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Nell’edilizia ecclesiastica si restaurano gli edifici di culto più antichi, ma se ne costruiscono anche di nuovi grazie alla

disponibilità economica dovuta alle donazioni dei re franchi ai pontefici (in particolare di Carlo Magno) e da un’economia

in crescita soprattutto verso la fine dell’VIII sec. Nelle città si moltiplicano gli edifici ecclesiastici anche se le dimensioni

sono più piccole rispetto all’età tardoantica (ricorda: gli edifici tardo antichi sono imponenti e ancora funzionanti, quindi

non si ha il bisogno di costruirne di eguali).

Grazie alla ripresa economica vi è la ripartenza dell’artigianato artistico e gli neoedifici vengono decorati.

c) Il tessuto urbano

Nell’alto medioevo nelle città si nota la rarefazione dell’abitato all’interno delle mura: a causa delle distruzioni e crolli dei

complessi antichi, le aree libere sono sempre più numerose. Le case si dispongono in nuclei più o meno estesi, addensati

presso le strade principali e intorno alle chiese, vi sono molti orti e piantagioni di alberi da frutto, spazi aperti, cortili dove

vengono tenuti gli animali. La città altomedievale è policentrica, nuclei di villaggi serviti da edifici religiosi.

con il tempo l’amministrazione ecclesiastica organizza le tombe e gli aspetti legati alla morte: le sepolture vendono riunite

in cimiteri che si concentrano dentro e attorno alle chiese (che dipende anche dal culto delle reliquie -> l’altomedioevo è il

periodo del commercio e traslazione delle reliquie dei martiri, dai cimiteri suburbani vengono spostate negli altari degli

edifici di culto dentro le mura).

Le case: per i ceti medio-bassi continuano ad esistere le forme semplici come edifici a pianta rettangolare, ad un piano

solo (domus terrinea), o a due piani (domus solarata), che possono essere costruite in legname o pietra o con mattoni di

recupero (non si è ancora ricominciato a fabbricare i laterizi), sono edifici essenziali con all’interno dei tramezzi e un

focolare. In questo periodo si riusano anche monumenti antichi come abitazione (come teatri e anfiteatri), trasformandoli

in residenze multiple occupando singole arcate e murando l’apertura anteriore e posteriore (es teatro di Verona e

Colosseo di Roma che diventano veri e propri condomini).

In questo periodo si afferma una nuova nobiltà, che vive in case simili ai ceti inferiori: edifici austeri e compatti, di due

piani, hanno però dimensioni più grandi (le due case di IX sec del Foro di Nerva a Roma sono dell’aristocrazia locale), i

materiali utilizzati sono la pietra e a volte i mattoni, a volte hanno i portici e solai in muratura (indice di maestranze

specializzate), a volte possono essere decorate con colonnine e capitelli, oppure possono avere i pozzi per l’acqua, fosse

granarie e pozzi neri.

Sempre tra gli strati più elevati si diffonde la curtis: una serie di edifici (tra cui la casa) che fanno tutti capo alla stessa

famiglia, vi è la chiesa privata, una piccola cappella ad uso dei proprietari, un balneum (ambiente termale), poi orti,

arboreti, fienili, stalle e recinti per animali.

Il secolo di ferro.

La fine del X secolo è un momento di tensione sia in campagna che in città, si militarizza il territorio conteso tra le famiglie

emergenti. Definito “secolo di ferro”. Nelle campagne decolla il fenomeno dell’incastellamento, nelle città proliferano le

fortezze urbane (sedi fortificate delle famiglie) riadattando i resti dei grandi complessi antichi (es il mausoleo di Augusto e

di Adriano, le terme di Diocleziano, i teatri di Marcello e Pompeo). Si diffondono le torri là dove non si riesce a occupare

tutta una zona o tra le strade (es torre dei Frangipane a Roma per controllare il Palatino), ma la vera esplosione del

modello della torre si registra tra XI-XII secolo.

