Che cos'è la bibliologia
Andrea De Pasquale
I confini della disciplina
Definizione
Bibliologia è la disciplina che studia l'antica produzione a stampa come oggetto e manufatto, risultato di un complesso processo tecnologico che si è evoluto nei secoli. Indaga la fabbricazione dei materiali stampati attraverso l'analisi delle tecniche tipografiche nelle varie fasi (realizzazione dei caratteri, preparazione dei testi, composizione, scelta dei supporti, stampa, correzione di bozze, inserimento di illustrazioni, confezione, commercializzazione).
L'arco cronologico di studio va dalle origini (metà del XV sec) al 1830 circa, quando le tecniche di stampa e fabbricazione della carta diventano meccaniche. La bibliologia ha interesse per la componente materiale del libro e si occupa anche di:
- Scoprire eventuali falsificazioni bibliografiche.
- Individuare la datazione e il nome del tipografo o dell'editore (quando non presente) attraverso lo studio della scrittura e di altri elementi.
L'ambito di azione
La bibliologia si concentra sui materiali a stampa antichi dal punto di vista dell'edizione, individuando l'aspetto del libro al momento dell'uscita. L'edizione è l'insieme di tutte le copie prodotte a partire dalle stesse forme tipografiche. Le forme tipografiche sono composte da facciate disposte in telai secondo determinati criteri.
Quando le forme venivano scomposte e i caratteri ricollocati al loro posto, terminava l'edizione. Nel libro antico, non conservando le forme composte, non era possibile la ristampa, anche quando non avveniva un cambiamento nel contenuto, si procedeva sempre a una ricomposizione riga per riga, creando sempre una nuova edizione.
Non tutte le copie di una stessa edizione erano uguali, era possibile rilevare errori data la fabbricazione manuale:
- Errori di composizione o di posizionamento delle forme.
- Errori durante la tiratura, ad esempio ribaltamenti o spostamenti di caratteri dovuti allo schiacciamento della pressa.
- Necessità di inserire a posteriori nuovi elementi.
Il testo veniva ricomposto e ristampato, creando delle emissioni diverse:
- Piccole porzioni di pagine con aggiunte (con o senza colophon).
- Apparati decorativi, fogli di dedica, di prefazioni o di indici.
- Inserimento di errata, stampati in una pagina bianca in calce al testo o su fogli da inserire durante la legatura.
In presenza di un numero rilevante di errori, il tipografo poteva decidere di ristampare una o due carte (al termine della stampa del corpo del libro), in occasione dell'impressione delle pagine nel paratesto.
Le "candellandae" erano carte da sostituire, eliminate dal legatore e rimpiazzate con le carte corrette (cancellantes/cartons); le carte corrette venivano incollate sulla brachetta che si formava tagliando la carta errata e lasciandone il bordo, diverse per tipo di carta usata.
In casi limite si assisteva anche a:
- Correzioni tramite erasura senza ristampa o ricomposizione.
- Correzioni a penna (es. data di pubblicazione su frontespizio).
- Stampa di alcune parole a timbro con il compositoio.
- Apposizione di un carticino stampato con il testo corretto incollato in corrispondenza dell'errore.
Emissioni diverse includevano:
- Edizione rinfrescata: riproposizione di un testo rimasto invenduto, ripresentato ad esempio con un nuovo frontespizio.
- Edizioni condivise o simultanee, frutto di una società temporanea tra due o più editori, in cui si dividevano le spese, ma ognuno faceva tirare un lotto del primo fascicolo indicando i suoi dati.
- Lotti di pubblicazione stampati dalla stessa composizione ma su tipi di carta diversa o su materiali speciali (es. seta, pergamena).
Un altro compito della bibliologia è ricostruire la copia ideale, descrivendo, attraverso gli esemplari sopravvissuti, l'edizione comprensiva di tutte le sue emissioni e varianti, cercando di comprendere il percorso seguito dall'edizione all'interno della bottega.
