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strutture istituzionali; in secondo luogo quando il soggetto opera.

L’archivio cessa di essere prodotto qualora il soggetto assume una

posizione di inerzia totale, che può essere transitoria o definitiva.

Quando c’è la scomparsa del soggetto produttore, l’archivio viene

detto archivio morto.

TIPOLOGIA DELL’ATTIVITA’ DEL SOGGETO PRODUTTORE

Il soggetto produttore svolge un’attività archivistica solamente se si

rivolge al di fuori della propria entità. Un esempio tipico può essere

rappresentato dalle modalità di formazione che si riferiscono alla

categoria dei “carteggi”: un soggetto, ad esempio un Comune, ha

necessità di un determinato servizio o di una certa fornitura e si

rivolge all’esterno ad alcune ditte, inviando loro una lettera

contenente gli estremi della richiesta e invitandole a partecipare ad

una gara. Ognuno dei soggetti esterni sollecitati, qualora abbia

risposto, avrà dato vita ad un proprio nucleo archivistico, composto

da due elementi: lettera in arrivo e nota di risposta, ai quali in

seguito potranno aggiungersene altri.

L’archivio non si forma mai per esclusiva volontà di un solo soggetto

produttore, ma sempre per un concorso di più volontà, ovvero

quelle dei soggetti che, di volta in volta, partecipano a quella

determinata attività.

La non volontarietà si trova quindi alla base del concetto di

formazione di ogni archivio. Invece, quando c’è una precisa volontà

costitutiva, in tal caso, non si può parlare di archivio.

LA CONSERVAZIONE DELLA MEMORIA E LA QUALITA’ DEL

SUPPORTO

Perché si crei un archivio è necessario che l’attività svolta dal

soggetto produttore sia diretta a conservare le testimonianze delle

diverse operazioni, fissandole sopra un supporto. Tra le attestazioni

archivistiche più antiche si possono menzionare quelle realizzate su

pareti rupestri, su lastre di pietra o su altro materiale lapideo.

Questo materiale, molto ingombrante e poco mobile, fu soggetto ad

una sostituzione con l’introduzione delle tavolette d’argilla. A partire

dal primo millennio a.C., altri supporti ebbero un notevole successo

e tra questi la pelle e la pergamena. Poi ci fu la scoperta e

l’introduzione della carta, e, nell’ultimo secolo si è avuta

l’introduzione di altre forme di supporto con l’esplosione di quelle

elettroniche, che hanno costituito una vera e propria rivoluzione.

LA VOLONTA’ DELLA CONSERVAZIONE DELLA MEMORIA

I soggetti produttori sono liberi, nei limiti che derivano dalla loro

natura e dalle loro funzioni, all’interno dell’organizzazione sociale, di

conservare o meno le memorie prodotte a seguito della loro attività.

Il principio della necessità della conservazione vincola il concetto di

libertà soprattutto quando esso è imposto da disposizioni normative

o da regole etiche.

È evidente come il soggetto privato fisico semplice goda di una

libertà molto estesa in relazione ai criteri di conservazione della

documentazione archivistica da lui stesso creata.

Muta la situazione ove ci si riferisce al soggetto privato

complesso, il quale si trova ad operare scelte conservative in una

più limitata area di libertà, poiché, già in un’Associazione, la

presenza di Soci, che hanno il diritto di conoscere attraverso la

documentazione memorizzata, agisce in forma limitativa su quel

procedimento di eliminazione. Nell’ambito delle attività dei

soggetti di impresa, la libertà conservativa ha un’ulteriore

limitazione costituita dagli obblighi previsti dalla legge.

Quando si tratta di soggetti pubblici, siano essi statali o non

statali, c’è un ulteriore sbilanciamento a favore del principio della

non eliminazione, durante la fase costitutiva dell’archivio.

Le autorità pubbliche sono tenute a conservare, nella fase

operativa, la memoria della loro attività in quanto essa è

testimonianza delle loro azioni.

IL CONCETTO DI ORDINE IN ARCHIVISTICA

L’archivistica è la disciplina che si occupa della conservazione e

dell’organizzazione della memoria: organizzare la memoria significa

ordinarla, renderla fruibile.

Il compito dell’archivistica di ordinare consiste nel fornire una

struttura logica ed utile per un rapido e sicuro reperimento della

documentazione nella fase formativa, mentre un’altra importante

funzione è individuata nella conseguente necessaria attività di

inventariazione degli archivi.

IL VINCOLO ARCHIVISTICO

Le necessità di stabilire criteri di ordine costituiscono il fulcro

dell’attività dell’archivistica, alla quale compete il compito di fare sì

che il soggetto possa svolgere le proprie operazioni, muovendosi

attraverso una memoria bene organizzata. Nel caso dei carteggi la

modalità formativa rispettivamente in entrata ed in uscita, danno

vita alla costituzione di un complesso archivistico in dipendenza

della durata e dell’intensità dell’attività.

In archivistica viene individuato con il nome di fascicolo un

complesso di carte che tra di loro risultano legate da un vincolo che

deriva naturalmente dalle caratteristiche dell’attività di tutti gli altri

soggetti.

IL VINCOLO NATURALE ED IL VINCOLO VOLONTARIO

Il vincolo naturale o originario e necessario, è tipico ed esclusivo

della figura dall’archivio e non appartiene ad altri beni culturali. Se

osserviamo le procedure di formazione di una biblioteca

comprendiamo come essa si sia formata a seguito di un’attività del

soggetto produttore in assonanza quindi con quanto avviene

nell’ambito archivistico, ma sappiamo che la scelta e la collocazione

delle unità librarie è dipesa unicamente dalla volontà di colui che

l’ha costituita.

LE DIVERSE TIPOLOGIE DEL VINCOLO

Un vincolo può essere osservato da diverse visuali, sia in

riferimento a posizioni esterne, sia in relazione alle sue

qualificazioni interne. Da Giorgio Concetti in poi, gli aspetti

riguardanti il vincolo naturale, originario e necessario, sono stati

affrontati dalla dottrina archivistica seguendo un’ottica rivolta al

vincolo archivistico interno.

