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rappresentanti di alcuni territori. Dal Congresso emergono tre preoccupazioni

La prima

principali. riguarda una valutazione delle forze e delle debolezze della

ribellione. L’approvvigionamento di armi è ritenuto insufficiente, mentre le risorse In

finanziarie sembrano sufficienti per Cabilia e Costantina, ma non per la zona di Oran.

secondo luogo , bisogna occuparsi di redigere una piattaforma politica per dotare il

movimento di un’ideologia dominante, che si articolerà attorno a un programma politico

e tre principi fondamentali, come la collegialità, il primato dell’azione politica rispetto a

quella militare e dei dirigenti interni su quelli che si trovano all’estero. La violenza armata

diventa quindi subordinata agli obiettivi politici. Imponendo queste scelte ai congressisti,

Ammane e Krim riuscirono a rovinare il mito, caro a Ben Bella, dell’uguaglianza dei capi

storici, a favore dei dirigenti all’interno del paese. Per quanto riguarda il programma

politico, l’obiettivo della lotta resta il riconoscimento dell’indipendenza, attraverso una lotta

armata e poi tramite l’azione diplomatica. Resta evidente l’intransigenza nel proclamare il

fronte come l’unico movimento che rappresenta la nazione algerina e l’unico

interlocutore col nemico. L’aspetto più innovativo del programma sta nel suo tono

rivoluzionario, che si nota dal linguaggio marxista ma soprattutto dall’assimilazione del

processo di liberazione nazionale a quello di una rivoluzione popolare. Anche se l’FLN si

appoggia sulle classi sociali più povere, accetta comunque tutti gli strati della nazione e

. La terza preoccupazione

vuole per l’appunto risolverne le contraddizioni

riguarda una ridefinizione delle strutture politico-militari. Il territorio algerino è diviso in 6

wilaya (distretti/province), suddivise esse stesse in varie zone/regioni/settori. Algeri,

compresa la periferia, diventa una zona autonoma (ZAA) anch’essa divisa in settori.

Viene inoltre introdotta una rigida gerarchia di soldati. Dal punto di vista politico, l’FLN

viene dotato di una doppia direzione: da un lato, la competenza suprema spetta al

Consiglio Nazionale della Rivoluzione Algerina (CNRA), l’unico organo che può

ordinare la fine della lotta armata e iniziare le negoziazioni con la Francia. Composto da

34 membri, dovrebbe riunirsi una volta all’anno. Nell’intervallo di tempo tra le sessioni, il

potere è assunto da un esecutivo chiamato Comitato di coordinazione ed esecuzione

(CCE) composto da 5 membri. Per attribuire i seggi del CNRA si imposero due tendenze:

quella legittimista intendeva riservare tutti i seggi per coloro che rappresentavano

l’avanguardia insurrezionale della rivoluzione. Così entrarono nel CNRA i fondatori del

CRUA, i capi storici e ex centralisti, rappresentanti dell’ex UDMA. Anche la gioventù

algerina era rappresentata. Per il CCE, invece, che doveva risiedere ad Algeri ed era la

vera e propria direzione dell’FLN, Abbane Ramdane si assicurò di inserire degli uomini

di fiducia. Oltre a Krim Belkacem e a Ben M’Hidi, inserisce due ex centralisti che gli

avevano dimostrato valore politico: Ben Khedda e Saad Dahlab. Ben Bella si ritrova ad

essere un semplice membro del CNRA: per questo egli nega la rappresentatività del

Congresso e non riconosce né le sue conclusioni né la composizione della nuova

dirigenza. Il suo arresto nel 56 mette fine al conflitto e la rottura viene al momento evitata.

Per Ramdane al momento il pericolo è rappresentato più dalla battaglia di Algeri che lui

stesso aveva contribuito a scatenare e di cui aveva sottovalutato l’impatto. Lo sciopero

generale del 57 e l’entrata in azione dei paracadutisti del generale Massu mettono il

CCE in una posizione insostenibile. Il 5 marzo Ramdane e i suoi lasciano in segreto la

capitale e arrivano infine a Tunisi a fine giugno, quando la battaglia di Algeri è ormai persa

e bisogna rivedere la strategia fallimentare del terrorismo urbano. Dunque, viene data

piena autonomia ai capi militari all’interno dell’Algeria. Ben presto Krim Belkacem si

ritrova contro Ramdane, perché come Ben Bella, egli preferiva assicurare una

coordinazione politica e militare dall’estero, senza lasciare ai militanti tanta autonomia.

CCE convoca quindi il CNRA al Cairo, il 20 agosto 1957

Il e questa

riunione segna la sconfitta di Ramdane che non ha più l’appoggio di nessun capo

militare di rango elevato e nemmeno delle relazioni utili con i capi che si trovano all’estero.

Vengono ribaditi i principi stabiliti durante il Congresso, inoltre è allargato il numero dei

membri di CCE e CNRA, la sottomissione del CCE al CNRA, l’uguaglianza delle

operazioni politiche e militari per la conquista dell’indipendenza. Ramdane tuttavia non si

dà per vinto, moltiplica i contatti con gli ambienti/gruppi (sindacati e rifugiati) presso cui il

suo prestigio c’è ancora. Ignorando i consigli che lo esortavano alla moderazione di Ferhat

Abbas, scredita i nuovi membri del CCE, ovvero dei contadini trasformati in colonnelli e

borghesi che giocano a fare i rivoluzionari, secondo lui. I militari decidono di eliminarlo,

gli viene tesa una trappola in Marocco e il 26 dicembre viene strangolato. È solo nel

maggio del 58 che viene annunciata la sua morte sui giornali. Con Ramdane muore il

primo tentativo di strutturare l’FLN e farne un partito politicizzato. Krim Belkacem è

l’uomo forte del momento, ma molti iniziano a fidarsi poco di lui, poiché sono ostili a coloro

che sembrano voler ottenere il monopolio del potere sull’ALN. Per uscire dalla crisi, alcuni

di impegnano a definire una nuova strategia. Il colonnello Ouamrane consiglia di:

formare un governo provvisorio per rinforzare il peso internazionale dell’FLN e imporre la

sua funzione di “alternativa” al governo coloniale, un rilancio dell’attività diplomatica verso i

paesi dell’Est e l’estensione del terrorismo anche a Parigi. Questo nuovo programma

viene definito come la “seconda ventata” (secondo soffio/slancio/respiro) dell’FLN.

Tra la fine del 55 e l’inizio del 56 ci fu un brusco aumento del terrorismo e l’estensione

della ribellione alla zona di Oran. Questi eventi, dovuti alla relativa dispersione delle

truppe francesi, conferirà per un po’ una certa superiorità militare all’FLN, poiché pur

essendo inferiori numericamente, conoscevano il territorio, godevano della complicità della

popolazione e almeno nelle zone al fronte venivano regolarmente riforniti di armi.

L’esercito francese, invece, anche se al momento (nel 56) si occupava della difesa statica

dei villaggi e delle vie di comunicazione, non è ancora adatto a svolgere il suo compito. Le

unità mobili agivano alla cieca in mancanza di informazioni su come affrontare gli

avversari. Quindi il 56 è un anno favorevole per l’ALN, che prende iniziative nella gran

parte del territorio ed esercita una costante pressione sulla popolazione. Gli atti terroristici,

comunque, si spostano più verso le città, soprattutto ad Algeri in cui avverrà uno degli

battaglia di Algeri

episodi più crudeli. L’origine della va ricercata nella convinzione

di Ramdane e dei suoi collaboratori per cui la ribellione, confinata alle zone di campagna,

doveva essere estesa alle città. Questo perché bisognava far avvicinare gli strati urbani,

soprattutto la borghesia e gli intellettuali, verso la rivoluzione che finora era rimasta

soprattutto “contadina” e la maggiore notorietà che degli atti terroristici nelle città

avrebbero dato alla guerra di liberazione. La battaglia di Algeri avrebbe dovuto dimostrare

alla Francia la determinazione dell’FLN e l’influenza che deteneva sulla popolazione.

Uno degli organizzatori più capaci fu Yaacef Saadi, membro dell’FLN che dopo esser

stato arrestato dai francesi, era stato liberato con la promessa di fornire alle autorità

informazioni sulle attività dell’FLN. In realtà Saadi mette fine a questo doppio gioco

entrando in clandestinità e rientrando nelle grazie di Ramdane. Si costituirono

comunque i primi “commandos”, degli squadroni composti da qualche decina di uomini

organizzati secondo un sistema piramidale, a cui si era unito nel 55 Amara Ali, un giovane

bravo ad uccidere e forte delle sue relazioni. Ciò che aveva frenato in principio l’FLN

riguardo al terrorismo nelle città e ad Algeri era soprattutto il timore del contro-terrorismo e

della concorrenza diretta del PCA che vantava di specialisti in esplosivi. L’attentato del 10

agosto del 56 subito dalla Casbah di Algeri ad opera dei coloni, tolse comunque ogni

dubbio a Ramdane.

Secondo le decisioni del Congressi, Algeri e i suoi dintorni erano divenuti una zona

autonoma (ZAA) di cui era responsabile M’hidi assistito da Yaacef Saadi per

l’organizzazione militare. La zona era comunque divisa in tre settori, ulteriormente divisi

in gruppi e cellule. C’erano quindi più o meno 5mila militanti/simpatizzanti, su una

popolazione musulmana di circa 400mila persone. L’installazione delle bombe fu affidata a

delle giovani musulmane, meno sospette, appartenenti agli strati più agiati del popolo.

Secondo una proposta di Saadi, il CCE scelse i primi tre obiettivi, ovvero il

terminal/capolinea di Air France e due locali/bar spesso frequentati da giovani europei.

Anche se la prima non esplose, le bombe nei due bari causarono 4 morti e 52 feriti, tra

cui vari bambini. La battaglia di Algeri assume quindi un carattere di cieca atrocità, propria

del terrorismo urbano. Desideroso di mostrare la sua influenza sul popolo, l’FLN decreta

uno sciopero scolastico illimitato e uno sciopero generale per il primo novembre, il

cui successo è molto evidente ad Algeri e nei suoi dintorni. Si moltiplicano quindi gli atti

terroristici a novembre e dicembre, in cui vengono attaccati luoghi pubblici o case. La

popolazione europea è assalita dalla paura.

Le forze di polizia francesi intanto si ritrovano impotenti, non riuscendo a prevenire gli

attentati o a trovarne gli autori. Il 7 gennaio del 57, Lacoste affida al generale Massu

(della decima divisione dei paracadutisti) la totalità dei poteri di polizia nella zona di

Algeri. Massu ha il compito di annientare i terroristi, distruggere l’organizzazione politica

dell’FLN e dirottare l’opinione pubblica musulmana. Massu comincia a dividere Algeri in

settori, ciascuno affidato poi alla direzione di 4 colonnelli della sua divisione, e ad

acquisire ciò che è necessario a isolare i quartieri musulmani (pattuglie, fili spinati, fari). I

soldati cominciano ad arrestare, interrogare e assegnare a dei centri di transito nelle

periferie della città. Massu riesce ad ottenere dei risultati, utilizzando il controllo

incrociato delle informazioni, l’organizzazione di dispositivi di protezione urbana (DPU)

tortura.

e l’uso della Se a gennaio l’FLN riesce a far esplodere delle bombe, lo sciopero

generale organizzato per il 28 gennaio è un fallimento, poiché le forze dell’ordine

costringono commercianti e funzionari a tornare al lavoro. Il numero di attentati si

riduce, da 112 a gennaio a 29 a marzo. Ben M’hidi, capo della ZAA, viene arrestato e il

CCE lascia Algeri. Saadi, divenuto responsabile della ZAA, vuole proseguire la lotta. Il 3

giugno ricominciano gli attentati e scoppiano bombe in vari luoghi. La repressione

riprende e ha la stessa efficacia della precedente. Alcuni ufficiali organizzano una rete di

“ribelli pentiti”, chiamati “bleus de chauffe” che dovranno infiltrarsi nell’FLN e informare

i francesi su militanti e terroristi. Ciò scatena un clima perenne di sospetto all’interno

dell’FLN, ma anche l’arresto di alcuni responsabili di alto livello. Il numero di attentati cala

di nuovo bruscamente.

