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Perché le storie ci aiutano a vivere

Elementi di biopoetica

Non sappiamo perché e come l’Homo sapiens abbia sviluppato la capacità di costruire storie, sequenze narrative, finzioni, e come queste possano averlo avvantaggiato tra tutte le specie, fino a farne l’indiscusso signore del pianeta. Di recente è cresciuta la consapevolezza che bisogna studiare narrazione, fiction e letteratura nel contesto più ampio di una storia della natura: una “biologia” dell’arte e della narrativa (o biopoetica) che tende a leggere il comportamento narrativo nel contesto degli altri comportamenti ‘artistici’ dell’Homo sapiens, insistendo sia sui temi evoluzionistici della selezione naturale e sessuale e della sopravvivenza sia su quelli dell’evoluzione cognitiva degli ominidi, anche tenendo conto delle acquisizioni di scienze come la paleontologia e l’archeologia cognitiva.

Un approccio biopoetico alla narrazione deve quindi poter coniugare teoria letteraria, evoluzionismo e scienze cognitive in modo da comprendere se narrazione, fiction e letteratura abbiano effettivamente rappresentato degli strumenti cognitivi capaci di dare vantaggi evolutivi alla specie. Literary Darwinism e Literary Cognitivism sono due moderne tendenze letterarie, di ispirazione darwinista, che cercano di dialogare con le scienze del bios; entrambe ritengono che la narrazione sia un fenomeno universale, poiché in effetti tutte le attività umane prevedono l’uso delle storie, le quali entrano in gioco ogni volta che attiviamo i nostri circuiti cerebrali, cioè sempre.

Le storie sono la prova più evidente che esistono degli ‘universali’ poetici (plot, temi, simboli, motivi) che non vanno ricercati in una semantica comune a tutti i popoli e a tutte le cronologie, ma nelle grammatiche di base della psiche umana, sviluppati nel corso della sua lotta per l’adattamento e la sopravvivenza. Il comportamento narrativo ha di fatto dato forma e condizionato lo sviluppo delle capacità cognitive dell’Homo sapiens, e dunque studiare la narrazione significa avere accesso al funzionamento e alla struttura della mente umana, e alla coscienza del sé.

La narrazione ha a che fare con il linguaggio e, per quanto oggi si ritenga che possa addirittura averlo preceduto, è certo che l’invenzione del linguaggio abbia dato un impulso fortissimo all’invenzione delle storie. Solo tenendo conto del pluralismo delle concause evolutive che hanno prodotto un fenomeno complesso come il fare-storie, si potranno individuare i processi cognitivi che rendono possibile questo comportamento specie-specifico dell’Homo sapiens e le ‘funzioni’ che fanno della narrazione un fenomeno che serve il bios, e continuerà a servirlo, nonostante ogni trasformazione: dall’oralità alla scrittura, dalla medialità alla multimedialità.

Si può parlare di “letteratura necessaria e utile” tenendo conto della funzione che la narrazione, la fiction e la letteratura hanno per la vita, della loro necessità biologica e della loro indispensabilità nel quadro dell’evoluzione della specie e in particolare nell’evoluzione delle capacità cognitive dell’Homo sapiens.

Archeologia del sé

Intere discipline lavorano oggi sulla straordinaria convergenza tra gesti, utensili, linguaggio e narrazione facendo emergere dagli ‘utensili’ una serie di indicazioni sull’origine delle narrazioni e della letteratura. È ormai dimostrato che lo sviluppo delle abilità linguistiche procede parallelamente a quello delle nostre abilità manuali e, quindi, studiando il rapporto tra gesto e mano e tra bocca e mano, è possibile trovare indicazioni che ci permettono di risalire all’origine del linguaggio; parole e gesti, tratti indiscutibili di qualunque narrazione, ci permettono così di risalire all’origine delle storie.

L’uso degli utensili, i gesti e il linguaggio condividono la stessa base neurale (le parti del cervello che presiedono al linguaggio e quelle che presiedono all’uso e alla creazione di utensili si sovrappongono), coinvolgendo tutta la struttura e lo sviluppo cognitivi dell’Homo sapiens, e per di più tre ambiti che fanno della mente (estesa) la più perfetta delle macchine narrative: la memoria, le procedure operative (chaîne opératoire) e il Sé.