Nel 1995 Antonio Romiti elabora una nuova teoria di vincolo

complesso, costituito organicamente da quattro momenti:

a. Vincolo istituzionale esterno, che può essere individuato nel

collegamento che intercorre tra l’entità produttrice

dell’archivio e la realtà istituzionale esterna; questo tipo di

vincolo assume un particolare rilievo nella fase di

riordinamento e di riorganizzazione dell’archivio di uno Stato,

una realtà amministrativa organica e complessa.

b. Vincolo istituzionale interno che si sviluppa in forma diretta in

riferimento alla natura del produttore; il vincolo istituzionale

interno si confronta quindi con la struttura costitutiva della

entità che realizza l’archivio.

c. Vincolo archivistico esterno si identifica con il collegamento tra

la documentazione che si trova presso il produttore e quella

che si conserva presso gli altri soggetti .

d. Vincolo archivistico interno, che attiene al nesso esistente

nella documentazione realizzata e conservata dall’entità

produttrice.

LE CARATTERISTICHE DEL VINCOLO

La teorizzazione del concetto di vincolo non tiene sempre presenti

le situazioni concrete e specifiche che si verificano nella generale

realtà archivistica. Le fattispecie individuate come vincolo

archivistico, sia interno, sia esterno, hanno una più diretta attinenza

con le procedure di riordinamento delle carte.

Vi è la consapevolezza delle difficoltà di accertare la presenza del

vincolo in una massa documentaria non ordinata.

L’indagine per l’individuazione del vincolo può essere effettuata in

ogni fase della vita dell’archivio, si può affermare che non

emergono significative difficoltà nella individuazione del vincolo al

momento della formazione di un archivio. I problemi più evidenti

compaiono in relazione alla fase di riordinamento quando si

presentano ammassi documentari: in questi casi, il ricorso al vincolo

istituzionale interno ed esterno potrà contribuire alla risoluzione dei

problemi. Gli interventi di selezione e scarto non incidono sulla

natura del vincolo, ma vanno a modificare la struttura del vincolo.

L’ARCHIVIO PROPRIO, L’ARCHIVIO IMPROPRIO E L’ARCHIVIO

APPARENTE

L’archivio apparente si ha quando si rilevano elementi che lasciano

intravedere la sussistenza di un vincolo naturale che altro non è che

un vincolo volontario mascherato. L’elemento che consente di

attribuire la caratteristica di archivio ad una documentazione è

individuato principalmente nella tipologia delle procedure di

formazione. Un archivio personale dopo essere stato regolarmente

costituito dal soggetto produttore, per diverse vicende è stato

totalmente disgregato, perdendo completamente la sua struttura

originaria e quindi ogni parvenza di vincolo naturale; se

successivamente per l’attività svolta da parte di un collezionista,

l’archivio fosse recuperato, acquistando documenti ad esso

attinenti, il materiale ricostruito potrebbe non essere denominato

archivio. Tale documentazione acquisirebbe più propriamente la

qualificazione di raccolta.

Le differenze tra l’archivio proprio, dotato di vincolo naturale

riconoscibile, l’archivio improprio, nel quale il vincolo naturale,

originariamente esistente, per cause diverse, non è più riconoscibile

e l’archivio apparente non sono sempre certe.

L’ARCHIVIO E IL SIGNIFICATO DEL VINCOLO ORIGINARIO

La impossibilità di rilevare in un archivio la presenza di un vincolo

naturale non esclude la sussistenza della qualificazione tecnica.

Questa ipotesi si può riferire a quella di un archivio proprio,

costituito quindi secondo le procedute tecniche corrette. Tale

situazione non esclude la qualificazione di archivio purchè si abbia

la certezza che il vincolo fosse esistente all’origine e vi sia la

consapevolezza che quella determinata consistenza sia stata

costituita a seguito di una procedura corretta.

L’ARCHIVIO E LA RACCOLTA

Sono chiamate con il termine archivio quelle testimonianze scritte

che hanno in sé il carattere della complessità e ella organicità ma

sempre in un contesto di naturalezza formativa.

Il rapporto organico nell’archivio è indispensabile, mentre negli altri

beni culturali è facoltativo. Tale situazione è confermata dal recente

Codice dei Beni Culturali.

È stata confermata la non smembrabilità della produzione pubblica

e la distinzione per gli archivi privati tra quelli dichiarati di interesse

culturale e gli altri.

Si è riconosciuta la completa dignità di archivio solo alla

documentazione pubblica ed a quella privata notificata, mentre

quella privata non dichiarata rischia di essere assimilata alla figura

della raccolta.

La speciale qualificazione di complesso organico colloca l’archivio

sopra un piano diverso in relazione agli altri beni culturali. Le

disposizioni di legge confermano che il bene archivio deve essere

considerato una universitas rerum ed i documenti che lo

compongono non possono essere presi in considerazione come

singoli.

Non si deve dimenticare che il vero archivio è composto da scritture

originali e la mancanza di una di esse può portare alla

incomprensione di tutto il complesso. Negli altri beni culturali come

nelle raccolte la mancanza di un pezzo può procurare senza dubbio

un danno, ma poco incide sulla comprensione di una struttura.

VI- LA VITA DELL’ARCHIVIO

LE FASI DELLA VITA

Ogni archivio ha una propria vita attiva. L’origine di un archivio

dipende da più fattori che possono essere individuati nella nascita,

nelle procedure di costituzione e nell’attività del soggetto, nella

volontà del soggetto produttore di conservare le rappresentazioni

della propria memoria.

La struttura fisica dell’archivio rischia spesso di subire pesanti

cambiamenti, tra i quali ha un ruolo primario la frammentazione.

Non si deve infatti dimenticare che l’archivio è un complesso

organico e indivisibile.

Se il soggetto produttore cessa di esistere, di fatto, l’archivio, che

sino ad allora era stato vivo, si trasforma in un archivio morto.

L’archivio, sebbene sia considerato morto, ove non si proceda alla

sua distruzione, continua a svolgere il ruolo di memoria e di

testimonianza delle attività effettuate sino alla cessazione del

soggetto produttore. Per tali funzioni è necessaria comunque la

presenza di un riferimento esterno, che può essere rappresentato

da un Istituto di concentrazione.

