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Riassunto esame bioetica, prof Gensabella, libro consigliato Vedere la disabilità. Per una prospettiva umanistica, Gensabella

Riassunto per l'esame di bioetica della prof.ssa Gensabella, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Vedere la disabilità, Gensabella, dell'università degli Studi di Messina - Unime. Scarica il file in PDF!

Esame di Etica e bioetica docente Prof. M. Gensabella

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ESTRATTO DOCUMENTO

e dal peccato che l’ha generata. Gesù fa intravedere una nuova via

di cura, in cui conversione e guarigione risultano due facce di una

stessa medaglia. Perché il malato ritorni sano è necessaria la

presenza di un operatore taumaturgico che si configuri come

mediatore fra il livello umano e quel livello divino da cui ottiene il

potere di sanare. Nel caso di Gesù è egli stesso a detenere la

dynamis, a promanare la forza salvifica. Dio, unico creatore e padre

dell’umanità, avrebbe donato all’uomo sofferenza e letizia, infermità

e salute, concedendo in maniera provvidenziale la cura per le prime

tramite medicina tradizionale o religiosa. Ai templi pagani noti come

luoghi di guarigione sacra furono sostituiti centri di guarigione

cristiani, in cui si praticasse il culto delle reliquie e la prassi

incubatoria e si invitasse il fedele a un percorso di conversione per

la salvezza dell’anima. Due santi medici per eccellenza, Cosma e

Damiano. Incubatio: i malati trascorrevano la notte in chiesa e

ricevevano nel sonno la visita dei due santi taumaturghi che

praticavano le loro cure dopo aver dialogato con il malato con

benevolenza; a volte intervenivano chirurgicamente, a volte

prescrivevano medicamenti. In molti casi la malattia corporea si

accompagnava alla sofferenza psicologica e la guarigione fisica alla

salvezza dell’anima. Le autorità ecclesiali ritennero opportuno

offrire ai malati un’alternativa cristiana ai santuari iatromantici:

analoghi luoghi di culto e guarigione, traslando nelle basiliche le

reliquie di Santi riconosciuti quali operatori di miracoli. Confine non

netto tra medicina razionale, religiosa e magica. In Oriente tra fine

quarto e inizio quinto secolo nacquero i primi ospedali in senso

stretto e gli orfanotrofi cui si affiancano le diakoniai, sistema

capillare di cure e assistenza organizzato dalle Chiese locali. Il

vescovo vestiva i panni del medico e si operava nell’offrire con

devozione le cure agli infermi. Così anche la Chiesa d’Oriente: nel V

secolo Giovanni Crisostomo sull’esempio di Basilio aprì diversi

ospedali ad Antiochia e Costantinopoli. Nell’occidente latino

cristiano, verso la fine del IV secolo si cominciarono a costruire

ospedali e xenodochi. La concezione del Cristo medico dell’anima e

del corpo, e il suo invito a continuare la sua opera di carità, portava

ad accogliere il malato nella sua totalità e interezza.

L. De Salvo – La disabilità fra antichità e Medioevo: Gregorio

di Tours e i Miraculorum libri: Robert Garland rileva che solo

dagli anni ’80 del secolo scorso si comincia a guardare alla disabilità

non solo come patologia medica, ma anche come fenomeno

riguardante una categoria sociale, con approccio multidisciplinare.

In ambito ebraico spesso le deformità venivano interpretate come

segno di imminente catastrofe. Gli esseri deformi, mostri perché si

discostano dall’immagine di Dio, diventano simbolo del male ed

emanazione del peccato. L’opera Miraculorum libri VIII di Gregorio di

Tours (VI secolo) indica la cultura e la mentalità del periodo. Le

guarigioni non avvenivano solo per personale intervento dei santi,

ma spesso a operare il miracolo era la loro tomba, il loro letto, un

tessuto o qualsiasi cosa che fosse stata a loro contatto diretto come

l’olio della lampada, la cera delle candele, la polvere del sepolcro.

Nell’opera di Gregorio le malattie appaiono come manifestazioni di

peccati nascosti, per i quali servono preghiere, lacrime, digiuni,

perdono, insomma un medico soprannaturale. I bambini affetti da

malformazioni congenite, considerati inutili bocche da sfamare,

erano portati davanti alla chiesa o affidati a gruppi di mendicanti,

che per lo più erano bambini o giovani. L’ospizio a volte fungeva da

ospedale, ma era più facile trovare alloggio per i ricchi. Vi era

assoluta fiducia della gente nel potere taumaturgico dei santi.

