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ECONOMIA INDUSTRIALE

COS’È L’ECONOMIA INDUSTRIALE?

L’economia industriale si occupa del funzionamento dei mercati e dei settori

industriali, in particolare del modo in cui le imprese competono tra loro.

Scopo dell’economia industriale è rispondere a 4 quattro principali domande:

- Le imprese hanno potere di mercato?

- Come fanno ad acquisirlo e mantenerlo nel tempo?

- Quali sono le conseguenze del potere di mercato?

- C’è un ruolo preciso che le politiche pubbliche potrebbero svolgere per risolvere i

problemi generati dal fatto che le imprese detengono un certo potere di mercato?

Il potere di mercato indica la capacità di fissare i prezzi superiori al costo

incrementale o marginale. Se in un settore c’è libertà di entrata, il grado di potere di

mercato n on potrà mai essere particolarmente rilevante. Se un’impresa fissasse il

prezzo superiore al costo, una nuova impresa potrebbe trovare conveniente entrare

nel mercato e praticare prezzi inferiori. Il potere di mercato non può quindi durare a

lungo. Detenere potere di mercato significa ottenere maggiori profitti, e quindi esso

costituisce un importante obiettivo strategico per l’impresa stessa. Questo può essere

ottenuto mediante monopoli legali (fissazione di prezzi alti senza possibilità di entrata

da parte di altri concorrenti), appropriati comportamenti strategici, etc…

Da un punto di vista dell’impresa, la detenzione di potere di mercato implica

maggiori profitti e quindi un maggior valore dell’impresa stessa; dal punto di vista

del benessere sociale, la fissazione di un prezzo elevato comporta un trasferimento di

risorse dai consumatori alle imprese ( che rappresenta una conseguenza negativa

perché attribuisce maggior peso ai profitti che al benessere dei consumatori), infatti

arricchisce le seconde a spese dei primi. Le politiche antitrust e le politiche della

concorrenza sono mosse dalla volontà di proteggere i consumatori da tali

trasferimenti. Oltre a ciò un prezzo elevato implica inefficienza nell’allocazione

delle risorse. Le imprese che detengono un elevato potere di mercato hanno meno

incentivi ad essere efficienti. Il potere di mercato comporta anche un’inefficienza

produttiva, dovuta all’incremento dei costi. Un terzo tipo di inefficienza, possibile

solo quando vi è un intervento statale che tende a mantenere tale posizione di

privilegio, è dato dalla ricerca di una posizione di rendita (rent seeking), ossia la

spesa improduttiva realizzata dalle imprese per cercare di influenzare le scelte

politiche. Inoltre tale situazione determina anche uno spreco di risorse. La scuola di

Chicago sostiene che il potere di mercato non esista mentre secondo quella

 

1   Shumpeteriana il potere di mercato è condizione necessaria affinché si abbia

progresso tecnico. Le politiche pubbliche (regolamentazione e antitrust) tentano di

ovviare alle conseguenze negative derivanti da tale detenzione. La prima entra in

gioco quando un’impresa detiene un potere di monopolio o quasi; la seconda, invece,

tende ad impedire che le imprese intraprendano azioni che possano accrescere in

modo pregiudizievole il loro potere di mercato. Tali politiche in pratica intervengono

per prevenire o porre un rimedio in caso di detenzione da parte di un’imprese di un

potere di mercato eccessivo, che provochi un danno alla collettività (consumatori).

Secondo la scuola di Chicago non è la presenza di potere di mercato che fa si che ci

sia l’intervento statale, ma è l’intervento statale che crea potere di mercato

proteggendo gli interessi della imprese a scapito di quelli dei consumatori. La politica

industriale, invece, cerca di rafforzare quella che è la posizione di mercato di

un’impresa nei confronti delle concorrenti estere.

I settori industriali vengono analizzati sulla base del paradigma Struttura-Condotta-

Risultato (S-C-R), in base al quale la struttura di mercato (numero degli acquirenti ,

numero venditori, gradi di differenziazione del prodotto,…) determina la condotta

delle imprese (politica di prezzo, posizionamento del prodotto, pubblicità,…), cha a

sua volta determina l’equilibrio di mercato e la performance delle imprese stesse

(risultato ottenuto dall’impresa).

