Capitolo 1 – Che cos'è l'economia industriale?
Per industria si intende di solito il settore produttivo secondario, in contrapposizione all’agricoltura (settore primario) e ai servizi (settore terziario). In questo senso industria è sinonimo di manifattura. In inglese i termini "industry" o "industrial" possono indicare un particolare settore industriale o un particolare mercato: anche noi lo intenderemo in questo senso, stando attenti a non confondere "industria" e "impresa". Anche quando in un’industria opera una sola impresa (monopolio), il primo termine ha un significato più generale.
L’economia industriale si occupa dunque del funzionamento dei mercati e dei settori industriali, in particolar modo del modo in cui le imprese competono fra di loro. Inoltre, l’economia industriale si distingue dalla microeconomia in quanto approfondisce un particolare aspetto della vita delle imprese, che si avvicina più alla realtà: l’oligopolio o concorrenza imperfetta.
Obiettivi dell'economia industriale
- Capire se le imprese hanno potere di mercato.
- Capire come le imprese fanno ad acquisirlo e a mantenerlo nel tempo.
- Capire quali sono le conseguenze del potere di mercato.
- Capire il ruolo delle politiche pubbliche e come esse risolvono i problemi causati dalla detenzione del potere di mercato da parte delle imprese.
Il potere di mercato
Il potere di mercato può essere definito come la capacità di fissare prezzi superiori al costo, più precisamente superiori al costo incrementale o marginale, ovvero il costo di produrre un’unità addizionale. Se non ci fosse potere di mercato, non ci sarebbe ragione di studiare l’economia industriale. Ipotizzando che i costi siano proporzionali alla quantità prodotta, una buona approssimazione del grado di potere del mercato può essere ottenuta analizzando i dati su prezzi, quantità prodotta e tassi di profitto.
Uno dei dogmi della scuola di Chicago è: se in un settore industriale c’è libertà di entrata, il grado di potere di mercato non potrà mai essere particolarmente rilevante. Se un’impresa fissasse sistematicamente i propri prezzi al di sopra dei costi, una nuova impresa potrebbe trovare conveniente entrare nel mercato e praticare prezzi inferiori: il potere di mercato, quindi, secondo questa tesi, non può durare a lungo.
Un modo alternativo di stimare il costo marginale si ottiene dividendo l’incremento del costo totale dall’anno all’anno per l’incremento della produzione nello stesso periodo. Seguendo questa tesi, i prezzi possono essere anche tre volte più alti del costo marginale.
Strategie per detenere potere di mercato
Detenere potere di mercato significa ottenere maggiori profitti: per un’impresa creare e conservare un certo potere di mercato costituisce un obiettivo strategico molto importante. Un modo di ottenere potere di mercato può essere quello di ottenere un monopolio legale, che consente di fissare prezzi più alti senza però permettere a eventuali concorrenti di entrare sul mercato.
Il potere di mercato può inoltre essere creato attraverso appropriati comportamenti strategici (brevetti, sponsorizzando i fan, ecc.). Un’impresa di successo deve anche riuscire a mantenere il proprio potere di mercato: i settori industriali che godono di una qualche protezione legale, però, sono sempre più spesso deregolamentati. È difficile perciò per le imprese dominanti mantenere le loro posizioni. Si può cercare di mantenere il potere di mercato abbassando drasticamente i prezzi o cercando strategicamente di aumentare le proprie vendite a danno delle imprese concorrenti.
Conseguenze del potere di mercato
Dal punto di vista dell’impresa, la detenzione di potere di mercato implica maggiori profitti e quindi un maggior valore dell’impresa stessa. Dal punto di vista del benessere sociale, abbiamo un trasferimento di risorse dai consumatori alle imprese, trasferimento che è visto come qualcosa di negativo. Possiamo riassumere le conseguenze generate dal potere di mercato in:
- Inefficienza allocativa: l’utilità che si trae dal bene è superiore al costo, anche se può essere inferiore al prezzo;
- Inefficienza produttiva: incremento dei costi derivante dall’esistenza di potere di mercato;
- Rent seeking o ricerca di una posizione di rendita: si crea quando il potere di mercato è mantenuto artificialmente attraverso l’intervento statale e si riferisce alla spesa improduttiva realizzata dalle imprese per cercare di influenzare le scelte politiche.