L’archeologia cognitiva parte proprio dalla materia (cose, oggetti, utensili che, a loro volta, vengono considerati protesi di processi mentali che si estendono al di là del cervello e del corpo) e, solo in un secondo tempo, affronta la questione del linguaggio, della memoria e del Sé. Già gli utensili presuppongono abilità narrative, soprattutto nella fase della loro creazione e nel loro uso sociale, come dimostra l’esistenza di procedure tecniche (chaîne opératoire) prestabilite e trasmesse attraverso l’imitazione e la simulazione.

La chaîne opératoire non è altro, infondo, che l’applicazione di una sequenza temporale e operativa che presuppone, al tempo stesso, una narrazione: chi realizza un bifacciale deve saper prevedere (immaginare) che da una determinata pietra potrà venir fuori un determinato oggetto e deve quindi avere un’idea del tempo. Il senso del tempo – caratteristica fondamentale del racconto – si fa più evidente quando dalla produzione di manufatti litici si passa alla produzione di veri e propri sistemi di notazione (come ad esempio le incisioni su ossa e pietre riguardo la rappresentazione e la misurazione delle fasi lunari): questi presuppongono una consapevolezza del trascorrere del tempo, del mutare delle stagioni, del susseguirsi delle fasi della natura, e cercano di fotografare le evoluzioni e le ripetizioni del tempo cosmico.

Paul Ricoeur sosteneva che il racconto nasce proprio dal tentativo di colmare il divario tra il tempo soggettivo (fenomenologico) e il tempo cosmico. Legato all’idea del tempo, di un tempo trascendente, è ad esempio il fenomeno delle sepolture, già articolato narrativamente e simbolicamente dai Neanderthal; una pratica funeraria è una rappresentazione plastica del fatto che il Sé si proietta verso un’altra condizione (trascendente): essa è un atto di immaginazione che si basa sulla continuità del Sé persino dopo la morte.

Inoltre, questi utensili, dai bifacciali alle pitture rupestri, cercano di trattenere memorie, sono delle memorie incarnate, che possono essere trasmesse di generazione in generazione, per sconfiggere il tempo e affrontare e ridurre la complessità di ambienti sempre più estesi. Una teoria sulle origini della narrazione, oltre che rivolgersi alle cose (dai primi utensili litici alle pitture rupestri), dovrà inoltre partire da questi presupposti di base:

  • Considerare una nozione di mente estesa che studi i rapporti tra Sé, ambiente e produzione materiale.
  • Considerare la nozione di embodiment e, in genere, l’idea di una costruzione enattiva del senso e delle storie.
  • Guardare alle cose e alla loro vita cognitiva.

Memoria e immaginazione

Le prime ipotesi sull’evoluzione cognitiva dell’Homo sapiens risalgono a Merlin Donald e a Steven Mithen. Merlin Donald distingueva tra quattro forme di coscienza, che per lui erano sempre declinazioni della memoria:

  • La coscienza episodica, che si basa sulle capacità di ricordare serie limitate di eventi e fatti, e richiamarle alla memoria nel corso di un’unica azione. A questa forma di memoria a breve termine, che risponde ad azioni limitate nel tempo e che non crea i presupposti per una coscienza del futuro, un senso del Sé e della nostra storia che ci faccia intravedere e immaginare il prosieguo della nostra esistenza, si oppone.
  • La memoria mimetica, una memoria a medio termine, quella che vediamo in azione con lo sviluppo dei primi utensili bifacciali. La simmetria applicata e ricercata negli utensili litici è la dimostrazione che ricordiamo come sono stati fatti in un recente passato e scegliamo per il futuro le pietre più adatte. Una memoria che non solo copia e recupera il passato ma prevede il futuro. La mimesi è, per Donald, una sorta di comunicazione prelinguistica, accompagnata forse da vocalizzazioni minime, che ci permettono di comunicare agli altri quello che sappiamo fare o ricordiamo.
  • La coscienza mitica è il passo successivo, che nasce dalla necessità di organizzare gesti, vocalizzazioni, simboli in narrazioni, cioè in miti. La coscienza mitica comporta lo spostamento delle memorie fuori dal corpo umano, in manufatti che vanno dalle pitture rupestri ai moderni supporti digitali i quali, a loro volta, hanno inaugurato una quarta fase della coscienza.
  • La coscienza teoretica, che si basa sulla decontestualizzazione e ‘disincarnazione’ dell’informazione grazie ai sistemi di scrittura delle memorie che ormai sono completamente astratte rispetto al contesto in cui sono state prodotte e possono essere manipolate a piacimento.

