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ESTRATTO DOCUMENTO

In ambito civile, la consulenza tecnica è ampiamente applicata nel diritto di famiglia,

in particolare nei casi di

affidamento dei figli minori.

Nel settore penale, la perizia o consulenza può essere eseguita su un soggetto per

valutarne:

- la capacità di intendere e di volere;

- la maturità psico-sociale;

- la pericolosità sociale;

- la capacità di presenziare coscientemente al processo;

- la compatibilità col regime carcerario;

- l'attendibilità di un testimone nei casi di abuso su minori.

SCUOLE DI PENSIERO

CRIMINOLOGICO

SCUOLA CLASSICA

La scuola classica aveva una visione razionale del reato per il quale l'individuo

ponderava in autonomia il

rapporto costi-benefici in previsione della violazione dei diritti altrui.

Tramite il computo del “livello di razionalità dei colpevoli” si tentò di prevedere

quanti potessero essere i

soggetti che avrebbero commesso un reato, le loro caratteristiche sociali, le influenze

che l'ambiente e la società

avrebbe avuto sul crimine.

Ecco perché i criminologi di questa scuola insistevano più sulle istituzioni sociali e

sul modo di controllare la

criminalità piuttosto che sul comportamento individuale.

Due concetti di questa scuola oggi sono attuali: la razionalità e la deterrenza.

I fondamenti teorici di questa scuola, nel tempo, si sono indebo-liti, in quanto nelle

politiche attuali vige il

principio del trattamento e della risocializzazione che non trova, invece, spazio nelle

idee dei classici (dove la

rieducazione e la riabilitazione dei detenuti non rientrano tra i compiti del carcere).

Il concetto di responsabilità, introdotto dalla scuola classica e poi ripudiato dalla

scuola positiva, è fondante

nella nostra attuale politica penale.

SCUOLA POSITIVA

Secondo la Scuola positiva, l’indagine giuridica si sposta dal reato al delinquente, in

quanto ciò che interessa

non è il reato come entità giuridica staccata da colui che la compie, ma come fatto

umano individuale che trova

la sua causa nella struttura bio-psicologica del delinquente, la quale spinge

quest’ultimo a delinquere.

Una conseguenza molto importante di questo ragionamento è che se colui che devia

vi è costretto da personali

caratteristiche bio-antropologiche, egli stesso sarà vittima di queste sue peculiarità.

(parlare della mancanza di libero arbitrio)

L’oggetto di studio sono dunque i tipi di individui che sono predisposti a commettere

atti devianti, nonché le

classificazioni di coloro che hanno deviato.

In un simile scenario non è concepibile una pena retributiva, che viene sostituita da

misure di sicurezza: i

delinquenti devono essere sottoposti ad un sistema di punizioni che non possono

essere uguali per tutti perché

non tutti hanno la stessa capacità di intendere e di volere. L’importante è trovare una

punizione adatta al

delinquente in concreto. (parlare delle pene)

Il positivismo criminologico in Italia viene ricondotto agli studi di Lombroso, Ferri e

Garofalo.

Lo studioso Quetelet, nell’opera “Fisica Sociale” individua per primo i parametri del

c.d. “uomo medio”

(possibilità di rappresentare una popolazione attraverso le sue statistiche medie).

Quetelet, insieme al francese Guerry, intraprende una serie di osservazioni statistiche

sulla criminalità

utilizzando fonti proveniente da dati ufficiali.

Questi due autori mantengono la concezione della devianza fatta propria dalla Scuola

Classica (il reato era

inteso come violazione di una norma legale) e solo successivamente si arriverà a

parlare di criminalità intesa

come violazione di norme non codificate nell’ordinamento giuridico.

Quetelet e Guerry lavorano su una scienza che chiamano “statistica morale”.

In particolare, Guerry, nel volume “Statistica morale” realizza una cartografia sociale

della criminalità,

scoprendo che non esiste tanto un rapporto tra criminalità e povertà, quanto piuttosto

tra criminalità e

disuguaglianza di sviluppo.

Egli riesce dunque a smantellare l’idea di una correlazione tra ignoranza e

criminalità.

CESARE LOMBROSO

Le interviste effettuate ai criminali in carcere da parte di Cesare Lombroso nel XIX

secolo possono essere

considerate senza dubbio come un tentativo rudimentale di profilo psicologico il cui

scopo principale era quello

di formulare delle deduzioni predittive.

I colloqui con 383 carcerati italiani lo portarono ad ipotizzare che il comportamento

criminale poteva essere

compreso, dedotto e predetto attraverso la comparazione di fattori come razza, età,

sesso, caratteristiche fisiche,

educazione e provincia di residenza.

Il contributo più importante di Lombroso consiste nella formulazione della Teoria

dell’atavismo, secondo cui lo

sviluppo di ogni individuo di una specie ripercorre le tappe percorse dalla specie cui

appartiene.

L’atavismo è un tratto distintivo dell’antenato di un individuo che ricompare dopo

generazioni.

Lombroso collega la ricomparsa e l’individuazione di questi tratti arcaici alla

personalità e al carattere

dell’individuo, il quale, una volta identificati in lui questi elementi, viene classificato

come persona deviante.

Queste riflessioni sono contenute nella sua opera più importante, “L’uomo

delinquente”, che rappresenta anche

la prima sintesi delle teorie bio-antropologiche.

Lombroso era convinto di aver scoperto il segreto della criminalità

Egli evidenziò diciotto caratteristiche fisiche che stigmatizzavano il “criminale nato o

per costituzione”, ma era

sufficiente riscontrarne cinque per effettuare la diagnosi.

Fra queste, erano comprese: deviazioni di forma e misura del cranio rispetto alle

caratteristiche della razza di

appartenenza, asimmetria del volto, dimensioni eccessive della mandibola e degli

zigomi, orecchie troppo

grandi o piccole ed eccessivamente sporgenti, labbra grosse, carnose e prominenti,

dentizione abnorme,

presenza di rughe precoci ed abbondanti.

Quanto più la fisionomia dell’uomo si discostava dalle caratteristiche “scimmiesche”

associabili all’uomo

primitivo, tanto più era probabile che il soggetto non sarebbe stato un criminale.

Gli studiosi moderni hanno definito le caratteristiche fisiche elencate dal Lombroso

come il “marchio di

Caino”.

I suoi studi lo portano a individuare e classificare i criminali a seconda della loro

natura, anziché secondo

l’entità e il tipo di reato commesso.

Secondo la sua classificazione, esistono tre tipi di criminali:

1- il delinquente nato o per costituzione: si tratta di un aggressore di bassa evoluzione

fisica e sociale,

individuabile sulla base delle caratteristiche fisiche;

2- il delinquente occasionale;

3- il delinquente pazzo: è un delinquente affetto da disturbi fisici e mentali;

4- il delinquente per passione;

5- il delinquente abituale.

Questa visione ovviamente lo porta a commettere l’errore di non considerare i fattori

sociali e psicologici che

possono influire sul comportamento deviante, al quale l’individuo non si può

sottrarre.

Seguendo il suo esempio, altri studiosi europei hanno classificato i criminale ed i

potenziali criminali secondo i

criteri dell’intelligenza, della razza, della ereditarietà, del ceto sociale e di altre

caratteristiche biologiche ed

ambientali.

