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ricorrenti, e la depressione può esprimersi anche con sintomi psicotici.

La forma più grave è l’Episodio Depressivo Maggiore: sono episodi che durano settimane o mesi,

trascorsi i quali si ritorna alla piena normalità (anche se sono possibili ricadute a distanza di molti

anni).

Quelle meno gravi sono: - Distimia: Umore depresso lieve ma cronico, e assenza di sintomi psicotici;

- Disturbi dell’adattamento: Vi è un chiaro rapporto con un fatto di vita, con durata in funzione

della risoluzione della causa che li scatena.

Considerata la completa sfiducia nel futuro e il senso di colpa e inutilità, la più temuta evoluzione è il

suicidio (stima: metà dei casi di suicidio sono dovuti a depressione). Nelle forme deliranti, può aversi

omicidio per pietà, omicidio altruistico).

aggressività (omicidio-suicidio,

Disturbi bipolari: Alternanza di episodi depressivi con altri maniacali. Mania: situazione opposta

alla depressione. Possono aversi forme chiaramente maniacali, con eccitamento psicomotorio,

oppure forme ipomaniacali (umore elevato e loquacità.

Nelle forme con sintomi psicotici possono aversi manifestazioni congrue o incongrue all’umore

(deliri, allucinazioni). oltraggi, ingiurie, guida pericolosa, risse, lesioni;

E’ evidente la facilità di commettere reati: mentre la

insolvenza, truffa, millantato credito.

faciloneria e l’assenza di critica possono causare

Assume importanza criminologica il concetto di intervallo lucido, ove il soggetto riprende la piena

capacità di intendere e volere. Solo nelle forme complicate da altri fattori si può avere cronicizzazione e

quindi un deficit che esclude l’imputabilità.

109. DISTURBI D’ANSIA o NEVROSI

Coinvolgono la sfera affettiva e, per il fatto che non presentano i sintomi delle psicosi (deliri,

allucinazioni), il nevrotico non viene percepito come “folle”. Egli ha piena consapevolezza di essere

ammalato, ma si rivolge al medico generico e non allo psichiatra in quanto pensa di avere una malattia

fisica. I sintomi sono: ansia - paura - insicurezza, e il disagio si manifesta secondo una modalità

autoplastico o egodistonica (vedi): rivolgendo all’interno i problemi psichici, con sofferenza

interiore.

Secondo la scuola psicoanalitica, le nevrosi si definiscono come stati di sofferenza soggettiva a

genesi conflittuale: l’ansia deriverebbe dal conflitto inconscio tra l’Es (istinti) e il Super-Io (istanze

morali), che non riescono a compensarsi con i normali meccanismi di difesa (vedi).

Secondo altre scuole, l’ansia è generata pur sempre da un conflitto di natura psico-sociale (contrasti

con ambiente o famiglia, vita stressante).

Secondo l’approccio comportamentistico, l’ansia è un disturbo che va combattuto in sé, senza

pretendere di interpretarne le cause.

Terminologicamente, l’ansia è uno stato di allarme, normalmente fisiologico, che si attiva di fronte a

minacce esterne, da cui si attiva uno stato di massima attenzione che prelude, spesso alla fuga o

all’attacco.

Di norma, la risposta ansiosa si esaurisce dopo che è superata la situazione che l’ha originata; ma in

alcuni casi si manifesta anche senza cause: qui si configurano i disturbi d’ansia. Altre volte i sintomi

sono fisici (palpitazioni, sudorazione, inappetenza, tensione muscolare).

Si usa anche il termine angoscia per indicare stati d’ansia particolarmente profondi, o panico per

intendere uno stato d’ansia estrema.

Principali disturbi d’ansia sono:

1) Disturbo d’ansia generalizzato. Preoccupazione eccessiva, non limitata a una singola situazione,

che sfocia in difficoltà nella vita relazionale e che comporta forte disagio per ogni compito o

responsabilità.

All’ansia si può accompagnare: - deflessione del tono dell’umore, che comporta uno stato

depressivo; preoccupazioni ipocondriache: preoccupazione di avere una malattia, che non esiste o

paura di ammalarsi.

2) Disturbi da attacchi di panico. Caratterizzati da ansia acutissima, senza preavviso, e per la quale

si può temere di morire, perdere il controllo o compiere atti inconsulti. Nel giro di poche decine di

minuti si raggiunge l’acme e poi gradualmente si passa alla spossatezza e alla depressione. Poi si

genera il timore del ripetersi degli attacchi. Le crisi possono essere facilitate, per esempio da

claustrofobia, agorafobia, luoghi sovraffollati: il paziente evita situazioni a rischio.

Fobie. paura immotivata e irrazionale di certe situazioni (volare, automobile, animali malattie). Le

paure sono incontrollabili.

Fobia sociale: paura di incontrare persone estranee al normale ambiente, riunioni di lavoro, prendere

la parola in pubblico.

Disturbo ossessivo-compulsivo. Tipicamente cronico. Presenza di ossessioni = pensieri o immagini

psichiche persistenti, di contenuto assurdo, considerato inaccettabile dal soggetto.

Convulsioni impulsi percepiti come estranei che originano gesti e azioni senza significato razionale,

ma che sono rituali per evitare ansie (manie di pulizia, controllare più volte certe azioni). Talora

talmente complicate da occupare la maggior parte del tempo del soggetto.

Il nevrotico è in grado di esercitare la critica sulle proprie ansie paure e preoccupazioni (capacità di

giudizio della realtà), ma non è in grado di controllare i sintomi vissuti come imposizione. La modalità,

essendo egodistonica, non favorisce condotte criminose. Anche se vi sono eccezioni: delinquente

per senso di colpa: condotta criminosa attuata per bisogno inconscio di espiazione, in modo da

appagare con la punizione penale i sensi di colpa; cleptomania: impulso a rubare senza scopo

lucrativo; acting-out nevrotico: reagire ai disagi interiori con il “passaggio all’atto” vi è bassa sogli di

tolleranza all’ansia , che viene trasferita in modo impulsivo in un comportamento antisociale: il delitto

è una scarica, un sollievo.

110. DISTURBI MENTALI TRANSITORI E STATI EMOTIVI E PASSIONALI

Art. 90 c.p.: gli stati emotivi e passionali non escludono ne diminuiscono l’imputabilità.

Emozioni: stati affettivi di breve durata, inizio improvviso, in relazione con circostanze emotivamente

coinvolgenti, comportanti intensi stati d’animo o sentimenti (ira, rabbia, odio).

Passione: condizione affettiva più duratura, meno connessa a un singolo evento attuale, con tendenza

a coinvolgere tutta l’attività mentale (rifiuto di offerte amorose, gelosia, vendetta lungamente covata,

fanatismo).

In effetti la capacità è completamente ridotta, ma la legge ritiene che ogni individuo sano di mente deve

esercitare un controllo sulla propria affettività e delle funzioni inibitorie. Però, se gli stati emotivi

passionale scaturiscono da preesistenti condizioni patologiche e siano essi stessi espressone di queste

condizioni, sono ritenuti idonei ad abolire o ridurre la capacità: ma qui è la sottostante malattia mentale

ad incidere.

Per altro, alcuni fattori emotivi sono considerati attenuanti comuni (art. 62: motivi di particolare valore

morale e sociale; stato d’ira determinato da fatto ingiusto altrui; suggestione di una folla in tumulto).

omicidi, reati contro la persona (delitti d’impeto) nei confronti di vittime con le quali preesisteva una

Reati:

relazione e dal cui rapporto scaturisce la situazione violenta.

Talora si prospetta il disturbo mentale transitorio, che si scatena ed esaurisce in coincidenza con la

situazione delittuosa, per soggetti in cui non figura il ricorso di malattie mentali. Giurisprudenza e

dottrina psichiatrico-forense sostengono che in tali casi si realizza una condizione con meccanismo

morboso e con valore di malattia, che abolisce o riduce di fatto la capacità di intendere e volere, e

quindi incide sull’imputabilità: può essere inteso come una vera e propria infermità. Anche se il

discriminare non è facile: spesso, del disturbo non vi è traccia al momento della perizia.

Altri stati in cui non sono preesistenti infermità mentali sono le c.d. reazioni psicogene da stress,

provocate da situazioni psicosociali che provocano forte turbamento: dinanzi a un pericolo imminente,

si risponde con paura o aggressione, o davanti a un lutto, si risponde con reazioni di ira o di

delusione. In tali casi, per identificare le caratteristiche di questi stati, ci si riferisce alla ricorrenza di un

evento dotato di capacità psicotraumatizzante, che assume significato di causa scatenante della

reazione; inoltre, si verifica se esiste un rapporto cronologico tra reazione ed evento: la reazione si

sviluppa in coincidenza con l’evento e si esaurisce col cessare della causa che l’ha prodotta.

Però, vi è grande variabilità tra individui circa l’importanza da attribuire all’evento: vi sono individui

che attuano una reazione abnorme di fronte all’evento.

Si ritiene che la discriminante tra semplice stato emotivo e passionale e disturbo mentale transitorio è

la ricorrenza, al momento del fatto, di indicatori psicopatologici di significato psicotico, che

sono i seguenti:

1) Alterazione della coscienza durante la commissione del delitto;

2) Frattura nei confronti della realtà: compromissione della capacità inibitoria e volitiva;

3) Condotta ed eloquio disorganizzati (incomprensibili, afinalistici);

4) Modalità di reazione del tutto anomala dagli standard comportamentali del soggetto.

Sono indicativi anche la difficile rievocazione, lo stato confusionale (prima, durante e dopo il delitto):

tutte elementi che rendono il delitto mal comprensibile (per irrazionalità del comportamento, incuria

nel garantirsi immunità, sproporzione tra reazione e cause scatenanti, non programmazione del delitto).

I disturbi mentali transitori vengono indicati anche con nomi non nosografici: discontrollo episodico -

raptus -reazione a corto circuito - disturbo esplosivo. Secondo il DSM, tali disturbi configurano ciò

che viene chiamato disturbo psicotico breve o disturbo schizofreniforme, cioè vera e propria psicosi

acuta che si risolve nel giro di qualche ora o qualche giorno.

111. DISTURBI DI PERSONALITA’

Modello abituale di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente dalle

aspettative dell’ambiente culturale del soggetto.

Di norma non sono percepiti come malattie mentali, ma come aspetti particolari del carattere e della

reattività, che non interferiscono sulla responsabilità penale. La maggior parte di essi rientra tra le

anomalie del carattere e della personalità, ove si presenta il carattere abnorme del

comportamento, o quando il comportamento suscita nella società giudizi di valore negativi, in quanto

ritenuto inadeguato all’ambiente sociale.

Quando il disturbo di personalità ha rilevanza sul comportamento criminoso, si usa il termine

personalità psicopatica, intendendo i soggetti che, per la loro grave abnormità del carattere, sono

causa di sofferenza per gli altri.

In essi è riscontrabile la tendenza alloplastica (rispondere a conflitti e frustrazione agendo verso

l’esterno) e l’egosintonia (non vi sono sensi di colpa e giustificazione di sé stessi riversando la

responsabilità sull’ambiente). Altra caratteristica è l’abitualità del loro modo di essere.

L’origine di tali disturbi è bio-psico-sociale, anche se non si deve trascurare una possibile

componente genetica nella formazione della personalità, e anche la variabilità di risposta dell’individuo

alle componenti biologiche e ambientali.

1) Disturbo schizoide di personalità. Distacco nelle relazioni sociali - freddezza emotiva. Reati:

aggressivi e violenti (indifferenza per il danno e la sofferenza).

2) Disturbo borderline di personalità. Instabilità nelle relazioni, dell’immagine di sé e dell’umore -

marcata impulsività (prodigalità, uso di sostanze psicoattive, promiscuità sessuale, attività illegali,

rabbia immotivata, accessi d’ira). Spesso è complicato da alcolismo o tossicofilia. Reati: Solo

comportamenti autolesivi.

3) Disturbo narcisistico della personalità. Rapporto con il prossimo manipolatorio e solo

funzionale ai propri interessi - Difficoltà di relazioni e contatti affettivi - Si persegue il successo e la

ricchezza senza porsi dubbi o scrupoli. Si tende a mantenere l’immagine confacente alla grandiosità e,

se si fallisce, le emozioni depressive e le frustrazioni sono molto temute.

4) Disturbo paranoide di personalità. Diffidenza e sospettosità per la gente, con la costante

aspettativa di essere ingannati, sfruttati, danneggiati. I soggetti sono sempre tesi, all’erta, combattivi,

portano rancore e non perdonano ingiurie e offese. E spesso hanno atteggiamenti vittimistici non

sentendosi compresi nel loro valore. Sono pervasi da litigiosità e aggressività (es., anche i

querulomani).

