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Il libro antico

L'oggetto di cui tratta questo testo è il libro antico, o meglio il libro a stampa antico dato che i problemi, la tipologia e la storia del libro manoscritto presuppongono trattamenti diversi e specifici. Si tratta del libro prodotto manualmente e quindi precedente all’introduzione di procedimenti meccanici nella stampa. Non è possibile stabilire confini precisi che separino rigidamente il modo di produzione manuale da quello meccanico, dal momento che le rivoluzioni tecnologiche che rivoluzionarono il modo di produrre libri non furono recepite contemporaneamente ovunque e ci vollero diversi decenni perché tale rivoluzione cancellasse il vecchio modo di produzione artigianale.

Limiti cronologici del libro antico

Tuttavia, si possono indicare dei limiti cronologici entro i quali va racchiusa la produzione del libro antico: dalla comparsa della stampa in Europa durante gli anni 40 del XV secolo, fino ai primi decenni dell’800, quando l’invenzione della macchina continua per la produzione della carta, della macchina piana da stampa che sostituì il vecchio torchio a mano, della rotativa, Monotype e Linotype trasformarono un procedimento manuale in un procedimento meccanico. Il libro antico coincide in buona parte con l'Ancien Régime.

Caratteristiche dei libri antichi

L'autore si occupa di libri antichi partendo dal fatto che si tratta di oggetti materiali. Il libro come trasmettitore di un testo ma anche come oggetto, materiale, documento. Nel periodo, collocato nella seconda metà del 400, in cui manoscritto e stampa convivono, i primi libri stampati riproducevano le caratteristiche esterne di quelli manoscritti. È impossibile distinguere gli incunaboli (libri stampati prima del 1501) da uno manoscritto, se li si osserva chiusi. Le forme esteriori, le legature e i vari accessori esterni sono praticamente identici perché l’introduzione della stampa non portò nessuna novità nell’aspetto esteriore dei libri e per alcuni decenni anche tutto l’apparato illustrativo interno fu realizzato a mano, così come nei manoscritti.

Le splendide cornici delle pagine iniziali di molti incunaboli sono simili a quelle dei manoscritti e spesso furono realizzate dagli stessi artisti. Esse avevano lo scopo di rendere il libro prodotto con la nuova tecnica più gradito al pubblico delle classi dirigenti e furono utilizzate in particolar modo dalle famiglie nobili veneziane, tanto che Venezia divenne un centro d’attrazione per i miniatori in cerca di occasioni di lavoro. L’unica differenza che i lettori del libro del XV secolo avvertivano tra manoscritti e stampati era rappresentata dal prezzo. L’invenzione della stampa e con essa di un nuovo modo di produrre libri fu quindi vissuta dai contemporanei come un diverso modo di fare un prodotto analogo, che si voleva il più possibile simile a quello vecchio e che però costava molto meno.

Il mercato del libro

Il mercato del libro si era configurato fino a questo momento come mercato locale, se infatti il costo di fabbricazione era già molto elevato non era pensabile che ad esso si aggiungesse anche il trasporto. Con l’introduzione della stampa esso si trasforma in mercato nazionale perfino internazionale. Il risultato dell’invenzione fu, infatti, quello di creare un sistema di produzione per il quale erano indispensabili:

  • Un consistente assortimento di caratteri mobili di metallo
  • Una grande quantità di carta
  • Uno o più torchi
  • Manodopera qualificata
  • Un locale sufficientemente ampio

Tutto ciò comportava un consistente investimento di capitali e grandi spese che potevano essere ammortizzate soltanto (se si voleva offrire un prodotto a un prezzo più basso del manoscritto) stampando un notevole numero di esemplari. Fattore che entra in contraddizione con la natura locale del mercato del libro, trasformandolo in mercato nazionale. Ma dove trovavano i capitali gli stampatori? Uno dei primi stampatori attivi a Venezia, Nicolas Jenson, intratteneva rapporti con noti banchieri che investirono grandi somme nell’editoria.