Uno dei più importanti è stato senza dubbio il tedesco Kretschmer, che riscontrò un

rapporto di causalità tra

caratteristiche biologiche, personalità e potenziale criminale.

Dopo aver esaminato un numero infinito di criminali, propose una classificazione che

prevedeva quattro tipi:

1. leptosomico o astenico: soggetti alti e magri associabili ai crimini di furto e frode;

2. atletico: individui con un ottimo sviluppo muscolare, associabili ai crimini di

violenza;

3. picnico: persone basse e grasse associabili ai crimini di violenza e al furto;

4. displasico o misto: i soggetti dall’aspetto fisico misto, associabili a crimini contro

l’etica e la morale oltre

che ai crimini violenti.

ENRICO FERRI

Ferri, a differenza di Lombroso, affronta anche il problema della giustizia penale,

considerandola dal punto di

vista pratico (nella sua funzione sanzionatrice) e come sistema organico di principi

razionali.

Ferri, basandosi sul presupposto che il delitto potesse essere impedito con la pena, ha

dato vita a due anomalie:

- ha portato il legislatore a concepire sempre nuovi tormenti;

- ha innescato una maggiore ferocia del criminale nel commettere delitti sempre più

efferati.

Fortunatamente, col tempo, gli eccessi di atrocità della pena in Italia sono diminuiti

(soprattutto grazie all’opera

di Beccaria, che affermava l’importanza di una pena meno severa ma certa).

Nel Medioevo, dunque, il tradimento delle aspettative verso il progresso della

giustizia penale è riconducibile

alla previsione di pene atroci che non fanno altro che diffondere un senso di

penitenza.

Con l’avvento della civiltà moderna, invece, il principio cardine sul quale poggia la

giustizia penale è quello

della proporzione tra delitto e punizione.

Ferri, rispetto a Lombroso, allarga l’orizzonte causativo del crimine riconducendo

alla delinquenza tanto

un’origine biologica quanto un’origine fisica e sociale. In questo senso, l’omicidio di

un pazzo e quello

commesso per un’idea politica sono differenti: il primo deriva da una condizione

psico-patologica

dell’individuo, il secondo è il risultato delle condizioni politico-sociali dell’ambiente.

IL POSITIVISMO GENETICO

La teoria cromosomica xyy presenta la particolarità di ricercare le cause della

criminalità in caratteri genetici e

fonda le sue indagini sulla sindrome cromosomica XYY.

Si tratta di una particolare anomalia genetica dell’ultima coppia di cromosomi

contenuta nelle cellule umane, la

ventitreesima, che determina il sesso degli individui (XX=donna; XY=uomo).

I soggetti che ne sono affetti hanno un basso quoziente di intelligenza.

Effettuando un sondaggio cromosomico su detenuti maschi, si sono individuati

cinque individui di cariotipo

anormale.

Si pensò allora che i maschi portatori di un addizionale cromosoma Y potessero

essere predisposti al

comportamento criminale.

L’intento della ricerca è quello di individuare l’influenza del cromosoma Y in più,

mettendo a confronto maschi

XYY e maschi normali, dunque con coppia cromosomica XY.

Essi giungono all’importante risultato secondo cui, in generale, i maschi XYY si

presentano instabili

mentalmente e immaturi, con poca sensibilità e con una marcata tendenza alla

recidiva nei delitti contro la

proprietà.

Alla luce di queste scoperte, gli studiosi del tempo affermano che “appare verosimile

che l'extra cromosoma Y

abbia un effetto deleterio sul comportamento di questi uomini, predisponendoli ad

azioni criminali”.

Tuttavia, anche questa teoria presenta dei limiti in considerazione del fatto che anche

se il comportamento di

questi individui non fosse così aggressivo, potrebbe comunque succedere che, a causa

del loro aspetto giudicato

spaventevole, i giudici e gli psichiatri li affidino ad istituti per individui sub-normali,

finendo per essere

prevenuti verso di essi.

PERSONALITÀ CRIMINALE

Il criminologo Lonnie Athens ha studiato la formazione della personalità criminale,

avendo sperimentato sulla

propria pelle la violenza sia durante l’infanzia che nell’adolescenza (colpa di un

padre violento e degli ambienti

degradati nei quali si è ritrovato a vivere).

Il suo pensiero criminologico si fonda sulla circostanza che chi compie delle azioni

violente non è per forza

affetto da una qualche forma di malattia mentale, ma quel comportamento

rappresenta la naturale conseguenza

di un percorso di apprendimento al termine del quale l’atto criminale diventa l’unica

opzione possibile.

Nel corso degli anni, Athens perfeziona la struttura del “processo di violentizzazione”

per spiegare il perché gli

individui commettono azioni violente.

Il termine “violentizzazione” è un neologismo creato dalla fusione dell’aggettivo

“violento” con il sostantivo

“socializzazione” e indica un processo formato da quattro fasi distinte alla fine del

quale un individuo

inizialmente non violento diventa pericoloso dopo aver sviluppato ed internalizzato

modelli di apprendimento e

di adattamento a sistemi culturali e normativi differenti da quelli della società civile e

basati principalmente sulla

violenza.

LE QUATTRO FASI DEL PROCESSO DI VIOLENTIZZAZIONE

1) La brutalizzazione : durante il processo evolutivo, il soggetto entra in contatto

ripetutamente con la

violenza, in forma diretta perché la subisce, o in forma indiretta perché assiste ad

episodi brutali messi in

atto contro persone della sua famiglia. Queste esperienze distruttive che si

accumulano nel vissuto del

ragazzo creano dei solchi duraturi che costituiscono il primo nucleo di un percorso di

apprendimento

durante il quale il soggetto imparerà che la violenza è l’unica risorsa per risolvere i

conflitti e ottenere cose.

La fase della brutalizzazione si può avere per:

- sottomissione violenta, quando il soggetto è sottomesso in maniera violenta ad una

figura autoritaria;

- orrificazione personale: in questa fase, la vittima non subisce un’esperienza brutale

sulla propria persona,

ma è testimone di una scena violenta nella quale sono coinvolti altri soggetti con i

quali esiste un legame

affettivo.

Si viene a creare un’atmosfera di paura e rabbia che alimenta fantasie distruttive nei

confronti del

persecutore: nella maggior parte dei casi, queste fantasie non vengono concretizzate

perché, in un calcolo

costi-benefici, la vittima si rende conto di avere pochissime probabilità di successo in

uno scontro fisico.

La diretta conseguenza è l’insorgere di un senso di impotenza che fa aumentare la

rabbia e anche uno

strisciante senso di colpa nel momento in cui la vittima attribuisce a se stesso la

responsabilità per quello

che subisce la vittima secondaria. Si sente in colpa per la sua passività, perché non

interviene per

interrompere il ciclo della violenza.

In questa fase, non è importante la realtà dei fatti, cioè se il soggetto possa

effettivamente intervenire per fare

qualcosa oppure no, ma la percezione soggettiva di impotenza che comporta la

crescita della rabbia;

-

addestramento violento: l’addestratore è sempre un adulto violento, una figura

autoritaria capace di

esercitare un grande influsso sulla vittima. Ovviamente, l’elemento fondamentale

affinchè tale

addestramento abbia successo è che la vittima si fidi completamente

dell’addestratore.