Il materiale a stampa è anche visto come merce e oggetto di consumo, analizzando gli esemplari (copie di un'edizione) e studiando gli elementi e le informazioni di varia natura che si sono stratificati su di essi (chi li ha presi per leggerli, studiarli, censurarli ecc.).
L'oggetto a stampa non è solo considerato come prodotto in serie, ma come qualcosa di unico, come ogni altro bene culturale.
L'ambiguità terminologica
Il termine bibliologia compare per la prima volta sul dorso di un manoscritto (Biblioteca Universitaria di Bologna) che contiene l'opera di Ulisse Aldrovandi, "Aldrovandi bibliologiae" (1580), un precoce trattato di paleografia. Il "Zibaldone" di Federico Cesi contiene il saggio "De libris bibliologia", che illustra le problematiche dell'articolazione del libro (caratteri, titoli, divisioni in capitoli, elementi del paratesto).
Il termine è inteso in senso etimologico come "studio del libro" in tutti i suoi aspetti. Gabriel Peignot (XVIII secolo), nel "Dictionnaire raisonné de bibliologie", definisce la bibliologia come fondamento teorico della bibliografia, una disciplina che «presenta l'analisi delle conoscenze umane in modo ragionato, i loro rapporti, le loro connessioni e suddivisioni».
Tommaso Gar (XIX secolo), nelle "Letture di bibliologia" (manuale per bibliotecari), identifica la bibliologia con la biblioteconomia. Nella "Lettura V" analizza il libro sotto l'aspetto della materialità (caratteri tipografici, segnature, distribuzione del testo, tipografi, editori ecc.). Francesco Sabatini, nell'"Enciclopedia popolare illustrata" (1887), assimila la bibliologia alla bibliografia.
Ottino e Fumagalli, nella "Bibliotheca bibliographica italica", definiscono la bibliologia come «storia della stampa, del libro e della sua ornamentazione»: trattati di bibliologia generali, periodici di bibliografia, testi di storia della stampa. Fumagalli, nella "Bibliographia" (1916), considera la bibliologia come una parte della bibliografia (storia del libro): bibliografie, periodici bibliografici, trattati e dizionari di bibliologia, storia della stampa, storia tipografica, commercio librario.
Nel "Vocabolario bibliografico" (1940, postumo) si definisce la bibliologia come «parte della bibliografia che studia la storia del libro, delle forme che ha assunto nel corso del tempo».
Albano Sorbelli, nell'"Enciclopedia italiana", definisce la bibliologia come disciplina che tratta del libro sotto tutti i suoi molteplici aspetti. Paul Otlet (Belgio), nel "Traité de documentation. Le livre sur le livre: théorie et pratique" (1934), considera la bibliologia come disciplina che comprendeva la biblioteconomia e la bibliografia.
Stelio Bassi, nelle "Lezioni di bibliologia", distingue tra bibliologia tecnica (bibliografie, cataloghi, biblioteche), bibliologia scientifica (manoscritti, incunaboli), bibliologia storica (storia della tradizione manoscritta, della stampa e delle edizioni).
Fino agli anni '80, la bibliologia era confusa con la storia del libro, di cui costituisce un aspetto. In Francia, negli anni '70, René Estivals, nel libro "La bibliologie", include tutte le discipline del libro sotto questo termine, comprese la biblilogie materielle e la textologie (i cui ambiti si identificano con la bibliologia moderna).
Nel 2002, Estivals distingue la bibliologia in due accezioni: la Science du livre, più tradizionale, e la Science de l'écrit et de la communication écrite, compresa nelle discipline dell'informazione e delle scienze della comunicazione.
Le relazioni con le altre discipline
L'opera di Febvre e Martin, "L'apparition du livre" (1958), considera la bibliologia come storia sociale, che si interseca con tutti gli aspetti della vita collettiva, toccando temi della vita economica e culturale.
- Si trattano aspetti della produzione materiale del libro, della sua funzione di oggetto di consumo, si analizza il lavoro degli operai, correttori, tipografi e autori.