Chi ha vinto? L’FLN si ritrova con un’élite militante e urbana decimata, con effetti

psicologici devastanti causati dalla fuga del CCE in piena battaglia. La battaglia francese,

d’altro canto, non è gloriosa né ha debellato il rischio di minacce future. La battaglia di

Algeri è stata vinta solo grazie al ricorso sistematico alla tortura dei sospetti.

L’ALN dovrà quindi affrontare un esercito francese più agguerrito, meglio equipaggiato

e rifornito di uomini, composto inoltre da un contingente di forze musulmane, oltre a

doversi occupare dei problemi dei rifornimenti, causati dalla creazione delle varie linee

di blocco ai confini, tra cui la “ligne Morice”, al confine con la Tunisia. La linea,

attraversata da corrente, non aveva l’obiettivo di impedire il passaggio delle truppe

dell’ALN, ma voleva più che altro localizzare un loro eventuale passaggio: infatti

un’interruzione di corrente avrebbe fatto scattare un allarme. Inizia quindi una vera e

propria battaglia dei confini nel 58.

LE REALTA’ DI UNA GUERRA

Ufficialmente, la Francia non è in guerra con l’Algeria perché questa è comunque parte

della Francia, dunque anche il ruolo dell’esercito è teoricamente solo preventivo e

riparatore, per riportare la pace e rassicurare la popolazione. Aveva quindi un compito di

pacificazione, in un momento in cui la ribellione era particolarmente violenta e colpiva in

effetti più i musulmani che gli europei, soprattutto quelli che collaborano coi francesi o si

rifiutano di eseguire gli ordini dell’FLN. I tre obiettivi principali della missione di

pacificazione francese sono: la riconquista militare del territorio, la ripresa del controllo

della popolazione e la distruzione dell’OPA (ORGANIZZAZIONI POLITICO-

AMMINISTRATIVE: un termine creato dai francesi per indicare le strutture clandestine

dell’FLN).

L’esercito prende il compito con impegno e mostra tanta determinazione. Dopo la sconfitta

del 1940 e il fallimento a Suez, chiunque nell’esercito francese è deluso da tutti questi

fallimenti. L’esercito dunque tenta di dimostrare il suo valore impegnandosi a far restare

l’Algeria in mano alla Francia. È ormai una questione d’onore. Anche se molti militari

provano compassione/simpatia per le condizioni del popolo, l’esercito è generalmente

stupito dall’appoggio materiale che l’FLN riceve dai paesi dell’est: per questo molti vedono

nella ribellione una guerra sovversiva fomentata dal comunismo internazionale.

L’obiettivo quindi non è più proteggere vite umane, ma difendersi contro la sommossa

comunista, ignorando le motivazioni nazionaliste del popolo algerino.

Durante l’impresa di pacificazione, l’esercito francese deve prima di tutto mostrare la sua

forza. La mobilità delle truppe aumenta, sia per poter intercettare/seguire i nemici, sia per

rassicurare (o intimidire) il popolo. Le varie sezioni si ritrovano dunque giorno e notte alla

ricerca dei ribelli, mentre l’altro compito essenziale è il controllo del popolo. Vengono

effettuate perquisizioni periodiche e controlli dell’identità, esposizioni pubbliche dei

cadaveri dei ribelli. Le brutalità commesse dall’esercito furono sempre una delle cause più

influenti della ribellione, poiché il trattamento brutale dei sospetti e lo spostamento del

popolo nei campi di raggruppamento, convinse sempre di più la gente a volersi liberare dei

francesi. Una parte della pacificazione, comunque, riguardava la riconquista del

supporto a favore della Francia, quindi l’azione psicologica si sviluppò ulteriormente tra

il 56 e il 58, supervisionata dal colonnello Lacheroy. Furono organizzati corsi speciali

durante la formazione degli ufficiali e si formò un corpo di specialisti. L’azione

psicologica venne orientata soprattutto verso i musulmani, attraverso pubblicazione di

riviste, fumetti, documentari, trasmissioni radio. La propaganda trasmessa ingenuamente

attraverso questi mezzi, tuttavia, veniva perennemente smentita dalle attuali condizioni del

popolo e dalla realtà a cui esso assisteva quotidianamente.

L’azione intrapresa dalle SEZIONI AMMINISTRATIVE SPECIALIZZATE (SAS), fu di ben

altra portata. Ogni SAS, che doveva trovarsi in ogni zona, era diretta da un ufficiale e

doveva sostituirsi all’OPA dell’FLN (o impedirgli di installarsi in una certa area) e anche

rispondere agli innumerevoli bisogni di una popolazione che non era amministrata bene. I

membri dovevano quindi identificare/registrare i cittadini, informarsi sul loro stato

d’animo, placare i litigi, dare punizioni se necessario, regolare le pensioni, fornire

lavoro, aprire cantieri o scuole, far costruire centri ricreativi, incoraggiare l’artigianato,

distribuire viveri. L’assistenza medica gratuita era un altro servizio collegato alla SAS e

vennero istituite squadre mediche itineranti. La qualità di una SAS dipendeva

principalmente dall’ufficiale che la dirigeva. La maggior parte di loro, comunque, mostrò un

impegno ammirevole. Tuttavia, i meriti dell’azione delle SAS non riuscirono a far

dimenticare l’insieme delle pratiche repressive attuate per la maggior parte dall’esercito,

coperto dai poteri civili, tra cui la tortura. L’opinione pubblica non poteva restare

indifferente davanti alle violazioni della Convenzione di Ginevra del 49 rappresentate dallo

spostamento di quasi 2 milioni di algerini nei “campi di concentramento” con la scusa

del dover sottrarli all’influenza dell’FLN. La tortura, comunque, non era una pratica

esclusivamente francese, ma veniva impiegata anche nei ranghi dell’FLN. Nel 57,

comunque, la tortura era diventata una pratica quotidiana e quasi banale, contro cui

pochissimi protestavano.

Aspetti economici : la guerra in Algeria non produsse benefici né per l’Algeria,

né per Parigi. Se il tasso di crescita è abbastanza sostenuto, il prolungamento del conflitto

Francia

portò comunque effetti negativi. Riguardo alla , il costo delle operazioni militari

sembrava essere sopportabile, ma in ogni caso il prolungarsi delle ostilità ebbe effetti

negativi sulla produzione e sugli equilibri finanziari. Il prolungamento del servizio militare e

l’invio di un contingente in Algeria significarono una perdita di 200mila produttori,

compensata però parzialmente dall’arrivo di 65mila lavoratori nordafricani, anche se ci fu

comunque un superamento della domanda che non fu soddisfatta. Questo disequilibrio

tra domanda e offerta ebbe ripercussioni sul livello dei prezzi e sugli scambi con l’estero.

Contenuta nel 56, nel 57 e nel 58 riprende l’inflazione, la domanda interna aumenta e

crescono quindi le importazioni, mentre le esportazioni diminuiscono. Anche se gli

effetti sull’economia non furono drammatici, la Francia ha comunque perso la sua

l’Algeria

competitività in confronto alla concorrenza straniera. Per quanto riguarda , la

popolazione continuava a crescere, l’evoluzione della produzione agricola rende evidente

una distorsione in crescita tra il settore europeo che progredisce e quello musulmano che

regredisce o rimane sempre allo stesso punto. La mancanza di una vera e propria

riforma agraria, l’usura dei terreni e gli spostamenti continui della popolazione sono

tra le cause alla base di questa evoluzione. Lo sviluppo della produzione industriale è più

netto, ma questa crescita maschera comunque delle situazioni molto disomogenee.

L’industria dell’estrazione accusa una decrescita, quella dell’elettricità progredisce troppo

lentamente, un plus valore è dato dal boom petrolifero e dalle attività di costruzione e

riparazione.

La guerra d’Algeria fu anche una guerra tra opinioni differenti. La mobilitazione di

questa opinione pubblica appassionata non fu immediata, e fu alimentata dalla numerosa

e turbolenta comunità di francesi d’Algeria (pieds-noir), dall’invio del contingente e

dall’uso della tortura come arma di pacificazione. La maggioranza della comunità dei

pieds-noir aderiva alle tesi dell’Algeria francese e poneva le speranze in una soluzione

militare che li proteggesse. Spinti dall’angoscia per la sopravvivenza, negli anni della

guerra molti di loro si unirono alle organizzazioni attiviste e ai comitati per la difesa

dell’Algeria francese. Alcuni cristiani progressisti, sentendosi più dalla parte dell’FLN, si

dichiararono più algerini che francesi. Un esempio fu il Dr. Chaulet che si schierò al

servizio della ribellione. I liberali puntavano alla riconciliazione delle due comunità e ad

un’Algeria franco-musulmana. Mandouze è la figura dominante del gruppo e nelle sue

riviste chiede il riconoscimento della legittimità del nazionalismo algerino. Comunque,

anche se marginali, alcune iniziative dei liberali furono molto importanti, tra cui il progetto

di tregua civile proposto da Albert Camus e i suoi amici, che lottavano contro la violenza, il

massacro dei civili e la xenofobia.

Accolti in un’indifferenza quasi totali dalla popolazione francese mal informata, gli eventi

relativi all’Algeria acquisirono una certa importanza nell’opinione pubblica solo a partire

dal 56, l’anno della spedizione di Suez. Se quest’ultima fu davvero popolare, non fu lo

stesso per la guerra d’Algeria. La separazione di circa 400mila soldati per un servizio di

più di due anni, la sensibilizzazione alle campagne contro la tortura e l’inquietudine per i

costi e le tasse dovute alle operazioni militari sono alla base di questa impopolarità.

L’opinione pubblica comunque non prende posizioni forti né da un lato, né dall’altro, ma si

situa a metà tra il rifiuto di una guerra costosa che continuava a prolungarsi e quello di una

secessione dell’Algeria.

Il dramma della questione algerina ha sicuramente alterato la divisione e gli scontri tra

la destra e la sinistra, almeno fino al ritorno di De Gaulle. La guerra d’Algeria ha

permesso alla destra di venir fuori dall’isolamento in cui si era chiusa dopo la Liberazione

e usò la questione come trampolino di lancio per la sua propaganda, che oltre ad esaltare

la grandezza nazionale e dell’esercito permetteva di denunciare i difetti di un regime

caratterizzato da disfattismo e tradimenti. Tuttavia, questo suo impegno mise soltanto più

in evidenza le varie divisioni che c’erano all’interno. I cattolici tentavano di far rivivere lo

spirito delle crociate per difendere la cristianità minacciata dall’alleanza del fanatismo

islamico e del comunismo. Dall’altra parte, tra le forze politiche che sostengono l’azione di

Lacoste e la pacificazione, la determinazione è meno netta. L’MRP (Movimento

repubblicano popolare) si dimostra più aperto verso il problema algerino, ma senza

definire un orientamento preciso dovuto alle divisioni interne. Le divisioni sono ancora più

nette tra i radicali. Mitterrand (UDSR – UNIONE DEMOCRATICA E SOCIALISTA DELLA

RESISTENZA) si dichiara ostile alle negoziazioni e pone come obiettivo principale

l’annientamento dei ribelli. Nell’SFIO (SEZIONE FRANCESE DELL’INTERNAZIONALE

OPERAIA – socialisti), c’era una divisione tra sostenitori e oppositori della politica di

Lacoste. Il partito comunista, nei primi anni della guerra d’Algeria, era costituito da

ambiguità nell’orientamento e nella dottrina.

