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Lo sviluppo storico del pensiero criminologico

Ideologie e criminologia

La criminologia nasce come scienza nel XIX sec.: per la prima volta è affrontato in modo empirico lo studio dei fenomeni delittuosi, in precedenza considerati con una prospettiva morale. Da sempre, la norma è il fondamentale parametro regolatore della condotta, ed è essa che stabilisce i confini tra comportamenti autorizzati e proibiti.

In precedenza, in ogni delitto era implicita anche l'infrazione morale: la norma etica è dettata dalle religioni, di conseguenza il delitto si identifica col peccato. Solo nel '700, si affianca una morale laica a quella religiosa.

Quindi, dal punto di vista esplicativo (perché si delinque?), per molti secoli si dà la stessa risposta fornita alla domanda perché si pecca?, basandosi esclusivamente sull'eterno conflitto tra Bene e Male. Quindi, vi è coincidenza tra delitto e peccato. Più tardi, col rafforzarsi dello Stato, si differenzierà il delitto dal peccato, in quanto considerato come infrazione ai divieti terreni.

Dal punto di vista operativo (come punire?), in passato vi è la prevalenza della pena capitale, che conosce limitazioni dopo Beccaria ('800).

Infine, sul piano finalistico (qual è lo scopo della pena?), in ogni tempo vi è stato il bisogno di giustizia, e quindi l'irrinunciabilità del principio sanzionatorio: poena = infliggere sofferenza. In passato vigeva la legge del taglione, giunta fino a noi in modo sublimato (“principio tariffario”: durata reclusione commisurata alla gravità del reato). Altra finalità fu la vendetta, che per secoli è stata un preciso diritto della vittima o dei suoi familiari. Questa fu poi solo prerogativa statale, anche se fino all'età moderna, la finalità resta essenzialmente vendicativa.

Dunque, la finalità intimidativa è stata sempre insita nella pena, ed ha costituito in passato l'unica modalità di prevenzione, attuata con la pubblicità della punizione. Dopo la rivoluzione francese, tale consuetudine è sostituita dall'esecuzione della pena nel chiuso delle carceri, mentre invece è stato pubblicizzato il processo. Altra caratteristica contenuta nella pena è il suo contenuto satisfattorio (appagare). La pena risponde ad una precisa necessità psicologica.

Illuminismo e ideologia penale liberale

Il pensiero penalistico moderno nasce con l'illuminismo. Nella società di Ancien Régime, incentrata sull'autoritarismo dispotico della monarchia assoluta, esistevano le “classi dominanti” da una parte e i “sudditi” dall'altra, con poche possibilità di modificare la propria condizione. E anche l'esercizio della giustizia è arbitrario, così come la struttura sociale: la proprietà privata esiste solo come diritto feudale. Ai giudici è conferito il potere di qualificare il fatto come delitto e di qualificare e quantificare l'entità della pena=> mancanza della certezza del diritto e dei diritti di difesa.

Il delinquere è percepito come attentare all'autorità del sovrano, e la punizione è il pubblico supplizio; mentre il carcere è solo luogo di attesa del giudizio, oppure una forma di neutralizzazione di avversari e dissidenti.

700: Encyclopédie (Voltaire, Diderot, d’Alembert, Montesquieu) - Illuminismo: Rischiarare la mente dalle tenebre del dispotismo e dell'ignoranza: Ragione - Libertà - Uguaglianza. E lo strumento per ristabilire lo “stato di natura” (Rousseau) e l'uguaglianza, è la giustizia: uguaglianza di fronte alla legge.

Anche se l'uguaglianza non ha ancora il significato dell'ideologia socialista, di uguaglianza di opportunità e risorse estesa alle classi proletarie: non è riferito al diritto di possedere uguali beni, ma all'abolizione dei privilegi di nascita e di classe, e parità di fronte allo Stato, simbolizzato dalla Giustizia=> mutamento del sistema giudiziario.

