Gli archivi contemporanei
Laura Giambastiani e Eugenio Lazzareschi archivista
Eugenio Lazzareschi fa parte della scuola archivistica toscana e in particolare lucchese, e nel suo incarico di Direttore dell’Archivio di Stato di Lucca proseguì la redazione degli Inventari iniziati da Salvatore Bongi con la pubblicazione dei 4 volumi che contenevano l’inventariazione delle carte dello Stato Lucchese, e in esso venne adottato per la prima volta il metodo storico teorizzato da Francesco Bonaini, Sovrintendente degli Archivi Toscani.
Da ciò si rileva che la funzione dell’archivista non è concepita come finalizzata alla sola conservazione, ma anche come prevalente impegno nello studio delle carte, inteso a descriverne l’ordinamento e il contenuto in strumenti da offrire agli studiosi come introduzione e guida alle loro ricerche.
Nel corso dei secoli lo Stato Lucchese aveva strutturato un sistema archivistico efficiente, sia curando il momento formativo dei diversi fondi documentari in funzione dell’attuazione dei compiti spettanti ai vari organi del potere pubblico, centrali e periferici, sia assicurandone l’ordinata conservazione. Questi archivi presentavano caratteristiche di organicità e di continuità anche grazie al lungo periodo repubblicano che va dal 1369 al 1799, seguito poi da altri due regimi dalle istituzioni ben delineate nella loro organizzazione e delle loro competenze, che aveva favorito la formazione e la conservazione di archivi domestici, diocesani, capitolari, conventuali, ricchi di carte che contribuiscono a documentare gli aspetti della storia politica, sociale ed economica dei Lucchesi.
Questa grande ricchezza di fonti scritte ha permesso ai direttori e archivisti che si sono succeduti nell’archivio lucchese di svolgere un’intensa attività che ha portato alla pubblicazione di approfonditi mezzi di corredo e strumenti di ricerca.
Salvatore Bongi fu direttore dal 10 luglio 1859 al 30 dicembre 1899. Eugenio Lazzareschi fu reggente dell’archivio dal 23 agosto 1924 al 31 dicembre 190 e direttore dal 1 gennaio 1931 al 3 dicembre 1949. Egli trascorse nell’archivio lucchese 43 anni, vi entrò nel 1906 e vi rimase fino al giorno della sua morte nel 1949. In questo lungo periodo si dedicò all’accrescimento del patrimonio archivistico, alla sua organizzazione e alla sua divulgazione.
Lazzareschi nacque a Casteldelpiano sul monte Amiata il 28 settembre 1882, conseguì la licenza liceale a Correggio nel 1901 e si laureò presso la Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Firenze nel 1907. La sua famiglia era di origine lucchese. Il Lazzareschi prese servizio presso l’Archivio di Stato di Lucca il 29 agosto 1906 con la qualifica di Alunno di seconda categoria, mentre era direttore Luigi Fumi. Il 31 maggio 1908 venne nominato Alunno di prima categoria sotto la direzione di Mario Bongi e nel 1911 fu promosso Archivista di terza classe con Luigi Volpicella a capo dell’istituto.
Il primo lavoro archivistico che gli venne affidato fu la schedatura di 985 lettere private inviate ai principi Elisa e Felice Baciocchi dal 1805 al 1810. Il direttore Luigi Volpicella nel 1908 lo definisce come ottimo impiegato e promettente, e nel 1910 ribadisce il giudizio definendolo ottimo funzionario.
Durante la Prima Guerra Mondiale fu inviato a Spezia come Sottotenente di artiglieria da fortezza nel 1916, a seguito di questa partecipazione fu insignito della Croce di Guerra e della medaglia commemorativa per la difesa di Grado. Il 27 agosto 1924 ottenne la direzione dell’archivio lucchese in qualità di reggente, e nello stesso anno fu nominato Cavaliere nell’Ordine della Corona d’Italia. Nel 1925 venne designato membro della Commissione conservatrice dei monumenti per la provincia di Lucca, e questa occasione sollecitò una maggiore cura per l’aspetto estetico di piazza Guidiccioni. Nel 1942 ottenne onorificenza di Cavaliere nell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.
Grazie agli ottimi rapporti del Lazzareschi con i figli di Salvatore Bongi, nel 1925 Vieri e Mario Bongi decisero di depositare la raccolta delle carte paterne, fra le quali il vasto glossario o spoglio di lingua italiana antica, e un volume di lettere inedite di Pietro Aretino.