Gli intellettuali, alcuni cristiani, comunisti e studenti, spesso mostrano attivo supporto per

l’FLN, arrivando addirittura ad offrire un vero e proprio aiuto. Jeanson scrive un libro per

spiegare l’insurrezione algerina, prende i primi contatti con l’FLN nel 56 e nel 57 viene

formata una vera e propria rete clandestina che si impegna ad offrire assistenza, rifugio

ma anche una raccolta di fondi per l’FLN.

VERSO IL 13 MAGGIO

Criticato dalla sinistra per la politica algerina e dalla destra per quella finanziaria, Mollet è

destituito ad agosto del 57 e Maurice Bourgès-Maunoury è incaricato di formare il

nuovo governo. Questo giovane ministro riteneva fosse necessario essere intransigenti e

fermi per poter mantenere l’Algeria francese. In Algeria comunque, i metodi francesi non

cambiarono. La pressione internazionale, comunque, soprattutto quella statunitense,

obbligano il governo francese a non rimanere nell’immobilità per quanto riguarda la

questione algerina. Lacoste è invitato a preparare un progetto di legge-quadro , per

dimostrare l’intenzione della Francia riguardo l’avvio di alcune riforme. A parte due

principi chiari del progetto, ovvero l’appartenenza dell’Algeria alla Francia e il collegio

unico per tutte le elezioni, questo progetto è comunque complesso, impreciso e poco

chiaro. Si parla di riorganizzazione territoriale dell’Algeria in un numero non ben preciso

di territori, e di un’organizzazione federale più apparente che vera e propria. Ogni

territorio avrà autonomia amministrativa e finanziaria e sarà gestito da un’assemblea

che nominerà un consiglio di governo, con a capo un rappresentante francese. Ad Algeri è

inoltre prevista l’elezione di un parlamento federale con competenze in campo

economico, sociale e finanziario. La Francia continuerà ad occuparsi dei compiti

essenziali, come la diplomazia, la giustizia, la difesa e l’insegnamento. I conflitti

d’attribuzione verranno giudicati a Parigi da una corte composta da Europei e

musulmani, assieme a magistrati francesi. In ogni caso, tutto sembrava simile alla

situazione e agli organi già presenti in Algeria. Bourgès-Maunoury, per accelerare le cose,

decise di convocare il parlamento in sessione straordinaria il 17 settembre. Il progetto di

legge viene “sistemato” da una “tavola rotonda” composta da vari leader della politica. Il

testo definitivo viene comunque respinto, obbligando il presidente a dimettersi. Ne

seguirà una crisi ministeriale, per cui ogni candidato verrà respinto dai vari partiti, e infine

sale al potere Felix Gaillard, che ottiene la maggioranza. Ponendo il problema dell’Algeria

come una delle sue maggiori preoccupazioni, vuole rioccuparsi del progetto di legge-

quadro del suo predecessore. È comunque obbligato a tener conto delle reticenze dei suoi

ministri e dei consigli di Soustelle, ed è per questo che il nuovo progetto è meno

“generoso” del precedente. Vengono introdotti nuovi Consigli delle comunità, per far sì

che i francesi d’Algeria godano di una posizione di uguaglianza rispetto ai musulmani.

Questi consigli hanno solo funzione consultiva, ma in realtà possono far ritardare le

deliberazioni delle Assemblee territoriali e del Consiglio federale. Le attribuzioni di

quest’ultimo organo inoltre sono mal definite, dunque ci si interrogava sul reale carattere

federale di questo progetto. Adottato nel 58 con più rassegnazione che entusiasmo, il

testo fu respinto dall’FLN e dall’MNA.

Il leader tunisino Bourguiba, intanto, aveva il desiderio di essere mediatore attivo nel

dramma algerino. Egli voleva mantenere sia stretti legami con la Francia, ma voleva anche

creare delle relazioni con i futuri leader dell’Algeria, per questo dette un sostanzioso

aiuto all’FLN. Proprio per questo alcune truppe dell’ALN erano libere di stazionare in

Tunisia e muoversi liberamente, riuscendo a sferrare attacchi rapidi in Algeria e a colpire

obiettivi militari francesi. Eppure, proprio queste attività dell’ALN sul suo territorio e il

malessere creato dall’affluire di rifugiati algerini, lo convinsero a premere affinché si

raggiungesse la pace e a praticare una politica di equilibrio tra Francia e FLN. Tuttavia,

ogni gesto di buona volontà verso la Francia è considerato come un tradimento dall’FLN, e

la Francia vorrebbe che lui stessa rinunciasse alla cobelligeranza (cosa che non vuole

fare). Dopo il rifiuto del governo Gaillard ad una mediazione proposta da Bourguiba per

mettere fine al conflitto algerino, vi è un raffreddamento delle relazioni tra Tunisia e

Francia. Vengono mandati da Bourguiba due emissari francesi per ricordargli di dover

mantenere almeno un minimo di neutralità. Il governo francese fa inoltre capire che

lascerà all’esercito la libertà di decidere come rispondere a eventuali attacchi. Lacoste

l’8 febbraio del

invoca il principio di legittima difesa. Eppure l’irreparabile avviene

58 , quando in risposta ai colpi di mitraglietta dell’ALN scagliati su una pattuglia francese

al confine con la Tunisia, l’esercito francese risponde con un raid areo contro il villaggio

di Sakhied, che si dirà essere stato autorizzato dal ministro della difesa. Questo attacco

provoca 70 morti e almeno 150 feriti. Si pensa che questa reazione sia stata consciamente

provocata dall’FLN per portare all’internazionalizzazione del conflitto, a cui la Francia

cercava di sottrarsi. La reazione tunisina è forte: l’ambasciatore a Parigi viene fatto

rientrare in patria, vengono chiusi dei consolati francesi e viene fatto ricorso al consiglio di

sicurezza per l’ONU per “aggressione”. La Francia, in risposta, denuncia all’ONU la

belligeranza tunisina. Tuttavia Gaillard si vede costretto ad accettare la proposta

angloamericana di buoni uffici (Interposizione di uno o più stati non direttamente

interessati in una controversia internazionale, per la soluzione pacifica della controversia

stessa) affidata a Beeley e Robert Murphy. Tuttavia, Bourguiba rifiuta ogni tipo di

controllo internazionale sul confine tra Algeria e Tunisia e intende dirottare i buoni uffici

totalmente sulla questione algerina. la missione di buoni uffici, comunque, sembra essere

diventato il primo passo verso un’internazionalizzazione della questione algerina. il

governo di Gaillard sembra ormai sfinito, non è stato capace né di risolvere la questione

algerina, né la riforma costituzionale, né il risanamento delle finanze pubbliche, quindi

viene rovesciato il 15 aprile.

IL 13 MAGGIO : dopo la caduta del governo di Gaillard, il presidente Coty ha due

possibilità. Può scegliere un rappresentante di destra che si dovrà impegnare nella

politica della “salut public” (attivisti e gaullisti, insurrezionalisti) che reclamano i francesi

d’Algeria, o scegliere qualcuno che è più propenso ad una negoziazione. Molti vorrebbero

il ritorno del generale De Gaulle. Questa scelta indisporrebbe i socialisti ma anche gli

americani, perché verrebbe vista come una minaccia al patto atlantico. I gaullisti,

comunque, sono divisi. Anche se tutti credono nelle sue capacità di risoluzione del

conflitto, alcuni credono che concederà l’indipendenza all’Algeria, altri che praticherà

la soluzione dell’integrazione. All’assemblea nazionale non c’è una netta maggioranza

né verso l’idea dell’abbandono del territorio algerino, né verso una politica di salut public.

Coty propone al governo Pierre Pflimlim dell’MRP (movimento repubblicano popolare),

decisamente propenso ad una negoziazione. Questo scatena il malcontento e l’ostilità

dei francesi d’Algeria, iniziano a venire a galla i primi complotti. La negoziazione con

l’FLN sembra ormai inevitabile. Anche Abbas si dichiara pronto alla negoziazione, purché

come base di partenza ci sia l’indipendenza algerina. I francesi d’Algeria riprendono a

sostenere l’ipotesi dell’integrazione, che sembra loro il male minore. Vogliono cercare di

impedire la salita al potere di qualcuno che sia favorevole all’integrazione. Gli attivisti

d’Algeria, tuttavia, non formano un fronte unito. Ci sono i gaullisti, quelli che vogliono

la secessione dell’Algeria e la creazione di un potere forte ad Algeri, altri che vogliono

dare potere all’esercito, al generale Cherrière. Leon Delbecque gioca ad Algeri un ruolo

fondamentale. Egli entra in contatto con militari e attivisti e cerca di convincerli che De

Gaulle è l’unico che può mantenere l’Algeria francese. Soustelle gli chiede di lanciare un

appello al generale.

Per poter attuare un complotto/colpo di stato, è necessario il supporto dell’esercito. In

quel periodo, l’obiettivo dell’esercito era annientare l’ALN, quindi speravano in un regime

che desse loro i mezzi per trionfare. Nello stesso periodo c’era stato un riavvicinamento tra

l’esercito e i francesi d’Algeria, anche perché questi ultimi si erano dimostrati propensi (a

mali estremi) all’integrazione. I gaullisti, quindi, guidati da Delbecque, cercano di portare

l’esercito dalla loro parte. Il generale Salan non si pronuncia, mentre Massu è l’unico che

si pronuncia pubblicamente a favore del ritorno di De Gaulle. Il 9 maggio, il generale

Salan manda un telegramma allarmista al capo di stato generale maggiore dell’esercito

Ely, avvisandolo dello sconforto/smarrimento dell’esercito, che vedrebbe come un

oltraggio l’abbandono di questo territorio. Allo stesso tempo, varie associazioni di francesi

d’Algeria inviano messaggi al presidente della repubblica richiedendo un governo di

salute pubblica. Vengono esercitate pressioni su Lacoste. Lacoste abbandona in segreto

il

l’Algeria. Algeri è priva ormai del potere civile. Due manifestazioni sono previste per

13 maggio . Una, ufficiale, presieduta da Salan, per protestare contro la recente

esecuzione di prigionieri di guerra francesi da parte dell’FLN, l’altra per affermare la

volontà dei francesi d’Algeria di mantenere il paese sotto il controllo francese. Il 13

maggio, i francesi d’algeria si riuniscono quindi per manifestare, per dare potere

all’esercito. Salan e Massu guidano la folla verso l’edificio del governo generale, di cui

si impadroniscono facilmente. Massu, al balcone dell’edificio, viene acclamato dalla folla

(al contrario di Salan) e chiama l’esercito a ribellarsi. I gaullisti si sentono esclusi dalla

ribellione, dunque Delbecque si dirige all’edificio del governo generale e cerca di imporsi

presentandosi come emissario di Soustelle. Infine, civili e militari si mettono d’accordo

sulla costituzione di un comitato di salute pubblica. Bisogna fare pressione su Parigi

proprio quando Pierre Pflimlim dev’essere investito della

sua carica. Intanto, si forma il comitato di salute pubblica guidato da Massu . Un

telegramma annuncia al presidente Coty questo atto di disobbedienza, annunciando che il

comitato attende la creazione di un governo di salute pubblica, il solo che sarà

capace di trattenere l’Algeria sotto il controllo francese. A Parigi, prima che Pflimlim sia

investito dei poteri, il presidente uscente Gaillard ha ancora potere decisionale. Egli

ordina che non si spari alla folla manifestante e investe Salan del potere civile e militare

ad Algeri, legalizzando quindi il colpo di mano. Ad Algeri c’è inquietudine, proprio per

l’investitura di Pflimlim, cosa che si voleva evitare, e per il destino riservato ai ribelli.

