La comunicazione interculturale
La competenza comunicativa interculturale
Cosa significa "comunicazione" in questo contesto?
Comunicare significa scambiare messaggi efficaci, cioè che raggiungono il nostro scopo:
- Comunicare: la comunicazione non va confusa con l'informazione in quanto la prima è volontaria, è un atto che mira a raggiungere uno scopo; la seconda è involontaria, è un fatto costituito da sintomi quali il rossore, il sudore, il tremito, che informano l'interlocutore del nostro stato d'animo.
- Scambiare: la comunicazione è uno scambio, un mettere in comune.
- Messaggi: gli interlocutori scambiano messaggi, cioè insiemi complessi di linguaggi verbale e non verbale (gesti, grafici, icone, oggetti, indicatori di ruoli sociali, layout grafico ecc.).
- Efficaci nel raggiungere lo scopo: la comunicazione è perfetta quando lo scambio fa sì che ciascuno raggiunga il suo scopo (es. un interlocutore vuole vendere un prodotto ad un prezzo x, l'altro vuole comprare quel prodotto e gli va bene il prezzo x).
Gli eventi hanno luogo in un contesto situazionale:
- Setting fisico: persone che vengono da culture diverse interpretano il setting secondo le regole e i valori della loro cultura.
- Tempo: il tempo pare una costante ma in realtà è una variabile culturale e crea significativi problemi di comunicazione interculturale e organizzativa.
- Argomento: fattore di rischio perché gli interlocutori possono ignorare che alcuni argomenti sono tabù in culture diverse dalla propria, oppure affrontare un tema di discussione senza tenere in considerazione che i valori, i software mentali che sottostanno all'argomento di cui parlano non sono sempre condivisi nelle varie culture.
- Ruolo dei partecipanti in termini di gerarchia e di relativi segni di rispetto.
- Scopi dei partecipanti: esistono scopi dichiarati e scopi non dichiarati perché impliciti.
- Atteggiamenti psicologici che i partecipanti hanno nei confronti degli interlocutori, della loro cultura, della loro azienda, istituzione o università.
- Atti comunicativi che costituiscono la dimensione tattica, immediata della comunicazione (salutare, ringraziare, chiedere) e mosse comunicative che sono di livello strategico superiore (attaccare, difendersi, interrompere ecc.).
- Testo linguistico: l'elemento cardine della comunicazione è il testo, quello che diciamo o scriviamo o trasmettiamo.
- Messaggi extralinguistici: nella comunicazione interculturale che è di solito condotta in inglese, l'attenzione e lo sforzo di chi parla si focalizzano sulla lingua verbale, mentre le norme dei linguaggi non verbali vengono molto spesso trascurati quasi fossero dei concetti universali.
- Generi comunicativi e norme sociali: ci sono eventi ritualizzati che ogni cultura gestisce secondo regole proprie.
Un modello di competenza comunicativa interculturale
Un modello è una struttura concettuale che:
- Include tutte le possibili realizzazioni del fenomeni descritto.
- È in grado di generare comportamenti.
- Si presenta in maniera gerarchizzata.
La competenza comunicativa è una realtà mentale che si realizza come esecuzione nel mondo:
- Sapere la lingua (la competenza linguistica, le competenze extralinguistiche, il nucleo delle competenze contestuali relative alla lingua in uso).
- Saper fare lingua (le competenze mentali si traducono in azione comunicativa quando esse vengono utilizzate per comprendere, produrre, manipolare testi).
- Saper fare con la lingua (i testi orali e scritti prodotti attraverso il meccanismo di padronanza contribuiscono a eventi comunicativi, governati da regole sociali, pragmatiche, culturali).
La lettura dello schema è duplice:
- Nella mente abbiamo delle competenze, cioè dei sistemi di regole da osservare per sapere se ci sono potenziali punti critici interculturali.
- Tra mente e mondo troviamo il ponte costituito dalle abilità relazionali, che vanno sviluppate modificando la propria forma mentis in ordine alla reazione emozionale di fronte ad azioni o cose o parole di altre culture che riteniamo spiacevoli e sociale di fronte a quelle che percepiamo come offese, mancanze di attenzione e così via.
Una "filosofia" di comunicazione interculturale
Costruire una competenza comunicativa significa:
- Accettare il fatto che i modelli culturali sono diversi e che non vi sia una gerarchia di valori a priori.
- Sapere che esistono gli stereotipi e i pregiudizi e hanno una loro funzione di economia mentale.