Nonostante queste conseguenze negative create dalla detenzione di potere di mercato da parte di un’impresa, la scuola di Schumpeter vede il potere di mercato come condizione necessaria perché si abbia progresso tecnico.
Il ruolo delle politiche pubbliche
Nell’ambito dell’economia industriale, il ruolo principale ascritto alle politiche pubbliche è quello di evitare le conseguenze negative derivanti dalla detenzione di potere di mercato. Le politiche pubbliche possono essere due:
- Regolamentazione: si riferisce al caso in cui un’impresa detiene un potere di monopolio o quasi, e le sue azioni sono direttamente supervisionate da un regolamentatore;
- Politica antitrust: ha un campo di azione molto più ampio; l’idea è quella di impedire alle imprese di intraprendere azioni che aumentino il potere di mercato in modo pregiudizievole.
In generale, l’obiettivo di tali politiche è quello di prevenire o porre un rimedio alle situazioni in cui il potere di mercato raggiunge livelli eccessivi, a detrimento della collettività e, in particolare, dei consumatori. Secondo la scuola di Chicago, è l’intervento statale che crea potere di mercato e non viceversa. La politica industriale si riferisce a quelle politiche mirate a particolari imprese o gruppi di impresa, adottate da alcuni paesi, oltre alle politiche pubbliche sopra citate. La politica industriale non è ben vista dagli economisti e si traduce nel fatto che è il governo a decretare il successo di alcune imprese o di alcuni settori industriali.
Il paradigma Struttura-Condotta-Risultato (SCR)
Infine, analizziamo una metodologia molto nota tra gli economisti: il paradigma Struttura-Condotta-Risultato (SCR). Innanzitutto si prendono in considerazione gli elementi che caratterizzano la struttura del mercato (numero di venditori e acquirenti, grado di differenziazione del prodotto, ecc.), quindi si appresta attenzione alla condotta tipica delle imprese in quel determinato settore industriale (politica di prezzo, posizionamento del prodotto, pubblicità, ecc.), infine si valuta il livello di efficienza e di competitività del settore. Secondo questa metodologia, la struttura di mercato determina la condotta delle imprese, che a sua volta determina l’equilibrio del mercato e la performance delle imprese stesse.
Capitolo 3 – L'impresa
L’impresa è uno dei principali agenti che operano sul mercato, ed è vista come una struttura che trasforma i fattori di produzione nell’output finale in modo meccanico e prevedibile, cioè in modo tale da massimizzare i profitti. Generalmente nelle imprese, coloro che ricevono i profitti dell’impresa (proprietari) non sono le stesse persone le cui scelte determinano i profitti per l’impresa (manager). I profitti sono solo uno degli indicatori del successo di un’impresa. Perciò gli obiettivi dei manager possono differire da quelli dei proprietari della stessa impresa.
Gli azionisti possono predisporre contratti ai manager tali da indurli a perseguire gli interessi degli azionisti. Il consiglio di amministrazione ha il potere di nominare i manager, licenziarli, stabilire il loro compenso, correggerne le scelte se e quando ciò si rivelasse necessario, e nel fare tutto questo esso rappresenta l’interesse degli azionisti: talvolta però può succedere che i consiglieri d’amministrazione possono avere interessi diversi dalla massimizzazione del valore dell’impresa. Ma i manager, generalmente, sanno meglio degli azionisti cosa è bene e cosa è male per l’impresa. Si parla perciò di asimmetria informativa: il modello principale-agente analizza precisamente questo tipo di interazioni strategiche. Il modello considera un "principale" che vorrebbe che un "agente" agisse nel suo interesse, ma possiede meno informazioni rispetto all’agente.
