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Riassunto esame Comunicazione e Socioterapia, prof. Benvenuti, libro consigliato Lezioni di socioterapia, Benvenuti Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Comunicazione e Socioterapia, basato su studio autonomo del testo consigliato: 'Lezioni di socioterapia' di Benvenuti, dell'università degli Studi Gabriele D'Annunzio - Unich, facoltà di Scienze sociali. L'argomento trattato è: la socioterapia.

Esame di Comunicazione e sociologia docente Prof. L. Benvenuti

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ESTRATTO DOCUMENTO

Spazio peripersonale-> o spazio vicino, è un concetto che nasce dal corpo. Come strumento di

misura per l’esterno. E’ inteso come base per definire lo spazio che ci circonda che è indipendente

dalle stesse funzioni sensoriali.

Protesi-> un effetto stimolante dovuto all’introduzione di uno strumento, comporta una

rimodulazione dei confini dello spazio peripersonale. Esempi di protesi sono sia strumenti legati

all’evoluzione della comunicazione, ma anche quelli inventati dall’uomo per ovviare i limiti,

deficienze o menomazioni.

Confine-> Ampliamento dello spazio peripersonale dovuto all’introduzione di protesi, provoca una

continua rimodulazione dello spazio.

Esempio: nei mezzi di comunicazione di massa, ogni nuovo medium ed ogni sua variazione, ci

obbligano a ripesare i reciproci rapporti con quelli precedenti, rimodulando i loro spazi d’azione.

Gesti transitivi e intransitivi-> nei gesti transitivi il gesto è rivolto all’oggetto (al cibo ecc), in

quelli intransitivi il gesto appartiene al repertorio comunicativo come lo schioccare le labbra.

Neuroni canonici-> sono il primo aggancio con il concetto di rappresentazione. Neuroni che si

attivano durante l’esecuzione degli atti motori e una parte di essi anche a fronte di stimoli visivi.

Neuroni a specchio-> seconda componente fondamentale per la costruzione del legame

neurobiologico della rappresentazione. Attraverso esperimenti con le scimmie si è notato che essi si

attivano sia quando la scimmia vede effettuare l’azione (sciogliere la banana) sia quando la vedono

fare da un altro (sperimentatore). Fanno riferimento a classi specializzate rispondenti

all’osservazione di un solo determinato tipo di atto o al massimo di due.

Fluidità dell’azione-> aspetto dell’organizzazione motoria per cui ogni neurone che si attiva

nell’afferramento è anche collegato con l’atto motorio successivo e questo fornisce una fluida

esecuzione dell’atto.

I neuroni specchio e le specificità umane

Per Rizzolati e Sinigaglia l’interscambiabilità delle riflessioni tra uomo e scimmia, è indubbia, ma

presenta delle differenze. Il sistema celebrale umano è più esteso e possiede qualità non riscontrabili

in quello dei primati, codifica atti motori transitivi e intransitivi, attivandosi anche quando mima

un’azione.

E’ importante quanto si vanno ad interpretare le intenzioni altrui perché:

1) Spesso non interpretiamo realmente le intenzioni dell’altro ma gli attribuiamo le nostre

(contenute nel nostro dizionario-R e nelle nostre Affordance-R);

2) Occorre che il socioterapeuta sappia decodificare i codici personali dell’attivazione

dell’investimento affettivo dell’altro, usando quindi l’empatia. Se usasse i propri, correrebbe

il rischio dei genitori nel momento in cui fanno appello alle proprie esperienze per spiegare

una proibizione, e quindi verrebbe etichettato come persona fuori dal tempo che non sa

interpretare il passato.

I due autori continuano analizzando il tema dell’imitazione utilizzando due direttrici:

1) Corrispondenza: riguarda la replicazione di un atto dopo averlo visto fare. Questo gli autori

lo spiegano codificando l’azione osservata in termini motori rendendo possibile una sua

replica. Differisce con la definizione di rappresentazione per la presenza o assenza

dell’investimento affettivo.

2) Trasmissione di competenze: concerne la capacità di apprendere il nuovo pattern d’azione

essendo capace poi di riprodurlo nei dettagli. In questo caso la dimensione affettiva

interviene sia nella fase di codifica sulla base del proprio patrimonio motorio, sia nella fase

di traduzione rispetto alle nozioni possedute.

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L’investimento affettivo permette quindi entrambi i passaggi proprio perché alle sue radici esso è

una capacità di incorniciamento dell’informazione (immagine).

I neuroni specchio e la comunicazione umana

Rizzolati e Sinigaglia sostengono che alla base della comunicazione ci sia il “requisito della parità”

tra mittente e destinatario.

In socioterapia si parla invece di “pre-requisito culturale” e di “comunanza” (come esistenza di un

canale di comunicazione tra mittente e ricevente) tra i due poli della comunicazione che diviene

condizione necessaria per l’acculturamento dei nuovi nati.