Gli argomenti principali dell’addestratore violento sono:

 il mondo è popolato da persone malvagie da cui dobbiamo difenderci;

 nelle situazioni di difficoltà, il ricorso alla violenza è il mezzo più efficace per

ottenere la vittoria.

Una delle tecniche motivazionali utilizzate dall’addestratore per far internalizzare al

bambino la necessità

di utilizzare la violenza nelle interazioni consiste nella vanaglorificazione.

In pratica, l’addestratore sponsorizza l’efficacia del comportamento violento

raccontando aneddoti

personali che riguardano la sua esperienza nei quali, ovviamente, c’è stato un

risultato positivo.

Nel racconto, l’addestratore si presenta come il “buono” che viene coinvolto in uno

scontro da un “cattivo”

che, naturalmente, è stato non solo battuto ma anche umiliato.

Il bambino che ascolta trae piacere da questo tipo di racconto perché si immedesima

nel protagonista ed

inizia a proiettarsi in un futuro nel quale anche lui sarà in grado di comportarsi in

quel modo e diventare

una specie di eroe. Un’altra tecnica utilizzata dall’addestratore consiste nella

minaccia di punizioni fisiche.

Spesso, questa tecnica viene utilizzata per massimizzare un effetto.

Non soltanto il bambino riceve delle umiliazioni psicologiche, ma deve anche

sopportare le minacce di

violenza fisica.

2) La belligeranza: il soggetto che entra in questa fase è decisamente turbato da tutto

quello che ha vissuto

nello stadio precedente e si chiede perché sia capitato proprio a lui.

La conseguenza principale è uno stato di confusione nei confronti di se stesso e della

propria immagine che

lo spinge a desiderare di cambiare la sua storia personale per evitare che, in futuro,

qualcun altro possa

sottometterlo, umiliarlo e approfittarsi di lui.

Il soggetto decide che aggredirà fisicamente chi lo provocherà senza motivo, anche se

non arriverà al punto

di ucciderlo o di fargli del male grave, a meno che non senta minacciato seriamente il

proprio benessere

fisico o psichico.

Questo modo di ragionare si consolida abbastanza velocemente fino a diventare

automatico.

3) Le prestazioni violente: il soggetto inizia a chiedersi se sarà davvero in grado di

fare seriamente male a

qualcuno quando si presenterà l’occasione, dato che, fino a quel momento, ha

impersonato il ruolo di

vittima.

Quando capiterà il primo scontro violento, il suo risultato influenzerà in maniera

decisiva le decisioni

future.

Una vittoria lo spingerà in maniera importante verso la fase successiva del “processo

di violentizzazione”

consolidando la risoluzione a utilizzare la violenza.

Una sconfitta potrebbe, invece, generare conseguenze ambigue: da un lato, il soggetto

potrebbe dubitare

dell’effettiva autorità del ricorso al comportamento violento e ritenere di non esservi

particolarmente

adatto, dall’altro è anche possibile che proprio la sconfitta amplifichi il suo desiderio

di riprovarci con più

energia.

4) La virulenza: alla fase della virulenza si accede solamente se si è ottenuta almeno

una “vittoria

significativa”, ovvero uno scontro al termine del quale il soggetto ha una sensazione

molto netta di aver

prevalso sull’avversario.

L’etichetta di “pazzo violento”, “killer spietato” o “mostro sadico” non è

necessariamente negativa nella

percezione del soggetto, anzi può essere vissuta come una conferma di coraggio e

risolutezza, l’attestato

effettivo del suo essere pericoloso e temuto dagli altri.

Ecco che, in questo modo, il “processo di violentizzazione” arriva al suo

compimento: il soggetto si è

trasformato da vittima indifesa della “brutalizzazione” ad aggressore irrecuperabile

che usa la violenza

come modalità principale di interazione.

CAPACITA' A DELINQUERE

E

PERICOLOSITA' SOCIALE

La capacità a delinquere (o capacità criminale) indica l’idoneità a porre in essere

azioni criminose.

Alcuni autori, definiscono la capacità a delinquere come “l’attitudine ad essere autori

del reato”.

E’ un requisito soggettivo del reo individuato nell'art. 133 cp comma 2.

Rappresenta un elemento di valutazione per la graduazione della pena ed è ancorato

ad una serie

di parametri per quanto attiene alla valutazione sulla sua sussistenza.

La capacità a delinquere, per espressa previsione codicistica, si interseca con la

pericolosità sociale che è

contemplata e disciplinata dall'art. 203 c.p..

Il rapporto tra capacità a delinquere e pericolosità sociale, secondo parte della

dottrina, sarebbe solo

occasionalmente caratterizzato dall'identità dei criteri di valutazione.

La capacità a delinquere, infatti, avrebbe di mira solo il fatto commesso ed avrebbe

esclusivamente la funzione

di calibrare la pena all’effettiva responsabilità ascrivibile per tale fatto.

Agli effetti della legge penale, invece, è socialmente pericolosa la persona, anche se

non imputabile o non

punibile, che ha commesso un reato o un quasi-reato (artt. 49 e 115 c.p.), quando è

probabile che commetta

nuovi fatti preveduti dalla legge come reati (art. 203 c.p.).

La pericolosità sociale è, quindi, un modo di essere del soggetto, da cui si deduce la

probabilità che egli

commetta nuovi reati.

Il reato costituisce il presupposto del giudizio di pericolosità sociale, la quale deve

essere accertata dal giudice

di volta in volta, avendo, la L. 663/86 soppresso le ipotesi di pericolosità presunta.

Il giudizio sulla pericolosità consta dell'accertamento delle qualità indizianti (da cui si

desume la probabile

commissione di nuovi reati) e della c.d. prognosi criminale, quale giudizio sul futuro

criminale del soggetto,

fondato su tali qualità.

Il concetto di pericolosità sociale riveste particolare importanza nella

commisurazione della pena, influendo

sulla misura e qualità di essa ed è presupposto per l'applicazione delle misure di

sicurezza.

La pericolosità sociale, inoltre, non va confusa con la gravità del reato in quanto è un

attributo del soggetto che

può anche prescindere dall'effettiva realizzazione di un fatto penalmente illecito.

E', dunque, possibile che ad un reato di portata lieve, si accompagni un giudizio di

alta pericolosità sociale e

che, al contrario, nonostante la gravità del reato commesso, il reo sia considerato

scarsamente pericoloso.

INTERVISTA CRIMINOLOGICA

Quando un soggetto viene arrestato, l’investigazione non è affatto conclusa ma,

piuttosto, entra nella sua fase

più delicata in cui gli indizi vanno trasformati in prove concrete da presentare in

Tribunale per il processo.

Per cercare di far “aprire” il soggetto che si ha di fronte e ottenere informazioni utili,

è necessario adottare delle

precise strategie di comunicazione, soprattutto se si ha a che fare con un soggetto

particolare, come può essere

un serial killer, un criminale sessuale, etc., individui che possiedono modalità di

ragionamento decisamente

particolari.

Forse il criminale più difficile a cui relazionarsi è proprio l’assassino seriale poiché i

suoi omicidi seguono una

logica del tutto individuale che un soggetto c.d. “normale” non può comprendere.