Beccaria (1738-1794) è il primo sostenitore della necessità di una nuova struttura giuridico-normativa del diritto pubblico: “Dei delitti e delle pene” (1764): Concezione liberale del diritto penale, che segna l'inizio di una nuova filosofia della pena:

  • Separazione fra morale religiosa ed etica pubblica;
  • Garanzia della difesa dell'imputato e presunzione di innocenza;
  • Uguaglianza di trattamento mediante la certezza del diritto (previsione nei codici);
  • Pena con significato retributivo e non solo intimidatorio e vendicativo;
  • Pena proporzionata alla gravità del delitto e sua mitigazione;
  • Pena che colpisce solo per quanto di illecito è stato commesso e non in funzione di quello che il reo è o può diventare;
  • Criminale percepito non come peccatore ma come persona dotata di libero arbitrio, responsabile.

Determinismo sociale

I primi studi statistici mettono in crisi il concetto di libero arbitrio della scuola classica; il fenomeno criminoso è ritenuto, quale fatto sociale, la diretta conseguenza di fattori legati all'ambiente, che trascendono dall'individuo e che sono provocati dalle caratteristiche della società. Così nasce la visione deterministica della condotta criminosa, passando dalla percezione liberale del delitto a quella positivistica, tipica del pensiero scientifico del XIX sec., e per la quale tutti i fenomeni naturali rispondono ad una universale determinazione causale degli eventi, della quale la scienza è in grado di identificare le leggi universali valide per ogni campo della realtà.

Solo nel contesto della società si devono trovare i fattori che determinano la condotta criminosa: assenza di responsabilità morale della persona, che è governata da leggi e fattori che prescindono dalla sua volontà=> Determinismo sociale che trova il suo equivalente contrapposto nel determinismo biologico lombrosiano.

Cesare Lombroso, criminologia dell'individuo e determinismo biologico

Ancora nel sec. XIX, Lombroso propugna che lo studio del reato deve polarizzarsi sulla personalità del delinquente e sulle sue componenti morbose. Anche se la maggior parte delle sue teorie è oggi priva di valore, ha il merito di aver impiegato i metodi della ricerca biologica e di aver dato avvio a un indirizzo organico e sistematico dello studio della delinquenza (Scuola di Antropologia Criminale): la criminologia come scienza si impose come nuovo filone della cultura; e si può dire che L. fu il primo studioso di criminologia.

Teoria più nota: Teoria del delinquente nato: la maggior parte dei crimini è commessa per disposizioni congenite, a prescindere dalle condizioni ambientali: caratteristiche fisiologiche, anatomiche e psicologiche (grande importanza all'epilessia e ad altre patologie cerebrali).

Teoria dell'atavismo: condotta criminosa come forma di regressione o fissazione a livelli primordiali di sviluppo: delinquente individuo primitivo, selvaggio ipoevoluto, in cui la scarica di istinti e pulsioni aggressive si realizza nel delitto senza inibizioni.

L. riconobbe anche un gran numero di delinquenti occasionali, condizionati però da ambiente e circostanze. Il determinismo biologico è contrapposto a quello sociologico. Dunque, delitto legato a qualcosa di patologico e di “ancestrale”, con una visione manichea e deresponsabilizzante del fatto delittuoso. Nei confronti dei criminali non si può fare nulla, sono predestinati al delitto. Reato e delitto sono visti in prospettiva di tipo medico-terapeutico, come una malattia da combattere e neutralizzare individualmente, con la liberazione da ogni responsabilità collettiva nei confronti del fatto delittuoso: malattia da curare. E il carcere è il luogo di cura (all'approccio di L. si collegano anche gli orientamenti della “criminologia clinica”).

La scuola positiva

Ferri, Garofalo, insieme a Lombroso, sono i teorici della Scuola Positiva di diritto penale. Però, oltre alle anomalie della persona, si considerano anche le sfavorevoli circostanze sociali, ma sempre in senso altamente deterministico: i delinquenti più gravi non possono considerarsi propriamente responsabili, ma come diversi, e il delitto come risultante di fattori antropologici, psichici e sociali. La sanzione non deve avere finalità punitive, ma neutralizzative e rieducative, e individualizzata in funzione del delinquente: pena non più come retribuzione per la colpa commessa, o di dissuasione mediante l'intimidazione; gli interventi penali devono avere solo lo scopo di controllare le tendenze antisociali, considerando più la personalità del criminale che non il tipo di delitto commesso.