Un limite al concetto di “parità” riguarda il “meccanismo dell’inganno”. In questo caso

l’ingannatore, riuscendo a decodificare il sistema di rappresentazioni dell’ingannato, agisce

ponendosi su un piano di apparente parità (quest’ultimo rimane disarmato perché dà per scontato

che l’altro agisca sullo stesso piano comunicativo).

Alle radici della comunicazione umana infine ci sono gli aggiornamenti del “dialogo a livello

gestuale” che si fonda proprio nella capacità dei neuroni a specchio, di tradurre nei propri termini

l’atto dell’altro. LEZIONE 4

La disciplina

La disciplina è una gestione tecnologica del corpo, nasce come tecnica militare nel periodo

dell’invenzione della stampa. Con la disciplina si indica l’evoluzione del naturale processo

biologico di addestramento delle nuove generazioni alle organizzazioni culturali possedute, che si

modifica in conseguenza dell’approccio conoscitivo nomologico (legato alla simmetria tra:

spiegazione scientifica e previsione scientifica) e permette di rendere le reazioni umane prevedibili.

In socioterapia il primo passo è quello di conoscenza dell’altro, e da qui inizia la comprensione dei

sistemi di giustificazione delle affermazioni.

La disciplina è servita anche a modificare il bambino in “ soggetto ”

, ovvero a fare in modo che

staccasse l’immagine dall’investimento affettivo. Alla nascita il bambino è in uno stato confusionale

senza distinzione tra “dimensione cognitiva” e “dimensione affettiva”. Ma con l’introduzione della

tipografia l’integrazione delle due dimensioni di R si indebolisce a causa del cambiamento del

medium.

Infatti la parola stampata non trasmette direttamente la qualità di quanto comunicato, accentua il

varco tra “l’informazione” (immagine) e la sua “qualità” (investimento affettivo). Per questo motivo

diviene importante la specializzazione linguistica.

Cambiamenti nelle persone determinati dalla stampa:

1) Nelle società orali vi era uno specialista (amanuense), che interveniva nella stesura del

messaggio scritto, per includere regole di lettura (queste avevano il fine di trasmettere nella

maniera più integrale e rappresentativo possibile).

2) Le emozioni, gli stati d’animo di analoghe per tradurre ed interpretare il testo a favore del

ricevente (qualora non fosse stato in grado di leggere).

3) Si arriva a quelle tipografiche nelle quali tutto questo diviene superfluo a fronte di una

buona padronanza del linguaggio scritto oltre che parlato. La precedente necessità

amanuense di inserire regole di lettura dello scritto crea le premesse per il passaggio al

romanzo intimista. Lo scrivente integra direttamente nel testo i propri sentimenti.

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Questo introduce la necessità dell’alfabetizzazione di massa senza intermediari, ne regole di lettura,

la lingua si specializza al punto di inventare nuovi termini e sinonimi che permetto di cogliere dal

testo le sfumature tipiche della comunicazione faccia a faccia.

I ragazzi oggi vengono accusati di avere a disposizione della conversazione un numero di termini

inferiore, questo perché si è diviso il legame diretto della comunicazione faccia a faccia. Con la

stampa si è introdotta la capacità di autonomizzazione del simbolico (distacco comunicazionale tra

rappresentazione e il suo referente empirico), che a propria volta ha permesso un utilizzo

linguisticamente distaccato tra “immagine” e “investimento affettivo”.

Esempio: se si deve parlare di una matita, si deve poter dire “matita” e non essere obbligati a

riferirsi ad un oggetto, usato per scrivere, facilmente cancellabile.

Spesso gli insegnanti dicono che i loro studenti sono regrediti e si rivelano più o meno analfabeti.

Questo può far pensare che stiamo arrivando ad una sorta di “neo-oralità”.

Nella società della stampa l’illetterato è un minorato, è meno uguale agli altri perché non si sa

esprimere in modo tipografico. Il punto di partenza della “neo-oralità” può essere visto nella crisi

del modello meccanico di produzione, un modello che è durato fino all’introduzione dell’elettricità

e dei motori da essa derivati.

La parabola della soggettività: dalla nascita della stampa ai nuovi media (evoluzione della

soggettività dalla nascita della stampa ai nuovi media)

Un passaggio fondamentale nello sviluppo comunicativo è quello che passa dall’oralità alla fase

tipografica.

Questa fase porta un cambiamento anche nella tipologia di narrativa: da “epico” (esaltazione di fede

e santi, gesta di eroi e re) si passa al “romanzo intimista” (in cui lo scrittore mette sé stesso come

protagonista del romanzo).

La nuova gestione dell’uomo diventa la “ soggettività ”

, il singolo comincia a strutturarsi come

individuo e utilizzando il diritto, la conoscenza e la gestione di sé, usa anche l’istruzione e la

disciplina. Seguendo uno schema logico:

LEGAME-> PREVEDIBILITA’-> ADDESTRAMENTO-> SOGGETTIVITA’

L’uomo comincia ad agire come “ soggetto ”.