Nel codice penale italiano si parla esclusivamente di “interrogatorio”, mentre

“l’intervista investigativa” trova

un suo campo di applicazione nel contesto psicologico-giuridico.

L’interrogatorio può essere definito come un “processo di valutazione di un sospetto,

di una vittima o di un

testimone attraverso la formulazione di opportune domande, al fine di trarre

informazioni o correlare dati che

possono essere utilizzati per la soluzione di un delitto”.

L’obiettivo primario è quello di massimizzare la raccolta delle informazioni, ottenere

confessioni, verificare

elementi correlati ad altre prove, ma è anche uno strumento che può risultare utile

all’indagato per fornire la sua

versione dei fatti allo scopo di dimostrare la sua innocenza.

L’intervista investigativa è una forma standardizzata atta a raccogliere informazioni

senza la struttura

inquisitoria.

Essa è da preferire quando si ha a che fare con un minore o con una vittima. Infatti, è

una tecnica di ascolto delle

vittime che hanno subito traumi particolarmente pesanti, mentre l’interrogatorio è più

adatto a parlare il

sospettato di un crimine.

INDICATORI DI VERIDICITÀ

1) Dettagli distribuiti in maniera omogenea nel racconto;

2) modi di concatenare la sequenza delle informazioni: il legame tra le diverse

sequenze di una azione realmente

vissuta non segue l’ordine cronologico, ma l’ordine di rievocazione dei fatti che, pure

se dotati di logica, non

sempre rispettano l’esatta sequenza temporale;

3) espressione di pensieri ed emozioni: un episodio, soprattutto se traumatico, porta il

soggetto a esprimersi

anche attraverso le emozioni vissute e i pensieri formulati durante l’evento.

INDICATORI DI MENZOGNA

1) Variabilità dei dettagli: i dettagli cambiano di quantità tra le varie sequenze del

racconto dell’evento;

2) perfetta cronologia del racconto: un racconto sviluppato in una perfetta sequenza

cronologica non segue la

teoria del recupero del fatto, ma è più vicino ad una narrazione inventata e

pianificata;

3) assenza di pensieri ed emozioni: l’assenza di emozioni, come la paura, ad esempio

durante una rapina o una

violenza sessuale, fa supporre che il racconto sia stato inventato;

4) frasi con gap temporali: le omissioni, spesso tese ad evitare racconti di aspetti

imbarazzanti, a volte indicano

la volontà di nascondere fatti cruciali che possono incriminare il soggetto;

5) uso di frasi con azioni implicite: ad es., frasi tipo “io pensavo che...”, “lui cominciò

a...” etc..., piuttosto che

raccontare in modo diretto l’evento, sono spesso un segnale di costruzione

ingannevole del fatto.

PRINCIPI BASILARI DELL’INTERVISTA INVESTIGATIVA

- Ottenere informazioni accurate e attendibili, non solo dalla persona sospettata, ma

anche dalle vittime e dai

testimoni oculari;

- mantenere una mente aperta e non condizionata da ipotesi precostituite;

- assumere una posizione onesta ed imparziale;

- non prendere per buona la prima risposta data senza effettuare delle domande di

verifica;

- avere diritto a fare domande anche quando il soggetto si avvale della facoltà di non

rispondere;

- sentirsi libero di fare domande allo scopo di ricercare la verità;

- trattare le vittime vulnerabili, i testimoni oculari, i sospettati con le stesse attenzioni

e rispetto.

Partendo da questi presupposti, l’intervista è di supporto alla polizia per eseguire i

cinque passi rappresentati

dall’acronimo P.E.A.C.E.:

1) pianificazione e preparazione: il compito dell’intervistatore è quello di preparare

l’intervista formulando gli

obiettivi e i contenuti;

2) spiegazione: il soggetto sotto esame ascolta il motivo per cui è sottoposto

all’intervista, la dinamica del

colloquio e la comunicazione inizia sotto forma di conversazione non ansiogena;

3) raccolta: le informazioni vengono raccolte usando le tecniche di comunicazione

più adeguate al contesto, alla

personalità del soggetto intervistato e al suo ruolo nel crimine (sospettato, vittima,

testimone);

4) chiusura: l’investigatore sintetizza i punti fondamentali emersi durante l’intervista

e invita il soggetto ad

aggiungere o modificare quello che ha detto;

5) valutazione: una volta concluso l’interrogatorio (o l’intervista) bisogna analizzare

le informazioni raccolte e

valutare il loro effetto sull’investigazione, se ci sono elementi utili per progredire

nella soluzione del crimine.

COME CONDURRE EFFICACEMENTE UN INTERROGATORIO

Quando si effettua un interrogatorio, l’obiettivo che non va mai perso di vista è quello

di accertare i fatti in

maniera precisa ed imparziale.

Esistono tre fasi da seguire:

1) al sospettato viene data l’opportunità di farsi un’idea dell’investigatore che gli sta

di fronte, con l’obiettivo di

farlo convincere che chi lo esamina è una persona competente, non giudicante e

dotato di una coscienza;

2) l’investigatore osserva il sospettato, concentrandosi soprattutto sulle modalità di

comunicazione non verbale

di gestione della tensione nervosa;

3) l’investigatore elabora una griglia di domande e risposte per strutturare il

colloquio.

Per quanto riguarda la formulazione delle domande, è importante osservare che una

domanda aperta posta

all’inizio del colloquio porta con se numerosi vantaggi, i più importanti dei quali

sono:

- il soggetto si sente libero di inserire quello che vuole nel racconto e le ricerche

dimostrano che i soggetti

tendono a non includere informazioni false quando rispondono ad una domanda

aperta;

- le risposte alle domande aperte forniscono informazioni utili sulle cose che non

sono importanti per il soggetto;

anche le omissioni sono rilevanti per comprendere il suo schema di pensiero. Se la

persona interrogata inizia a

rispondere con fluidità alle prime domande aperte, è conveniente lasciar proseguire il

racconto senza

interruzioni per non interrompere il flusso delle informazioni.

È ovvio che, così facendo, la possibilità di essere inondati da particolari superflui o

addirittura inutili è molto

alta, però i vantaggi sono sempre superiori agli inconvenienti perché l’interrogato,

non sentendosi minacciato,

può parlare senza alzare le difese e quindi rilevare particolari utili alle indagini.

Recenti studi sulla comunicazione dicono che i resoconti effettuati in risposta ad una

domanda aperta sono veri e

autentici se si sviluppano in tre fasi:

1) il racconto inizia con un’introduzione che mette in risalto il nucleo dell’episodio;

2) segue la descrizione del fatto com’è accaduto;

3) l’episodio riguarda una descrizione di cosa ha fatto il soggetto dopo l’evento

narrato e il resoconto delle

emozioni provate in relazione all’evento stesso.

Un resoconto artefatto non contiene questi tre passaggi perché il soggetto bugiardo

tende a essere sbrigativo

nell’epilogo quando non lo elimina del tutto e fornisce dettagli tra una frase e l’altra

in maniera discontinua.