LE ETA’ DELL’ARCHIVIO

Ogni archivio si articola in più fasi gestionali:

a- Un periodo corrente, nel quale, a seguito dell’attività dell’entità

produttrice, la documentazione si forma attraverso un naturale

accrescimento, determinato dalle necessità del soggetto che opera

di entrare in relazione con la società esterna. Si inaugura con l’inizio

della pratica e si conclude con la chiusura della stessa.

b- un successivo momento, detto archivio di deposito, durante il

quale il materiale, trova una transitoria collocazione fisica. Nel corso

di questa fase, che la legislazione italiana prevede della durata di

un quarantennio, si svolgono importanti attività organizzative, per

ridare al materiale quella organicità che corrisponde alla sua

naturale struttura, per la eventuale eliminazione del materiale

superfluo e per consentire una sua migliore utilizzazione.

c- Una terza fase, nella quale la documentazione viene conservata

prevalentemente quale memoria storica dell’entità produttrice, ad

uso sia della stessa, sia dei terzi interessati.

In Italia il teorico seicentesco Baldassarre Bonifacio considerò

l’archivio un’unica realtà. In Germania, sino al sedicesimo secolo, si

è vissuto un dibattito condizionato da una situazione antitetica tra

gli archivisti, ovvero coloro che avevano la gestione della

documentazione storica giunta alla fase di conservazione

permanente, e i registratori, ovvero coloro che avevano la gestione

della fase corrente. I primi insistevano nel considerare archivio

solamente quello da loro gestito, attribuendo alle fasi antecedenti le

denominazione di registratura.

In Francia, attratti dall’idea di prearchivio, ovvero da una istituzione

avente la finalità di raccogliere gli archivi di deposito provenienti da

soggetti omogenei e di provvedere a riorganizzarli procedendo a

preliminari operazioni di selezione e scarto, provvidero ad

attrezzare appositi centri destinati alle suddette finalità. Questo

grado di transito, non potendo essere denominato prearchivio, fu

chiamato archivio intermedio, uno stadio antecedente dell’archivio

storico. VII - L’ARCHIVIO CORRENTE

L’ archivio corrente coincide con il momento della nascita e della

formazione e comprende quella documentazione scritta che viene

conservata ed entra in tal modo a far parte della memoria del

soggetto titolare.

La durata dell’archivio corrente, non è collegabile con un periodo

cronologico prefissato, poiché presso ogni soggetto produttore vi

sono pratiche che possono durare un giorno, altre che possono

durare un mese, altre un anno.

L’archivio corrente è composto da una documentazione

cronologicamente non uniforme, contenendo tutte le pratiche

ancora aperte. Con l’introduzione dello strumento del protocollo è

stato stabilito in un anno il periodo minimo di giacenza del

materiale nella fase corrente.

L’organizzazione della memoria

L’archivio corrente, costituisce un momento di grande rilievo nel

quadro generale della gestione archivistica ed in tale contesto

assumono primaria importanza i criteri di organizzazione della

memoria. Se un archivio nasce su basi errate, difficilmente nelle fasi

successive potrà essere ricondotto ad una struttura corretta.

La formazione degli archivi è stata realizzata in conseguenza di

quelle differenziazioni che sono state determinate da una

concomitanza di elementi.

a. La natura del soggetto produttore: i soggetti privati

Ogni soggetto tende a eliminare gli elementi non utili e si preoccupa

di conservare tutto quanto risulta essenziale per lo svolgimento

della propria attività.

Il vigente Codice dei Beni Culturali riconosce quali oggetti di tutela

da parte dello Stato gli archivi e i singoli documenti appartenenti a

privati, purchè rivestano un interesse storico particolarmente

importante.

Nella sua attività di tutela, lo Stato vieta l’uscita definitiva dal

proprio territorio dei beni culturali intesi in senso generale, mentre

per gli archivi e per i singoli documenti appartenenti a privati, che

presentano un interesse culturale, l’operazione può essere condotta

purchè sia stata concessa una specifica autorizzazione. La nuova

normativa ha inserito il bene culturale archivio tra gli istituti e

luoghi della cultura che sono oggetto di fruizione e di

valorizzazione.

b. La natura del soggetto produttore: i soggetti pubblici

Per i soggetti pubblici le disposizioni normative atte a stabilite i

criteri organizzativi non sono mancate nel passato. Nella gestione

degli archivi in epoca preunitaria, e per alcuni aspetti fino all’epoca

napoleonica, le regole cambiavano tra i diversi stati. Con le

innovazioni napoleoniche e in particolare con l’introduzione della

gestione protocollare, si sono sviluppati presso i soggetti pubblici

nuovi criteri di organizzazione, nei quali il titolare di classificazione

ha assunto un ruolo di primo rilievo.

c. La struttura del soggetto produttore

Il soggetto singolo non avendo solitamente necessità di utilizzare

altre persone per gestire la propria memoria, attua criteri molto

semplici e prevalentemente esegue suddivisioni che rispettano le

singole materie trattate. Nei soggetti complessi i criteri

organizzativi possono rispondere ad esigenze molto articolate e non

raramente emerge la necessità di rispettare un ordine direttamente

dipendente anche dalle funzioni degli uffici.

d. Le tipologie delle attività

L’incidenza delle tipologie delle attività sulle modalità di

organizzazione della documentazione sono senza dubbio di valore

elevato. Alcuni soggetti produttori, in conseguenza delle loro

finalità, svolgono attività che prevedono rapide conclusioni delle

pratiche, altri, invece, hanno scopi che richiedono gestioni

prolungate.

Quando l’attività è contenuta e la consistenza della produzione

documentaria è limitata si può verificare l’applicazione del criterio

cronologico, perché il rispetto della cronologia è sempre

fondamentale nella gestione degli archivi.

e. Le caratteristiche dei supporti utilizzati

Le diversità strutturali dei supporti hanno dato vita ad autonome

tipologie di unità archivistiche.

L’uso della carta, in alternativa o in sostituzione di altri supporti ha

consentito di incrementare la produzione delle due principali

tipologie archivistiche ancora oggi presenti: quella tendente ad

organizzare unità che nascono legate (libri, codici, registri, ecc.) e

quella rappresentata da complessi di carte sciolte (buste, faldoni,

ecc.).

L’introduzione delle moderne tecnologie, da quella informatica a

quella telematica, ha già arrecato notevoli mutamenti nei criteri di

conservazione e di organizzazione della memoria archivistica.

Si è rilevato che le difficoltà nell’applicazione delle innovazioni

informatiche ad un archivio già strutturato sono maggiori rispetto

ad un archivio che deve ancora nascere.

Il concetto di “serie”

Il concetto di serie, mira ad individuare, attraverso il criterio del

raggruppamento, una delle metodologie utili per collocare in

posizioni logiche le unità archivistiche prodotte.