Jenson realizzò un programma editoriale che aveva nel mondo accademico padovano il suo principale destinatario, dividendo la sua produzione tra umanesimo e scolastica, e quando la peste del 1478 decimò la popolazione studentesca padovana provocando una drastica contrazione del mercato, egli, per non rischiare la scomparsa, accettò la fusione con il suo principale concorrente. Si può dire che questo stampatore francese abbia creato a Venezia l’editoria capitalistica favorendo, con la sua attività, la crescita delle vendite e la diminuzione dei prezzi. Alla debole produttività del manoscritto si sostituisce un numero enorme di libri in circolazione che soddisfano pienamente i crescenti bisogni intellettuali.

Il ruolo della stampa nel Rinascimento

Si sviluppano centri di produzione tipografica (quali Venezia e Lione) e compare un embrione di politica editoriale, ossia della capacità di scegliere cosa stampare, come stampare e quando e per chi stampare. Se il libro manoscritto, soprattutto nel Rinascimento italiano, era stato rappresentazione del potere, l’introduzione della stampa ne esaltò le potenzialità come strumento di propaganda. Da un rapporto interpersonale dedicatore-dedicatario si passa ad una forma di comunicazione che coinvolge un pubblico più o meno vasto.

La stampa ha favorito, grazie ai suoi costi decisamente inferiori, l’allargamento della cerchia dei lettori in senso sociale, coinvolgendo nuovi ceti, e in senso geografico, arrivando progressivamente un po’ ovunque. Il primo degli elementi che stanno alla base del processo produttivo del libro è la carta. La diffusione in Europa, a partire dall’XI secolo, della carta di stracci fu una premessa fondamentale per la nascita della stampa dal momento che la tipografia divorava grandi quantità di carta: un torchio per funzionare richiedeva almeno tre risme (1.500 fogli) al giorno.

L'industria cartaria in Italia

Fu in Italia che sorse la prima vera grande industria cartaria (la prima cartiera italiana era già in funzione a Fabriano nel 1276) che proliferò in pochi decenni raggiungendo risultati eccezionali sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo. Per due secoli il mercato della carta fu dominato dagli italiani ed in particolare dai lombardi, poi sostituiti, alla fine del XVI secolo, dai Francesi. La carta veniva ottenuta dalla macerazione degli stracci che venivano poi battuti e pestati con grosse pietre sino ad ottenere una specie di pasta che veniva infine stesa ad essiccare su reticolati di fil di ferro intrecciati.

Una volta che la carta è asciutta è possibile riconoscere, ponendola in controluce, i filoni e le vergelle; linee verticali e orizzontali impresse sul foglio dalla rete metallica. Essi costituiscono, quindi, l’impronta lasciata dal reticolato sulla carta. La filigrana è un disegno realizzato con fili metallici sul reticolato e che rimane impresso sulla carta. È un vero e proprio marchio di fabbrica che serviva a distinguere una cartiera dall’altra. La filigrana era un po’ più alta del resto della forma cosicché, la pasta, calando, vi restava meno spessa, facendo apparire il disegno sul foglio.

Furono i cartai italiani ad usarla per primi e nelle carte più antiche essa si trova al centro del libro aperto, mentre successivamente fu collocata al centro del foglio piegato, affinché non sfuggisse all’osservazione. Dopo essere stata lasciata ad essiccare, la carta, che a questo punto aveva già assunto la dimensione del foglio, veniva messa sotto un torchio per eliminare i residui d’acqua (pressatura) e in seguito si procedeva alla satinatura, consistente nello strofinare una pietra levigata sul foglio per renderlo più liscio. Infine era stesa ad asciugare su appositi stenditoi.

