Estratto del documento

Contro il non profit

Una dichiarazione di intenti

Genus Turpe

Il titolo del libro è provocatorio, ma il libro non è contro il non profit se esso intende cittadini che si organizzano e agiscono sulla scena pubblica, lì dove sono in gioco diritti da tutelare o da far riconoscere, beni comuni da curare o da arricchire, persone in difficoltà in modo temporaneo o permanente da aiutare a esercitare i propri poteri e le proprie prerogative. Invece è contro il non profit se con questa espressione si intende una categoria del pensiero economico diventata prima teoria sociale, poi provvedimento legislativo di carattere tributario e quindi spazio protetto di azione dove tutto è possibile, con tutto ciò che ne consegue in termini di dubbia utilità sociale, arricchimenti personali e rapporti di lavoro insani.

Il problema

Il problema risiede nella categorizzazione del non profit, dove moltissime organizzazioni e iniziative vengono accorpate in un magma uniforme, tenuto insieme solo da una ragione fiscale e nel quale attività della massima utilità sociale finiscono per essere messe insieme ad altre che con l’interesse generale c’entrano poco o nulla. Il settore non profit conta 301.191 istituzioni e organizzazioni con quasi 1 milione di lavoratori e 5 milioni di volontari, con circa 80 miliardi di euro di entrate (più del 3% del Pil).

Le radici di questa situazione stanno nell’adozione acritica di un paradigma arcaico con cui sono state classificate insieme tutte le realtà non pubbliche e non private. Questo paradigma attribuisce a queste realtà una rilevanza in termini economici in quanto produttrici di offerta e lavoro nel mercato dei servizi e in quanto promotrici di socialità. A questo primo problema se ne è aggiunto un altro quando in Italia questa prospettiva è stata acriticamente assunta, poiché non si è considerato che questa classificazione risponde a una logica estranea nella storia della nostra Repubblica; è lo Stato che ha la responsabilità di garantire sicurezza, assistenza e supporto alle persone (Cost. = rimuovere gli ostacoli che si frappongono al pieno sviluppo della persona umana).

La logica implicita in questa operazione è quella di un sistema di welfare in cui la presenza dello Stato per rispondere ai bisogni della società è marginale e in cui è la comunità a farsi carico di questi bisogni, sia realizzando servizi a ciò finalizzati, sia finanziandoli con donazioni. La più importante normativa italiana, di natura tributaria, riconosce un valore sociale alla produzione di servizi nel welfare e nella vita comunitaria, favorendo con un sistema di sgravi e misure premiali le organizzazioni e le istituzioni che operano in questo quadro.

Inoltre, gli opinion maker hanno attribuito un valore sociale in sé a queste realtà che hanno potuto svilupparsi sulla base di un presupposto di carattere ideologico. Invece di un monitoraggio e di una valutazione del pubblico sull’attività svolta e sui reali benefici conseguiti dalla collettività e dalle persone in stato di bisogno, si sono attivati controlli burocratici e formali, basati sulla cultura del sospetto dello Stato verso i cittadini.

Puzzle ed enigmi

Gli enigmi caratterizzano situazioni in cui non tutto è noto o visibile, per cui il lavoro del ricercatore è quello di scoprire fatti, fenomeni o processi che fino a quel momento non erano stati individuati e che sono necessari per interpretare o spiegare la realtà. I puzzle denotano situazioni in cui tutto è già noto e ciò che è necessario è assemblare le informazioni esistenti in modo tale da spiegare di più e meglio fatti e circostanze. L’oggetto del libro non è un enigma ma un puzzle. Ma c’è comunque un enigma: come mai in 30 anni di ricerche, leggi, campagne di comunicazione e attività dei media, investimenti (pubblici e privati) non si è guardato con più attenzione al mostro concettuale prima che fattuale che si stava generando? L’autore non ha elementi per rispondere alla domanda sull’enigma del suo mancato riconoscimento.

Una responsabilità di tutti l’enigma

Il compito di risolvere il puzzle ma anche quello di sciogliere l’enigma è una responsabilità comune. Il libro è stato scritto per favorire un’assunzione di responsabilità sul tema affinché attraverso il dibattito pubblico si accresca la consapevolezza, venga formulato un giudizio basato su fatti e non su pregiudizi e sia dia forma a un orientamento che faccia da guida a chi opera in questo universo o con esso è in relazione.