Ingiuria, diffamazione, calunnia, vilipendio dell’apparato giudiziario (quando subentra un vero e proprio delirio

Reati:

di querela, ove si ritiene che la richiesta insoddisfatta di giustizia è frutto di complotti ad opera di giudici e tutori

dell’ordine).

Affini sono le personalità fanatiche: Eccessivo sentimento di certezza nei propri convincimenti che

a sette, terroristi

porta a intolleranza e mancanza di senso dell’umorismo e di autocritica (adepti

irriducibili).

5) Disturbo istrionico di personalità. Comportamento drammatico e teatralmente espresso, per

attrarre l’attenzione su di loro. Persone poco genuine, esibizionistiche, che compensano le

insufficienze e i fallimenti recitando ruoli artificiosi.

Di questa categoria fanno parte i mitomani che, oltre a raccontare bugie megalomani, si

immedesimano talmente nei ruoli che creano, da costruirsi un vero e proprio personaggio, così sentito

da trarre in inganno anche sé stessi.

Truffa, millantato credito

Reati:

6) Disturbo antisociale di personalità. Inosservanza e violazione dei diritti altrui, anomalie di

carattere e comportamento che facilitano la commissione di reati. In genere sono persone che fin

dall’adolescenza hanno condotta irregolare, atteggiamenti ribelli e cattiva governabilità da parte della

famiglia. Crescendo si fanno aggressivi, incostanti nelle relazioni affettive, e facilmente ricorrono ad

sottocultura

alcol e droga. Sono mal adattati alla convivenza sociale e facilmente entrano a far parte della

dei delinquenti abituali o in ruoli subordinati della delinquenza organizzata.

7) Disturbo sadico di personalità. Abituale comportamento aggressivo, crudele e umiliante verso gli

altri (da non confondere col “sadismo sessuale”). I soggetti traggono godimento dalla sofferenza fisica

o psichica altrui (kapò, graduati militari, carcerieri).

8) Disturbo esplosivo intermittente. Ricorso a reazioni imprevedibili e violente per perdita del

controllo inibitorio. Tale disturbo diventa alla lunga uno stile di vita.

Lesioni, percosse, maltrattamenti, omicidio, ingiuria, diffamazione, oltraggio, danneggiamento).

Reati:

112. DISTURBI DEL CONTROLLO DEGLI IMPULSI

1) Cleptomania: Vedi par. precedenti. Ritratto tipico: Sesso femminile - 30-40 anni - coniugato - vita

sessuale insoddisfacente e sottostante disturbo depressivo.

2) Piromania: Tendenza a provocare incendi a scopo non lucrativo, sulla spinta di un impulso

irrefrenabile. Piacere di vedere il fuoco.

3) Disturbo da gioco d’azzardo patologico: Spendere ingenti somme al gioco, per il bisogno di

soddisfare uno stato di eccitazione derivante dall’imperioso desiderio di giocare. tendenza a

frode,

nascondere le perdite o a chiedere coperture economiche. A patrimonio esaurito può ricorrere a

furto, appropriazione indebita.

Non rientrano tra i disturbi in titolo, i Disturbi del comportamento alimentare: Paura fobica di

acquistare peso. Anoressia restrittiva rigido stile dietetico ipocalorico e aumento dell’esercizio fisico;

Forme evacuative: autoinduzione al vomito o uso di lassativi.

Bulimia: Controllo del peso più labile: grandi abbuffate e poi autoinduzione al vomito (circolo

vizioso).

Il suicidio è frequente, così come la resistenza degli anoressici alle cure. Bulimiche: autolesioni,

condotte sessuali rischiose. Associazione tra bulimia e cleptomania.

Per tutti questi disturbi, quando essi non si accompagnano a gravi problemi di malattia mentale, è

conservata la capacità di intendere il significato illegittimo dei reati, ma in genere è compromessa la

capacità di volere, per l’imperatività e irresistibilità degli impulsi. Salvo che per i giocatori d’azzardo,

ove il reato ha carattere indiretto e non è inevitabile.

113. PARAFILIE - DEVIANZE SESSUALI - DELITTI SESSUALI

Il comportamento sessuale è considerato abnorme secondo 3 criteri: - medico biologico

(comportamenti “morbosi); - sociologico (comportamenti “devianti”); - giuridico (“reati”).

Si deve premettere che non tutte le perversioni sessuali comportano la commissione di reati: alcune

condotte sono censurate da norme di costume, ma non sono reati.

Parafilie (o perversioni): Per conseguire l’eccitazione sessuale si attuano comportamenti che

travalicano i limiti degli schemi abituali, naturalisticamente intesi (pedofilia, zoofilia, coprolalia

telefonica, frutteurismo, necrofilia, esibizionismo, voyeurismo, masochismo, sadismo, feticismo,

transessualismo: la legge 164/82 consente l’intervento chirurgico e/o il trattamento farmacologico e la

trascrizione anagrafica dell’avvenuto mutamento di sesso).

Pedofilia. Si considerano podofilli i maggiori di 16 anni, sessualmente attratti da bambini alla soglia

della pubertà o anche più piccoli. Essi attuano varie modalità: masturbarsi, spogliare o spogliarsi,

toccare con delicatezza, penetrazione. E’ caratteristico giustificarsi o razionalizzare la condotta

sostenendo che essa ha valore educativo e che il bambino ne ricava piacere sessuale o che il bambino

era sessualmente provocante. Alcuni soggetti minacciano il bambino di non parlare o lo ricompensano

con doni. Hanno tecniche particolari per avvicinarli: luoghi di gioco, oratori, campi sportivi; alcuni si

scambiano le vittime con altri pedofili e, in rari casi, adottano bambini di paesi poveri.

La perversione di solito è cronica ed è più frequente fra gli uomini.

Secondo la prospettiva biologica, anche l’omosessualità dovrebbe considerarsi parafilia, ma il

costume attuale è molto tollerante, e le convivenze tra omosessuali sono riconosciute legalmente in

molti paesi come unioni di fatto. Ciò dimostra che la qualifica sociologica di “devianza sessuale”

risente anche dei valori dell’epoca e di una cultura.

Nell’uomo, il comportamento sessuale è essenzialmente appreso, è regolato da norme della cultura,

che mutano in funzione del tempo e dei luoghi, anche se è pur sempre promosso dall’istinto libidico.

Si può dire che la sessualità libera da regole di costume nell’uomo non esiste: il suo esercizio è molto

dettagliato (tipi di partner, tempi, modi, modalità di corteggiamento, matrimonio, filiazione), e si

definisce ciò che è moralmente ammesso da ciò che non lo è.

In prospettiva giuridica si parla di delitti sessuali, comportamenti motivati dall’impulso sessuale

proibiti dalla legge (violenze sessuali - ratto a fine di libidine, atti osceni, incesto). Oltre alla L. 66/96

(vedi), la L. 269/98, tutela i minori in modo più intenso: punizione severa per l’induzione alla

prostituzione, sfruttamento, favoreggiamento, esibizione e produzione di materiale pornografico e suo

commercio, distribuzione, divulgazione, pubblicizzazione, cessione e detenzione gratuita.

Per alcune perversioni, le occasioni di commettere reati sono poche: masochismo, gerontofilia,

lesioni personali, omicidio. furti.

voyeurismo. Il sadismo può comportare Il feticismo, i L’esibizionismo,

atti osceni in luogo pubblico, corruzione di minorenne.

gli Riguardo alla pedofilia, la legge presume che, a

prescindere dalla violenza o meno, e dal consenso della vittima, l’attività sessuale sia sempre violenta

se è esercitata da un adulto su un minore: è minore l’infraquattordicenne o chi ha meno di 16 anni e

il colpevole è l’ascendente o il tutore o altra persona a cui è stato affidato il minore (cura, custodia,

istruzione, educazione, vigilanza).

Gli autori di stupro sono in maggior parte persone che non hanno perversioni. Stupro e ogni tipo di

violenza sessuale, un tempo erano considerati reati contro la moralità e il buon costume, ora sono

inclusi tra i reati contro la persona.

Malattia mentale e parafilia. I parafiliaci non vivono il loro disturbo come malattia, e le parafilie non

sono considerate di per sé sole infermità: il parafiliaco è capace ai fini della responsabilità penale.

Diversamente, se la parafilia è una delle manifestazioni dovuta ad una malattia mentale (es., la

pedofilia dei ritardati mentali, la sessualità violenta degli intossicati da alcol). In tali casi, l’imputabilità

è valutata con gli stessi criteri adottati quando la capacità di intendere e volere è compromessa da causa

morbosa, in funzione della gravità di tale infermità. In massima parte, gli autori non sono portatori di

nessuna infermità: sono capaci di intendere il significato illecito del loro atto e di controllare le

pulsioni, anche se anomale.

114. DISTURBI MENTALI CARCERARI

Il vivere nell’ambiente carcerario è di per sé di alto significato psicotraumatizzante: isolamento dalla

società, regime di vita imposto, lontananza dagli affetti; la sofferenza è maggiore nei detenuti in attesa

di giudizio (carico d’ansia maggiore derivante dall’incognita dell’esito del giudizio). La quota di

sofferenza varia a seconda della persona: per il delinquente abituale il carcere è un incidente di

percorso, per altri è l’evento che distrugge la vita.

Possono esservi disturbi preesistenti, tra i quali i casi di delitto-sintomo, ove la psicosi, prima

dell’arresto, non era stata mai identificata. Per queste forme non può parlarsi di psicosi carcerarie in

senso proprio.

In altri casi, la carcerazione porta alla slatenizzazione: Vi è un Io già fragile che non riesce a

mantenere il suo equilibrio e la patologia che prima era compensata si manifesta (es., schizofrenia in

fase preclinica che si sviluppano dopo l’arresto, paranoie modeste che si accentuano in quanto

subentrano deliri persecutori per l’ambiente vissuto come minaccioso).

Invece, le reazioni abnormi, sono più direttamente connesse alla detenzione: sono risposte psichiche

e/o comportamentali anomali in risposta a fattori psicosociali stressati (disturbi dell’adattamento):

furore di tipo primitivo, eccitazione, reazioni autolesionistiche, ansiose, depressive, dovute anche al

clima teso dell’ambiente e ai valori della sottocultura violenta e al carico di frustrazione della

carcerazione. Sono frequenti le depressioni che sfociano in suicidio, specialmente in attesa di giudizio:

durante l’esecuzione si verifica adattamento. Per tali motivi è prevista l’osservazione psicologica per i

nuovi entrati e particolare sorveglianza per i soggetti a rischio. Sono da distinguere i mancati suicidi,

questi appena descritti, dai tentati suicidi, quelli che esprimono modalità di reagire a tensioni emotive

con il passaggio all’atto, oppure modalità di protesta, attuate per altri fini.

Psicosi carcerarie: Vere e proprie psicosi deliranti con convincimenti persecutori, deliri di

imminente liberazione o di innocenza.

Sindrome di prisonizzazione: legata alle condizioni monotone e prive di stimoli, che possono

condurre ad essere totalmente plasmati dall’istituzione, senza capacità di resistenza e reazione, fino a

giungere a condizioni di tipo demenziale. Il termine fa riferimento anche a forme non precisamente

patologiche, ma a modificazione della personalità.

Con l’umanizzazione della carcerizzazione tali disturbi stanno scomparendo.

Sindrome di Ganser: soprattutto nei soggetti non ancora condannati, ma sottoposti ancora a giudizio,

e quindi l’imputato può avere interesse ad essere considerato infermo di mente. Sono forme di tipo

isterico, ove il limite con la simulazione è ambiguo. In personalità carenti intellettivamente, dopo la

reazione isterica, il meccanismo può preneder la mano a chi lo ha iniziato con intenti di simulazione e

può risultare difficile interromperlo.

Nello stesso gruppo di fenomeni isterici, vi sono le pseudo-demenze: le risposte assurde sono meno

frequenti, e il soggetto ha un contegno che vuole rappresentare un grave sfacelo mentale: si presenta

disorientato, smarrito e attua un comportamento rozzo e primitivo.

La linea di confine tra queste forme isteriche e le simulazioni vere e proprie è di delicata demarcazione:

alcuni psichiatri forensi non ritengono che le sindromi di Ganser siano veri disturbi mentali, ma il

frutto della benevolenza di qualche medico carcerario o di simulazioni ben riuscite.

CRIMINOLOGIA CLINICA O APPLICATA

E’ preferibile utilizzare la dizione criminologia applicata per svincolarla dalla tradizione di stampo

medico, che risente dell’ideologia del trattamento: fenomeno criminoso come malattia da curare. E si

intende l’insieme degli interventi del criminologo, inteso come operatore professionale, che mirano

ad affrontare le questioni che necessitano delle sue particolari conoscenze, e che gli vengono

affidate dal sistema di giustizia.

