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Storia della letteratura araba classica

Introduzione

È certo che l’arabo costituisse il principale strumento di coesione per i popoli abitanti la penisola araba, la Siria e l’Iraq meridionale, e grazie alla rivelazione coranica, assunse un aggiuntivo valore mitico contrapponendosi alle lingue di popolazioni non arabe. Con l’arabizzazione esse furono in grado di parlare la lingua e scrivere opere letterarie e scientifiche, contribuendo allo sviluppo della letteratura araba, tale perché scritta in arabiyya.

Tuttavia non ci è permesso sapere con assoluta certezza quale fosse la lingua del Profeta e quale quella del suo popolo; ma sappiamo, grazie ad alcune epigrafi ritrovate nella penisola araba, in Siria e nel basso Iraq, che l’arabo, inteso come un insieme di idiomi regionali o tribali dotati di una stessa struttura, esisteva già nel I millennio a.C.; esso era parlato da popolazioni sia nomadi che sedentarie che convivevano con popolazioni linguisticamente diverse da cui presero l’alfabeto. Motivo per cui fino al 4° a.C. le iscrizioni arabe trovate hanno caratteri nabatei, nordarabici e sudarabici. Oltre a queste epigrafi, non vi sono altri testi poiché la società era prettamente orale e la scrittura era poco utilizzata.

Solo dal 5° secolo, gli arabofoni della Siria e del basso Iraq iniziarono ad usare un alfabeto arabo arcaico al posto dell’aramaico-nabateo. Ad ogni modo, le basi della letteratura araba furono composte e trasmesse oralmente fino all’8° secolo, quando poi venne messo tutto per iscritto.

È molto accreditata la supposizione secondo cui gli Arabi dell’epoca preislamica, sia nomadi che sedentari, parlassero, oltre ai vari dialetti, una lingua “franca” che gli permettesse di comunicare e commerciare tra di loro. Durante questo periodo la poesia assunse un ruolo sociale e culturale, essendo recitata in presenza della tribù del poeta e in particolari momenti di aggregazione. Si sarebbe trattato quindi di una koiné, una lingua comune che si impose su una preesistente pluralità di lingue affini, diffusa in Arabia centrale e orientale. Secondo alcuni studiosi, essa sarebbe stata una costruzione artificiosa, mentre secondo altri, sarebbe stata un vero e proprio registro linguistico più alto dell’arabo colloquiale, compreso da Arabi sedentari e nomadi.

È probabile che la koiné di cui si parla abbia avuto come nucleo centrale un gruppo di dialetti delle regioni orientali dell’Arabia o un unico dialetto arabo che si impose sugli altri. È anche valida l’ipotesi secondo cui Muhammad facesse uso di questa koiné per recitare la sua rivelazione che, in quanto parola di Dio, richiedeva un registro linguistico elevato e particolare.

Il Corano fu messo per iscritto nel 653 circa, divenendo elemento fondante ed unificante della lingua e società araba. Si verificò anche l’arabizzazione delle popolazioni non arabe conquistate, costrette a imparare la lingua per comunicare con l’amministrazione statale o con i loro padroni.

Alcuni documenti arabi su papiro dell’800 mostrano numerose variazioni morfologiche e sintattiche, così è possibile supporre che cristiani ed ebrei facenti parte della dar al-Islam parlassero un arabo non particolarmente colto; mentre le classi colte delle popolazioni conquistate, in particolare quelle iraniche, erano molto più attente ad un uso corretto della lingua. Tutto ciò fece sì che esistessero diversi registri linguistici a seconda delle classi sociali, del contesto e delle situazioni, tutto all’interno della società dell’8° secolo.

Fino alla metà del 9° secolo, chi lavorava nell’amministrazione o aveva a che fare con attività intellettuali era interessato a parlare un arabo colto, mentre a partire dal 10° secolo, contemporaneamente alla crisi del califfato e dell’unità politica, l’arabo non si parlava più nella corte e negli ambienti colti. Nelle regioni orientali della dar al-Islam si iniziò a scrivere in persiano e in turco e l’arabo subì due diramazioni: il suo uso orale veniva relegato a occasioni particolari; quello scritto invece era usato dall’élite sia araba che non araba.

La lingua parlata dalla popolazione del mondo islamico era tuttavia molto diversa da quella scritta appresa a scuola, nell’11° secolo.

