Traduzione Ethical Economy – Economia Etica
di A. Arvidsson e N. Peitersen
Capitolo 1 – Crisi del valore
Il capitolo inizia con l’insediamento del Governo Monti che chiede ai sindacati di accettare tagli ai salari in nome della solidarietà nazionale. Monti aveva urgenza che questi partecipassero in uno sforzo collettivo per aumentare la competitività dell’economia italiana.
Oggigiorno la diseguaglianza tra il reddito di un CEO e quello di un operaio è mediamente di 400 a 1. Una tale diseguaglianza non raggiungeva livelli così alti dagli anni ’20. Il problema non è solo che questa diseguaglianza esiste ma che non c’è un modo per legittimarla. Non esiste un modo di legittimare un appello alla solidarietà o di sostenere razionalmente che un operaio dovrebbe subire un taglio dello stipendio nel nome di un sistema che permette tale diseguaglianza di ricchezza. Quello a cui assistiamo è una crisi del valore.
Contemporaneamente, decisioni che vanno dal concedere un mutuo a un individuo, a come valutare la performance di un’azienda o di una nazione sono stati automatizzati, relegati alla discrezione di computer e algoritmi. Il problema è che il funzionamento degli algoritmi e degli strumenti di trading automatizzato sono considerati una questione puramente tecnica, che va oltre una discussione, giudizio o scrutinio razionale.
A volte le aziende investono di più nel comunicare i loro sforzi nell’“essere buoni” più di quanto promuovano davvero attività di responsabilità sociale. Irrazionalità di questo tipo esistono in tutta l’economia contemporanea, per esempio: come si può stabilire una stima realistica del valore di un numero di asset “intangibili”, in particolare per quanto riguarda il lavoro che si basa sulla conoscenza (knowledge work)?
Grande insicurezza sorge a riguardo di quanto effettivamente certe cose valgano e quanto il prezzo che viene loro assegnato effettivamente rifletta il loro valore. La vera questione di come si determina il valore e di conseguenza cos’è il valore, è diventata problematica a causa della proliferazione di un numero di criteri che sono scarsamente riflessi nei modelli economici correnti.
Un crescente numero di persone prende in considerazione l’impatto etico dei beni di consumo. Tuttavia non ci sono modi chiari per determinare cosa significa “impatto etico”. Non c’è modo di stabilire quale ordine di valori “conta” in generale e in quale quantità, e anche se fossimo in grado di fare questo, non abbiamo nessun canale tramite il quale avere effetto sulle impostazioni dei valori economici.
Quindi la crisi del valore non è solo economica, è anche etica e politica. È etica nel senso che i valori di nuove tendenze emergenti nella società contemporanea come “responsabilità sociale” e “condotta etica” sono semplicemente indeterminabili. Di conseguenza, l’etica diventa un fattore di scelta personale. E in casi estremi l’etica degenera in relativismo postmoderno.
È politica perché finché non abbiamo modo di stabilire razionalmente quale ordine di valori dovremmo privilegiare e in quale misura, non abbiamo una causa comune nel nome della quale potremmo legittimamente appellarci a altre persone o compagni.
Questo è quello che noi intendiamo con crisi del valore. Non intendiamo che ci potrebbe essere disaccordo su come dare valore a responsabilità sociale o sostenibilità in relazione alla crescita economica, o quanto un CEO dovrebbe essere pagato in relazione a un operaio. Ma intendiamo dire che non c’è un metodo comune per risolvere questi problemi, e neppure un modo per come definire specificatamente a cosa si riferiscono questi problemi. Non abbiamo un “regime di valori” comune, né una comprensione comune di cosa i valori sono e come prendere decisioni in merito.
Non è sempre stato così. La società industriale era costruita attorno a un modo comune di connessione tra creazione di valore economico e valori sociali generali. Così un’attività (un business) generava crescita economica, che sarebbe stata distribuita dal sistema di welfare in modo che avrebbe contribuito al benessere di tutti.