Il Lazzareschi fu direttore anche durante la Seconda Guerra Mondiale, quando fu lasciato privo di aiuto e di sostegno dal Ministero dell’Interno a causa della riduzione del personale. Il 1 giugno 1940 il Ministero dell’Interno impartì le disposizioni per il trasporto fuori dall’archivio degli “atti pregevoli”, in caso di emergenza. Il Lazzareschi rispose che i documenti più importanti vennero conservati in casse di legno concesse in prestito e custodite nel piano terreno dell’edificio. Questi documenti erano quelli che più rappresentavano la vita politica e istituzionale dello Stato lucchese.
Nel 1942 fu dato l’ordine dal Ministero dell’Interno di spostare questo materiale nella Certosa di Farneta in cui erano ricoverate anche alcune opere d’arte del comune di Lucca, il Lazzareschi rispose che aveva già predisposto lo spostamento che avviene dopo pochi giorni. In una lettera del 1944 il Lazzareschi espone alcune perplessità al Ministro dell’Interno relative alla scelta del luogo, reputandolo non sicuro e consigliando di trasferire altrove il materiale archivistico. Il Ministero risponde concordando e disponendo che venga ricercata subito un’altra località, quindi il Lazzareschi consiglia che vengano riportate in sede. Le casse furono allora riposte nella cantina attrezzata a rifugio antiaereo e non subirono alcun danno nei restanti mesi di guerra.
In seguito, il Commissariato Aggiunto per l’Epurazione prese informazioni sul direttore, e il ministero dell’Interno inviò nel 1945 una lettera nella quale forniva informazioni molto positive sul proprio funzionario e chiedeva di liberarlo da ogni accusa o ombra. La Commissione per l’Epurazione sollevò una contestazione di addebiti al Lazzareschi per aver prestato giuramento al cessato regime, e il direttore si difese inviando alla commissione un documento molto articolato nel quale forniva la sua giustificazione, tra cui il fatto che tutti gli impiegati dipendenti dal ministero degli interni furono costretti a prestare giuramento sotto minaccia di deportazione, privazione dello stipendio, rappresaglie della famiglia, e ribadendo che egli riuscì a ricondurre tempestivamente in sede il materiale archivistico più prezioso di Lucca, e che l’Archivio di Lucca fu uno dei pochi a non aver sofferto alcun danno dalla guerra. La Commissione di Primo Grado per l’Epurazione del Personale del Ministero dell’Interno deliberò a favore del Lazzareschi affermando che con il suo comportamento di è reso meritevole di essere dichiarato esente da ogni sanzione disciplinare.
La produzione scientifica del Lazzareschi ammonta a 588 scritti. Tra la complessità degli argomenti trattati si distinguono alcuni interessi culturali come l’amore per l’Amiata e per Lucca, il culto delle memorie francescane e domenicane, l’interesse per la metodologia archivistica. Riguardo a quest’ultima ha lasciato opere importanti attraverso le quali ha continuato la scuola archivistica lucchese e ha proseguito il programma varato da Francesco Bonaini con chiarezza di obiettivi e continuità di intenti.
Alla morte di Salvatore Bongi, nell’archivio di Lucca ci fu un incremento di archivi di famiglie gentilizie, documentazione di grande interesse storico, politico ed economico, dunque l’Istituto si trovò in prima linea nella conservazione, ordinamento, inventariazione e fruizione di tale patrimonio. Eugenio Lazzareschi affrontò e sciolse il nodo dell’ordinamento e dell’inventariazione di questi numerosi e cospicui archivi familiari, pubblicando il quinto volume degli inventari dell’Archivio lucchese che fu il primo di quelli dedicati alle carte delle grandi famiglie che governarono la città. Nel 1946 il Lazzareschi pubblicò il primo inventario dedicato agli archivi gentilizi seguendo il metodo storico applicato da Salvatore Bongi alle carte dello Stato lucchese. Nel volume sono descritti 5 importanti nuclei documentali ciascuna per ogni famiglia, e la documentazione è stata divisa in serie archivistiche all’inizio delle quali è stato posto un “cappello” esplicativo. Il lavoro è condotto attraverso un’inventariazione analitica e presenta alla fine un indice ragionato dei nomi.