- Conoscere gli altri, studiandoli, creandosi un repository di informazioni.
- Rispettare le differenze che non ci pongono problemi morali ma che rimandano solo alle diverse storie delle varie culture.
- Accettare il fatto che alcuni modelli culturali degli altri possono essere migliori dei nostri.
Multiculturalità: situazione transitoria e limitata nel tempo, dettata da necessità contingenti e non da scelte.
Interculturalità: atteggiamento costante che prende atto della ricchezza insita nella varietà, che si propone l'omogeneizzazione e mira solo a permettere l'interazione più piena e fluida possibile tra le diverse culture.
Questi due punti rappresentano una filosofia morale, indicano cioè la prospettiva di comportamento e di valori cui facciamo riferimento; ci sono poi dei problemi di filosofia della conoscenza, cioè legati ai parametri su cui si fa perno per valutare i problemi comunicativi interculturali:
- Formale vs informale: ogni cultura ha il suo modo particolare di identificare formalità e informalità, non solo nel linguaggio, ma anche nel modo di comportarsi, di scegliere un regalo, di abbigliarsi.
- Polite vs unpolite: la sequenza io e te, comune in Italia, ad esempio, viene vissuta come unpolite in Germania, Inghilterra, America, dove sono richiesti you and I.
- Forza mascherata vs esplicita: i bianchi spesso mascherano la forza dei loro atti linguistici, mentre i neri e gli ebrei ritengono giusto esprimere con forza le proprie opinioni, richieste, intenzioni.
- Politicamente corretto vs scorretto: rientrano in questa sfera il rispetto etnico, il concetto di parità tra uomo e donna, i riferimenti all'orientamento sessuale, a alcune professioni, a situazioni di salute (es. in italiano handicappato è stato sostituito da diversamente abile).
- Uso libero vs tabù: spesso ad esempio gli stessi italiani non si rendono conto di quanto sia tabù nella nostra cultura l'accento alle cure psicologiche; il consiglio di andare da uno psicologo viene sentito come offesa, mentre in Argentina far sapere che si va dallo psicologo significa comunicare uno stato di benessere economico.
- Cooperativo vs arroccato: per quanto riguarda il primo caso "sebbene io abbia la parola, vi permetto di intervenire per integrare, correggere, sostenere quanto dico", per quanto riguarda il secondo caso "in questo momento ho la parola io, quindi questo è il mio territorio e nessuno intervenga mentre esprimo il mio pensiero". Tendenzialmente gli italiani appartengono al primo gruppo.
- Cattivo vs brutto: la cultura italiana tende a essere più estatica in quanto "una brutta figura", "una brutta parola", "una brutta azione" non sono giudicate solo moralmente ma piuttosto esteticamente nel modo in cui appaiono e nella loro forma.
Si può insegnare e misurare la comunicazione interculturale?
Non si può insegnare la comunicazione interculturale per ragioni qualitative in quanto è un oggetto in continua evoluzione, e quantitative in quanto è impossibile studiare tutti i problemi interculturali.
Non si può insegnare la competenza ma si può proporre un modello di competenza comunicativa interculturale, in modo che ciascuno si costruisca giorno per giorno, esperienza per esperienza, contatto per contatto, incidente per incidente la sua competenza comunicativa interculturale.
Il titoletto include una seconda domanda: si può misurare la competenza comunicativa interculturale? Anche in questo caso la risposta è un no ancora più secco.
Si può misurare la conoscenza dei principali problemi, l'accuratezza nel descriverli, si possono trovare molti aneddoti legati alla comunicazione interculturale in forma di aneddoti nelle migliaia di siti internet che compaiono se si digita intercultural communication su Google, ma è una conoscenza inutile, come ogni forma di erudizione.
Problemi interculturali legati alla lingua, ai gesti, al corpo, agli oggetti
La lingua è il principale strumento comunicativo dell'homo loquens, ma non è l'unico: si comunica con il corpo e le sue posture, i suoi odori, i suoi rumori, con la distanza tra i corpi, con i gesti, le espressioni, gli oggetti che indossiamo sul corpo, quelli di cui ci circondiamo, quelli che regaliamo, con il cibo che offriamo e che mangiamo, e così via. Viviamo in un immenso reticolo informativo (cioè che dà informazioni anche se non vogliamo darle) e comunicativo (cioè che dà informazioni che vogliamo dare).
I problemi legati alla lingua
La lingua è immediatamente percepita come espressione sonora, come rumore.