141. EVOLUZIONE DEI RAPPORTI TRA CRIMINOLOGIA E SISTEMA DELLA

GIUSTIZIA

Da tempo si vanno contrapponendo 2 fondamentali modelli di filosofia penale:

1) Modello del fatto, incentrato sul paradigma della oggettività: modello “classicistico”, in cui la

giustizia mira solo alla retribuzione, pena uguale per tutti per uguali reati e proporzionata solo alla

gravità, a prescindere dalle situazioni ambientali e psicologiche.

2) Modello della persona, incentrato sul paradigma della soggettività: modello “positivistico”, in cui

la sanzione è individualizzata, è in funzione del soggetto, ed ha come finalità la difesa sociale, e solo

marginalmente il trattamento. Quando prevale questo modello, il sistema della giustizia deve utilizzare

le scienze dell’uomo (la criminologia).

Secondo la suddetta dicotomia, si sono avute varie fasi:

1) Contrapposizione: Antecedentemente al Codice Rocco, il sistema giustizia è gestito solo secondo i

principi della Scuola Classica; la Scuola Positiva è solo un filone teorico.

2) Compromesso: Il codice Rocco fa coesistere la retribuzione e la specialprevenzione, introducendo

il sistema del doppio binario: pene certe e determinate + misure di sicurezza indeterminate per i

soggetti pericolosi. Entra il concetto di capacità a delinquere come parametro per l’esercizio della

discrezionalità del giudice nella scelta fra minimo e massimo della pena: pena proporzionata al reato,

ma le caratteristiche soggettive si riflettono sull’entità della condanna.

Inconveniente: prevale la presunzione di pericolosità ex lege: la capacità a delinquere e la

pericolosità dei sani di mente possono essere valutate solo dal giudice e non dalle scienze umane.

3) Connubio: Introduzione del principio positivistico-criminologico del trattamento

risocializzativo: è prevalente la finalità rieducativa e perdono pregnanza la retribuzione e la difesa

sociale; la pena è vista come strumento per favorire il recupero sociale. La criminologia diviene l’asse

portante della politica penale e, in diversi paesi essa entra addirittura nel processo (in Italia acquista

ruolo primario nella fase dell’esecuzione).

4) Predominio dell’ideologia trattamentale: Pena solo finalizzata alla risocializzazione con il

contributo della criminologia clinica. Nei paesi di common law la pena è indeterminata: dura fino

all’avvenuta risocializzazione. Si investe molto nel trattamento (sia intramurale che come misure di

decarcerizzazione).

5) Crisi del mito risocializzativo: Scarsi risultati.

6) Divisione dei campi: Italia: dopo la riforma del c.p.p. e le riforme del sistema penitenziario: fase

processuale: divieto di perizie sulla personalità, la cui valutazione è solo del giudice; esecuzione

penale: ampio spazio al paradigma della soggettività con larghe applicazione di criminologia e

psicologia per adeguare l’esecuzione alle diverse situazioni individuali. E’ la magistratura di

sorveglianza che stabilisce l’effettiva durata della pena e le sue modalità di esecuzione avvalendosi

largamente degli esperti delle scienze umane.

Tali posizioni di principio sono più teoriche che concrete: da noi la crisi del trattamento non è stata

ancora pienamente recepita dal legislatore.

7) Ritorno al modello del fatto: Tendenza del momento: prassi giudiziarie di maggiore severità -

ritorno ai principi oggettivistici di stampo classicistico - sanzioni in funzione della tipologia dei reati e

della recidiva. In Italia vi sono solo flebili indizi.

Ma ciò non vuol dire la perdita di ruolo della criminologia, ma solo spazi in prospettiva diversa.

142. OSSERVAZIONE CRIMINOLOGICA

Attività preliminare che mira a conoscere i tratti della personalità e le caratteristiche socio-ambientali

(siamo nella fase diagnostica), in quanto, per l’ordinamento penitenziario, il programma di

trattamento del condannato si deve basare sull’osservazione. Ed è importante anche per fornire

informazioni sulla personalità alla magistratura di sorveglianza e alla direzione del carcere, in vista di

provvedimenti disciplinari o benefici, e infine per risolvere i problemi di cattivo adattamento

carcerario.

E’ effettuata per mettere in luce i vari fattori psicologici e ambientali che consentono di ricostruire

criminogenesi e criminodinamica. E’ eseguita da più professionalità: educatore, assistente sociale,

psicologo e criminologo clinico, psichiatra, pedagogo, che emettono un giudizio collegiale.

1) Colloquio clinico. Fondamentale per approfondire la conoscenza della persona.

L’osservazione criminologica ha lo scopo di evidenziare la criminogenesi: spiegazione di come hanno

interagito le caratteristiche psicologiche, le esperienze di vita, coi fattori sociali e ambientali; in

definitiva si vuole arrivare a spiegare il perché del delitto. Inoltre, si mira a illustrare la

criminodinamica, cioè il come è stato compiuto il singolo delitto o come si è sviluppato l’intero

progetto di vita indirizzato al crimine; ma col “come” non si intendono le modalità materiali, bensì

l’intrecciarsi delle dinamiche psicologiche e il loro interagire nelle motivazioni.

Essendo il colloquio commissionato dall’amm.ne carceraria o dal magistrato, il criminologo non può

schierarsi col soggetto. E ciò porta al rischio della sua mancanza di sincerità, che può anche

manipolare per i suoi fini l’esaminatore.

Il contenuto del colloquio è libero, anche se è essenziale la ricostruzione della storia di vita, la famiglia,

la culturizzazione, il lavoro, le figure di identificazione, i rapporti affettivi: tutto ciò che nell’evolversi

della vita può avere avuto qualche significato nei confronti del delitto. Inoltre, interessano le

caratteristiche della personalità, carattere, temperamento, capacità di controllo, egosintonia, ecc..

2) Reattivi mentali. Mettono in evidenza alcuni caratteri psichici in modo più obiettivi del colloquio,

in quanto riducono le interferenza soggettive dell’esaminatore. Servono per la migliore comprensione

psicologica del soggetto, anche se non possono sostituire il rapporto che si ha con la comunicazione

diretta: - a) Test di efficienza intellettiva: valutazione quali-quantitativa dell’intelligenza (Q.I.), per

valutare di quanto varia il soggetto rispetto al valore medio della maggior parte delle persone dello

stesso gruppo di età. Esprime la capacità di utilizzare le proprie risorse mentali per affrontare le

esigenze del vivere. Il test misura solo alcune componenti dell’intelligenza (comprensione, capacità

d’osservazione, memoria, attenzione, ecc.), ma trascurano altre qualità più sottili non definibili

numericamente; inoltre, sul risultato interferiscono altri fattori: ansietà per la prova, grado di cultura,

ambiente sociale, mancanza di scolarizzazione,

b) Test di personalità: mettono in evidenza le caratteristiche di maggior rilievo della struttura

psichica: maturità, capacità di adattamento e di sopportazione delle frustrazioni, controllo pulsazioni,

conflitti interiori: è un supplemento del colloquio;

c) Test proiettivi: valutano il modo in cui il soggetto proietta su uno stimolo proposto alcune

caratteristiche della sua personalità, che si manifestano nel modo secondo il quale egli interpreta lo

stimolo stesso: test di Rorschach (si mostrano macchie prive di significato, da cui si arguisce, nel

modo di interpretarle, lo psichismo del soggetto). Anche questi non possono sostituire il colloquio.

3) Inchiesta sociale. Operata da assistenti sociali sull’ambiente abituale di vita del soggetto:

informazioni da congiunti e appartenenti al suo entourage, o anche da enti pubblici, servizi sanitari e

assistenziali, polizia municipale. Da esso emergono le condizioni economiche, lo stile di vita familiare,

i legami affettivi, le amicizie, l’educazione.

4) Esame comportamentale. Descrive e analizza la condotta assunta nei confronti della comunità e

delle attività carcerarie, anche per evidenziare il ruolo assunto (di subordinazione o di leadership). E’

delegato l’educatore, che vive a contatto quotidiano con i detenuti, organizzando le attività socializzanti

nel carcere, e che fa da tramite per i rapporti con l’esterno e da mediatore fra l’autorità e la comunità

dei reclusi.

5) Dati documentati. Documentazione del curriculum criminoso risultante dal certificato del

casellario giudiziario. Inoltre, informazioni da forze dell’ordine, servizi sociali, ecc..

Da ricordare che l’operatore deve sempre mantenere un atteggiamento di neutralità in quanto opera per

un interesse pubblico.

143. PREDIZIONE DEL COMPORTAMENTO DELITTUOSO

Qui l’osservazione è utilizzata nella fase predittiva: giudizio sull’eventualità del futuro reiterarsi di

comportamenti delittuosi (possibilità di prevedere, in sostanza, recidiva e pericolosità sociale).

Vi sono molte incognite: 1) Le previsioni sono fondate su un criterio statistico: poiché una percentuale

significativa di soggetti con caratteri simili all’esaminato (tratti di personalità, caratteristiche

microsociali e trascorsi criminali), recidivano con frequenza, si formula il giudizio prognostico

positivo. Ma non è mai possibile sapere se il soggetto effettivamente rientra in tale comportamento

standard.

2) Essendo ogni persona dotata di libertà di scelta, ogni predizione contiene possibilità di errore.

3) La predizione negativa influenza il comportamento futuro: si mettono in moto meccanismi di

stigmatizzazione e reazioni sociali emarginative che possono condizionare la condotta.

Quindi, occorre sempre avere consapevolezza della relatività dei giudizi.

Nel giudizio entrano in gioco molti fattori: la persona (psicologia, ambiente, trascorsi), la famiglia

d’origine, la carriera criminosa (l’inizio precoce, numero recidive, appartenenza a sottoculture

delinquenziali, la non occasionalità, l’indole dei precedenti reati).

E la valutazione dev’essere frutto di un giudizio integrato.

Il più noto sistema predittivo è quello dei coniugi Glueck, in cui è attribuito un punteggio a vari

parametri, che sono il risultato del più frequente riscontro di tali caratteristiche in un gruppo di giovani

delinquenti comparato a un parallelo gruppo di giovani normali. I parametri utilizzati nel sistema

tengono conto di fattori predittivi legati alla famiglia, ai tratti caratteriologici e a quelli di personalità. il

sistema è caduto in disuso perchè troppo indaginoso.

E’ da sottolineare il fatto che l’esperto opera per mandato pubblico: non ha l’obbligo di mantenere il

segreto professionale nei confronti del soggetto, ma solo nei confronti di chi gli ha conferito mandato,

e non può comunicare a terzi ciò che ha accertato. Obblighi diversi rispetto a quando il perito opera in

un rapporto trattamentale ove vige il segreto e l’alleanza terapeutica.

144. TRATTAMENTI RISOCIALIZZATIVI

Bisogna avere la consapevolezza che tali sistemi vanno adoperati con un criterio di individualizzazione

molto selettiva, e che non si può imporre, ma solo favorire il mutar vita e il reinserimento sociale. I

risultati sono positivi solo quando il soggetto è disponibile ad essere aiutato; quindi, egli deve porre in

crisi i suoi precedenti valori e cerchi il supporto e l’aiuto per un futuro socialmente integrato. Quindi,

il trattamento è inteso come una offerta di servizio affinché sia facilitato il cambiamento: il

delinquente si recupera, non può essere recuperato.

Nel corso dei tempi, sono stati usati vari metodi di persuasione, anche violenti (lavaggio cervello,

castrazione, lobotomia, tecniche di condizionamento con shock elettrico, farmacologico o psicologico,

farmaci, ipnosi). Oggi sono utilizzati interventi psicologici:

1) Colloquio psicologico di sostegno: Dialogo operatore-soggetto per fornire appoggio al

superamento delle difficoltà carcerarie e vagliare alternative e possibilità di reinserimento: psicologo e

criminologo, dopo l’osservazione che approfondisce le conoscenze sul soggetto, hanno una funzione

di guida, utilizzando l’ascendente e il rapporto empatico. Tutto ciò per rafforzare nel soggetto valori e

norme socialmente accettabili.

2) Psicoterapia: Ha lo scopo di agire più nel profondo e far comprendere al soggetto le motivazioni

psicologiche che lo hanno indotto alla condotta criminale: il soggetto fa un riesame critico del passato

e mette in crisi le scelte fatte.

3) Consultazione di gruppo: Sostegno a persone che devono affrontare difficoltà in campo sociale o

di fronte a necessità di cambiamenti di ruolo e responsabilità (emigrazione, crisi coniugali, rapporti

genitori-figli). Si fanno riunioni periodiche sotto la guida di un monitore, favorendo la messa in luce

dei problemi, l’autocritica, il confronto con valori diversi da quelli carcerari. L’obiettivo è attivare i

meccanismi psicologici di ripensamento e mutamento. Inoltre, si migliorano i rapporti fra detenuti e

staff custodialistico, con l’inserimento anche degli agenti di custodia.