Archivi, memoria e oblio nell’era digitale
L’archivio custodisce la memoria del soggetto produttore contenuta ed espressa nei documenti di cui lo stesso lascia traccia. L’archivistica individua ed applica i principi che garantiscono la più corretta organizzazione di questa memoria dal momento della sua formazione al momento della sua consegna al tempo e alla storia, in un’ottica di conoscenza e di fruibilità della stessa. L’oblio rappresenta la scomparsa, la cancellazione definitiva dei ricordi e/o delle loro testimonianze documentali, con ripercussioni sulle radici di un’identità personale e collettiva.
Esiste quindi un legame inscindibile tra memoria e archivio e tra memoria e oblio, che non è tanto una contrapposizione ma un rapporto di necessaria alternanza e complementarietà. Obiettivo di approfondire la questione del diritto all’oblio, nella convinzione che gli archivisti, più di altri professionisti, possiedano le conoscenze per indagare il rapporto tra la memoria e l’oblio, nell’accezione di memoria archivistica e diritto all’oblio.
Il mondo degli archivi è ricco di relazioni e intrecci, capace di cooperazione nazionale e internazionale più di altri settori dei beni culturali e depositario della memoria pubblica e privata di un popolo. Questo mondo è attualmente al centro di una serie di trasformazioni che stanno cambiando il volto della pubblica amministrazione e della società civile, non solo in ambito italiano. Il trattamento degli archivi e dei suoi contenuti alla luce di un nuovo diritto del cittadino di obliare le azioni passate che sono ritenute lesive della propria identità, rappresentano un problema che comprendono gli aspetti della trasparenza amministrativa, della innovazione tecnologica, della rilevanza del sapere e dell’attenzione per il trattamento delle informazioni che ne derivano in termini di riservatezza.
I documenti d’archivio rappresentano il primo e giuridicamente rilevante strumento di conoscenza e trasparenza per i cittadini, gli operatori e i ricercatori. È uno strumento imparziale in quanto risultato naturale delle attività che ogni singolo essere umano svolge nel corso della sua esistenza. Non si creano documento per i posteri ma per sé stessi, in quanto chiunque ha bisogno di mantenere in forme adeguate la memoria di ciò che è stato deciso. Ciò fa del patrimonio archivistico un punto di partenza imprescindibile per ogni comunità civile che intenda mantenere nel tempo la possibilità di ripercorrere le proprie origini, scrutarle e valutarle.
Lo scopo della disciplina archivistica è quindi l’organizzazione della memoria, la sua tutela, l’individuazione e la definizione della natura degli archivi dei criteri della loro gestione, dei mezzi di corredo utili alla ricerca ed alla fruizione dei materiali. Oggetto dell’archivio è dunque la memoria organizzata.
Bisogna chiedersi oggi che cos’è un archivio e quale sia il suo reale valore giuridico, storico e sociale nelle sue accezioni sia di memoria cartacea che digitale. Nel 2010 è stata approvata ad Oslo dall’assemblea generale dell’International Council On Archives (ICA) e successivamente adottata dall’Unesco nel 2011, la Dichiarazione universale sugli archivi. Il documento intende promuovere presso i politici e le istituzioni la consapevolezza dell’importanza degli archivi nella società contemporanea, quali strumenti di conoscenza del passato imprescindibili per la gestione del futuro di una società e di una nazione.
Riguardo alla definizione di archivio, ci sono stati molti studiosi nel corso del tempo che hanno affrontato l’argomento:
- Per Antonio Romiti: l’archivio è un complesso di scritture che, legate da un vincolo naturale, sono prodotte da entità pubbliche o private nell’espletamento della loro attività, per il raggiungimento di finalità contingenti e per la conservazione della propria memoria.
- Per Elio Lodolini: l’archivio costituisce la più antica registrazione della memoria di un popolo e della sua identità nazionale. Per Lodolini il valore dell’archivio come memoria di una collettività e identità di un popolo è un aspetto che va oltre gli scopi dell’archivistica intesa come organizzazione della memoria, ma essa può dare luogo alla memoria identità nella misura in cui persegue e tutela la memoria-deposito o la memoria-registrazione.
