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Riassunto esame civiltá e culture nel Medioevo, prof. Gamberini, libro consigliato: Lesa maestà all'ombra del biscione, Cengarle Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di civiltà e culture del Medioevo e del prof. Gamberini, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Lesa maestà all'ombra del biscione, Cengarle. Scarica il file in PDF! In questo riassunto,attraverso l'analisi di alcuni statuti di alcune delle città italiane, si cercherà di analizzare... Vedi di più

Esame di Civiltà e culture del Medioevo docente Prof. A. Gamberini

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città si trovano differenti modelli costituzionali che fanno emergere i differenti profili politico

– culturali con cui i Visconti devono rapportarsi nei singoli contesti.

1.3 – La norma signorile: da legge particolare a legge generale?

In una lettera patente del 1343 Luchino Visconti dispone che chiunque sia bandito dalla

città di Milano venga di conseguenza bandito anche in tutti i domini dei Visconti. Egli

estende dunque anche alle altre città del dominio gli statuti milanesi e le condanne di

banno rendendo perseguibile un cimi alle in ogni territorio soggetto all’autorità del

dominus.

Di tale provvedimento ciò che veramente interessa è che Esso salvaguardia l'identità

legislativa delle singole città: il dispositivo signorile ha valore di legge municipale e non

generale. L'atto normativo signorile non può dunque assumere valore di legge per tutte le

città se non dal momento in cui viene proclamato, pubblicato e inserito negli statuti di ogni

singola comunità.

Se ad una comunità non fosse stato inviato essa non avrebbe avuto l'obbligo di applicarlo,

il signore doveva quindi inviare una molteplicità di ordini.

Anni dopo, secondo il giurista Signorolo degli Omodei, l'atto normativo prodotto dal

signore non è più assimilabile ad una semplice legge municipale ma deve assumere

valore di una legge generale.

Attribuire alle lettere e ai decreti viscontei valore generale risponde all'esigenza di

organizzare in modo unitario il governo dei domini. Ma, per quanto possano aver nutrito

questa ambizione, i Visconti non riescono a legittimarla; essi devono comunque

riconoscere i confini cittadini della loro potestà legislativa che trae origine appunto da una

concessione passata dei cives.

2) La proditio nella normativa viscontea

2.1 – Dalla necessità di conservare la forma di governo…

Alla fine degli anni trenta del secolo gli statuti cittadini considerano ancora il resto politico

contro il signore come un reato contro la collettività in quanto esso costituisce un elemento

di destabilizzazione per l'ordinamento costituzionale e per la pace raggiunta.

Sin dalle prime righe di molti statuti cittadini italiani viene dato grande rilievo alla potenziale

minaccia nei confronti del dominio, sanzionandola attraverso numeroso pene a seconda

che i ribelli e i nemici del signore si trovino all'interno del popolus, della comunità

territoriale o delle università.

L'elemento di novità introito dai Visconti negli atti dispostivi intorno agli anni quaranta non

è la denominazione del reato politico quanto piuttosto la sua applicazione ad un crimine

non più considerato in rapporto al corpus cittadino ma bensì in rapporto esclusivo allo

status del signore.

2.2 - …a quella di tutelare lo status del signore

Le lettere patenti degli anni quaranta, in cui Giovanni e Luchino dispongono contro gli

eversori, sono introdotte negli statuti di Como già nel 1341 e successivamente vengono

fatte circolare anche nelle altre comunità del dominio.

Nella patente vengono definiti traditori coloro che ledono, turbano o mutano lo status dei

signori. Nelle disposizioni signorili manca qualsiasi esplicito riferimento, usuale invece

negli statuti cittadini, all'eversione come ad un reato commesso contro la comunità

tutta,mostre che contro il dominus.

Questa mancanza, tutt'altro che involontaria, mostrano con tutta forza come Nell'ottica

signorile, lo status del governante si legittima al di fuori delle singole civitas, in una forma

costituzionale in cui il diritto naturale viene prima di qualsiasi diritto positivo.

2.3 – A proposito dello status del signore

Allo stesso modo in cui il governo di una città o di una regione deriva dal diritto naturale,

anche lo status di colui che governa è uno status attribuito dal diritto naturale.