Questo non significa che non ci fossero conflitti o discussioni, ma significava che c’era un terreno comune sul quale tale conflitto e discussione poteva svolgersi. C’era un regime di valori comune. Noi non sosteniamo un ritorno di tale regime di valori della società industriale. E neanche accettiamo l’argomentazione “postmodernista” che la fine dei valori (e dell’etica e forse anche della politica) sarebbe stato in qualche modo liberatorio ed emancipatorio. Al contrario, noi sosteniamo che le fondamenta per un tipo differente di regime di valori – economia etica – stia emergendo.
Intangibili – Immateriali
Quello che intendiamo con crisi dei valori è ben identificato con l’importante problema degli immateriali (intangibles).
La crescita della finanza non è solo stata una questione di creare un livello addizionale speculativo sopra l’economia reale dei beni e dei servizi. Piuttosto, la finanza e l’economia dei beni di consumo sono diventate profondamente interconnesse.
Il concetto di intangibles (immateriali) è sorto come tentativo di dare senso alla discrepanza tra valore di mercato e book value (valore contabile) attribuendola a una nuova classe di asset (beni) che sono emersi con l’intensificarsi dei network di produzione.
Oggi la produzione della maggior parte dei prodotti ha luogo in complessi e talvolta globali network di valori che possono comprendere migliaia di fabbriche. Questo significa che la fonte di profitti e qualsiasi vantaggio competitivo non risiede più nella produzione materiale dei prodotti in sé. Piuttosto, profitti e vantaggi competitivi derivano principalmente da altri fattori, come la capacità di innovare continuamente, assicurare integrazione e flessibilità di complesse catene di valori, e di creare una percezione di un prodotto in qualche modo diverso da una vasta varietà di prodotti con funzionalità ed estetica simili.
Gli asset come flessibilità, innovazione, e brand vengono comunemente definiti intangibles (immateriali). Il concetto di “intangibile asset” (bene/risorsa immateriale) si è sviluppato come un modo di rendere misurabile ciò che emerge come un discrepanza di valore non misurabile, discrepanza tra valore di mercato e book value (valore contabile). Tuttavia, questa discussione rimane per lo più retorica, perché non c’è un modo coerente e comunemente accettato di misurare il valore degli asset immateriali.
Esempio: il solo brand Apple è stato stimato valere 153 miliardi di dollari e 33 miliardi di dollari, in base al diverso metodo di misurazione usato. E questo è il punto. Un recente sondaggio/rilevamento dell’industria della valutazione dei valori mostra che ci sono 52 operatori chiave nel mondo e che questi usano 17 metodi di misurazione diversi.
Quindi, cosa sono brand e beni immateriali (intangible asset)? Due interpretazioni sono possibili:
- Una è che la nozione di asset immateriali è semplicemente fittizio e che è stato inventato per legittimare e mascherare la crescente valutazione speculativa di compagnie e altri asset derivanti dalla finanzializzazione dell’economia.
- L’altra ipotesi è che per quanto irrazionale e incoerente possano essere le misurazioni, il concetto di immateriale effettivamente si riferisce a qualche sorta di asset produttivo reale. Perché questi asset effettivamente contribuiscono a creare valore attraverso per esempio la creazione di nuova conoscenza, rendendo la produzione di beni e servizi più efficiente, ecc.
Ma anche se accettiamo questa ipotesi, come possiamo misurarla? E anche se sapessimo misurarla, non abbiamo comunque modo di compararla o criticarla, perché non c’è un comune accordo su cosa il valore del brand è. Si ricava dalla forza del mercato? dalla fedeltà dei consumatori? dalla reputazione? dalla responsabilità sociale? dai canali di distribuzione? da una combinazione di alcuni di questi fattori? In questo caso, quale combinazione?
Questa è una crisi di valori: non c’è una definizione comune di valore che ci può rendere capaci di prendere queste decisioni. Nell’ambito dell’ideologia neoliberista, la sussunzione di valore derivante dal prezzo (cioè dare un certo valore a un bene in base al suo prezzo) è servita a rinforzare il concetto del mercato come arbitro supremo di tutti i valori.