Gregorio dice che nessun medico avrebbe potuto compiere le

guarigioni ed esorta a non rivolgersi ai maghi. Martino è per lui

l’unico vero medico, che esercitava anche per mano di Gregorio, il

quale le aveva sperimentate in prima persona. Probabilmente

presso le basiliche c’erano ospedali, ma nel caso di fenomeni

psicosomatici o di disturbi mentali, la guarigione avveniva con la

preghiera e la suggestione del potere miracoloso delle reliquie di un

santo. Non sempre il disabile è visto come peso da eliminare. Tutti

coloro che da soli non ne avevano la possibilità, dovevano essere

accompagnati presso i santuari o le tombe dei santi e questo è

indizio che non li si voleva lasciare alla ventura: un giovane schiavo

trasportato a braccia dai suoi padroni davanti al sepolcro di S.

Martino e, una volta guarito, viene raccolto e riscattato dal comes

Giustino.

L. Di Paola Lo Castro – I disabili nel mondo romano

tardoantico tra excusationes e incapacitates: oggi si parla di

soggetti diversamente abili, ai quali è garantito il pieno rispetto

della dignità umana ed è riconosciuto il diritto all’assistenza

all’inserimento e all’integrazione scolastica e sociale (Convenzione

Onu 2006), come è emerso anche dai giochi Paralimpici di Londra

del settembre 2012. Nel mondo romano tardoantico mancavano da

parte dello Stato sia l’attenzione che la sensibilità al problema e non

erano previste forme di assistenza nei confronti di soggetti con

menomazioni o alterazioni psicofisiche. La cecità era ritenuta una

punizione degli dei e la morte immediata attendeva il neonato

deforme. L’infanticidio continua ad essere praticato anche in età

imperiale. La normativa tendeva più a penalizzare che a tutelare i

disabili. Riconoscere uno stato di disabilità, non significava garantire

assistenza, né migliorare la qualità della vita del soggetto

interessato. Inabilità, menomazioni e alterazioni psicofisiche erano

percepite come stati di infermità, di incapacità lavorativa e di

incapacità giuridica ed erano viste sotto il profilo economico, del

rendimento personale, dell’esercizio dell’officium o della

trasmissione e donazione di beni. La gotta e l’artrite, ritenute

malattie invalidanti, davano diritto all’esenzione da alcuni munera;

cecità, sordità, mutismo e follia esoneravano dalla cura e dalla

tutela e impedivano ai soggetti che ne erano affetti di ereditare o

donare. I provvedimenti di Giustiniano sulle incapacitates di muti e

sordi sono interessanti per la distinzione che egli opera tra muti e

sordi. I sordomuti per nascita non possono fare testamento,

ereditare, celebrare donazioni mortis causa e neppure

manomettere; può chi ha perso l’uso della parola o dell’udito in

seguito a infermità. I magistriani sono gli addetti al controllo di

persone e cose e della sicurezza dello Stato (dal IV secolo). I

disabili, presenti nel mondo romano in numero massiccio, non erano

tutti erano uguali in merito a trattamento ricevuto o excusationes. A

nessuno di loro erano garantite assistenza e tutela da parte dello

Stato. Al contrario alcune categorie (ciechi, sordi, muti, folli) erano

privati di alcuni diritti fondamentali: fare testamento, ereditare o

fare donazioni. Nel caso fossero giudici, venivano allontanati

dall’amministrazione.

PARTE SECONDA – La disabilità nel mondo contemporaneo:

tra storia, sociologia e comunicazione

S. Fedele – I disabili e i totalitarismi: nel campo specifico delle

politiche finalizzate all’eliminazione dei disabili, il nazismo ha un

tragico primato. Furono proprio i cittadini tedeschi le prime vittime

dell’ossessione eugenetica del regime hitleriano. Già prima di Hitler,

Hoche e Binding proponevano l’eliminazione legale di malati

incurabili, considerati fattore di danno economico per la comunità

perché gravanti su risorse di bilancio dello Stato. Friedlander mostrò

come l’eutanasia dei disabili fornì il modello pratico di quello che

sarebbe avvenuto con l’Olocausto. Il tutto iniziò a concretizzarsi nel

1933 con la Legge sulla prevenzione della nascita di persone affette

da malattie ereditarie, che prevedeva la sterilizzazione di persone

ritenute portatrici di malattie ereditarie. Nel 1935 legge per la

salvaguardia ereditaria del popolo tedesco con la legalizzazione

dell’aborto nel caso in cui uno dei due genitori fosse sospettato di

essere portatore di malattie ereditarie. Commissione del Reich per

la salute del popolo: svolgeva propaganda eugenetica nelle scuole e

negli uffici pubblici. Furono realizzati manifesti di sicuro impatto

come quello dell’operaio tedesco schiacciato sotto il peso di due

persone affette da malattie ereditarie raffigurate con tratti somatici

scimmieschi e/o delinquenziali. Vengono creati 500 Centri di

consulenza per la protezione del patrimonio genetico della razza,

che presto si legheranno alla soppressione di bambini affetti da

disabilità psichica o fisica. Nel 1939 Aktion T4: questionari agli

ospedali psichiatrici per censire le capacità lavorative dei ricoverati

ed eliminare i soggetti improduttivi. Spesso le schede venivano

compilate di fretta da impiegati ignari delle finalità del censimento,

così migliaia di ricoverati vennero condannati a morte (camere a

gas camuffate da cocce o forni crematori). Nel 1941 Himmler diede

il via all’Aktion 14F13, operazione rivolta ai detenuti dei campi di

concentramento con disabilità psichica tale da non consentire di

lavorare. I totalitarismi sono accomunati dal mito dell’uomo nuovo,

che per il nazismo è il puro esponente della razza ariana; per il

fascismo (leggi razziali, 1938) l’italiano depurato in forza

dell’educazione di Stato e dell’inquadramento nelle organizzazioni

giovanili del Partito nazionale fascista; per il comunismo sovietico il

lavoratore che sotto la guida del PC e di Stalin procede deciso sulla

strada dell’edificazione del socialismo. Emarginazione,

occultamento, eliminazione sono coessenziali alla logica

totalitarista.

A. Baglio, S. Donzella – Lo sport paralimpico: lo sport

paralimpico rappresenta il vertice di un movimento che nel corso

del ‘900 ha visto la progressiva inclusione dei soggetti con disabilità

nell’ambito della sfera sportiva, sancendo il superamento di molte

barriere, mentali e materiali, pregiudizi e limiti di sorta. L’attività

sportiva è diventata un ulteriore e formidabile strumento di

formazione e inclusione, come forma di espressione corporea e

comunicazione con l’altro. Un contributo importante lo hanno dato

nuovi metodi e tecniche: carrozzine sempre più leggere e

maneggevoli, protesi in titanio, ecc. A livello agonistico, il vertice di

questo movimento sportivo è rappresentato da manifestazioni che

ormai hanno raggiunto un’eco mediatica quali le Paralimpiadi, gli

Special Olympics, Global Games. Da una parte, tali soggetti

possono praticare lo sport in ambito integrato, interagendo con i

normodotati come avviene nel tiro con l’arco; per altro verso,

vengono riservate a persone con varie disabilità discipline sportive

adattate alle loro esigenze tramite il supporto di specifici attrezzi, la

variazione di alcune regole e l’adozione di alcuni accorgimenti.

L’uso dell’aggettivo “adattato” è più rispondente alle finalità

proposte dall’OMS: lo sport quindi diventa strumento che favorisce il

superamento del pregiudizio, permettendo a queste persone di

cimentarsi e realizzarsi in attività non confinate solo in ambito

ludico o riabilitativo, ma anche agonistico.

