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La guerra delle parole

Il grande viaggio della comunicazione

V. Meloni

Introduzione

L'arte di comunicare

La comunicazione tra gli individui, resa possibile dalla maturazione del linguaggio, è lo strumento attraverso il quale gli uomini rappresentano e condividono la loro percezione del mondo, oltre che attraverso manufatti d’arte, miti, racconti e poemi. Non comunicare è impossibile e questo ha reso la comunicazione la più penetrante forma di relazione tra gli esseri umani. La cultura, uno dei più potenti fattori evolutivi nella storia dell’umanità, può essere definita come “l’accumulo globale di conoscenze e di innovazioni, derivante dalla somma di contributi individuali trasmessi attraverso le generazioni”. Il discorso pubblico è la più raffinata forma di comunicazione moderna.

Capitolo I - In principio era un dio. I greci tra mito e storia

Le forme più remote della comunicazione umana non ci hanno lasciato testimonianze apprezzabili. Le cronache dei primi esseri umani, le più arcaiche forme di “storytelling”, sono incise sulle pareti di rocce e ci hanno tramandato resoconti di caccia, di vita quotidiana, di divinità attraverso segni, pittogrammi, graffiti impressi nella pietra che sono a tutti gli effetti messaggi e insegnamenti di una specie che si era da tempo separata dalle scimmie grazie alla sua abilità innata ed esclusiva di rappresentare il mondo e di condividerne i significati con i propri simili.

L’etimologia greca del termine “geroglifico” è lettere sacre incise: un sistema di scrittura che gli studiosi hanno imparato a decifrare cinquemila anni dopo la sua invenzione grazie al ritrovamento casuale di una stele. Gli antichi egizi, nel IV millennio a.C., sono stati tra i primi a dare vita a una produzione letteraria che conosciamo attraverso i resti monumentali della loro cultura e i miti fondativi di una religione millenaria. Comunicavano e commerciavano anche con popoli avvezzi alla navigazione e al commercio come i fenici, gli inventori dei nostri alfabeti. Nel rispetto dei propri valori avevano cominciato a dialogare anche con le potenze del cielo e della terra, a dare loro nomi e identità. I greci e la loro “nuova” lingua, alla fine del III millennio a.C., ci hanno lasciato un patrimonio di opere e scritti che possiamo rileggere e studiare ancora oggi.

Il poeta inglese Percy Shelley (1821) in “We are all Greeks” scrive che “le nostre leggi, la nostra religione, le nostre arti hanno le loro radici in Grecia”. Le divinità greche erano piuttosto loquaci e lo stile assertivo dominava la dialettica ultraterrena, nel VIII libro dell’Iliade, Omero immagina che Zeus in persona la convochi con modalità alquanto brusche. Gli dèi altro non erano che tiranni in cielo, la trasfigurazione del potere illimitato in terra dei governanti prima della democrazia.

I poemi omerici erano il repertorio di storie infinite che ogni giovane conosceva e ripeteva come parte della sua formazione, a tal punto da plasmare anche la mente di un non elleno come il giovane Alessandro che sarebbe poi divenuto il Grande. La narrazione nasce così, alimentata dalle parole del dio e dalle leggende dei suoi eroi.

La comunicazione nel mito si avvale di molte voci tra le quali spicca quella del messaggero Hermes, che era il dio dell’hermeneia, cioè la capacità di comunicare, ovvero di articolare in forma di suoni la reciproca comunicazione, la lingua era l’organo a lui consacrato in quanto signore della voce e del discorso. Un dio controverso che ispirerà il più astuto e famoso tra i grandi eroi dell’antichità: Ulisse. Millenni prima della nascita dei moderni media, gli antichi greci avevano individuato una posizione chiara, nell’organigramma olimpico, per chi doveva gestire le comunicazioni tra gli dèi e gli umani.

L’eroe dei poemi arcaici è una delle prime, potenti e durature forme di propaganda e di indottrinamento che invade il campo della vita civile e militare della polis. Il messaggio del mito penetra nella vita di un popolo, come quello greco, che viveva di battaglie e di scontri continui. L’esempio morale ed estetico dell’eroe serviva a formare il carattere e le attitudini del moderno combattente e del futuro cittadino.