La base per questa supremazia del prezzo sul valore, sia come puro strumento tecnico in economia sia come un costrutto ideologico, è stata l’ipotesi/il concetto della razionalità del mercato. L’ipotesi della razionalità del mercato si basa sull’assunzione che i mercati costituiscono il miglior modo possibile per processare informazioni riguardanti il valore degli asset (beni). Da un punto di vista normativo questo significa inoltre che la competizione del mercato, che finora rimane libera e senza vincoli, sarebbe una sorta di modo etico per distribuire ricchezza.
Possiamo avanzare tre critiche a questa ipotesi della razionalità del mercato, due empiriche e una normativa. Dal punto di vista empirico, la prima obiezione sarebbe di sostenere che questo potrebbe funzionare se i mercati fossero effettivamente liberi, senza barriere di accesso, e con libera circolazione delle informazioni. Ma anche gli economisti neo-classici ammettono che questo non è una situazione realistica.
La risposta degli economisti neoclassici è genericamente di indicare cosa per loro è inteso come regolamentazione eccessiva, e cioè che non ci sono abbastanza mercati. Di conseguenza, la soluzione è la deregolamentazione, fornendo più spazio per i mercati. Ma in pratica deregolamentazione significa ri-regolamentazione (utilizzando la deregolamentazione per permettere a monopoli privati di prendere possesso di trasporti ferroviari o di rifornimenti di acqua a scapito di monopoli pubblici, per esempio).
Una seconda critica empirica all’ipotesi/concetto del mercato libero è che i mercati non sono effettivamente delle arene libere dove gli individui si incontrano per perseguire i loro interessi. Piuttosto, i mercati sono istituzioni che si fondano su una complesso rete di strumenti che processano informazioni riguardanti asset (beni) e trasformano le informazioni in prezzi. Questi strumenti sono selettivi, nel senso che impiegano insiemi di valori impliciti e spesso non concordati/discussi che determinano come le informazioni dovrebbero essere interpretate e visualizzate e come i prezzi dovrebbero essere calcolati.
Quindi, benché il proposito sia quello di un mercato “libero da valori”, i mercati si basano in realtà su particolari set di valori che sono stati naturalizzati/inclusi nel sistema. Questi valori effettivamente influenzano il modo nel quale le informazioni sono processate/trasformate in prezzi. In altre parole, ci deve essere una legge implicita che regola la formazione dei prezzi di mercato. Questo perché l’idea che i prezzi di mercato siano la miglior possibile interpretazione dell’informazione disponibile sul futuro ha senso solo quando c’è UNA corretta interpretazione di quell’informazione disponibile.
Sebbene siano emersi strumenti che pretendono di misurare il valore del brand, non esiste nessuna definizione comune sul cosa sostanzialmente sia il valore del brand. Infatti, la proliferazione di sistemi di misurazione e servizi di consulenza in questo settore possono essere visti come un indicatore dell’assenza di standard comuni.
Sarebbe possibile difendere il concetto del mercato libero e le sue implicazioni, la sussunzione di valore derivante dal prezzo, fintanto che questi valori impliciti rispecchiassero più o meno i valori – come crescita economica e aumento di prosperità – che erano condivisi dalla maggioranza delle persone. Ma in un periodo in cui ordini di ricchezza alternativi – sostenibilità, responsabilità – proliferano, diventa ovvio che i valori tramite cui i mercati decidono i prezzi non rappresentano più nessun valore comune/condiviso.
Dopo l’etica?
Forse non abbiamo nessuna concezione di valore economico, nessuna idea di come stabilire il valore della sostenibilità in relazione al profitto, perché non abbiamo più nessun valore nel senso etico del termine. Proprio come i nostri mercati sono irrazionali, il nostro sguardo alla vita è nichilistico. Ma la realtà potrebbe essere più complessa.
Per dirla francamente, la questione dei valori è ora una questione di etica piuttosto che morale. Questo declino della struttura dei valori moderni e delle ideologie e dei movimenti nei quali si rifletteva, insieme a una crescente esposizione attraverso i media alle sofferenze degli altri, ci porta ad essere forzatamente messi nella situazione di prendere quotidianamente decisioni sul valore.