Gli effetti del secondo conflitto bellico si rivelarono devastanti e

traumatici, determinando una crescita esponenziale di casi di

disabilità. In questo contesto si pose la necessità di approntare

forme idonee di intervento volte al recupero delle capacità dei

soggetti e ad evitare il loro decadimento fisico e psicologico. Grazie

al neurologo tedesco Ludwig Guttmann, la pratica sportiva divenne

fondamentale nel processo di riabilitazione dei pazienti colpiti da

lesioni al midollo spinale. Nel 1944 guidò in Inghilterra un centro

riabilitativo all’avanguardia, nel quale si sperimentavano nuove

modalità terapeutiche rivolte ai reduci di guerra con lesioni spinali,

affiancando alle normali cure gli esercizi fisici, individuali e di

gruppo, destinati anche a sollecitare competizione, divertimento e

svago. Il tutto volto al ritrovamento delle capacità dei pazienti e del

loro reinserimento nella vita sociale. I risultati furono evidenti: i

tassi di mortalità si riducevano e la qualità della vita ne

guadagnava. Promosse nel 1948 i Giochi di Stoke Mandeville, aperti

ai reduci di guerra para e tetraplegici che si cimentarono nel tiro

con l’arco. Era l’inizio del movimento paralimpico, destinato a

crescere negli anni successivi con il coinvolgimento di atleti di altre

nazioni e con uno spettro più ampio di discipline sportive. La

definitiva consacrazione sarebbe venuta dall’edizione romana del

1960 quando, grazie all’impegno di Antonio Maglio, padre del

paralimpismo italiano, giunsero a Roma oltre 400 atleti provenienti

da 23 paesi e la manifestazione si tenne subito dopo la chiusura

delle Olimpiadi, inaugurando una consuetudine e un legame

destinato a istituzionalizzarsi negli anni a venire. Paralimpiade

inizialmente indicava la destinazione dei Giochi ai soli atleti

paraplegici, poi prevalse l’accezione più ampia valorizzando il

significato di competizione che si tiene accanto alle Olimpiadi per

normodotati. Il logo comprende 3 gocce di colore verde, rosso e blu

a richiamare i luoghi della sofferenza umana: mente, corpo e spirito.

Al vertice del sistema si colloca il Comitato Internazionale

Paralimpico, che coordina le 12 federazioni paralimpiche e

predispone l’organizzazione dei giochi paralimpici estivi e invernali.

Gli Special Olympics Games, indirizzati a persone con ritardi

mentali, ha una logica in cui prevale la valorizzazione di tutti i livelli

di abilità e di applicazione dell’individuo. Luca Pancalli: “il

paralimpismo riveste un connotato finalmente positivo, perché

comunicatore di valori propri, alcuni dei quali coincidono con quelli

dell’olimpismo”.

Antonio Maglio sperimentò nel centro paraplegici di Ostia, negli anni

’50, la pratica sportiva come strumento di riabilitazione per le

persone colpite da lesioni midollari. Nel 1951, la visione in una casa

di riposo di Palestrina di tanti giovani paraplegici costretti a

trascorrere le loro giornate rassegnati e assaliti dalla noia lo segnò

molto. Il primo atto fu l’inaugurazione nel 1957 del Centro

Paraplegici Villa Marina di Ostia, sotto l’egida dell’INAIL. Lo sport

visto come terapia rimaneva un elemento insostituibile per

irrobustire i corpi e i caratteri, per tornare a vivere una vita che vale

la pena di essere vissuta, per sviluppare volontà di agire, desiderio

di vincere e di affermare la propria personalità, risorse morali e

volitive che devono essere recuperate. La crescita del movimento fu

testimoniata dall’organizzazione, nel 1960, dell’evento di Roma. In

Italia però non era lo Stato ad assumersi l’onere di sostenere il

settore a livello finanziario, ma i privati o gli enti pubblici. Infatti,

quando l’INAIL passò all’Ente ospedaliero regionale, la mancanza di

finanziamenti rischiò di far saltare la partecipazione italiana alle

Paralimpiadi di Heidelberg. 1974, Associazione Nazionale per lo

Sport dei Paraplegici (ANSPI), che nel 1980 confluendo con la FISM

(Federazione italiana Sportivi Minorati) diede luce alla Federazione

Italiana per lo Sport degli Handicappati (FISHa), presieduta da

Roberto Marson, allo scopo di realizzare un processo unitario delle

organizzazioni sportive degli handicappati. 1981, Federazione

Italiana Ciechi Sportivi (FICS) e la Federazione Sport Silenziosi

d’Italia (FSSI). Nel 1990 ennesimo processo di aggregazione di

FISHa, FICS e FSSI, che diedero vita alla FISD (Federazione italiana

sport disabili) con pieno riconoscimento da parte del CONI in merito

a svolgimento e coordinamento di attività sportive per disabili. Altro

passo in avanti fu il riconoscimento alla FISD con la legge 189/2003,

quale Comitato Italiano Paralimpico (CIP).

A Tokyo 1964, i Giochi si tennero nello stesso luogo delle Olimpiadi.

Il governo giapponese diede una grossa mano nel finanziare

l’evento, che però vide diminuire il numero di partecipanti, ma non

quella degli spettatori e degli sport. Fu un’edizione storica anche

per i risvolti politici per la partecipazione del Sudafrica, escluso

dalle Olimpiadi per apartheid. Nonostante il successo, l’edizione del

1968 registrò la scollatura tra Olimpiadi e Paralimpiadi.