Mentre la psicoterapia agisce più nel profondo, nell’inconscio, mirando a modificare la personalità, la

consultazione di gruppo e il colloquio si articolano sul piano della consapevolezza e del ragionamento.

4) Addestramento alle capacità sociali: Trovano larga applicazione nelle grandi imprese per

accrescere le capacità di relazionare dei dirigenti e degli addetti alle pubbliche relazioni. Si parte dal

presupposto che il comportamento criminale, specie quello di delinquenza comune, deriva da

incapacità di adeguare il comportamento, cioè da carenza di competenza sociale di fronte alla crescente

complessità della società. Lo scopo è di operare cambiamenti nelle modalità di risposta al fine di poter

meglio comprendere e interpretare la realtà e saper reagire di fronte ad essa.

5) Comunità terapeutica: Molto usata per i tossicodipendenti, basata sulla sollecitazione dei

sentimenti comunitari per sviluppare un modo nuovo di sentire il rapporto fra sé e gli altri. Si fanno

riunioni tra reclusi e agenti, educatori, esperti e staff dirigenziale, per superare le rigide divisioni di

ruolo. Si gestiscono collettivamente alcune attività ricreative, sportive, culturali e si incentiva la

pubblica discussione per creare uno spirito di socialità e mettere in crisi la visione individualistica,

tipica di tanti delinquenti.

6) Attività scolastiche e lavorative: per fornire strumenti al detenuto per una sua migliore

collocazione quando rientrerà nella società.

7) Trattamenti di intervento sociale: rivolti a dimessi e dimettendi bisognosi di aiuto materiale,

mediante i servizi sociali degli enti pubblici. Un servizio particolare si offre ai soggetti sottoposti

all’affidamento al servizio sociale: - supervisione: segue il comportamento del soggetto, mantiene i

contatti con lui, segnala alla magistratura di sorveglianza le infrazioni, stila il rapporto in caso di esito

positivo che considera estinto il debito con la giustizia; - attività assistenziale: sia per detenuti che per

chi è in libertà: aiuto nella ricerca di lavoro, aiuto ai familiari per ottenere sussidi, soluzione di

problemi abitativi, familiari, scolastici, burocratici, ecc., al fine di favorire il superamento delle

difficoltà del processo di reintegrazione.

Considerazioni finali:

a) Non esiste un trattamento ottimale: vale il principio di individualizzazione.

b) Il reo non sempre vuole essere risocializzato e spesso accetta i trattamenti solo col proposito di

ottenere benefici.

c) Bisogna intendere le offerte di risocializzazione come impegno sociale, senza farsi illusione

sull’efficacia dei risultati.

145. PREVENZIONE

Comprende tutti i mezzi per cercare di ridurre la commissione di delitti.

Già la normativa penale attua una prevenzione giuridica: - prevenzione generale come esempio: è la

funzione etica della legge penale, il rafforzamento dei valori fondamentali della collettività, e si rivolge

a tutti; - prevenzione generale mediante la minaccia legale, che fa leva sul timore della sanzione; -

special-prevenzione, mediante misure di sicurezza e prevenzione speciale per soggetti pericolosi, con

l’obiettivo di neutralizzare alcuni tipi di delinquenti o gli autori di certi delitti. Essa si traduce nella

incapacitazione selettiva: l’obiettivo è mettere fuori gioco una certa tipologia di individui nocivi o

destinati a recidivare. Il suo utilizzo, oggi, non gode molto favore in quanto contrasta con l’ideologia

della risocializzazione e individualizzazione delle sanzioni; e in effetti il rischio è che può colpire

persone non pericolose.

Accanto alla prevenzione giuridica, c’è la nuova prevenzione, che si attua con strumenti non

giuridici.

a) Prevenzione ante delictum. 1) Prevenzione individuale: per giovani a rischio (inadeguatezza

familiare, frequentazione di ambienti malsani, abuso di droghe, caratteristiche personali). Con

trattamenti psicologici di sostegno, laboratori diurni, interventi socio-psico-pedagogico in strutture

residenziali comunitarie o in gruppi-famiglia, con la supervisione di operatori sociali e educatori.

Riguardo all’efficacia valgono le stesse riserve dei trattamenti risocializzativi.

2) Prevenzione sociale: miglioramento delle condizioni di vita dell’area di residenza dei giovani

esposti a rischio (centri sociali, assistenza per gli indigenti, avviamento al lavoro; rivolta anche ai

neoimmigrati).

L’aumento del benessere e lo stato sociale non sono accompagnati dalla diminuzione della criminalità,

ma da un suo aumento, ma in ogni caso, tali misure sono un dovere pubblico.

3) Prevenzione situazionale: installazione di ostacoli materiali per rendere difficili certi delitti (porte

blindate, sistemi di allarme, ecc.). I vantaggi di tale prevenzione sono immediati

4) Addestramento alla difesa individuale. Ha buona efficacia preventiva

5) Coinvolgimento dei cittadini: maggior cooperazione con la polizia (corpi di volontari disarmati,

collettivi spontanei di autodifesa: es., negozianti). Ha buona efficacia preventiva, anche se c’è il rischio

di spostare la delinquenza metropolitana su zone limitrofe meno difese, e poi quello della possibile

supplenza dei cittadini nelle funzioni repressive dello Stato. Anche se è da dire che queste misure

accrescono il senso di sicurezza della gente.

b) Prevenzione post delictum. Prevede, oltre alla prevenzione giuridica, il trattamento individuale in

carcere, le misure premiali e di decarcerizzazione, diversion, mediazione penale.

Tutti gli intervento di cui sopra possono ancora suddividersi in:

1) Prevenzione certa. Interventi che agiscono a prescindere dalla partecipazione attiva del

delinquente: (inasprimento di pene e misure di sicurezza, difese architettoniche e sistemi di vigilanza,

ecc.).

2) Prevenzioni aleatorie. Richiedono la partecipazione collaborativa del soggetto (es., l’efficacia

intimidativa della pena dipende da come il soggetto vive la sollecitazione e la deterrenza; lo stesso

dicasi per gli interventi di risocializzazione: l’individuo è arbitro del loro risultato===> i risultati sono

imprevedibili).

In sostanza, se si vuole colpire e prevenire certi tipi di delinquenza, bisogna prestare più attenzione alla

prevenzione non partecipativa. Soprattutto nella prevenzione della delinquenza povera e di quella

grave e occasionale, la prevenzione aleatoria è sempre di dubbia validità.

146. LA VITTIMA

Dagli anni ’60 la criminologia si e’ concentrata sul delinquente, con orientamenti di esasperata

deresponsabilizzazione e giustificazionismo, trascurando la vittima e determinando la vittimizzazione

del reo e la scotomizzazione della vittima. Da qualche tempo si e’ risvegliata la sensibilita’ verso la

vittima. E nemmeno il legislatore e’ stato sensibile alla vittima: nel processo minorile non puo’

neanche costituirsi parte civile; il cpp vieta alla parte offesa di esprimersi nel patteggiamento.

Quando I media raccontano l’efferatezza di un delitto, vi e’ una reazione emotiva dell’opinione

pubblica; ma poi, allorche’ il reo diventa imputato, muta l’interesse pubblico e quello dei media,

spostandosi sulla persona chiamata in giudizio. Tale attenzione aumenta quando il reo diventa

detenuto, in quanto acquista un nuovo volto e ci si occupera’ delle sofferenze della detenzione e dei

suoi diritti, mentre la vittima non fa piu’ notizia.

Oggi, la mediazione penale si preoccupa anche di conferire alla vittima un ruolo maggiormente

incisivo e partecipativo (giustizia riparativa). Inoltre, sociologi e criminologi si attivano per

organizzare comitati e associazioni che stanno attorno alla vittima, con lo scopo di farla uscire dal

dramma, anche con un supporto psicologico di sostegno, e di organizzare I parenti delle vittime al fine

di ottenere la punizione dei colpevoli.

La vittimologia si occupa di studiare la personalita’ e le caratteristiche psicologiche, morali, sociali e

culturali della vittima e le sue relazioni con il criminale, e il ruolo che essa ha eventualmente assunto

nella genesi del crimine.

L’intensita’ della reazione emotiva in connessione col termine “vittima” varia in funzione del tipo di

reato: 1) reati senza vittima (spaccio di stupefacenti);

2) La vittima e’ impersonale o astratta (reati contro la P.A.), che non risvegliano reazioni di empatia

e di identificazione<

3) Reati contro l’interesse pubblico, ma ove tutti si sentono vittime (reati ecologici, evasione fiscale);

4) la vittima e’ sentita lontana, estranea, troppo potente o facoltosa per destare sentimenti di

solidarietà’ (furto contro una banca).

Poi vi sono I reati che determinano reazioni di identificazione con la vittima (condivisione di

sofferenze), che richiedono la sanzione (funzione “satisfattoria” della pena).

In genere la vittima e’), che richiedono la sanzione (funzione “satisfattoria” della pena).

In genere la vittima concepita come parte meramente passiva del reato; ma vi sono situazioni in cui la

vittima, piu’ o meno inconsapevolmente, gioca un suo ruolo nella genesi del reato.

Vittime passive. Non e’ ravvisabile atteggiamento psicologico o comportamento che abbia un ruolo

(la stragrande maggioranza delle vittime).

1) Vittime accidentali: diventano tali per puro caso, senza alcuna partecipazione (chi subisce il furto

dell’auto, il passante coinvolto nel conflitto a fuoco, vittima di una bomba):

2) Vittima preferenziale: il delinquente la sceglie per il suo ruolo o condizione economica (sequestro

di persona) o per la professione (gioielliere);

3) Vittime simboliche: si vuol colpire un gruppo, una categoria, ideologia (vittime del terrorismo):

4) Vittime trasversali: non potendo colpire il bersaglio vero, l’azione criminosa e’ diretta sul

familiare (vittime di mafia).

Vittime attive.

Vittime per la loro specifica professione: agenti di polizia:

Vittima che aggredisce: il comportamento della vittima può’ addirittura aver favorito il delitto

(legittima difesa, stato di necessita’);

Vittima provocatrice: ha in precedenza suscitato l’esasperazione , l’ira o la ribellione di colui che

reagisce (controversie di coppia). La vittima partecipa alla dinamica del delitto in modo evidente,

che quasi non la si percepisce come tale: infatti la legge prevede l’attenuante per aver agito in stato

d’ira, determinato da un fatto ingiusto altrui;

Vittima inconsciamente provocatrice: in genere quando vi sono rapporti prolungati e ravvicinati di

conoscenza, frequentazione, di lavoro (es., rapporti familiari);

Vittima favorente: pur senza una vera e propria ostilita’, la vittima si comporta in modo da facilitare

il delitto (truffa all’americana: la vittima e’ indotta a credere di fare un affare);

Vittima disonorante: la vittima attua una condotta lesiva dell’onore sessuale del congiunto,

favorendo la reazione di questi;

Vittima del conseziente: acconsente che altri lo uccide, o lo richiede (omicidio del consenziente,

eutanasia, omicidio-suicidio fra amanti).

INTERVENTI GIURIDICO-NORMATIVI

CONTRO LA CRIMINALITA’

127. LA PENA NEL SUO SVILUPPO STORICO

Tra sistema penale e sistema extrapenale di controllo sociale esiste un rapporto di proporzione inversa:

piu’ si attenuano I meccanismi di controllo extrapenale e piu’ si e’ costretti ad affidare la difesa con

l’inasprimento del sistema penale.

Va distinto il fine della pena dai mezzi con I quali la si attua. La pena, a prescindere da questioni etiche

o filosofiche, e’ irrinunciabile strumento di controllo sociale.

Nella cultura pre-illuministica europea I fini restano quelli della legge del taglione e della vendetta,

attribuendo, a volte, alla pena anche il fine di espiazione spirituale. Ma e’ primario l’intento

vendicativo: punire il reo nel fisico e farlo soffrire proporzionalmente al male commesso, e dare

pubblica testimonianza di tale sofferenza. L’uccisione e’ largamente praticata, e si attuano supplizi

graduati in durata e sofferenza in funzione del delitto e della posizione sociale del reo, che spesso sono

preceduti da tortura (la quale e’ usata anche come mezzo inquisitorio). La cerimonia del supplizio può’

durare per piu’ giorni e costituisce pubblica ammonizione. Per I reati meno gravi: mutilazioni,

accecamento, fustigazione, gogna, berlina, multa, confisca, esilio. E’ in uso anche la carcerazione,

spesso indeterminata nella durata.

XIX secolo: Idee illuministiche; Beccaria=== Codici di procedura con validita’ universale e che non

risentono dei privilegi di casta; tortura e pene corporali abbandonate e riduzione della pena di morte.