In sintesi, importanti ricerche sugli aspetti verbali della menzogna, elencano alcune

differenze tra chi mente e

chi dice la verità:

- le persone che dicono la verità tendono a dare risposte più dirette, mentre chi mente

risponde in modo evasivo

alle domande;

-le persone che dicono la verità usano negazioni generiche (ad es., “non ho mai

rubato niente”, “non ho niente a

che fare con questa rapina”, “sono assolutamente sicuro”, etc...), mentre il bugiardo

risponde utilizzando

negazioni specifiche (ad es., “non ho mai rubato quella borsa”, “non ho i soldi di

quell’uomo”, etc...);

- chi dice la verità fornisce resoconti appropriati e definitivi, mentre chi mente tende

ad utilizzare frasi che

qualificano il racconto.

Tra queste frasi vi sono:

1) affermazioni di generalizzazione: sono presenti parole ed espressioni del tipo

“generalmente”, “mi

piacerebbe”, “è una questione di abitudini”, etc...;

2) frasi che danno la colpa alla memoria: “da come posso ricordare”, “se la memoria

non mi inganna”, etc...;

3) affermazioni di omissione di qualificazione: “non spesso”, “raramente”, etc...;

4) frasi di opinione: “vorrei aver detto di no”, etc...;

- il bugiardo fa uso ricorrente di negazioni ingannevoli allo scopo di rendere più

credibili le frasi pronunciate (ad

es., “che Dio mi sia testimone”, “giuro su mia madre”, etc...), oppure utilizza

dichiarazioni contro il proprio

interesse allo scopo di mascherare la colpevolezza e l’ansia che potrebbero trasparire

dalle affermazioni che ha

deciso di fare (ad es., “non voglio coinvolgere nessuno, ma...”, “tu potresti non

credere in questo, ma....”);

- il soggetto che mente tende a rispondere alle domande usando risposte ripetitive,

mentre chi dice la verità

generalmente risponde in modo spontaneo.

LA TECNICA DEI NOVE PASSI DI REID

Si tratta di una tecnica molto usata dagli investigatori di tutto il mondo, anche se, nel

corso degli anni, è stata

ampiamente criticata dalla comunità scientifica perché alcune delle sue affermazioni

non hanno mai ricevuto

una convalida empirica.

La tecnica viene utilizzata in particolare quando l’investigatore è già convinto che il

sospettato sia colpevole

perché esistono prove concrete contro di lui e il suo scopo è quello di sgretolare la

resistenza per ottenere una

confessione.

In sostanza, la tecnica dei nove passi di Reid si fonda sulla teoria sociopsicologica del

“cambiamento di

atteggiamento”.

La tecnica dei nove passi di Reid prevede:

1) confronto diretto: l’investigatore approccia direttamente il sospettato con una frase,

vera o falsa che sia, in

cui gli dice che è considerato senza ombra di dubbio l’autore del reato (ad es., “le

nostre indagini dimostrano

che sei stato tu”);

2) sviluppo dell’argomento: l’investigatore sviluppa un argomento specifico a

seconda che il sospettato abbia

più o meno un carattere emotivo;

3) gestire i dinieghi: la maggior parte dei soggetti sospettati ma innocenti

continuerebbe a negare con fermezza

di essere colpevole, ma senza sentire il bisogno, come invece capita al vero criminale,

di affastellare ragioni o

giustificazioni contrarie alle accuse (ad es., con frasi tipo “non posso aver fatto ciò,

non possiedo un arma”);

4) vincere le obiezioni;

5) catturare e mantenere l’attenzione di un sospettato;

6) gestire le passività del sospettato: dopo aver catturato la sua attenzione

l’investigatore deve condurre il

sospettato a riflettere sull’eventualità e le motivazioni che possono averlo indotto a

commettere il reato. Tutto

questo va fatto mostrando un atteggiamento di empatia e comprensione teso a

incoraggiarlo ad ammettere la

verità;

7) porre una domanda che contiene un’alternativa: ad es., “questa è stata una tua idea

personale o qualcuno

te l’ha suggerita?”;

8) ottenere un resoconto orale dei diversi dettagli del reato;

9) convertire una confessione orale in una scritta: spesso, infatti, capita che il

sospettato cambi idea per

qualsiasi motivo e non firmi la confessione, rendendo nullo tutto quello che è

successo in precedenza.

IL COLLOQUIO

L’esame psichico viene svolto durante e mediante il colloquio stesso e comincia nel

momento in cui l’operatore e

l’esaminando si incontrano.

L’esame della personalità assume un particolare rilievo in criminologia clinica ed è

necessario che sia completo,

analitico ma anche sintetico e vada ad inquadrare il soggetto nella globalità

individuale, esaminata nei suoi

aspetti morfologici, funzionali e psichici.

L’esame psichico deve tener conto anche dell’aspetto comportamentale nonché della

dinamica del reato.

Il colloquio clinico svolto in ambito criminologico soddisfa criteri diagnostici più che

terapeutici, sebbene nel

momento in cui favorisce uno sfogo emotivo possa avere una funzione terapeutica,

magari una premessa per

futuri colloqui-interventi.

Il colloquio è il principale strumento operativo dello psicologo con cui il

professionista ha la possibilità di

osservare in maniera diretta, senza mediazione, le dinamiche interpersonali del

soggetto, il modo in cui si

relaziona e la sua modalità di contatto con la realtà.

Durante il colloquio, l’attenzione deve essere rivolta non solo al contenuto

informativo e manifesto della

comunicazione, ma anche agli aspetti di relazione che riguardano la parte meno

consapevole di tale

comunicazione (comunicazione non verbale).

Il colloquio che si conduce in questo contesto è volto all’ottenimento di un risultato

concreto, di solito a breve

scadenza, e si pone a metà tra un colloquio e un intervista.

Il compito del perito non è quello di stabilire se i fatti accaduti siano veri o falsi -

questo è compito del giudice -

ma “la paura del falso, della menzogna, non ha motivo di esistere se si parte dal

presupposto che, in campo

criminologico, non è possibile mentire; nel senso che è possibile mentire sulla realtà

esterna, ma non è possibile

mentire sulla propria realtà psichica”.

L’atteggiamento da tenere nel corso del colloquio criminologico deve essere

innanzitutto di rispetto e

riconoscimento della persona che abbiamo di fronte, “senza la tentazione di

inopportune confusioni e complicità,

in un equilibrio che permetta disponibilità ed empatia, ma che anche impedisca

confusione e sovrapposizione di

ruoli”.

Dal punto di vista operativo, non esiste una modalità migliore delle altre.

L’utilità di una tecnica dipende dalla sua efficacia, ossia dalla capacità di produrre

risultati significativi con uno

specifico cliente.

L’esperto deve conoscere diverse modalità, ma la cosa più importante è che egli le

abbia fatte sue al punto di

saperle utilizzare in maniera fluida e flessibile.

Alcune possono risultare particolarmente importanti nel contesto psicologico forense.

Il colloquio che si svolge in carcere è particolarmente complesso e per questo esige,

da parte del consulente,

specifiche doti di intuizione e capacità di ascolto nonché di resistenza ai tentativi di

manipolazione.

L’osservazione consiste in un processo di raccolta di informazioni al fine di

comprendere ciò che si sta

osservando e viene considerata un’attività scientifica a tutti gli effetti.

L’osservatore deve, dunque, essere in possesso di un orientamento sistematico,

ovvero di una precisa modalità di

registrazione di dati ed informazioni.