Steven Mithen elabora invece il cosiddetto “modello della fluidità cognitiva”: egli, basandosi sulla sua ricerca paleoantropologica, ha proposto di spiegare l’enorme impulso nel cervello dell’Homo sapiens tra 60.000 e 10.000 anni fa – dimostrato da alcuni comportamenti artistici, dall’uso di utensili complessi, nonché dalla nascita delle mitologie e delle religioni – attraverso lo sviluppo repentino di nuove connessioni tra parti prima non comunicanti della mente umana. Egli distingue:

  • Una forma di intelligenza linguistica; egli presuppone quindi l’invenzione del linguaggio come condizione necessaria all’evoluzione cognitiva dell’Homo sapiens.
  • Un’intelligenza sociale, la capacità di avere relazioni interpersonali e con gruppi sempre più estesi.
  • Un’intelligenza tecnica, legata all’uso e alla creazione di utensili.
  • Un’intelligenza storico-naturale, che comprende le conoscenze ambientali e la nozione di causa-effetto.

Il modello della ‘cattedrale’ proposto da Mithen, prevede una navata centrale costituita dall’intelligenza generale; questa contiene in sé alcune abilità innate e intuitive, come la predisposizione al linguaggio e un’istintiva consapevolezza fisica di cosa sia un vivente. Attorno alla navata centrale si sviluppano, in base alle pressioni ambientali, una serie di cappelle secondarie che lavorano in una prima fase autonomamente. Solo in un secondo momento, e sostanzialmente grazie al linguaggio, le barriere tra queste forme di intelligenza vengono meno ed esse vengono integrate attraverso lo sviluppo di una ‘fluidità cognitiva’, che permette all’Homo sapiens di usare le informazioni tratte da un contesto in un altro: così egli comprende che è possibile usare parti di animali (intelligenza storico-naturale) per costruire utensili (intelligenza tecnica), o usare artefatti tecnici (intelligenza tecnica) per fini sociali, come la decorazione personale (intelligenza sociale).

Il discorso di Mithen ci consente di leggere i media (quindi i rituali, la pittura, la scrittura, la narrazione) come dei corpi artificiali, delle protesi esterne, la naturale estensione di un sapere del corpo, che ci permettono di trascendere i limiti imposti dalla struttura della nostra mente umana. Le condizioni che, secondo Mithen, presiedono all’esplosione cognitiva dell’Homo sapiens, che presiede alla nascita delle ‘arti’ nel Paleolitico superiore, sono tre: lo sviluppo di una teoria della mente (mind reading) – cioè la capacità di attribuire agli altri determinati stati mentali, per lo più intenzioni – l’evoluzione del linguaggio e la cultura materiale di media e utensili.

Per Mithen questa intersezione tra le componenti responsabili dell’esplosione cognitiva è riuscita a produrre un incremento delle facoltà creative e immaginative che ha portato alla produzione di opere complesse come le pitture parietali, grazie all’invasione di (frammenti) di sapere sui comportamenti animali e sugli utensili: a quest’invasione reciproca tra intelligenza storico-naturale, intelligenza tecnica e intelligenza sociale si deve quella fluidità cognitiva che è la condizione necessaria dell’arte, ritenuta l’espressione più alta di questa nuova fase cognitiva (modern human mind).

La narrazione è una forma di pensiero offline che produce il fenomeno del “decoupling”, ossia lo sganciamento dell’azione mentale dall’azione fisica. La narrazione si basa anche su altre abilità performative di cui è capace l’Homo sapiens: l’illusione/inganno, il pretend play, il make-believe, e il gioco in generale. La capacità di finzione che sta alla base di ogni comportamento ludico, infatti, oltre a ridurre lo stress, smaterializzando la realtà e rendendola meno invadente psicologicamente, consente di pre-vedere esiti altrimenti inimmaginabili sulla base dell’esperienza individuale e di trasmetterli attraverso il linguaggio o altre forme di comunicazione.

