Il libro nel rinascimento
Nella nuova arte della stampa tipografica, radicalmente diversa dalla stampa silografica di immagini e di brevi testi scritti, il disegno e l’incisione del punzone, la fusione dei caratteri e il loro allineamento nelle parole, nelle righe e nelle pagine presero sia il posto del tratteggio, cioè la stesura manuale dei tratti di penna, sia il posto del ductus, cioè della guida manuale della penna sul foglio.
Funzioni principali della scrittura
Erano due le funzioni principali di ogni scrittura: quella libraria e quella documentaria. Le funzioni librarie sono state assolte in un primo momento dalla minuscola carolina, dalla quale, dopo una serie di trasformazioni nel ductus e nel tratteggio, si è passati ad una nuova forma alfabetica, che fin dal 200 fu chiamata littera nova, in contrapposizione alla littera vetus dei codici scritti dai copisti delle precedenti generazioni, ancora in circolazione.
Nei primi decenni del 300 è già comune la designazione di littera antiqua, per indicare la scrittura carolina, e di littera moderna per indicare la scrittura che aveva, in quegli anni, preso il suo posto in tutta la produzione libraria europea, la scrittura gotica. Questo termine indica la nuova scrittura libraria affermatasi nel XIII secolo. La minuscola gotica si innesta, quindi, sulla minuscola carolina e ne costituisce la versione detta moderna. Con l’espressione litterae gothicae si indicano tutte le scritture, anche recenti e dell’uso vivo, che non appartenevano all’armonioso sistema grafico antico.
Conflitti tra scritture nel 400
Nella seconda metà del 400 le due scritture minuscole librarie, la antica, rimessa in circolazione dagli umanisti, e la moderna, ossia la gotica, si contendevano il campo della produzione libraria. Prevaleva ora l’una ora l’altra a seconda dell’area geografica, del testo, delle abitudini individuali, delle consuetudini scrittorie proprie dell’ambiente sociale e culturale.
Tuttavia appare evidente che la antica fosse legata alla riscoperta e alla trascrizione dei codici degli autori latini vergati, appunto, in minuscola carolina, e conseguentemente ai testi in essi contenuti. Il trionfo della cultura umanistica determinò la fortuna dell’antica scrittura ritornata in uso. Alla metà del 400, mentre la bibbia a stampa di Gutenberg e quella manoscritta di Borso erano in gotico, i libri degli autori dell’antichità, trascritti, corretti ed emendati dagli umanisti, cominciarono a diffondersi in scrittura antica nell’intera Europa.
Tipografia e scritture nel 400
In tipografia i caratteri antichi, che sarebbero poi stati chiamati romani o rotondi, si affiancarono ai caratteri gotici. La scrittura antica ben presto uscì fuori dai confini degli autori classici ponendosi dapprima al servizio delle scuole di grammatica, per poi passare alla produzione in volgare e ai testi universitari. La scrittura gotica mantenne più a lungo il campo nella produzione manoscritta e a stampa al servizio delle celebrazioni liturgiche. Aldo Manuzio non si servì mai di caratteri gotici nelle sue edizioni.
Il testo corretto ed emendato occupava, nel suo programma editoriale, il posto più alto e la scrittura in caratteri romani ne costituiva il naturale svolgimento grafico. Egli si poneva così in perfetta assonanza con i propri lettori, cioè con gli umanisti che avevano da tempo abbandonato la scrittura gotica per padroneggiare sempre meglio quella scrittura che avevano appreso sui codici più antichi.
Umanistica corsiva e altre scritture
Accanto alla scrittura gotica e alla rinascita di quella antica, nel 400 italiano era in uso un'altra scrittura libraria che aveva avuto origine dalle scritture documentarie delle cancellerie degli Stati italiani e più in particolare dagli usi della curia pontificia. Si trattava quindi di una scrittura cancelleresca che prende il nome di umanistica corsiva (o italica). Una scrittura che, grazie all’eleganza del ductus e alla sobrietà del tratteggio, fu in grado di svolgere la funzione propria delle scritture librarie, valicando gli usi strettamente professionali delle cancellerie.