L’epoca preislamica o Jahiliyya

Il termine Jahiliyya fa riferimento al periodo compreso fra 5° e 6° secolo prima dell’avvento dell’Islam. Il termine è tradotto come epoca delle barbarie o epoca dell’ignoranza di Dio e del messaggio coranico. È stato possibile dividere la popolazione della penisola araba in due grandi gruppi, in cui poi vanno ad inserirsi diverse tribù e sotto-tribù:

  • Sedentari, con un’economia agricola, propria del sud. Questo primo gruppo ha come suo antenato un personaggio di nome Qahtaan; ad esso appartenevano le tribù meridionali o yemenite. Vengono dette muta’rriba, cioè popolazioni non arabe in origine, ma assimilate agli Arabi.
  • Nomadi, con un’economia pastorale, propria del nord. Questo secondo gruppo ha come antenato un personaggio di nome ‘Adnaan e comprendeva le tribù settentrionali, in cui rientravano i discendenti di Ismaele, e quindi anche i Quraysh. Vengono dette musta’riba, cioè arabizzanti.

Tuttavia queste ricostruzioni vennero fatte in epoca islamica e studiate accuratamente così da far risaltare certi legami o certe affiliazioni. Gli Arabi prima dell’Islam erano presenti nella penisola, in Siria e Mesopotamia, l’odierno Iraq. Vi erano poi due diverse strutture, le tribù dei nomadi e le città dei sedentari che comunque prendevano come base la tribù. La Mecca era un agglomerato di tribù sedentarie.

Nel vicino Oriente vi erano due grandi potenze:

  • L’impero sasanide, i cui alleati erano una delle due monarchie arabe, cioè i Lahmidi dell’Iraq meridionale. Essi erano una tribù sedentarizzata con capitale al-Hira, sulle sponde dell’Eufrate. I Sasanidi gli permettevano di riscuotere le tasse ma in cambio dovevano proteggere la frontiera orientale dell’impero iranico contro i nomadi e i Bizantini. Inoltre questa linea di frontiera, che andava dall’Iraq alla costa del Golfo Persico fino all’Oman, era la via del commercio con il sud dell’Arabia.
  • L’impero bizantino, i cui alleati erano invece i Ghassanidi, nemici storici dei Lahmidi. Essi erano di origine sudarabica e si erano stabiliti in Siria, alleandosi con i Bizantini dal 502. Erano seminomadi e si spostavano stagionalmente in sedi fisse, urbanizzando a mano a mano il territorio siriano.

Al commercio delle carovane erano connesse anche le tribù nomadi e quella di alcune città, come la Mecca, guidata dalla tribù sedentaria dei Quraysh e situata lungo la costa del Mar Rosso. Essa incrementò nel 6° secolo, quando divenne luogo di passaggio delle carovane che trasportavano merci fra l’Arabia meridionale e il Mediterraneo e anche importante luogo di culto per la presenza della Ka’ba, un tempio in cui si adoravano molte divinità.

Le popolazioni arabe sedentarie avevano stabilito un equilibrio precario con le tribù nomadi, i cui territori andavano dall’Eufrate alle coste della penisola araba.

I beduini, i badw (gli abitanti del deserto), erano organizzati in gruppi più o meno grandi che prendevano nome da un eponimo di cui si consideravano figli (banuu). Essi erano uniti da legami familiari più o meno veritieri e la loro vita era scandita dal ritmo delle stagioni, con periodi di incontro e separazione delle tribù, legate anche da vincoli di sangue o di interesse. Esse erano poi guidate da un capo, sayyid, scelto per saggezza, generosità, eloquenza e coraggio, secondo gli usi della Jahiliyya, basati sul rispetto delle tradizioni. Il mancato rispetto di queste da parte della collettività prevedeva delle conseguenze, come guerre, scontri o giornate campali; se invece era il singolo a commettere atti illeciti, questo veniva allontanato, messo al bando ed era possibile ucciderlo. Considerato un vagabondo, per sopravvivere doveva cercare rifugio presso altre tribù o presso altri esuli.

Il contesto culturale

Le varie tribù arabe erano divise in cristiane, ebree e politeiste. Il Cristianesimo si era diffuso in Arabia soprattutto meridionale, mentre l’Ebraismo si era diffuso a partire dal I secolo d.C. dopo la diaspora nello Yemen presso i nomadi e a Yatrib.

La vita degli arabi era scandita dal movimento tribale e commerciale che favoriva occasioni di incontro, nelle città, nei mercati, negli accampamenti, per diversi tipi di motivazione, da quella sociale a quella economica. I gruppi nomadi si riunivano nei periodi di primavera e abbondanza della pioggia, o in occasioni di feste religiose o fiere. Molte di esse si tenevano alla Mecca, uno dei più importanti centri commerciali e religiosi del politeismo arabo.