3.4 La città nel basso Medioevo (XI-XIV secolo)

a) Le infrastrutture

La città del basso medioevo è diversa. Le mura: vengono costruite nuove cinte murarie a partire dall’XI sec, i nuovi centri

hanno nuove mura con pietre squadrate che ne delimitano l’area e sono indice della cura riservata alla città.

Dal XII sec vengono costruite nuove mura (a Milano, Bologna, Pisa) e a volte la città si espande al di fuori di esse

(Firenze la cinta del XIII-XIV sec è più grande di quella di XIII).

Dall’XI-XV viene costruito anche un castello urbano , lo troviamo in molte città italiane, anche nel regno normanno.

Grazie ai regolamenti delle città comunali sappiamo che alcuni investimenti vengono utilizzati per le strade, la gestione

del sistema delle acque e lo smaltimento dei rifiuti.

I molti scavi a Pisa hanno permesso di capire meglio il sistema delle infrastrutture: tra il X-XII secolo le pavimentazioni

sono in pietra e ciottoli di fiume, mentre dal XIII si usano i laterizi disposti in vari modi (spina di pesce), mentre gli spazi

aperti sono le piazze sono pavimentate di pietra.

La costruzione di fontane pubbliche: o con un grande bacino rettangolare a volte con arcate in facciata (Fonte Follonica a

Siena), oppure con il bacino a pianta centrale che occupa il centro di una piazza così da essere visibile su ogni lato

(fontana di Perugia), ma entrambi i tipi hanno le iscrizioni della committenza (-> le presenza delle innumerevoli iscrizioni è

indice di un buon livello di alfabetizzazione).

Lo smaltimento dei rifiuti continua a essere un problema delegato ai singoli abitanti che sono liberi di adottare soluzioni

diverse (come accade a Pisa, Ferrara, Genova), accanto alle strade vi sono canali per lo scolo delle acque e dei liquami,

ma vi sono anche le fosse, oppure le discariche a cielo aperto (dentro ambienti o interi edifici in disuso), oppure vengono

gettati nei viottoli stretti tra le case.

b) Il paesaggio monumentale

Vi sono dei cambiamenti. Date le nuove forme politiche, disponibilità economiche, crescita demografica, nuovo stile

architettonico (romanico): inizia un processo di rinnovamento che porta a una competizione tra città. Si aprono enormi

cantieri edilizi dall’XI secolo per ricostruire cattedrali e chiese, palazzi comunali o legati al potere civile. Le nuove

costruzioni possono essere in pietra o in mattoni: dalla metà del XII secolo si riproducono su vasta scala i laterizi.

I Palazzi sono i centri del potere civile o ecclesiastico: parallelepipedi, blocchi unitari, a volte con una torre (palazzi

vescovili di Genova e Pistoia), oppure quadrilateri con corpi di fabbrica attorno a un cortile (es Broletto di Brescia

realizzato nel 1223-1281 e ampliato tra XIV-XV sec fino ad includere un secondo cortile). Nel meridione i normanni e

Federico II costruiscono palazzi urbani (palazzo di Fiorentino vicino Foggia: un edificio a due piani costituito da due

ambienti rettangolari affiancati, era riccamente decorato).

Le chiese si moltiplicano in varie forme: ad una o più navate, con una o più absidi. Le cattedrali sono ricostruiti insieme ai

loro battisteri. Una delle novità sono i campanili costruiti accanto a quasi tutte le chiese. I centri urbani possono accogliere

i monasteri che hanno gli ambienti intorno a un chiostro. Due esempi: la cattedrale di Pisa col battistero e la torre; il

duomo di Orvieto costruito tra 1290-1360 per il quale viene deviato l’acquedotto. L’archeologia medievale finora non ha

indagato attentamente questi complessi, a parte le cattedrali di Ivrea e Alba o il duomo di Siena, da questi cantieri si è

potuto notare che la costruzione degli edifici ha comportato la cancellazione di strati di terreno preziosi.