Ancora una volta gli statuti cremonesi del 1339 rappresentano il laboratorio primo di

questa idea; in essi viene ordinato che Giovanni e Luchino siano in perpetuo signori

generali della città, del suo distretto e di tutti i suoi territori. È tuttavia possibile intuire di

come non si tratti di un vero e proprio conferimento del dominio in perpetuo da parte della

comunità ma bensì di un riconoscimento dovuto e necessario, in stretta continuità con il

passato nei confronti di signori naturali per trasmissione ereditaria.

Luchino e Giovanni devono detenere liberamente senza alcun intermediario il dominio

vero, giusto, legittimo e naturale del dominio. In questo procedimento i cremonesi non

hanno alcun ruolo politico attivo, essi possono solo acclamare e certificare il dominio,

giurando di essere fedeli e devoti al signore. Devozione questa poco sentita dai cives che

solo pochi anni dopo rivendicheranno libertà e autonomia.

Tuttavia, nella sfida comunicativa incentrata sulla legittimazione del dominio naturale,

l'amore rappresenta il collante della società politica; esso lega, attraverso un patto

reciproco,non solo il dominus prescelto ai cives che hanno compiuto tale scelta, ma anche

i successori di questi. Il dominio naturale non viene più conferito ai successori per nomina

popolare ma bensì per via ereditaria. Arrivati a questo punto lo statuto cittadino si limita

solo a ratificare l'attribuzione del dominio ad un signore a cui esso è già attribuito in modo

naturale per trasmissione.

2.4 – i Visconti domini naturales

Agli inizi del trecento il dominus naturalis è innanzitutto tale in contrapposizione al tiranno.

Secondo Egidio Romano l'uomo, dotato di Libero arbitrio e ragione, è governato in modo

naturale quando serve volontariamente e obbedisce liberamente a colui che governa per il

bene di molti.

Gli statuti cremonesi sembrano ricalcare la definizione del frate in quanto il popolo di

Cremona altro non è che attore passivo e inerme che si lascia condurre verso il bene dal

suo signore.

Essi però decidono liberamente e volontariamente di affidarsi ai Visconti, i quali possono

così rigettare l'accusa di tirannide e al tempo stesso di legittimare una trasmissione

ereditaria del potere che non solo sottrae al popolus la facoltà di scegliere il signore ma

sottrae anche alle potestà universali, quali papato e impero, l'autorità di investirlo.

Questo almeno fino al 1341, quando i due fratelli prestano giuramento di fedeltà a

Benedetto XII e quest'ultimo concede loro il vicariato pontificio; così facendo i Visconti

ottengono ora una legittimazione spirituale che si affianca a quella naturale.

Galvano Fiamma, sostenitore da sempre che il potere temporale deriva da quello

spirituale, gioisce di tale evento, cercando così di subordinare il potere naturale al potere

spirituale. Meno entusiasti sono però i due fratelli che vedono questa nomina come una

mera concessione del pontefice che dunque subordina in qualche modo la loro posizione

a quella della chiesa.

La famiglia milanese in effetti, da Azzone in poi, sperimenta sempre nuove forme di

legittimazione che li rendano il più possibile autonomi da qualsiasi altro attore politico. Un

esempio è l'autorità divinamente conferita negli statuti piacentini.

Anche nelle città soggette di fa sempre più largo l'idea di questo dominio naturale

trasmesso per via ereditaria. Tale principio nel tempo si formalizza in favore di tutti i

discendenti maschi di Matteo visconti. In questo modo Giovanni riavvicina al potere i suoi

tre nipoti: Bernabò, Matteo II e Galeazzo.

Di questi tre fu il primo, Bernabò, a cercare con maggiore forza una legittimazione del

proprio dominio naturale arrivando addirittura a non curarsi molto del titolo vicariale che gli

viene ripetutamente revocato dell'imperatore. Bernabò si sente signore naturale e vicario

di Dio in terra, per questo motivo non percepisce il bisogno di un riconoscimento formale

da parte di terzi. A questo proposito non risultano completamente infondate le dure parole

rivolte alla chiesa e al pontefice, anche se è difficile che egli si sia spinto tanfo oltre da

arrivare a negare la sua subordinazione a Dio.

Su queste accuse, l'abile Gian Galeazzo, nipote di Bernabò, riuscì a delegittimare il

governo delle zio e a gettare dall'ombra anche sui suoi figli, riuscendo in questo modo a

giustificare l'interruzione della naturale linea di successione e a trasferire il dominio

naturale dello stato nelle proprie mani. Formalmente questo passaggio di potere, in al une

città come Cremona, deriva dal volontario atto del popolus che dunque torna ad esercitare

un ruolo politico attivo.

