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Riassunto esame Cultura e Letteratura Araba I, prof.ssa Licitra, libro consigliato Storia della Letteratura Araba Classica, Daniela Amaldi Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Cultura e Letteratura Araba I, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Licitra: Storia della Letteratura Araba Classica, Amaldi. Gli argomenti trattati sono i seguenti: L'epoca preislamica; l'epoca del profeta Muhammad; l'epoca dei califfi ben guidati e degli Omayyadi; La prima epoca abbàside e la supremazia culturale... Vedi di più

Esame di Cultura e Letteratura Araba I docente Prof. I. Licitra

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poetica, religiosa e politica, divenne anche lingua scientifica e filosofica e il mezzo tramite

cui arrivare ad una concezione universale della conoscenza.

La funzione di mecenati che tanto aveva interessato l’epoca Omayyade, continuò e crebbe

in epoca abbaside. Difatti, i nuovi califfi appoggiarono poeti e letterati, ma anche teologi,

scienziati, favorendo lo studio delle scienze filologiche e della tradizione letteraria. Non

solo califfi e principi, ma anche altri personaggi potenti a livello economico e sociale,

assunsero il ruolo di mecenati. Spesso i califfi presiedevano delle sedute che potevano avere

motivazioni diverse, da quelle di ordine ufficiale a quelle di tipo culturale, passando per

occasioni allegre, in cui l’atmosfera era più colloquiale. Il letterato o uomo di studi che

venisse ammesso a queste riunioni, poteva subire ammirazione e quindi divenire oggetto di

premi e ricompense, oppure poteva non essere più apprezzato e quindi cadere in disgrazia,

mettendolo dunque in una posizione difficile, alla mercé dei favori del mecenate.

L’amministrazione in questo periodo era in mano ai katib, i quali erano legati al califfo o ad

un alto funzionario, e avevano grandi poteri, tanto da avere un grande peso nella gestione

dell’amministrazione, delle finanze e della giustizia. Di questa categoria sociale poteva far

parte chiunque avesse la preparazione e la cultura adatte a svolgere questo tipo di attività.

Essi ebbero inoltre un importante ruolo nello sviluppo della letteratura araba, sia da scrittori

che da lettori. Infatti alcuni di essi si dedicarono alla scrittura di epistole, testi storici e

geografici, così come quelli poetici, e grazie a loro non solo si ebbero alcuni degli

intellettuali più importanti dell’epoca, come Ibn al-Muqaffa’, ma si ebbe anche

l’affermazione di una produzione letteraria arabo-islamica in cui si fondevano temi presi

dalla tradizione araba e dalle tradizioni facenti parti dei territori compresi sotto il dominio

islamico. Inoltre i katib costituirono anche il pubblico per il quale venivano scritte opere di

intrattenimento e testi didattici utili alla formazione tecnico-amministrativa e matematica,

essenziale per entrare a far parte di questa categoria.

Molti katib erano mawlaa divenuti colti uomini di lettere, poeti e scrittori. I mawlaa infatti,

grazie al peso avuto nell’affermazione del potere abbaside, entrarono sempre di più a far

parte della società islamica in ogni suo aspetto in maniera paritaria con gli Arabi, in nome

della shu’uubiyya, un movimento che inizialmente affermava l’uguaglianza di tutti i

musulmani e che poi arrivò ad asserire la superiorità dei non-Arabi sugli arabi. Essi tuttavia

non misero mai in discussione la superiorità dell’arabiyya, importantissimo mezzo

espressivo del mondo, capace di cambiamenti e nuovi sviluppi. Tuttavia la presenza di

popolazioni iraniche e turche, le quali continuavano ad usare le loro lingue accanto

all’arabo, fu la causa della deviazione delle norme grammaticali, come quella dell’i’raab, la

flessione del nome e del verbo, che portò a numerosi errori e sollecitò la redazione di alcuni

manuali di nozioni necessarie per scrivere in modo corretto, indirizzati soprattutto ai katib.

La produzione poetica e i poeti. La società formatasi in questo periodo non apparteneva più

agli Arabi, ma all’arabo, la lingua in cui tutta la classe colta del califfato, anche coloro i

quali erano di origine iranica, si esprimeva e scriveva. Proprio gli iranici furono portatori di

tradizioni e canoni diversi che influenzarono profondamente l’Islam.

I poeti e i letterati erano ormai perfettamente integrati all’interno della vita urbana e califfale

e quindi in grado di seguire i nuovi orientamenti che spesso si sviluppavano in correnti

opposte, in un periodo dominato dall’affermazione della prosa e della scrittura. Mentre

alcuni poeti dell’epoca abbaside si dedicarono ad esaltare i potenti, altri si interessarono ai

piaceri della ricca società, misti ad emozioni fra cui il distacco dalla vita e le esperienze

spirituali e mistiche. I poeti professionisti avevano il compito di soddisfare le richieste del

califfo e dei mecenati, portando avanti soprattutto una propaganda a favore del potere

centrale e recitare versi in occasioni particolari che interessavano la vita del governo. Inoltre

essi stessi erano partecipanti della vita mondana e artistica della corte, che dovevano

intrattenere. Spesso gli veniva richiesto di comporre versi all’impronta, creando brevi

frammenti descrittivi.

In questo contesto, la poesia ufficiale rimaneva la qasiida, dotata ancora di un linguaggio

aulico e arcaico, come da tradizione, ma spoglia di alcuni dei suoi temi principali. Pertanto

assume una funzione celebrativa e il cui punto focale è l’elogio, mentre il tema del viaggio

sparisce nella maggior parte dei casi. Anche la descrizione dell’accampamento abbandonato

viene sostituita o subisce alcune modifiche.

Abu Tammaam è considerato un poeta tradizionale per l’uso della qasida e di un

linguaggio aulico, tuttavia egli introdusse significati islamici ed elementi della tradizione

antica del Vicino Oriente, modificando anche i motivi del nasiib. Sebbene fosse legato alla

tradizione, ciò non gli impedì di utilizzare le figure retoriche, elemento innovativo

introdotto di recente nella poesia monotematica.

Al-Buhturii, discepolo di Abuu Tammaam, iniziò spesso le sue qasiide con l’immagine di

Layla, ambientandole non più nel deserto colmo di animali selvatici, ma nella capitale del

potente mecenate al-Mutawakkil, Saamarraa’, con i suoi palazzi e gli splendidi giardini sulle

rive del Tigri, riccamente descritti. Queste descrizioni servivano come mezzo per elogiare il

mecenate o altri personaggi potenti, tramite metafore o accostamenti intellettuali.

Il tema centrale della qasida, l’elogio, cambia prospettiva e si adegua alla visione degli

Abbasidi. I poeti infatti non celebravano soltanto le virtù umane del destinatario della lode,

come accadeva nell’epoca preislamica, ma anche il suo essere depositario dei valori

spirituali e difensore dell’Islam. Ciò costruì un alone mitico intorno alla sua figura,

accostandolo a simboli e personaggi delle culture più antiche del Vicino Oriente (Salomone,

il Faraone, la regina di Saba etc.). Questa nuova funzione elogiativa comportò

l’accentuazione di alcune caratteristiche espressive, infatti l’uso del tono aulico si accostò ad

un uso sempre maggiore di iperboli, per dare enfasi alla lode del sovrano e dei suoi

familiari, o per attaccare i suoi avversari.

Anche le poesie d’occasione si svilupparono in questo periodo e grazie alla loro particolare

natura permise ai poeti di dare spazio alla creatività, alle aspirazioni individuali, usando

anche forme linguistiche e metriche che si discostavano dalla tradizione per avvicinarsi

all’espressione spontanea. Vi erano tematiche spirituali, d’amore, bacchiche e descrittive,

dotate di una nuova autonomia, di nuove immagini ed elementi in cui si potevano vedere

riflesse idee ed emozioni. I temi della tradizione venivano dunque affrontati con un’aria di

novità.

A Basra vennero introdotti i temi dell’amore ‘udhrita da Basshar ibn Burd, il quale dedicò

diverse poesie d’amore ad una donna misteriosa, chiamata ‘Abda; esse erano talvolta caste

e talvolta sensuali ed erotiche. Il poeta mantiene segreta l’identità delle donne al fine di

proteggerle. Segretezza e amore senza speranza diventano i motivi portanti e ricorrenti del

ghazal.

Egli visse a cavallo dell’epoca omayyade e abbaside, elogiandone i rispetti califfi e usando

come forma espressiva la qasiida, composta dai temi tipici, nasiib, rahiil e madiih, tuttavia

essi subirono delle modifiche, infatti il tema del viaggio passa dalla terra al mare, e il primo

e il terzo tema si accostano quasi parallelamente per le figure dell’amata e del sovrano.

Numerose le somiglianze, infatti entrambi sono superiori al poeta per nascita e classe

sociale ed entrambi sono amici e nemici del poeta, avendo nelle loro mani la sua felicità.