La sola osservazione di un fenomeno non porta ad una conoscenza immediata dello

stesso.

È necessario un passaggio successivo al fine di formulare un interpretazione di

quanto osservato.

In ambito criminologico, buona parte dell’osservazione si effettua durante il

colloquio.

In carcere, l’osservazione rappresenta uno dei metodi più adatti per la raccolta di dati

relativi al comportamento

non verbale ed all’interazione tra gli individui in un ambiente in cui la comunicazione

non verbale è altamente

censurata.

L’osservazione scientifica della personalità si svolge in equipe, composta da operatori

con differenti competenze,

che esaminano il soggetto con varie metodologie.

L’osservazione compiuta all’inizio dell’esecuzione penale ed in itinere è finalizzata

sia alle indicazioni in merito

al trattamento rieducativo, che alla concessione di eventuali misure alternative alla

detenzione che fanno parte del

programma di trattamento.

LO STATO DI DETENZIONE

Quando si parla di detenuti è importante distinguerne tre categorie:

1) imputati (detenuti in attesa di giudizio);

2) condannati (definitivi);

3) internati (definitivi ritenuti pericolosi sociali).

Solo per i condannati e gli internati è prevista l'osservazione scientifica della

personalità ai fini dell’esecuzione

della pena e del trattamento rieducativo. L'osservazione, compiuta all'inizio

dell'esecuzione penale e proseguita

durante la restrizione, è finalizzata sia alle indicazioni riguardo al metodo educativo,

sia alla concessione di

eventuali misure alternative alla detenzione, che fanno parte del programma di

trattamento.

Per tutti coloro che fanno ingresso in carcere, è prevista una valutazione da parte del

Servizio Nuovi Giunti, un

presidio psicologico che ha il fine di prevenire, attraverso una valutazione medico-

psicologica, la messa in atto di

azioni auto ed etero aggressive.

Un criterio ostativo della custodia cautelare in carcere è la presenza di "condizioni di

salute particolarmente

gravi, incompatibili con lo stato di detenzione o comunque tali da non consentire

adeguate cure all'interno

dell'istituto".

E' evidente che la terminologia "particolarmente gravi" è facilmente valutabile e

quantificabile in caso di

patologia fisica, mentre risulta generica e soggettivamente interpretabile nel caso di

disturbi psicopatologici.

Ciò implica che la valutazione della patologia psichiatrica, che può assumere

importanza ai fini del giudizio di

compatibilità, necessita dell'esatta definizione dei concetti di:

- particolare gravità;

- impossibilità di effettuare le cure ritenute necessarie all'interno del carcere.

Ai fini del giudizio di non compatibilità, la patologia psichica assume i connotati di

particolare gravità solo nel

caso in cui produca una importante sintomatologia tale da esporre a seri rischi

l'incolumità psico-fisica del

detenuto.

L'ordinamento penitenziario riconosce che, in presenza di determinate ed accertate

situazioni, l'attuazione della

pena debba o possa non iniziare o se già iniziata possa interrompersi attraverso

l'istituto del differimento della

pena.

La sospensione dell'esecuzione della pena è regolamentata dal c.p. (sospensione

obbligatoria e sospensione

facoltativa).

Il rinvio obbligatorio dell'esecuzione della pena riguarda due gruppi di soggetti:

1) quello in cui il Magistrato del Tribunale di Sorveglianza dovrà solo verificare se

sussistono le specifiche

condizioni previste dalla legge (donne incinte e madri con prole di età inferiore ad un

anno);

2) quello in cui rientrano altre situazioni e soggetti con condizioni di salute

gravemente compromesse

(valutabili generalmente da un medico legale o da uno specialista a seconda della

situazione).

I casi che si presentano con maggiore frequenza davanti al Tribunale di Sorveglianza

sono : AIDS

conclamata con grave deficienza immunitaria o altre situazioni in cui il soggetto si

trova in condizioni di

malattia tale per cui non è più trattabile all'interno dell'istituto penitenziario (ad es.,

nel caso di affezione da

AIDS, non è sufficiente che il soggetto sia sieropositivo, ma che presenti una grave

deficienza immunitaria

magari con patologie che coinvolgano altri organi).

Per quanto riguarda l'incompatibilità per specifiche condizioni di salute psichica,

occorre considerare i vari stadi

mentali psicotici, con disturbi deliranti o allucinatori, grave sindrome depressiva con

deperimento organico, o

altre patologie che implicano necessità di assistenza continua.

Non è, dunque, rilevante ai fini della compatibilità, un generico stato morboso di

natura psichica, ma lo stato

patologico deve risultare di tale gravità da non consentire cure adeguate a regime

carcerario, per cui risulta

"obbligatorio ed indispensabile" modificare lo stato detentivo.

Durante la detenzione, specie nella fase iniziale, possono riscontrarsi nei detenuti

disturbi psicologici o

psichiatrici legati all’evento dell’arresto e della carcerazione, ma anche disturbi

preesistenti alla carcerazione.

Il trauma da ingresso in carcere può essere tanto più forte quanto maggiore è il

dislivello tra il tenore di vita

condotto in libertà e quello della restrizione totale.

La sindrome da ingresso in carcere consiste in una serie di disturbi che non sono solo

psichici, ma spesso

anche psicosomatici, e può interessare diversi organi.

Ad esempio:

-

sindrome di GANZER, chiamata anche pseudodemenza che, pur presentando un

quadro clinico di

importante gravità sul piano sintomatologico, è controversa sul piano della

valutazione, non rientrando nei

criteri previsti per il giudizio di incompatibilità.

Questa sindrome impone una diagnosi, tenuto conto del fatto che il disorientamento

non costituisce

condizione sufficiente ad integrare quei requisiti di particolare gravità richiesti dal

c.p.p..

Secondo gli psichiatri penitenziari, la permanenza in carcere non può condurre ad un

peggioramento della

sintomatologia.

Ad ogni modo, i sintomi possono dileguarsi all’improvviso quando il Tribunale

giunge ad una decisione

anche non favorevole;

-

sindrome da prigionizzazione di CLEMMER, una forma di progressiva

depersonalizzazione come

reazione alla carcerazione.

Si tratta, per certi versi, di un tipo particolare di “adattamento” ad uno stato non

naturale.

La prevenzione dei gesti autolesivi è un lavoro assai arduo, in quanto anche i soggetti

apparentemente

adattati, o costretti a mostrarsi tali per non venire meno alle aspettative del gruppo di

appartenenza, possono

mascherare importanti disturbi psicologici.

TESTIMONIANZA NEI CASI DI

ABUSI SUI MINORI

LA VALUTAZIONE DELLA TESTIMONIANZA NEI CASI DI ABUSI SUI

MINORI

Il presupposto da cui parte il legislatore è che tutti sono idonei a rendere

testimonianza, salvo se ne dimostri il

caso contrario.

Le eccezioni sono rappresentate dalle testimonianze fornite da un minore, oppure da

persona con disturbi

psicopatologici o in condizioni di infermità mentali, persone anziane affette da

patologie involutive senili,

sordomutismo, o altre situazioni che possano inficiarne le prestazioni.

Per l’accertamento delle capacità a testimoniare, il magistrato può avvalersi di un

tecnico con competenze

specialistiche.