La capitale romana continuò a svolgere nella produzione libraria una funzione di grande rilievo, ma strettamente complementare e di supporto a quella dell’antica e della corsiva. Essa svolgeva nei libri degli umanisti la funzione di alfabeto maiuscolo e fu usata soprattutto per le intestazioni dei testi e per le lettere iniziali.
Aldo Manuzio e l'evoluzione tipografica
Aldo Manuzio, verso la fine del XV secolo, cominciò a mandar fuori le sue edizioni e affidò a Francesco Griffo da Bologna il compito di intagliare punzoni per la fusione dei propri caratteri. Manuzio era, all’epoca, interessato ai testi greci ed in questa direzione orientò il lavoro del suo incisore. Manuzio pose al centro della sua produzione editoriale la pubblicazione degli autori greci in scrittura cancelleresca pensando che essa fosse la forma più adatta a rendere la loro lettura più familiare e personale; d’altra parte la composizione tipografica del tondo appariva meno funzionale alla lettura e alla meditazione interiore.
Griffo preparò per Aldo un alfabeto in cancelleresca greca con le maiuscole incise sul modello delle capitali romane, per stampare i volumi in folio delle opere di Aristotele. La funzione di questo carattere era quella di diffondere presso gli studiosi le opere del pensiero aristotelico, che in questo alfabeto cancelleresco erano dagli umanisti lette e trascritte. Approntò poi il secondo e il terzo alfabeto greco. Il secondo era molto più piccolo del primo poiché doveva servire alla stampa del commento, mentre il terzo era ancora più minuto e sottile per essere usato su una o due colonne nei volumi in folio o in quarto. Un quarto carattere greco, ancora più minuto, fu intagliato da Francesco Griffo per le edizioni in ottavo in lingua greca, che cominciarono a essere stampate nel 1502.
Dal carattere cancelleresco dei volumi in folio di Aristotele, Aldo Manuzio giunse, rimpicciolendo, adattando e semplificando, al carattere greco delle edizioni in ottavo. Nella lingua latina invece, verso la fine del 400 nessuna scrittura cancelleresca o corsiva era approdata in tipografia. Il campo era dominato da due scritture librarie: l’antica e la moderna, il carattere romano e il carattere gotico. Il Manuzio si servì esclusivamente del carattere romano e raggiunse una perfezione formale mai toccata prima, come si può vedere dal carattere disegnato e intagliato dal Griffo per il De Aetna di Pietro Bembo, pubblicato nel febbraio del 1496.
Seguendo un itinerario parallelo, affidò a Francesco Griffo il compito di intagliargli un alfabeto che riproducesse la scrittura corsiva degli umanisti. Il nuovo alfabeto corsivo fece la sua prima comparsa nel mondo delle tipografie per la stampa degli autori classici latini ed italiani nel formato in ottavo all’inizio del 500. Videro infatti la luce nel 1501, il Virgilius, l’Horatius e Le cose volgari di messer Francesco Petrarcha.
Non fu soltanto Aldo Manuzio ad affidarsi al genio e all’abilità di Francesco Griffo. A lui si rivolse per la forma e il modello delle lettere anche Gherson Soncino. Il suo pubblico non era costituito solo dalla parte più eletta degli umanisti, le sue edizioni latine si rivolgevano a quanti cercavano nei libri anche risposte occasionali e concrete al vivere quotidiano (pubblicò avventure cavalleresche, commedie di vari autori, le ricette di Galeno ecc.). Lettori sempre più differenziati e meno esigenti di quelli delle edizioni di Aldo Manuzio.
L’attenzione al concreto mondo cittadino è testimoniata nell’uso che fece nella sua bottega degli alfabeti gotici: pur non utilizzandoli nel testo, gli affidò la funzione paratestuale di introdurre il libro, segnalando autore e titolo sul frontespizio in caratteri gotici e ricorrendo in tutto il resto ai caratteri romani (secondo un uso molto diffuso a Venezia e altrove presso i tipografi). Nel secondo 500, venuto meno anche l’uso paratestuale e di nicchia nei frontespizi, i caratteri gotici erano ormai quasi completamente scomparsi. Il loro uso era ormai limitato, in alcuni casi agli insegnamenti di base, e alle celebrazioni liturgiche.