Salan riceve da

Massu lancia quindi un appello a De Gaulle. Tuttavia alle 6,

Pflimlim la conferma dei poteri ricevuti da Gaillard, poiché il governo era

troppo debole per contrastare il colpo di stato . De Gaulle, intanto, ancora non si

pronuncia, mentre si diffonde ovunque un sentimento di incertezza. Intanto, altri comitati

di salute pubblica si diffondono in Algeria, Salan chiede a Pflimlim di dimettersi. Il 15

maggio, sotto richiesta di Delbecque, Salan lancia un “viva De Gaulle” dal balcone

dell’edificio del governo generale. Lo stesso giorno, De Gaulle afferma di essere pronto a

prendere il potere. A Parigi, la situazione è tesa. Per socialisti, comunisti e l’estrema destra

di Petain, De Gaulle vuole rivendicare la dittatura. Pflimlim tenta di ignorare le

dichiarazioni di De Gaulle e di continuare sulla propria strada, ma ormai il governo non

ha modo di far eseguire le sue decisioni in Algeria e non può più contare sull’esercito. Si

attende dunque con ansia la conferenza stampa di De Gaulle del 19 maggio. Davanti ad

alcuni suoi fedeli uomini e a i giornalisti, il generale dichiara le sue intenzioni e afferma che

è proprio il sistema il responsabile di questa crisi. Per questo vuole mettere in atto una

resurrezione della Francia, ma rispettando la legge repubblicana e prendendo il potere

La sua posizione riguardo all’Algeria resta ambigua

per vie legali. . Sebbene

affermi che l’Algeria non dovrebbe allontanarsi dalla Francia, dichiara anche che bisogna

ascoltare tutte le parti in causa. A Parigi c’è una situazione di stallo. Se il governo si

dimette e De Gaulle sale al potere, sembrerebbe che si sia imposto grazie all’esercito. Se

invece De Gaulle mostra delle intenzioni più liberali riguardo all’Algeria, avvierà una

politica contraria a ciò per cui è stato richiamato. Intanto, il 17 maggio Soustelle arriva ad

Algeri e propone di organizzare comitati di salute pubblica in tutta l’Algeria. Soustelle

sfrutta un elemento nuovo, ovvero l’adesione dei musulmani al movimento del 13

maggio. In effetti i militari hanno capito che bisogna coinvolgere le masse musulmane per

attuare la loro politica. E ciò viene ottenuto, poiché dei cortei di “fratelli musulmani” si

uniscono al movimento, proclamando il loro attaccamento all’Algeria francese. Certo,

questi musulmani non si sono di certo uniti di loro spontanea volontà, ma sono stati

convinti dall’esercito, e le loro carte d’identità sono state requisite, con la promessa della

restituzione prevista quella sera stessa. Soustelle e i militari si convincono che la

popolazione algerina intera sia dalla loro parte. Tuttavia gli attentati continuano. L’FLN

dichiara che le loro posizioni non sono cambiate, Pflimlim tenta di negoziare in segreto coi

ribelli. Salan inizia a preparare il progetto “Resurrection” coi paracadutisti, per imporre

con la forza il governo presieduto da De Gaulle a Parigi. Molti politici consigliano a

Pflimlim di incontrare De Gaulle; Il presidente si lascia convincere ad incontrare il

generale, ma l’incontro non risolve niente, poiché De Gaulle non vuole scoraggiare i

ribelli e preferisce ristabilire l’ordine piuttosto che condannare il disordine. Il piano

Resurrection, si sarebbe attuato se Salan avesse ricevuto l’ordine di De Gaulle. Il generale

avrebbe preferito evitarlo, ma ordinò a Salan di fare il necessario nel caso in cui non

fosse riuscito ad ottenere legalmente il potere. Il 28 maggio Pflimlim si dimette, Coty

manda i presidenti delle assemblee a definire le modalità di ritorno del generale, ma De

Gaulle non vuole procedere in modo tradizionale. Egli esige i pieni poteri e una revisione

costituzionale che gli garantisca un solido esecutivo. Alle 19.30 del 29 maggio, Coty

riceve il generale, che richiede i pieni poteri e una nuova costituzione. Il 31, il generale

riunisce i rappresentanti dei gruppi politici e afferma che ristabilirà l’ordine in Algeria e non

conferirà nessuna autorità speciale all’esercito. Il primo giugno 1958 De Gaulle viene

eletto dall’assemblea nazionale. Il 3 giugno riceve i pieni poteri e dei poteri speciali per

quanto riguarda l’Algeria.

PARTE 3 – LA GUERRA D’ALGERIA SOTTO LA QUINTA

REPUBBLICA

CAPITOLO 1 – TEMPI D’AMBIGUITA’

Nessuno, intanto, sa quali intenzioni abbia De Gaulle per quanto riguarda l’Algeria. La

situazione è certamente ambigua nel 58. De Gaulle viene chiamato dagli estremisti

d’Algeria, tradizionalmente anti gaullisti, disposti a fare delle concessioni pur di

mantenere l’Algeria francese. Accettano quindi il principio dell’integrazione del

collegio unico, su cui non erano d’accordo. Allo stesso tempo, gli Algerini attendono una

soluzione più liberale da parte del Generale, ovvero l’indipendenza. La situazione è

ambigua perché il generale potrebbe avere idee diverse dai coloni. A differenza di molti

suoi pari, non è stato un ufficiale coloniale. Anche se generalmente si vanta dell’operato

della Francia, conosce la forza dei nazionalismi indigeni. In suoi vari discorsi, traspare

qualche suo dubbio sul futuro dell’impero e la consapevolezza del rischio di una

decolonizzazione. Durante un discorso del 44 lascia intendere che potrebbe appoggiare

una politica che porterebbe all’autonomia, ma si nota un altro tema che gli sta a cuore,

quello dell’associazione tra Francia e Algeria. Questa è l’idea di base della sua futura

politica coloniale. Sembra che egli veda la decolonizzazione come inevitabile. Vorrebbe

probabilmente per l’Algeria uno statuto che la mantenga francese e sotto l’autorità

francese, ma che permetta al paese di auto organizzarsi. Nel 1954, approva la politica di

negoziazione Mendès France riguardo all’Indocina. Nel 55 dichiara che l’Algeria è ormai

persa, che la politica francese non è stata capace di creare un’associazione tra i due

paesi. A quel punto, si ritira dalla vita politica. Nel 58, si mostra ancora discreto, ma

dichiara all’ambasciatore tunisino di supportare una politica associazionista per Francia e

Tunisia.

In effetti, de Gaulle non ha mai promesso che una volta al potere avrebbe rispettato le

volontà degli estremisti dell’Algeria francese. Ma quale fu il suo ruolo negli eventi della

primavera del 58? Egli nega di aver partecipato ai complotti, affermando che i gaullisti

hanno agito senza consultarlo. Ha dovuto prendere il potere per risolvere il caos che si era

creato e impedire una guerra civile. Certamente voleva tornare al potere per vie legali,

quindi non era favorevole a questo colpo di stato, ma comunque non ha scoraggiato o

incolpato chi l’ha messo in atto.

Il primo compito che si prefissa, dopo aver mandato messaggi cordiali al presidente

tunisino e al re del Marocco, consiste nell’andare subito in Algeria, dove deve ristabilire

l’ordine, assicurarsi della fedeltà dell’esercito e richiamarlo alla sua missione tradizionale.

non può mettere già in atto una politica liberale

Deve essere prudente, perché ,

vedendo la collera della popolazione. Viene accolto trionfalmente, e sul balcone del

governo generale, con le braccia alzate a forma di V (vittoria), esprime la sua

comprensione sia verso algerini che verso i francesi. Il presidente ribadisce

l’uguaglianza dei diritti di algerini e francesi, il che fa riferimento all’adozione del

collegio unico. Rende poi omaggio all’esercito e si mostra disponibile ad una

riconciliazione con i ribelli, riconoscendo il coraggio dei combattenti algerini. Intanto, non

definisce ancora il suo programma. Già dal primo giorno prende le distanze dal

movimento del 13 maggio. Il 9 giugno, il ministero dell’Algeria viene collegato alla carica

della presidenza del consiglio. De Gaulle si prende quindi carico di questa funzione. A

Brouillet viene affidato un segretariato di stato agli affari algerini. Il generale Salan

diventa delegato generale del governo e comandante in capo in Algeria. Massu diventa

prefetto di Algeri. I fautori del movimento del 13 maggio sono già contrariati dalle azioni di

de Gaulle. Il Comitato della salute pubblica non vuole essere privato dei suoi poteri. I

membri del comitato richiedono l’abolizione della legge quadro e invitano il generale a

sopprimere i partiti politici. Salan viene sollecitato dal governo a tenere sotto controllo le

attività del comitato De Gaulle ovviamente non vuole imposizioni da parte di nessuno.

Dunque gli organismi rivoluzionari vedono il loro potere rimesso in causa: il governo

ribadisce la neutralità politica dell’esercito, che dipende soltanto dal potere civile. Salan

intanto controfirma delle decisioni significative: i generali repubblicani vengono trasferiti,

così come quelli che non vogliono far parte del comitato della salute pubblica. I

paracadutisti, essenziali negli eventi di maggio, restano ad Algeri. Le SAS vengono

smantellate. Gli osservatori ipotizzano tre futuri scenari in cui potrebbe svilupparsi la

politica di de Gaulle: potrebbe cedere alla destra e instaurare un regime forte per

mantenere l’Algeria francese; potrebbe dare priorità alle istituzioni, per potere risolvere tutti

i problemi. O potrebbe cercare di ristabilire l’autorità dello Stato ma anche la pace in

Algeria, usando una strategia complessa e sottile. La negoziazione appariva come l’unica

soluzione possibile, purché vengano protetti gli interessi europei. L’FLN interpreta la

politica di de Gaulle come una politica colonialista tradizionale, quindi intensifica la

viaggio, dal 1 al 5 luglio

ribellione. De Gaulle progetta un nuovo . Vuole rendersi

conto della realtà militare e riprendere il controllo sull’esercito. La sua politica resta

ambigua. Infine, annuncia diverse misure da mettere in atto per rinnovare l’Algeria. Sul

piano politico, la Francia vuole stabilire le condizioni del suo futuro con gli algerini. Per

questo i 10 milioni di algerini prenderanno parte al referendum per approvare la nuova

costituzione. Conferma l’istituzione del collegio unico, dando la possibilità alle donne

musulmane di votare. Sul piano economico, vengono previsti 15 miliardi in più ai 62

previsti per la creazione di nuove industrie. Insiste sulla modernizzazione dell’agricoltura e

sulla creazione di un progetto di scolarizzazione. Gli estremisti non sono d’accordo,

l’esercito sì. L’FLN, rappresentato da Ferhat Abbas a Ginevra si mostra deluso, poiché

vuole che de Gaulle metta fine al mito dell’integrazione e cerchi di creare un nuovo tipo di

cooperazione tra i due paesi. Nel discorso del 13 luglio, si sente ancora la parola

Ma che tipo di associazione intende il generale?