Raddoppiarono i partecipanti, ma diminuirono le medaglie a causa

di un primo accorpamento tra le categorie. I Giochi successivi di

Heidelberg si svolsero prima delle Olimpiadi e videro l’esordio di

numerose nazioni del blocco sovietico e delle piastre tattili

elettroniche nel nuoto. Nel ’76 numerose nazioni africane

disertarono per solidarietà con il Sudafrica, in pieno apartheid. Il

1980 toccava all’URSS, ma il difficile rapporto con la disabilità e la

mancanza di interesse verso la propaganda degli sport paralimpici

determinarono la sostituzione con i Paesi Bassi. Nel 1984 si svolsero

in due continenti: a Stoke Mandeville (atleti con lesioni spinali) e a

New York (tutti gli altri). Da questa edizione il CIO approvò

ufficialmente a denominazione di Giochi Paralimpici. Nel 1988

Paralimpiadi e Olimpiadi si sarebbero svolte sempre nello stesso

luogo e da questa edizione mutarono i criteri di selezione degli

atleti e le categorie di disabilità con l’accorpamento di numerose

gare. I risultati si videro a Barcellona 1992 e furono tangibili: livello

più alto e 7mln di spettatori tv. L’edizione di Atlanta 1996 fu tra le

più fastose: i Giochi vennero sovvenzionati totalmente dagli

sponsor. Sydney 2000 fu macchiata dallo scandalo della squadra di

basket spagnola, in realtà non composta da atleti disabili (la Spagna

fu esclusa da tale categoria fino a Londra 2012). Atene 2004 portò

alla luce la stella di Pistorius, primo atleta a vincere una medaglia in

competizioni per normodotati. Pechino 2008 e Londra 2012 hanno

sancito il definitivo successo delle Paralimpiadi con oltre 3 mld di

spettatori. Dal 1976 anche quelle invernali. L’Italia, in cui si è

disputata l’edizione del 2006, ha visto aumentare il numero dei suoi

partecipanti negli anni immediatamente precedenti la disputa

dell’edizione piemontese: nel 2005 nacque il primo campionato

italiano di ice sledge hockey. A mancare sono state le strutture: gli

impianti della Paralimpiade 2006 vennero in gran parte

abbandonati.

C. Magazzù – Il disabile nel Magistero della Chiesa

contemporanea: tra teologia, catechesi e liturgia: From the

very beginning è un documento strutturato in 3 parti: ruolo

vocazionale e missionario della Chiesa; principi cui Chiesa e

operatori devono ispirarsi; percorsi che possono mettere in pratica

le ipotetiche determinazioni teoriche. Il disabile è una persona con

dignità e diritti. Deve avere di se stesso un’idea realistica e positiva,

facendosi riconoscere come persona in grado di avere

responsabilità, capace di volere e collaborare. Il Magistero ha

maturato nuova consapevolezza nell’elaborazione di un cammino di

integrazione, interdisciplinare tra teologia, scienze pedagogiche,

catechesi e pastorale liturgica. È necessario che all’interno della

parrocchia gli educatori si assumano la responsabilità di operare

una scelta nell’essenzialità dei contenuti da trasmettere per il

messaggio cristiano alle persone disabili. Il salto di qualità da

compiere è passare da accoglienza a solidarietà. Integrazione,

normalizzazione e personalizzazione sono le tre fasi tramite cui

agire per ottenere un reale coinvolgimento dei disabili al momento

liturgico della vita cristiana.

L. M. Daher – Donne, disabilità, lavoro di cura: stereotipi

culturali e ideologie di genere: recentissimi dati mostrano come

in Italia le donne siano più impegnate nel lavoro di cure rispetto agli

uomini (8,4 mln contro 6,8). Le rappresentazioni sociali, attribuendo

ruoli e attività specifiche a un sesso piuttosto che a un altro,

conducono le donne ad accettare passivamente una propria

stereotipizzazione e a rivendicare il loro esclusivo diritto di svolgere

tali compiti. Le donne continuano ad essere poste come principali

responsabili dell’organizzazione familiare. Nel lavoro di cura e

allevamento dei figli, la partecipazione dei padri è ridotta. Il

sostegno pubblico è limitato, dunque ci si affida alle relazioni

familiari per avere un supporto socio-istituzionale, e questo pone le

donne al centro delle dinamiche organizzative. Lo sviluppo

dell’identità di genere avviene durante la crescita, in continua

interazione con contesti di socializzazione caratterizzati dalla

presenza di generazioni diverse. È nella famiglia che si colloca il

processo di ridefinizione di ciò che è maschile e femminile.

