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I - LA DISCIPLINA ARCHIVISTICA

LE FUNZIONI E I LIMITI DELLA DISCIPLINA ARCHIVISTICA

L’archivistica è una materia molto antica e si occupa della

gestione della memoria scritta di soggetti pubblici e privati.

L’archivistica si occupa della modalità e delle procedure di

formazione, dei principi di organizzazione, delle linee di

conservazione, dei criteri e dei compiti che attengono alla tutela e

all’organizzazione della documentazione realizzata dai vari soggetti

produttori; nonché della individuazione degli strumenti per la

ricerca ai fini della fruizione.

Il materiale archivistico si identifica generalmente con testi scritti.

Ogni scrittura è caratterizzata da un supporto di diversa natura:

nell’ultimo millennio si è avuta prima una prevalenza della

pergamena, poi della carta; con l’introduzione delle tecnologie

informatiche il supporto cartaceo sta cedendo il posto a quello

elettronico. L’archivio: nascita e conservazione

Ogni archivio nasce quando il soggetto produttore decide di

conservare le testimonianze delle proprie operazioni.

Un archivio si forma in maniera involontaria, a differenza della

biblioteca: ogni giorno nel mondo si produce un numero indefinito di

archivi e un’altrettanta indefinita quantità viene distrutta.

Il materiale viene conservato quando è considerato necessario ed

utilizzabile.

L’archivio, oltre ad essere considerato una memoria utile per

risolvere i problemi attinenti alla gestione pratica, assume il ruolo di

centro primario per la ricerca.

I due aspetti essenziali di un archivio sono: quello che si riferisce

agli interessi pratici ed immediati e quello che riguarda le esigenze

degli studiosi che studiano il passato.

LA DISCIPLINA ARCHIVISTICA E LE SUE ARTICOLAZIONI

Le documentazioni teoriche e metodologiche sugli archivi, dalla

seconda metà del Cinquecento ai successivi secoli, miravano a

stabilire quali fossero gli elementi distintivi dell’archivio.

Pur nel diffondersi del concetto di archivio quale luogo di

conservazione di memorie pubbliche appartenenti al passato, ci fu

una nuova attenzione nei riguardi dell’archivio quale

documentazione.

L’evoluzione della teoria archivistica è stata significativa e ha avuto

i maggiori centri di sviluppo in Germania e Italia.

L’Archivistica Generale affronta le tematiche basilari per la

conoscenza dell’archivio. L’archivio è osservato nelle sue

diversificate immagini che comprendono i momenti formativi,

strutturali e le diverse operazioni.

La tematica focale della disciplina è dedicata agli elementi di

maggiore rilievo dell’archivistica pura ovvero alle linee teoriche.

Sono aspetti utili per comprendere la natura dell’archivio, la sua

origine e il suo sviluppo.

L’Archivistica Speciale è una disciplina che si occupa dell’origine,

dello sviluppo e della gestione dell’archivio osservato nella sua

realtà fattuale, ovvero come conseguenza dell’attività del soggetto

produttore (distingue tra archivi pubblici, archivi privati, archivi

ecclesiastici ecc.).

L’Organizzazione degli Archivi, approfondisce alcuni aspetti

dell’Archivistica Generale e analizza le attività procedurali

necessarie per la gestione di ogni fase di vita dell’archivio.

L’Archivistica Tecnica si incentra sulla terza fase dell’archivio

storico, caratterizzato dall’ordinamento e dalla descrizione.

Nella gestione degli Archivi si prendono in considerazione le

diverse modalità di accesso ai fini della ricerca del materiale

documentario.

L’Informatica applicata agli Archivi è una disciplina che si limita

alla realizzazione di interventi legati alle progettualità tecnologiche.

II- GLI ARCHIVI NELLA STORIA

Le memorie registrate su tavolette di argilla, attestate a partire

dal terzo millennio a.c., ci fanno pensare alla presenza di operatori

nell’ambito archivistico.

Scavi archeologici realizzati nella seconda metà del Novecento,

primo fra tutti quello di Ebla (ventimila tavolette di argilla databili a

partire dal 2400 a.C), ci forniscono indicazioni di comportamenti

attestanti la presenza di regole organizzative.

Precedentemente, ci sono stati altri ritrovamenti nell’area della

Mezza Luna, in l’Egitto e in Turchia, ove sono emersi ricchissimi

depositi relativi alla civiltà Ittita, del secondo millennio a.c.