La detenzione in carcere e’ lo strumento fondamentale e si introduce il principio di proporzionalita’

tra gravita’ del reato e durata della reclusione. Si costruiscono nuove strutture per la reclusione con

nuove tecniche architettoniche. Inoltre, vi e’ un cambiamentonella concezione della pena: e’ superato il

fine vendicativo, e prende corpo il principio della retribuzione e della punizione come emenda: la

pena e’ un mezzo che serve alla riabilitazione spirituale, mediante la presa di coscienza della propria

colpa, e il carcere e’ inteso come mezzo di punizione ma anche di autocorrezione; a cio’ si mira

mediante l’obbligo di pratiche religiose, lavoro coatto, disciplina rigorosa, regolamenti afflittivi,

squallore degli ambienti, poverta’ dell’alimentazione, obbligo del silenzio, divisa, isolamento totale

dall’esterno (ancora il codice Rocco prevedeva un periodo di isolamento iniziale.

Avvicinandosi ai tempi nostri, la pena ha assunto sempre piu’ il significato di pura e semplice

privazione della liberta’. E dalla prima meta’ del XX secolo, si e’ affacciata la finalit’

risocializzativa della pena.

128. FINALITA’ DELLA PENA

Componenti essenziali:

Idea-base retributiva: al comportamento antisociale segue la reazione sociale negativa;

Prevenzione generale: distogliere la generalita’ dei consociati dal commettere reati:

Prevenzione speciale: azione sul singolo reo affinche’ non ricada nel delitto.

1) Funzione retributiva. Pagamento per il delitto commesso. La giusta sofferenza (e non piu’ la

vendetta), che ristabilisce l’equilibrio sociale che e’ stato rotto col delitto: piu’ grave e’ il delitto, piu’

rilevante dev’essere la pena. Si basa sul fondamentale principio pedagogico di giustizia: premiazione

per il bene e punizione per il male. Il principio retributivo presuppone l’uomo libero e percio’

responsabile della propria condotta.

Caratteri essenziali della pena retributiva: Afflittivita’: privazione di un bene, disgiunta da ogni

carattere di inutile sofferenza; Responsabilita’ penale personale; Proporzionalita’;

Determinatezza; Inderogabilita’. Alcuni di questi caratteri sono stati superati per la presenza di

altre funzioni (difesa sociale e risocializzazione), che hanno dato luogo a sistemi misti, con negative

conseguenze sull’efficacia della pena.

2) Funzione deterrente. Effetto general-preventivo: dissuasione mediante la minaccia della

sanzione. La deterrenza, di per se’, non e’ sufficiente: per alcuni la minaccia non e’ percepita (reati

d’impeto); per altri prevale la speranza o certezza d’impunita’; per altri il rischio e’ un’incognita

prevedibile. Ma in ogni caso, ha un ruolo determinante nel bilancio costi-benefici.

Molte ricerche hanno accertato la differenza dell’intimidazione in funzione della personalita’ del reo,

della tipologia del reato e della certezza della sanzione, anche se vi e’ un vizio di fondo che e’ quello

dell’impossibilita’ di verificare la variazione della delittuosita’ in assenza di previsioni repressive. Ma

e’ da dire che alla pena, in tempi lunghi, e’ attribuibile anche una funzione di rafforzamento e

promozione dei valori sociali (finalita’ etica): ruolo moralizzatore ed educativo. Quindi, la

legislazione di una generazione puo’ diventare la morale della generazione successiva, anche se non e’

possibile contrapporre nettamente la funzione etica e quella del suo successivo adeguamento al mutare

dei valori della cultura; piuttosto vi e’ un processo di influenzamento reciproco, ove promozione etica

e adeguamento sono spesso contestuali e inscindibili.

3) Funzione di difesa sociale. Azione specialpreventiva sui singoli autori di delitti, con l’obiettivo di

tutelare la societa’ mediante la temporanea neutralizzazione carceraria, o altre misure detentive, dei

criminali piu’ pericolosi, per prevenire le loro possibili offese future. Fu privilegiata dalla Scuola

Positiva, che intendeva le misure sociali non adottate in funzione della gravita’ del reato, ma della

pericolosita’ potenziale del reo (prevedibilita’ che commettesse altri reati).

4) Funzione risocializzativa. Imposta nel XX secolo. La pena deve mirare a favorire il recupero

sociale del reo=== Ideologia del trattamento (vedi par. successivo).

5) Funzione satisfattoria (di cui raramente si parla). Mira a soddisfare la richiesta di punizione di

tutti I cittadini, e che serve a dare soddisfazione al bisogno di giustizia. Tale necessita’ e’ stata

riassorbita e mitigata nel concetto della retribuzione, che puo’ essere intesa come la civile sostituzione

della vendetta, una sua sostituzione, che ha le radici nel bisogno di giustizia. Del resto, il diritto penale

nasce proprio come regolamentazone di quell’antico diritto che era la vendetta privata. Cosi’ la

vendetta cambia nome e diventa pena, ma alla radice vi e’ sempre la motivazione vendicativa di fare ed

ottenere giustizia, e tale radice permane, anche se preferiamo chiamarla “contenuto satisfattorio della

pena”.

Quindi, la funzione satisfattoria e’ una finalita’ fondamentale della pena, in quanto in qualsiasi societa’

dev’esservi continua conferma del confine tra bene e male: nel momento in cui il male e’ punito e’

soddisfatto anche l’innato bisogno di giustizia.

129. L’IDEOLOGIA DEL TRATTAMENTO

L’introduzione del principio del trattamento rieducativo nasce quando e’ superata la concezione

prevalentemente retributiva della pena: da “pena certa” a “pena utile”. Infatti, nell’ideologia classica,

la pena certa e’ comminata in base a: - valutazione fondata su principi etici assoluti (“il delitto e’ male

e la pena e” il suo prezzo”); - la pena e’ essenzialmente retributiva ed espiativa; - principio della

proporzionalita’ tariffaria; - principio di certezza del diritto (niente discrezionalita’ per il giudice); -

principio di uguaglianza: al medesimo reato corrisponde la medesima pena, senza tener conto di

fattori ambientali e personali.

Con la pena utile si vogliono eliminare I fattori che portano alla delinquenza. Cio’ avviene in

coincidenza dell’affermarsi del Welfare State: lo Stato deve garantire benessere e sicurezza.

Si afferma l’idea che non e’ tanto il singolo che deve farsi carico delle sue condizioni di indigenza e

anche della delinquenza: anche la delinquenza, come la disoccupazione, la malattia, ecc. Costituisce un

male al quale lo Stato ha il dovere di porre rimedio. Quindi, compete allo Stato fornire tutti I mezzi

sociali ed economici per evitare il delitto; percio’ la causa della delinquenza e’ nei difetti della societa’

e non nelle carenze della personalita’ o nelle predisposizioni individuali.

In tale prospettiva la pena dev’essere strumento correzionale, terapeutico, come se la pena fosse

una sorta di malattia da curare. La risocializzazione diviene un obbligo dello Stato e quindi un

diritto del delinquente. Per questo la pena non puo’ essere predefinita, uguale per tutti e

proporzionale al reato, ma deve innanzitutto durare fino al conseguimento della rieducazione.

Il nuovo paradigma si organizza attraverso: - trattamento interno al carcere; - trattamento extramurario;

- sopravvivenza del carcere per I soggetti non suscettibili di trattamento (pericolosi e irriducibili).

Tali principi si diffondo in tutto l’Occidente, ma sono mitigati in Italia e nei paesi di civil law

(impensabile abbandonare il principio di proporzionalita’ della pena e rinunciare del tutto al suo

contributo retributivo).

In USA e’ introdotto il sistema del parole: il tribunale si pronuncia solo sulla natura dell’infrazione e

sulla colpevolezza; il giudice stabilisce un termine minimo e massimo della pena carceraria molto

divaricato. Il contenuto effettivo della pena e’ stabilito da un organo amministrativo (Parole Board),

fuori da qualsiasi garanzia giurisdizionale, sulla base dei progressi del trattamento seguito in carcere:

in sostanza, secondo un giudizio di avvenuta o non avvenuta risocializzazione.

Inoltre sorgono nuovi istituti penali, tra cui la probation: misura sospensiva della sentenza: il giudice

rinuncia a condannare l’imputato e lo affida a un operatore sociale per un periodo di prova, con varie

prescrizioni e regole di vita e sotto la supervisione dell’apposito agente di probation. Quindi, si ha

l’accertamento giudiziario della sola responsabilita’ penale, mentre il proseguimento del procedimento

penale fino alla condanna e’ legato ad una valutazione negativa di esito negativo della prova, effettuata

da un organo non giurisdizionale, il Probation Office; se invece la prova e’ positiva il procedimento

e’ estinto.

Piu’ recente e’ la Diversion (USA-anni ’70): Rinuncia all’intervento della giustizia penale in favore di

programmi di trattamento guidati da organizzatori indipendenti dal sistema giudiziario. Ha trovato

applicazione per autori di reati minori (minorenni, alcolizzati, tossicomani, malati di mente). La

diversion si sostituisce al processo e quindi alla pena alla pena: e’ un’alternativa all’azione penale.

Inoltre, per I minori, esistono altre prescrizioni: obbligo di frequenza a scuole e centri sociali, incontri

autore-vittima a scopo di mediazione e conciliazione.

La diversion e’ possibile nei paesi ove non esiste il principio dell’obbligatorieta’ dell’azione penale, e

rappresenta un alleggerimento del sistema giudiziario, anche se presenta lo svantaggio dell’assenza di

garanzie giurisdizionalmente tutelate: l’organo deliberante non e’ costituito da magistrati, ma da

operatori sociali e privati cittadini (rischio di discrezionalita’ eccessiva).

130. LA CRISI DEL MITO RISOCIALIZZATIVO

Cause: 1) Eccessiva fiducia nelle scienze umane di modificare la personalita’ antisociale e formulare

previsioni del comportamento umano;

2) Discrezionalita’ degli organi amm.vi e discriminazione razziale (es., parole);

3) Mancanza di garanzie per il reo e di certezza del diritto;

4) Scarsa tutela della societa’;

5) Scarsissimi risultati di risocializzazione. Da molti studi sull’efficacia dei nuovi istituti, tipo

probation, risulta che il tasso di recidiva di chi ne ha beneficiato e’ uguale a quelli che hanno scontato

la normale pena carceraria.

Gli effetti della crisi sono stati l’inasprimento delle pene in generale e inasprimento pene per I

plurirecidivi, secondo criteri oggettivi e non individualizzati (numero e frequenza di condanne) e I

provvedimenti di incapacitazione selettiva. Quindi si afferma la politica di zero tolerance: aumento di

detenuti e trasferimento dei fondi dai servizi sociali e probation alla costruzione di nuove carceri

Giuliani a New York ha attuato un maggior rigore anche contro la piccola criminalita’: dal ’93 al ’97

vi e’ riduzione del 60 % di omicidi, 53% dei furti d’auto, 16.5% degli stupri; in GB simili

provvedimenti, oltre che nei confronti della criminalita’ comune, sono stati rivolti anche per la

criminalita’ minorile.

Vi e’ stata l’illusione correzionale e rieducativa, che proprio I criminologi hanno definito mito

risocializzativo. La risocializzazione e’ possibile solo con il volontario abbandono da parte del reo

dei valori antisociali e l’accettazione delle comuni norme etiche. Quindi, tale processo e’ solo interiore

al reo: psicologi, criminologi, educatori, psichiatri possono fornire ai detenuti solo delle opportunità’

per mettere in moto il processo risocializzativo (auto-risocializzativo). Tali persone sono solo un aiuto

a chi lo vuole utilizzare.

Anche se la rieducazione, secondo la Costituzione (art. 27) e’ una meta cui bisogna tendere, ma

enfatizzare il processo risocializzativo e pensare che sia una meta conseguibile da tutti e’ illusorio, in

quanto non e’ possibile senza la volonta’ del reo. Il fine riadattativo e’ un traguardo che esiste di per

se’ nella pena, cosi’ come l’afflittivita’ e la deterrenza: ma si tratta di una potenzialita’ insita nella

pena che si realizza senza prevedibilita’ e indipendentemente da trattamento o riduttivismo carcerario.

E’ irrealistico pensare di far sorgere solo con l’intervento degli operatori la volonta’ risocializzativa in

delinquenti, non occasionali, che hanno fatto consapevoli scelte di vita (mafiosi, delinquenti comuni,

colletti bianchi, grandi corruttori e concussori): se questi cambiano vita non e’ certo per l’intervento

risocializzativo, ma perche’ ritengono utile o opportuno farlo, dopo che hanno fatto un bilancio costi-

benefici o per un ripensamento morale.

Anche l’effetto di misure alternative, semi-alternative e premiali dev’essere ridimensionato. Tali

misure conseguono certamente altri obiettivi (es. umanizzazione della pena), ma anch’esse sono

aleatorie nella loro efficienza risocializzativa.