L’evento-disabilità conduce a ulteriori complicazioni

nell’organizzazione familiare, solitamente a sfavore del tempo delle

donne. Il ruolo organizzativo della donna riduce ai minimi termini il

suo tempo personale o lo annulla. La nascita di un figlio disabile

comporta ripercussioni non previste: provoca sovraccarico di lavoro

(burnout), peso eccessivo delle responsabilità, limitazioni nelle

relazioni sociali, problemi di salute, abbandono del lavoro retribuito,

ecc. Tra gli aspetti gratificanti l’opportunità di instaurare legami forti

e l’apprezzamento per il lavoro svolto. La disabilità spesso investe

le famiglie tramite l’invecchiamento degli anziani e in modo meno

naturale quando si affrontano problematiche relative ai figli disabili.

Per molto tempo si è attribuita alle donne un’innata propensione

alla cura mettendo in connessione questa attività con lo

svolgimento del ruolo materno. La consistente presenza delle donne

nel lavoro di cura dovrebbe tener conto del valore personale di chi

si fa carico di tali compiti e pertanto della sua rilevanza sociale.

M. Centorrino – Media e disabilità: la political correctness e

la routine produttiva: I mass media giocano un ruolo chiave nella

determinazione del modo in cui la società considera la disabilità.

Hanno assunto un ruolo istituzionale. Il discorso mediale

rappresenta un meccanismo di formazione di potere (simbolico)

tramite la diffusione di significati condivisi, la definizione di ciò che

è valore. I media ci forniscono le modalità con le quali noi

immaginiamo determinate situazioni, identità, gruppi. Col Web si

innesca una dinamica più complessa, in cui viene sviluppata da

parte degli utenti una forma di contropotere. Internet costituisce un

fondamentale spazio espressivo, soprattutto per le categorie

svantaggiate dai media tradizionali (immigrati, disabili). Inoltre, i

media rappresentano ripetutamente determinati eventi e

protagonisti, mentre ne emarginano o escludono altri, facendoli

sembrare minacciosi. Negli anni è aumentato il numero di articoli

contenenti termini come portatore di handicap o disabile. Sembra

essersi ampliata anche una forma di politically correctness

linguistica (disabile sostituisce handicappato) e il fenomeno ha

avuto maggiore visibilità. Radtke individua la svolta nel post

Seconda Guerra mondiale e parla di approccio dicotomico:

Mendicante, nel senso di persona che non può fare nulla senza

l’aiuto altrui, o Batman, nel senso di eroe disabile che riesce a fare

prestazioni che neanche persone non disabili riescono a realizzare

(scalatori ciechi sull’Everest). Negli ultimi anni la persona disabile è

diventata uno dei soggetti ideali per innescare processi di

spettacolarizzazione, tipica dei contenuti mediali. In ogni caso sono

stati compiuti passi in avanti: in questo senso va letto il maggiore

spazio dedicato alla disabilità e al disabile. La produzione

giornalistica è connotata da una serie di meccanismi su cui si basa

l’intera organizzazione. Tali meccanismi danno vita a distorsioni

involontarie, non legate a un’opera di manipolazione connessa a

pressioni o a deformazioni deliberate dalle notizie. Scrivere disabile

piuttosto che handicappato è un progresso, perché lo stesso

linguaggio potrà essere influenzato da tali mutamenti, ma non si

può parlare di una vera e propria presa di coscienza.

M. Parito – Gli altri (?) cittadini: disabilità e comunicazione

pubblica: centralità del cittadino significa prestare attenzione alle

esigenze e alle aspettative dei differenti segmenti di popolazione,

attualizzare i diritti di cittadinanza partendo dalle reali condizioni

sociali, culturali e anche fisiche e psichiche delle persone.

Nell’ambito di una nuova narrativa dei diritti, la Carta dei diritti

fondamentali dell’Unione Europea costruisce un discorso in cui la

persona e la sua dignità hanno ruolo centrale. Per la prima volta

vengono indicate dignità, uguaglianza, solidarietà come valori

fondativi, che si aggiungono a libertà, cittadinanza e giustizia. Tra le

attività promosse dalle istituzioni comunitarie, l’Anno europeo

rappresenta uno strumento di comunicazione pubblica significativo.