Nell’assenza di valori universali, noi dobbiamo scegliere quali valori adottare. In altre parole, noi siamo forzati ad essere etici. Ma l’etica contemporanea è diversa dall’etica moderna. L’etica contemporanea è una visione più “postmoderna”, che confronta le specificità di ciascuna situazione senza troppe implicazioni in termini di orientamenti universali. Quindi la diversità e la complessità delle domande etiche sugli attori economici sta crescendo.
Dopo l’implosione dei sistemi morali moderni (istituzioni come nazione, famiglia o partito) che erano portatori di una visione del mondo particolare con codici morali forti e universali.
Tuttavia, identità collettive come queste, insieme alle grandi narrazioni che le sostenevano, non sono più così potenti, e le persone tendono a vivere senza un contesto morale stabile che li protegga da una esposizione quotidiana a decisioni di valore etico.
Proprio come l’aumento degli immateriali e la crescente importanza di valori finanziari significa che i valori economici sono sempre meno determinati da una legge di valori stabilita e istituzionalizzata, così anche la proliferazione di etica significa che la determinazione di valori morali è stata scollegata da una struttura sociale di vasta scala e da un senso morale comunitario istituzionalizzato.
Non c’è niente di male in questa tendenza verso una de-tradizionalizzazione dell’etica. Dopo tutto, è un bene se le persone decidono per loro stesse cosa vogliono piuttosto che accettare ciecamente la tradizione. Ma secondo Bauman (pag.15), questo approccio porta a una individualizzazione e frammentazione dell’orizzonte etico. L’etica intesa nel senso di una procedura per determinare cosa è socialmente utile o desiderabile è diventata un compito impossibile.
Alla domanda “Ha l’etica una possibilità in un mondo di consumatori?” la sua risposta è no, poiché come conseguenza dell’espansione del consumismo e del “mercato” la grande visione sociale è stata frammentata in una moltitudine di visioni individuali e personali.
La vita frammentata degli individui contemporanei “postmoderni”, intrappolati nel vortice della cultura consumistica globale, rende raro incontrare alcuno standard che potrebbe superare il test dell’esistenza quotidiana.
In breve, il paradosso è che mentre la vita contemporanea sembra essere saturata dall’etica sul piano esistenziale, allo stesso tempo non c’è spazio per l’etica come metodo per l’instaurazione di valori sociali complessivi.
Tuttavia, come sosterremo più avanti nel libro, le trasformazioni contemporanee nelle relazioni della produzione, che rendono la produzione di ricchezza più cooperativa e più comunicativa, tende a incoraggiare una “mentalità etica”, dove le persone sono aperte e interessate a comunicare con altri per arrivare a una comprensione condivisa di una specifica situazione.
Il problema è che la spinta verso una mentalità di interdipendenza e collaborazione è contrapposta da una logica di istituzioni corporative che, attraverso strutture di comando burocratiche, e mal costruiti sistemi di misurazioni delle performance, e un rapido turnover di team e mansioni, costantemente minacciano di frammentare qualsiasi realtà emergente di genuina collaborazione.
Le persone probabilmente non sono mai state così consapevoli di quanto lo sono oggi delle conseguenze globali sul loro stile di vita, né in così tanti hanno mai permesso a queste preoccupazioni di guidare le loro scelte quotidiane. Il problema tuttavia è che questa nuova consapevolezza etica si sviluppa all’interno di un contesto istituzionale, società dei consumi corporativa, che non permette di generare un nuovo tipo di valori comuni che contano. Al contrario, preoccupazioni per sostenibilità e giustizia globale sono incorporati in linee di prodotti esistenti e trasformati stili di vita consumabili (come “automobili ecologiche”) che hanno poco o nessun impatto sull’orientamento generale dell’economia produttiva.
Chiaramente, il problema non è che non abbiamo nessuna consapevolezza etica. Il problema è che non abbiamo il tipo di istituzioni nelle quali una consapevolezza etica diffusa può generare valori comuni abbastanza potenti che possano effettivamente fare la differenza.
Regimi di valore
Quindi cos’è il valore veramente? Mentre l’economia moderna si è allontanata dalla questione del valore, vedendola come “non scientifica”, la teoria sociale moderna ha propeso a capire il valore inteso come fatto naturale...
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