La posizione logica può essere realizzata seguendo linee differenti,

più o meno dipendenti dalla volontà del soggetto produttore, il

quale, se non può volutamente realizzare la struttura costitutiva del

proprio archivio, può stabilirne l’organizzazione. Queste linee sono:

a- il rispetto delle “materie”. Si possono, cioè, creare serie per

materia , che, però, vengono criticate dalla dottrina archivistica

perché ritenute poco naturali.

b- il rispetto dell’ordine “cronologico, perché le attività di ogni

soggetto si svolgono in un contesto di spazio e di tempo. Tuttavia, il

criterio cronologico, spesso, rende poco praticabili gli altri criteri.

Ci sono due tipi di ordine cronologico: uno collegato all’indicazione

cronologica presente sopra la memoria scritta e l’altro che si

riferisce all’indicazione cronologica del momento nel quale un

soggetto principale provvede alla registrazione nella propria

memoria della documentazione prodotta da lui stesso.

c- il rispetto dell’articolazione delle attività, che riguarda soprattutto

i soggetti pubblici, strutturati nella burocrazia pubblica.

VIII - IL PROTOCOLLO

ORIGINI E STRUTTURE DEL PROTOCOLLO

Il protocollo fu istituito in epoca napoleonica con lo scopo di snellire

le procedure che riguardavano la registrazione dei movimenti della

documentazione che entrava e usciva dai vari soggetti produttori.

In Italia è giunto sino ai tempi nostri e il riconoscimento più

significativo si è avuto quando si è riconosciuta la validità anche in

riferimento alla gestione informatica.

La documentazione in partenza, dopo avere percorso interamente

complicati tragitti prima di giungere alla configurazione

dell’originale firmato, prima della spedizione veniva trascritto

integralmente sopra appositi registri, denominati copialettere.

Il materiale in arrivo era infilzato in una specifica asticella metallica

e così facendo, pur non mantenendosi la notizia del giorno di

ingresso, si conservava l’ordine di ricezione. Tale modalità diverrà

l’elemento fondamentale della nuova modalità di registrazione e ne

sarà l’asse portante. L’ufficio di protocollo

L’Ufficio di Protocollo ha il compito di acquisire il materiale

documentario che viene gestito dal soggetto produttore e di

registrarlo in un apposito strumento. Ogni Ufficio Protocollo ha un

proprio specifico Regolamento, fondamentale affinchè non si creino

incongruenze e malintesi in un servizio di notevole delicatezza.

Il materiale in entrata

L’Ufficio protocollo ha il compito della ricezione e dell’apertura della

posta.

Di conseguenza l’Ufficio deve procedere alla registrazione dei dati

relativi alla documentazione in entrata nell’apposito registro di

protocollo. Inoltre l’Ufficio di Protocollo è tenuto ad effettuare la

distribuzione del materiale ai singoli Uffici incaricati della gestione

delle pratiche.

Alla conclusione di ogni periodo protocollare, previsto e racchiuso

nell’arco dell’anno solare, nella prima quindicina di gennaio, l’Ufficio

di Protocollo ha il compito di recuperare nei singoli Uffici gestori le

pratiche concluse e di riunirle seguendo gli schemi organizzativi

stabiliti dal Titolario di classificazione.

Il materiale in uscita

All’Ufficio di Protocollo giunge da parte degli Uffici gestori delle

pratiche il materiale da trasmettere all’esterno e proprio all’Ufficio

di Protocollo spetta il compito di spedire all’esterno la

documentazione.

I rapporti tra l’Ufficio di Protocollo e l’U.R.P.

L’Ufficio di Protocollo ha il compito di svolgere un importante

servizio di pubblico interesse. Il cittadino che intende accedere alla

documentazione gestita in particolare da enti pubblici, può

rivolgersi ad una struttura costituita a seguito della legge n. 241 del

1990 denominata Ufficio per le Relazioni con il Pubblico.

IL REGISTRO DI PROTOCOLLO E LA REGOLA DEL QUATTRO

Il Registro di protocollo deve essere uno ed uno solo per ogni

soggetto, poiché ogni entità produttrice può avere una sola

memoria. L’attività di protocollazione si realizza attraverso

l’utilizzazione di un unico registro suddiviso in settori a mezzo di

fincature e ha una funzione cronologica annuale

È opportuno porre in evidenza in primo luogo la necessità di

individuare il documento che entra e che esce con i seguenti

elementi:

a. Il numero progressivo, determinato in base ad una estensione

cronologica annuale: non può e non deve essere attribuito a

due o più documenti;

b. Il momento esatto dell’ingresso nella memoria del soggetto,

che consiste nell’attestare il limite cronologico di tale

avvenimento e di stabilire un preciso ordine di ingresso

c. Il nome, il cognome e l’ubicazione del “mittente”;

d. Il contenuto del documento spedito, descritto in forma

sintetica sufficientemente esauriente e l’indicazione sulla

presenza di allegati.

Questi quattro elementi devono essere registrati in forma non

riscrivibile e devono essere utilizzati collegati in un unico contesto.

Ogni documento che entra nella memoria di un soggetto deve avere

sul registro di protocollo un proprio numero progressivo, una propria

indicazone relativa al momento di ingresso, deve possedere il

nominativo del mittente o del destinatario e deve avere

l’illustrazione sintetica del contenuto. Si tratta della Regola del

Quattro; in mancanza anche di uno solo degli elementi la

protocollazione risulta inefficace.

LA FUNZIONE GIURIDICA DEL PROTOCOLLO

Proprio a seguito dell’applicazione della Regola del Quattro, si

evidenzia la natura giuridica del registro di protocollo.

Il protocollo è:

a. Atto pubblico, con la conseguenza che colui che lo redige deve

essere considerato a tutti gli effetti un “pubblico ufficiale”;

b. Atto pubblico di “fede”, così che può essere utilizzato non solo

per evenienze pratiche o amministrative, ma anche come

prova.

c. Atto pubblico di “fede privilegiata”, conferma e rafforza il

concetto di fede e stabilisce la sua validità assoluta, salvo

prova di falso.

IL TITOLARIO DI CLASSIFICAZIONE

Il quinto elemento necessario del Registro di Protocollo fuoriesce

dalla logica del Regola del Quattro e assume un ruolo di altissimo

significato in relazione alla organizzazione della memoria, ovvero a

quegli aspetti che attengono in senso stretto alla gestione

archivistica.