Il gioco, oltre alla sua capacità di sospendere o prefigurare la realtà, è anche uno straordinario mezzo di comunicazione perché condensa in pochi pattern (formule, regole, simboli) esperienze molto più complesse allo scopo di semplificare e imprimere, attraverso la ripetizione rituale, concetti ed esperienze ampi, come fanno anche l’arte e la letteratura. Nell’articolo “Does beauty build adapted minds?” (2001, La bellezza produce menti adattate?) John Tooby e Leda Cosmides individuano il decoupling come motivo profondo che sta alla base dello sviluppo di forme finzionali, come l’arte e la letteratura, e dell’immaginazione, quella facoltà tipicamente umana di elaborare informazioni non legate alla contingenza e distanti dal reale, al fine di disattivarne i pericoli e le insidie nascosti.

La possibilità di mettere in discussione la realtà è il vantaggio adattivo che l’uomo ha acquisito rispetto agli altri animali ed è un fatto sociale, poiché solo attraverso la condivisione di esperienze e di comportamenti, l’Homo sapiens ha potuto superare le difficoltà ambientali con cui si è dovuto confrontare nel tempo. Un’altra abilità comportamentale necessaria a questa presa di distanza dalla realtà è la simulazione, che distingue l’uomo dagli altri animali e che si serve dell’uso delle metafore, che permettono di immaginare narrazioni altre rispetto a quelle prodotte dalla mera osservazione della realtà, che ci consentono di fare proiezioni e ipotesi su come essa è ma anche su come potrebbe e dovrebbe essere.

Dal punto di vista evolutivo, quindi, l’Homo sapiens ha sviluppato la capacità di illudere e illudersi, ma anche di resistere all’illusione e all’inganno, creando anche delle palestre collettive per allenarsi in questo gioco essenziale alla sopravvivenza: il teatro, il cinema, l‘opera. La psicologia insiste molto sugli vantaggi adattivi delle “illusioni positive” e, in generale, sulla capacità di mentire a noi stessi e agli altri: poter pensare che alcune cose non esistono o esistono solo come noi le immaginiamo ha reso l’uomo più adatto alla sopravvivenza in ambienti ostili. Tutti i fenomeni legati all’immaginazione stanno alla base delle capacità cognitive dell’Homo sapiens, compreso il fare-storie il cui obiettivo finale è in questa prospettiva quello di esercitare un controllo sulla realtà.

Chaîne opératoire

La più recente ricerca archeologica e antropologica si è rivolta allo studio delle chaîne opératoire, che hanno portato alla realizzazione dei primi utensili e al relativo sviluppo delle facoltà cognitive, con la creazione di proto-narrazioni poi integrate e implementate dalle prime forme proto-linguistiche. Si fa strada l’idea che gli utensili litici vadano letti in un continuum che dal corpo si proietta e si estende verso l’esterno, una sorta di ‘secrezione’ del corpo e del cervello che assume forma e sostanza materiale.

Secondo Tim Ingold, che sviluppa e chiarisce alcuni snodi del pensiero di Leroi-Gourham, bisogna guardare alla produzione litica come a qualcosa di automatico e parzialmente inconscio, un’“abitudine”, una “routine naturale”. Anche la narrazione, quindi, può essere considerata un’abitudine, al pari del camminare o del parlare, essa è un modo innato della mente di ordinare sequenze, soprattutto spaziali.

Vengono poi evidenziati dei parallelismi tra elementi minimi delle sequenze adottate per la creazione dei manufatti litici (chaîne opératoire) ed elementi minimi del linguaggio. Ian Davidson ipotizza una sorta di “anatomia comparata del linguaggio”, studiando le forme primitive di espressione linguistica: per quanto i primi ‘mattoni’ di questa sequenza siano forme davvero primitive di vocalizzazioni, i livelli superiori mostrano curiose convergenze con la produzione litica di utensili via via più complessi.

Tuttavia, è anche vero che la trasmissione delle abilità costruttive può basarsi sull’imitazione, che fa leva su pratiche incorporate e che può avvenire anche in assenza di un linguaggio articolato. Molti studiosi hanno sostenuto infatti che la creazione e l’uso degli utensili non vengono appresi attraverso descrizioni verbali ma tramite l’esempio e la partecipazione. Di contro, Tim Ingold ha fatto notare che una cosa è imparare la tecnica – e ciò può avvenire attraverso l’imitazione.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Pegasus.21 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Cinema e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Cervini Alessia.
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