Problemi di comunicazione legati al suono della lingua
L'aspetto sonoro della voce è il primo ad essere percepito; il tono della voce può dare l'impressione che una persona sia rinunciataria o aggressiva, calma o irritata (giudizi indipendenti da quello che effettivamente viene detto con quel dato tono). Il sovrapporsi delle voci, dall'interruzione vera e propria al semplice prendere il proprio turno conversativo mentre l'altro sta ancora concludendo la sua battuta, rappresenta un problema culturale molto delicato. Le culture mediterranee accettano la sovrapposizione, quasi tutte le altre la vietano. Inoltre, l'alta velocità del parlato di un madrelingua rappresenta una sorta di violenza sull'interlocutore non di madrelingua e può quindi scatenare reazioni negative.
Problemi di comunicazione legati alla scelta delle parole e degli argomenti
Dal momento che si usa l'inglese come lingua franca, il problema non diviene rilevante se non per due aspetti:
- Gli argomenti più o meno tabuizzati, soprattutto le parole con connotazione sessuale o politicamente scorrette.
- Gli argomenti che si fondano su stereotipi, per cui si dice "voi tedeschi..." suscitando quasi sempre il risentimento da chi non si sente rappresentato dallo stereotipo.
Un problema lessicale particolare riguarda l'uso di terminologia specialistica, di tecnicismi, di sigle. Un ulteriore problema riguarda l'uso delle micro-lingue scientifico-professionali come indicatori di appartenenza al gruppo degli scienziati, dei manager, dei diplomatici e così via: molti tendono ad affastellare terminologia tecnica non tanto per una maggiore precisione ma per posa, nella convinzione che, soprattutto se i termini utilizzati sono in inglese, essi comunicano un'immagine positiva e moderna di chi parla e ne attestano l'appartenenza alla corporazione, ma al contrario l'effetto è spesso ridicolo.
Problemi di comunicazione legati ad alcuni aspetti grammaticali
La grammatica rappresenta uno dei fuochi dell'attenzione di chi parla in una lingua straniera; in realtà nel mondo della comunicazione internazionale c'è una diffusa e serena accettazione degli errori morfosintattici e si riscontra una notevole empatia, cioè lo sforzo di mettersi nei panni di un interlocutore che ha difficoltà linguistiche e che quindi sta faticando a farsi comprendere. Ci sono comunque alcuni aspetti della morfologia e della sintassi che possono portare ad incomprensione interculturale:
- Il divieto culturale di usare il tempo futuro nella cultura araba in quanto il futuro è nelle mani di Dio.
- La tendenza di alcune culture, soprattutto quella inglese, ad attutire la forza pragmatica, evitando soprattutto gli imperativi (You should go...).
- L'uso di superlativi e comparativi è delicato: nella cultura nordamericana sono usatissimi (ogni luogo deve avere qualcosa in cui è the best, the most...) mentre in quella anglosassone no (si dice che un nano non è molto alto oppure che Bill Gates non ha grandi problemi di denaro).
- Il modo di costruire le forme interrogative: domandare per sapere e domandare per sentire confermata la propria opinione. In molte culture una domanda chiusa che prevede una risposta sì/no può avere solo risposta positiva, intesa a confermare lo status di colui che pone la domanda e non adargli informazioni. Anche in Italia se un ospite chiede: "posso usare il telefono" oppure "mi dai un bicchier d'acqua" la risposta obbligata è sì.
- Il modo di costruire le forme negative: molte culture orientali vietano il no ad un ospite, ad uno straniero, ad un superiore per non mancargli di rispetto.
Problemi comunicativi legati alla struttura del testo
Il problema è proprio nel modo in cui il pensiero viene tradotto in struttura linguistica (testo).
- Il testo anglosassone spezza il percorso in tante microfrasi che spesso sono costruite da soggetto + verbo, con l'aggiunta eventuale di un oggetto o di tempo, spazio ecc., quindi il testo si presenta come una sequenza di elementi semiautonomi.
- Nel testo latino, in quello slavo e, in certo senso, in quello tedesco regna l'ipotassi, cioè la subordinazione: i segmenti si intersecano con frasi secondarie che interrompono la frase principale producendo una linea spezzata che rende conto della complessità dell'argomentare che si vuole portare avanti.
- Il testo arabo o iraniano procede per costruzioni parallele e continue riprese di quanto detto in precedenza.
- Il testo orientale è caratterizzato da un approccio a spirale per cui si giunge al cuore dell'argomento solo per approssimazioni successive.
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