Al-‘Abbaas ibn al-Ahnaf cantava di un amore puro e impossibile per una donna nobile,

fonte di gioia e dolore, motivo di sottomissione. Precedentemente, il poeta e la sua amata,

ugualmente innamorati, erano impossibilitati a vivere il loro amore perché contrastati dai

familiari della donna. Adesso, il poeta e la sua donna non sono allo stesso livello: lei

appartiene ad una classe superiore, viene idealizzata e diventa irraggiungibile; lui si pone in

una condizione di assoluta fedeltà e sottomissione, vivendo un amore infelice e fonte di

sofferenze.

Ibn Daawuud scrisse al-Kitaab az-zahra, il Libro di Venere, in cui raccolse poesie

d’amore. Inoltre espose alcune teorie secondo cui l’amore, ishq, è il desiderio irresistibile

per un essere superiore in grado di riempire il senso di incompletezza dell’animo umano.

Partendo da questo presupposto furono poi individuati un amore intellettuale, uno divino e

uno naturale. Per i teologi, l’amore è quello dell’uomo per il Dio Unico; ad esso tende anche

l’amore dei mistici, carico però di una tensione totalizzante, in un rapporto complesso.

L’amore naturale è quello umano in cui desiderio fisico e sublimazione dell’amata si

intrecciano in una visione cortese.

Nella prima epoca abbaside, l’amore non fu solo cortese ed elegiaco, ma si caricò anche di

significati libertini; in questo periodo, infatti la donna colta e nobile non era più l’oggetto

del desiderio dei poeti poiché a causa di nuove regole era esclusa dalla vita sociale. Il poeta

si interessava agli ambienti frequentati da cortigiane, musiciste, schiave e vinaie.

Abuu Nuwaas è uno dei poeti più famosi della fine del 8° secolo, di origine iranica che si

stabilì a Baghdad, conducendo una vita dissoluta fra osterie e amori anche omosessuali,

esprimendola in poesie che rompono con la moralità e la tradizione e si fanno espressione di

un diffuso piacere per lo scandalo. Intorno al tema del vino, hamr, Abuu Nuwaas ha

collocato altri motivi, quali l’amore, la sensualità, la vita libertina, le osterie, il vanto e la

satira. Egli prese le distanze dalla tradizione poetica araba, ironizzando il pianto sui resti

dell’accampamento e il piolo della tenda beduina. Il suo arabo era fluido, capace di essere

elevato quando scriveva lodi e panegirici ai mecenati, o al contrario carico di espressioni

parlate e volgari in versi in cui esaltava l’amore, il vino, la caccia o rifletteva sulla morte.

Nel frattempo, un’altra tendenza che prese piede in questo periodo fu quella del misticismo;

numerosi uomini e donne iniziarono a vivere esperienze ascetiche e mistiche, che poi

raccontavano tramite un linguaggio poetico, più consono ad esprimere le tensioni interne.

Raabi’a per esprimere queste tensioni interne, introdusse nel mondo sufi l’allegoria

dell’Amore verso il Dio a cui tende l’anima umana. Da allora in poi i mistici ripresero temi

e motivi della poesia d’amore profano, e di quella bacchica, hamriyya, dandogli nuovi valori

allegorici. Dio diventa l’amato e le pene d’amore sono la tensione del mistico verso Dio, il

cui amore per l’umanità era rappresentato dal vino, di conseguenza l’ebbrezza era lo stato

tramite cui dimenticare il mondo terreno e raggiungere l’estasi spirituale.

In questo periodo, la descrizione sia nei brevi frammenti che in poesie più complesse

divenne indipendente. Nella poesia che al-Buhturii ha dedicato alle rovine del palazzo di

Ctesifonte, la descrizione diventa una ricostruzione visiva delle mura e della pittura che

rappresentava la presa di Antiochia.

Il suo rivale, Ibn ar-Ruumi piange sulle rovine di Basra e in questo caso la descrizione si

trasforma in un’elegia funebre. Egli, grazie alla sua espressione poetica, è uno dei migliori

compositori di versi occasionali dedicati a oggetti della vita quotidiana.

Nelle poesie di occasione, anche il linguaggio e lo stile diventano innovativi. I poeti infatti

pur adeguando le poesie d’occasione alla vita contemporanea, dovevano tenere conto della

cultura raffinata e delle aspettative dell’ambiente a cui si rivolgevano. Infatti se la non

ufficialità delle poesie monotematiche ebbe come risultato l’abbandono della lingua aulica,

dall’altro lato, l’alto livello culturale della società fece sì che molti poeti, fini conoscitori

dell’arabo, si esprimessero in una forma semanticamente esatta e poeticamente ricca.

Abuu Nuwaas è uno dei principali poeti moderni che utilizzò una lingua dall’alto registro e

dalla costruzione elaborata in cui non mancavano parole persiane o costruzioni popolari,

volutamente ricercate perché adattate al tema.

Muhdat erano i poeti che usarono in modo particolare un elemento espressivo chiamato

badii’, termine tecnico che indicava le innovazioni retoriche. In realtà esse non erano

propriamente qualcosa di nuovo, ma nuovo era il mondo in cui queste figure retoriche,

soprattutto metafore e metonimie, vennero utilizzate dai poeti abbasidi. Il badii’, elemento

della struttura poetica costruita sull’equilibrio e il contrasto dei concetti, sull’accostamento

di elementi diversi, sulla creazione di metafore e allusioni, diventa sempre più presente nei

versi dei poeti. Fu utilizzata da Abu Nuwaas, soprattutto per quanto riguardava metafore e

antitesi. Anche Abu Tammaam lo utilizzò, introducendolo addirittura nelle qasiide.

Critica poetica. Era d’uso nell’era preislamica, durante i tornei, esprimere giudizi sui versi e

sull’abilità dei poeti; tuttavia si trattava di giudizi estemporanei, privi di analisi.

Successivamente, a partire dall’epoca islamica si sviluppò una critica più articolata.

In epoca omayyade, i filologi ebbero il compito di mettere per iscritto la documentazione

poetica che faceva parte dell’epoca preislamica e del primo Islam, prendendola anche come

esempio per la regolamentazione di strutture grammaticali e lessicali dell’arabo, utile ai fini

comprensivi del Corano. Questo tipo di approccio ha influenzato lo sviluppo dell’analisi dei

testi in senso pragmatico, con un particolare occhio di riguardo per l’espressione formale e

la prosodia, le regole metriche. Inoltre, i filologi fecero una scrematura dei testi, eliminando

quelli non adatti e conservando quelli autentici e degni di essere trasmesso. Questo processo

seguì criteri scientifici di tipo filologico dell’epoca e interessi d’altra natura. Qualunque

fosse la motivazione alla base, i filologi adottarono il concetto giuridico dell’ijmaa’, il

consenso della comunità.

Poiché ci si concentrò sugli aspetti formali della poesia, si iniziò a considerarla non come

l’opera di uomini ispirati dai jinn, ma come prodotto di artigiani della parola e conoscitori

delle tecniche linguistiche. Questa nuovo pensiero portò alla nascita della discussione

riguardo il rapporto nella poesia fra costruzione tecnica, san’a, e disposizione naturale, tab’.

La poesia vene sentita come forma artistica peculiare del mondo arabo e quindi dotata di un

valore fondante. In questo senso, a scopi educativi ed esemplificativi, i versi furono inseriti

in testi grammaticali e in spiegazioni di versetti coranici, ma inoltre vennero raccolte alcune

antologie. Una delle più famose è le Mu’allaqaat; seguite dalle Mufaddaliyyaat e dalle

Asma’iyyaat e dai Kitaab al-hamaasa, il Libro del Valore Guerriero, quest’ultime due

scritte da Abuu Tammaam e al-Buhturii, i quali divisero le poesie per argomento, per la

prima volta.

Inoltre, anche gruppi politici o movimenti, fra cui quello dei kharigiti, si occupò di redigere

delle antologie in cui era presente tutta la poesia composta dai propri membri, considerata

come documentazione del passato.

A partire dalla metà del 9° secolo, l’attenzione nei confronti della poesia si diresse verso i

poeti stessi, con lo scopo di individuare principi generali ed estetici. Il grammatico Ibn

Qutayba scrisse il Kitaab ash-shi’r wa’-sh-shu’araa’, il Libro della Poesia e dei Poeti, in

cui distingue i poeti preislamici, mukhadramuun, ed i poeti islamici, mukhdatuun,

individuandoli cronologicamente dall’epoca preislamica fin all’860.

Inoltre egli stabilì quali norme seguire, ovvero doti poetiche innate, abilità artistiche nate

dalla tecnica, per identificare una poesia più o meno bella, stabilendo così dei canoni. Inoltre

si inserì nel dibattito su poesia antica e moderna, affermando che per esprimere un giudizio

su un poeta bisogna basarsi sulla qualità dei suoi versi e non su quanto sia “antico”.