Il supporto realizzato con materiale argilloso, utilizzato da culture

medio orientali, tra il terzo e il primo millennio a.c., ha consentito

alla memoria archivistica di giungere a noi senza subire distruzioni

di massa come per gli archivi romani, greci ed egiziani, formati con

materiali più agili nella gestione, ma meno duraturi come per

esempio la pelle, la pergamena e il papiro.

Gli archivi dell’età classica

Il supporto destinato ad accogliere le scritture, ha sempre

rappresentato l’elemento fondamentale ai fini della produzione e

della conservazione della documentazione.

Con un materiale molto consistente, si verificano situazioni che

prevedono un ampio ambito cronologico di conservazione ma

limitate capacità di diffusione e di fruizione, mentre un supporto

agile e leggero fornisce notevoli possibilità di fruizione, ma limiti alla

possibilità di durata nel tempo.

Un uso diffuso sino ai tempi recenti è quello dei supporti parietali

per salvaguardare la memoria di avvenimenti ritenuti di altissimo

rilievo.

Anche le tavolette lignee, utilizzate a Roma nell’età repubblicana,

erano molto diffuse e venivano conservate con la massima cura ed

attenzione in ambienti sacri, ma di esse non rimane traccia.

A Roma, però, la grande consistenza di iscrizioni marmoree lascia

comprendere come vi fosse la profonda consapevolezza della

necessità di trasmissione ai posteri della memoria. In epoca

imperiale si avvertì la necessità di chiarire il significato dell’archivio;

afferma Cencetti che in questo periodo “tutta l’archivistica assume

forme non granchè inferiori ai sistemi che usiamo ai tempi nostri”.

Se da un lato la diffusione di testimonianze scritte su strutture più

funzionali condusse ad un sensibile incremento della produzione

archivistica, d’altro lato tale sviluppo ebbe conseguenze negative

sull’aspetto conservativo.

Un’eccezione è rappresentata dai “Rotoli del Mar Morto” per i

quali il supporto membranaceo è sopravvissuto grazie alle

particolari caratteristiche climatiche e ambientali e grazie anche

alla non facile accessibilità del luogo di conservazione.

Gli archivi nell’età medievale

Nella seconda metà del primo millennio d.c., in epoca

altomedievale, l’uso della pergamena e il significativo sviluppo

sociale ed economico degli ordini religiosi, contribuirono alla

conservazione di documentazione archivistica.

Il momento che rappresenterà il più incisivo sviluppo coincise con

l’età dei Comuni quando l’introduzione della carta rese tutte le

operazioni più agili, più rapide e più sicure. L’uso del “liber” quale

nuova forma di registrazione della documentazione archivistica,

divenne sempre più diffuso e fu favorito anche dalla conservazione

della documentazione in armari (scaffaletti) che andavano a

sostituire le poco pratiche casse.

A partire dal tredicesimo secolo, il livello di sviluppo dell’archivistica

risulta certamente più elevato: la conservazione del materiale,

inizialmente nelle mani del massaro, passò in quelle di un notaro

che aveva il compito di tenere con ordine il materiale che proveniva

dagli uffizi, classificandolo ed assicurandone la fruizione sia per gli

usi del Comune, sia nell’interesse del cives (cittadino).

Verso la fine del tredicesimo secolo la figura del notaro incaricato di

gestire l’archivio era ormai sostituita da quella del notaro-archivista,

per lasciare poi il posto a quello di archivista-notaro. Ormai, già

agli inizi del Trecento circa, l’attività dell’archivista era

divenuta una professione.

Risalgono all’epoca comunale i primi regolamenti attinenti alla

gestione dei pubblici archivi.

Nella seconda metà del sedicesimo secolo, specialmente in area

tedesca, furono date alle stampe importanti opere archivistiche e,

nel secolo successivo, si ebbero i primi significativi interventi anche

da parte di teorici italiani. La presenza italiana nel contesto

archivistico, in particolare durante la seconda metà dell’Ottocento,

assunse spessore di notevole interesse nella fase di interpretazione

del principio di provenienza e nella ideazione del metodo storico.