Il Titolario di classificazione consiste in un quadro schematico nel

quale sono distribuite le competenze, le funzioni e le materie

attinenti all’attività del soggetto produttore. In base alla scelta di

criteri organizzativi saranno individuati più Titoli (indicati con cifre

romane), che consentiranno una primaria suddivisione del

materiale; poi, si può creare un secondo livello, solitamente

rappresentato dalle Classi (indicate con lettere maiuscole), per

passare ad un terzo livello, frequentemente individuato con il nome

di Sottoclassi (con l’uso di lettere minuscole), per concludere con un

quarto livello, nel quale sono collocati i Fascicoli, per i quali la

segnatura più diffusa è costituita da numeri arabi.

Il Titolario di classificazione svolge più funzioni, tra le quali: quella di

poter individuare ogni documento; quella di poter determinare la

destinazione del documento ad una precisa unità operativa; quella

di poter riorganizzare l’archivio, già nella fase di deposito.

Il Titolario di classificazione rappresenta uno strumento

fondamentale per la creazione del vincolo archivistico.

IL PROTOCOLLO INFORMATICO

Per protocollo informatico si intende non solo un protocollo attuato

attraverso un software, ma quello che rispetta la normativa di

legge, ovvero il D.P.R. 445/2000.

L’art.50 del D.P.R. 445/2000, intitolato “attuazione dei sistemi”,

fornisce precise disposizioni sulla gestione informatica del

documento.

1- nel comma I dice che le pubbliche amministrazioni devono

introdurre dei piani di sviluppo dei sistemi informativi automatizzati

per la realizzazione di sistemi di protocollo informatico

2- nel comma II prevede che le pubbliche amministrazioni

predispongano progetti per la sostituzione dei registri di protocollo

cartacei con sistemi informatici;

3- nel comma III prevede che le pubbliche amministrazioni

provvedano a realizzare o a revisionare sistemi informativi per la

gestione dei protocolli informatici entro il 2004

Un allegato alla circolare Astengo del 1957 distingue la struttura

amministrativa dei comuni italiani in 15 categorie (come

Amministrazione; Opere Pie; Polizia urbana; Sanità; Finanze;

Governo ecc) divise al loro interno in classi.

IX - L’ARCHIVIO DI DEPOSITO

Dopo la fase formativa relativa all’archivio corrente, la

documentazione viene trasferita nel locale di deposito.

Il materiale che entra a far parte di questa nuova fase di gestione,

secondo la legislazione italiana, conserva tale ubicazione per un

periodo di quaranta anni, dopo i quali la documentazione potrà

essere trasferita nella sezione separata o in un archivio storico di

concentrazione.

Nell’archivio di deposito confluisce naturalmente il materiale

archivistico che ha esaurito la sua funzione corrente.

COSTITUZIONE E ORGANIZZAZIONE

Tra le attività che si svolgono durante la fase di deposito assume

rilievo quella della razionalizzazione della documentazione prodotta.

Gli archivisti responsabili di questa sezione devono preoccuparsi di

recuperare tutte le memorie definite ed acquisirle con modalità

corrette.

I soggetti produttori mostrano solitamente una ridotta attenzione

nei riguardi dell’archivio di deposito che rischia di divenire un

magazzino nel quale si trovano altre tipologie di materiali.

Il Titolario di classificazione dovrà essere l’elemento guida per una

corretta ricostituzione dell’archivio in questa fase. L’archivio sarà

così costituito seguendo alcuni principi tecnici:

a. Il carteggio sarà riorganizzato seguendo lo schema suggerito

dalla struttura protocollare (divisione per anni, in titoli, classi,

sottoclassi e fascicoli).

b. I registri troveranno una collocazione autonoma nel rispetto

della serie ed avranno quale secondo criterio applicativo quello

cronologico.

MODALITA’ DI CONSERVAZIONE

La funzione dell’archivio di deposito è individuata dal D.P.R. n. 1409

del 1963: tale norma prevede che il materiale ivi collocato

provenendo dalla fase corrente, debba rimanere per un periodo di

quaranta anni, prima di transitare nella Sezione Separata.

Diviene importante quindi realizzare strutture idonee non solo alla

conservazione, ma anche per la gestione del materiale in vista

dell’organizzazione. Tali locali dovranno essere in possesso di

particolari requisiti:

a. Dovranno non essere umidi e neppure potranno avere

eccessive immissioni di luce;

b. Dovranno essere collocati in aree distanti da fonti di calore;

c. Dovranno essere dotati di impiantistica a norma di legge e

dovranno essere dotati dei necessari mezzi di controllo e di

sicurezza, al fine della prevenzione e della repressione dei

danni procurati dagli incendi, dall’umidità ecc.

d. Dovranno essere dotati delle necessarie attrezzature atte ad

accogliere la documentazione archivistica;

e. Dovranno essere dotati di attrezzature informatiche;

f. Dovranno essere accessibili esclusivamente agli archivisti

addetti a tali servizi;

g. Dovrà essere predisposto un apposito regolamento.

FUNZIONI

L’Archivio di deposito rappresenta per la documentazione

archivistica un momento transitorio, anche se in questo non breve

periodo si effettuano molteplici attività.

A lato di quelle funzioni di riunione e di riorganizzazione del

materiale ne emergono altre che preludono al passaggio della

documentazione all’ultima fase, che per gli archivi degli uffici statali

coincidono con gli Archivi di Stato, e per gli archivi degli enti locali e

per gli archivisti privati trovano riscontro nelle cosiddette Sezioni

Separate.

Prima di realizzare il trasferimento, nel contesto dell’archivio di

deposito si svolgono funzioni importanti, che sono le operazioni di

selezione e di scarto.

LO SCARTO, LA CONSERVAZIONE, LA SELEZIONE

Lo scarto rappresenta uno dei momenti più delicati del lavoro

dell’archivista, poiché consiste in una operazione a carattere

irreversibile che viene effettuata sopra una documentazione che

spesso è l’unica testimonianza dell’attività pratica, giuridica,

amministrativa di soggetti pubblici e privati.

In Italia l’archivio è considerato un complesso organico e la sua

documentazione costituiva per tale concezione risulta legata da un

vincolo originario, naturale e involontario che dipende direttamente

dalle caratteristiche della formazione dell’archivio stesso: le attività

di selezione e scarto dovrebbero essere condotte con molta

attenzione per non eliminare il vincolo naturale che lega il materiale

archivistico, poiché altrimenti si rischierebbe di distruggere il

carattere di organicità dell’archivio.