Le misure della legge Gozzini si sono trasformate nella politica dello scambio penitenziario: in

compenso della buona condotta la pena e’ ridotta con la liberazione anticipata o trascorsa solo

parzialmente in carcere (semi-liberta’, affidamento al servizio sociale); ma tali benefici prescindono da

ogni effettivo intento di rieducarsi, e quindi non devono contrabbandarsi per risocializzazione, ma

semmai dire solo che hanno prodotto riduttivismo carcerario e umanizzazione della pena.

Si sono inoltre verificati anche inconvenienti: impossibilita’ di un’effettiva individualizzazione delle

misure premiali e alternative in funzione del processo di rieducazione; impossibilita’ di ridurre il

rischio di recidiva, e di utilizzare la pena come efficace strumento di neutralizzazione per fini di difesa

sociale; infine sono stati sconvolti i principi stessi di legalita’, certezza, uguaglianza, uniformita’ e

prevedibilita’ della pena. E tale situazione di incertezza e’ anche suscettibile, a seconda dei momenti, di

indulgenzialismo, o al contrario di pressioni restrittive: altalena di indirizzi nella politica penitenziaria

che toglie ulteriormente certezza al diritto.

Attualmente vi e’ un contrasto fra una concezione della pena con la priorita’ rieducativa e una prassi

giudiziaria indulgenzialista e la realtà’, dominata sempre dall’invadenza della criminalita’. Pertanto,

oggi occorre rivalutare le richieste dei cittadini e le loro esigenze di giustizia celere e certa. Ma cio’

non vuol dire accantonare il sistema penale risocializzativo, ma solo apportare I necessari

ridimensionamenti e correttivi per eliminare I principali difetti.

131. ATTUALI INDIRIZZI DI POLITICA PENALE IN EUROPA

Oggi, la finalita’ risocializzativa e’ in prevalenza collocata nelle misure premiali e nel riduttivismo

carcerario, piuttosto che nei trattamenti intramurali.

In Italia, la via piu’ praticata e’ stata quella della decarcerizzazione, quelle meno praticate sono la

degiurisdizionalizzazione e la depenalizzazione. In realta’ questi termini sono accomunati dal

medesimo obiettivo di ridurre l’area di intervento del sistema penale e della sanzione carceraria.

Decarcerizzazione (o riduttivismo carcerario).

Riduttivismo della pena detentiva che non dovrebbe piu’ essere la pena elettiva e maggiormente

utilizzata. Essa si pone comunque nell’ottica dell’individualizzazione del trattamento e della

risocializzazione: quindi siamo sempre in una prospettiva specialpreventiva. La filosofia e’ quella di

superare l’idea che il carcere sia l’unica pena su cui incentrare il sistema delle sanzioni, e di ricorrere

sempre meno all’istituzione penitenziaria. In sintesi, il carcere e’ un male inevitabile, del quale deve

farsi l’uso piu’ limitato possibile.

La realizzazione di questi obiettivi e’ realizzata con varie modalita’:

Riduzione della durata delle pene carcerarie: termini edittali piu’ contratti, sconti di pena, prevalenza

o equivalenza delle attenuanti sulle aggravanti, abolizione dell’aumento di pena obbligatorio per I

recidivi, eliminazione ergastolo.

Maggiore permeabilità’ tra carcere e ambiente sociale: licenze, contatti con la famiglia e lavoro

esterno.

Rinuncia alla detenzione quando la pena comminata e’ di breve durata: sostituita con altri

provvedimenti.

4) Misure alternative anche per autori di reati di maggiore rilevanza: concesse discrezionalmente

dalla magistratura in presenza di certi requisiti e non pericolosita’ (affidamento al servizio sociale,

sospensione processo per I minorenni).

Misure semi-alternative al carcere: detenzione solo per le ore notturne o per alcuni giorni della

settimana.

Detenzione domiciliare.

Pene pecuniarie: In sostituzione di pene detentive brevi e medie, secondo I tassi giornalieri.

Obbligo del lavoro socialmente utile: con tempo proporzionale alla gravita’ del reato.

Liberazione condizionale: per pene di minor durata qualora il giudice ritenga sicuro il ravvedimento.

Depenalizzazione.

Rinuncia alla sanzione per alcuni comportamenti non piu’ considerati meritevoli di repressione e

sanzione con ricorso alle pene.

Motivazioni: 1) Rimedio alla confusione e contraddizione delle norme.

2) Reati “bagatellari”.

3) Comportamenti che hanno perduto pregnanza negativa nella percezione sociale.

In sintesi pone rimedio all’ipertrofia della legislazione penale. Quindi, si depennano alcune fattispecie

di reati minori dalle leggi penali, oppure si fanno defluire nell’ambito delle sanzioni amm.ve, o ancora

non si prevedono pene per alcuni illeciti penali (es., detenzione di stupefacenti: illecito penale ma che

comporta solo sanzioni amm.ve).

E’ importante la L. 689|81, per la quale non costituiscono piu’ reati e sono soggetto solo alla sanzione

amm.va, tutte le violazioni che comportano la sola pena della multa e dell’ammenda. Molti non sono

d’accordo e condannano l’indulgenzialismo nei confronti della “microcriminalita’”, che e’ quella che

incide negativamente sul senso di sicurezza dei cittadini, suscita elevato allarme sociale e lascia indifesi

I cittadini.

Degiurisdizionalizzazione.

Spostamento della competenza giudicante e sanzionatoria dal giudice penale a un organo amm.vo, o

comunque non giudiziario (in Italia, competenza sanzionatoria alla Commissione Tributaria). In altri

paesi è maggiormente attuata per la non obbligatorietà dell’azione penale. La finalità è quella di

escludere dai canali della giustizia penale gli autori di fatti di poco rilievo.

In tale prospettiva si collocano i programmi di mediazione penale (vedi oltre). Oppure, la diversion,

che può spaziare da una semplice censura o ammonizione, fino all’imposizione di cure, trattamenti

psicologici e/o sociali, limitazioni nella conduzione della propria vita.

Tali sistemi decongestionano l’amministrazione penale, ma destano timori di eccessiva intrusione dei

servizi sociali e degli esperti del comportamento, col conseguente rischio di arbitrio nella limitazione

della libertà personale e di indebito allargamento del controllo.

A nostro avviso, ogni qualvolta debbono essere imposte misure che limitano la libertà, è necessario

l’avallo garantista del sistema giudiziario. E in Italia, è effettivamente seguita questa strada, scegliendo

quasi sempre la via del ricorso al giudice.

132. LA MEDIAZIONE PENALE

Pratica emersa dagli anni ‘70. Si intende una nuova tecnica di gestione dei conflitti in ambito sociale,

familiare, scolastico e lavorativo, realizzata tramite l’intervento di un terzo neutrale (mediatore), il

quale, mediante incontri e scambi tra le parti, le aiuta a trovare una soluzione al problema che li divide.

In campo penale, le parti del conflitto sono l’autore e la vittima del reato; la ragione del conflitto è il

reato stesso, e il ricorso alle pratiche di mediazione si propone anzitutto di promuovere tra i veri

protagonisti del processo penale, forme di riparazione simbolica ma anche materiale, del danno

causato dal delitto.

La Restorative justice (giustizia riparativa), è un nuovo modello volto a superare la logica

sanzionatoria dei modelli retributivo e specialpreventivo. Modalità:

1) Community Service Order: lavoro non retribuito svolto obbligatoriamente dal reo a favore della

comunità;

2) Riparazione del danno: riparazione materiale del danno subito dalla vittima;

3) Mediazione: intervento di una terza persona neutrale che fa incontrare le persone coinvolte nel

delitto (vittima-autore).

Le parti possono parlare del conflitto e negoziare; i mediatori non impongono accordi. Ciò è possibile

grazie all’evolversi delle politiche penali da un modello risocializzativo a un modello riparativo, dove

fra reo e vittima si instaurano iniziative di solidarietà a aiuto, contestualmente a programmi di

riconciliazione.

Esperienze straniere. 1975, in una città dell’Ontario. Poi, vi sono stati programmi di mediazione in

altre province canadesi, negli USA, e successivamente in molti paesi europei (Inghilterra, Germania,

Francia, Norvegia, Finlandia). In questi ultimi, grazie alla maggior flessibilità e alla non obbligatorietà

dell’azione penale, la metodologia di mediazione ha avuto un ampio sviluppo.

Tra i progetti di mediazione, occorre distinguere tra quelli di risarcimento e quelli che esplicano una

vera e propria attività di conciliazione tra vittima e autore del reato.

Oggi, in Francia la mediazione è praticata regolarmente; se comprende anche il risarcimento

monetario, l’accordo dev’essere approvato dal PM, per maggiore tutela delle vittime, cioè della parte

dotata di minor potere contrattuale.

Legislazione italiana e mediazione. Nel nostro sistema non vi è una vera e propria previsione, ma

solo soluzioni compromissorie in alcuni articoli dei codici, oltre che nel DPR 448/88, sul “Processo a

carico dei minori”. Nel processo minorile si può configurare una mediazione attivata dal PM, in fase

pre-processuale, e, qualora la soluzione fosse soddisfacente, sarebbe possibile una richiesta di “non

luogo a procedere”, per irrilevanza del fatto.

La mediazione può essere anche una misura alternativa. Infatti, con la stessa ordinanza con cui il

giudice sospende il processo, per mettere alla prova il minore affidandolo ai servizi sociali, egli può

imporre prescrizioni dirette a riparare le conseguenze del reato e a promuovere la conciliazione.

Nell’ambito del processo pretorile, vi è l’art. 564 cpp: il PM, purché si tratti di reati perseguibili a

querela di parte, può citare innanzi a sé l’indagato e la vittima o delegare all’uopo la PG, per un

tentativo di conciliazione, al fine della remissione della querela.

L’inserimento di tali spazi mediativi in un sistema come il nostro, deve comunque confrontarsi col

principio dell’obbligatorietà dell’azione penale” (il PM deve iniziare il processo ogni qualvolta

sussistono elementi sufficienti per sostenere l’accusa, e di proseguirlo sino al suo esito).

Un ulteriore problema, in particolare per il processo minorile, consiste nel fatto che lo svolgimento

della mediazione, potendo avvenire già nella fase procedimentale, con l’invito al minore a confrontarsi

con la vittima di fronte a servizi estranei alla struttura giudiziaria, può scontrarsi col principio di

presunzione di innocenza, e il diritto al silenzio.

133. RIDUTTIVISMO CARCERARIO E RISOCIALIZZAZIONE: RIFORMA

DELL’ORDINAMENTO PENITENZIARIO

Leggi che hanno espletato questa tendenza: - L. 354/75: Norme sull’ordinamento penitenziario e sulle

misure privative e limitative della libertà;

- L. 663/86: Modifiche alla legge sull’ordinam. pen. (legge Gozzini).

Ne è derivato un sistema tuttora fortemente impregnato dell’ideologia risocializzativa e del

riduttivismo carcerario. Questo in contrasto con le tendenze in USA e altri paesi della Comunità

europea.

Oggi, il sistema sanzionatorio e penitenziario italiano è uno dei più miti e tolleranti. Va comunque

precisato che, nonostante tutto, la finaliltà retributiva da noi non è mai stata del tutto ripudiata, come è

accaduto altrove, avendosi pur sempre cercato di conciliare le finalità generalpreventive con quelle

della prevenzione speciale.

Contenuti delle riforme dell’Ordinamento Penitenziario:

1) Disposizioni sull’organizzazione carceraria, in armonia con le regole minime per il trattamento dei

detenuti, sottoscritte nell’ambito delle organizzazioni internazionali (ONU e Consiglio d’Europa);

2) Identificazione di interventi per tradurre in atto le finalità trattamentali e rieducative durante la

carcerazione;

3) Introduzione di nuovi strumenti sanzionatori penali extramurari, che la legge stessa definisce

“Misure alternative alla detenzione”,e di altri benefici non sanzionatori ma anzi premiali, pur sempre

ispirati al riduttivismo carcerario.

L’organizzazione delle istituzioni carcerarie risponde al principio dell’umanizzazione della pena

detentiva e garantisce il rispetto della personalità del recluso, ne tutela i diritti e mira ad assicurare

istruzione, pratica religiosa, attività culturali, ricreative, sportive, e ad agevolare i rapporti con le

famiglie e i contatti col mondo esterno.

Inoltre, è regolamentato il sistema disciplinare, con ricompense (encomio, visite premio) e con

sanzioni (richiamo, ammonizione, esclusione dalle attività in comune, isolamento durante l’aria), che

possono però essere comminate solo per infrazioni tassativamente previste dal regolamento

penitenziario; contro di esse è previsto il diritto al reclamo agli organi amm.vi del MGG, al magistrato

di sorveglianza e ad altre autorità.

Le finalità rieducative si incentrano necessariamente sul principio della individualizzazione.

