrare la ricchezza della ricerca biografica e autobiografica nel panorama italiano, dove sta vivendo un momento molto felice e produttivo, anche a integrazione degli esempi del libro, scritto da autori britannici.
Fare rete, oltre i confini geografici e disciplinari
Merril e West sono nella rete europea “Life History and Biography in Adult Education” della European Society for Research in the Education of Adults (ESREA), comunità nata nel 1993 da Alheit e Dominicè, composta da persone di diversa provenienza geografica, culturale e disciplinare.
L'educativo infatti è lifelong e lifewild, tocca tutti i campi dell'esistenza umana, non solo la formazione istituzionalizzata e l'apprendimento formale. Basiamo dunque la nostra comprensione dei fenomeni educativi sul riconoscimento degli attori sociali, immersi nelle situazioni che vogliamo studiare e comprendere, portatori di punti di vista che riteniamo essere cruciali per costruire teorie sensate e aderenti alla realtà.
La scelta di costruire questa comunità internazionale tocca questioni di potere ed egemonia culturale perché la competizione è in fondo un valore nella ricerca, se intesa come dialettica spassionata tra posizioni e letture diverse. Fare rete significa anche mettere in pratica l'interdisciplinarità. Il campo delle scienze sociali e umane è intrinsecamente interdisciplinare.
Oltre ai saperi e alle teorie, per rispondere a una reale interdisciplinarità nelle vite umane dovremmo chiamare in causa un ventaglio molto ampio di saperi: filosofici, pedagogici, linguistici, organizzativi e così via, fino alla letteratura e alle arti.
Bisogna ammettere che il dialogo tra discipline non è facile. Le occasioni reali di dialogo, in un dipartimento, sono poche, riducendosi alle sessioni di laurea e a qualche evento di Scuola di Dottorato. Fare rete significa invece creare le occasioni per lavorare insieme su progetti concreti.
La ragione più cogente per non fare rete ha più prosaicamente a che fare con il potere. Il controllo del “mercato del sapere” è in poche mani, che tendono a conservare la propria egemonia. Molti governi ed enti finanziatori hanno privilegiato la ricerca quantitativa, i dati statistici più facili da usare per sostenere questa o quella scelta. Il dato qualitativo si espone al dibattito, nessun metodologo serio sosterrebbe che il dato statistico è neutro e scevro da interpretazioni.
Non si tratta di stabilire la superiorità di un metodo su un altro, ma di comprendere che esiste una relazione virtuosa tra tipi di domande e tipi di metodi, oltre che una possibile sinergia tra il qualitativo e il quantitativo. I problemi sui quali facciamo ricerca sono complessi. Nel fare un piccolo “carotaggio biografico della realtà” dovremmo ricordarci che c'è un livello micro, nel quale i soggetti coinvolti costruiscono le loro narrazioni e teorie di quello che accade; c'è un livello macro, nel quale sono all'opera i fattori strutturanti, come le appartenenze di classe, di genere, di etnia, i processi sociali, organizzativi, culturali, che influenzano e determinano il campo della possibilità. Processi nei quali i soggetti sono implicati anche al di là della loro consapevolezza. Poi c'è il livello meso, cioè il piano delle interazioni concrete dentro scenari e ambienti di apprendimento, come la scuola, la famiglia, il luogo di lavoro, la città. Per dare senso alla complessità della vita, i tre piani devono essere interrelati.
L'invito a fare rete implica dunque l'impegno a un confronto reale, alla costruzione di nuovi spazi per il dibattito interdisciplinare, dove le dinamiche collaborative e inclusive prevalgano sulla competizione.
Peculiarità della ricerca biografica in Italia: un'esplorazione trasversale
Mettendo al centro le storie di uomini e di donne, i problemi concreti che li riguardano e i loro modi di definirli e affrontarli, scopriamo che ogni sguardo disciplinare ci offre una parziale verità. Negli ultimi anni è aumentato l'interesse per il qualitativo in sociologia, con la traduzione di manuali e una crescita esponenziale di lavori di giovani ricercatori.
Il proprium della ricerca biografica viene particolarmente rispecchiato nei lavori che riflettono sugli aspetti narrativi della vita quotidiana o sui processi di costruzione identitaria. Il rapporto tra narrazione di sé e riflessione fu messo a tema da Alberto Melucci, sociologo e psicoterapeuta, promotore di una sociologia qualitativa e della soggettività. Una grande vitalità viene oggi da qui settori della ricerca sociale che affrontano tematiche complesse e domande nuove, per le quali la ricerca statistica offre poche possibilità.
Negli anni '60 diversi studiosi cominciarono a fare ricerca “dal basso” interpellando direttamente varie categorie di soggetti, per lo più marginali e dimenticati. Primo tra tutti, Franco Ferrarotti si impegnò nella sua ricerca a dare voce a diverse categorie di soggetti, per Ferrarotti, la storia di vita chiama la sociologia a essere una scienza dell'interconnessione, nella quale la società si mette in ascolto di sé, nel gioco delle interazioni fra gli attori e le circostanze sociali.