“associazione”. In

Algeria, la situazione è problematica. Si moltiplicano gli attentati dell’FLN, che cerca

inoltre di impedire che le masse musulmane vadano a votare al referendum attraverso la

violenza. I militari, che preparano il referendum, vorrebbero invece fare di tutto per far

votare sì agli algerini, esprimendo così il desiderio di restare francesi. L’estrema destra

del Comitato, che giudica la politica del generale troppo liberale (anche per il diritto di voto

concesso alle donne), manifesta la sua indignazione il 23 luglio. Nella capitale, intanto,

un

molti sperano che ci si ritiri dall’Algeria, per motivi economici. Il generale prepara

terzo viaggio : si ferma ad Algeri, ma in realtà viaggia per i vari territori francesi in

Africa, per illustrare a quei popoli le possibilità che sono loro offerte dalla costituzione. Il

discorso del 29 agosto è dedicato proprio al referendum: votare sì, significa credere che

l’evoluzione dell’Algeria avverrà sotto la guida francese. Il termine integrazione non è

inserito nel discorso, ma è chiaro che il generale vuole adottare una politica francese. Egli

insiste sui nuovi aspetti della sua politica, come il rinnovo economico e sociale

dell’Algeria. Il governo francese prova a mostrarsi liberale, a provare che non si

opporranno alle aspirazioni nazionaliste se questo è ciò che vuole il popolo. De Gaulle

lascia libertà al ministro dell’informazione per la propaganda sul referendum. Jacques

l’URF (union pour le renouveau français),

Soustelle fonda un nuovo partito, che

propone una ricostruzione civica e morale della nazione attorno alla figura di de Gaulle, la

creazione di nuove istituzioni e l’integrazione dell’Algeria. In Algeria è istituita una

commissione di controllo per sorvegliare la legalità del referendum. I militari fanno

molta propaganda, sia per stimolare la partecipazione al referendum, sia per far votare il

sì. Per farlo, bisogna anche creare il mito di De Gaulle. Nelle radio algerine, possono

parlare solo quelli a favore del sì, dunque non viene accettata nelle radio l’Associazione

degli Oulémas. L’opposizione non ha diritto d’espressione. I musulmani si sentono

minacciati da una parte dalla propaganda dell’esercito francese, dall’altra dall’FLN che

vuol impedir loro di votare e ha già avviato delle rappresaglie. L’FLN cerca di affermarsi

governo provvisorio al Cairo il 19 settembre IL GPRA,

fondando un – che dovrà

occuparsi della futura Algeria indipendente. Pone inoltre come condizione per avviare i

negoziati il rifiuto di deporre le armi finché i diritti dell’Algeria non verranno

riconosciuti. Gli attentati si intensificano in Algeria e a Parigi. Le truppe francesi, di

rimando, moltiplicano le offensive. I militari inoltre spargono voci secondo cui arresteranno

chi non andrà a votare.

Il referendum si svolge il 28 settembre 1958, e vince la maggioranza dei sì. A Parigi, l’URF

di Soustelle, gli indipendenti e l’MRP hanno votato sì in nome dell’integrazione, i partiti di

destra sono divisi. Mollet ha votato sì. Mendès e Mitterrand hanno votato no, così come i

comunisti, poiché la politica del governo era quella degli estremisti. Gli elettori, comunque,

mettono tutto nelle mani di De Gaulle, anche se non ha ancora precisato quale sarà la sua

politica.

Alla ricerca di una politica algerina: Tramite il referendum, i francesi avevano approvato

la costituzione, ma non era ancora stato stabilito lo statuto politico dell’Algeria. La

preoccupazione maggiore di de Gaulle è quella di introdurre un rinnovo economico e

sociale. Attraverso il suo piano, vuole convincere gli algerini del fatto che la Francia è

l’unica a poter mettere in atto queste riforme. Le riforme prevedono cambiamenti

nell’economia ma anche nelle condizioni di vita. 25mila ettari di terra devono essere

distribuiti ai coltivatori musulmani. Il petrolio e il gas del Sahara verranno usati per

accrescere lo sviluppo industriale. Verranno create industrie metallurgiche e chimiche.

Verranno migliorate le vie di comunicazione e la sanità, e saranno costruite nuove

abitazioni. I salari saranno allineati a quelli francesi. Un decimo dei funzionari parigini

sarà arabo e verranno creati 400mila nuovi impieghi. De Gaulle resta vago sul futuro

politico dell’Algeria, che vuole definire tramite le elezioni legislative. Per la prima volta

si svolgeranno per un collegio unico e i 2/3 degli eletti saranno musulmani. Secondo il

generale, il futuro destino dell’Algeria si baserà su una stretta collaborazione con la

Francia. De Gaulle spera che le masse musulmane si uniscano a lui, privando l’FLN del

loro sostegno più importante. Deve perciò allontanarsi dagli estremisti. De Gaulle dà

dunque istruzioni precise a Salan riguardo le elezioni: devono essere libere e posso

partecipare liste che rappresentano qualsiasi tendenza. Ovviamente, a parte i terroristi.

Infine, per eliminare il Comitato di salute pubblica, ordina ai militari di non farne più parte.

La sinistra è favorevole a questi cambiamenti, mentre il Comitato vuole scatenare uno

sciopero generale, che però non avrà luogo. L’FLN adotta un atteggiamento meno ostile e

libera 4 soldati francesi. Salan libera 10 detenuti dell’FLN. In realtà erano già stati presi dei

contatti ufficiosi tra il governo francese e l’FLN. Da giugno il generale aveva sollecitato

l’ex presidente dell’assemblea algerina Farès per entrare nel suo governo (incaricato degli

affari algerini). Egli intratteneva anche rapporti con Abbas. Farès aveva rifiutato l’offerta,

dopo aver incontrato i suoi compatrioti in Svizzera, ma aveva fatto sapere che i dirigenti

dell’FLN erano pronti a negoziare coi francesi, per poter pervenire ad un cessate il

fuoco, con l’obiettivo di poter ottenere l’indipendenza. Durante la conferenza stampa del

23 ottobre, il generale parla del referendum, con cui algerini e francesi potranno costruire

insieme il loro futuro, omaggia poi l’esercito e invita i combattenti algerini a tornare dalle

loro famiglie. Invita inoltre i dirigenti dell’FLN a mettersi in contatto con l’ambasciata

francese a Tunisi. Il suo programma prevede il cessate il fuoco, la negoziazione e poi

delle elezioni. Il generale pensa che il GPRA apprezzerà questa sua offerta. Il GPRA

interpreta la proposta come l’esigenza di una resa, senza vere e proprie negoziazioni coi

ribelli. Inoltre pensano che il governo francese voglia mantenere l’Algeria con la forza sotto

Per il GPRA sono necessarie delle negoziazioni su tutti i

il suo potere.

problemi dell’Algeria.

Gli ordini del generale riguardo alle elezioni non vengono rispettati, perché l’esercito

continua ad avere un ruolo importante in vista delle elezioni. L’esercito svolge

propaganda per quelle liste favorevoli all’integrazione. Le candidature dunque non

sono davvero libere. Non c’è infatti nessun candidato liberale. Dunque le liste favorevoli

all’integrazione trionfano, in particolare l’UNR. Il 67 eletti d’Algeria comprendono 46

musulmani e 21 europei, che giurano di riuscire a far trionfare l’integrazione.

plan de

De Gaulle dichiara che è giunto il momento di mettere in atto il

Constantine , il piano di rinnovo. Per questo organizza un altro viaggio in Algeria, dal

3 al 6 dicembre, qualche giorno prima di essere nominato presidente della repubblica.

Intanto, Salan lascia il suo posto il 19 dicembre e viene sostituito da Delouvrier come

delegato generale e da Challe come comandante militare. È comunque Delouvrier che ha

l’autorità militare. Gli ufficiali che detengono dei poteri amministrativi vengono sostituiti da

funzionari civili. La nomina di Challe inquieta i militari, perché non sa nulla delle tecniche di

combattimento in Algeria. Sembra essere stato nominato solo perché, da gaullista, potrà

eseguire gli ordini del presidente. Alla fine del 1958, l’esercito è riuscito ad isolare il

paese. In particolare, ha il controllo della frontiera est e di quella ovest grazie alla ligne

Morice. Nessuno può passare e i ribelli hanno difficoltà a rifornirsi di armi, munizioni

e medicine. Tuttavia, l’esercito si occupa più di difendere la popolazione che del resto,

concentrandosi quindi nelle aree più popolate. I ribelli, si rifugiano nelle zone disabitate e

sulle montagne. Il nuovo comandante ordina di rafforzare la ligne Morice e cercare di

impedire/distruggere l’organizzazione dei ribelli attraverso delle unità leggere speciali, les

commandos de chasse, comandi di caccia, per rendere la vita impossibile ai ribelli,

allontanarli dal popolo, distruggere i rifugi abituali. Ogni operazione deve sfruttare l’effetto

sorpresa. Tutto ciò deve andare di pari passo con la politica di pacificazione e il tentativo di

far avvicinare le masse alla causa francese. Si cerca di costruire un’Algeria nuova, ma

intensificando la guerra, mentre a Parigi vengono istituite le istituzioni della 5° repubblica.

Divenuto capo dello stato, De Gaulle nomina primo ministro Michel Debré, il più feroce

difensore dell’Algeria francese. Non viene creato un ministero dell’Algeria, perché saranno

lui e Debré ad occuparsene. Il primo ministro, comunque, sarà libero di fare molteplici

dichiarazioni favorevoli all’integrazione, mentre De Gaulle stesso si mostrerà più

prudente e riservato rispetto al problema algerino. Inaugurato il mandato presidenziale

l’8 gennaio 1959, dichiara che è necessario trovare una soluzione politica al problema

un suffragio universale è l’unico modo possibile in cui procedere

algerino e che ,

per trasformare l’Algeria e associarla alla Francia. Non si parla dunque di integrazione,

anche perché viene dimostrata clemenza verso i condannati algerini. Messali Hadj non è

più costretto agli arresti domiciliari, Ben Bella e i suoi compagni diventano “prigionieri di

guerra”. Le condanne a morte sono trasformate in lavori forzati. 7000 detenuti algerini

vengono inoltre liberati. Il 30 gennaio, pur condannando la lotta sterile che si svolge in

Algeria, ripresenta le sue proposte di pace ai ribelli. Gli europei d’Algeria e l’estrema

destra criticano la politica gaullista, poiché la clemenza dimostrata a inizio anno

sembra un segno di debolezza e credono sia imminente una politica di abbandono.

Il 25 marzo, in una conferenza stampa, De Gaulle insiste su certi punti che fanno pensare

si sia convinto ad attuare una politica di autodeterminazione, rinnovando l’invito a cessare

le ostilità. Manifesta comunque la speranza di avere ancora l’Algeria legata alla

Francia. Di sicuro, la Francia non può ancora imporsi con la forza. Annuncia quindi il

principio di autodeterminazione dei popoli. Ovviamente, questo discorso provoca

tensione negli europei d’Algeria. L’incertezza dilaga.

FLN : la situazione militare dell’FLN si stava deteriorando all’inizio del 1958. Hanno il

controllo di poche zone, ma riescono comunque a far subire all’esercito francese delle

perdite considerevoli. Tuttavia, a causa delle barriere imposte dai francesi, faticano a

ricevere approvvigionamenti da Marocco e Tunisia. Il morale dei combattenti è basso. Il

CCE, che ha interrotto le sue attività dalla morte di Abbane, le riprende solo nell’aprile del

58. Krim Belkacem dirige il dipartimento della guerra. Si afferma sempre più come capo

della ribellione. Abbas resta capo delle Informazioni. Ad aprile, Krim propone di creare un

Comitato d’organizzazione militare COM per dirigere la lotta armata dalle frontiere est e

ovest. Questo comitato era diviso in due, il COM della frontiera ovest era affidato al

colonnello Boumedienne, quello della frontiera est a Mohammedi Said.

Nell’aprile del 58, Amirouche, capo della 3° wilaya, una delle più importanti per quanto

riguarda la ribellione, viene coinvolto in un tranello del colonnello Godard. Viene a

sapere da dei detenuti dell’FLN rilasciati dai francesi che in realtà molti membri della sua

wilaya erano in combutta con l’esercito francese. Amirouche inizia a diffidare di tutti,

proibisce la corrispondenza e arresta un gran numero di persone. Procede poi ad

un’epurazione, che provoca almeno 2000 morti. Anche questo indebolisce l’ALN.

Tuttavia l’FLN sembra forte sul piano diplomatico alla Conferenza di Tangeri dal 27-30

aprile. Il diplomatico americano Blake aveva preso contatti coi capi della ribellione, poiché

gli americani volevano imporre la fine delle ostilità in Algeria. L’FLN si ritrovava

supportato da Tunisia e Marocco.