Il trattamento risocializzativo è inteso come trattamento inframurario ed extramurario. il primo è

costituito da interventi da parte di esperti, operatori penitenziari, mentre il secondo da misure premiali

semidetentive e alternative.

Secondo il regolamento carcerario, il programma di trattamento verrà redatto dall’equipe di

osservazione e trattamento (direttore, educatore, assistenti sociali, esperti delle scienze dell’uomo).

Esso si dovrebbe realizzare mediante interventi all’interno del carcere, ma nella maggior parte dei casi

si riduce quasi esclusivamente ad eventuali proposte di misure alternative, semi-alternative e premiali.

Per il trattamento inframurario, l’Ordinamento prescrive che venga svolto principalmente avvalendosi

dell’istruzione al lavoro, delle attività culturali, sportive, ricreative, ecc. (intento del tutto astratto).

Trattamento extramurario. L’Ordinamento del 1986 prevede 2 piani: 1) Uscita temporanea dal

carcere (allargamento di tale possibilità), per lavoro esterno, permessi premio, semilibertà;

2) Allargamento dell’esecuzione dell’esenzione, non ingresso in carcere, casi di affidamento in prova,

detenzione domiciliare, semilibertà.

134. MISURE DI RISOCIALIZZAZIONE E DECARCERIZZAZIONE

Tutti gli istituti sopra citati sono riservati a coloro che hanno già riportato una sentenza definitiva, in

quanto attengono esclusivamente all’esecuzione della pena.

La responsabilizzazione, nell’intenzione del legislatore, costituisce l’idea portante dell’Ordinamento, e

da essa deriva la possibilità offerta al condannato di erodere la durata della pena e di eseguirla in tutto

o in parte fuori dal carcere.

La pena è stabilita con la sentenza nella sua durata massima, mentre sono offerte possibilità riduttive e/

o migliorative della modalità esecutiva.

La flessibilità dell’esecuzione penale, dovrebbe risultare adattabile in maniera dinamica alle

individualità del condannato.

L’ordinamento prevede anche una nuova magistratura specifica, alla quale compete le giurisdizione su

questi strumenti di risocializzazione: magistratura che si avvale anche della consulenza e

collaborazione degli esperti dell’osservazione e del trattamento.

Il magistrato di sorveglianza è giudice monocratico. Compiti:

1) Vigila sull’organizzazione degli istituti, prospettando al Ministero le varie esigenze;

2) Sovrintende all’esecuzione delle misure di sicurezza, e provvede al riesame della pericolosità;

3) Approva il programma di trattamento individuale e le proposte di ammissione al lavoro esterno;

4) Provvede sui reclami;

5) Provvede su permessi e licenze;

6) Esprime parere sulle proposte e le istanze di grazia.

Il Tribunale di sorveglianza è un organo collegiale composto da 2 magistrati e da 2 esperti, scelti tra

cultori di psicologia, servizio sociale, pedagogia, psichiatria, criminologia clinica.

La collegialità e la composizione mista sono previste perché ad esso sono attribuite le più importanti

decisioni: la legge stabilisce un particolare dibattimento con la presenza del Procuratore generale, del

difensore e, a sua discrezione, dell’interessato. Vi è la possibilità di ricorso in Cassazione avverso le

sue ordinanze.

Le competenze:

1) Concessione dell’affidamento in prova al servizio sociale, detenzione domiciliare, semilibertà,

riduzione di pena per liberazione anticipata;

2) Rinvio obbligatorio o facoltativo dell’esecuzione delle pene detentive; è obbligatorio in casi tassativi

dovuti a motivi di salute o di famiglia.; è facoltativo se è stata presentata domanda di grazie, per un

periodo di differimento della pena non sup. a 6 mesi dall’irrevocabilità della sentenza;

3) Concessione della libertà condizionale;

4) Revoca o cessazione dei suddetti benefici;

5) Funzione di appello sui ricorsi avverso i provvedimenti del magistrato di sorveglianza in tema di

misure di sicurezza, e quella di reclamo nei confronti delle decisioni relative ai permessi.

Affidamento in prova al servizio sociale

Si avvicina alla probation, e consiste nella scarcerazione del condannato e nell’esercitare su di esso,

per un periodo uguale a quello della pena da scontare, un controllo ed assistenza da parte di un

“Centro di servizio sociale per adulti” dell’amm.ne penitenziaria.

L’affidamento è possibile quando la pena non supera i 3 anni, o quando la condanna è più grave e

restano da scontare 3 anni.

Requisito fondamentale dovrebbe essere la mancanza di pericolosità sociale.

Durante il periodo sono posti obblighi, divieti, prescrizioni; il provvedimento può essere revocato con

un nuovo giudizio se il sottoscritto viola le prescrizioni o si comporta in modo incompatibile con la

prosecuzione della pena.

Detenzione domiciliare

Obbligo di risiedere nella propria abitazione o altra privata dimora, o in luogo pubblico di cura,

assistenza o accoglienza. E’ destinata ai condannati a non più di 4 anni di reclusione o a una pena più

lunga con gli ultimi 4 anni da scontare, e a coloro che hanno subito una condanna alla sola pena

dell’arresto.

Può essere inoltre concessa solo ad alcuni soggetti, indipendentemente dalla pericolosità: 1) donna

incinta o madre di prole non sup. a 10 anni con lei convivente;

2) padre esercente patria potestà di prole di età non inf. a 10 anni con lui convivente, se la madre è

deceduta o impossibilitata;

3) gravi condizioni di salute;

4) età sup. a 60 anni e inabile anche parzialmente;

5) persona di età minore di 21 anni, per esigenze di lavoro, studio, famiglia, salute.

Può essere applicata anche in caso di condanna a pena non sup. a 2 anni, anche se costituente residuo

di pena più elevata, e quando, indipendentemente dai requisiti soggettivi, non ricorrono i presupposti

per l’affidam. in prova e sempre che tale misura sia idonea ad evitare il pericolo che il condannato

commetta altri reati.

Può essere revocata se il soggetto ha un comportamento contrario alla legge o alle prescrizioni.

Semilibertà

Tenta di ridurre il tempo di permanenza in carcere e di favorire un graduale e progressivo

reinserimento nella società. Consiste nella facoltà da parte del semilibero di trascorrere la giornata

fuori dal carcere facendovi ritorno la sera; le ore di libertà dovrebbero essere usate per attività

lavorative, istruttive o comunque utili al reinserimento.

Durante il giorno il soggetto deve svolgere le attività previste, ma ha anche la possibilità di passare

alcune ore in famiglia e può trascorrere in libertà il fine settimana secondo quanto descritto dal

tribunale: non può frequentare pregiudicati, allontanarsi dal luogo di sua dimora, ha limiti precisi in

merito alla libertà di spostamenti; è denunciato per evasione se torna in carcere con un ritardo sup. a

12 ore.

E’ concessa quale che sia la condanna, purché sia stata scontata metà della pena, o 2/3 per i reati di

criminalità organizzata, o 20 anni per ergastolani.

Liberazione anticipata

Sconto di 45 gg. per ogni semestre di pena eseguita. La logica è di carattere premiale, quindi è

concessa a chi ha tenuto una buona condotta in carcere. Con essa la durata della pena può ridursi

anche di 1/4.

Affidamento in prova in casi particolari

Se il condannato è tossicodipendente o alcoldipendente, ed ha in corso un programma terapeutico di

recupero o che intenda sottoporsi ad esso.

Se la pena non supera 4 anni, l’interessato può chiederlo in qualsiasi momento, per proseguire o

iniziare l’attività terapeutica; il tribunale accerta che il programma sia reale.

Avendo il beneficio finalità esclusivamente terapeutiche, non necessità di un periodo minimo di

osservazione in carcere.

Permessi premio e licenze

Concessi dal magistrato di sorveglianza a condannati che hanno tenuto regolare condotta e non

risultano socialmente pericolosi. Essi possono uscire dal carcere per un massimo di 15 giorni per ogni

permesso; la durata complessiva non può essere sup. a 45 gg. per ciascun anno di espiazione della

pena. Il permesso può essere concesso in ogni momento in caso di condanna all’arresto o alla

reclusione non sup. a 3 anni.

La licenza è riservata ai semiliberi e agli internati in esecuzione di misura di sicurezza detentiva. Per i

primi la differenza con il “premio” è minima; per gli internati è prevista anche una licenza di 6 mesi

continuativi nel periodo immediatamente precedente alla scadenza fissata per il riesame di pericolosità:

è una prova di reinserimento sociale di lunga durata.

Lavoro all'esterno

L’intento è premiale. Il condannato e l’internato possono essere inviati al lavoro durante il giorno ,

anche senza scorta, sotto il controllo della direzione del carcere.

Può essere concesso qualunque sia la durata della pena, con la limitazione di aver scontato almeno 1/3

della pena, 10 anni per gli ergastolani.

Restrizioni in funzione del reato

Per delitti di stampo mafioso, sequestro di persona, traffico illecito di stupefacenti, è completamente

negato l’accesso al lavoro esterno, i permessi premio, le misure alternative con l’eccezione della

liberazione anticipata. Unica soluzione è collaborare con la giustizia.

Ulteriori provvedimenti di decarcerizzazione.

Riduttivismo carcerario previsto per i soggetti meno pericolosi: L. 165/98 (legge Simeone). Il PM può

sospendere l’esecuzione dell’ordine di carcerazione, quando la pena o il suo residuo non supera i 3

anni (4 per tossicodipendenti). La sospensione non può essere disposta per più di una volta. Il

condannato, entro 30 gg., può presentare istanza al PM, per ottenere la concessione dell’affidamento

in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare e la semilibertà.

Sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi

L. 689/81: Sanzioni per reati di competenza pretorile. La finalità è la totale decarcerizzazione per i

condannati a pene di durata massima di 1 anno.

La legge fa proprio l’erroneo convincimento della inutilità delle pene brevi: i corrispondenti reati sono

di modesta gravità. Ciò non è vero, e ne sono esempi la rapina non aggravata, il furto recidivo, il

borseggio, ecc..

Le sanzioni sostitutive sono: semidetenzione - libertà controllata - pena pecuniaria.

137. POLITICA PENALE PER I MINORENNI

Il trattamento è stato sempre improntato a criteri di minore severità, anche se a giudicare i minori era

la magistratura ordinaria===> RDL 1401/34: Istituzione del Tribunale per i minorenni, che

espresse il riconoscimento delle esigenze rieducative e la necessità di un trattamento differenziato.

Competenze:

Competenza penale

All’inizio la competenza è limitata ai minori non coimputati con adulti====>

Corte Cost. 1984: Anche per i minori corredi con gli adulti. Reati di minori

compresi tra 14 e 18 anni.

Competenza amministrativa

Misure rieducative per minori che non hanno commesso reati, ma che

danno manifeste prove di irregolarità di condotta e carattere (fughe da

casa, vagabondaggio, prostituzione).

Loro fine è il rimedio coattivo alla insufficiente socializzazione, nella

prospettiva della prevenzione speciale delle condotte criminose dei

minori disadattati, che vivono in situazioni familiari e ambientali a

rischio.

Il tribunale interviene su segnalazione di genitori, tutori e organismi per

l’infanzia e l’adolescenza.

I provvedimenti amm.vi consistono in case di rieducazione o altri

istituti correzionali. Le misure possono essere applicate anche a

prosciolti per incapacità, non sottoposti a misure di sicurezza in quanto

non socialmente pericolosi; e a minori che hanno usufruito del perdono

giudiziale o di sospensione condizionale della pena.

Quindi, vige un sistema misto: vi sono stessi interventi sia per i rei

meno gravi, che per quelli che, pur non avendo commesso reati, vivono

in situazione a rischio di futura criminalità.

Competenza civile

Per la difesa e protezione del minore, al giudice sono riconosciuti poteri in materia

di; - patria potestà; - allontanamento dal nucleo familiare per inadeguatezza o

immoralità dei genitori; in materia di Affidamento temporaneo (genitori in

difficoltà); Controversie fra genitori non coniugati sulla decisione

dell’affidamento, per imporre obblighi economici e modalità delle frequentazioni

con il genitore affidatario. Per genitori coniugati, ma separati o divorziati, la

competenza per l’affidamento rimane alla competenza del tribunale civile.

Imputabilità

97: Non è imputabile chi, al momento in cui ha commesso il fatto aveva meno di 14 anni.

98: E’ imputabile chi... aveva compiuto 14 anni ma non ancora 18, se aveva capacità di intendere e

volere, ma la pena è diminuita.

Principi fondamentali: - dopo i 18 anni tutti sono imputabili;

- nessuno è imputabile sotto i 14 anni;

- 14-18 anni: la capacità dev’essere accertata caso per caso.