IL CONCETTO DI SCARTO NELLA DOTTRINA ARCHIVISTICA

ITALIANA

Tra gli archivisti italiani, Arnaldo d’Addario ha affrontato il problema

dello scarto con una particolare attenzione alla sua storia ed alla

sua evoluzione.

I termini di selezione e di scarto sono presenti in un’unica sfera

concettuale con Virgilio Giordano. Paola Carucci, nel “Glossario”, si

limita ad affermare che lo scarto consiste in “operazioni con cui si

destina al macero una parte della documentazione di un archivio”.

Il lavoro manualistico di Giuseppe Plessi si pone con una scelta

piuttosto orientata, dal momento che in esso si afferma che il

“termine scarto in Archivistica va inteso nel senso di scelta delle

carte che si destinano alla eliminazione”.

METODOLOGIE PER L’EFFETTUAZIONE DELLO SCARTO

Non esiste un esclusivo momento per la realizzazione di uno scarto

d’archivio, anche se solitamente i soggetti produttori ne ravvisano

la necessità quando si rendono conto di avere i locali totalmente

ingombrati. Per lo scarto di un archivio la prima regola consiste

nella prevenzione nello scarto, attraverso una programmazione che

consenta di intervenire con la predisposizione di uno specifico

Massimario, che preveda per ogni atto i suoi termini cronologici di

giacenza.

Un primo scarto, opportunamente programmato, dovrebbe avvenire

sia durante lo svolgimento della pratica, sia immediatamente dopo

la conclusione della stessa.

Un secondo scarto, da eseguirsi con il rispetto delle procedure

previste dagli articoli 25 e 35 del D.P.R. n. 1409 del 1963, dovrebbe

essere effettuato preferibilmente durante la fase di deposito e deve

essere portata a termine da personale esperto.

LO SCARTO NELLA GESTIONE ATTUALE

Le operazioni di scarto devono tenere presenti alcuni aspetti

collegati con le metodologie della gestione della memoria:

a. La programmazione di uno scarto dovrebbe essere

strettamente collegata con la predisposizione di un Massimario

che dovrebbe essere realizzato preferibilmente attraverso un

collegamento con il Titolario di classificazione;

b. La realizzazione di un Massimario non può prescindere dalle

modalità di applicazione della legge 241 del 1990 modificata

con quella del 2005;

c. Non si può operare senza considerare la presenza reale,

attuale o futura, delle nuove tecnologie.

LO SCARTO DI MATERIALE CONSERVATO NELL’ARCHIVIO DI

DEPOSITO

Il soggetto che intende procedere alle operazioni di selezione e

scarto di materiale conservato presso il proprio archivio di deposito

deve intervenire operando con discrezionalità, ma avendo sempre

riguardo alla conservazione del vincolo:

a. Poiché le operazioni di scarto hanno un’incidenza economica

b. Lo scarto può essere preceduto da riproduzione del materiale.

MODALITA’ DESCRITTIVE DA ADOTTARSI PER IL MATERIALE

CHE SI INTENDE SCARTARE

Individuato il materiale da eliminare, la proposta di scarto deve

contenere, oltre al titolo, gli estremi cronologici e la consistenza in

kg. L’elemento fondamentale è individuabile nella specificazione dei

motivi dello scarto che danno la prova della correttezza

dell’intervento.

QUANDO SI PUO’ EFFETTUARE LA SELEZIONE E LO SCARTO

Ammessa quindi l’opportunità di procedere all’analisi, alla selezione

e all’eliminazione del materiale archivistico superfluo, è opportuno

individuare quando può effettuarsi l’intervento durante la vita di un

archivio.

Gli interventi volontari possono essere individuati nelle due

particolari tipologie: la prima, collocata in itinere, durante lo

svolgimento della fase formativa e la seconda, collocata durante la

giacenza del materiale di deposito.

IL SIGNIFICATO DELLA VOLONTA’ NELLO SCARTO

Si può avere uno scarto naturale e/o involontario, uno scarto

colposo, uno scarto preterintenzionale e uno scarto volontario:

a. Scarto naturale e/o involontario: può riferirsi a fattori naturali,

esterni, ad eventi di forza maggiore che non dipendono dalla

volontà del soggetto produttore;

b. Scarto colposo: può verificarsi quando l’operatore destina

l’archivio in una situazione o in una collocazione fisica

dubbiosamente idonea:

c. Scarto preterintenzionale: si ha quando chi ha il compito della

conservazione riserva all’archivio un condizionamento fisico

prevedibilmente pericoloso;

d. Scarto volontario: coincide con la più diffusa concezione dello

scarto cioè lo scarto come scelta del soggetto produttore.

LA QUALIFICAZIONE DELLO SCARTO

Un altro tema da tenere in considerazione è rappresentato dalla

valutazione della consistenza dell’intervento di scarto volontario,

che può essere totale, parziale o a campione. L’eliminazione

totale si verifica più frequentemente in casi di scarto guidati da

volontà, anche se non univoca; l’eliminazione parziale si attua di

solito nello scarto volontario; la cernita a campione avviene

attraverso un atto voluto.

LA SELEZIONE: SIGNIFICATO E CRITERI APPLICATIVI

Nel concetto di selezione devono essere incluse anche la attività

preparatorie, quali ad esempio la strutturazione dei Massimari

che ne fissano le modalità. La documentazione archivistica ha

diversi interessi:

a. Interesse pratico: se al momento della formazione è stato

mantenuto nell’archivio un documento, poiché la sua

presenza serviva per risolvere un problema pratico, quando

tale necessità viene a scomparire e non sussistono più

interessi ai fini della sua conservazione.

b. Interesse amministrativo: si può affermare che per gli

aspetti amministrativi vi è solitamente un ampio riferimento

cronologico e che permangono attivi per tempi piuttosto

ampi.

c. Interesse giuridico: gli elementi attestanti alcune rilevanti

situazioni giuridiche molto spesso non hanno una scadenza

cronologica e i motivi dello scarto si rivelano meno

operativi.

Questi elementi rappresentano l’humus impalpabile insito nella

documentazione e costituiscono le motivazioni che nella fase di

scarto si trovano ad assumere un ruolo decisivo e fondamentale.

d. Interesse culturale: applicando nella selezione parametri

valutativi culturali potremmo incorrere nel rischio della

soggettività delle scelte.