- Per Aurelio Tanodi: l’archivio si estende a tutto il materiale scritto, grafico, multigrafato, reprografato, autovisuale, proveniente da un ente, prodotto o ricevuto, in funzione delle sue attività o, in generale, relazionato con la sua vita amministrativa, dal momento in cui ha terminato la sua funzione immediata che originò la sua produzione, e che si conserva per fini amministrativi, giuridici, scientifici e culturali.
- Per Leopoldo Cassese: l’archivio è l’insieme di documenti scritti di qualsivoglia specie, ordinatamente raccolti nella loro continuità temporale e effettuale, che un’autorità pubblica, un ente laico o ecclesiastico, una privata azienda associazione o famiglia hanno prodotto ed accumulato, per fini esclusivamente pratici, durante il loro svolgimento storico nei rapporti giuridici, sociali e politici.
- Per Hilary Jenkinson: rappresentante della corrente anglosassone. Si ricollega al diritto romano del jus archivi e considera l’archivio come custode di tutti i documenti accumulatosi per un procedimento naturale nel corso della trattazione di affari di ogni genere, pubblici o privati, in ogni epoca, e conservati per documentazione, nella propria custodia, dalle persone responsabili degli affari in questione o dai loro successori.
L’archivio dunque custodisce la memoria del soggetto produttore contenuta ed espressa nei documenti di cui lo stesso lascia traccia, rappresenta e comunica nel tempo fatti, ricordi, azioni e rapporti nel suo percorso di vita pubblica e privata. I primi due punti nevralgici del valore degli archivi sono dunque sono l’identità e la memoria, come chiavi di accesso alla conoscenza del passato e di lettura del futuro.
- L’identità nasce con le prime relazioni ed è alla base della complessa interazione umana. Si è evoluta di pari passo con l’uomo. L’identità si rispecchia quindi anche nella sedimentazione delle carte d’archivio, e nell’era digitale nella rete internet in cui nasce una nuova identità digitale che rappresenta il riflesso della nostra identità offline, e riguarda ogni tipo di contenuto (testuali, immagini, video ecc.).
- La memoria è anch’essa connaturata nell’esistenza dell’essere umano, è una costante nell’evoluzione dell’umanità. Ha consentito di trasmettere il sapere attraverso le generazioni, nella sua forma scritta, ed è diventata strumento di potere.
L’introduzione delle tecnologie informatiche ha prodotto variazioni su questi due temi. Per quanto riguarda la memoria, i dati disponibili in rete sono in continua crescita ogni giorno, costituiti da informazioni in ogni lingua e provenienti da diversi utenti. È una memoria in grado di immagazzinare ogni cosa, attraverso una rete di condivisione globale.
Queste conquiste hanno influito anche sul mondo degli archivi e della loro percezione, ovvero come un insieme generico di dati vengono utilizzati per predeterminate esigenze di ricerca. Secondo le linee guida sulla gestione dei documenti elettronici pubblicate dall’International Council on Archives, in ambito digitale i documenti archivistici sono informazioni redatte o ricevute nell’avviare, condurre o completare un’attività istituzionale o individuale, e includono contenuto, contesto, e struttura sufficienti a fornire prova di tale attività. Il termine archivio e vincolo quindi si presentano con un proprio significato tecnico in un contesto in cui il focus è soprattutto posto sulla definizione delle procedure di gestione dei flussi dei dati e sulle loro possibilità di fruizione, senza porre attenzione agli aspetti strutturali ed organizzativi originari.
In ambito digitale quindi con il termine archivio non si deve intendere qualsiasi forma di sedimentazione scritta della memoria, ma un complesso di scritture, testimonianza dell’attività del soggetto produttore verso l’esterno, che si deve distinguere per la presenza di un vincolo naturale. Questo vincolo viene individuato da Cencetti nel 1937 e definito come naturale, originario, involontario e necessario. Egli legava indissolubilmente l’archivio e il suo contenuto al soggetto produttore. Dunque si ha lo sviluppo dei concetti di non volontarietà della sedimentazione archivistica, di originarietà e naturalezza delle scritture da parte del soggetto produttore, e di necessarietà del vincolo quale elemento distintivo dell’archivio che lo differenzia dagli altri beni culturali.
Negli anni ’60 e ’70 del ‘900 si manifestano nuove posizioni che creano i presupposti di un rinnovamento della disciplina archivistica. Valenti, D’Angiolini e Pavone ridefiniscono il concetto di archivio e di vincolo archivistico mettendo in discussione l’ineluttabilità dell’archivio in quanto i...
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