Sappiamo inoltre che fu un convinto conservatore e sostenitore dell’anti-shuubismo,

schierandosi a difesa dell’arabicità e della lingua araba, elemento fondamentale della poesia,

da intendere come qasiida.

Ibn al-Mu’tazz scrisse una classificazione di poeti perlopiù moderni, con sezioni dedicate

ai poeti maledetti e a quelli che fecero più scandalo. Nel suo Kitaab al-badii’ esamina le

figure retoriche, individuandone un precedente nella poesia antica e nel Corano. In questo

modo ne rese possibile l’accettazione della poesia moderna, sostenendo che la poesia della

tradizione debba essere un modello per i poeti moderni, ai quali sono permesse piccole

variazioni dal modello della tradizione.

La produzione in prosa e gli scrittori. A partire da questo momento la prosa diventò la forma

letteraria di maggior prestigio, poiché la sola poesia non era in grado di rispondere alle

esigenze di una società complessa. Numerose opere sono state redatte in prosa, da quelle

letterarie, a quelle scientifiche e dogmatiche. Vi è dunque differenza tra ‘ilm, la conoscenza

e adab, il prodotto di essa.

Si distingue tra una prosa tecnica, in cui gli studiosi di questioni religiose,

• giuridiche, filosofiche e linguistiche hanno messo per iscritto la scienza, ‘ilm, un

sapere specialistico, espresso in una lingua priva di cura formale.

E una prosa letteraria, adab, per un pubblico colto di non specialisti. Esso era una

• tecnica e un modello culturale composto da temi diversi, trasmessi in una forma e

lingua elegante e rinnovata. Poiché l’intento era di istruire in maniera “leggera” e non

didascalica si decise di inserire numerosi aneddoti morali o didattici. Le opere di

adab puntavano alla trasmissione del sapere e furono rivolte principalmente a

principi, ministri, amministratori.

Ibn al-Muqaffa’ fu uno dei primi a scrivere in arabo per scopi educativi, con la sua

opera di galateo e morale intitolata al-Adab al-kabiir, Il Grande Adab, rivolta al

principe e ai cortigiani, scritta per diffondere le conoscenze elaborate dalla società

islamica che avevano al centro l’uomo e la cultura da esso creata. Lo scopo era

dunque quello di selezionare le questioni principali e renderle accessibili al pubblico

composto da uomini colti dotati di potere per i quali era indispensabile una cultura

generale.

Al-Jaahiz diffuse un sapere complesso, legato alla realtà, avendo come base il Corano, la

ragione e l’osservazione, l’adab divenne la forma in cui fu sistematizzata la conoscenza. Ad

esso non furono estranee le correnti culturali dell’epoca, prima fra tutte quella mutazilita. Lo

stesso al-Jaahiz da mutazilita convinto cercò dii conciliare le esigenze dell’Islam e della

tradizione araba con le scoperte del tempo, anche frutto della scienza greco-ellenistica.

Inoltre egli esalta l’arabo inteso come tradizione e come lingua e difende l’arabicità vista

come erede della società precedenti e il cui prestigio va preservato contro l’espandersi della

shu’ubiyya e dei mawlaa. Partì come spunto dalla richiesta di un personaggio illustre per poi

chiarire attraverso discorsi leggeri problematiche complesse e presentare una sintesi delle

conoscenze dell’epoca. Al-Jahiiz si inserì nelle controversie politiche e intellettuali del

tempo, assumendo il ruolo di difensore degli Abbasidi e divulgatore della loro politica.

Scrisse il Kitaab al-hayawaan, il Libro degli Animali, un’opera in sette volumi che

partendo da una discussione di due teologi sui meriti del cane e del gallo, prende in esame il

mondo degli animali per mettere in relazione l’uomo con il mondo del creato. In

quest’opera, l’autore cerca di confutare superstizioni e false convinzioni, di presentare le

discussioni filosofiche in corso, sollecitando i musulmani a riflettere sui misteri della natura,

espressione di Dio. Usa una prosa complessa, costruita su un equilibrio interno e un uso

della ripetizione concettuale e dell’assonanza, con un periodare ampio e un lessico ricco di

sfumare ed espressioni pittoriche.

Scrisse anche il Kitaab al-buhalaa’, il Libro degli Avari, una raccolta di aneddoti e di

epistole sull’avarizia, considerata come un difetto inammissibile, il tutto percorso da ironia e

sarcasmo. Punto focale dell’opera è la società musulmana. Tuttavia le sue opere non furono

ampiamente riconosciute, forse anche a causa della sconfitta mutazilismo, cosa che portò ad

un cambiamento nell’adab, che assunse una funzione pratica, diventando una letteratura

amministrativa e ufficiale, composta da testi scritti per i kaatib dell’amministrazione e i

dirigenti statali.

Ricordiamo Ibn Qutayba in questa seconda fase dell’adab, il quale si impegnò a rendere

accessibile la conoscenza per i katib, scrivendo manuali sulla poesia, la linguistica,

l’algebra, la geometria, la storia e il diritto. Si rivolge dunque all’adiib, il funzionario e

letterato colto, contrapposto all’’aliim, l’uomo di scienza. In ambito teologico, l’autore si

uniforma alla visione ufficiale degli Abbasidi, cercando di far convergere punti di vista di

scuole sunnite molto diverse fra loro. Nei testi profani invece cerca di armonizzare diverse

correnti culturali; infine nei testi grammatici applica principi della scuola di Basra e di

quella di Kufa.

Le opere storiche dell’epoca omayyade avevano esigenze amministrative, giuridiche, morali

o teleologiche, quindi erano incentrate intorno alla figura del profeta Muhammad. Con

l’epoca abbaside la storiografia assunse il compito di raccontare le vicende degli Abbasidi.

Gli storici presentarono i vincitori abbasidi come i restauratori e i sostenitori dell’Islam e gli

Omayyadi come una dinastia empia e corrotta. Con gli Abbasidi la storiografia entra a far

parte delle conoscenze profane, con una nuova visione unitaria in cui si fondono arabi e

non-arabi appartenenti a culture diverse.

La prima opera di storia araba basata su questa visione è at-Ta’riih, La Storia, scritta da al-

Ya’quubii, divisa in due volumi in cui si narra dalle origini dell’umanità fino all’827,

inserendo anche la storia di cinesi, babilonesi, greci, berberi, abissini e popoli del nord.

Nel 9° secolo at-Tabarii scrisse il Kitaab ta’riikh ar-rusuul wa’l-muluuk, il Libro della

Storia dei Profeti e dei Re, in cui raccoglie le diverse versioni di uno stesso episodio, narrato

in ordine cronologico. Gli annali sono una delle opere più importanti grazie alla presenza di

numerose fonti e grazie al fatto che ci permettono di conoscere non soltanto gli avvenimenti

del Vicino Oriente fino al 10° secolo, ma anche di ricostruire la storiografia araba

antecedente e lo stile della prosa più antica. L’opera inizia con la creazione del mondo e

termina il 6 luglio 915.

Nella Casa della Sapienza si sviluppò una corrente scientifica interessata alla cosmografia

e alla descrizione della terra che impiegò anche numerose fonti non arabe. Si sviluppò

dunque la geografia inizialmente per questioni amministrative, come la riscossione delle

tasse e l’organizzazione del sistema di comunicazione fra le diverse zone del califfato e per

questioni politiche, come il controllo delle frontiere.

Ibn Hurdaadhbih scrisse su richiesta del califfo il Kitaab al-masaalik wa’l-mamaalik, il

Libro degli Itinerari e dei Regni, in cui l’organizzazione fa riferimento alla concezione che

fa del regno Abbaside il centro del mondo. Essa non è solo un’opera geografica, ma

contiene importanti informazioni tecniche e pratiche, come le distanze fra un luogo e l’altro,

gli itinerari, le imposte che ogni zona deve pagare, insieme a da versi e varie notizie.

Il Kitaab akhbaar as-Siin wa’l-Hind, Libro delle Informazioni sulla Cina e sull’India, è

una relazione di viaggio messa per iscritto da Sulaymaan per far sì che altri mercanti e

marinai avessero le sue stesse conoscenze. Costituisce la prima testimonianza scritta

dell’interesse nei confronti dello “straniero” e del meraviglioso.

L’epoca del decentramento e delle autonomie

I luoghi e la storia. Una serie di eventi quali la rivolta degli schiavi neri, l’anarchia delle

provincie orientali, la crisi socio-economica e l’incapacità di alcuni califfi, avevano

scatenato una crisi del potere centrale. Approfittando di questa debolezza, i principi locali

decisero di rendersi indipendenti da Baghdad, da cui era necessario ricevere la

legittimazione. Ne ricordiamo alcuni:

Poiché la situazione interna dell’Iraq non era molto lontana dal capitolare, il califfo

 ar-Raadiii decise di investire un governatore con il titolo di amiir al-umaraa’,

principe dei principi, con il compito di proteggere l’autorità califfale.