I MASSIMARI DI SCARTO

I Massimari di scarto sono quelle schematizzazioni che vengono

imposte con scopi di normalizzazione dei comportamenti e che sono

destinate a facilitare il lavoro, specie presso gli archivi di soggetti

pubblici. I Massimari si basano sopra le tre metodologie presentate:

interesse pratico, amministrativo e giuridico.

LO SCARTO, IL CONCETTO D’ARCHIVIO E LA FUNZIONE DEL

VINCOLO

È necessario provare altri tracciati che possano garantire un criterio

di maggiore oggettività nelle operazioni di selezione e scarto.

Se si considera il vincolo quale elemento naturale e originario ci si

colloca in una posizione teorica che non può non essere contraria

allo scarto; se si ritiene il vincolo come necessario, si ammette

anche teoricamente lo scarto. La qualificazione di necessario, sta a

significare che il vincolo non può non esserci, ma non esige che sia

naturale. PROPOSTE DI METODI OGGETTIVI

La selezione deve avvenire sopra un materiale che sia almeno in

parte ordinato. Nell’intervento di selezione l’archivista può svolgere

un’attività collocabile sopra due distinti livelli, tendenti:

Alla conservazione del documento: affinchè non si abbia

a. la distruzione del vincolo

Alla conservazione della notizia: si ha un certo materiale

b. primario e originale che può essere selezionato per

l’eliminazione, purchè all’interno della complessità si trovi

un altro elemento primario che contenga la stessa notizia.

CONCLUSIONE

Il problema dello scarto di materiale appartenente ad archivi su

supporto tradizionale deve essere affrontato seguendo diverse

prospettive:

- la prima è rappresentata dalla necessità di delimitare la

consistenza degli archivi in formazione;

- la seconda consiste nella predisposizione e nell’utilizzo di

massimari che consentano la conservazione del documento.

- la terza può essere realizzata nella creazione di strutture operative

e di professionalità;

- la quarta deve essere caratterizzata non tanto dalla necessità di

scegliere il materiale per l’eliminazione, quanto dall’impegno di

selezionare, per la conservazione, una attività che richiede

l’intervento di operatori archivistici culturalmente e

scientificamente preparati.

IL TRASFERIMENTO DALL’ARCHIVIO DI DEPOSITO

La legislazione italiana prevede che, trascorsi quarant’anni, la

documentazione archivistica giacente nell’archivio di deposito

debba essere trasferita nell’archivio della terza fase.

Ogni soggetto produttore, all’inizio di ogni anno, dovrebbe

trasportare nella sezione separata o nell’archivio storico la

documentazione relativa all’anno che ha concluso il quarantennio.

Per procedere al trasferimento, tra le attività da svolgere vi sono

quelle relative al riordinamento e quelle concernenti lo scarto.

Il passaggio della documentazione archivistica dal deposito alla

sezione separata avviene effettuando un’operazione interna al

soggetto produttore e interna alla memoria stessa e si chiama

versamento.

Si configura come versamento il trasferimento del materiale da un

archivio di deposito di un determinato soggetto produttore ad un

archivio di concentrazione, avente la medesima natura giuridica del

soggetto primario.

Si ha versamento, ad esempio, quando una Prefettura toglie una

parte del materiale presso il proprio archivio di deposito per

consegnarlo all’Archivio di Stato competente per territorio.

Prefettura e Archivio di Stato sono appartenenti allo “Stato”.

Gli archivi di concentrazione

La caratteristica di archivio di concentrazione oltre che agli Archivi

di Stato può essere estesa anche ad altre figure che non sempre

sono state create con tali finalità.

Si viene pertanto a creare una situazione particolare nella quale,

assieme alla documentazione “storica” del soggetto produttore

possono trovarsi i cosiddetti archivi aggregati i quali entrano a far

parte del complesso archivistico che li ospita.

In tempi recenti si è verificata un’altra trasformazione da archivio

storico a archivio di concentrazione: ci riferiamo agli archivi

ecclesiastici diocesani, denominati archivi vescovili o archivi

arcivescovili i quali hanno deciso di ricevere nei propri locali la

preziosa documentazione delle parrocchie.

IL DEPOSITO E GLI ALTRI PROCEDIMENTI TRA SOGGETTI DI

NATURA DIVERSA

Il trasferimento del materiale dall’archivio principale all’archivio di

concentrazione può avvenire:

- per versamento, quando il passaggio della documentazione si

realizza attuando un trasferimento tra due soggetti

appartenenti alla medesima struttura istituzionale ed aventi la

stessa natura giuridica

- per deposito, quando i soggetti tra i quali avviene il passaggio

non possiedono la stessa natura giuridica e istituzionale

- per donazione, quando la natura giuridica e istituzionale dei

soggetti non coincide, e quando il proprietario cede la

proprietà del bene a titolo gratuito.

- per alienazione, quando in un rapporto tra soggetti

giuridicamente e

istituzionalmente non omogenei, il proprietario cede

all’acquirente il materiale

a titolo oneroso.

IL DEPOSITO COATTIVO

La procedura di deposito può assumere anche una forma di

coattività quando ci si trova in situazioni che lasciano comprendere

l’esistenza di immediati, reali pericoli per la documentazione.

In presenza di situazioni di particolare urgenza, il Ministero può

imporre il restauro di alcuni documenti o prendere altri

provvedimenti finalizzati alla salvaguardia del materiale.

Gli interventi coattivi sugli archivi privati, notificati di notevole

interesse storico, sono realizzati qualora i proprietari non

garantiscano una idonea conservazione.

X - L’ARCHIVIO STORICO

L’ULTIMA FASE DELL’ARCHIVIO

La teoria e la prassi archivistica prevedono per la gestione della

terza fase le seguenti tipologie di intervento:

a. Riordinamento del materiale applicando il rispetto del metodo

storico istituzionale;

b. Realizzazione di mezzi di corredo e di strumenti per la ricerca;

c. Fruizione della documentazione archivistica in particolare da

parte del pubblico esterno

Il significato dell’archivio storico e della sezione separata

Per indicare il materiale archivistico che si trova collocato nella

terza fase, il DPR del 1963 non usa mai il termine archivio storico,

ma quello di sezione separata o separata sezione. Alla base di tale

scelta vi fu una discussione che coinvolse gli archivisti e

particolarmente gli storici contemporanei poiché, attribuendo il

valore di archivio storico solo alla documentazione con più di

quaranta anni, si toglieva tale caratteristica a quella

contemporanea.