L'inizio degli anni '80

La tesi è che il settore non profit è stato inventato tra la fine degli anni '80 e degli anni '90; che questa invenzione è deficitaria e con un background ideologico; che ha conseguenze negative nella realtà; che il modo di uscirne è riconoscere che qualcosa come il terzo settore non profit non esiste e che occorre destrutturare questo insieme riconoscendovi realtà organizzative completamente differenti tra loro e attribuendo diversi gradi di utilità sociale alle attività e non alle organizzazioni che le realizzano.

L'invenzione del non profit

Tutto comincia a Baltimora

In Italia si sente spesso affermare che il non profit esiste da 700 anni, quando le confraternite medievali si occupavano di malati, indigenti e persone abbandonate. In realtà il non profit o terzo settore ha un’origine più recente, connessa al passaggio alla seconda modernità, ultimo quarto del XX secolo. Infatti (secondo i dati Istat del 1999) il 94,1 % delle organizzazioni non profit italiane è stato costituito dopo il 1971. Alla fine degli anni ’70 del XX secolo si sono cominciate a usare formule come "organizzazione governativa", "privato sociale", cercando di identificare qualcosa che era difficile ricondurre allo stato e al mercato. È della prima metà degli anni ’90 il Johns Hopkins Comparative Nonprofit Sector Project, promosso dall’università di Baltimora, che è il luogo dove tutto ha avuto inizio.

Il progetto in Italia

Il progetto era una ricerca comparativa in 13 paesi, compresa l'Italia, che mirava a colmare il gap di conoscenza sulle migliaia di scuole, ospedali, organizzazioni di comunità, asili nido, gruppi di advocacy, case di cura, ricoveri per fissa dimora ecc. Il punto di partenza era l’insoddisfazione per l’inefficienza e l’inefficacia dello Stato nel gestire le questioni legate al benessere e allo sviluppo sociale. Il progetto di ricerca si proponeva di porre in modo permanente il settore non profit o volontario nella mappa economica del mondo.

La definizione del non profit

È importante riassumere la definizione messa a punto per realizzare questa ricerca. La definizione fissa 7 caratteristiche per un’organizzazione che deve avere per rientrare nel campo della ricerca:

  • Formalità: l’organizzazione deve avere un certo grado di formalità che esclude aggregazioni ad hoc, informali e temporanee.
  • Natura privata: deve essere separata dal governo.
  • Non distribuzione di profitti: si possono generare profitti che non devono essere distribuiti ma reinvestiti nella mission dell’organizzazione stessa.
  • Autogoverno: deve essere strutturata in modo tale da avere il controllo sulle proprie attività.
  • Presenza di volontari: deve coinvolgere la partecipazione volontaria dei cittadini.
  • Non religiosa: non deve essere coinvolta principalmente in attività di culto o di educazione religiosa.
  • Non politica: non deve essere impegnata nella promozione e nel sostegno di candidati alle elezioni.

In base a questa definizione è stata selezionata una mappa di organizzazioni che include quelle impegnate nell’educazione, nella cultura e nella ricreazione, nella ricerca, nella salute e nei servizi sociali, nello sviluppo economico e sociale e nell’abitazione, nell’intermediazione filantropica, nelle attività civiche e di advocacy, nell’associazionismo sindacale, imprenditoriale e professionale; esclude le congregazioni religiose, i partiti politici, le cooperative, le casse di risparmio, le mutue assicurative, le agenzie governative.

La composizione del settore in Italia

La composizione del settore è la seguente:

  • Servizi sociali: 24%
  • Associazioni imprenditoriali e professionali, sindacati: 23%
  • Educazione: 22%
  • Salute: 16%
  • Cultura, tempo libero, sport: 9%
  • Altro: 6%

Sulla vetta del mondo

A conclusione del loro lavoro, gli autori della ricerca propongono una tipologia generale delle organizzazioni non profit: International Classification of Nonprofit Organizations (Icnpo). Sulla base di questa classificazione, la divisione statistica delle Nazioni Unite ha messo a punto un sistema ufficiale di classificazione delle organizzazioni non profit e la classificazione è entrata a far parte del System of National Account delle Nazioni Unite, utilizzato dagli istituti nazionali di statistica (anche dall’Istat).