Agamennone apre il poema omerico scontrandosi con il campione dei campioni, Achille. In quel conflitto esemplare il più potente dei re, monarca assoluto e arrogante, impone la sua superiorità anche non essendo un dio. Gli eroi dell’Iliade, greci e troiani, condividono la stessa visione del mondo, anche se vivono sulle sponde opposte dell’Egeo. L’eroe non agisce solo nei campi di battaglia ma anche nell’avventura fantastica: il racconto è sempre mitico ma l’insegnamento si avvale di modelli esemplari. Un esempio è Teseo, che parte alla volta di una potenza straniera e di un mostro, il Minotauro. Teseo è il prototipo di re giusto e valoroso, sarà venerato come eroe e come dio, in suo onore verranno eretti templi e consumati sacrifici, il suo governo farà per lungo tempo da riferimento ideale per i suoi successori.

La parabola di Teseo è un prototipo adatto alla rinascita di una società che lentamente esce dal suo lungo “medioevo”, fatto di scomparsa della scrittura e di crisi diffusa delle poleis, alle prese con gli effetti dei conflitti con potenze vicine e dei ritorni in patria, carichi di tragedie. La cultura greca, con i suoi racconti, permeava la vita delle persone ed era al centro delle loro conversazioni, della loro comunicazione individuale/collettiva. I poemi omerici sono pieni di sacrifici di animali per ingraziarsi gli dèi, che interferivano direttamente nelle decisioni umane, a tal punto che era impossibile opporsi a un verdetto contrario all’azione di cui si chiedeva l’esito futuro.

La vita civile intanto aveva da poco intrapreso un nuovo cammino, costruito da comunità decise ad avere nelle mani il proprio destino: nelle città le persone si riuniscono, votano ed eleggono i propri governi. Inizia l’età della democrazia e l’arte della parola e del discorso inizia a lasciare le poetiche altezze dell’Olimpo per diventare la protagonista della politica.

Capitolo II - Tutti insieme sulla collina. La lezione di Atene

Pericle, secondo la ricostruzione dello storico Tucidide, proclamava che “si chiama democrazia poiché nell’amministrare si qualifica non rispetto ai pochi ma alla maggioranza. Le leggi regolano le controversie private in modo tale che tutti abbiano un trattamento uguale, ma quanto […] al prestigio di cui possa godere chi si sia affermato […] non lo si raggiunge in base allo stato sociale di origine, ma in virtù del merito.”

Il discorso pubblico, come forma dominante di comunicazione, era da tempo entrato nelle consuetudini degli antichi greci, soprattutto ad Atene, città prospera e aperta al commercio con altri Paesi. La prima forma consapevole di globalizzazione. Atene diviene così il centro culturale più sofisticato della storia antica e si trasforma in una città che, aggiunge Pericle, non ha bisogno di alcun Omero che ne canti la gloria.

Il “miracolo greco” delle arti e del pensiero si compie costruendo, tra un conflitto e l’altro, il mito delle insuperabili sfide oratorie dei grandi sofisti, dei dialoghi socratici e dell’Accademia di Platone fino, almeno, al sopravvento macedone e alla fine dell’esperienza democratica.

La parrhesia (la totale libertà di parola) e la isegoria (l’uguaglianza nel diritto di parola) sono consuetudini fondamentali nell’esercizio della democrazia e hanno consentito agli ateniesi di condividere apertamente le decisioni strategiche, attraverso un ampio dibattito pubblico.

Secondo i più antichi resoconti l’abitudine di raccogliersi in assemblee, dette ekklesiai, risale alla fine del VI secolo a.C., proprio mentre un grande legislatore di nome Clistene metteva mano a un’innovativa riforma costituzionale ed elettorale. Fino ad allora le adunanze cittadine si svolgevano presso la piazza centrale della polis detta agorà, da agorein che significa riunirsi, raccogliersi ma anche annunciare, parlare in pubblico. Inizialmente l’altura “politicamente” più antica, l’Areopago, serviva alle istituzioni pre-democratiche per riunirsi già nel VII secolo a.C.

Dal 460 a.C. la prima forma di governo democratico greco, oltre a deliberare su molteplici argomenti, aveva lo scopo di comunicare e condividere con il popolo gli ordini del giorno, approvare o respingere leggi e prescrizioni in qualsiasi campo. I maschi adulti, cittadini ateniesi, si riunivano sulla rocciosa Pnice per deliberare sulle questioni di interesse comune, eleggere i magistrati più importanti, e si trasformavano anche in tribunale per deliberare su reati di particolare gravità come l’alto tradimento.