RICHIAMI DI MICROECONOMIA

La curva di domanda misura la quantità domandata di un certo bene in

corrispondenza di un determinato prezzo; misura anche la disponibilità a pagare per

ciascuna unità consumata. Il surplus del consumatore è pari alla differenza tra la

disponibilità a pagare per un dato bene e il prezzo realmente pagato; esso è dato

dall’area compresa tra la curva di domanda e il livello del prezzo. Il surplus del

produttore è dato dal profitto, ossia la differenza tra il prezzo di un dato bene e il suo

costo di produzione; questo è dato dall’area compresa fra il prezzo e il costo

marginale. Il surplus totale, infine, è pari alla somma del surplus del consumatore e

del produttore, che rappresenta la creazione di valore che deriva dalla produzione e

dallo scambio, ossia il benessere economico creato nel settore industria in esame. La

variazione della domanda di un bene in seguito alla variazione del suo prezzo è data

dalla pendenza della curva di domanda, ovvero dalla derivata di “q” rispetto a “p”.

l’elasticità della domanda è data dal rapporto tra la variazione percentuale della

quantità domandata e la variazione percentuale del prezzo (poiché la quantità

domandata diminuisce quando il prezzo aumenta, e viceversa, viene messo il segno

negativo a tale rapporto). Il costo marginale è il concetto di costo appropriato per

decidere quanto produrre, mentre il costo medio è il concetto di costo appropriato per

 

2   decidere se produrre o meno. Il costo opportunità è il beneficio che si trae

dall’impiego di una risorsa nel miglior uso possibile alternativo. Un costo

irrecuperabile è un investimento in un bene capitale che non ha usi alternativi e

quindi avrà un costo opportunità nullo. Le decisioni economiche dovrebbero essere

basate sul concetto di costo economico, il quale differisce dall’effettivo esborso

monetario perché include i costi opportunità ed esclude i costi irrecuperabili. Le

economie di scala (o rendimenti crescenti di scala) si hanno quando il costo medio

diminuisce al crescere dell’output; se il costo medio è costante si hanno rendimenti

costanti di scala; infine se il costo medio cresce al crescere dell’output vi sono

diseconomie di scala (o rendimenti di scala decrescenti). La scala minima efficiente

(SME) rappresenta il livello di output più basso in corrispondenza del quale è

raggiunto il costo medio minimo. Il valore della SME spesso è espresso come

percentuale della dimensione del mercato “Q”. Valori elevati del rapporto SME/Q

implicano che la tecnologia tende a far sì che il mercato in questione sia

relativamente concentrato. Le economie di varietà si hanno quando il costo di

produrre congiuntamente 2 beni è più basso del costo di produrle separatamente. La

massimizzazione dei profitti implica che il ricavo marginale sia uguale al costo

marginale; il ricavo marginale è più basso del prezzo poiché per vendere un’unità in

più di output l’impresa deve abbassare il prezzo di un ammontare tanto più alto

quanto minore è l’elasticità della domanda. Nei mercati concorrenziali le imprese

sono “price taker”, se una sola impresa aumenta il prezzo la sua domanda individuale

sarà nulla, se invece lo diminuisce la domanda aumenta in misure considerevole

perché ora l’intera domanda di mercato sarà rivolta all’unica impresa che ha ridotto il

prezzo; quindi il mercato concorrenziale è il caso limite in cui la domanda ha

elasticità infinita (anche una variazione molto piccola del prezzo implica una

variazione molto grande della domanda dell’impresa); e quindi il livello di output

ottimale è quello in corrispondenza del quale il prezzo è eguale al costo marginale.

L’efficienza economica può essere distinta in statica (allocativa e produttiva) e

dinamica. L’efficienza allocativa richiede che le risorse siano allocate nel modo più

efficiente possibile, ossia che l’output sia ad un livello appropriato e corrisponde alla

massimizzazione del surplus totale, di fatto fino a che la curva di domanda (ossia la

disponibilità a pagare) sta sopra il costo marginale (disponibilità a vendere), un

aumento dell’output fa aumentare il surplus totale migliorando l’efficienza allocativa.