Invenzione, non scoperta

L’insieme delle organizzazioni non profit non è una scoperta ma un’invenzione. La novità introdotta dai ricercatori di Baltimora sta nel fatto che queste organizzazioni sono state considerate per la prima volta come un insieme omogeneo e collocate sotto l’etichetta di “settore non profit” o “terzo settore”: questa è stata un’invenzione. Delle invenzioni, quella del non profit ha anche la caratteristica di essere connessa a un’innovazione, ossia di trasformazione dell’invenzione in prodotti utilizzabili che diventano applicati e diffusi grazie a processi di comunicazione. Si è trattato di una vera e propria policy che da Baltimora è arrivata fino alla United Nations of Plaza a Manhattan (vetta del mondo) ed è riscesa e si è diffusa nella dimensione nazionale.

Onore al merito

Il punto più importante è che le invenzioni funzionano se costituiscono un supporto sia in conoscenza che di operatività. L’invenzione del non profit risponde a questo requisito chiave di utilità? No, perché non è produttiva, né sul piano della conoscenza né su quello della operatività. Ciò si può desumere sia da un’analisi del non profit come concettualizzazione sia da una valutazione delle conseguenze nella realtà che la sua diffusione e il suo successo hanno comportato.

L'asino dove casca

Non qualcosa

I limiti o le criticità che la costruzione concettuale del non profit presenta sono evidenti, anche se ciò non ha impedito di prenderla per buona e di costruire attorno ad essa una legislazione, delle politiche pubbliche, dei programmi di ricerca scientifica.

Ci sono 3 tipi di criticità, attinenti a:

  • Definizione dell’oggetto: il limite sta nella definizione negativa e residuale del settore non profit.
  • Carattere generale o filosofia sociale: i limiti risiedono nell’economicismo o meglio nel primato dato all’assoluto carattere generale della dimensione di beni e servizi delle organizzazioni non profit a scapito di tutte le altre.
  • Carattere tecnico, metodologico e scientifico: i limiti emergono nella classificazione riportata, c’è confusione e sovrapposizione tra tipi di soggetti, campi di attività e modalità di azione; c’è un effetto di patchwork, ossia mescolamento di organizzazioni che non hanno nulla in comune.

Il concetto di non profit è residuale perché definisce un fenomeno soprattutto per quello che non è anziché per quello che è. Questo carattere residuale emerge dalla considerazione dei 7 criteri con cui la ricerca individua le organizzazioni non profit. 4 dei 7 criteri sono negativi: 2°, 3°, 6°, 7°. Solo il criterio della partecipazione volontaria definisce un effettivo elemento differenziale. Tuttavia, bisognerebbe domandarsi quante organizzazioni non profit non hanno volontari che partecipano alle attività o alla governance delle organizzazioni. Nel caso dell’Italia, il censimento dell’Istat del 1999 dice che il 20% delle organizzazioni di volontariato sono composte esclusivamente da volontari.

Economicismo

È rilevante che queste organizzazioni producano beni e servizi, favoriscano la cooperazione e contribuiscano alla formazione del Pil in modo significativo. Il loro valore è economico e rivolto all’offerta. Questa operazione di riduzione delle organizzazioni non profit alla dimensione economica ha conseguenze paradossali:

  • Tale definizione elimina tutte quelle entità che esistono per rendere effettivi i diritti dei cittadini o per prendersi cura di beni comuni materiali o immateriali o per promuovere e sostenere l’empowerment di soggetti in condizioni di debolezza (disabili, vittime di reati, comunità che hanno subito una calamità o una catastrofe). Queste realtà sono comprese nel progetto dell’Università di Baltimora ma esse sono marginali nel disegno generale. Sono organizzazioni non profit tutte quelle realtà istituzionali, produttive di beni e servizi, anche prive di personalità giuridica che non distribuiscono profitti ai soggetti costituenti; da questa definizione sono scomparsi i volontari, ma si dice in modo chiaro che stiamo parlando di produzione di beni e servizi purché senza distribuzione di utili.
  • La riduzione del non profit alla dimensione economica è ancora più riduttiva perché ignora la domanda e si concentra sull’offerta; anche in una logica economica dovrebbe essere riconosciuto un peso ai consumatori, sia in quanto individui sia come forza organizzata in grado di incidere con le loro scelte sull’offerta.
  • Nel momento in cui si lavora per identificare e applicare misure di valutazione del benessere che vadano oltre il Pil, l’entità che maggiormente dovrebbe contribuire a questo passaggio è strutturata in modo tale da marginalizzare questo contributo. Il mondo guarda oltre il Pil, ma il non profit è invece considerato rilevante proprio perché può accrescerlo.