c) Il tessuto urbano

Cambia dopo l’anno Mille: diventa più compatto. Questo perché le residenze dei potenti cambiano, si realizzano:

complessi policentrici che trovano nelle fortezze (munitiones) e nelle torri dei capisaldi per il controllo del territorio; si

sfruttano i resti dei monumenti antichi come già accadeva nel X sec e le torri vengono costruite sugli archi onorari romani

(nel XIII sec il Campo Marzio a Roma era dominato dalla famiglia Orsini) anche se vi è una moltiplicazione di torri (Roma

o Firenze arrivano a due o trecento torri) tuttavia sono edifici inadatti come abitazione, la presenza indica il tasso di

militarizzazione dei territori urbani; un altro tipo di residenza nobiliare del XIII sec è il palazzo fortificato o grandi castra

urbani che nascono dall’accorpamento di edifici preesistenti o creazione di circuiti in muratura che chiudono settori

dell’abitato (es a Padova) la cui caratteristica sono gli ampi portici in facciata.

Gli altri ceti sociali hanno soluzioni architettoniche differenti: le abitazioni monofamiliari sono a due piani, nel pian terreno

vi è bottega o negozio, ma possono cambiare da regione a regione (a Pisa vi sono strutture portanti a grandi pilastri, a

Siena compatte e prive di pilastri, a Padova un portico con pilastri a piano terra).

Il portico: è una delle soluzioni più diffuse per i ceti medio e medio-alti tra cui artigiani e commercianti, perché le botteghe

sono al piano terra e il portico è uno spazio di passaggio per i clienti.

Dall’XI sec diminuiscono aree libere e orti urbani.

Le case a schiera (a Milano, Brescia, Tusculum, Ferento, ecc): edifici a pianta rettangolare allungata, disposti gli uni

accanto agli altri lungo assi stradali.

L’artigianato incrementa la produttività, aumentano le officine e botteghe. Nel caso della produzione ceramica una

postazione strategica è vicino all’acqua, perché elemento utile nel processo produttivo. Capitava che gli artigiani si

concentrassero in un’unica zona (a Pisa esisteva la Tegularia, mentre a Roma il Calcarario).

La città del basso medioevo è un luogo in cui si costruiscono palazzi, fortezze, torri e case, la funzione dei resti de

monumenti antichi è sempre meno chiara mentre quelli più conservati vengono riutilizzati in chiave militare (fortezze) o

abitativa (grandi complessi residenziali).

Capitolo quarto. Archeologia delle campagne medievali

4.1 Le campagne nell’età tardoantica (V-VII sec)

Nel paesaggio rurale antico si è sempre deciso di indagare sulle ville, facendolo diventare simbolo del dominio e stile di

vita romano, questo perché nelle ville si trovavano reperti di alto livello come capitelli, mosaici, stucchi. Ricordiamo che i

primi archeologi erano gli aristocratici e alto borghesi che volevano indagare sul loro passato illustre.

Da qualche tempo si conoscono altre forme di insediamento: villaggi, fattorie, fortezze e case sparse, stazioni di posta.

a) Le ultime ville. E la loro fine

Le ville: centri direzionali dai quali si gestiva la produttività del territorio, avevano architetture e decorazioni complesse, vi

si amministra il potere. Dal IV sec modificano la loro conformazione (come accade per le domus urbane), si diffondono le

aule absidate: sale per le udienze, dove il dominus intrattiene i rapporti con i clientes; sale da pranzo (triclinia). Queste

sale si dispongono attorno a un peristilio centrale. Le decorazioni sono sculture, rivestimento a mosaico, opus sectile. Si

afferma così il modello della grande villa residenziale tardoantica (es Piazza Armerina).

Vi sono molte ville costruite nel IV sec e pochi esempi ristrutturati nel V sec come a San Giovanni di Ruoti in Basilicata

dove la villa di I sec aC nel 460 ha una struttura compatta attorno a un cortile stretto e lungo, con sala absidata e torre;

oppure la villa di Faragola in Puglia costruita tra III-IV sec e abbandonata dopo un terremoto del IV sec, ma ristrutturata

nel V sec.