L’arrivo al potere di de Gaulle fu positivo per l’FLN. Secondo Abbas, il generale sarebbe

riuscito a risolvere la questione. Dai suoi primi discorsi, tuttavia, sembrava essere più

propenso all’integrazione, il che era inaccettabile per l’FLN. Si convincono ancor di più che

è necessario continuare a lottare fino all’ottenimento dell’indipendenza. Sono d’accordo,

dunque, ad avviare negoziazioni, ma solo dopo aver ottenuto l’indipendenza. L’FLN

sa che le masse popolari non potranno a lungo sopportare la sofferenza imposta dalla

guerra. Sperano dunque, nel giugno 58, che De Gaulle accetti in fretta le loro condizioni

per la negoziazione. Per intimidire il governo francese, gli atti terroristici vengono

identificati. L’FLN è comunque diviso sul da farsi. I “politici”, con Ferhat Abbas,

vorrebbero ascoltare i consigli di moderazione suggeriti da Tunisia e Marocco (che

vogliono la fine dei conflitti) e dall’altra parte gli estremisti come Nasser che intendono

proseguire i combattimenti. Ad agosto, si intensificano gli attacchi sia in Algeria che a

Parigi. Anche se quindi le sue posizioni si erano inasprite, l’FLN era comunque disposto a

prendere contatti col governo francese, poiché negoziare con De Gaulle sembrava più

promettente. L’FLN però doveva comunque mostrarsi come un blocco unito e

riconosciuto ufficialmente, e quindi costituire un governo provvisorio più potente del

CCE. Durante le riunioni di luglio/agosto il CCE riconosce l’efficacia della ligne Morice e

delle conseguenze drammatiche che ha portato per l’ALN. Viene criticata la gestione del

CCE poiché non ha ottenuto alcun progresso. Il problema principale che viene discusso,

riguarda le relazioni con gli altri stati. Krim denuncia l’atteggiamento tunisino e

marocchino, troppo conciliante verso la Francia. Abbas, invece, insiste sull’importanza di

ottenere il supporto degli stati esteri, soprattutto di quelli non comunisti. Oumrane e Krim

propongono di portare la guerra in Francia, di moltiplicare gli attacchi verso i generali

francesi e i partigiani dell’Algeria francese, come Soustelle. Inoltre era necessaria la

creazione di un governo provvisorio. Il 19 settembre del 58 Abbas annuncia lo

Governo provvisorio della

scioglimento del CCE e la creazione del

Repubblica Algerina – GPRA, che appare unito. Afferma la sua legittimità nel

fatto che il popolo vi aderisce ed è riconosciuta la sua rappresentatività diplomatica da 5

stati nell’immediato. Vogliono quindi sembrare un blocco unito, ma ci sono molte

divergenze tra i ministri. La presidenza è di Abbas, che però non detiene il vero potere. Il

suo nome serve solo per conferire prestigio a questo governo ed anche perché è un bravo

interlocutore sul piano internazionale. Il vero potere continua ad appartenere a Krim

Belkacem, Ben Tobbal e Boussouf. Krim diventa vicepresidente e ministro delle forze

armate. Tobbal è ministro dell’Interno e Boussouf delle comunicazioni e delle relazioni. I 5

capi storici detenuti in Francia (Bella, Ahmed, Bitat, Boudiaf e Khidder) vengono nominati

ministri. Grazie alla nomina, riusciranno a comunicare più facilmente col GPRA, saranno

consultati più volte e il loro prestigio farà avvicinare molto di più le masse. Il GPRA deve

subito far fronte alle crisi nate dalle iniziative dei colonnelli. Questi ultimi, capi delle

ribellioni all’interno del paese, si sentono abbandonati dai dirigenti che si trovano

all’estero. Amirouche tiene dunque una riunione tra i vari wilaya dal 6 al 12 dicembre

1958, accusando il GPRA di non aiutare sufficientemente i combattenti, di non dare armi,

munizioni e medicine sufficienti e di preferire la diplomazia alla lotta armata. Amirouche

viene ucciso dall’esercito francese mentre era in Tunisia per esporre le sue richieste

alla direzione dell’FLN. 4 colonnelli, con la complicità di alcuni ufficiali ALN, voglio

progettare un colpo di stato, per prendere il potere e destituire il GPRA. Per farlo,

vogliono estendere il conflitto tra Algeria e Francia alla Tunisia. Tra il 16 e il 17 novembre

del 58 vengono però arrestati, poiché erano stati già denunciati a Boussouf. I 4

responsabili vengono uccisi e i loro complici torturati e arrestati.

Nella primavera del 59 la situazione militare dell’ALN diventa critica. Solamente l’azione

diplomatica potrà portare all’indipendenza. Si accentua intanto la divisione tra le forze

“interne” e quelle “esterne”.

CAPITOLO 2 – LA GRANDE SVOLTA

LA SCELTA DECISIVA: L’AUTODETERMINAZIONE

Nell’estate del 59 la preoccupazione più grande continua ad essere l’Algeria. In patria, la

maggioranza dei francesi è favorevole alla negoziazione con l’FLN. Per gli europei

d’Algeria invece, la negoziazione implica un abbandono. Sul piano internazionale, la

Francia si ritrovava indebolita, mentre De Gaulle voleva che tornasse tra le più grandi

potenze. Gli americani erano preoccupati, poiché non volevano che i capi della ribellione

si rivolgessero ai paesi comunisti dell’Est, come la Cina. Inoltre erano molto interessati alle

ricchezze petrolifere del mondo arabo. A inizio agosto 16 parlamentari americani, che

volevano si stabilisse una pace negoziata, chiesero al presidente Eisenhower di far sì che

il governo americano prenda l’iniziativa per poter arrivare ad una soluzione del conflitto

algerino. Questa lettera viene copiata e inviata a de Gaulle e ad Abbas. La Francia

rischia che gli Stati Uniti impongano loro una soluzione non voluta.

Il 10 agosto, l’FLN partecipa per la prima volta come rappresentante ad una conferenza

internazionale: la conferenza di Monrovia , che riuniva i 9 paesi indipendenti d’Africa.

Viene dunque riconosciuta la rappresentatività dell’FLN. Prima di separarsi, comunque, i

rappresentanti africani promettono aiuto in armi all’FLN. Inoltre votano una mozione,

per cui incitano la Francia a riconoscere il diritto di autodeterminazione e a negoziare col

GPRA, che ancora una volta che non smetteranno di combattere finché non ci sarà la

negoziazione. Sempre nel 59, De Gaulle confida al segretario delle Nazioni Unite che

vuole a tutti i costi far cessare la guerra in Algeria per poter procede a mettere in atto

opere per lo sviluppo economico di quel paese. Inoltre, afferma di voler permettere

all’Algeria di autodeterminarsi. Il 12 agosto De Gaulle chiede l’opinione del suo

consiglio dei ministri. I ministri sono divisi tra tre tendenze. La maggior parte è d’accordo

con Debré, che non vuole introdurre di già uno statuto per l’Algeria, poiché dovrà essere

determinato in seguito dalla popolazione. Un secondo gruppo, di cui fa parte Bacon,

vuole che si riconosca la personalità algerina. Un terzo gruppo, di cui fa parte Soustelle,

sempre favorevole all’integrazione, che non vuole porsi il problema dello statuto. De

Gaulle, in ogni caso, parte per l’Algeria già sapendo cosa dirà, grazie ad un discorso

preparato da Tricot. Si era giunti a capire che l’FLN non avrebbe mai smesso di

combattere di sua iniziativa, e che il conflitto sarebbe durato all’infinito. Il GPRA non

acconsentirà mai alla fine dei combattimenti se non sarà sicuro che la pace li porterà

ad ottenere loro obiettivi. Secondo la nota redatta dal suo collaboratore, De Gaulle

dovrà inoltre consultare gli algerini tramite referendum, per poter accordare uno statuto

all’Algeria. L’indipendenza non dev’essere esclusa tra le soluzioni. Ufficialmente, il suo

viaggio ha per obiettivo un’ispezione militare. In realtà deve assicurarsi della fedeltà

dell’esercito e fargli accettare il principio d’autodeterminazione.

Alla partenza del generale, cominciano a manifestarsi le prime divisioni nell’esercito. Se le

truppe a Oran e a Costantina sono d’accordo con la sua politica, le squadre di Massu

ad Algeri non lo sono per niente. Qual è quindi il senso di combattere? Molti ufficiali

vedono nella pacificazione un certo disprezzo dell’azione militare. Altri pensano che De

Gaulle abbia fatto certe dichiarazioni per soddisfare gli americani. Il 16 settembre 1959 De

Gaulle dissipa ogni equivoco. Dopo aver reso omaggio all’esercito e agli sforzi compiuti

dalla Francia, dichiara necessario il raggiungimento della pace, che sarà effettiva

quando gli attentati non provocheranno più di 200 vittime all’anno. Dopo la pace, ci sarà

un periodo di massimo 4 anni in cui gli algerini dovranno decidere liberamente del proprio

destino, ricorrendo all’autodeterminazione. Ci sono tre soluzioni: la secessione,

francesizzazione, l’associazione. Per lui la secessione porterebbe solo caos politico e

una dittatura dei comunisti. Preferirebbe tuttavia la terza soluzione, la creazione di un

governo algerino creato da algerini, sostenuto dall’aiuto dei francesi. Il discorso

riconosce ufficialmente la personalità algerina, la nazione algerina godrà finalmente del

diritto all’autodeterminazione. L’indipendenza è quindi ormai possibile, anche se De Gaulle

ha descritto uno scenario apocalittico.

Ci sono comunque vari problemi. La pacificazione rischia di durare all’infinito. Sarà

infatti il generale a decidere quando potrà dirsi raggiunta. Vuole inoltre evitare le

negoziazioni col GPRA perché non lo considera il vero rappresentante degli algerini. La

guerra quindi continua. In Francia, intanto, alcuni partiti si sentono rassicurati. L’MRP, i

radicali, l’Unione democratica del lavoro sono totalmente a favore dell’integrazione. Ci

sono invece delle gravi divergenze tra i gaullisti, tra chi è favore dell’integrazione e chi

Rassemblement pour

invece sostiene il generale. Il 19 settembre si crea a Parigi il

l’Algerie française . Il partito chiede delle negoziazioni anche prima del termine

delle violenze. I comunisti accusano inizialmente de Gaulle di abusare del suo potere e di

mandare avanti troppo a lungo questa guerra. All’estero, l’iniziativa viene accolta in modo

positivo. Il presidente USA si dichiara confortato. La Gran Bretagna mostra sostegno alla

Francia. I sovietici non si esprimono. I paesi afro-asiatici restano divisi. Bourguiba rende

omaggio al generale e vuole organizzare a Tunisi una conferenza nordafricana, per far

pressione sull’FLN, per fargli considerare le proposte del generale. Per Guinea e Arabia

Saudita, solo un referendum organizzato dall’ONU potrebbe assicurare una votazione

libera.

In Algeria gli europei liberali sono soddisfatti. Gli attentati dell’FLN aumentano. L’esercito

ammette l’autodeterminazione solo se la Francia continuerà a restare in Algeria, quindi

supportano la francesizzazione. Non vogliono negoziare, perché sembrerebbe una

sconfitta. Il generale Challe dichiara che la lotta contro la ribellione deve intensificarsi,

finché non ci sarà la totale pacificazione. Challe prepara un piano segreto, pensando

che la vittoria contro i ribelli sia la migliore possibilità per la Francia. Vuole principalmente

isolare i ribelli dalla popolazione.

E il GPRA? I ministri si erano ritirati a Tunisi. Bourguiba li pressa per dialogare con la

Francia, Nasser invece li spinge all’intransigenza. Il GPRA si trova davanti ad un

dilemma. Una soluzione consiste nel proseguire la lotta per l’indipendenza, rischiando la

disapprovazione dell’opinione internazionale. L’altra consiste nell’accettare un suffragio

universale in virtù del principio di autodeterminazione. Questo però implicherebbe lo

scioglimento del GPRA perché gli algerini avrebbero scelto il loro statuto da soli. Dunque

pace verrà ottenuta solo

decidono di restare sulle loro posizioni, ovvero la

dopo le negoziazioni tra i due governi. Dunque il GPRA voleva essere riconosciuto

come legittimo. L’unica nota positiva è che l’FLN ha accettato l’autodeterminazione

prima dell’indipendenza. Il governo francese chiede numerose volte un cessate il fuoco.