2.5 – La proditio come rottura dell'ordine naturale

Colui che tradisce la fedeltà del signore è reo di un atto contrario all'ordine naturale.

Ledere lo status del signore significa i fatti ledere, prima ancora che il corpo della civitas,

l'ordina naturale di cui la civitas è espressione.

Il crimine proditorio è dunque un reato contro il dominus generalis inteso non nella sua

persona fisica ma bensì nel ruolo sovracittadino che ricopre.

È infatti possibile che le patenti viscontee pubblicate seppur in tempi diversi in tutto il

dominio siano frutto di una riflessione maturata in occasione della tentata congiura del

1340 per opera della famiglia Pusterla che covava un profondo risentimento verso i signori

di Milano, Luchino in particolare, per averli estromessi dall’ago e polito della città.

Scoperto il tradimento quattro Pusterla vengono così condannati al bando dalla città e dai

domini viscontei. I giudici milanesi, nel formulare la condanna, mostrano tutta la

consapevolezza di come una lesione allo status del signore si proietterebbe anche al di

fuori delle singole città coinvolgendo una realtà politica ben più ampi.

Il reato di eversione d'ora in avanti non è più assimilato ad un reato contro il comune e il

suo singolo popolo ma ad un reato contro il dominus, signore di molte città.

3) Il dominus, rettore della patria e non tiranno

3.1 - L'ambizione regia

Intenzioni di Luchino e Giovanni Visconti era la creazione di uno stato che superasse la

dimensione cittadina del dominio attuale.

Seppur contrastati nei vari statuti cittadini, quello dei Visconti è un regime regale a tutti gli

effetti al quale manca solo il titolo regio. Tuttavia a questo regime regale vanno posti dei

limiti e delle cautele; esso costituisce uno stravolgimento costituzionale difficilmente

imponibile si cives italiani, per natura poco servili. Questa resistenza dei cittadini a divenire

sudditi depotenzia e non poco l'intento regale dei fratelli Visconti.

3.2 – Non iam capitanei, sed reges.

Secondo il frate domenicano Galvano Fiamma sono dodici le condizioni necessarie per

ottenere la qualifica di re, così come dodici sono le virtù morali indicate da Aristotele.

Se ai Visconti non mancassero cinque delle dodici condizioni potrebbero essere chiamati

re e non più capitani.

Pur mancando tale qualifica personale, il dominio dei Visconti è a tutti gli effetti un regimen

regale. È della stessa opinione lo stesso Francesco Petrarca, il quale si rivolge

direttamente a Luchino Visconti invocando la necessità di costruire un dominio monarchico

per stabilizzare tutta la penisola italiana.

Nelle lettere del Petrarca dunque, si può facilmente notare come il poeta si unisce al

Morigia nell'allontanare dal Visconti ogni accusa di tirannia.

3.3 - Popolus meus hic

Lo stesso Petrarca, che d'ora in poi diviene sostenitore della casata milanese, viene

utilizzato a più riprese dai Visconti come promotore della loro politica.

Una prima volta alla morte di Giovanni e alla sua conseguente successione dei tre nipoti,

Matteo II, Galeazzo II e Bernabò. In questa occasione l’aretino ha il compito di esprimere a

parole la naturale ed ininterrotta continuità del dominio; Petrarca assegna all'ufficio del

dominus la stessa perpetuità assegnata dal diritto romano all'ufficio dell'imperatore: esso

non può mai avere fine.

Una seconda volta si fa portavoce di Galeazzo II nel 1358, quando il principe rientra da

dominus a Novara, città in cui deve far risuonare il chiaro messaggio del Visconti: popolus

meus hic.

Particolarmente duro deve essere sembrato questo proclama ai cittadini novaresi che per

un paio d'anni avevano sperimentato l'illusione di un ritorno alla passata sovranità

cittadina.

In popolus meus hic, meus indica possessione, proprietà. Ciò è un diritto naturale di

Galeazzo e non positivo, esso deriva dal primo patto stipulato con Matteo Visconti e a cui

tutti i successori che hanno stipulato tale patto sono legati.