La prevedibilità (con la disciplina) permette all’individuo di acquisire gli strumenti per affrontare

problemi specifici, per divenire “soggetto per sé”, cioè cosciente di esserlo e deciso a costruirsi

quanto tale (soggettività).

Nel momento in cui una persona non riuscisse a gestione una situazione, e si rivolgesse ad un

terapeuta, questo dovrebbe prima di tutto capire il tipo di “organizzazione della conoscenza” che

possiede il paziente. Ossia se ragioni da “individuo” (soggetto in sé) o da soggetto (soggetto per sé).

Differenze tra culture orali e tipografiche:

-Culture orali, l’organizzazione della collettività si basa su una “logica ascrittiva”, dovuta ad una

volontà superiore.

-Culture tipografiche, diventa “logica acquisitiva”, il soggetto afferma che è lui ad agire.

Così si inizia a pensare che gli uomini nascono uguali ma chi è più bravo vince (la divinità sembra

entrarci sempre meno). Questo comporta una “variazione della razionalità sociale”,

l’anziano/saggio/maestro cessano di essere importanti al fine della trasmissione della conoscenza

(vengono sostituiti dal libro).

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L’uomo occidentale si crede unico artefice di quello che fa, ed è frutto dell’ottica

“ autoreferenziale ”: in questo modo l’uomo diventa attore e giudice; l’interlocutore diventa non

essenziale, ma serve perché nessun essere vivente può bastare effettivamente e completamente a sé

stesso (autoreferenzialità simbolica).

Per ovviare questo limite il soggetto è stato obbligato a creare la “dimensione sociale” come

indicatore del bisogno di un legame sovra-individuale.

Concetti di ambiente, mondo, realtà, empiria

Nelle nostre culture, lo sviluppo della “soggettività” nei singoli inizia nel periodo post-natale. Nella

fase pre-verbale il bambino apprende dall’esterno le informazioni e le immagazzina attraverso

l’investimento affettivo, quando impara a scrivere si ha il decollo della dimensione simbolica.

Modello di comprensione del passaggio:

1) Il punto di partenza è il “piano dell’empiria” in cui il simbolico e il piano delle

rappresentazioni è fuso con quanto dimostrato scientificamente.

2) Asse delle “z”: semiasse verticale nel quale viene rappresentata la dinamica temporale dello

sviluppo della dimensione simbolica.

3) Il livello Z0 è il punto in cui il simbolico si differenzia dall’empirico pur essendo collegato,

poiché la sua autonomizzazione avverrà più tardi.

4) Il piano delle rappresentazioni (Z1) si autonomizza nel momento in cui si riduce il

bisogno del tramite umano per ricevere conoscenza. Al livello Z1 che costituisce il primo

livello del simbolico, le rappresentazioni vengono individuate mediante immagine e

investimento affettivo.

5) Ogni sistema viene caratterizzato da un particolare insieme di rappresentazioni che lo

identifica e dà origine alla “realtà”.

6) Mondo: indica un insieme di “realtà” che riguardano la realtà di una stessa persona. Qui al

sistema di rappresentazioni individuale si aggiungono tutti i relativi sistemi di coloro che

entrano in relazione con lui.

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Successivamente questi “insiemi di realtà” vengono proiettato sul piano dell’empiria: il mondo è

dato dall’insieme di queste proiezioni sul piano dell’empiria.

Due casi:

- Nelle culture orali, i sistemi di rappresentazioni, la realtà e il mondo sono tutti in Z0 (piano

dell’empiria).

- Nelle culture tipografiche, i sistemi di rappresentazione saranno in Z1 (piano delle

rappresentazioni) mentre la realtà e il mondo continueranno ad essere in Z0 (piano

dell’empiria).

7) Ambiente: insieme di tutti i “mondi” esistenti da punto di vista empirico.

8) virtualità di secondo livello (Z2): si crea grazie ai nuovi media in una fase successiva a

quella tipografica. A questo livello vi è la completa autonomizzazione del simbolico con le

due componenti della rappresentazione (concepite anche come separate tra loro). Nel livello

Z2 vengono ridefiniti l’ambiente e la realtà virtuali e si formeranno le provincie

dell’affettività e della cognizione.

Questo processo può essere visto come “dinamica personale e storica della dimensione simbolica”,

e avviene in parallelo alla deriva storica dei media.

La deriva storica dei media

Il nostro corpo e i suoi neurotrasmettitori vengono addestrati nel percorso istruttivo che è funzione

del medium dominante.

Il nostro corpo di fatto diventa il nostro medium e rende possibile il “messaggio” (che necessita

però di un sistema di codifica e decodifica a quale bisogna addestrare i nuovi nati). Una volta

addestrato, il corpo diventa sistema di trasmissione di rappresentazioni, in quanto decodifica gli

stimoli esterni.