La parola pubblica regnava sovrana, scrivere discorsi era un mestiere importante e ben remunerato in quanto parlare in pubblico era una competenza fondamentale: nessun politico avrebbe avuto accesso alle più alte cariche istituzionali senza la capacità di articolare, correttamente, un discorso pubblico.

Oltre alla politica, nelle grandi polis greche, vi era un intenso scambio culturale: teatri e luoghi antichi di formazione della cultura greca erano sempre attivi. Noi conosciamo il repertorio di tre grandi tragediografi – Eschilo, Sofocle, Euripide – ma ciò che è giunto fino a noi è solo una parte, non sappiamo quanto piccola, di una produzione vastissima. I teatri erano un sistema di comunicazione dei valori, della tradizione, da condividere con tutta la popolazione al punto che la polis sovvenzionava coloro che non avevano denari sufficienti per assistere ad una rappresentazione. Nei teatri si formavano le opinioni pubbliche: assistere ad uno spettacolo portava anche alla riflessione sul presente, sui rischi di un periodo storico o sulle incognite che la collettività aveva di fronte.

Anche la filosofia, disciplina basata sulla pubblica discussione dei grandi temi, fu a quell’epoca insegnamento eminentemente politico. I filosofi erano pensatori che partecipavano allo scontro duro e manifesto contro il governo democratico e tramavano attivamente per la sua caduta. Lo testimoniano le vicende, tra loro collegate, di Socrate e del suo allievo Platone. Il primo finisce vittima delle conseguenze della guerra civile che ha insanguinato Atene sul finire del V secolo a.C., il secondo invece diventa l’intellettuale più avverso all’esperienza democratica ateniese e tenterà, senza successo, di trasmettere altrove le sue idee utopiche di buon governo.

Aristotele, fedele alla tradizione del suo maestro Platone e dello stesso Socrate, dà un inquadramento sistematico al tema della parola e del suo utilizzo. Divide e inquadra i vari generi del discorso pubblico, allontanandosi da quanto già detto e finisce per promuovere la retorica che si nutre non solo di logos ma anche di ethos e di pathos: aveva compreso a fondo la lezione storica della politica e con essa le implicazioni del consenso in una società aperta al giudizio dei cittadini. Aristotele non amava la democrazia e la riteneva non il governo dei molti ma solo di una parte (il demo, appunto). Conosceva infatti l’importanza della parola in un mondo in cui pochi, tra coloro che ascoltano, sono davvero in grado di discernere e in cui la manipolazione delle opinioni fa parte della lotta politica.

La potenza della parola durerà fino alla fine del ciclo democratico, ovvero fino a quando la casata macedone non imporrà il suo primato e toglierà potere all’ekklesia. Le polis greche, anche se sopraffatte da potenze maggiori, non perderanno mai la loro leadership culturale, tanto da rappresentare un punto di riferimento anche per i nuovi padroni del mondo che si avvicinavano da ovest, e che presto avrebbero dato vita all’impero più grande, più ambizioso e più loquace della storia.

Capitolo III - La guerra delle parole nell’impero più grande. Maestri di retorica e poeti per la gloria di Roma

Atene e la Grecia erano i luoghi del sapere che Roma stava assorbendo e di cui si stava appropriando, e dove mandava a soggiornare i giovani patrizi romani, tra cui anche Cesare e Cicerone, per formarsi in quella che oggi definiremmo una “solida cultura classica”. Nacque così la civiltà greco-romana. Cesare, prototipo del grande comunicatore ai tempi di Roma, durante le sue campagne militari si occupa personalmente di redigere dispacci e relazioni per il Senato, descrivendo in dettaglio le operazioni sul campo. I suoi racconti bellici sono testi letterari di grande qualità, destinati non solo ai notabili ma ad un pubblico più ampio.

Roma era da qualche secolo diventata una repubblica e, a differenza di Atene, era la polis italica per eccellenza, capace di piegare al suo potere le altre città e principati, diventando il nucleo politico-militare di un intero paese. A differenza dei greci, che ritenevano d’essere stati generati dalla loro terra e quindi di trovarsi lì da sempre, i romani erano consapevoli di non poter vantare una storia millenaria, e finirono per forgiarne una loro. Con Bruto nel 509 a.C., Roma entra nel mondo delle testimonianze scritte e dei primi resoconti.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/08 Economia e gestione delle imprese

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher danielademarte di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Comunicazione per il management d'impresa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Martino Valentina.
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