Nel 2003 Anno europeo delle persone con disabilità. Il Consiglio è

intervenuto con 3 distinte risoluzioni, invitando Commissione e Stati

membri a prendere iniziative concrete per garantire l’accesso alle

infrastrutture e alle attività culturali, l’eguaglianza nelle opportunità

all’istruzione e alla formazione continua, l’effettiva partecipazione

alla società della conoscenza, aperta con la diffusione dei media

digitali. Si aggiunge il Piano d’azione per le Pari opportunità per le

persone con disabilità che stabilisce il programma delle iniziative

per il periodo 2004-2010, seguito dalla Strategia europea sulla

disabilità (diritti fondamentali sanciti dalla Carta) che definisce gli

interventi per i successivi 10 anni. L’Anno europeo costituisce la

fase che mira all’estesa visibilità, sollecitando l’attenzione del

grande pubblico per favorire una maggiore consapevolezza e un

riconoscimento diffuso dell’esigenza di provvedimenti. Le differenti

sensibilità politiche nazionali giocano un ruolo determinante.

Sembrano prevalere le attività di tipo educativo che coinvolgono le

scuole e convegni seguiti da cittadini già consapevoli. Nel 2003

campagna Sì alle diversità. No alle discriminazioni, con l’obiettivo di

diminuire i pregiudizi e le disparità di trattamento basate su razza,

etnia, credo religioso, ecc. Prosecuzione fu l’Anno delle pari

opportunità per tutti del 2007. La cornice all’interno della quale

progettare le iniziative è disegnata da 4 obiettivi operativi: diritti,

rappresentatività, riconoscimento e rispetto. Strategia europea sulla

disabilità 2010-2020: accessibilità, rivolta anche alla tecnologia;

partecipazione ai diversi ambiti della vita sociale rimuovendo

ostacoli al pieno esercizio dei diritti; uguaglianza, vietando

discriminazione; occupazione. La comunicazione pubblica

costituisce una dimensione importante per sollecitare cambiamenti

di atteggiamenti e comportamenti orientati a consentire la piena

integrazione delle persone in condizioni di disabilità nei contesti

sociali in cui vivono.

M. G. Sindoni – A. Pagano: Accessibilità mediata ai testi

oltre le barriere digitali: L’alfabetizzazione è un obiettivo più

complesso nell’epoca della digitalizzazione delle informazioni. La

disabilità è la limitazione o perdita della capacità di compiere

un’attività nel modo considerato normale per un essere umano,

mentre l’handicap è considerato una condizione di svantaggio,

conseguente a menomazione o disabilità. Una persona sulla sedia a

rotelle è disabile, ma potrebbe non avere handicap se venissero

eliminate le barriere architettoniche o quelle virtuali. Il modello

sociale rifiuta la visione secondo cui la disabilità è un problema solo

clinico e ha l’obiettivo della prevenzione dell’info-esclusione: l’info è

un bene globale. I problemi di accessibilità e usabilità possono

impedire una piena partecipazione alla società dell’informazione. La

legislazione europea sui mezzi di comunicazione elettronica e

audiovisiva prevede pari diritti per l’accessibilità a reti e servizi e la

qualità delle tecnologie e sancisce il diritto all’informazione e alla

partecipazione. Progetto PRIN ACT: 3 unità di ricerca in ambito

nazionale, è coordinata dall’Università di Messina. Si propone

l’obiettivo di esplorare l’accessibilità ai testi superando le barriere

incontrate da alcuni gruppi sociali nell’accedere a contenuti

audiovisivi/multimodali (barriere nella visione di film incontrate da

non vedenti, sordastri). Il progetto studia le modalità di accesso al

web ed elabora strategie di lettura di testi web, prevedendo

specifiche per un browser che incorpori supporti

audiovisivi/multimodali per favorire l’accessibilità. Il progetto

Terence è collegato ad ACT rispetto alle strategie di lettura e

coinvolge 12 Paesi europei ed extraeuropei per sviluppare alcuni

sistemi di apprendimento adattivo (ALSs) per bambini udenti e non

udenti con difficoltà di comprensione in una prospettiva

interdisciplinare (linguistica, informatica, ecc). Incoraggiando lo

sviluppo delle abilità di elaborazione dei testi tramite giochi con

potenziale metacognitivo, il progetto intende favorire l’inclusione

sociale. Dopo aver letto la storia, il bambino può giocare con gli

smart games per ragionarci su. Gli smart games servono a creare

nessi e a memorizzare tutto ciò che è rilevante per la comprensione

e a scartare ciò che non lo è. L’UE è da tempo impegnata perché la

società dell’informazione sia per tutti. In Italia è stata istituita nel

maggio 2002 la Commissione interministeriale sullo sviluppo e

l’impiego delle tecnologie dell’informazione per le categorie deboli;

nel 2004 è stata emanata una legge che obbliga tutte le PA e i

soggetti che erogano pubblici servizi a rispettare i requisiti di

accessibilità nei contratti stipulati per la realizzazione o la modifica

di siti web. A ogni tipologia di disabilità corrisponde una categoria di

prodotti hardware e software dedicati. È necessario conoscere i vari

profili di disabilità per tener conto, già in fase di progettazione di un

sito, delle varie forme di visualizzazione che l’utente può scegliere.