Nelle provincie iraniche vi furono diverse dinastie non-arabe, come quella dei

 Samanidi di Persia, che costituì un emirato sunnita autonomo in Transoxania e in

Khorasan.

Vi fu anche quella dell’Afghanistan, centro di un impero creato dal generale turco

 Sebuktigin, fondatore della dinastia Ghaznavide.

Altro stato autonomo fu quello della Mesopotamia settentrionale, governata dalla

 dinastia curda sunnita dei Marwànidi.

Nella Siria settentrionale vi fu la dinastia araba degli Hamdànidi, portata avanti

 dall’emiro Sayf ad-Dawla, passato alla storia per il suo impegno politico e culturale.

Infine vi furono i Fatimidi, prima governatori in Nord Africa e poi in Egitto; presero

 il loro nome da Fatima, figlia del profeta e moglie di ‘Alii, affermando di discendere

da lei. Erano ismailiti poiché riconoscevano come settimo imam Ismaa’iil, figlio di

Ja’far as-Saadiq. Inoltre, si riconoscevano come gli unici califfi legittimi poiché

chiamati da Dio affinché costituissero un dominio universale. Si posero dunque in

contrasto con Abbasidi e Omayyadi. Conquistarono l’Egitto nel 969 e il califfo al-

Mu’izz fondò il Cairo, una città che conobbe una grande espansione culturale,

economica e militare. Si originò la prima dinastia realmente egiziana che fuse

elementi bizantini, arabi e locali. I Fatimidi estesero il loro potere in Siria, Sicilia e

Palestina. Diedero vita inoltre ad un’intensa opera di propaganda dell’ideologia

ismailita che interessò i loro stessi territori, così come i quelli degli avversari e che

perlopiù venne rivolta alle classi alte.

Nel frattempo il mondo islamico dovette confrontarsi con una nuova minaccia proveniente

dall’est nel 1050: i Turchi Selgiuchidi entrati a Baghdad, presero il potere conquistando

Iraq e Siria ed eliminarono di fatto il califfo, governando in suo nome.

Nel nono secolo al-Andalus subì numerose tensioni interne di tipo politico, ma agli inizi del

secolo successivo conobbe uno dei periodi più splendidi dell’Islam occidentale, con capitale

Cordoba. L’emiro omayyade ‘Abd ar-Rahmaan III nel 925 diede un taglio netto alla

dipendenza dagli Abbasidi proclamandosi califfo, e costituendo un argine contro le mire

espansionistiche e religiose dei califfi fatimidi. Tuttavia ben presto questo califfato subì

l’attacco delle forze cristiane da settentrione, determinandone la caduta.

Il contesto culturale. Non solo il declino dell’ideologica mutazilita, ma anche l’affermarsi

delle scuole giuridiche avevano portato al completo sviluppo della corrente sunnita. Proprio

in questi anni gli Hanbaliti cercarono di respingere nuovi costumi e convinzioni, mentre

Ash’arii sintetizzò tradizione e speculazione teologica in quella che sarà la teologia sunnita.

Mentre gli Abbasidi e la maggior parte delle popolazioni del Vicino Oriente seguivano

rigidamente la Sunna, la Shi’a venne seguita dai ministri del califfo, dagli Hamdànidi e dai

Fatimidi.

All’interno dell’Islam vi erano diverse correnti, fatto che portò a numerosi scontri politici e

militari, ma anche e soprattutto a diversi momenti di dibattito e confronto. Infatti la

divisione politica, i vari disordini sociali e la debolezza interna dello Stato non fermarono

idee e correnti di pensiero, poiché numerosi poeti, letterati, teologi e filosofi viaggiavano

liberamente da uno stato all’altro.

In questo periodo si realizzò una prima grande frattura interna, a livello linguistico, con il

crescente uso del persiano, ora lingua letteraria, grazie alla presenza di dinastie iraniche,

come i governatori samanidi e i ministri iracheni, relegando l’arabo classico a lingua di

scienza e religione nei territori orientali. L’arabo era comunque in declino e con esso alcune

regole grammaticali, come l’i’raab, il cui uso veniva considerato come un segno di

affettazione. Infatti nel parlato si usavano molto più spesso delle forme dialettali, mentre

l’arabo orale fu usato soltanto in occasioni solenni. Ciononostante il numero sempre

crescente di non-arabi facenti parte della classe dirigente e bisognosi di un’adeguata

preparazione linguistica fece sì che nascesse una didattica dell’arabo; in tal modo gli studi

grammaticali e filologici raggiunsero il loro apice nella scuola di Baghdad, perfetta sintesi

delle scuole di Kufa e Basra.

La capitale dell’impero abbaside, Baghdad, nonostante le numerose tensioni, manteneva

l’antico prestigio e le attività culturali non mancavano mai, tanto che i visìr abbasidi si

occuparono del sostegno di scienziati, artisti e della promozione di biblioteche, osservatori

astronomici e ospedali. Il mecenatismo continuava ad essere pratico e come in precedenza

era caratterizzato da una certa precarietà che univa mecenate e beneficiario, la quale era

causa di violenti scontri e rivalità. Lo stesso senso di instabilità si percepiva anche tra kaatib

e burocrati, legati spesso da rapporti di clientela con i più potenti, cosa che provocò

l’avanzamento di corruzione, e disorganizzazione all’interno dell’amministrazione statale.

I Fatimidi resero il Cairo una città cosmopolita, luogo di incontro di persone provenienti da

tutto il bacino del Mediterraneo e dell’Oriente; loro prerogativa era il pagamento di una

sorta di stipendio ai poeti che venivano assunti anche come kaatib, così da garantirne la

fedeltà.

A Cordoba convivevano popoli, religioni e culture diverse che crearono un terreno fertile

per scambi commerciali e culturali. Gli Omayyadi spagnoli erano conservatori e al fine di

salvaguardare la propria identità decisero di seguire il modello abbaside nell’organizzazione

del califfato e di adottare la visione della scuola giuridica malikita, impedendo la diffusione

delle altre.

La produzione poetica e i poeti. La qasiida continua ad avere un valore encomiastico, perciò

venne maggiormente impiegata nei centri di massimo splendore, quali Aleppo appartenente

agli hamdànidi, l’Egitto dei fatimidi, al-Andalus; esse rappresentano infatti le corti dove

hanno lavorato i principali poeti ufficiali legati da un rapporto di clientela.

Sayf ad-Dawla divenne personificazione dell’ideale cavalleresco arabo, tanto che diversi

poeti gli hanno dedicato versi elogiativi, descrittivi e sapienziali, nonché numerose qaside

esempio delle nuove tendenze dell’epoca. Ciò ci fa capire come il legame con il passato, da

cui si riprendono i temi, fosse sempre persistente, mentre il taglio è netto nelle espressioni,

le immagini e i rapporti interni al testo che subiscono un cambiamento in direzione del

meraviglioso e aulico. Ciò avvenne in rapporto con la nuova funzione dei panegirici, non

più quella di preservare la memoria del passato, ma quella di colpire l’immaginazione del

pubblico delle riunioni ufficiali con immagini di grandezza e splendore.

Al-Mutanabbii fu poeta ufficiale di Sayf ad-Dawla; nelle sue qaside scelse di fondere la

struttura classica con le innovazioni espressive e contenutistiche. Grande conoscitore

dell’arabo classico, lo usò per costruire una poesia complessa a livello sintattico, ricca di

parallelismi e opposizioni grammatica e concettuali, allitterazioni e anacoluti, volti a

sottolineare i concetti e gli stati d’animo. Dopo aver avuto problemi con Sayf, si recò in

Egitto, sollecitato da Kaafuur, proveniente dalla Nubia. Compose in suo onore delle poesie

per circa un anno, per poi abbandonarlo quando gli negò una terra da governare. A questo

punto contro di lui rivolse numerose poesie di invettiva.

Nei temi amorosi inserisce immagini e motivi stereotipati che riflettono la sua misoginia. Da

poeta ufficiale di Aleppo scrisse numerose qaside che illustravano i vari successi militari e

gli avvenimenti ufficiali della corte. È autore inoltre di calchi di espressioni e della

rielaborazione di cliché precedentemente usati, tanto da venire accusato di plagio.

Il panegirico è il tema principale del suo diiwaan, insieme alla satira e all’elogio funebre.

Talvolta è presente un tema personale che si pensa possa rimandare alla sua concezione

religiosa, ma un’attenta lettura rivela una generale pessimistica visione della vita.