L’atto della testimonianza include il ricordare, ma l’evocazione di un ricordo può

essere distorta da vari fattori.

Misurare l’idoneità di un bambino a testimoniare significa innanzitutto tenere conto

della fase del suo sviluppo

psichico, della diversa e limitata capacità di attenzione, soprattutto in fase prescolare,

delle sue caratteristiche

cognitive che influiscono sulla capacità di comprendere, ricordare ed esporre i fatti.

I bambini, più degli adulti, possono risentire significativamente del clima e delle

tonalità affettive del contesto.

Inoltre, il bambino ha un maggiore bisogno emotivo di rispondere alle aspettative

dell’adulto.

Oltre alla valutazione degli aspetti cognitivi, emotivi, evolutivi e di contesto,

fondamentale risulta l’analisi delle

caratteristiche personali.

La bugia, per esempio, può essere presente come atto coattivo in persone con una

particolare struttura di

personalità. Così come alcuni soggetti possono fornire una falsa testimonianza come

conseguenza di mitomania,

ambivalenza, delirio, impulsività, ecc..

La valutazione può portare a ritenere il testimone attendibile, ossia privo di quegli

elementi clinici che possano

inficiarne l’obiettività, la precisione, ma non all’affermazione che quel soggetto dica

la “verità”.

Laddove il testimone risulti inattendibile, il magistrato dovrà prescindere dalle

testimonianze del soggetto ed

accertare il vero mediante altre fonti di prova.

Il processo testimoniale comprende tre fasi principali:

1) fase di attenzione ed emozione;

2) fase di riconoscimento;

3) fase di rievocazione espressiva.

E’ importante tenere presente nella testimonianza dei minori, che prima dei dieci anni

i loro racconti sono spesso

poveri di particolari.

La povertà del racconto o pseudoracconto è legata alla ristrettezza lessicale ed

esperenziale che in media

accompagna i bambini di quella età.

La spontaneità è data anche dalla mancata valutazione dell’esperienza in termini

morali, di giusto o sbagliato,

bello-brutto, etc...

Nei bambini più grandi, prepuberi o adolescenti, la maggiore capacità di

comprensione rende queste “vittime”

meno spontanee.

In questi casi, il racconto può essere accurato e ricco di tinte emotive con particolari

percettivi, la localizzazione

spazio-temporale è maggiore e la partecipazione emotiva costante.

Marginali, o quasi nulli, a differenza dei bambini più piccoli, sono i buchi

mnemonici.

Quale che sia l’età del minore presunto abusato, il “ primo racconto” costituisce di

fatto una prova a tutti gli

effetti.

A questo punto, in genere, inizia un’indagine su richiesta del P.M. o della difesa, al

fine di costruire “la prova” di

ciò che è accaduto, parallelamente iniziano le indagini a carico dell’indagato.

Nel momento in cui nasce una “prova”, il minore diviene un testimone. Il tecnico non

è chiamato ad esprimersi

sulla veridicità o meno dei fatti.

Egli valuterà, su mandato del Giudice, se il testimone è in grado di assolvere al suo

ruolo in quanto minore e se

quel che dice è “credibile”.

La credibilità del racconto ha a che fare con la testimonianza.

Un racconto credibile non è detto che sia onesto, né che il testimone abbia detto la

verità.

STATEMENT VALIDITY ASSESSMENT (SVA)

Uno degli strumenti maggiormente utilizzati nell’indagine con bambini presunti

abusati, è lo statement validity

assessment (SVA), un metodo che permette di valutare la denuncia di abuso, guida la

raccolta delle informazioni

e l’esame di tutti gli elementi relativi al fatto-reato. Nella sua forma attuale include:

1) un attento esame delle informazioni disponibili sul caso;

2) un’intervista del minore;

3) l’analisi del contenuto basata sui criteri della trascrizione dell’intervista per una

valutazione quantitativa;

4) il controllo della validità di informazioni sul caso per una valutazione qualitativa;

5) il riassunto.

L’analisi è finalizzata alla valutazione del contenuto delle dichiarazioni ed esistono

numerosi criteri per

effettuarla:

-

-

-

-

-

-

-

-

-

-

-

coerenza e consistenza del racconto;

quantità dei dettagli;

dettagli insoliti;

dettagli superflui che arricchiscono il racconto ma che non lo modificano nella

sostanza;

dettagli fraintesi riportati accuratamente: sono dettagli che il bambino non

comprende, ma il cui significato è

chiaro all’intervistatore;

descrizione dello stato d’animo;

attribuzione di uno stato d’animo all’accusato;

ammissione di vuoti di memoria;

disapprovazione del proprio comportamento: sia quando il bambino riferisce in

relazione a suoi

comportamenti sbagliati o inappropriati relativamente al fatto;

perdonare l’accusato;

dettagli caratteristici dell’atto di abuso, etc...

Dopo avere effettuato l’assegnazione di un punteggio a questi criteri, essi vengono

analizzati al fine di formulare

una valutazione globale della qualità (non della credibilità) della dichiarazione.

La valutazione della qualità della dichiarazione, insieme ad altre informazioni sul

caso, è usata nella SVA per

valutare che probabilità ci sia che il minore abbia veramente sperimentato l’evento

dell’abuso.

VALUTAZIONE DEI MINORI

Nei casi di abusi su minori, la valutazione si basa su un racconto non strutturato, ossia

meno netto e definito e

con una quantità di dettagli anche iperspecifici.

L’ancoraggio contestuale può essere confuso quanto minore è l’età del testimone, ma

deve esserci in ogni caso.

I dettagli dell’aggressore e l’auto-deprecazione sono tutti elementi globalmente

considerati indici di attendibilità.

Le sensazioni e le emozioni più frequentemente segnalate sono: depressione, rabbia,

imbarazzo, paura, ansia,

attivazione sessuale.

L’area dei contenuti specifici e della peculiarietà del contenuto va riferita all’età del

minore, mentre i contenuti

legati alla motivazione sono tutti particolari generalmente assenti in storie false.

VALUTAZIONE DEGLI ADULTI

Nella valutazione degli adulti si considerano: struttura logica, quantità dei dettagli,

contestualizzazione, dettagli

superflui, stati d’animo soggettivi e attribuiti all’aggressore.

L’AUDIZIONE PROTETTA

Se l’economia del processo lo prevede, il P.M. e la persona sottoposta alle indagini

possono chiedere al Giudice

di procedere con l’istituto dell’incidente probatorio, strumento attraverso cui si chiede

l’assunzione anticipata dei

mezzi di prova nelle fasi precedenti il dibattimento.

Il G.I.P. stabilisce luoghi, tempi e modalità attraverso cui assumere la prova,

incaricando un consulente,

specializzato in materia, di assistere il minore in questa fase con le modalità

dell’audizione protetta.

All’audizione, che si svolge in una sala con un vetro-specchio unidirezionale ed un

sistema di audio-video

registrazione, possono assistere il Giudice, gli avvocati di parte, i consulenti, i

genitori della presunta vittima ed il

presunto abusante.

Lo psicologo ha il compito di tradurre al minore, con linguaggio comprensibile e

adatto all’età, le domande che

vengono poste di volta in volta dal Giudice, dal P.M., dall’avvocato, dai consulenti di

parte.