La lesa maestà dell'impero e di dio

1) Il legislatore vicario

Se non deriva dai cives, da chi Galeazzo II e successori derivano la potestà legislativa?

Deriva dell'imperatore, il quale l'ha ricevuta a sua volta dal popolo Romano attraverso la

Lex de imperio? Oppure da Dio stesso, prima fonte di fondi autorità temporale, secondo la

lunga tradizione che sottolinea la sacralità del ruolo regio?

La risposta muta negli anni a secondo del contesto politico – culturale a cui si va incontro.

1.1 – Il legislatore vicario dell'impero

Nel 1362 e poi ancora tra il 1371-72, a seguito delle discese dell'imperatore in Italia,

Galeazzo II richiama con insistenza al proprio ruolo di vicario imperiale sospendendo di

voler imitare la grandezza imperiale.

L'insistenza di questo richiamo, più che da un timore verso Carlo IV, deriva da una decisa

volontà di ottenere quella legittimazione che metterebbe a tacere ogni voce circa l'origine

giuridica del dominio dei Visconti e di scrollarsi di dosso l'appellativo di tiranni di Milano. Il

tiranno sarebbe passibile di accusa di lesa maestà e quindi facilmente soggetto ad essere

deposto o, peggio ancora, ucciso.

Se Bernabò poco si cura di tale questione, Galeazzo II e ancora di più il figlio Gian

Galeazzo sentono l'urgenza di legittimare il proprio dominio anche in termini di diritto

positivo e non solo naturale. A questo scopo nello Studium generale di Pavia grande

importanza assumono le lezioni di dritto.

Così facendo il dominus diviene vicario dell'imperatore, almeno secondo la tesi di

Signorolo degli Omodei, il quale afferma che la potestà legislativa del signore non deriva

più dal popolus ma bensì dell'imperatore e la legge così prodotta, poiché legge

dell'impero, ha valenza generale e non più solo particolare.

1.2 – un vicariato effimero

Agli inizi del 1372, nei decreti emanati da Galeazzo II i richiami ad obbedire alla sua figura

sembrano cessare completamente. Non si tratta chiaramente di una pura casualità, ma

bensì alla concorrenza di due eventi funesti: la morte di Signorolo degli Omodei e la

revoca del vicariato da parte dell'imperatore.

La revoca della carica imperiale fu preceduta da una serie di richiami perpetuati al signore

di Milano riguardo alla sua precedente invasione delle terre pontificie. Poiché Galeazzo

rifiutò ogni convocazione l'imperatore gli revocò la carica e lo dichiarò nemico del sacro

romano impero condannandolo per lesa maestà. Inoltre Carlo IV attribuì la carica di vicario

generale dell'Italia alla casa Savoia.

La revoca di tale onorificenza non sembrerebbe durare a lungo visto che già nel 1375, a

seguito di una tregua tra il papa e i due fratelli Visconti, a quest'ultimi veniva riconosciuto il

titolo di vicari dell'impero; tuttavia la situazione precedente produsse degli strascichi, infatti

nei diplomi dei Visconti non compariva più la stretta simbiosi con l'impero.

Tutto questo si inseriva molto probabilmente anche nella contesta che era esplosa in

Francia e i cui echi erano arrivati anche in Italia. Nel regno francese Nicola di Oresme

affermava che la legge del principe poteva non essere in simbiosi con la legge imperiale

ma non per questo perdeva la sua legittimità poiché ogni principe possiede le sue leggi

scritte e i suoi diritti.

1.3 – Il legislatore e lo ius

Non è da escludere che le idee di Galeazzo II abbiano anche risentito delle idee del

consigliere del re di Francia, approdate in Italia attraverso un manoscritto francese.

Secondo Andrea Gamberini, Galeazzo II ha sempre scelto una giustizia di stampo

lealistico, a differenza di quella di Bernabò, più incentrata sulla figura del dominus e sulla

facoltà di derogare alla procedura e al diritto.

La giustizia di Galeazzo non è più al di sopra della legge ma è l'attribuzione ai singoli dei

diritti che dalla legge derivano. A questo proposito si impegna nell'abolizione di tutte le

deroghe concesse agli statuti per non privare nessuno dei propri diritti personali.

Galeazzo II si riconosce sempre autore della legge, ma non è del tutto al di sopra di essa.