Abu Firaas al-Hamdaanii, cugino del sovrano, lodò le azioni di Sayf ad-Dawla; nelle sue

composizioni elogiative, in cui è forte il legame di parentela e la riconoscenza che provava

nei suoi confronti. Fu portato in catene a Bisanzio e in questa situazione, scosso dal poco

impegno del cugino per salvarlo, scrisse delle poesie chiamate ruumiyyaat, in cui tono e

temi sono più personali e vanno dalla nostalgia per gli amici alle recriminazioni contro Sayf,

fino all’affetto per la madre lontana.

Sappiamo che alla corte omayyade di al-Andalus, i poeti componevano secondo i gusti

provenienti dall’Oriente, pertanto anche qui la qasiida divenne un panegirico su imitazione

di quella antica e di quella moderna irachena e poi come affermazione della superiorità della

dinastia andalusa.

Nell’Egitto fatimida Ibn Haani’ scrisse poesie encomiastiche per il governo, spesso dense

di riferimenti alle concezioni ismailite, al fine di fare propaganda. In esse doveva convincere

il popolo che il califfo del Cairo assumeva una posizione legittima, il cui avvento era

segnato dalle stelle e dal nuovo ciclo storico appena iniziato, elementi che conferivano

maestosità e potenza. Inoltre le sue poesie erano invettive contro gli Omayyadi, assassini di

Husayn, contro gli Abbasidi, corrotti e deboli e contro gli infedeli Bizantini; l’invettiva

poteva apparire come un tema secondario rispetto all’elogio, tuttavia era fondamentale

perché tesa ad evidenziare le capacità del sovrano contro i difetti dei nemici.

I temi d’amore sono il soggetto di ghazal dedicati ad amori realistici e cortesi; soprattutto i

poeti minori, in territorio abbaside, erano propensi a cantare sentimenti personali sulla scia

di Abuu Nuwaas. Poeti non arabi, africani, egiziani, principi fatimidi, composero versi in cui

vi era una visione edonistica della vita rallegrata da amori, dal vino e dal piacere della

tavola.

In al-Andalus convivevano numerosi popoli senza mai giungere ad una completa

arabizzazione o islamizzazione, per cui questo intrecciarsi di rapporti sociali e culturali e la

presenza di una pluralità di lingue furono le basi della nascita di una società arabo-spagnola.

Durante il XI secolo, periodo di gravi incertezze politiche nella Penisola Iberica, si creò una

poesia che non era classica né nella lingua né nella struttura metrica. Nacquero dunque

muwasshah e zajal, poesie cantate in momenti di grande festa, con temi quali il vino,

l’amore, la lode, con cui divertire e mettere in mostra l’abilità tecnica dell’autore.

Il rajaz, precedentemente un metro di tipo popolare, venne impiegato in periodo omayyade

al al-‘Ajjaaj e dal figlio Ru’ba, e da Abuu Nuwaas, per comporre poesie venatorie. Autore di

rajaz didattici è invece Ibn ‘Abd Rabbih, con lo scopo di esporre ciò che doveva essere

memorizzato. Esempio più famoso è la Alfiyya. Egli ne cambia la forma, abbandonando la

rima unica ed usando distici, cioè coppie di versi.

Inoltre secondo alcuni, egli è stato uno dei primi ad usare la muwasshah, una poesia strofica,

basata su tristici monorimici, tre versi consecutivi con uguale rima, spesso preceduti da un

verso in rima diversa ma seguiti sempre da quello di volta in rima uguale al primo. L’ultimo

è detto kharja e diventa un ritornello alla fine di ogni strofa. Questo genere è inoltre

caratterizzato dall’alternarsi di arabiyya e lingua volgare, riflesso della situazione linguistica

di al-Andalus. I tre versi delle strofe sono dunque in arabiyya, mentre il kharja è in arabo

colloquiale, con espressioni in romanzo-ispanico. Esso era spesso cantato da schiave, dalla

donna amata o da un personaggio illustre. Questo tipo di poesia era comunque relegata ad

eventi marginali e si preferiva l’uso dell’arabiyya.

Critica poetica. Nel 10° secolo la critica poetica sviluppò una nuova fase dettata da

molteplici interessi ed elaborazioni intellettuali.

Al-Faaraabii commentò numerose opere di Aristotele e si interessò anche alla Poetica. Gli

Arabi consideravano la poesia una forma letteraria esclusivamente di origine araba, pertanto

nulla fu tradotto dal greco o da altre lingue nel campo poetico, mentre per opere di prosa,

letterarie, filosofiche o scientifiche il lavoro di traduzione era attivo già da tempo. Neanche

la tragedia e la commedia furono oggetto di traduzione, due generi basilari dell’analisi

aristotelica, ignorati al punto che nelle traduzioni della Poetica di Aristotele, la tragedia

venne interpretata come invettiva, e la commedia come encomio.

Al-Faaraabii nella sua classificazione delle scienze, afferma che la logica è correlata all’arte

della grammatica e della prosodia, e il discorso è suddiviso in cinque classi, l’ultima delle

quali è dedicata al discorso poetico. Il sistema riflette le cinque categorie giuridiche in cui

sono classificati gli atti umani, da obbligatorio a proibito, e al suo interno troviamo la

divisione di tre tipi di poeta: quello dotato di dono naturale, quello dotato di tecnica e quello

incompetente. Il primo appare essere il modello più importante, poiché al-Faaraabii mette in

risalto l’ispirazione poetica, relegando al secondo piano la conoscenza delle tecniche

metriche e linguistiche.

Nel 10° secolo, Qudaama Ibn Ja’faar portò avanti un’analisi critica basata sul rapporto fra

forma e contenuto. Nel suo Libro di Critica Poetica, Kitaab naqd ash-shi’r definisce il

lessico tecnico necessario per discutere di metrica e la prosodia, di forma linguistica e

significati. Analizzò inoltre il rapporto fra espressione linguistica e significati semantici e

tentò di dimostrare che la poesia deve essere analizzata in sé, valutandone valore estetico e

contenutistico e ricercando l’equilibrio fra tutti gli elementi, essenziale per la riuscita di un

componimento.

Abuu ’l-Faraj al-Isfahaanii dimostrò di avere un’ampia conoscenza del mondo poetico,

mettendo la vita dei poeti al centro del suo Kitaab al-maghazii, Libro dei Canti, un’opera

in venti volumi dedicata a Sayf ad-Dawla, scritta per scopi didattici, e d’intrattenimento. È

un’opera di adab molto importante poiché tratta di poesia, musica, storica, poeti e cantanti,

il tutto contornato da una serie di notizie riguardanti il mondo e la cultura araba. Ci appare

dunque come un concentrato di particolari storici e umani della società dall’epoca

preislamica a quella abbaside, presentati attraverso le opere in prosa più antiche.

Ibn an-Nadiim scrisse invece al-Fihriist, L’Indice, in cui prese in considerazione le opere

scritte in arabo dei primi quattro secoli di vita dell’Islam. Inoltre fornì importanti

informazioni quali il numero e le misure delle pagine affinché non venissero venduti

manoscritti falsi, riportando anche informazioni sull’opera e sul tema.

La produzione in prosa e gli scrittori. L’adab non costituiva soltanto un genere o gusto

letterario, ma anche un atteggiamento intellettuale e formale che aiutava ad esporre una

certa visione del mondo. In questo periodo l’adab continua ad essere la forma più usata per i

testi in prosa, che potevano intrattenere o informare. Di fatto dunque l’adab classico

conteneva gli ambiti storici e geografici, accanto a testi scientifici e a questi si affiancavano

opere di geografi amministratori che registravano notizie utili. Inoltre vi erano opere in cui

l’elemento utile era affiancato da descrizioni e narrazioni di cose meravigliose viste durante

i viaggi. Possono dirsi dunque opere che rappresentano il mondo e in cui si fondono reale e

immaginario, passato e presente, che costituiscono gli elementi fondamentali della

letteratura d’adab di questo periodo.

Nel frattempo si svilupparono anche trattazioni manualistiche che contenevano informazioni

didattiche e testi nei quali lo scopo didattico viene meno e si inseriscono aneddoti e

narrazioni storiche. I letterati in questo periodo si concentrarono sullo stile che diveniva

sempre più elaborato fino a portare alla rinascita della prosa ritmata, saj’, e alla creazione di

un nuovo genere letterario: la maqaama.

Ibn Qutayba fu preso a modello anche nella regione remota dell’al-Andalus, dove Ibn ‘Abd

Rabbih si rifece alla sua struttura organizzata per argomenti, trattando in venticinque

capitoli le questioni di cultura generale, introducendo inoltre alcuni aspetti della cultura

spagnola.

Una delle opere di adab meglio strutturate è il Kitaab al-kharaj wa sinaa’at al-kaatib, il

Libro dell’Imposta e della Tecnica del Segretario, di Qudaama ibn Ja’far. Nei diversi

capitoli sono presentate dall’autore, ex membro dell’amministrazione abbaside, questioni

tecniche di fondamentale importanza per i kaatib, come le imposte, la teoria del potere, il

comportamento adeguato, l’uso dell’arabo e della retorica e le vie di comunicazione del

regno islamico.