A questo periodo risale una sala da pranzo (cenatio) con pavimenti in opus sectile impreziositi da elementi in vetro, in

quest’ambiente poteva esserci un divano in muratura semicircolare (stibadium).

Dal VI sec non si costruisce più niente nelle campagne (neanche in città), in alcune ville si continua ad abitare fino al VII

secolo (come in San Giovanni di Ruoti: dal VI sec alcuni ambienti vengono abbandonati e viene utilizzata solo la sala

absidata e l’ala sud del complesso, fino al 650, quando viene abbandonato il luogo).

Dal Vi sec molte ville risultano abbandonate, oppure vengono utilizzate come luoghi di produzione (nella villa di Aiano,

presso S.Gimignano tra V-VI sec si installano impianti artigianali che producono oggetti preziosi in metallo, vetro e

ceramica, fino a che non viene abbandonata la villa nel VII sec ).

Le ville che sopravvivono in parte è perché dal V sec accolgono mausolei o edifici ecclesiastici.

La grandezza delle ville permise la sopravvivenza anche dopo l’abbandono perché utili per i materiali da costruzione.

b) Le altre forme dell’insediamento

Le campagne ospitava un reticolo di insediamenti disparati.

I villaggi/vici: agglomerati semplici di case non difesi da mura, non tanti monumenti (es vicus Augustanus di

Castelporziano ad Ostia), ma un reticolo di strade interne, sono “abitati aperti”, villaggi con funzione di mercati. Dalle fonti

scritte sono una serie di abitazioni assimilabili a piccole città (es Angera nel varese esiste dal I sec dC e si accresce nel

IV sec, sono state trovate case e un impianto stradale a maglie regolari, anche un foro, alcuni monumenti celebrativi

come altari e colonne), i vici avevano tracce di attività artigianale (es ad Angera vi è la ceramica). Villaggi tardo antichi

possono nascere là dove c’era la villa(es a Santa Filitica in Sardegna nella zona di Porto Torres: gli edifici di IIIsec

vengono sepolti da strati alluvionali nel IV-VII sec, in seguito l’area ospita un villaggio con officine tessili, ceramiche e

dove lavoravano il corno di cervo, un edificio della villa è stato trasformato in chiesa).

Le fattorie più o meno isolate: poco note o poco indagate (es Podere San Mario, vicino Volterra, è un edificio rettangolare

con un cortile e cisterna, impianto di età ellenistica sopravvive fino al V sec, in seguito sostituito da sistemazioni più

povere che sfruttano i muri più antichi che vengono poi abbandonate nel VI sec).

Le mansiones/stazioni di posta: impianti di accoglienza dei viaggiatori disposti lungo le vie, era possibile riposarsi e

cambiare i cavalli, erano vicino i centri abitati oppure no (es nel Lazio la stazione più indagata è Ad Baccanas, un abitato

lungo la via Cassia che comprende una piazza colonnata, tabernae, terme, attivo dall’età augustea fino al V sec, il

cimitero fino al VI sec, in questo caso la stazione di posta ha generato un vicus).

i Fora, i conciliabula: li conosciamo solo attraverso le fonti scritte (es Forum Cassii, nella valle del Tevere), sono

insediamenti minori, poco estesi, piccoli centri, non classificabili.

c) Un paesaggio militarizzato: le fortificazioni

Il fenomeno delle fortificazioni tardo antiche si diffonde dal III-IV sec toccando l’apice nel V-VII sec, è un periodo in cui si

susseguono incursioni di molti popoli e lo stanziamento dei Goti (400-500ca); i decenni della guerra tra i Goti e Bizantini

(535-553), poi del conflitto tra Bizantini e Longobardi (568-774). Le frontiere si moltiplicano e si spostano.