Il “sistema nervoso centrale” (SNC) permette di sviluppare un sempre migliore addestramento

riguardo la capacità di rapportarsi a nuove esperienze. Le informazioni sensoriali (input) vengono

tradotte in rappresentazioni che poi entrano a far pare del nostro SNC (ampliando, modificando o

aggiungendo sistemi di rappresentazioni)

L’istruzione addestrativa: (famigliare, scolastica ecc.) allena i singoli ad utilizzare la dimensione

affettiva come strumento di selezione dei prodotti della cognizione (immagini), quindi all’uso della

dimensione cognitiva come strumento di selezione degli aspetti affettivi.

La capacità cognitiva rispetto all’ambiente diviene “cultura”: con il quale si indica che dalla

condivisione dei significati attribuiti ai segni, l’uomo inizia ad affrontare i problemi della

formazione e dello stoccaggio dei simboli nella memoria.

Il socioterapeuta dovrebbe arrivare a conoscere il sistema di rappresentazioni del paziente, ed i

modi in cui si sono formati. Si dovrebbe utilizzare approcci metodologici che ci permettano di

arrivare a soluzioni frutto di processi replicabili. In questa ottica bisogna pensare ai media come una

successione di protesi che potenziano i sensi umani.

Comunicazione significa mettere in comune, ed in questo senso il primo passaggio si ha nel

momento in cui ai segni presenti nel territorio è stato attribuito un significato convenzionale ma

ripetibile. LEZIONE 5

L’approccio terapeutico della socioterapia

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La prima differenza tra la socioterapia e le altre discipline è che queste lavorano su patologie e

non sul singolo.

Il ragionare astraendo dai sintomi vuol dire eliminare la “specificità de portatore di disagio” e la

sua dimensione affettiva. Lavorando sul sintomo vuol dire spaccare l’interezza delle

rappresentazioni che la persona ha di sé stessa; ci si limita a prendere in esame le due dimensioni

delle rappresentazioni (R) che la persona ha di sé stessa. Ci si limita a prendere in esame le due

dimensioni della R come pura dimensione cognitiva. Ossia l’immagine (I) viene usata per arrivare

al caso generale, riducendo la rappresentazione ad essa (I).

In socioterapia la “rappresentazione ” è inscindibile , perché è la teoria che deve essere adattata alla

persona e non il contrario.

La riduzione della “rappresentazione” in I (immagine) -> è spiegabile con “l’autonomizzazione

del simbolico” con il quale si indica che le scienze, finiscono per eliminare gli aspetti affettivi

individuandoli (al fine di utilizzare un “modello nomologico di spiegazione/previsione).

Dal punto di vista terapeutico occorre lavorare sempre sulla R come entità indivisibile per

evitare di usare:

- Solo quella affettiva, perché il paziente può gestire i comportamenti verso forme

stereotipate (si ha un certo tipo di comportamento perché ci piace, siamo fatti così ecc.).

- Solo la dimensione cognitiva, per essere impiegata sia sugli aspetti cognitivi, sia sugli

aspetti a prevalenza affettiva, che però in precedenza siano stati cognitivizzati.

La dimensione affettiva è anche l’ambito delle patologie legato al fatto di considerare tale

dimensione come esterna alla ragione. Per questa affermata esternalità rispetto alla dimensione

cognitiva, i comportamenti affettivi finiscono con l’essere caratterizzati da una sorda di

“immodificabilità razionale” (esempio: una persona arriva a commettere sempre lo stesso errore

proprio perché lo considera come suo tipico).

A tal punto ci sono da fare due chiarimenti:

1) Pur modificando il sistema di rappresentazioni è possibile che tale modifica entri in conflitto

con quanto precedentemente da lei posseduto.

2) La presa di coscienza dell’origine di un disagio non genera automaticamente l’attivazione di

comportamenti virtuosi o la disattivazione di quelli patologici.

Esempio: Se si mettesse una busta di droga su un tavolo e fossimo in presenza di un

tossicodipendente, per questo tutto ciò che sta intorno cesserebbe di essere importante. Qui la droga

diventa una trappola che mette a dura prova.

Per il suo Sistema Nervoso Centrale (SNC) non c’è differenza tra rappresentazioni a origine interna

o esterna (fonti della dipendenza), perché una volta che il nostro cervello immagazzina tutte le

informazioni diviene difficile distinguere tra sensazioni auto-prodotte e quelle determinate

dall’assunzione della droga.

Vincono sempre quelle ad investimento affettivo più forte, la droga è un medium che simula nella

persona una risposta unitaria, cognitiva ed affettiva assieme.

Negli anni 60, l’uso della droga iniziò come fenomeno di protesta e di rifugio da quello che

veniva definito “uomo a una dimensione” (Marcuse).

“L’autoreferenza” diventava mito e tomba della persona dal momento in cui per “singolarità” si

intendeva “l’autorealizzazione” e diveniva elemento fondamentale della “soggettività”

(caratteristica di paragone a quanto riusciva a realizzare rispetto agli altri). La condanna del

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perdente finiva con l’essere automatica. Così il perdente si rifugia nella virtualità che diviene

l’unica opportunità di sopravvivenza.