Dunque, la misura di difesa sociale deve sostituire la pena, che non dev'essere commisurata alla gravità del reato ma alla pericolosità sociale del reo, che deve essere internato in apposite istituzioni sostitutive del carcere, fino alla cessazione della sua pericolosità. Quindi, cardine di ogni misura è la pericolosità sociale, sia attuale che potenziale, così che le misure, a differenza delle pene, sono indeterminate (durano fino al venir meno della pericolosità). Le misure, oltre alla finalità terapeutica, mirano soprattutto all'incapacitazione e all'esclusione sociale del reo pericoloso.

Così si introduce, in molti sistemi giuridici, il principio per cui, la misura, oltre che alla gravità del reato, tiene conto anche della potenzialità criminale del reo. Ciò si realizza secondo il sistema del doppio binario: a fianco delle pene, le misure di sicurezza, indeterminate nel tempo (plurirecidivi, delinquenti abituali e professionali). In U.S.A., anche la pena è indeterminata: non è preventivamente stabilita dal giudice secondo la gravità del reato, ma dipende dalle prospettive di successo del reinserimento sociale; si ha scarcerazione quando, a giudizio di organi non giurisdizionali ma tecnici, il reo verrà ritenuto risocializzato.

Difetti: troppo cieca fiducia nelle scienze e fallacia previsione della condotta futura, giudizi spesso soggettivi e rischi di delegare ad organi non giurisdizionali la decisione sulla sorte dei criminali: assenza di certezza del diritto.

Pregi: Introduzione nel diritto penale della considerazione delle caratteristiche della persona e delle condizioni sociali per la determinazione e scelta della pena: individualizzazione della sanzione e trattamento individualizzato del delinquente.

Primi indirizzi marxisti

Marx ed Engels: il delitto è una diretta conseguenza dell'economia capitalistica e delle ingiustizie, squilibri e grandi disfunzioni del capitalismo del XIX sec. Già i primi socialisti utopici (Saint-Simon), sostengono che è la natura della società basata sulla proprietà privata, con la sua violenza e i vincoli oppressivi, che crea i presupposti della genesi e dello sviluppo della criminalità.

Per i marxisti, i delinquenti sono identificati con il sottoproletariato più misero e degradato (classi pericolose), che non aveva acquistato coscienza di classe, e che alle ingiustizie sociali reagiva con la ribellione individuale e il crimine.

Primo studio sistematico di ispirazione marxista è di Bonger-1905, che cerca di coniugare marxismo e pensiero positivo: un sistema di produzione basato sulla concorrenzialità, iniziativa privata e profitto individuale a discapito degli interessi collettivi, è contrario allo sviluppo di un'etica sociale e di legami di solidarietà, e rende gli uomini più egoisti e propensi al delitto. E tutti i tipi di reati riflettono i rapporti fra le classi e si manifestano con frequenza maggiore nel proletariato, ma solo per lo sfavore delle sue condizioni di vita e il suo atteggiamento rivendicativo contro la società che li emargina.

Anche in Bonger è presente il determinismo sociale: causa fondamentale della criminalità è il sistema capitalistico; e quindi, nell'agire criminoso, vi è la negazione della libertà di scelta, in quanto sono di gran lunga pregnanti i fattori sociologici.

Altri autori di scuola classicamente socialista sono Turati, Ferri e Colajanni), ma alcuni di essi hanno una visione più articolata dell'eziologia del crimine, di tratto lombrosiano.

Integrazione fra approccio sociologico e antropologico

Quindi, la criminologia si è sviluppata lungo 2 filoni: sociologico e antropologico (sorto con la scuola lombrosiana). Oggi, tale antagonismo è superato, perché la comprensione della condotta criminosa richiede sia l'indagine dei fenomeni della società e dei gruppi, sia l'approccio individuale per accertare in che modo le influenze ambientali si riflettono nel singolo, e spiegare la diversa soglia di vulnerabilità individuale ai fattori criminogeni ambientali.

Quindi, si devono accertare sia i fattori macrosociali che quelli microsociali; si deve, cioè, collegare e integrare la conoscenza sociologica con quella antropologica. Anche perché sia la società che l'individuo sono responsabili della condotta criminosa e non sono esenti da colpe. Per questo è necessaria una visione integrata che tenga conto dei fattori sociali e del diverso modo di rispondere dei singoli ai fattori ambientali sfavorenti.