La piena efficienza allocativa è raggiunta in corrispondenza del punto in cui il costo

marginale eguaglia la disponibilità a pagare. L’efficienza produttiva misura quanto il

costo di produzione effettivo si avvicina al costo di produzione più basso

raggiungibile, e quindi l’output è prodotto nel modo meno costoso possibile date le

conoscenze tecnologiche disponibili; essa dipende o da sprechi nella produzione o da

 

3   scelte sbagliate nelle tecniche di produzione. L’efficienza dinamica, infine, dipende

dal tasso di introduzione di nuovi prodotti, dal miglioramento nel tempo dei prodotti

stessi e delle tecniche produttive, etc… essa è di difficile misurazione e difficilmente

confrontabile con le inefficienze di natura statica, con le quali a volte si trova in

conflitto.

GIOCHI E STRATEGIE

Un gioco è un modello stilizzato che descrive situazioni di interazione strategica,

dove il risultato ottenuto da un agente dipende non solo dalle sue azioni, ma anche da

quelle di alti agenti; la scelta ottimale per un giocatore dipende, dunque, dalle sue

congetture sulle scelte degli altri giocatori. Un gioco consiste in un insieme di

giocatori, di regole (chi può far cosa e quando) e un insieme di funzioni di “payoff”

(utilità che ogni giocatore ottiene in corrispondenza di ogni possibile combinazione di

strategie). Si assume che entrambi i giocatori scelgano le proprie strategie

simultaneamente (ovvero nella realtà decisioni simultanee sono quasi impossibili, in

effetti è sufficiente che al momento di prendere le decisioni nessun giocatore sappia

quale sia la scelta dell’altro giocatore). Si ha una strategia dominante quando un

giocatore ha una strategia che è strettamente migliore di ogni altra indipendentemente

dalle scelte strategiche dell’altro giocatore, la strategia dominata invece si ha quando

vi è una strategia che fornisce “playoff” inferiori a quelli di almeno un’altra strategia

per ogni possibile scelta dell’altro giocatore. Non è solo importante verificare se i

giocatori siano o meno razionali, è altrettanto importante verificare se i giocatori

credono che gli latri giocatori siano razionali. La soluzione di un gioco, quando non

vi sono strategie dominanti, è una situazione in cui i giocatori scelgono una strategia

ottimale date le loro congetture su cosa faranno gli altri giocatori, e tali congetture si

assumono coerenti con le scelte strategiche egli altri giocatori. Una coppia di strategie

costituisce un’equilibrio di Nash se nessun giocatore può unilateralmente aumentare

il proprio “playoff” cambiando la sua strategia; a differenza dell’equilibrio in

strategie dominanti, che non sempre esiste, l’applicazione del concetto di equilibrio di

Nash produce sempre almeno un equilibrio. Il miglior modo di modellare i giochi con

le scelte sequenziali è attraverso l’albero del gioco, in cui il gioco comincia con il

nodo decisionale del giocatore che effettua la prima mossa e poi continua con il

secondo nodo decisionale che riguarda la scelta del secondo giocatore. Quando si

vengono a creare equilibri di Nash irragionevoli un modo per risolvere il gioco

sequenziale è applicare il principio dell’induzione all’indietro, che elimina le

strategie non credibili. Un gioco che fa parte di un gioco più grande è un sottogioco

del gioco completo; risolvere il gioco all’indietro richiede che per prima cosa di

determini l’equilibrio (o gli equilibri) di Nash del sottogioco, e poi, data la soluzione

 

4   per il sottogioco, si risolva l’intero gioco; gli equilibri così ottenuti sono chiamati:

equilibri perfetti nei sottogiochi. Quando il gioco rappresenta un’interazione

strategica di lungo periodo, i giocatori scelgono prima le variabili di lungo periodo e

poi quelle di breve periodo (poiché le variabili di breve periodo sono quelle che i

giocatori scelgono dato il valore delle variabili di lungo periodo). Per modellare una

situazione in cui un giocatore cambia la sua azione strategicamente in risposta

all’azione del rivale è necessario ricorrere ai giochi ripetuti, che possono essere finiti

o infiniti; in tali giochi è necessario distinguere tra azioni e strategie. Una strategia è

definita come un piano d’azione completo che prevede il comportamento da adottare

in corrispondenza di ogni possibile evento che possa verificarsi nel corso del gioco.

Un equilibrio nel gioco ripetuto si ottiene semplicemente ripetendo in ogni periodo

l’equilibrio del gioco costitutivo. Poiché i giocatori possono reagire alle azioni

passate degli altri giocatori, nei giochi ripetuti si possono avere in equilibrio scelte

che non costituirebbero un equilibrio nel corrispondente gioco statico.