L'approccio alla bibliologia come storia del libro è illustrato nelle osservazioni di Alfredo Serrai. La bibliologia è strettamente legata alla storia delle biblioteche, poiché i libri sono fonti principali per scrivere la storia dei depositi librari, fungendo da base metodologica.
La bibliologia è intesa anche come edizione critica delle raccolte librarie; attraverso l'analisi dei manufatti bibliografici è possibile procedere a una ricostruzione della storia di: acquisizioni e stratificazione dei fondi, della gestione e delle tecniche biblioteconomiche, della lettura.
- La bibliologia svolge mansioni di scavo archeologico delle raccolte librarie, con lo scopo di realizzare un'edizione critica per collocare i libri nel loro corretto ambito cronologico.
Esistono rapporti con la critica testuale, la filologia dei testi a stampa e con il restauro dei libri. L'obiettivo del restauro è salvaguardare le informazioni storiche di cui il libro è veicolo e testimone, grazie alla conoscenza analitica dei materiali e delle tecniche di manifattura, necessaria per una conservazione metodologicamente corretta.
Rapporti con la biblioteconomia (gestione delle raccolte, anche dei fondi antichi) implicano competenze di bibliologia necessarie per:
- Scelte di acquisizione dei volumi.
- Eventuale trasferimento in depositi riservati.
- Individuazione della loro rarità e pregio.
- Catalogazione.
Le origini anglosassoni
Le origini della bibliologia moderna si trovano nell'Inghilterra del XIX secolo, con Henry Bradshaw, bibliotecario dell'Università di Cambridge, come figura di riferimento. Nel 1870, "A Classified Index of the Fifteenth Century Books", per la prima volta si sofferma sulla struttura del libro, varianti e modi di lavoro del tipografo.
Nel 1892 viene fondata la Bibliographical Society, che promuove la catalogazione dei libri e ne studia le tecniche di fabbricazione. Gli studi di Hinman, Proctor, Pollard e McKerrow, contribuiscono allo sviluppo della bibliologia. McKerrow pubblica il primo manuale "An Introduction to Bibliography for Literary Students" (1927).
Greg giunge alla conclusione che la bibliography è «the study of books as material objects». Bowers negli USA sviluppa studi bibliologici, fondando la scuola della New Bibliography, pubblica nel 1948 la prima rivista sul tema e nel 1949 l'opera "Principles of Bibliographical Description".
L'approccio di Bowers è definito analytical bibliography / bibliographical description, focalizzato sulla ricostruzione dei testi come si presentavano nella volontà dell'autore (prima edizione autorevole). La bibliografia testuale è un settore della bibliografia analitica che si occupa dei contenuti di un libro (segni di inchiostro).
L'interesse del mondo anglosassone per il testo a stampa, la definizione e produzione in officina tipografica, più la ricerca della volontà originaria dell'autore, trascura le informazioni sugli esemplari aggiuntisi dopo la commercializzazione.
Il padre della bibliologia moderna è spesso indicato in Gaskell, autore di "A New Introduction to Bibliography" (1972). L'opera è stata contestata per il tecnicismo smodato. McKenzie critica l'esclusiva attenzione all'oggetto-libro di Gaskell, trascura la componente umana nella fabbricazione e le pratiche delle singole officine.
McKenzie analizza i processi sociali della trasmissione dei testi, la ricezione dei lettori e i contesti sociali in cui venivano prodotti i testi. I testi sono visti come prodotti mediati, con significati economici, sociali, estetici e letterari.
In Inghilterra, Darton cerca di conciliare gli approcci della bibliografia analitica con la sociologia dei testi, evidenziando un circuito della comunicazione che si estende «dall'autore all'editore, al tipografo, al distributore, al libraio e al lettore».
I lettori condizionano la produzione dei testi e i librai condizionano le scelte editoriali. La storia del libro è vista come storia sociale e culturale della comunicazione per mezzo della stampa, per capire in che modo le idee sono state trasmesse attraverso la stampa.
Gli studi bibliologici francesi sono di diretta discendenza da quelli inglesi, con studiosi come Kirsop, Veyrin-Forrer e Lau.
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