Teoria delle aree criminali o teoria ecologica

Metà '900 - U.S.A.: Sociologia criminale (Shaw=> Scuola di Chicago). Le aree criminali sono zone della città dalle quali proviene e risiede la maggior parte della criminalità comune. Esse si trovano in ogni grande agglomerato urbano e sono caratterizzate da persone bisognose di assistenza, sovraffollamento, condizioni igieniche scadenti, inadeguatezza di pubblici servizi (parte più indigente della popolazione). In esse le persone che vi risiedono stabilmente, sono incapaci o disinteressati ad abbandonarle a causa del loro scarso livello di aspirazione e l'accettazione rassegnata delle loro misere condizioni. Questi quartieri diventano polo di attrazione per quelli che cercano un ambiente più permissivo e adeguato al proprio status di delinquenti abituali.

Le indagini hanno rilevato che, nonostante il continuo ricambio degli abitanti, il tasso di criminalità rimane costantemente elevato: ciò dimostra il carattere criminogenetico dei fattori dovuti alle particolari caratteristiche dell'ambiente sociale. Dunque, l'ambiente di vita è il fattore più importante nella genesi della criminalità. Ma la teoria delle “aree criminali” è una teoria a medio raggio: non tiene conto di fenomeni più generali, quali il dilagare della criminalità in ogni ambiente, e rende conto solo della delinquenza comune più povera, della manovalanza, dei vinti.

Teorie della disorganizzazione sociale

Insieme di studi della prima metà del '900, che hanno posto l'accento sulle trasformazioni sociali dovute all'industrializzazione, e costituenti un movimento iniziato in Europa già a fine '800, e largamente sviluppato in U.S.A..

Il punto di partenza è che l'industrializzazione provoca mutamento e instabilità. La disorganizzazione sociale si realizza quando perdono di efficacia gli strumenti di controllo sociale, in particolare quello del gruppo e quello familiare. E sono più esposti al rischio criminogeno gli individui di status inferiore, i neo-immigrati che hanno più degli altri subito il mutamento delle condizioni sociali.

Il singolo, vivendo in una struttura instabile e in rapido mutamento, perde la possibilità di governarsi secondo i vecchi parametri, divenendo egli stesso disorganizzato nella sua condotta. A differenza della teoria ecologica, questo approccio fornisce un'interpretazione a più largo raggio, in quanto prende in considerazione anche quelle classi che subiscono l'influenza della disorganizzazione, pur senza essere afflitti da disagi economici.

Sutherland - 1934: Lega il concetto di disorganizzazione sociale alle contraddizioni normative. Una società è disorganizzata perché le norme sono contrastanti e contraddittorie, e non assolve alla funzione di socializzare, cioè di rendere le persone osservanti delle norme più cogenti. Il delitto si verifica perché la società, contro questa forma di comportamento, non è organizzata.

Un esempio di concorrenzialità fra norme: quelle che impongono il rispetto del prossimo e quelle che prescrivono la concorrenzialità. Johnson - 1960. Conflitto di norme:

  • Socializzazione difettosa o mancante: appartenenti a gruppi marginali che, senza essere delinquenti, sono ambivalenti verso le norme legali che sentono estranee o relative solo ai diritti delle classi sociali più favorite;
  • Appartenenti alle sottoculture delinquenziali.
  • Sanzioni deboli=> insufficienza di intimidazione punitiva (es., tolleranza verso i delitti dei colletti bianchi).
  • Inefficienza e corruzione dell'apparato giudiziario o di polizia.

In sintesi: queste circostanze indeboliscono l'efficacia delle leggi, rendendo più probabile la loro violazione.

Teoria dei conflitti culturali

Sellin - 1938: Contrapposizione in un medesimo individuo di sistemi culturali differenti. Relativa a coloro che sono inseriti in un sistema culturale nuovo che, prima di essere integrati, si trovano in una società ospitante con norme, costumi, valori diversi e a volte in contrasto con i loro. Lo studio parte dal flusso immigratorio dei primi decenni del '900 verso gli U.S.A., ai tempi del grande sviluppo industriale.

Partecipare a due sistemi culturali differenti crea disagio, smarrimento, insicurezza, e disadattamento (criminalità, malattia mentale, ecc.).

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Scienze giuridiche IUS/17 Diritto penale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Salerno o del prof Schiaffo Francesca.
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