De Gaulle, a novembre, ripropone le sue offerte di pace. Vuole mettere fine al conflitto.

Infine il 20 novembre il GPRA nomina Ben Bella e i suoi compagni di cella come

interlocutori. Il dialogo non comincia, poiché De Gaulle non accetta le loro condizioni. Le

sue offerte infatti sono dirette soltanto ai combattenti. L’FLN quindi spera nel dibattito

dell’ONU sulla questione algerina, che si terrà il 30 novembre. La Francia considera la

questione un problema di politica interna, su cui l’ONU non ha dunque competenza. Non

vuole fare partecipare la sua delegazione al dibattito. Il 1959 è un altro anno in cui non

si trova soluzione.

A Parigi si forma una opposizione verso la politica del generale. Anche in Algeria, gli

europei e i pieds noir si sentono traditi, perché hanno portato al potere il generale per

ottenere soltanto una politica di integrazione. Vogliono ricordargli che l’appoggio degli

estremisti è stato essenziale per lui. Appoggiate dal RAF (Rassemblement pour l’Algerie

Française), il 3 ottobre 11 associazioni algero-francesi chiedono ai deputati di mettere il

governo in minoranza per costringere il generale ad applicare le loro politiche. Gli

attivisti si riuniscono nei gruppi MP 13, MPIC (mouvement pour l’instauration d’un ordre

corporatiste), l’FNF (FRONT NATIONAL FRANCAIS), l’FNC (FRONT NATIONAL

COMBATTENT) e non limitano le loro ambizioni al mantenimento dell’Algeria francese.

Condannano la 5° repubblica, vogliono instaurare un nuovo ordine nei due paesi e

tramano un nuovo complotto. Oltre agli attivisti, ci sono i movimenti patriottici, che pur

non appoggiando l’abbandono dell’Algeria non vogliono la costituzione di un “nuovo

ordine”. Vogliono appoggiarsi sulle masse musulmane.

Per quanto riguarda Challe, aveva un piano tutto suo: sviluppare gruppi di autodifesa da

affiancare all’esercito ma anche per formare una forza politica coordinata. Parecchi

complotti continuano ad essere escogitati sia a Parigi che in Algeria. È previsto che una

40ina di deputati si dimettano dall’UNR (Unione per la Nuova Repubblica),

evidenziando il loro disaccordo con la politica del governo in Algeria. Ad Algeri, nello

stesso momento, ci saranno attentati, manifestazioni e alcuni liberali saranno minacciati

di morte. Soustelle si presenterà come “arbitro”, mentre il generale dovrà costituire un

governo “Algeria Francese”. Cosa succede, dunque? L’11 ottobre, 9 deputati dell’UNR

danno le dimissioni. II 13, Debré espone all’Assemblea la sua politica algerina a

grandi linee. Vengono annunciate ufficialmente le dimissioni dei 9 membri dell’UNR, e

viene annunciata la dimissione di altri. Le Pen fa sapere che il giorno dopo ci saranno 400

morti ad Algeri.

Il governo ottiene comunque la maggioranza, quindi riesce a trionfare lo stesso. Qualche

ora dopo, Mitterrand, viene quasi colpito da un attentato mentre tornava a casa sua. Ad

Algeri regna la calma, dato che Massu il 13 aveva lanciato un appello al popolo,

Come mai non successe

assicurando loro che l’esercito farà rispettare l’ordine.

nulla? Il complotto non ebbe buon fine grazie ai militari, che giurarono di restare

fedeli a De Gaulle se egli avesse proseguito con la pacificazione; dunque furono messe

in atto delle misure di sicurezza.

Le Barricate : gli estremisti sono di nuovo angosciati, così come gli attivisti che però si

organizzano molto meglio rispetto a quanto avevano fatto prima. L’FNF (Front National

Français) ora è formato da 3000 uomini, che prendono la prima iniziativa nel dicembre

del 1959 quando Bidault arriva ad Algeri, poiché vogliono combattere la politica del

generale. Questi gruppi di attivisti sono supportati dal colonnello Gardes , che supporta

l’integrazione e che ha dichiarato ad Ortiz, capo dell’FNF, che una parte dell’esercito è

pronta a sostenere le loro manifestazioni.

L’anno nuovo in Algeria si apre con l’aumento degli atti terroristici, cosa che fa

arrabbiare gli europei, perché non vedono reazioni dure da parte del potere. Il 18 gennaio

l’affaire Massu

scoppia . Massu si era lasciato andare a delle indiscrezioni con

un reporter, Kempski che registra la loro conversazione. Nella conversazione Massu

afferma che non capisce più la politica del generale, riconosce che l’esercito francese

spinge i coloni a organizzarsi in gruppi paramilitari che li riforniscono d’armi. Lascia inoltre

capire che molti ufficiali non obbediranno ciecamente a De Gaulle. Subito Challe e

Delouvrier cercano di smentire l’intervista. Massu, si rifiuta di farlo e viene convocato a

Parigi. Qui redige una smentita in cui si dichiara fedele a Challe, di cui non si può negare

la lealtà verso De Gaulle. Massu viene rimpiazzato da Crepin. Gli estremisti sono

incolleriti, sia per questo licenziamento che per aver saputo da alcuni deputati (Laradji e

Lariol) che De Gaulle è contro l’integrazione. Temendo l’arrivo di eventi drammatica,

Challe e Delouvrier tentano invano di chiedere il ritorno di Massu, spiegando l’angoscia e

il sentimento di abbandono provato dagli europei in Algeria. Il generale è inflessibile, ma

dichiara comunque ai suoi interlocutori che non avvierà negoziazioni col GPRA e che

verranno creati tribunali speciali per i terroristi. Accorda infine pieni poteri ai due.

Tornati in Algeria, tentano di lanciare un appello per mantenere la calma, ma i movimenti

Ortiz

attivisti sono già pronti ad un nuovo 13 maggio, il 24 maggio. vuole scatenare

una manifestazione per l’Algeria francese, per poi occupare degli edifici pubblici. Egli può

contare sulle truppe dell’FNF e sull’interfederazione delle UT (unioni territoriali).

Lagaillarde vuole occupare le facoltà e costituire dopo qualche giorno di occupazione

un Comitato della salute pubblica. Ortiz vorrebbe comunque ottenere il sostegno

dell’esercito. Il colonnello Gardes gli dice che bisogna approfittare della partenza di Massu

per dare più peso alla manifestazione. Challe ha saputo dei preparativi e in caso di

disordini vuole richiamare la 10° divisione dei paracadutisti per mantenere l’ordine. Si

rischia che essi si alleino con i manifestanti, ma sono il miglior modo per evitare

spargimenti di sangue. Il 24 gennaio, di mattina, le forze dell’ordine hanno l’ordine di

sparare se si scatenano delle violenze contro di loro o per difendere edifici pubblici. Nella

notte vengono mobilitate le UT su ordine di Gardes. Dei volantini inondano la città,

invitando i francesi d’Algeria a riunirsi alle 11 per manifestare contro la politica di

abbandono del governo. Delouvrier tenta con dei comunicati radio di dissuadere la

popolazione. Si riunisce tuttavia una folla di più di 8000 persone. Lagaillarde non ha perso

tempo: dopo aver occupato le facoltà, organizza all’interno un quartier generale e prima

del pomeriggio dispone di 600 uomini, divisi in sei gruppi. Fa poi sapere che sparerà a

chiunque si avvicini a più di 30 metri dall’edificio. Nonostante le precauzioni, Ortiz e

Lagaillarde hanno realizzato i loro piani. La polizia non ha reagito più di tanto, e vari

membri dell’esercito simpatizzano con la manifestazione. Challe convoca Ortiz e afferma

che chiuderanno un occhio sulla manifestazione se si disperderanno senza creare

problemi. Verso le 13, fanno circolare un altro volantino, incitando tutti a combattere e a

dirigersi alla Grande Poste. Ma non sortisce grandi effetti, poiché l’esercito non reagisce.

Alle 14, Ortiz e Gardes decidono di erigere delle barricate che bloccano il centro della

città. Un’ora dopo il generale Costa ordina al colonnello Debrosse di marciare coi suoi

gendarmi fino alla Poste e ordina di non sparare se non vengono attaccati. I gendarmi

vengono accolti con dei proiettili, esplode anche una granata ma senza fare vittime. Alle

18 si inizia a sparare da ogni parte. il fuoco cessa soltanto con l’arrivo dei

paracadutisti condotti da Dufour. Ci sono vari morti e parecchi feriti, e la popolazione

inizia a credere che i gendarmi abbiano sparato su una folla innocua.

Il generale Challe proclama lo stato di assedio e rifiuta di prendersi la responsabilità dei

colpi di fucile sugli insorti, poiché sono stati i manifestanti a sparare sulle forze dell’ordine.

Challe riunisce quindi gli ufficiali con le cariche più alte, che si rifiutano però di assaltare le

barricate. L’unità dell’esercito rischia di rompersi. Challe fa sapere agli insorti che non li

attaccheranno durante la notte. A Parigi, intanto, regna l’incertezza. De Gaulle, in tv,

preme affinché si ristabilisca l’ordine in Algeria. Gli insorti non gli danno ascolto, anzi

le barricate sembrano segno di sfida contro il suo potere. Sarà dunque Delouvrier che

dovrà far tornare l’ordine, con qualunque mezzo, entro la mattina seguente, secondo gli

ordini del generale. Malgrado questi ordini, non si vuole per ora ricorrere alla violenza. Di

notte, comunque, Challe fa piazzare un cordone di sicurezza attorno alla città. Tuttavia, i

paracadutisti fanno passare degli insorti che portano rifornimenti (anche di armi), da altre

città. Il lunedì mattina, la folla invade di nuovo il centro città, c’è uno sciopero generale e i

francesi algerini arrivano a migliaia verso le barricate. Gli insorti vogliono far credere alla

popolazione che l’esercito è dalla loro parte. l’esercito deve intanto tollerare questa

situazione di illegalità. A Parigi si discute, cercando di capire se è il caso di usare la

forza. Alcuni, come Malraux, sono a favore della repressione, degli arresti e dello

scioglimento delle UT. Soustelle propone di entrare in contatto con gli insorti. Debré si

propone per andare in Algeria a verificare la situazione. Vuole evitare la guerra civile e una

scissione nell’esercito ma sa che il generale non rinuncerà all’autodeterminazione, che

vuole concedere al popolo. I generali/gli ufficiali fanno capire al primo ministro che se non

verrà abbandonato il principio di autodeterminazione, il generale dovrà pronunciarsi a

favore della francesizzazione . Anche gli eletti d’Algeria gli presentano le stesse

rivendicazioni. Tornato a Parigi, è convinto che la ribellione coinvolgerà anche l’esercito. È

riuscito a tenere testa ai colonnelli, ma vorrebbe dimettersi. De Gaulle glielo impedisce

ma lo autorizza a fare una dichiarazione per rassicurare i pieds noir: Lo sforzo che la

nazione sostiene in Algeria prova che vuole restare su questa terra francese. Il 26 si

svolge una manifestazione di solidarietà per le vittime. I capi dell’insurrezione intanto

vorrebbero estendere la ribellione ma diventa per loro impossibile occupare gli edifici

pubblici come avevano sperato. Riescono però a creare una radio ribelle, Radio- I

Lagaillarde. Vengono inoltre fatti uscire di prigione i condannati per l’affaire du bazooka.

ribelli vogliono dimostrare la volontà degli algerini a rimanere francesi,

costringendo De Gaulle a ritirare la proposta di autodeterminazione . A

Parigi, 11 parlamentari si dichiarano contro la politica del generale e a favore degli insorti.