Un'altra importante fiera era quella di ‘Ukaaz, durante la quale vi erano alcune manifestazioni, come la recitazione di versi e concorsi fra poeti.

Altro luogo di incontro, stavolta tra mondo bizantino e arabo, era la corte ghassanide, che con le sue ricchezze dovute al controllo delle vie carovaniere, attirava molti poeti. Al-Hira invece era un punto di contatto tra la cultura iranico-manichea e quella aramaico-cristiana e il mondo arabo.

Questo mondo arabo preislamico, pur così fortemente diversificato, aveva una sostanziale unità che derivava dall’organizzazione tribale. Inoltre, l’uso della nomina del capo della tribù o del consiglio della città, il diritto che i capi facevano rispettare, il senso dell’onore, dell’individualismo, la solidarietà e il senso dell’ospitalità erano tutti valori arabi, a prescindere dalla sedentarietà o meno.

Erano molto prestigiosi, in questa struttura sociale, coloro i quali erano in grado di manipolare il linguaggio, riuscendo a convincere i propri ascoltatori e creando qualcosa che prima non c’era. In questa categoria rientravano indovini, maghi, oratori e poeti. Tuttavia non è possibile stabilire con precisione le rispettive mansioni e caratteristiche.

In particolare infatti, tra oratori e poeti la differenza non doveva essere molto netta, considerando che entrambi erano portavoce della propria tribù. I poeti godevano di una considerazione superiore perché erano coloro i quali venivano ispirati da un jinn (uno spirito invisibile e capriccioso che interferiva nel bene o nel male nella vita degli uomini) e quindi in grado di collocare le parole in rima all’interno di un sistema metrico complesso; l’oratore invece utilizzava una prosa ornata.

Nei luoghi di culto gli indovini distribuivano oracoli con corte frasi ritmate e rimate, saj’, che si ritiene siano alla base della metrica araba. Nelle riunioni, i capi tenevano dei discorsi pubblici, hutba, nelle fiere si raccontavano vicende storiche o mitiche legate al vicino Oriente, e in ogni occasione si recitavano versi, la forma letteraria prediletta della Jahiliyya.

La produzione poetica e i poeti

I poeti della Jahiliyya esaltavano le virtù arabe, quali la saggezza, il coraggio, il senso dell’onore, l’ospitalità e la generosità, dando alla realtà un valore poetico ed estetico che è rimasto nell’immaginario arabo per secoli, costituendo le fondamenta della lingua e dell’estetica araba. La società preislamica era a tradizione orale, di conseguenza il poeta, sha’ir, era colui il quale era in grado di cogliere la realtà nelle sue molte sfaccettature e di creare, grazie al dono della parola, un mondo che prima non esisteva. La poesia assumeva dunque una doppia valenza: da un lato temibile perché la sua fonte erano i jinn, dall’altro misteriosa perché in grado di formare delle immagini e sensazioni in grado di durare nel tempo.

Ad ogni modo, l’oralità deve essere concepita non come un’assenza di scrittura, ma come un modo differente di comporre e conservare dei versi e presentarli al pubblico. Un testo orale era dunque dotato di alcune caratteristiche che aiutavano il poeta nella composizione e il pubblico nella ricezione, quali la ripetizione di formule stereotipate, di suoni, la presenza di un vocabolario convenzionale e codici retorici.

Inoltre, niente di tutto ciò era improvvisato: il poeta era dotato di una griglia di elementi e formule fissate dalla tradizione a cui apportava il proprio contributo. Le sue scelte stilistiche e contenutistiche erano dettate dalla natura del pubblico, che poteva essere rappresentato da nomadi di altre tribù, dagli abitanti delle città o dalle corte lahmide o ghassanide, e dalla disposizione d’animo dell’auditorio. Di conseguenza, vi era un interscambio che permetteva al poeta di adattare il proprio testo in base alle diverse esigenze, grazie al fattore dell’oralità. Ciò spiegherebbe la presenza di diverse versioni della stessa poesia.

Il compito dei poeti tribali era quello di conservare la memoria storica della tribù, interpretare la dura realtà e difendere i diritti tribali. La loro era anche una funzione politico-sociale in cui la lode della tribù coincideva con la lode di sé stessi e la lode del capo, sayyid, si configurava con la lode della tribù. Alcuni dei poeti tribali più importanti sono: ‘Abiid ibn-alAbrasa, al-Haarit ibn Hilliza, ‘Amr ibn Kultuum, Imru’ l-Qays, ‘Antara, Tarafa, an-Naabiha ad-Dubyanii.