DPR 448/88: Il PM e il giudice acquisiscono elementi sulle condizioni personali, familiari, sociali e

ambientali per accertare l’imputabilità e il grado di responsabilità, valutare la rilevanza sociale del

fatto, disporre le misure penali e adottare gli eventuali provvedimenti civili. (...) possono assumere

sempre informazioni da persone che abbiano avuto rapporti col minore e sentire il parere di esperti.

Immaturità

Concetto molto vago; ipotesi: 1) maturità = capacità di comprendere il valore e il significato dei propri

atti; 2) attitudine a distinguere il lecito dall’illecito, il bene dal male; 3) acquisizione della

consapevolezza delle proprie responsabilità; 4) acquisizione di adeguata socializzazione.

Tale soggettività porta a:

1) ancorare il giudizio di immaturità a situazioni simili a forme di patologia mentale (ritardi, psicosi,

disturbi di personalità);

2) comprendere il disagio psicologico legato a conflittualità familiari, inadeguatezza dell’educazione,

sviluppo psicoaffettivo disturbato, carenza nella formazione dei sentimenti etici;

3) includere le conseguenze della deprivazione scolastica e culturale, stati di marginalità, carenze

economiche e sociali, crescita in ambienti depressi e diseducativi;

4) Alcuni intendono la stessa criminalità minorile come espressione dell’immaturità.

Tutto ciò conduce all’aumento delle pronunce di immaturità===> proscioglimenti, in coerenza con

l’orientamento che privilegia la rieducazione a discapito della retribuzione===> maggiore

deresponsabilizzazione che aggrava i fattori di immaturità, in quanto il processo di maturazione

presuppone anche la coscienza delle proprie responsabilità.

Scelte di politica penale

* Prima fase. Sì attenuazione della pena, individualizzata e sottesa a finalità rieducative, ma prevalente

visione retributivo-punitiva: Attenuazione pena: a) riduzione fino a 1/3; b) perdono giudiziale

(annullamento effetti della sentenza per pena non sup a 2 anni); c) sospensione condizionale;

liberazione condizionale.

1) Principio della individualizzazione: Procedure per accertare la capacità, secondo il principio che

l’imputabilità non è presuntivamente esistente. Nel minore si accerta se il processo di maturazione ha

avuto sviluppo regolare; se lo sviluppo non è stato conseguito, può essere ritenuto incapace solo

perché è immaturo (e non solo se è malato).

2) Finalità educativa: è di fatto secondaria, e perseguita secondo i modelli pedagogici allora vigenti:

case di rieducazione (misura amm.va ora abolita); riformatorio, raramente utilizzato, per i minori

pericolosi. Le pene detentive sono tuttora eseguite nella prigione-scuola (educazione nel chiuso delle

istituzioni).

* Seconda fase. E’ prevalente la finalità rieducativa. Inoltre, si sviluppano tecniche di intervento

psico-sociologico e osservazione scientifica della personalità, anche per identificare le cause delle

condotta e intervenire su di esse, secondo l’”ideologia del trattamento”. Vi è anche una tenue esigenza

di alternative alle istituzioni chiuse: L. 888/56: accanto alle case di rieducazione prevede nuove

strutture rieducative extramurarie (pensionati, laboratori) ed è istituito il servizio sociale minorile, che

interviene fuori dalle istituzioni.

Si pensa che solo individuando le cause del comportamento si possa adottare una corretta attività di

cura e rieducazione (famiglia inadeguata, carenze individuali e difficoltà socio-ambientali).

Il settore peculiare è quello delle misure amm.ve, che sostituiscono le pene per i casi meno gravi,

mentre è ancora marginale l’intento di sottrarre i minori alle istituzioni chiuse: sono previsti centri di

rieducazione; gabinetti medico-psicopedagogici per l’individuazione dei provvedimenti preventivi e

curativi sui soggetti internati; servizio sociale (suddetto) che effettua inchieste familiari e ambientali e

mantiene i contatti con la famiglia e si occupa del controllo e reinserimento.

* Terza fase. Prevale il principio della deistituzionalizzazione e decarcerizzazione: non è più

accettato che educazione ed esecuzione della pena devono essere praticate all’interno di strutture

chiuse. Ma è posta in crisi l’ideologia rieducativa trattamentale incentrata sull’osservazione (“mito

medico”)===> clima di sfiducia e richieste di revisione.

Il sistema penale appare troppo rigido e punitivo, e le strutture chiuse appaiono luoghi di

emarginazione, ostativi dell’educazione, come fonti di ulteriore stigmatizzazione. E si evidenzia il

rischio criminogenetico della permanenza nelle istituzioni, che sono ritenute vere e proprie fonti di

contagio delinquenziale.

Non c’è, però, un adeguamento normativo, e allora i giudici utilizzano ampiamente il proscioglimento

con al formula dell’incapacità per immaturità: si ritiene che la mancata socializzazione sia espressione

di un difetto di maturazione. Per i prosciolti si applicano le misure rieducative in libertà (affidamento al

servizio sociale, focolari, laboratori), che si dimostreranno carenti: spesso il minore si trova

abbandonato a sé stesso; ma si considera che l’inadeguatezza delle strutture sia un male minore

dell’istituzionalizzazione.

Tale prassi porta a gravi difformità di giudizio tra i vari tribunali; larghissima discrezionalità, con

conseguente incertezza del diritto, nascita nel minore del sentimento di essere immune da qualsiasi

sanzione (mancanza di presa di coscienza delle proprie responsabilità).

* Quarta fase.

DPR 616/77: Trasferimento delle funzioni educative agli enti locali: ai comuni i compiti di attuare gli

interventi di rieducazione e assistenza, che comunque vengono decisi dal tribunale per i minorenni. Vi

è quindi una vera e propria rivoluzione: abolizione di case di rieducazione, gabinetti e istituti medico-

psicopedagogici, focolari di semilibertà, pensionati giovanili, scuole e laboratori speciali. Sono

rifiutate le strutture ispirate al modelli degli istituti correzionali, privilegiando le strutture di piccole

dimensioni (comunità o gruppi di famiglia). La funzione rieducativa rimane affidata al Ministero di

Grazia e Giustizia solo per giovani che stanno eseguendo una pena detentiva o una misura di

sicurezza; gli altri, prosciolti in quanto immaturi, o comunque rimessi in libertà con misure solo

amm.ve, sono sottratti all’amm.ne statale.

Il trasferimento agli enti locali ha permesso di considerare la delinquenza minorile come uno dei tanti

altri problemi del disadattamento dei giovani. Però sono sorti contrasti di decisioni dei tribunali di

affidare il minore agli enti locali; inoltre vi è stata inefficienza o incapacità da parte degli enti stessi;

infine, la resistenza degli operatori degli enti locali ad affiancare l’intervento rieducativo a quello di

controllo.

L’aspetto più importante è stata la convinzione che l’intervento sul singolo dev’essere inserito in un

più vasto programma riguardante tutti i giovani “a rischio”, riconoscendo a carico della società una

responsabilità di intervento (con ulteriore deresponsabilizzazione): nessuna attribuzione di colpa al

minore, il cui delitto è ritenuto solo la conseguenza delle “difficoltà” e del “disagio” che incontra nella

vita sociale.

138. DECARCERIZZAZIONE NELL’ATTUALE NORMATIVA PENALE PER I MINORI

Il DPR 448/88, introduce disposizioni che si adeguano alle Regole minime dell’ONU- 1985 (di

Pechino) e alle Raccomandazioni del Consiglio d’Europa - 1987: Il sistema di giustizia minorile

deve essere finalizzato alla tutela del giovane e assicurare che la misura adottata sia proporzionale alle

circostanze del reato e all’autore. Quindi, le finalità educative hanno posizione di priorità.

Punti fondamentali del nuovo processo:

1) intervento penale ispirato ai principi di decarcerizzazione e depenalizzazione: il carcere è extrema

ratio, per comportamenti gravi ove non sono sufficienti gli strumenti di controllo sociale.

2) Detenzione ispirata al principio del massimo riduttivismo carcerario: solo se è giustificata da

grandi preoccupazioni di difesa sociale.

3) La pena è concepita con finalità esclusivamente rieducativa (funzione specialpreventiva).

4) Individualizzazione della pena.

5) Brevità e gradualità del trattamento penale: opportunità e incentivi, e il magistrato dispone di

una gamma di provvedimenti che consentono di intervenire in modo premiale o sanzionatorio, in

funzione dell’osservanza o meno delle prescrizioni impartite.

Tra le più significative innovazioni, la sentenza di non luogo a procedere per tenuità e

occasionalità del fatto: superamento dell’obbligatorietà dell’azione penale (in altri paesi, con i sistemi

di diversion); il PM a conoscenza del fatto-reato, inizia il procedimento penale, ma può allo stesso

tempo richiedere al giudice di non procedere oltre, quando prevede che l’ulteriore corso pregiudica le

esigenze rieducative.

L’arresto in flagranza avviene solo per gravi delitti (min. 12 anni), per gravi e inderogabili esigenze

di indagine, pericolo di fuga, che commette gravi delitti della stessa specie con uso di armi o delitti di

criminalità organizzata.

Negli altri casi: gamma di misure cautelari (prescrizioni adeguate al caso concreto: dall’obbligo di

frequentare una scuola o di lavoro, divieto di non accompagnarsi a certe persone, risarcire la vittima).

La loro reiterata violazione può comportare l’obbligo di permanenza in casa con permesso per lavoro,

scuola o altre attività utili, o il collocamento in comunità; in rari casi, la custodia cautelare in carcere (in

casi più rilevanti, quelli che consentono l’arresto in flagranza), che non è superiore a 1 mese.

Riguardo all’esecuzione della pena, se il giudice ritiene di dover applicare pena detentiva non sup. a

2 anni, con la sentenza, può sostituirla con la semidetenzione o la libertà controllata, tenendo conto di:

personalità, esigenze di lavoro e studio, condizioni familiari, sociali e ambientali.

Sospensione del processo e messa alla prova. Si ispira alla probation: si rinuncia al processo se il

giudice ritiene che altri interventi sono sufficienti a garantire il ravvedimento (affidamento al servizio

sociale, osservazione della personalità, trattamento in libertà). Non vi sono limiti connessi alla gravità

del reato; se questo è rilevante, il processo può essere sospeso per max 3 anni, altrimenti la

sospensione dura 1 anno. In tale periodo il minore è “messo alla prova”: prescrizioni per offrire al

minore di riparare le conseguenze del reato e promuovere la conciliazione con la vittima. La

sospensione è revocata per gravi e ripetute trasgressioni alle prescrizioni, e viene celebrato il

processo; invece, il reato è estinto.

Decorso il periodo di sospensione il giudice, tenuto conto del comportamento e dell’evoluzione della

personalità del minore, ritiene che la prova abbia dato esito positivo.

Le nuove disposizioni ripudiano quindi la severità sanzionatoria e si fa ricorso all’istituzionalizzazione

penitenziaria solo in casi estremi (quasi totale abolizionismo carcerario); e si offrono strumenti

alternativi che coinvolgono e responsabilizzano il minore con prescrizioni e sanzioni individualizzate.

139. ANTINOMIA FRA EDUCAZIONE, PUNIZIONE E DIFESA SOCIALE

La politica penale per i minorenni dimostra che per anni si è cercato di conciliare: necessità di punire,

garantire la difesa sociale e rieducare (vedi par. 137).

Dal 1988 si è giunti a un quasi totale abolizionismo carcerario, secondo il criterio che l’abolizione

dell’internamento è il modo migliore di rieducare. Tale politica si è andata scontrando con l’aumento

quantitativo e qualitativo della delinquenza dei più giovani (delitti violenti, bande, violenze sessuali,

utilizzazione di minori della criminalità organizzata). In USA e GB, la politica della zero tolerance si

è attuata anche per i minori, sul principio che. dove si possono rompere i vetri impunemente, poi si

passa a commettere rapine. Dunque, si è vietato di uscire di casa ad una certa età nelle ore notturne,

sanzioni penali per i genitori, riattivazione di centri rieducativi chiusi (GB). Anche in Francia ci si

orienta su tale politica penale; mentre in Italia oggi non è prospettabile: l’ideologia del trattamento e

decarcerizzazione è tuttora imperante.

Ma la politica penale solo rieducativa e indulgenziale non tiene conto della necessità che il giovane

delinquente, per poter veramente risocializzarsi, deve prendere coscienza delle proprie

responsabilità. Nelle intenzioni della Legge dell’88, di sono norme che consentirebbero di superare la

prassi dell’impunità, spesso intesa dal giovane come debolezza dell’autorità, piuttosto che come


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Criminologia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente "Compendio di criminologia" di PONTI - NERZAGORA BETSOS. Argomenti: lo sviluppo storico del pensiero criminologico, illuminismo e ideologia, determinismo sociale, integrazione tra approccio sociologico e antropologico.


DETTAGLI
Esame: Criminologia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Salerno - Unisa
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salerno - Unisa o del prof Schiaffo Francesca.

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