Soncino utilizzò per le proprie edizioni in volgare e in latino sempre caratteri corsivi e romani, arrivando ad allargare l’area del corsivo fino a comprendere anche autori contemporanei, equiparati in tal modo ai classici. Il carattere corsivo e il formato in ottavo, destinati da Manuzio esclusivamente ai classici, si estesero alle opere di autori contemporanei.
Scoperte archivistiche
Grazie all’iniziativa dei funzionari dell’Archivio di Stato di Modena di restaurare le legature di alcuni registri che, tra 400 e 500, erano stati approntati per la camera ducale estense dal libraio ferrarese Domenico Silvieri, il quale rendeva più rigide le legature in pergamena dei registri incollando tra loro fogli di carta non più riutilizzabili in altro modo, è stato possibile scoprire tra i fogli usati per cartonare la legatura di un specifico registro, il giornale di entrate e uscite di Sigismondo D’Este, figlio di Ercole I, uno stampato in rosso su un lato, stropicciato, lacero e in cattivo stato di conservazione. La figura del foglio si avvicina ora a quella di un quadrato, ma in origine la sua forma doveva essere quella di un comune foglio di carta da stampa.
La filigrana è costituita da un cerchio con una croce, alla cui sommità sta una stella. Essa era diffusa tra 400 e 500 tra Venezia e Milano. Sul foglio sono state stampate quattro pagine di testo impostate nel modo proprio dei formati in quarto. Circa un quarto dell’intera superficie è andato perduto, cioè la metà inferiore di due delle quattro pagine. I titoli correnti stampati in testa alla quattro pagine ci mostrano che si tratta di brani del breviario, in particolare del salterio liturgico, ossia di quella parte del breviario in cui sono riuniti i salmi, gli inni, le antifone e i cantici da recitare e da cantare nei vari giorni della settimana.
A volte esso veniva stampato e pubblicato autonomamente dalle altre parti del breviario. Quando era destinato al canto corale, il salterio portava anche le note musicali per le parti che dovevano essere cantate. Il nostro foglio apparteneva proprio a questa famiglia di libri liturgici come dimostra il fatto che in esso vi sono le linee musicali destinate a contenere le note. L’esame dei cataloghi di biblioteca alla ricerca di breviari che avessero le stesse caratteristiche e che appartenessero alla stessa edizione da cui proviene il nostro foglio ha dato esito negativo.
- Si tratta di un’edizione in quarto, mentre all’epoca erano molto più diffusi breviari in formati piccoli, soprattutto in ottavo
- Presenta, a differenza della gran parte dei breviari giunti fino a noi, le note musicali
- Doveva essere stampato prima del 1509, anno in cui questo foglio era già a Ferrara, incollato dentro la legatura del giornale
Il foglio risulta stampato su un solo lato e la presenza della segnatura in basso a sinistra formata dalla lettera c, corretta a mano in e, ci mostra che questo era il lato esterno del foglio, quello che conteneva la prima pagina del fascicolo (sul margine inferiore infatti veniva stampata la lettera dell’alfabeto che avrebbe indicato al legatore il fascicolo a cui apparteneva e il posto che avrebbe occupato nel libro. Quando non si stampava, dopo la lettera, nessun numero, come in questo caso, era convenuto che quella fosse la prima carta del fascicolo).
Il nostro foglio ci presenta un testo che apparteneva, come risulta dalla lettera c corretta in e – la 5sup dell’alfabeto-, al quinto fascicolo di un breviario in quarto, e occupava in esso le carte e1r, e2v, e7r, e8v (la prima e l’ultima carta, la seconda e la penultima). Si può osservare, oltre alla correzione a mano della c in e, anche quella delle carte indicate con numeri romani XX e XXII corretti a mano in 39 e 33. I numeri a stampa erano sicuramente errati, per il semplice fatto che la carta XXII non poteva certo precedere la ventesima. Anche in questo caso possono essere prese per buone le correzioni a mano.
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