Nonostante la Daar al-Islaam fosse divisa ormai in molti Stati, la sua estensione era notevole

e permetteva a uomini e merce di spostarsi liberamente da un confine all’altro. Molti

viaggiatori erano spinti da motivi di lavoro, altri da motivi religiosi, altri ancora da semplice

curiosità; un gran numero di essi si prestò a raccontare ad altri o a scrivere direttamente

quanto di meraviglioso vissuto.

Vi erano dunque sia relazioni di viaggia via terra e via mare. Ad esempio in quest’ultima

categoria rientra il Kitaab ‘ajaa’ib al-Hind, il Libro sulle Meraviglie dell’India, scritto da

un mercante del Golfo persiano. È un adab tecnico, un manuale sulla navigazione

pericolosa, ricco di dettagli specifici, quali la localizzazione degli eventi fantastici, la

misurazione delle distanze, atti a razionalizzare gli eventi, naufragi e tempeste, spesso

stupefacenti, che accadevano sulle rotte dell’Oceano Indiano. Ciò pose le basi per la

letteratura di mirabilia che verrà sviluppata in opere scritte e racconti orali.

I due più importanti letterati geografi, Ibn Hawqal e al-Muqaddasii, entrambi sciiti,

avevano inserito nelle loro opere una visione unitaria dell’Islam, dividendo però il territorio

in mamaalik, regni, dando origine nell’oriente arabo a un nuovo tipo di adab geografico

interessato ad al-masaalik wa’l-mamaalik, gli itinerari e i regni.

In questi nuovi testi il regno islamico non era più diviso secondo fasce longitudinali, iqliim,

come avevano fatto gli arabi seguendo l’influenza di Tolomeo, né secondo le vie di

comunicazione come avevano fatto i burocrati, ma in regioni. I testi che si interessano di

questa nuova divisione sono la Suurat al-ard, la Descrizione della Terra di Ibn Hawqal, in

cui nella carta relativa ad ogni regione ha evidenziato la posizione e le zone che la

circondano, comprendendo anche tutto ciò che si trova al loro interno e inserendo numerose

notizie raccolte durante i venti anni di viaggio.

Inoltre l’Ahsan at-taqaasiim, scritto da al-Muqaddasii, è un testo di adab letterario,

considerato come una geografia in senso moderno, in cui sono presenti anche informazioni

utili e diverse, espresse in saj’, ricca di assonanze, costruzioni ad effetto e versi. L’opera era

rivolta a specialisti, ma anche ad adiib e viaggiatori, pellegrini e mercanti. Di ogni regno ne

definisce i confini e le caratteristiche; indica inoltre la capitale, gli altri centri minori e i

distretti, fornendo chiarimenti anche sul lessico tecnico e le fonti utilizzate.

Il Muruuj adh-dhahaab, i Campi d’Oro, di al-Mas’uudii, è un testo diviso in due parti, la

geografia fisica e la storia, ma presenta anche usi e costumi propri dei territori islamici,

raccontando anche quanto ha appreso durante i suoi viaggi in Cina, Armenia, India.

Con l’importanza data alle nuove dinastie, cresce anche la storiografia in lingua persiana,

apparsa verso la metà del 10° secolo nei territori orientali abitati da gruppi di origine iranica.

Gli storici persiano si ricollegarono all’antica tradizione iranica che preferiva dare maggiore

spazio alla presentazione generale delle dinastie, eliminando l’impostazione annalistica.

Nelle città e nelle corte divenne sempre più diffuso tra gli aristocratici pagare affinché vi

fosse qualcuno che la intrattenesse con racconti fittizi o reali. Questi racconti potevano

riguardare episodi di vita vissuta, oppure eventi storici.

At-Tanuuhii nel suo al-Faraj ba’d ash-shidda, il Sollievo dopo la Disdetta, l’autore

racconta storie di uomini che grazie all’intervento divino o alle proprie capacità sono in

grado di superare situazioni difficili. Inoltre nella prefazione dell’opera è possibile leggere

aneddoti sulla precaria vita dei funzionari abbasidi, di cui l’autore faceva parte. L’isnaad è

applicato nel testo a racconti profani e a quelli di semplice intrattenimento, con lo scopo di

dargli verosimiglianza.

Il saj’ era uno strumento usato per valorizzare il discorso che richiede da parte del prosatore

un ampio impegno, poiché era necessario che egli sapesse misurare la lunghezza delle frasi,

che doveva essere costante, scegliere le chiusure, e il timbro vocalico delle sillabe. A metà

del 10° secolo anche le prediche e i discorsi ufficiali vennero scritti in saj’, ricco di figure

retoriche, assonanze e parallelismi linguistici. In questo periodo la prosa letteraria ha lo

scopo di arrivare alla ricchezza formale della poesia.

Al-Hamadhaanii usò il saj’ per scrivere maqaamaat, un nuovo genere letterario di

intrattenimento che affermò l’uso di questo strumento linguistico, prima proibito a causa

della questione riguardante l’inimitabilità del Corano, la cui forma in prosa caratterizzata da

una cadenza e da rime o assonanze alla fine dei versetti, ricordava molto il saj’ appunto.

L’autore ammette che si tratta di storie inventate, elimina l’isnaad e inserisce un narratore

fittizio che racconta durante una riunione, maqaama, un episodio breve, nato dall’incontro

con il protagonista delle storie, Abuu ‘l-Fath al-Iskandarii. Ogni maqaama prende il titolo

dl luogo dove si svolge ed è una storia a sé stante. Il narratore è in quasi tutte le storie un

colto benestante che ama i viaggi, mentre il protagonista di questi racconti cambia

personalità a seconda del contesto, trasformandosi da falso asceta a giovinetto a vagabondo,

sempre però dotato di arguzia e capacità oratoria. Le sue qualità morali infatti costituiscono

l’elemento che unifica tutte le storie; l’eroe non solo riesce sempre a sopravvivere grazia ad

espedienti ma è in grado di mettere in atto ingegno e furbizia, abilità oratoria e cultura, così

da raccontare in forma accattivante alcuni risvolti delle vicende non proprio moraleggianti e

affrontare di conseguenza numerosi argomenti letterari, linguistici, sociali e così via. La

prosa ritmata e rimata è adattata, insieme alla lingua, al contenuto e alle situazioni.

At-Tawhiidii scrisse il Kitaab al-imta’ wa’l-mu’aanasa, il Libro dell’Ammaestramento

Confidenziale, un ritratto della vita culturale della capitale abbaside. Nelle al-

Muqaabasaat, Le Conferenze, vi sono 106 conversazioni fra filosofi e neo-platonici, anche

cristiani, durante le quali si affrontano questioni importanti per l’epoca, come quella sui

rapporti fra grammatica araba e logica greca. Questi testi sono importanti per la

ricostruzione dell’ambiente culturale e sociale iracheno.

L’ultima opera in saj’ a livello cronologico è al-Fusuul wa’l-ghayaat fii tamjiid Allaah

wa’l-mawaa’iz, Capitoli e Finali sulla Glorificazione di Dio e Ammonizioni, di Abuu

‘l-‘Alaa’ al-Ma’arrii. Il testo sembra essere una lode a Dio e alla sua magnificenza, scritto

per ricordare all’umanità che arriverà il momento del giudizio finale. Un’altra sua opera è la

Risaalat al-ghufraan, l’Epistola del Perdono, in cui affronta il problema della fede e

dell’abbandono dei valori spirituali da parte della società contemporanea.

L’epoca dei Selgiùchidi e di al-Andalus

I luoghi e la storia. Nell’11° secolo la daar al-Islaam fu meta di numerose tribù turche che si

stabilirono in alcune zone della Siria e dell’Anatolia, prendendo parte alla classe miliare e

dirigente. Fra di esse vi erano i Selgiùchidi, che dopo aver conquistato Khorasan e

Transoxania, entrarono a Baghdad, ottenendo dal califfo abbaside l’investitura e il titolo di

sultano, sultaan. Sia gli Abbasidi che i Selgiùchidi erano sunniti, cosa che li accomunava

contro la corrente ismailita dei Fatimidi. Tuttavia questa nuova dinastia non riuscì a

mantenere il controllo e l’unità territoriale, poiché persero il controllo di Siria e Palestina a

causa dei Crociati. Contro i Fatimidi si schierarono i Curdi Ayyubidi, guidati da Shiirkuuh

e dal nipote Salaah ad-Diin nel 1711, impadronendosi del Cairo in nome del califfo

abbaside e sconfiggendo così l’ismailismo. Successivamente Salaah ad-Din riuscì ad

espandere il proprio potere sulla Siria, Mesopotamia e parte dell’Arabia in veste di sultano.