Altri poeti di cui occorre ricordarsi sono i cosiddetti poeti itineranti, coloro i quali per aver compiuto qualche crimine, venivano allontanati dalla tribù e costretti a vagabondare. Alcuni nomi sono: as-Shanfaraa e Ta’abbata Sharran. Essi facevano affidamento sulla propria capacità di sopportazione e sul proprio coraggio accompagnati da povertà, solitudine, il deserto e il senso della morte sempre presente perché affidati ad una vita precaria.

Grazie agli storici arabi dell’epoca seguente sappiamo che ogni poeta era accompagnato da un trasmettitore professionista, il cui compito era quello di imparare a memoria i versi del poeta e recitarli anche dopo la sua morte, in modo da diffondere la sua poesia. Oltre a questi “professionisti”, vi erano anche membri delle tribù depositari del patrimonio poetico collettivo, in grado di recitare anche i versi dei poeti delle tribù nemiche. Questi trasmettitori, raawii, finivano con il diventare loro stessi poeti.

Dall’8° secolo in poi si diffusero studi grammaticali e filologici atti a stabilire la giusta lettura del Corano, ma si occuparono anche di raccogliere e scrivere una grande quantità di materiale poetico che rappresentava l’unica attestazione linguistica precedente. Questi trasmettitori e filologi ricercarono anche le cause delle diverse versioni di una stessa poesia, delle occasioni che l’avevano causata, introducendo le diiwaan, le antologie di cui oggi ci serviamo.

Il problema dell’autenticità raccoglie una serie di aspetti, quello di insieme, quello delle singole poesie e dei singoli versi a cui si affianca anche la questione riguardante la paternità delle opere e i problemi linguistici ed espressivi sorti nel momento in cui si trascrisse ciò che fino ad allora era stato trasmesso oralmente.

Le composizioni poetiche nella Jahiliyya

Secondo gli autori iracheni del 9° secolo, nella Jahiliyya le composizioni poetiche erano prettamente due:

  • Rajaz; con esso si intende un metro inventato da Ma’add ibn ‘Adnaan e la poesia su di esso costruita, caratterizzata da pochi brevi versi con un ritmo e una musicalità particolari dati dalla presenza frequente della rima, sempre uguale per tutta la composizione, secondo l’uso della poesia araba classica. Inizialmente era assimilato al saj’, forma di prosa ritmata e rimata, per poi divenire il metro di espressioni popolari, o di brevi componimenti, quali l’invettiva contro gli avversari e la dichiarazione prima di uno scontro delle proprie generalità e della propria forza, atta a intimorire l’avversario.
  • Secondo alcune ipotesi i versi di lode, madiih, e di invettiva, hijaa, sarebbero stati il nucleo centrale da cui ebbe origine la composizione di poesie più complesse. A queste brevi poesie, qit’a, monotematiche sarebbero stati aggiunti altri temi, così da arrivare alla qasida, poesia molto più complessa.

Essa è tipicamente composta da due versi divisi in due emistichi nei quali spesso il secondo dipende sintatticamente dal primo; inoltre, entrambi gli emistichi terminano con la stessa rima, costruiti secondo una metrica quantitativa, basata su combinazioni vocaliche e consonantiche, e formati da una serie di piedi e di metri diversi il cui ritmo è dato dall’alternanza di sillabe brevi e lunghe.

I temi della qasida sono stati classificati da Ibn Qutayba nel suo Kitaab ash-sh’rwa’sh-shu’araa (Il libro della poesia e dei poeti) e si dividono in:

  • Nasiib, il preludio; in esso si intrecciano i motivi della donna amata e dell’amore passato con la visione dei resti di un accampamento abbandonato, atlaal, dove tempo prima il poeta si era innamorato. In questo tema l’elemento dominante è il mondo nomade. Sono dunque versi di nostalgia di un passato idealizzato che però assume uno spessore realistico grazie alla presenza di riferimenti specifici ad avvenimenti e luoghi. Il ricordo è un tema che permea tutta la qasida e non si ferma all’amore, ma continua verso il viaggio nel deserto e la natura circostante, verso la vita del poeta e della tribù, così come quella dei capi o del re a cui il poeta si rivolge.
  • Ghazal, poesia d’amore;
  • Madiih, l’elogio;
  • La qasida preislamica si configura come una catena descrittiva di situazioni, luoghi e sentimenti.
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-OR/12 Lingua e letteratura araba

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher morreale.9 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Cultura e Letteratura Araba I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Catania o del prof Licitra Ilenia.
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