Tutto ciò che il minore dirà costituirà prova e dovrà poi essere valutato anche alla

luce dei fatti, ossia comparato

con prove sostanziali.

La legge prevede che, in caso di reati sessuali la cui vittima è un minore

infrasedicenne, si proceda con una serie

di cautele che hanno a che fare con metodologie di ascolto privilegiate e scelte

precise rispetto a chi ascolterà il

minore e assumerà la sua testimonianza.

Sotto questo profilo, l’audizione protetta costituisce il contesto più significativo dal

punto di vista della tutela del

minore. La legge prevede, infatti, che il minore esaminato e l’esperto designato

occupino una prima stanza,

mentre in una seconda, collegata alla prima mediante lo specchio unidirezionale

insieme ad un impianto

citofonico (o monitor a circuito televisivo chiuso), saranno presenti le altre figure

legittimate ad assistere

all’incontro.

Il tutto deve essere chiaramente visibile e perfettamente udibile a chi si trova

dall’altra parte.

Una volta raccolta la testimonianza, sarà facoltà del Giudice nominare un esperto di

fiducia in qualità di perito,

per valutare il testimone e la credibilità clinica della testimonianza, o anche formulare

il quesito allo stesso perito

che ha condotto l’incontro di audizione protetta.

Se il minore non è idoneo a testimoniare, allora non ci sarà bisogno di procedere

all’analisi della testimonianza,

in quanto quest’ultima risulterà viziata da elementi che il perito avrà considerato

come positivi per l’inidoneità

del minore.

Se, invece, il minore è ritenuto idoneo, allora si procederà alla valutazione della

testimonianza in senso stretto.

Il contenuto dell’incidente probatorio sarà analizzato facendo attenzione a

considerare che la testimonianza sia

attendibile dal punto di vista strettamente psicologico.

Se il minore risulta idoneo, non sarà compito del perito dimostrare in sede giudiziale

che la testimonianza non è

frutto di menzogne, in quanto il minore, pur essendo in grado di discernere tra realtà e

fantasia, può scegliere di

rendere un racconto mendace.

IMPUTABILITÀ E CAPACITÀ DI

INTENDERE E DI VOLERE

Secondo l'art. 85 c.p., nel momento in cui viene commesso un illecito, al fine di poter

determinare la pena, la persona accusata deve

poter essere pienamente considerata capace di intendere e di volere.

Nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato, se al

momento in cui l'ha commesso non era imputabile.

In materia di imputabilità, occorre considerare:

- Vizio totale di mente: non è imputabile chi al momento in cui ha commesso il fatto,

era, per infermità, in tale stato di mente da

escludere la capacità di intendere o di volere;

- Vizio parziale di mente: chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per

infermità, in tale stato di mente da scemare

grandemente, senza escluderla, la capacità di intendere o di volere, risponde del reato

commesso; ma la pena è diminuita.

Pertanto, è imputabile (e quindi punibile) chi ha la capacità di intendere e di volere al

momento della commissione del fatto.

Con capacità di intendere si fa riferimento al pieno possesso, da parte del soggetto

accusato del reato, della capacità piena di

comprendere se l'atto compiuto fosse lecito o meno.

Per capacità di volere si intende la volontà-involontarietà da parte dell'accusato di

commettere il fatto.

La capacità di volere è subordinata al possesso della capacità di intendere.

Vi sono dei casi in cui un individuo, pur possedendo la capacità di intendere, non ha

la volontà di compiere l'atto.

In ogni caso ed indipendentemente dal tipo di reato, qualora vi fossero dubbi sulle

facoltà mentali del presunto

reo, queste vanno accertate.

La valutazione dell'imputabilità, qualora ve ne siano i presupposti, può avvenire in

ogni grado e momento del

processo.

Se il Giudice dispone una perizia, il perito è immediatamente citato a comparire per

esporre il suo parere in sede

giudiziale.

Quando ciò non è possibile, il Giudice pronuncia un’ordinanza con la quale, se è

necessario, sospende il

dibattimento e fissa la data della nuova udienza entro il termine massimo di 60 giorni.

Nella nuova udienza il perito risponde ai quesiti formulati dal Giudicante.

La valutazione dell'imputabilità può essere fatta anche in fase di esecuzione della

pena.

In questo caso si parla di infermità psichica sopravvenuta al condannato.

La perizia psicologica, in generale, è vietata nel processo penale ma non in quello

minorile e nella fase

esecutiva della pena.

L'intento del legislatore è quello di evitare che si giustifichi in qualsiasi modo,

secondo un criterio psico-

patologico, il comportamento criminale, adducendo inclinazioni caratteriali e/o di

personalità.

In particolare, non basta diagnosticare una particolare forma di infermità totale o

parziale per affermare che il

soggetto non è imputabile, ma è necessario vedere come la singola affezione, disturbo

o altro, oggetto della

diagnosi, si inserisca con l'evento reato.

Esistono, infatti, stati transitori e momentanei, nei quali, nel pieno di una crisi,

possono essere commessi atti

illeciti per poi tornare allo stato precritico, ossia avere una "restitutio ad integrum".

Una tappa importante nella storia della criminologia e della psichiatria forense, si è

avuta con una sentenza del

2005 della suprema Corte di Cassazione.

Le S.U. hanno precisato che: “anche i disturbi della personalità, come quelli da

nevrosi e psicopatie, possono

costituire causa idonea ad escludere o scemare grandemente in via autonoma e

specifica, la capacità di

intendere e di volere di un soggetto agente, sempre che siano di consistenza,

rilevanza, gravità ed intensità tale

da concretamente incidere sulla stessa; per converso, non assumono rilievo ai fini

della imputabilità le altre

"anomalie caratteriali" e gli "stati emotivi e passionali", che non rivestano i suddetti

connotati di incisività

sulla capacità di autodeterminazione del soggetto agente; è inoltre necessario che tra

il disturbo mentale ed il

fatto di reato sussista un nesso eziologico, che consenta di ritenere il secondo "

causalmente determinato dal

primo".

Anche con i minori, oltre al quesito della impunibilità, ci può essere quello della

pericolosità sociale.

Un ragazzo di età inferiore ai 14 anni, ad esempio, non è imputabile, ma potrebbe

essere ritenuto socialmente

pericoloso e, dunque, sottoposto all'applicazione di una misura di sicurezza (per i

minori si concretizza nel

collocamento in comunità).

La sociopatia guarda, invece, alle attitudini e ai comportamenti considerati antisociali

e criminali dalla società.

I sociopatici possono avere una coscienza ben sviluppata e una capacità normale di

empatia, senso di colpa e

lealtà, ma il loro concetto di “giusto” e “sbagliato” è basato sulle regole e sulle

aspettative della loro sottocultura.

Molti criminali possono essere definiti come sociopatici.

Disturbo antisociale della personalità (dap): è una categoria diagnostica che

comprende comportamenti

antisociali e criminali.

Lo psicopatico come persona “senza coscienza”.

La psicopatia è un disturbo della personalità definito da tratti e comportamenti quali

la mancanza di coscienza,

l’empatia, il senso di colpa e la lealtà. Essa, pertanto, è una sindrome, formata da un


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DETTAGLI
Esame: Criminologia
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher buono93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Trentinella Francesca.

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