Il suo ultimo discendente fu ucciso nel 1250 dai Mamelucchi, schiavi turchi che

costituivano l’esercito egiziano e che così assunsero il potere in Egitto. Nella seconda metà

del 12° secolo, il sultanato dei Selgiùchidi che era ormai ridotto al solo territorio iracheno,

entrò in crisi. L’ultimo califfo abbaside fu ucciso nel 1258 dai Mongoli.

In al-Andalus nella seconda metà dell’11° secolo, il califfato omayyade era stato sostituito

dai principi locali di origine araba, berbera e slava, i quali però non furono in grado di

opporsi all’avanzata cristiana. Nel 1085 dopo la presa di Toledo da parte dei cristiani, i

musulmani chiamarono i berberi in aiuto, gli Almoravidi, sovrani della Tunisia fino alle

coste del Marocco, dove avevano fondato la capitale Marrakech. Essi applicarono una

politica restrittiva e una visione religiosa rigida e intollerante, elementi che fecero insorgere

delle rivolte, la cui fine fu segnata dall’arrivo degli Almohadi, anch’essi berberi. Essi erano

fautori del Sufismo e misero in atto una politica che costrinse numerosi intellettuali ad

emigrare in Oriente. Vennero sconfitti dopo 90 anni da Alfonso III di Castiglia, dovendosi

ritirare nuovamente in Africa, mentre le forze cristiane arrivavano fino a Cordoba e Siviglia.

Il contesto culturale. Grazie al dominio selgiuchide e alla sconfitta definitiva

dell’ismailismo, si giunse all’affermazione del sunnismo all’interno dei territori arabi. Infatti

in questo periodo al-Ghazaalii sviluppò le proprie teorie, con l’obiettivo di ristabilire

l’unità dell’Islaam, conciliando in una visione globale sia la sfera individuale che quella

sociale, il rispetto della Scrittura e della mistica, della logica e della dialettica.

Inoltre vi fu unificazione anche sul piano politico grazie all’opera del califfo an-Naasir, il

quale riuscì grazie alle sue capacità e ad un programma ideologico e politico, a ridare

stabilità e autorità alla figura del califfato. Vi riuscì anche grazie all’appoggio delle

concezioni elaborate dal suufii shafi’ita Umar as-Suhrawardii, secondo il quale il califfo

era garante dell’ordine sociale e del rispetto di un unico Islam, in cui convivono sunnismo,

sciismo, sufismo e futuwwa.

Dal 10° secolo i turchi nomadi avevano sostituito l’élite araba e persiana e instaurato un

nuovo sistema militare, impiegando sempre più frequentemente giovani schiavi turchi,

mamluuk, educati e istruiti appositamente.

Al fine di formare i nuovi funzionari statali, gli ‘ulamaa’, e la classe dirigente, i Selgiùchidi

organizzarono un nuovo sistema di istruzione impartito nelle madrase e il cui promotore fu

Nizaam al-Mulk, che cercò di formare un nuovo stato musulmano che avesse la lingua e la

cultura persiane. Questi principi furono da lui esposti nel Libro del Governo.

Mentre precedentemente la formazione della classe dirigente si basava su un apprendistato e

una preparazione individuale e sul rapporto tra maestro e discepolo, ora invece

l’insegnamento non appariva più autonomo, poiché lo Stato sceglieva gli insegnanti e ne

organizzava l’insegnamento, accordava le licenze agli studenti e predisponeva la

costruzione degli edifici. L’arabiyya veniva insegnata nelle madrase, tuttavia nelle provincie

orientali ormai la lingua persiana aveva sostituito l’arabo anche come lingua

dell’amministrazione e della cultura. Difatti a est del Tigri la arabiyya veniva usata soltanto

per scrivere trattai scientifici e opere importanti. Invece veniva ancora parlata e scritta nel

Vicino Oriente, in Egitto e Africa settentrionale. Mentre l’arabiyya subiva un processo di

specializzazione come lingua scritta, le irregolarità grammaticali divenivano sempre di più,

tanto da portare alla creazione di dialetti arabi regionali e l’uso del volgare si diffondeva fra

le classi colte, anche per scrivere.

Nell’11° secolo il Sufismo si affermò anche grazie all’opera di al-Ghazali, che riuscì a farlo

accettare all’interno della Sunna come via personale e individuale da portare avanti accanto

a quella sociale della sharii’a. In questo modo il sufismo sviluppò un sistema basato sul

rapporto maestro-discepolo, portando anche alla creazione di forme di vita collettiva, prima

sorte come comunità spontanee, e poi come confraternite strutturate in modo ben definito.

Nella penisola iberica a causa della formazione di numerosi regni musulmani, le classi

sociali subirono un allargamento, favorendo il cambiamento di status, specie se l’individuo

in questione era in grado di poetare, capacità che permetteva di entrare a far parte delle

riunioni letterarie con i personaggi più importanti. Tuttavia con l’arrivo dei berberi

Almoravidi la vita piacevole di al-Andalus cambiò radicalmente, poiché questi nuovi

sovrani si proposero come difensori del territorio spagnolo musulmano contro i cristiani e

restauratori dei valori islamici tradizionali. Trascurarono poesia e letteratura e si

impegnarono a promuovere le scienze religiose e profane, opponendosi anche alla teologica

dogmatica, kalaam.

Il dominio degli Almohadi favorì invece un atteggiamento più aperto e l’affermazione del

sufismo.

Nel 1091 i Normanni conquistarono la Sicilia, costringendo numerosi Arabi e Berberi a

rifugiarsi in Egitto o al-Andalus, fra di essi vi erano anche poeti, letterati, grammatici,

giuristi, teologi.

Nonostante tutto Ruggero II si mostrò molto aperto come sovrano e affascinato dalla cultura

e dalla scienza araba, tanto che chiamò a corte alcuni musulmani, arrivando addirittura a far

redigere da al-Idriisii una grande opera geografica, il Kitaab Ruujaar, il Libro di Ruggero.

La coesistenza di numerose etnie in Sicilia finì con il regno di Federico II, con l’abbandono

forzato di numerosi musulmani.

La produzione poetica e i poeti. Al-Andalus e l’Egitto rappresentano i Paesi forieri di

cambiamento, dove i poeti arabi non ebbero paura di mettere in atto cambiamenti e

sperimentare nuove vie, sapendo adattarsi bene alle nuove vie formali, al sopravvento dei

temi amorosi e descrittivi e infine, all’affermazione in tutto il mondo arabo, delle correnti

mistiche, che interessò anche l’espressione poetica.

In tutto il territorio islamico venivano dedicati panegirici al sovrano, al mecenate o al

benefattore, ma da ora anche agli amici ai quali si vuole rendere omaggio. Ora i temi

militari vengono messi da parte a favore dell’elogio alla statura morale, alla cultura e alle

virtù della persona in questione. In queste qaside riappare il tema del viaggio e della

cavalcatura, ma è anche la personalità del poeta che assume spessore, mentre i temi vengono

raccontati in modo più narrativo, grazie all’evocazione di una serie di eventi e alla

descrizione in cui si esplica tutta la vena artistica dei poeti.

I poeti per la maggior parte preferirono abbandonare il panegirico, la lode, l’invettiva e i

temi ufficiali, per indirizzare la propria attenzione verso temi di certo non innovativi, poiché

riappaiono poesie d’amore e versi descrittivi, ma trattati con un atteggiamento originale. I

poeti infatti si liberarono della poesia ufficiale scegliendo la strada della poesia personale e

priva di un fine, e si diffuse l’idea, basata su concezioni neoplatoniche, che il saper

versificare è una qualità innata, non un’abilità da apprendere con lo studio.

Nella poesia di Ibn Zayduun la donna amata e il rapporto che li lega sono diversi da quanto

cantato precedentemente; infatti la principessa era una donna libera e priva di scrupoli, che

discuteva di poesia e si interessava di politica. La principessa Wallaada aveva una

corrispondenza poetica con il poeta, secondo la moda del tempo, usata per rimproverarlo

delle attenzioni mancate o per difendersi dalle accuse di tradimento.

Il Tawq al-hamaama è un testo d’adab importante scritto da Ibn Hazm, uno dei personaggi

più importanti della cultura di al-Andalus. In esso è contenuta la tesi araba dell’origine della

lirica provenzale; inoltre appare come un trattato sull’amore e gli amanti che partendo da

osservazioni teoriche arricchite da poesie personali, espone la visione dell’amore cortese,

rivolto spesso ad una fanciulla/o. Egli riprende concezioni dell’amore ‘udhrita,

influenzandole con alcuni elementi neoplatonici, caratterizzati dalla dottrina dell’unione fra

l’Intelletto e L’Anima mundi, costruendo così una visione in cui la relazione fra le anime era

non solo intellettuale ma anche spirituale. L’amore viene dunque nobilitato e trasformato in

una forza positiva che ha bisogno per realizzarsi di una affinità spirituale. Il libro è diviso in

30 capitoli in cui l’autore parte da questioni generali e le esemplifica con alcuni versi

composti da lui e con racconti personali.