Questa corrente di pensiero fu la stessa di cui Nicola di Oresme si fece portavoce. Che i

principi siano al di sopra delle legge è contrario alla dottrina della scienza politica, il

principe è solo un uomo e come tale può fallire:’la legge governa l'uomo non il contrario.

Benché non sia possibile sapere il vero influsso delle idee del consigliere francese presso

la corte francese, esse potrebbero fornire una spiegazione plausibile all atteggiamento

cauto adottato da Galeazzo nei confronti delle deroghe.

Il tiranno governa al di sopra della legge, comportandosi così Galeazzo ricerca quella

legittimità di principe e prende anche le distanze dal modello più dispotico del fratello

Bernabò.

1.4 – Il legislatore e l'utilitas pubblica

Il dominio non è un possesso o una rendita familiare, ma una dignità e una carica che

richiede capacità di governo e attenzione al bene comune. La ministerialita del ruolo

principesco è un concetto ribadito alla corte di Francia e ripreso anche da Gian Galeazzo.

Il compito legislativo del signore è innanzitutto un servizio reso ai sudditi. In parallelo con

la corte di Francia, sembra che la legittimazione del principe venga subordinata ora alla

capacità del singolo individuo nell adempiere alla propria funziona pubblica e di servizio. Il

sangue è si necessario per farlo diventare principe ma non necessariamente un buon

principe.

Gian Galeazzo si vuole presentare come principe meritevole che legifera al servizio del

popolo per rispondere ad una precisa strategia comunicativa. Nei primi anni del suo

dominio doveva confrontarsi con l ingombrante figura di Bernabò e al tempo stesso

cercare di trovare consensi tra i suoi sudditi e agli occhi del contesto europeo. Inoltra

grazie allo scisma d occidente che fece tornare in auge il dibattito circa l'origine del potere

regio e della sua legittimazione, può far sembrare la fine del dominio di Bernabò come

qualcosa di giusto, poiché egli non governava in modo degno e il popolo, stanco del suo

dispotismo, lo aveva così deposto.

Per Gian Galeazzo la legittimazione era fondamentale poiché serviva a cancellare l'atto

illegittimo tramite cui era arrivato al potere.

1.5 – il legislatore vicario di Dio

Benché negli anni ottanta il popolus sembri recuperare il ruolo di intermediario

nell’attribuzione del potere al principe, Dio rimane la prima fonte di autorità. Gian Galeazzo

intende provvedere quindi al benessere dei propri sudditi attraverso il favore di Dio; il

proprio operatore di legislatore non si ispira più all'imperatore ma bensì direttamente alla

figura di Dio.

Negli anni novanta, la derivazione immediatamente celeste del principato si fa sempre più

esplicita, mentre i riferimenti imperiali e quelli del popolus sfumano sempre di più.

Questa politica di ispirazione divina viene ripresa anche da Filippo Maria, subentrato nei

titoli dicali al fratello assassinato. È solo Dio che attribuisce all'ultimo Visconti la facoltà di

dominare.

Il potere di un principato che dipende dalla suprema maestà celeste è più forte se il

principe si circonda di persone forti. A ben vedere questa è una contraddizione in quanto

Filippo Maria è costretto a circondarsi di condottieri di cui non si fida e che richiedono

sempre più soldi e terre a fronte delle guerre combattute; ciò porta il signore ad imporre

azioni odiose come prelievi fiscali sempre più alti. Proprio in relazione a ciò è necessario

ribadire la natura divina del potere che non deve rispondere a nessun giudice terreno.

Secondo il giurista lodigiano Martino Garati da Lodi soltanto Dio priva il principe indegno

del suo potere e del suo compito di governo, i sudditi in casi di intollerabili giustizie non

sono tenuti ad obbedire al signore ma comunque non possono deporlo.

2) Il crimen laesae maiestatis nei decreti viscontei

2.1 – Lesa maestà imperiale


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Riassunto per l'esame di civiltà e culture del Medioevo e del prof. Gamberini, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Lesa maestà all'ombra del biscione, Cengarle. Scarica il file in PDF! In questo riassunto,attraverso l'analisi di alcuni statuti di alcune delle città italiane, si cercherà di analizzare il significato e l'evoluzione giuridica del crimine di lesa maestà.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze storiche
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher diego2800 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Civiltà e culture del Medioevo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Gamberini Andrea.

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