Nel “soggetto”, la droga simula la ricomposizione della “rappresentazione spaccata”, perché la

nostra società (basta su competizione e autoaffermazione), ci porta a vivere o secondo scienza o

secondo conoscenza, secondo cuore o secondo mente ecc.

La sostanza (droga) finisce con l’apparire come strumento comunicazionale (anche se illusorio) per

superare questa spaccatura.

Il ruolo del socioterapeuta: Una differenza tra la socioterapia e le altre discipline è nel ruolo, che

nel nostro caso è “progettuale” e direttivo.

Dopo aver decodificato la situazione, si deve “co-progettare” un percorso di uscita dal disagio.

Questo percorso è complicato, perché è ovviamente più facile adagiarsi su schemi prestabiliti, senza

dover affrontare ogni esperienza come fosse la prima volta.

Quindi la differenza tra socioterapia e affini, è riassumibile nella differenza tra: “costruire una

risposta” e “ricostruire”; in quanto nel nostro caso non si costruisce da soli, non ci si sostituisce

all’altro, ma parte dalla “ricostruzione dei suoi processi mentali”.

Mentre altri lavoravano sulle persone utilizzando i loro sintomi per inserirli in classifiche

patologiche, il socioterapeuta deve capire i percorsi che hanno generato quelle condizioni, quelle

“rappresentazioni” che sembrano non funzionare.

Uno strumento fondamentale è rappresentato dall’ ascolto che può essere:

- Passivo: tipo di ascolto silenzioso.

- Attivo: per cogliere l’altro totalmente, sia a livello verbale che non verbale.

- Empatico: dove l’empatia è usata come strumento che si affianca ai precedenti. Quando il

socioterapeuta applica un rapporto empatico-strumentale, sospende la propria conoscenza

sia come dimensione affettiva sia come dimensione cognitiva.

Nell’attività terapeutica si dovrebbe:

1) Sospendere ogni forma di conoscenza propria a parte quella tecnico-metodologica;

2) Porsi senza pregiudizi;

3) Ascoltare e utilizzare alcune caratteristiche metodologiche per capire quello che il paziente

vuole dire e perché lo sta dicendo;

4) Cercare di capire il modo in cui una persona ragiona (perché dice questo?) e soprattutto il

modo in cui la persona giustifica i propri asserti;

5) Verificare quanto appreso per mezzo di “domande di controllo” poste all’interlocutore ed

eventualmente alla sua famiglia;

6) Co-progettare con il paziente l’iter di uscita dal disagio utilizzando tutte le risorse da lui

possedute e tutti gli strumenti e le competenze del proprio approccio;

7) Avere un rapporto di consulenza attivo.

Il rapporto tra terapeuta ed utente

La relazione tra terapeuta e paziente richiede un rapporto educativo e di crescita.

Uno dei fattori limitanti la relazione terapeutica è la “conoscenza del retroscena”, ossia che il

paziente finisce con il conoscere i processi decisionali, i limiti e le debolezze degli adulti, genitori e

anche del terapeuta.

Questo porta ad una situazione in cui qualsiasi intervento può essere vissuto come qualcosa di già

visto, prevedibile e quindi poco incisivo.

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Da qui la necessità della socioterapia di avere la capacità di rinnovamento dei propri principi ad una

velocità superiore a quella della sua diffusione nell’opinione pubblica.

Altri fattori incisivi sono: la “professionalità” e “l’esperienza”, che però non devono ridursi ad

“anticipazioni razionali del prevedibile” (a partire da ciò che si conosce sul caso singolo), perché

può diventare un impedimento nel caso di situazioni nuove o non prevedibili.

“L’anticipazione razionale del prevedibile” permette la formazione dell’esperienza, non deve

essere vincolante nei confronti del paziente, ma semplicemente deve offrire una serie di ipotesi che

si possono collegare ad eventuali casistiche possedute (che si utilizzano se si dovessero prendere

decisioni immediate).

E’ importante il fattore legato alla singolarità di ogni situazione, poiché è proprio la singolarità di

ogni caso a determinare i fattori necessari quando ci si attinge ad operare con un portatore di

disagio.

Nel caso di situazioni di uscita da “dipendenze patologiche”, è importante comprendere che i

ragazzi, possano percepire il terapeuta come unico ostacolo tra loro e la causa della loro stessa

dipendenza.

Ed in questo caso, questi pazienti sviluppano una forte “capacità di anticipazione razionale”, e nel

momento in cui si accorgono che il terapeuta usa schemi prestabiliti, potrebbero utilizzare questa

capacità per rendere vano il suo intervento.

Nel caso di situazioni di “disagio infantile”, il terapeuta deve ricordare che il bambino mentre

cresce e fa le sue esperienze, deve essere accompagnato. Per cui bisogna anche insegnare ai genitori

che è necessaria la “qualità dell’esserci” da parte loro.

La funzione educativa non deve diventare un discorso generalizzato (che riguardi tutto), ma deve

avere chiarezza in chi educa, per essere percepita con chiarezza da chi deve essere educato. Oltre

questo, deve esserci sempre un legame con il bambino (a base affettiva), perché oggi sembra che

l’importante non sia amare i propri figli, ma soltanto mostrare che li si ama.