Linee guida W3C suddividono checkpoint in 3 livelli di priorità:

indispensabili, utili, consigliabili. Progettazione universale: sito che

possa essere visitato da qualsiasi utente e dove il contenuto

dell’informazione e la sua presentazione siano sempre indipendenti

l’uno dall’altra. Occorre che la persona raggiunga il massimo livello

di autonomia possibile.

A. Busacca – Circolazione dei video in rete, privacy degli

utenti e responsabilità degli ISP. Note in margine al cd. Caso

Google – Vivi Down: L’universo web è un contenitore nel quale si

muovono infiniti flussi comunicativi che coinvolgono le sfere

personali e patrimoniali delle persone interessate. La regola

giuridica deve indirizzarsi alla disciplina dello strumento tecnico,

alla corretta modalità di uso per evitare che la risorsa si trasformi in

strumento di abuso, a garantire la libera manifestazione del

pensiero (centralità della persona e attenzione a debolezza e

disagio). Il tema della tutela dei diritti fondamentali nell’universo

internet rappresenta uno snodo delicato, soprattutto in

considerazione dell’emersione, accanto ai diritti tradizionali, dei

diritti nativi, che poi si sviluppano in relazione alla comunicazione

digitale. Nell’ipotesi di contenuti lesivi dei diritti alla persona (senza

che il provider abbia partecipato alla creazione dei contenuti in

questione), si è posto il problema dell’individuazione dei

responsabili per gli illeciti commessi: gli Internet Service Provider o

solo agli autori dei contenuti in rete. Il caso Google – ViviDown risale

al 2010: nelle aule di un istituto scolastico alcuni minori filmano le

vessazioni e gli insulti a carico di un compagno di classe disabile e

caricano il video online su video.google.it. I genitori della vittima

chiedono la rimozione del video alla corporate Google e intentano

una causa penale contro i minori autori delle condotte e del video.

L’associazione Vivi-Down, intanto, nominata e associata a

espressioni offensive e ingiuriose nel video, chiede la condanna per

diffamazione per 3 dirigenti di Google Italia, rei di non aver impedito

la circolazione online del video e per illecito trattamento dei dati

personali del minore vittima. L’assenza di una specifica normativa

ha determinato una sentenza che ha destato non pochi dubbi in

dottrina: il tribunale meneghino ha condannato i manager

responsabili di Google Italia per violazione delle norme a tutela della

riservatezza. L’attività di trattamento dati imputabile al provider

però può riguardare solo i dati degli uploaders. Pur affermando il

ruolo di host provider attivo in capo a Google, la Corte giunge a

escludere ogni profilo di responsabilità. L’attività dell’ISP non può

ritenersi automaticamente comprensiva delle funzioni di controllo e

verifica delle operazioni relative ai dati immessi online da terzi, i

quali unici devono essere considerati responsabili delle operazioni

di trattamento. L’utilizzo consapevole e responsabile del web e dei

canali di comunicazione deve essere frutto di una strategia di

educazione ai media che dalla dimensione sociale della comunità

tragga le sue basi etiche e di una applicazione al web del principio

dell’art. 3 della Convenzione ONU (divieto di discriminazione

coniugato con l’effettiva partecipazione sociale, il rispetto della

diversità e le pari opportunità). L’intervento di sistema deve

guardare allo svolgimento ordinario della vita comunitaria

contrastando le forme di discriminazione e al momento patologico

della vita comunitaria, quando l’ordinamento deve intervenire per

garantire tutela e porre rimedio alle violazioni commesse.

G. Ruggeri – Medicina civile e disabilità: il ruolo

dell’informazione mass-mediale: La tutela della salute e della

persona umana rappresenta un compito fondamentale della

medicina, sancito da giuramento ippocratico. È necessario

approccio multidisciplinare (scienze giuridiche, filosofiche,

sociologiche, economiche) e un impianto normativo. In Italia c’è il

sistema della difesa e della tutela della salute (art. 32 Costituzione),


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in metodi e linguaggi del giornalismo (Facoltà di Lettere e Filosofia e di Scienze Politiche) (MESSINA)
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher inzaghino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Etica e bioetica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Gensabella Marianna.

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