MONOPOLIO

Il monopolio puro si ha quando un’impresa detiene una quota di mercato pari al

100%, un’impresa, invece, può essere definita dominante quando detiene dal 50% al

100% del mercato e non ha rivali di un certo peso. Generalmente l’impresa

dominante detiene un vantaggio competitivo rispetto ai rivali, o perché ha costi più

bassi, o per via della migliore qualità (o reputazione). Il modello di monopolio

prevede l’esistenza di un mercato ben definito con un solo produttore. Il monopolista

sceglie quel livello di prezzo che permette la massimizzazione dei profitti, ossia quel

livello per cui il ricavo marginale eguaglia il costo marginale. Un monopolista

dovrebbe fissare un margine di profitto unitario tanto più grande quanto più piccola è

l’elasticità della domanda rispetto al prezzo; il prezzo ottimale è più elevato in caso di

domanda inelastica e meno, io casi di domanda molto elastica. Un’impresa che

detiene una leadership di prezzo, qualunque prezzo questa fissasse, i competitori ne

fisserebbero uno allo stesso livello o leggermente inferiore. Se i consumatori

scegliessero le imprese concorrenti con prezzi più bassi, e se queste fossero

caratterizzate da una capacità produttiva limitata (che utilizzeranno completamente),

l’impresa leader, qualunque prezzo questa fissi, disporrà di una domanda residua,

ottenuta spostando la domanda di mercato verso sinistra di tante unità quante

costituiscono la capacità totale dei piccoli concorrenti. Da ciò si deduce che

un’impresa dominante si comporterà in modo del tutto simile ad un monopolista. Il

vantaggio competitivo dell’impresa dominante è dovuto al fatto che una larga fetta di

consumatori fedeli percepiscano il servizio offerto dalla stessa come migliore di

quello dei concorrenti. Il grado di potere di monopolio è fato dalla capacità di

 

5   vendere ad un prezzo superiore al costo unitario ed è inversamente correlato

all’elasticità della domanda. Le politiche pubbliche tengono conto della distinzione

esistente tra un’elevata quota di mercato e la detenzione di potere di monopolio;

infatti secondo l’art.82 del Trattato di Roma, una posizione dominante (definita

principalmente facendo riferimento alla quota di mercato controllata dall’impresa)

non è di per sé illegale; piuttosto ciò che è malvisto è un abuso di tale posizione

(sfruttamento del potere monopolistico).

CONCORRENZA PERFETTA

Il modello della concorrenza perfetta, anche se presenta pochissimi riscontri nella

realtà, fornisce una buona descrizione del funzionamento di molti mercati reali. Tale

modello, si basa su cinque ipotesi fondamentali:

- Atomicità (vi sono molti offerenti, ciascuno dei quali è così piccolo che il suo

comportamento non ha un impatto significativo su quello degli altri)

- Omogeneità del prodotto

- Informazione perfetta (tutti gli agenti – imprese e consumatori – conoscono i

prezzi fissati da tutte le imprese)

- Simmetria tecnologica (tutte le imprese hanno accesso alle stesse tecnologie

produttive)

- Libertà di entrata

L’obiettivo di qualsiasi impresa è la massimizzazione del profitto, il che implica che

in equilibrio il ricavo marginale sia uguale al costo marginale; tuttavia, in un mercato

perfettamente concorrenziale, il ricavo marginale è uguale al prezzo. Se un’impresa

fissa un prezzo superiore a quello praticato dalle sue concorrenti, le sue vendite

saranno pari a zero; se invece, fissa un prezzo inferiore, tutti i consumatori si

rivolgeranno a lei, ma la domanda totale del mercato potrebbe risultare grande

rispetto alla sua capacità produttiva. La concorrenza perfetta ha, dunque, effetti

positivi, poiché implica il raggiungimento dell’efficienza allocativa in senso statico

(cioè dato dall’insieme delle tecnologie disponibili). L’equilibrio di lungo periodo in

concorrenza perfetta è un punto asintotico al quale i mercati convergono attraverso un

processo di entrata e di uscita di imprese (se le imprese attive ottengono profitti

positivi, nuove imprese saranno attratte nel mercato; se invece le imprese operanti

stanno producendo in perdita, allora alcune di queste tenderan

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/07 Economia aziendale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Angila945 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Competizione, mercati e politiche economiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università "Carlo Cattaneo" (LIUC) o del prof Graffi Alessandro.
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