Questo porta solo a convalidare “’autoreferenza” del genitore a costo della felicità dei figli, i quali

lo percepiscono, e nel momento in cui riescono a gestire la dimensione affettiva e autoreferente del

genitore, finiscono con il sentirsi onnipotenti.

Se inoltre imparano anche a ricoprire il ruolo di adulti, allora diventeranno bambini/adulti senza età.

Lo stesso vale per i regali, che da avvenimenti che dovrebbero portare felicità, diventano “sostituti

della profondità della relazione”. Finiscono con il non provocare più stati di benessere ma il solo

piacere del momento dell’apertura del pacco del regalo (per poi ignorarlo come contenuto in quanto

già previsto). LEZIONE 6

La volontà come caratteristica della soggettività

Volontà-> è la capacità di agire sulla base che ad essere motore dell’azione sia solo l’investimento

affettivo.

Questo vale anche per le “scelte”, che da essere prettamente di origine cognitiva (prese a

prescindere dall’investimento affettivo), vengono fatte indirettamente sulla base affettiva.

Il criterio di scelta è “l’autoreferenza” o la referenza passiva ad esempio verso valori laici o principi

religiosi.

In socioterapia “l’atto di volontà” serve al singolo per violare affettivamente o logicamente, una

teoria alla quale la collettività crede o confida.

Il “desiderio” legato alla “soggettività” porta la “volontà” come accentuazione affettiva

dell’intenzione soggettiva ad agire.

Le società occidentali per organizzarsi su principi di razionalità ha bisogno di addestrare gli uomini

per renderli prevedibili. Rendere la persona prevedibile vuol dire annullare il soggetto come titolare

di azione, dato che dovrebbe comportarsi come è stato addestrato a fare.

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L’unico spazio rimasto nei propri comportamenti è “l’atto di volontà”, come manifestazione

affettiva che rende la persona un “soggetto” ma alla continua ricerca dell’auto-affermazione.

L’enorme diffusione delle dipendenze, mette in crisi la “soggettività, perché coloro che sono

dipendenti non sono immediatamente prevedibili dal sistema sociale (il quale vede svanire la

tranquillità come rifugio della propria razionalità).

Nela gestione di questa razionalità diviene importante la “volontà”, che è proprio quella forma di

gestione dell’azione che permette di rientrare nella razionalità.

Questa scelta è definita razionale sulla base della volontà soggettiva tra “virtuosità” e viziosità del

circolo decisionale dove per:

- Virtuosità: si indica l’aderenza logica a principi e valori soggettivi.

- Viziosità: indica un calcolo a referenza personale, che però risulta essere scorretto in

relazione a quei principi perché lo fa con “dolo”

Fungibilità ed identità

Fungibilità-> Indica la qualità del virtuale di poter assumere (una volta autonomizzato

dall’empirico), qualunque significato in relazione ai contesti rispetto ai quali dovesse entrare in

rapporto.

L’origine della virtualità segue il filo di: SEGNO-> SIMBOLO-> CONTESTO DI SIGNIFICATO

Ossia, l’origine della virtualità è riferibile al “segno” (traccia nell’ambiente), che si trasforma in

“simbolo” quando viene inserito in un “contesto di significato”.

Al di fuori del piano dell’empiria (Z0), quando si usano “simboli” per costruire “rappresentazioni”

da usare o comunicare, si corrono dei rischi. Come quando si possono attribuire caratteristiche altrui

o si possono sostituire le proprie R con altre.

Esempio: I bambini che fruiscono dalla televisione senza controllo, corrono il rischio che avendo a

disposizione milioni di informazioni provenienti da un universo simbolico (che è differente dal

loro), possono assumere quelle rappresentazioni come proprie.

Queste rappresentazioni assunte dall’esterno possono essere utilizzate da bambino come quelle da

lui sperimentate nel quotidiano, con il rischio che possono diventare “motori di azione” alternativi a

quelli insegnati dal suo referente culturale.

Se la persona finisce con l’avere comportamenti paradossali, alternativi in funzione degli

interlocutori, o cambiamenti di umore apparentemente incomprensibili, si può ipotizzare che ci

possa essere un problema di “fungibilità cognitiva o affettiva”.

Come se nella sua mente fossero compresenti una serie di organizzazioni simboliche ognuna

diversa dall’altra ma tutte ugualmente accessibili. Qui nasce la necessità del terapeuta di capire le

fonti da cui le persone fanno risalire le proprie nozioni, le proprie azioni o non azioni.

Il fattore “fungibilità” agisce a livello di “rappresentazioni”, che sono i mattoni per la costruzione

dell’”identità”.

In socioterapia per “Identità” si indica un sistema di rappresentazioni che è:

- Serrato nel tempo e dotato di una propria organizzazione;

- Dotato di una propria stabilità;

- Che riguarda la persona in modo tale da permettere di riconoscersi al di là dei cambiamenti

che si dovessero verificare.