Il sovrano e poeta al-Mu’tamid rese Siviglia un centro di attrazione culturale, accogliendo

anche gli esuli siciliani. Egli stesso fu costretto ad andare in esilio in Marocco, dove

compose versi in cui descrivendo i paesaggi natii riversa tutta la propria malinconia.

In al-Andalus e nella Sicilia normanna, partendo dal wasf dettagliato, legato al ricordo

dell’amato e delle glorie passate, si trovava un forte senso estetico che considerava la poesia

come libera da ogni scopo pratico. Questo progresso sembra la conseguenza del desiderio di

liberarsi dalle strutture formali e usare la propria immaginazione per seguire una realtà

distante dalla politica. Di conseguenza abbiamo versi dedicati ai fiori, nawriyyaat, ai

giardini, rawdiyyat, rappresentazioni di spazi domestici caratterizzati principalmente da

tranquillità.

L’esilio e la patria abbandonata sono i temi centrali di Ibn Hamdiis, uno dei poeti siciliani

più famosi. È considerato siciliano per nascita e per aver cantato la nostalgia per la natura

della terra dei padri e per le città a cui era più legato, Noto e Siracusa. La sua è una poesia

d’amore, bacchica, descrittiva ed elegiaca, dominata da un tono lirico soffuso di nostalgia

per la terra dei padri e di rimpianto per la gioventù passata. I suoi versi adattano lo stile a

seconda dei temi e delle occasioni. Il rapporto della sua poesia con quella di al-Andalus è

evidente soprattutto nelle descrizioni di giardini e in quelle di ricchi e splendidi palazzi.

Oltre al diiwaan di Ibn Hamdiis ci è giunta un’antologia di Ibn al-Qattaa’ in cui sono stati

raccolti ventiseimila versi di 170 poeti siciliani, di cui però abbiamo solo due compendi e

citazioni sparse.

A partire dal 10° secolo grazie alla dinastia kalbita è stata documentata la poesia nata in

Sicilia. Funzionari, letterati, arabi e berberi cantarono numerosi versi in cui era presente il

dolore per una scomparsa, i loro amori, i banchetti e le bevute. Questa poesia kalbita era

tradizionale nei temi e nella forma.

Con la presenza del dominio almoravide la situazione sociale e culturale cambiò, poiché si

seguivano i principi della scuola malikita, cosa che spinse i poeti ai margini della società. Le

classi abbienti decisero di abbandonare la vita cittadina a favore della vita in campagna.

Nelle città la dinastia almoravide edificava moschee e parchi, luoghi di contemplazione

malinconica e nostalgica, due sentimenti che saranno presenti nelle qaside e nelle

descrizioni in cui si avverte adesso il senso del declino.

Ibn Khafaaja esprime in uno stile particolare questo nuovo atteggiamento nei confronti del

mondo e della natura. È noto addirittura come il giardiniere, al-jannaan, per le sue

descrizioni della natura dei giardini delle grandi città andaluse, che simboleggiano il

paradiso. La natura non è più avvertita come selvaggia ma come parte degli stati d’animo

dell’umanità e del poeta. Il tutto espresso con uno stile musicale basato sul frequente uso di

figure retoriche quali l’antitesi e la paronomasia. Nel suo diiwaan troviamo anche

muwasshah e zajal. Quest’ultimo è una poesia in strofe tutto in volgare. Si è addirittura

pensato che fosse uno sviluppo della kharja della muwasshah. Ultimamente invece alcuni

studiosi hanno sostenuto che lo zajaal sia nato in al-Andalus come forma cantata popolare

due secoli prima della muwasshah. Ad ogni modo entrambe le forme erano usate per

argomenti leggeri.

Ibn Quzmaan cantò l’amore per donne e fanciulli in dialetto arabo-ispanico parlato dalle

classi colte, per scelta precisa, come dichiara nell’introduzione. Molti dei suoi versi

sembrano quasi una caricatura di motivi ed espressioni nobili e classiche. Amore fisico e

sensuale, vino e lodi sono i temi di queste composizioni.

La muwasshah fu ripresa dagli ebrei che ne modificarono il ritornello in lingua romanza,

arricchendola con nuove strutture metriche che si affiancano a quella più semplice delle

origini. Così si diffuse in Africa settentrionale e in Egitto e con il tempo fu influenzata anche

da temi morali e mistici.

Ibn Sanaa’ al-Mulk non contento di comporre versi, raccolse anche un’antologia di

muwasshah, chiamata Daar at-thiraaz, la Casa del Tessuto Ricamato, opera che ci permette

di avere un quadro generale di questo genere letterario. È preceduta da un’esposizione

teorica.

Il dominio almohade ristabilì il pensiero di al-Ghazaalii e ciò coincise con la diffusione di

correnti sufi in tutto il mondo islamico, favorendo l’elaborazione teologica e metafisica,

insieme alla scrittura di opere agiografiche e di una produzione poetica mistica.

La scrittura in versi di amore della loro esperienza spirituale dei poeti Ibn al-Arabii e Ibn al-

Faarid è legata al pellegrinaggio alla Mecca, ma è anche espressione di due personalità

diverse. Il primo era un mistico che scriveva anche versi e il secondo era un poeta mistico.

Ibn al-arabi era uno spagnolo teorico della mistica che oltre ad aver scritto numerosi

 trattati compose durante un viaggio alla Mecca diverse poesie fra cui anche

muwasshah che intrecciano amore per una fanciulla e tensione mistica. Egli concepì

la sua visione mistica del mondo naturale come una epifania della realtà assoluta, di

un mondo in cui è presente l’amore per un’Idea perfetta, dell’uomo perfetto come

microcosmo. L’espressione poetica di questo autore è tanto complessa che egli stesso

scrisse un commento del suo diiwaan per aiutare le persone iniziate ad interpretarlo.

Ibn al-Faarid riversa la tensione interiore ed emotiva in versi di amore e bacchici

 fondati non sulla ragione ma sull’immaginazione, i quali vanno letti in chiave

mistica. In un componimento di 35 versi, letto da alcuni come una qasida, si è visto

un poema in cui i temi dell’amore, della lontananza e degli incontri non esprimono

più uno stato momentaneo ma la tensione dell’animo umano al divino. Nel verso

introduttivo vi è il ricordo, dhikr, dell’amore per una fanciulla, ma ciò a cui il poeta

veramente aspira è l’amore divino. Scrisse anche un poema chiamato Nazm as-

suluuk, il Poema della Vita, o La Grande Taa’iyya, perché in rima -ti, che ha molta

importanza sia a livello religioso che artistico. Il poeta parla delle sue esperienze

personali, chiarendo anche concetti della dottrina e i diversi stadi della mistica.

Troviamo temi amorosi, esperienze mistiche ed esortazioni a un discepolo. Il

narratore cambia di frequente tra il, Muhammad o Dio stesso. La presenza di

allitterazioni e numerose figure retoriche suggerisce l’influenza del saj’ e la volontà

di suscitare ed aumentare l’emotività al fine di raggiungere l’estasi.

La critica letteraria. Si snoda in due diverse correnti: didattica e scientifica.

Nelle madrase l’insegnamento dell’arabo era connesso allo studio della poesia, concepita

come esercizio scolastico. Vi erano autori di riassunti di diverse opere, con lo scopo di

semplificarle.

Ibn Rashiiq scrisse il Kitaab al-‘umda, il Libro della Colonna, dedicato alla scrittura in

prosa e in poesia, in cui si dà molta importanza al contesto sociale dell’autore analizzato e

troviamo versi e informazioni interessanti sulle Giornate Campali degli Arabi, la storia e la

poesia delle epoche più antiche.

Vi è un altro manuale poi, il Mathal as-saa’ir, Esempio Corrente, dedicato alla prosa, in cui

l’autore esamina la natura dell’espressione letteraria, bayaan, allo scopo di insegnare il

giusto metodo per scrivere ai katib; inoltre incoraggia la memorizzazione di versi oltre il

Corano e gli Hadith. Infine sostiene che ciò che distingue prosa e poesia è la struttura


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Cultura e Letteratura Araba I, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Licitra: Storia della Letteratura Araba Classica, Amaldi. Gli argomenti trattati sono i seguenti: L'epoca preislamica; l'epoca del profeta Muhammad; l'epoca dei califfi ben guidati e degli Omayyadi; La prima epoca abbàside e la supremazia culturale di Baghdad; L’epoca del decentramento e delle autonomie; L’epoca dei Selgiùchidi e di al-Andalus; Appendice 1- Il cristianesimo e la letteratura araba dei cristiani.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della mediazione linguistica (RAGUSA)
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher morreale.9 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Cultura e Letteratura Araba I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Licitra Ilenia.

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