Welfare all'americana

La definizione e l’articolazione del settore non profit è progettata avendo in mente un modello di welfare statunitense, modello che non viene esplicitato ma in cui il ruolo delle organizzazioni non profit è più importante di quello dello Stato. Negli Stati Uniti la maggior parte delle prestazioni educative, sociali, sanitarie, previdenziali e pensionistiche sono assicurate dalla comunità e non dallo Stato, attraverso un sistema di defiscalizzazione dei contributi economici alle organizzazioni non pubbliche che realizzano questi servizi. (la comunità finanzia i servizi di welfare e li eroga, i cittadini pagano quei servizi ad es. attraverso le assicurazioni sanitarie).

Invece

I sistemi di welfare in Europa sono strutturati in modo tale che è lo Stato il garante dell’accesso e del benessere dei cittadini e ai servizi; è una garanzia universale e una faccenda di diritti. Ciò non significa che in Europa non ci sia un ruolo crescente di soggetti non pubblici nelle politiche di welfare, ma che il modello di cittadinanza sociale in cui questi soggetti operano non è quello statunitense. Ciò nonostante, l’organizzazione a cui l’architettura del non profit allude è quella degli Stati Uniti.

L'ideologia del capitale sociale

Ultima critica è rivolta all’ideologia del capitale sociale, non alla teoria in quanto tale ma a una sua versione volgarizzata secondo la quale il fatto che le persone si mettano insieme ha un valore in sé. Questo valore sociale del fenomeno associativo forse deriva da una lettura disattenta di Tocqueville, per il quale l’associarsi aveva un valore soprattutto politico.

Ma c’è una differenza anche in termini di valore sociale tra un ristorante che ha la forma giuridica di un’associazione e una mensa per i poveri (a meno che i cuochi o i camerieri del ristorante non siano disabili). Alcuni tipi di aggregazioni (sportive o ricreative) acquistano in sé lo stesso valore sociale di quelle che difendono i diritti umani o promuovono la cooperazione allo sviluppo.

Patchwork

Per quanto riguarda i problemi che hanno un carattere tecnico nella definizione e nella classificazione del settore non profit, si trovano insieme realtà che non hanno assolutamente nulla a che spartire tra loro. Cioè, nel magma del non profit convivono realtà come le case di cura religiose e le organizzazioni di volontariato che fanno assistenza domiciliare ai malati terminali, le università non statali e i gruppi che fanno doposcuola ai ragazzi a rischio di dispersione scolastica nelle periferie urbane, i servizi legali a pagamento e gli avvocati di strada che assistono gratuitamente gli immigrati, le associazioni gastronomiche e le mense per i poveri, le case di riposo per gli anziani e i gruppi di volontariato che portano la spesa a casa, le palestre che fanno body building e le associazioni che portano i disabili in barca a vela, i fondi pensione privati e le mutue tra cittadini.

Confusioni e sovrapposizioni

Nella tipologia delle organizzazioni non profit si verifica una sovrapposizione di elementi diversi che vengono classificati insieme. Il caso più evidente è quello delle organizzazioni di advocacy. Advocacy significa strategia che mira a far valere nell’arena pubblica un punto di vista, un diritto o un interesse, una questione o una situazione di cui si chiede riconoscimento e protezione. Mentre la maggior parte delle categorie in cui sono classificate le organizzazioni non profit si riferiscono a un campo di policy, in questo caso ci sono delle organizzazioni che vengono classificate non in base al campo di policy ma piuttosto alla funzione che svolgono.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Naliab di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Cultura politica e servizio sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Baccetti Carlo.
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