Non crediamo che sia corretto individuare un termine cronologico

per attribuire la storicità di un documento, senza invadere aree di

soggettività. Ogni elemento scritto nasce come rappresentazione di

un fatto storico e quindi è da considerarsi memoria storica sin dal

momento della sua origine.

Al di fuori del contesto normativo si continua ad usare il termine

archivio storico.

L’ordinamento: le metodologie archivistiche

Con il termine riordinamento ci si riferisce alle operazioni che gli

archivisti svolgono durante l’ultima fase, dovendo intervenire per

fornire agli archivi una sistemazione definitiva.

Molte sono le cause che possono provocare eventi negativi, come

gli eventi di forza maggiore, ma una causa di disordine che

possiamo definire di ordinaria amministrazione deve essere

individuata proprio nella fruizione. La consultazione di un archivio,

se eseguita senza la presenza di archivisti, rappresenta, infatti, un

rischio.

a. Il principio di pertinenza

Si svilupparono linee di riordinamento fondate sopra quel principio

di pertinenza che consentiva di ristrutturare il materiale per

materia.

Tale principio ebbe una più pesante applicazione negli Stati del Nord

Italia, con centro privilegiato a Milano, ove Luca Peroni lo applicò

con grande impegno.

Un particolare caso di applicazione si ebbe in Toscana, ove fu

introdotto nell’ambito della riorganizzazione degli archivi degli Enti

religiosi soppressi: le pergamene furono tolte dalla loro sede

naturale e riunite in un nuovo contesto denominato Archivio

Diplomatico.

b. Il principio di provenienza

Lodolini in un suo saggio sull’ordinamento archivistico, ricorda

che il principio della provenienza fu applicato per la prima volta

in Danimarca nel 1791 e, successivamente, in singoli archivi della

Germania. Secondo Brenneke, il primo segnale ufficiale per

l’introduzione di tale innovazione, si ebbe nel 1819, quando

l’Accademia di Berlino suggerì di abbandonare il principio di

pertinenza per assumere il principio di provenienza.

c. Il “ metodo storico”

In Italia il principio di pertinenza ebbe uno sviluppo precoce per la

sua applicazione in Toscana, grazie all’intervento di Francesco

Bonaini il quale realizzò quel metodo storico che costituisce

l’elemento base del lavoro di tutti gli archivisti. I suoi illuminati

progetti furono realizzati integralmente all’Archivio di Stato di Lucca

ove Salvatore Bongi pubblicò quattro grossi volumi di Inventari che

ancora oggi sono esempio per le metodologie applicate nel rispetto

di quel metodo storico, che voleva mettere in evidenza che per

poter riordinare gli archivi era necessario conoscere la storia del

soggetto produttore.

Il metodo storico fu portato al limite estremo, riconoscendo

che il vero lavoro dell’archivista non consisteva

nell’inventariazione, bensì nello studio del soggetto

produttore, della sua struttura e della sua storia.

Negli anni Sessanta gli archivisti italiani vissero momenti di

ripensamento e di crisi e, superati questi momenti di riflessione,

l’archivistica italiana negli anni Ottanta si orientò sopra una

riconsiderazione in positivo del metodo storico, ma si presentarono

altri problemi strutturali, legati alle nuove tecnologie informatiche.

LA PERIODIZZAZIONE ARCHIVISTICA

La periodizzazione è un’operazione con la quale si può intervenire

sulla documentazione, condizionandola con la concorrenza di alcuni

aspetti storici, istituzionali e burocratici. Gli elementi di maggior

rilievo consistono:

a. Nel mutamento o nella modificazione della realtà politica, in un

quadro storico generale o particolare;

b. Nel mutamento o nella modificazione della realtà istituzionale;

c. Nel mutamento o nella modificazione della realtà istituzionale

riferita all’entità produttrice dell’archivio in esame;

d. Nel mutamento o nella modificazione della realtà burocratica

relativa alla suddetta entità;

e. Nel mutamento o nella modificazione delle norme di gestione

generali con l’introduzione di nuove regole di archiviazione e di

nuovi modelli di registrazione;

La periodizzazione rappresenta una scelta che può risultare

delicata. La circolare ministeriale del 1966

Il Comitato per le pubblicazioni elaborò nel 1966 alcune norme

aventi ad oggetto l’uniformità redazionale dei mezzi di corredo

archivistici destinati alla pubblicazione e provvide alla stesura di

una Circolare che riguardò tra le altre materie anche la

periodizzazione.

Con molta prudenza la circolare invitò a osservare la

“periodizzazione storica generale”.

L’applicazione della periodizzazione agli archivi

“postunitari”

Il principio della periodizzazione è stato sinora applicato

prevalentemente per il riordino di archivi preunitari.

Riteniamo, tuttavia, che anche in riferimento alla documentazione

postunitaria possano realizzarsi degli interventi periodizzanti. La

periodizzazione consente di realizzare serie archivistiche “chiuse”,

che aprono la via a vantaggiose possibilità, tra le quali:

a. Quella di poter assegnare alla consistenza archivistica una

propria definitiva collocazione topografica;

b. Quella di poter attribuire alle singole unità archivistiche una

numerazione “a catena”;

Una prima cesura potrebbe coincidere con l’avvento del

fascismo.

Il 2 giugno 1946, con il referendum popolare, si decise il

passaggio da uno Stato monarchico costituzionale ad uno Stato

repubblicano e il 1 gennaio 1948 con l’entrata in vigore della

Costituzione Repubblicana, si ebbe il capovolgimento della

struttura politica dello Stato. Si sono verificati dei mutamenti a

seguito dei quali il materiale archivistico si è trovato a subire

modificazioni organizzative tali da giustificare la presenza di una

cesura.

In seguito fu avanzata la proposta di introdurre una separazione

all’interno del materiale archivistico postunitario, dando vita

all’archivio del Regno d’Italia, fino al 31 dicembre 1947 e

all’archivio della Repubblica Italiana, dal 1 gennaio 1948.

I mezzi di corredo e gli strumenti per la ricerca

La terminologia archivistica non ha assunto sinora una posizione

definitiva per individuare quegli elementi che servono per la


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DETTAGLI
Esame: Archivistica
Corso di laurea: Corso di laurea in storia e tutela dei beni archeologici, artistici e librari
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher storia92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archivistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Giambastiani Laura.

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