Per quanto riguarda la relazione tra intervistatore e intervistato, Ferrarotti sostiene che i racconti biografici: “non sono monologhi davanti a un osservatore ridotto a supporto umano di un magnetofono. Ogni intervista biografica è una interazione sociale complessa, un sistema di ruoli, di aspettative, di ingiunzioni, di norme e di valori impliciti, spesso anche di sanzioni. Ogni intervista biografica nasconde tensioni, conflitti e gerarchie di potere.”
Il panorama italiano ha visto in azione, nell'arco di 50 anni, gruppi di ricerca molto eterogenei, dai gruppi di autocoscienza e collettivi femministi. Ricercatrici hanno basato il loro sapere su lunghe interviste narrative, segno di un rinnovamento del pensiero e dei rapporti di produzione del sapere. Le biografie e le autobiografie sono state veicoli importanti nel dare voce e visibilità, in centinaia di ricerche, all'esperienza delle donne. Hanno anche portato in seno all'accademia un nuovo modo di fare ricerca.
Nella psicologia applicata il biografico è oggi una via sempre più praticata per dare senso alla complessità dei processi di costruzione del sé, consci e inconsci, ai processi di apprendimento e formazione in età adulta, ai processi trasformativi e di cura o anche allo studio dei processi psicosociali di cambiamento, crisi ed evoluzione nei gruppi umani. Anche gli psicoanalisti usano questi metodi.
Ernesto De Martino compie una ricerca che spazia dall'etnografia all'antropologia visuale alla storia orale celebrando le forme espressive autonome sia folkloriche che urbane. Un approccio che permise di salvare il patrimonio culturale e popolare destinato a essere spazzato via. La cura della memoria è un'urgenza impellente nel nostro Paese.
Lo sguardo pedagogico sulle storie di vita nasce da una banale constatazione: se c'è qualcosa che caratterizza il soggetto adulto è la sua capacità di guardare indietro, di rivedere e risignificare il proprio percorso di formazione, di apprendere in modo riflessivo da esso. Usando la sua storia per fare scelte. La biografia e l'autobiografia si sono sviluppate come metodi di conoscenza e cura di sé, come strumenti di formazione e anche come metodi di ricerca. Le storie “dal basso” sentono di esplorare ambiti nuovi e complessi della formazione umana, dall'auto/formazione, alla disabilità, all'orientamento, alla vulnerabilità famigliare, alla trasmissione dell'identità di genere tra le generazioni.
Sociologi, psicologi e pedagogisti attraversano sempre più spesso gli stessi territori e problemi, ascoltando storie molto simili. Quello che fa la differenza è la diversità di sguardo e quindi di approccio, di analisi e di lettura delle storie.
Due fonti significative: la rivista “Adultità”, 28 numeri pubblicati tra il 1995 e il 2008, tre sui metodi biografici, fondata da Duccio Demetrio. M@gm@ fondata da Orazio Maria Valastro che dal 2002 ha dedicato diversi numeri monografici e articoli di autori italiani e stranieri ai metodi biografici e narrativi.
Insegnare la ricerca: dalle tecniche al pensiero critico e (auto)riflessivo
I metodi biografici sono spesso considerati troppo scontati. Il metodo biografico è un processo; l'approccio dominante nei manuali metodologici è di tipo classificatorio. L'intervista viene suddivisa in tipi, per ogni tipo si elencano le caratteristiche e le funzioni.
Merrill e West non dicono “come si fa”, ma “come faccio io”. Sul piano epistemologico è una scelta importante: c'è qui il riconoscimento dell'impossibilità di fissare una procedura corretta a priori, riducendo il metodo a una “tecnica”.
Un altro aspetto cruciale è l'uso della prima persona. Troppi ricercatori si pensano come esecutori di procedure, la cui verità e correttezza giustifica a priori le scelte metodologiche. Il ricercatore ha una storia sulla quale riflettere criticamente. Le ricerche sui marginali pongono problemi metodologici importanti, dalla scelta domanda alla conduzione delle interviste, dall'analisi dei materiali alle ricadute dei risultati sulle popolazioni e organizzazioni coinvolti. Problemi che sconfinano più volte nella dimensione etica.
È impossibile aderire a un progetto di ricerca senza chiedersi quali sono le sue implicazioni in termini di conoscenza, per non parlare di quelle etiche. Diventare ricercatori non è un processo neutrale. Richiede una messa in gioco.
Mantenere un curioso distacco e una riflessiva umiltà aiuta a pensare in modo originale e creativo, e potrebbe essere un apprendimento strategico per avere in futuro delle comunità in ricerca più aperte, collaborative e intra-inter-meta-transdisciplinari.