Di conseguenza la “personalità” può essere vista come uno schema dotati di una propria rigidità, u’

etichetta tratta dai comportamenti passati o impiantata attraverso l’addestramento.

Differenza tra “identità” e “personalità”: Mentre “l’identità” è un sistema di rappresentazioni che ci

mette in condizioni di poterci riconoscere nel cambiamento, la “personalità” è una cristallizzazione

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dell’identità, una forma di organizzazione schematica che impronta la mente sulla base di quadri

concettuali rigidi. L’interiorizzazione di questi schemi avviene attraverso l’addestramento

disciplinare, che mette i singoli in condizione di fare propri, i comportamenti previsti proprio perché

organizzati in modo prevedibile.

Ogni persona viene concepita in socioterapia come un sistema di R le cui specifiche qualità sono:

1) Il sistema nervoso centrale (SNC) concepito come organo isolato dall’ambiente;

2) Traduzione dell’ambiente esterno in interno tramite i sensi, ossia in un sistema di

rappresentazioni al quale devono essere aggiunte le rappresentazioni autonomamente create.

3) La mente concepita come funzione organizzativa del SNC, dedicata alla gestione delle R,

tale che tra essa ed il resto del sistema corporeo ci siano relazioni strette.

4) Questa forma organizzativa del corpo può portare la persona a pensare che l’ambiente

esterno possa arrivare a coincidere con il proprio ambiente interno.

Alle radici di questo procedimento vi è il “processo di riduzione sensiva dell’ambiente” che

riguarda il fatto che quanto comunicato dal SNC per mezzo dei sensi, rientri all’interno del sistema

di rappresentazioni da lui posseduto, andando così a formare l’ambiente interno.

CAPITOLO 7

La piramide della comunicazione

Pre-linguistica -> orali-> della scrittura-> della tipografia-> dei neomedia

Con l’evoluzione della specie umana, aumenta anche la “qualità” dell’informazione veicolata. Di

conseguenza aumenta anche la “capacità di comunicare”, a partire dalle capacità personali di lettura

e memorizzazione.

La riduzione della necessità del medium umano, permette la nascita della “soggettività”, in

socioterapia viene collegata alla “tipografia” e quindi alla stampa.

Attualmente siamo in una fase di passaggio dallo stadio “tipografico” a quello dei “neomedia”, e

questo causa alcuni tipi di disagio.

Con la specializzazione linguistica aumenta la quantità di comunicazione da gestire. Con gli

ulteriori sviluppi della scrittura e della tipografia, aumenta quindi la quantità di comunicazione a

disposizione.

Con i nuovi media è possibile infatti gestire una quantità di informazioni impensabile anche solo

rispetto a 10 anni fa.

Man mano che l’uomo impara a gestire quantità maggiori di informazioni e arriva a concepirle

staccandole dal “faccia a faccia”, nasce la possibilità della “soggettività”.

Diventa un: IO PRODUCO-> IO COSTRUISCO-> IO DIVENTO UN SOGGETTO e cioè titolare

di un’azione che riconosce come controparte solo i testi stampati.

Sviluppo ontogenetico: stadi di sviluppo attraverso i quali si passa da cellule, allo stadio di

individuo completo (della persona).

Le premesse di tale sviluppo è possibile osservarle nell’uomo dalla nascita, infatti in questo stadio il

bambino è dotato di un’innata capacità di comunicazione affettiva. Dall’applicazione di questa

capacità alle immagini che giungono dall’esterno, nascono le prime R (rappresentazioni) e poi

l’intero sistema di R dell’infante e dell’adulto.

L’uomo segue così la piramide in quanto all’inizio vive in una fase pre-orale, poi passa a quella

linguistica e di pre-scrittura, poi a quella basata sulla scrittura scolare, poi alla scrittura tipografica,

ed infine a quella neo-orale.

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Esempio di Rappresentazione: In una relazione con l’altro, se il singolo non riuscisse a costruire

un legame affettivo con il partner, potrebbe voler dire che nella sua vita ha privilegiato soprattutto

una delle due dimensioni di R.

Si dovrebbe indagare sulla loro dimensione affettiva. Nel momento in cui il singolo avesse investito

affettivamente su una sua “rappresentazione” dedicata agli aspetti cognitivi (lavoro, studio, hobby

ecc.), la fonte del problema potrebbe essere il fatto di aver “integralmente virtualizzato la

rappresentazione di sé” in quanto partner affettivo.

Ma se fosse giusto perché dovrebbe stare male? Le ragioni possono essere varie, possono andare

dalla mancanza di stima in sé, alla paura dell’altro, alla timidezza ecc. Ma anche perché nella

“rappresentazione di sé” ha finito con il privilegiare una sola delle due dimensioni (quella

cognitiva), tentando di eliminare l’altra. Operazione impossibile per cui spesso scatta la

virtualizzazione.