Gli archivisti toscani, per merito di studiosi della levatura di

Francesco Bonaini, di Cesare Guasti e di Salvatore Bongi, offrirono

un consistente contributo teorico e pratico alla soluzione di

molteplici problemi riguardanti i nuovi criteri per il riordino degli

archivi e furono i precursori dei teorici olandesi e di coloro che nel

Novecento contribuirono al perfezionamento delle teorie

archivistiche. Gli archivi nella contemporaneità

Con l’introduzione delle tecnologie informatiche e telematiche si è

resa opportuna la revisione di alcune di quelle che, ormai da

decenni, erano ritenute tecniche consolidate. Tuttavia, gli interventi

adottati, spesso, sono stati realizzati con una certa improvvisazione,

prevalentemente a causa di una scarsa conoscenza da parte degli

operatori tecnici circa le problematiche tecniche e metodologiche

proprie dell’archivistica.

Negli ultimi tempi la situazione risulta sostanzialmente mutata e le

attività si stanno effettuando attraverso procedimenti più

consapevoli. Tale inversione di tendenza è stata possibile sia grazie

ad una più intensa collaborazione tra il mondo informatico e quello

archivistico, sia grazie ad organismi, quali l’AIPA (Autorità per

l’Informatica della Pubblica Amministrazione), oggi CNIPA ( Centro

Nazionale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione), che

hanno contribuito all’acquisizione di una maggiore consapevolezza.

III- L’ARCHIVO E L’ARCHIVISTICA

IL SIGINIFICATO DELL’ARCHIVIO E DELL’ARCHIVISTICA

Nell’uso comune, quando si parla di archivio, ci si riferisce ad

agglomerati di carte che talora sono conservate in vista di una

eventuale futura utilizzazione.

Si rileva una correlazione tra il termine archivio e l’insieme di

informazioni che vengono riunite e conservate per finalità diverse, e

che in tempi recenti sono gestite a livello tecnologico, grazie alla

diffusione dell’informatica.

Il rilievo teorico della discliplina

A partire dal sedicesimo secolo, si è sviluppata un’ampia

discussione teorica attorno alla natura ed alle funzioni dell’archivio

e dell’archivistica che talora si è ritenuta un insieme di

comportamenti, talora le si è attribuito il carattere di dottrina, talora

è stata considerata una scienza.

L’archivistica fonda la propria natura sopra generali e particolari

principi teorici ed il vero problema di questa disciplina si trova nella

necessità di comprendere e di definire la natura dell’archivio.

IL TERMINE ARCHIVIO E LE SUE DIVERSE ACCEZIONI

Il termine archivio ha avuto in passato e ha ancora oggi una

applicazione piuttosto diffusa; esso è presente:

a. Nel linguaggio strettamente archivistico;

b. Nel linguaggio attinente alle discipline affini;

c. Nel linguaggio di uso comune;

Nel linguaggio archivistico: l’archivo come “complesso

documentario”

L’archivio è individuabile in ogni complesso di scritture, realizzato

dai singoli soggetti produttori come diretta conseguenza della sua

spontanea e naturale attività rivolta verso la società esterna. Il

materiale così ottenuto si distingue per la necessaria presenza di

uno specifico vincolo naturale.

Nel linguaggio delle discipline affini: l’archivio come

“raccolta”

Al termine archivio può essere assegnato un significato non

corretto, quando per archivio ci si riferisce alla “raccolta” di

scritture, cioè di insiemi più o meno articolati di documenti, che

sono stati riuniti occasionalmente o per finalità nelle quali il vincolo

non ha un carattere naturale, ma dipende dalla volontà del

soggetto. La raccolta si distingue dunque per la

presenza di un vincolo volontario e riguarda soprattutto altri beni

culturali, quali quelli librari e quelli artistici.

Gli archivi “riprodotti”

Nei tempi recenti si è diffusa la prassi di duplicare la

documentazione prodotta. La realizzazione di tale intervento può

essere effettuata:

a. Per duplicazione: con il trasferimento del materiale sopra altro

supporto, con maggiori prospettive per la conservazione della

memoria in caso di distruzioni o perdite;

b. Per sostituzione: una metodologia della quale all’atto della

realizzazione della copia segue la distruzione dell’originale.

Questa soluzione può rendere meno drastiche quelle

procedure di selezione e scarto che molto spesso distruggono

irrimediabilmente significative memorie archivistiche.