Il processo di stampa

A partire dal XV secolo iniziò ad essere collata (immersa in un recipiente contenente la sostanza per il collaggio). A questo punto il prodotto poteva considerarsi finito e pronto per essere consumato. I caratteri mobili, cioè separati l’uno dall’altro, garantivano la possibilità di combinare le lettere e gli altri segni grafici e riutilizzare ogni volta il materiale dopo aver stampato le varie copie di una pagina. Il carattere è la rappresentazione tridimensionale rovesciata di una lettera o di un altro segno grafico, fusa in rilievo in cima ad uno stelo rettangolare e realizzata con una particolare lega metallica costituita da piombo, stagno e antimonio combinate in opportune proporzioni.

(La diversa quantità di stagno e antimonio determinava la maggiore o minore durezza del carattere. Maggiore era la loro quantità, più duro e, quindi, resistente risultava il carattere. I caratteri più morbidi si deterioravano più facilmente determinando delle imperfezioni sul testo al momento della stampa). Originariamente erano gli stessi tipografi a produrre in proprio i caratteri e solo dopo la metà del 500 la fusione dei caratteri cominciò a diventare un mestiere a se stante arrivando ad offrire ai tipografi un prodotto finito: il carattere fuso. Per questi ultimi era economicamente vantaggioso liberarsi dal peso della fusione.

I caratteri mobili, per poter essere usati nella composizione del testo, venivano riposti in un apposito contenitore, la cassa tipografica. Originariamente la cassa era un'unica struttura rettangolare dotata di un certo numero di scomparti, all'interno di ciascuno dei quali venivano conservate le varie copie di ogni singolo carattere. Il compositore, attingendo dalla cassa, prelevava direttamente i singoli caratteri e li affiancava rovesciati, da sinistra verso destra (CASA-ASAC), su uno strumento chiamato compositoio (una barretta sulla quale formava la riga di parole debitamente spaziate, fino a raggiungere l'esatta lunghezza prestabilita) e successivamente, quando questo era completo, li trasferiva su un piano metallico chiamato vantaggio (una specie di vassoio) che conteneva il numero di righe necessarie per formare una pagina.

Una volta realizzata la pagina e legate strettamente con fili di spago le righe, essa veniva inserita nella forma (questo insieme di pagine di caratteri tipografici serrate in un telaio metallico è detto forma). Il tutto era poi saldamente fissato per mezzo di cunei che, interposti tra le pagine e il margine della forma, compattavano i vari elementi di stampa. La forma in piombo veniva poi inserita nel torchio (il torchio era uno strumento familiare all’epoca di Gutemberg dato che erano diffuse nelle case la pressa da biancheria e il torchio da vino. Naturalmente questi tipi di torchio furono sensibilmente migliorati per la stampa dei libri) e inchiostrata attraverso uno strumento detto mazza dal battitore.

Una volta inchiostrata la forma interveniva il torcoliere che azionava la leva del torchio e con essa una piastra che spingeva la carta a contatto con i caratteri e permetteva il trasferimento dell'inchiostro sul foglio di carta. Il foglio stampato veniva estratto dal macchinario e infine appeso a dei fili per permettere un rapido asciugamento. Il processo descritto permetteva l'imposizione di una sola facciata di stampa; era quindi necessario, una volta completata l'intera tiratura, cambiare forma, facendo cioè in modo che dietro la pagina 1 si trovasse la pagina 2, ad esempio. Dopo questa operazione i fogli erano ormai pronti per la piegatura, l'assemblaggio, la legatura e il taglio.

Il compositore doveva poi effettuare in piombo le correzioni richieste dal correttore o dall’autore. Il correttore doveva segnare gli errori sulla bozza con dei segni convenzionali per permettere al compositore di sostituire nella forma i caratteri errati con quelli giusti. Dopo la stampa si scomponevano le forme già stampate e si rimettevano i caratteri tipografici nella cassa: nei primi secoli della stampa, data la carenza delle serie di caratteri, le forme non venivano conservate per dare vita successivamente a nuove stampe, ma al contrario venivano distribuite subito dopo l'uso.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/08 Archivistica, bibliografia e biblioteconomia

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