Virtualizzazione: quel comportamento neurobiologico legato ai neuroni a specchio. Tale procedura

finisce con il penalizzare il singolo, perché vuol dire che sarà portato ad improntare le proprie

azioni ad una simulazione sulla base di modelli esterni.

La situazione è analoga anche per chi avesse privilegiato la “dimensione affettiva” con la

conseguente virtualizzazione di quella cognitiva.

Esempio: chi si innamora un numero di volte esagerato delle persone sbagliate (spesso simili l’un

l’altra), accumunate dal fatto che gli attori non imparano dalle esperienze negative precedenti.

Questo proprio perché si ha privilegiato un modello di legame affettivo senza la dimensione

cognitiva.

Persona e personaggio

Persona: indica una coincidenza tra il modo in cui il singolo rappresenta se stesso e quello che

mostra all’esterno.

Personaggio: indica il prodotto virtuale della divaricazione tra i due sistemi di rappresentazioni con

particolare riferimento a quello esterno. Questo diviene modello artificiale del singolo in funzione

di una propria recita non solo verso l’esterno ma anche verso sé stesso.

A livello ontogenetico, con “persona” si indica quella parte istintiva di noi, nella quale “immagine”

e “investimento affettivo” sono solidali.

Persona e personaggio sono due forme organizzative comprensibili rispetto all’organizzazione

dell’ambiente del singolo. In una parte di essi si può rinvenire la situazione di fusione, in altri quella

di spaccatura.

Il personalismo di Maritain

Per definire il concetto di “persona”, Maritain lo spiega con il suo personalismo.

Cosi ad esempio egli:

- Parte dalla distinzione tra “individuo” e “persona” e quindi “individualità” e “personalità”;

- Si pone la domanda: la società è per ciascuno di noi o ciascuno di noi è per la società? Il

tutto riconducibile in una riflessione riguardante il legame tra ciascuno di noi e la società;

- Ricorda gli errori dell’individualismo con le sue deviazioni totalitarie;

- Pone in risalto l’idea di un Dio bene comune separato dall’universo;

- Distingue tra individuo/individualità (riferita alla materialità) e persona/personalità (riferita

alla spiritualità);

19 - Individualità e personalità sono due aspetti metafisici dell’essere umano

Autonomizzazione del simbolico

Lo sconvolgimento portato dalla stampa nella cultura occidentale e mondiale, è riuscito a collegare

colui che ha creato il prodotto con il proprio prodotto, autonomizzandolo al punto che esso

retroagisce individuando il proprio autore.

Alle radici di questo cambiamento vi sono le caratteristiche del prodotto tipografico che:

- In quanto merce finisce con il godere di una vita propria rispetto al produttore;

- Alla precedente organizzazione/divisione collettiva del lavoro, fa seguire una divisione del

lavoro sociale, ma la differenza rispetto al periodo “pre-tipografico” sta nel fatto che la

divisione è fatta in modo “verticale” (per cui le singole persone perdono di vista la

completezza del proprio lavoro);

- Permette la distribuzione planetaria di un prodotto sempre uguale a sé stesso;

- Introduce il moderno concetto di uguaglianza, poiché per la prima volta si possono

concepire due prodotti umani identici;

- Il prodotto intellettuale si può contrapporre al proprio produttore, autonomizzandosi da esso.

Autonomizzazione del simbolico significa: che nella società tipografica cambia la capacità di

progettazione, quindi il simbolico cessa di essere un settore separato ma si colloca su un piano

parallelo a quello dell’empiria, rispetto alla quale non si richiede più un collegamento continuo.

L’approccio socioterapeutico alla persona

La divisione sociale del lavoro si trasforma in quella che Durkheim ha definito “divisione del lavoro

sociale” e cioè in una sorta di organizzazione sociale data dall’introduzione della stampa.

L’introduzione dell’approccio scientifico ha portato a dei cambiamenti culturali:

- La visione dell’uomo diviene sempre più divisa (nell’identità);

- Frammentarietà del tempo;

- La persona si trasforma in “individuo”

- La società si trasforma in un multiplo di individui;

- Si viene ad affermare “l’individualismo”;

- Viene stravolto il termine “soggetto” che perde il suo significato originario, e diviene

“soggettività per sé” caratterizzato dalla “coscienza di sé”

- Con l’introduzione della socialità si inizia ad andare alla ricerca di un sostituto per la perdita

della dimensione collettiva.

La nuova società rende gli approcci tradizioni per curare i malesseri sociali inadeguati, quindi è

necessario seguire approcci diversi legati alla dimensione sociologica ed utilizzare tecniche e

metodi per affrontarli.

E’ avvenuto un duplice cambiamento comunicazionale, che ha portato:

- In un primo momento, “accentuazione della razionalità interpersonale dell’oralità”;

- In un secondo momento, ad un ulteriore cambiamento legato ai nuovi media: ha portato

quindi il ritorno di un bisogno di integralità;

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in sociologia
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher BobsK di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Comunicazione e sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Gabriele D'Annunzio - Unich o del prof Benvenuti Leonardo.

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