Capitolo 1: Introduzione
Questa è un'epoca di biografie: le riviste di gossip, i siti internet, blog, film e lavori teatrali, tutti luoghi di espressione e sperimentazione biografica. I metodi biografici hanno ottenuto uno spazio sempre maggiore anche nella ricerca accademica. Le parole usate per designare questi metodi sono diverse - autobiografia, auto-etnografia, storia personale, storia orale o storia di vita, oltre a narrativa - ma, come ha osservato Norman Denzin, vi sono molte similarità. La biografia ci consente di identificare degli schemi nelle vite e insieme di riconoscere ciò che le distingue. La relazione tra il particolare e l'universale è una questione centrale nella ricerca biografica.
Questo interesse pervasivo per la biografia è comprensibile in relazione alla cultura postmoderna, dove è emersa una nuova politica identitaria in diversi gruppi sociali. Il sé e l'esperienza vissuta diventano una sorta di progetto di vita riflessivo, un obiettivo per reinventarci chi siamo e comunicarlo agli altri. L'imperativo biografico potrebbe essere alimentato dal bisogno di comporre una vita a darle senso dentro una cultura sempre più frammentata, individualizzata e imprevedibile, nella quale i modelli ereditati si rivelano obsoleti e la natura del corso di vita appare sempre più incerta.
Una svolta
Negli ultimi trent'anni c'è stata una svolta importante in campo accademico a favore degli approcci biografici, autobiografici, delle storie di vita e narrativi. Questa svolta ha coinvolto diverse discipline, tra cui molte delle scienze sociali. Sono nate nuove riviste scientifiche di settore e libri. Gli approcci femministi e la storia orale hanno sfidato in modo particolarmente influente la tendenza a trascurare il soggetto umano. I ricercatori biografi sono frequentemente interessati a categorie di persone marginalizzate, alle quali cercano di dare voce sfidando i presupposti dominanti, all'interno di un ampio progetto umanista volto a costruire un ordine sociale più giusto.
I metodi biografici e il desiderio di mettere le persone e la loro umanità al centro della ricerca sociale risalgono a Max Weber. Queste enfasi sull'implicarsi con le persone, per comprendere come costruiscano il senso del proprio mondo, era anche al centro di quella che è conosciuta come la Scuola di Chicago. I sociologi e psicologi sociali di questa scuola svilupparono la nozione di "interazionismo simbolico". Gli interazionisti simbolici trattano le azioni dei membri di una società come se fossero messe in scena da loro in qualità di attori, e non causate da qualcosa che chiamiamo "il sistema". L'ordine sociale viene dinamicamente creato all'interno, attraverso le interazioni tra i suoi membri.
Thompson ha sostenuto che la classe non è tanto una struttura, né una categoria, ma qualcosa che "si fa" nelle relazioni umane. La classe si dà quando alcuni uomini e donne, quale risultato di comuni ed esperienze condivise, sentono e pensano un'identità.
Noi nel testo
Questo testo cerca in qualche modo di coniugare l'idea della ricerca biografica come percorso personale con il fatto di essere un manuale su come svolgere un lavoro di ricerca ben fatto e significativo. Non possiamo scrivere le storie degli altri senza riflettere sulla nostra, sul nostro contesto sociale e culturale, e anche sulla nostra soggettività e sui valori.
Barbara
Come sociologa nel campo dell'educazione degli adulti, sono interessata a indagare le storie ed esperienze di coloro che decidono di tornare a studiare in un secondo momento della loro vita. Sono interessata a gruppi marginalizzati di adulti in apprendimento, le cui storie di vita sono state plasmate da ineguaglianze di classe, genere e razza.
All'inizio degli anni Settanta, l'esperienza di essere donna ed appartenere alla classe operaia mi fecero avvicinare agli studi marxisti e femministi. L'incontro con la sociologia, a scuola e all'università, mi portò a comprendere meglio e a collocare in chiave politica le mie esperienze di vita. La mia prima esperienza di ricerca biografica si colloca alla metà degli anni Ottanta, durante un Master di Filosofia, mentre ancora insegnavo. La ricerca, sul razzismo a scuola, prevedeva interviste agli studenti di colore, nelle quali li invitavo a parlare delle loro esperienze.
Più tardi sono passata dall'insegnare a ragazzi di 14-18 anni all'insegnare ad adulti all'Università di Warwick. Il secondo incontro con le pratiche auto/biografiche, come parte di un gruppo di ricerca e di un certo ambiente sociale. Il mio interesse era per l'apprendimento di donne adulte, ma interrogai anche uomini. La mia storia di famiglia mi ha anche resa consapevole delle storie che non vengono raccontate, o magari perché troppo dolorose, a volte traumatiche. Mio padre non condivise mai completamente con noi la sua storia, mio padre fu prigioniero di guerra nel campo di Auschwitz III, lui e i suoi amici furono testimoni di numerose atrocità di cui non parlava mai. Dopo la sua morte feci ricerche e scopri numerosi fatti.
Linden
Ci sono dolore, confusione e tristezza nella mia biografia. Professionalmente, provavo delusione e frustrazione...
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