Modello principale-agente
Affrontiamo due casi:
- Agente neutrale rispetto al rischio: la soluzione ottimale prevede che l’agente paghi al principale una certa somma e tenga per sé tutti i profitti, ciò che corrisponde all’acquisizione dell’impresa da parte del management (management buyout). Questo significa che la soluzione ottimale è riunificare proprietà e gestione e le scelte del manager saranno le migliori per la proprietà;
- Agente avverso rispetto al rischio: se proprietà e gestione sono separati è perché i manager hanno dei vincoli finanziari che rendono difficile effettuare il pagamento iniziale previsto dalla soluzione ottimale. Il contratto ottimale tra gli azionisti e i manager dovrà allora contemperare da una parte l’esigenza di assicurare i manager contro il rischio e dall’altra fornire loro gli incentivi appropriati.
Il contratto ottimale, cioè quello che bilancia nel modo migliore le due esigenze di proteggere i manager dal rischio e fornire loro i giusti incentivi, è molto complicato e dipende sensibilmente dalle caratteristiche dell’ambiente in cui l’impresa deve operare.
Anche se gli azionisti non possono punire un manager per i suoi cattivi risultati, il manager non potrà evitare la cattiva reputazione provocata da risultati negativi. Dato che un manager non lavorerà sempre per la stessa impresa, ha un ovvio interesse ad avere una buona reputazione. Questo “effetto reputazione” potrebbe contribuire a fornire ai manager gli incentivi appropriati. Il tutto rientra nella disciplina del mercato del lavoro.
Disciplina del mercato del prodotto e dei capitali
Un altro fattore che può contribuire ad allineare gli interessi dei manager con quelli degli azionisti è la disciplina del mercato del prodotto, ossia la competizione tra imprese nel mercato del prodotto. Se la competizione sul mercato del prodotto è molto forte, l’impresa non può sopravvivere a meno che non massimizzi i profitti. Perciò dovremmo aspettarci che i manager massimizzino i profitti con maggiore impegno laddove la competizione sul mercato del prodotto è più forte. Perciò la presenza di concorrenti può aumentare l’incentivo a massimizzare i profitti e un confronto con essi è importante per valutare la produttività dell’impresa. In pratica, si riduce lo svantaggio informativo degli azionisti nei confronti dei manager.
Infine affrontiamo la disciplina del mercato dei capitali, ossia la massimizzazione dei profitti attraverso le fusioni e le acquisizioni. In questo caso, un raider potrebbe dare la scalata all’impresa e sostituire il management in modo che la nuova gestione massimizzi i profitti. Si noti che l’effetto disciplinante delle scalate si manifesta anche se l’impresa non viene realmente scalata: è sufficiente la minaccia (minacce scalate).
Per estensione orizzontale intendiamo quanti prodotti diversi produce l’impresa, e quanto di ciascun prodotto; per integrazione verticale, invece, intendiamo quanti stadi del processo produttivo vengono svolti all’interno dell’impresa.
La dimensione orizzontale di un’impresa è determinata essenzialmente dai suoi costi. Se la curva dei costi è a forma di U e c’è libertà di entrata, le imprese tenderanno a produrre in corrispondenza del punto di minimo dei costi medi (talvolta la curva a U può avere una parte bassa molto larga e piatta: questo significa che c’è un ampio intervallo di livelli di produzione in corrispondenza dei quali i costi medi sono vicini al minimo). Il problema si complica se introduciamo la distinzione tra impresa e impianto. I costi di produzione sono collegati alla dimensione dell’impianto.
Una delle decisioni più importanti che deve prendere un’impresa è quella che riguarda il modo di ottenere gli input per la produzione finale: potrà acquistarli o produrli essa stessa. Dovrà quindi decidere se usare il mercato (separazione verticale) o l’impresa (integrazione verticale). Il grado di integrazione verticale è la risultante di tutta una serie di decisioni di questo tipo, prese ai vari stadi del processo produttivo. Si parla inoltre di capitale specifico quando le attrezzature produttive possono essere usate solo per quel particolare tipo di bene per il quale sono state progettate.
