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Traduzioni e tradizioni

Mangiare segni

Il cibo è un linguaggio: serve per comunicare con gli altri, per esprimere sé stessi, per interpretare il mondo, per rappresentare gerarchie sociali. Detto ciò, cha cosa significa “linguaggio”? In che termini il gusto, l’alimentazione, le tecniche culinarie, i comportamenti a tavola hanno qualcosa che possa accostarle alle lingue propriamente dette, nonché a tutti quegli altri sistemi di segni – immagini, gesti, abbigliamento – che l’uomo usa per comunicare?

È quel che ha provato a fare la semiotica, teoria della significazione umana e sociale, ovvero di tutto ciò che l’uomo adopera per entrare in contatto con gli altri uomini, ma soprattutto per significare sé stesso, la storia, la cultura, la natura, il cosmo. Il cibo in tutto ciò riveste un ruolo essenziale, poiché, oltre alla sua dimensione prettamente nutritiva, a quella storica e culturale, ha una sua dimensione specificatamente semiotica, grazie al fatto che presenta le caratteristiche di un vero e proprio linguaggio. Se l’uomo è ciò che mangia, non è soltanto perché le sostanze che via via incorpora vanno a costruire la sua materialità fisica, quanto anche perché il cibo che prepara e ingerisce lo rappresenta, lo significa, contribuendo a costruirne l’identità, individuale come collettiva.

Dal bisogno alla comunicazione

Parlare del cibo – Cibo come linguaggio

Gli studi semiotici relativi al gusto, al cibo, alla cucina e alla tavola tendono a distinguere due diverse dimensioni che, nell’esperienza umana e sociale, si incrociano di continuo:

  • La prima è quella del linguaggio che parla di cibo: nelle conversazioni, nei libri di cucina, nelle riviste specializzate, nelle guide gastronomiche, nei romanzi, nelle trasmissioni televisive. Per esempio, oggi nei media si fa un gran dialogare di buona cucina e buona tavola, prestando più attenzione a cosa si mangia e a perfezionare i propri gusti. Il linguaggio insomma condiziona il gusto, le pratiche culinarie e alimentari, quelle della ristorazione: si pensi a quanto i blog culinari abbiano contribuito al boom della gastronomia, instaurando un regime di gusti molto diverso da quello delle tradizioni familiari o dell’alta cucina. O ancora, a quanto il successo di programmi televisivi di cucina abbia cambiato i modi di andare al ristorante o di preparare il cibo a casa. Tutto ciò però pone il problema del modo in cui si parla di esso: è noto come non sia per nulla facile descrivere l’esperienza gustativa, così come si faccia una gran fatica per insegnare le tecniche culinarie a chi è privo di abilità in merito. Riprendendo alcune riflessioni antropologiche e sociologiche sui ricettari come trascrizioni di saperi manuali trasmessi oralmente, diversi studi semiotici hanno mostrato come il testo della ricetta sia un luogo di negoziazione implicita fra due diverse forme di conoscenza: quella di chi scrive, per principio competente, e quella di chi legge, scarsamente competente. In altri termini, la ricetta non è rivolta a chi non sa completamente cucinare, ma a chi, pur non sapendo cucinare al medesimo livello di maestria dell’emittente, ha comunque una certa idea su come ci si muova ai fornelli. Molte ricette, a un certo punto del testo, delegano al destinatario tutta una serie di operazioni che fan sì che la ricetta ritenuta perfetta non esiste e né può di fatto esistere. La sua validità si misura piuttosto sul tipo di lettore a cui si rivolge, variabile nello spazio e nel tempo.
  • La seconda è quella del cibo stesso che costituisce una forma specifica di linguaggio, di un cibo cioè “buono da pensare”: attraverso il cibo infatti parliamo del mondo, della società, del cosmo, di tutto insomma. Così come nessuno parla solo per trasmettere un messaggio, allo stesso tempo nessuno mangia solo per nutrirsi o per godere dei sapori. Per quanto oggi si invochi un ritorno alla terra, alle produzioni e alle tradizioni alimentari locali, è noto come la cucina sia sempre stata un desiderio di superare i limiti geografici e climatici, così come temporali e stagionali, per importare prodotti e sostanze altre, ibridandole con le propri.
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/14 Critica letteraria e letterature comparate

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mlaulm di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letturature comparate e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof Proietti Paolo.
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