Anche i militari, il giorno dopo, sembrano sostenere i pieds-noir. Mercoledì 27 lo sciopero

prosegue, la folla raggiunge nuovamente le barricate. Gli uomini di Ortiz e Lagaillarde

non hanno intenzione di uscire; i soldati non sembrano voler attaccare. I colonnelli tentano

di convincere Challe ad unirsi alla loro causa, a ricreare un nuovo 13 maggio. De Gaulle

manda il generale Ely da Challe per rassicurare gli ufficiali: non negozierà con l’FLN,

vuole inoltre trovare una soluzione il più francese possibile e dà all’esercito il compito di

ristabilire l’ordine senza spargimenti di sangue. A Parigi ci si stupisce per la passività delle

forze dell’ordine, mentre l’ambasciatore americano fa sapere che il presidente de Gaulle

potrà contare sull’aiuto dell’esercito americano in caso di colpo di stato.

28 gennaio : Gli insorti non hanno alcun sostegno a Parigi, quindi contano su quello

dei musulmani. Gli attivisti sperano nell’operazione Casbah. I musulmani vengono invitati

ad unirsi alle barricate nella giornata di giovedì. Soltanto qualche decina di musulmani si

presenta, anche perché gli ufficiali che controllano la Casbah hanno incitato alla prudenza

gli algerini. Un’altra delegazione dalla Casbah si presenta al cospetto di Delouvrier per

avere l’autorizzazione ad organizzare una manifestazione in onore di de Gaulle. Onde

evitare altri scontri, Delouvrier rifiuta. Durante la giornata, una 50ina di bambini arabi corre

per le strade, urlando “Algeria araba! Abbasso Massu!”. Le speranze per una

fraternizzazione con gli algerini nutrite dai ribelli si infrangono e tra gli insorti il morale è

basso. Ancor di più quando si viene a sapere che Challe e Delouvrier si sono rifugiati a

30km ad est di Algeri per non ritrovarsi coinvolti nell’insurrezione. Challe ha lasciato

istruzioni precise ai soldati, anche sapendo che erano dalla parte degli insorti. Delouvrier

pronuncia un discorso in cui cerca di far comprendere la situazione dei pieds noir a Parigi,

invitando comunque gli insorti a desistere dai loro progetti, poiché non ci sarà un altro 13

maggio, non ci sarà un altro De Gaulle a sostituire il generale.

L’esercito si ritrova davanti ad una scelta: andare contro la metropoli e rischiare una

guerra civile o seguire gli ordini? L’esercito resta fedele agli ordini impartiti da Challe. Il

29, si attende il discorso di De Gaulle. Egli si rivolge ai francesi d’Algeria e all’esercito.

Afferma di non voler modificare la sua politica e condanna entrambe le comunità: i ribelli

algerini che non vogliono cessare il fuoco prima di aver negoziato (cosa che lui rifiuta) e i

francesi che non ammettono l’autodeterminazione (unica soluzione possibile, per lui).

Pone dunque i ribelli francesi sullo stesso piano di quelli algerini. Poi si rivolge ai militari,

ricordando loro che devono mettere fine alla ribellione e occuparsi della pacificazione;

inoltre, nessun soldato deve associarsi all’insurrezione. Sono quindi richiamati all’ordine. Il

potere non ha ceduto, i ribelli hanno ormai ben poche speranze, dato che anche l’esercito

è probabilmente stato convinto dal generale. Il 30 arrivano dei messaggi che dichiarano la

fedeltà dell’esercito a Delouvrier. Bisogna bloccare le barricate, anche se i capi della

ribellione cercano di resistere. La popolazione va in aiuto all’esercito, la barricata cede.

In radio viene chiesto alla gente di tornare a casa. Chi vuole andarsene è libero di farlo. La

sconfitta è vicina, e Ortiz e i suoi uomini decidono che lo sciopero terminerà il 1°

febbraio. Lagaillarde invece non si arrende. Con dei composti chimici presenti

all’università che sta occupando, minaccia di poter far saltare in aria mezza città. Gli ordini

ricevuti da Parigi non prevedono discussioni con gli insorti, bisogna ottenere una resa. Il

31 il colonnello Godard tenta di negoziare con Lagaillarde, ma invano. Viene dunque

circondato da due reggimenti con carri armati. Pensando che se si arrende verrà fucilato,

Ortiz preferisce fuggire senza avvisare gli altri. Tra la domenica e il lunedì il colonnello

Dufour consegna a Lagaillarde le condizioni per la resa: dovrà uscire con i suoi uomini e

verrà consegnato al governo. Alle 11 del 1° febbraio si arrende, seguito dai suoi uomini.

VERSO L’ALGERIA ALGERINA : per la prima volta il potere non ha ceduto

davanti agli estremisti. Intanto De Gaulle, anche se supportato dal consenso popolare

riguardo alla politica d’autodeterminazione, deve fare i conti con l’esercito diviso/stanco

e i pieds noir traumatizzati per la sconfitta. Il 2 febbraio, il Parlamento in sessione

straordinaria, accorda poteri speciali al generale, per l’amministrazione e la giustizia. Il

generale vuole apporre modifiche ai ministri. Rifiuta le dimissioni di Debré, ma Soustelle,

ad esempio, lascia il governo. Messmer diventa ministro dell’esercito. Il 13 febbraio 1960

viene creata una nuova istituzione: Comitato per gli affari algerini. Il potere decisionale

riguardo all’Algeria è detenuto dal generale. Bisogna stabilire l’ordine e mandare direttive

direttamente da Parigi, sostituire il potere militare con quello civile. Vengono reintrodotti i

prefetti.

Nonostante la sconfitta, gli estremisti non si sono dati per vinti. Dei volantini

annunciano delle nuove insurrezioni contro il potere. Comunque, l’incarcerazione di

Lagaillarde e il mandato di arresto per Ortiz sono solo l’inizio di una serie di arresti che

coinvolgeranno gli attivisti. Le organizzazioni attiviste sono sciolte, così come le UT.

Dunque si cerca di ristabilire l’ordine, così da poter aprire un dialogo coi ribelli algerini. Il

17 febbraio Abbas, in un appello agli Europei d’Algeria dichiara che l’Algeria è patrimonio

di tutti, a prescindere dall’origine e che ci sarà posto per tutti. Sembra quasi rinunciare alla

negoziazione sullo statuto per l’Algerina, poiché l’FLN teme una divisione del paese. Il 29

febbraio, in un altro discorso, ammette che il riconoscimento del diritto

all’autodeterminazione è già un passo avanti verso la risoluzione del conflitto.

De Gaulle, in ogni caso, vuole prendere contatti diretti con i combattenti. Il generale

quindi si reca nelle zone più “burrascose”, anche per rassicurare l’esercito. Non si rivolge

però ai militari delle città “troppo politicizzati”, ma ad ufficiali, sottoufficiali e soldati

semplici. Cerca di rassicurarli e di dare un senso ai loro combattimenti, dice che la guerra

dev’essere vinta dall’esercito francese e che gli Algerini otterranno ciò che vogliono solo

dopo molto tempo. Dice loro che la francesizzazione non è una soluzione, ma

nemmeno l’indipendenza, e quindi la secessione, totale dalla Francia. Propone

un’Algeria algerina legata alla Francia . A tutti, soprattutto a Parigi, sembra

che il generale abbia fatto un passo indietro, e che sia in balìa dell’esercito. Neanche la

destra è soddisfatta, ma lo slogan “Algeria algerina legata alla Francia” viene fatto

circolare, così come l’offerta di un cessate il fuoco per poter poi negoziare. I pieds noir

sono allarmati, e il GPRA mantiene sempre lo stesso atteggiamento. Ad Abbas sembra

che de Gaulle abbia dichiarato guerra agli algerini. Ormai il GPRA continuerà a lottare fino

a che non avrà l’indipendenza. L’FLN cerca di internazionalizzare il conflitto. Viene inviata

quindi in Cina una missione condotta da Krim Belkacem, Boussouf e Ahmed Francis. Mao

accoglie gli algerini, giustifica la loro guerra di liberazione e li convince a proseguire la

lotta. La Cina promette armi e denaro all’FLN. I sovietici ancora non riconoscono

ufficialmente il GPRA ma approvano il sostegno dato dalla Cina.

Parte dei giovani francesi non accetta il proseguimento del conflitto. Si strutturano quindi

delle reti di sostegno per l’FLN. In Algeria intanto gli attivisti continuano a far circolare

volantini accusando De Gaulle di tradimento e invitando gli europei a organizzare una

resistenza contro la politica di abbandono. Sognano ancora un 13 maggio, anche se i

soldati sono fedeli al potere.

Per creare un’Algeria Algerina legata alla Francia, il governo francese intende piazzare

nazionalisti algerini nelle istituzioni

dei . L’esercito dunque prepara le elezioni

municipali, sperando proprio in questo. L’esercito fa propaganda contro l’astensionismo.

Accettano di non forzare le loro volontà sugli elettori. Significativo è il fatto che gli Algerini

non si astengono dal voto come aveva ordinato l’FLN, tanto che le liste dell’UNR

superano in voti quelle a sostegno dell’Algeria francese, a parte ad Algeri. Ora che buona

parte del popolo algerino confida nel generale, si può negoziare? De Gaulle ripropone la

sua offerta, anche se le comunicazioni tra Francia e FLN, benché segrete, non si sono mai

interrotte, poiché degli emissari fanno la spola tra Parigi e Tunisi.

all’affaire de la wilaya 4°

Grazie sembra possibile una trattativa tra il generale ed

una parte dei ribelli. Nel marzo 1960 molti rappresentanti della 4° wilaya si erano rivolti

al giudice di Medea poiché volevano mandare un messaggio alle più elevate autorità

francesi. Volevano discutere direttamente le condizioni per un cessate il fuoco. De Gaulle

viene messo al corrente. Tricot e il colonnello Mathon vengono incaricati di recarsi a

Medea e prendere contatto con i capi combattenti. I ribelli volevano negoziare un

cessate il fuoco e manifestarono il loro malcontento verso il GPRA che non si

rendeva conto dei problemi dei combattenti. Non volevano però distaccarsi dagli altri

combattenti, perciò avevano chiesto di poter circolare liberamente in Algeria per prendere

contatti con loro e manifestarono inoltre il desiderio di incontrare Ben Bella per ottenere un

rilascio su cauzione. Venne loro accordata solo la libertà di circolare. A maggio

riprende il dialogo tra questi combattenti e i francesi. Chiedono nuovamente di incontrare

Ben Bella, e il ripetuto rifiuto rischia di inclinare le relazioni coi francesi. Tricot dunque

decide di far loro incontrare, al posto di Bella, un’autorità francese, se non De Gaulle

stesso. Il generale accetta e il 10 giugno del 60 si incontrano nell’ufficio del presidente. Gli

spiegano che non possono prendere contatti con l’intero ALN ma che vorrebbero

incontrare la terza wilaya a Cabilia e potersi recare a Tunisi per discutere col GPRA.

Gli viene concessa solo la prima richiesta, ma il generale promette di far arrivare ai

dirigenti FLN il loro messaggio. De Gaulle ribadisce che rinnoverà la sua offerta di

trattative riguardo all’autodeterminazione. Soddisfatti, i ribelli tornano a Medea

accompagnati da Tricot, per negoziare una tregua coi soldati che permetterà loro di

contattare l’altra wilaya.

Rassicurato dai risultati delle elezioni municipali, rassicurato dal fatto che una parte dei

ribelli voglia negoziare il cessate il fuoco e sapendo che il GPRA è al corrente delle

trattative, il generale ha buone possibilità di essere ascoltato dai dirigenti dell’FLN. Dunque

nel discorso del 14 giugno rinnova la sua proposta riguardo all’autodeterminazione,

si fa garante della libertà delle consultazioni, che si terranno alla fine dei

combattimenti, e lancia infine un nuovo appello all’FLN, dichiarando di essere in attesa di

trovare insieme una soluzione per porre fine ai conflitti, regolare la destinazione delle

armi e assicurarsi del destino dei combattenti. Il 18 giugno viene deciso tra Tricot e i


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Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in teoria e traduzione specialistica
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher annam-90 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Cultura francese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Majorano Matteo.

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