Sino a pochi anni fa la tecnica di maggiore applicazione per la

riproduzione era rappresentata dal microfilm, con la realizzazione di

quelli che erano denominati archivi fotografici. Questi sistemi

presentano indiscutibili vantaggi, ma anche limiti.

c. Il microfilm risulta una tecnica che ancora oggi gode di molti

estimatori, sia per la sua fruibilità, sia per la sua riproducibilità.

Tuttavia, il reperimento dell’immagine è sempre un’operazione

complessa;

d. Le tecnologie informatiche e ottiche si presentano con supporti

di natura virtuale ma tali da soddisfare le esigenze di fruizione.

L’archivio “informatico” e la “banca dati”

Nel linguaggio informatico al termine archivio corrisponde

genericamente un insieme di dati che sono utilizzati per esigenze di

ricerca; tale concetto corrisponde più a quello di raccolta, che a

quello di archivio. Nell’ambito dell’archivio tecnologico si

distinguono due diverse realtà costituite rispettivamente dagli

archivi informatici, nati direttamente su supporto elettronico, e dagli

archivi informatizzati, creati prima su supporto cartaceo e poi

trasferiti. Lo scopo di questi archivi è consentire una più rapida

gestione di dati ed una più incisiva possibilità di fruizione delle

informazioni.

L’archivio quele “luogo di conservazione”

Il termine archivio è utilizzato anche per indicare il luogo ove si

conserva la documentazione; questo elemento si collega alla teoria

di età romana la quale sviluppava altri principi, quali quello della

sacralità, della giuridicità, e del carattere pubblico della

documentazione. Il luogo di conservazione si ricollegava con lo jus

archivi. L’archivio quale luogo di conservazione ha continuato

comunque ad essere usato anche in epoche più recenti.

L’archivio quale “istituzione” e “istituzione di

concentrazione”

L’archivio viene considerato talora coincidente con l’istituzione che

l’ha prodotto, per es. Archivio di un Comune o di una Camera di

Commercio.

Il rapporto istituzionale assume una differente configurazione in

riferimento agli archivi di concentrazione, i quali hanno lo scopo di

conservare e tutelare complessi documentari realizzati da altri

soggetti produttori.

L’insieme degli archivi che si conservano negli istituti di

concentrazione non può essere considerato un complesso in senso

organico, quanto piuttosto una raccolta di archivi.

Il trasferimento del materiale da un soggetto all’altro può avvenire a

seguito di differenti figure giuridiche ed operative: per versamento,

per deposito, per donazione, per alienazione.

L’archivio quale concetto “storiografico”

L’uso del termine archivio quando compare nelle intitolazioni di

pubblicazioni risulta improprio dal punto di vista tecnico, poiché in

queste situazioni non si ha il vincolo naturale e, in questi casi, si

dovrebbe parlare di raccolta. Il più antico esempio è l’Archivio

Storico Italiano. L’archivio quale “bene culturale”

Il concetto di bene culturale ebbe il primo riconoscimento ufficiale

con la Convenzione dell’Aja del 1954, firmata da quaranta stati di

tutto il mondo e confermata poi in Italia con la legge del 1958. Tale

accordo fu introdotto per la salvaguardia dei beni culturali in

occasione di eventi armati, nella convinzione che gli attentati

portati ai beni culturali, a qualsiasi popolo appartengano,

costituiscono violenze al patrimonio dell’intera comunità

internazionale. Si individuarono, insieme beni artistici,

architettonici, archeologici, librari, anche gli archivi.

In Italia si provvide alla nomina di alcune Commissioni Parlamentari

che, avevano lo scopo di fornire indicazioni per l’istituzione di un

apposito dicastero .

Il 1970 fu stipulata a Parigi, presso l’Organizzazione delle Nazioni

Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, una Convenzione

Internazionale con lo scopo di stabilire le misure da adottare per

impedire l’illecita importazione, l’esportazione e il trasferimento di

proprietà dei beni culturali, compresi gli archivi.

Il concetto ampio di bene culturale definito dalla “Franceschini” non

consentiva una concreta realizzazione istituzionale. Nel 1974, per

iniziativa dell’allora Presidente del Consiglio Aldo Moro e di Giovanni

Spadolini, fu decisa l’istituzione di un Ministero per i Beni

Culturali e Ambientali.

Il nuovo Ministero per i Beni Culturali e A

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/08 Archivistica, bibliografia e biblioteconomia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher storia92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archivistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Giambastiani Laura.
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