Un’impresa, quindi, si integra verticalmente, cioè decide di realizzare talune transazioni all’interno dell’impresa stessa, piuttosto che attraverso il mercato, a causa della presenza di capitali specifici, con la conseguente possibilità di mettere in atto comportamenti opportunistici una volta che gli investimenti sono stati realizzati (problema dell’hold up - leggere esempio di pag. 62 sulla General Motors). Entrambe le soluzioni estreme, completa integrazione verticale e completa separazione verticale, implicano problemi di incentivazione. A volte la soluzione ottimale può essere intermedia. Una possibilità è quella della integrazione residuale, in cui un certo input è acquistato in parte da un fornitore indipendente e per la parte residua da una società controllata. Un altro sistema intermedio è quello del franchising, che unisce i vantaggi dell’integrazione verticale (gli investimenti specifici sono pagati dalla casa madre) con quelli della separazione verticale (i franchisee hanno forti incentivi a essere efficienti perché è a loro che spettano i profitti che restano dopo aver pagato la tassa di franchising). Una terza soluzione intermedia è quella del keiretsu giapponese. In un keiretsu l’impresa e i suoi fornitori sono legati da una relazione di lungo periodo ma informale; tale relazione non è una completa integrazione verticale ma si avvicina molto a questa nel fornire i giusti incentivi ad investire in capitali specifici.
In definitiva i confini orizzontali dell’impresa dipendono sostanzialmente dalla struttura dei costi. I confini verticali sono il risultato della mediazione tra le esigenze contrapposte di fornire i giusti incentivi a realizzare investimenti specifici ed evitare fenomeni di lassismo all’interno dell’impresa.
La principale caratteristica che differenzia un’impresa dall’altra è la redditività, misurata dal saggio di profitto, che varia sensibilmente da un’impresa all’altra. Si osserva che il saggio di profitto differisce anche tra imprese che operano nello stesso settore e hanno più o meno la stessa dimensione. Il 20% della variabilità del saggio del profitto può essere spiegata da variabili quali la dimensione dell’impresa o il settore in cui l’impresa opera. Inoltre, le differenze nei saggi di profitto tendono a permanere nel tempo.
Il restante 80% può essere spiegato da più variabili: dalla presenza di ostacoli all’imitazione che consentono a certe imprese di ottenere risultati migliori rispetto ad altre (es.: restrizioni legali); da un insieme di conoscenze tacite, che si acquisiscono attraverso l’esperienza e sono difficili da trasmettere a terzi; dalle scelte strategiche da fare che possono avere un effetto duraturo sulla performance dell’impresa (quando entrare sul mercato, in che misura espandere la propria produttività, se fondersi o acquisire concorrenti, quanto investire per migliorare la tecnologia, ecc.).
Si può sostenere che la cultura di un’impresa è una fonte di vantaggio competitivo almeno altrettanto importante della strategia. Ma l’economia industriale si occupa soprattutto della concorrenza tra imprese, mentre l’organizzazione interna dell’impresa è analizzata da altre discipline economiche.
Un altro aspetto importante da sottolineare è il ruolo della storia dell’impresa (es.: curva di apprendimento molto pronunciata significa che il costo di produzione di ciascun bene tende a diminuire al crescere del numero di beni prodotti in passato).
Capitolo 4 – Giochi e strategie
Un gioco è un modello stilizzato che descrive situazioni di interazione strategica, dove il risultato ottenuto da un agente dipende non solo dalle sue azioni ma anche dalle azioni di altri agenti. In un mercato con un piccolo numero di venditori, i profitti di una determinata impresa dipendono dal prezzo fissato da quella stessa impresa e dai prezzi fissati dalle altre imprese. La competizione di prezzo fra un piccolo numero di imprese è un tipico esempio di interazione strategica, e quindi di gioco. La scelta ottimale per un giocatore (strategia ottimale) dipende dalle sue congetture sulle scelte degli altri giocatori. Se l’interazione strategica si sviluppa nell’arco di un certo numero di periodi, dovrei anche tenere conto del fatto che le mie azioni di oggi avranno un impatto sulle congetture e sulle azioni degli altri giocatori nel futuro.
Un gioco consiste di un insieme di giocatori, un insieme di regole (chi può far cosa e quando) e un insieme di funzioni di payoff (l’utilità che ogni giocatore ottiene in corrispondenza di ogni possibile combinazione di strategie).
| Giocatore 2 | L | R |
| T | 5 | 3 |
| B | 6 | 4 |
| Giocatore 1 |
Per ogni combinazione di strategie adottate da ciascun giocatore, la corrispondente cella della matrice payoff mostra il payoff ricevuto da ogni giocatore.
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