I castra fanno parte dei sistemi difensivi articolati, il Tractus Italiae circa Alpes era una rete di fortificazioni a ridosso delle

Alpi che trovava i suoi caposaldi nelle città fortificate (Milano, Como, ecc) controllate da guarnigioni; oltre alle città

fortificate vi erano fortificazioni più piccole che servivano a cogliere di sorpresa il nemico che aveva superato la frontiera;

altro sistema era in Friuli i Claustra Apium Iuliarum, rete di fortificazioni citate nell’VIII sec da Paolo Diacono che in quel

periodo erano in mano ai Longobardi (ma forse erano strutture tardoantiche e riutilizzate nell’VIII sec).

I castra vengono costruiti un po’ ovunque (dalle fonti scritte si deduce che fossero più di 50 dall’Emilia Romagna in

su)nelle anse dei fiumi, sopra montagne o colline, a difesa di isole, lungo le strade, quindi sfruttano le difese naturali

disponibili affiancando loro le strutture militare (cinte murarie, fossati, torri interne, ecc).

i tipi di castra possono essere: fortini militari, abitati rurali arroccati, fortezze-ricetto ad uso civile e militare, grandi castra

con funzioni amministrative e/o religiose (questa distinzione è data dagli edifici ritrovati).

I castra erano costituiti da: mura in pietra e quindi dotate di contrafforti camminamenti e altri elementi di rinforzo e torri,

oppure venivano usate palizzate e fossati (es castrum di Filattiera, in Lunigiana); le torri a volte erano al centro dei castra

(le troviamo in alcune fortezze come Zignago in Liguria e Monselice in Veneto, mentre a Castelseprio ve n’erano forse

quattro); è stato ipotizzato che all’interno dei castra potevano esserci anche caserme, quartier generale, stalle, forse

granai ma l’archeologia non ha rinvenuto ancora nulla in Italia (eccetto Monte Barro in Lombardia dove è stato rinvenuto

un grande edificio con tre ali attorno a un cortile, forse il quartier generale con le stanze per i soldati, per il generale e la

sala in cui esercitava le sue funzioni dato che è stata trovata una corona di bronzo che doveva pendere con delle

catenelle sul capo del comandante -> questo edificio di Monte Barro è simile al palazzo dei duchi goti e longobardi a

Brescia! Ma sicuramente entrambi riprendono la struttura romana dei principia con le insegne della legione e dei pretoria

dove risiedevano i comandanti). Nelle fortezze tardo antiche vi si abitava, perché in molti luoghi scavati sono state

trovate delle case (es a Monte Barro, Castelseprio, Invillino in Friuli, Belmonte in Piemonte, Perti in Liguria) di legno,

spesso con zoccolo in muratura. Case semplici e rettangolari, a uno o due ambienti (tipologia di abitazione che abbiamo

visto dal VII sec), che riprendono le case semplici in età romana, ma la novità nel Medioevo è l’affermazione di questo

modello, perché in base a questo schema si iniziano a costruire le case dei ceti più elevati.

L’autorità che costruisce queste fortezze in età tardoantica e altomedievale è lo Stato, che si tratti di impero romano o

bizantino oppure del regno goto o longobardo sono i regnanti che talvolta possono delegare la facoltà di costruire ad altre

autorità, tra cui quelle ecclesiastiche (es castrum di Laino d’Intelvi presso il lago di Como, fondato nel VI sec da un

suddiacono, lo sappiamo grazi e a un’iscrizione) ma non è la norma.

Le fortezze tardo antiche nascono per volere dell’autorità in funzione di difesa delle frontiere, delle vie di comunicazione,

delle zone nevralgiche del territorio, per scopi militari e difensivi, possono accogliere abitazioni dei civili, o diventare

abitati fortificati, le più grandi svolgono fin da ora la gestione amministrativa del territorio.

Nelle campagne i castra sono segno della crescente militarizzazione della società, ma il controllo del territorio non si

ottiene solo con le fortezze, perché esistono fortificazioni intercalari di cui fanno parte le torri isolate, a guardia degli

abitati o delle vie di comunicazione (es vicus di San Genesio in Toscana, dove un insediamento è dominato da una torre

del VII sec; oppure nella villa di San Giovanni di Ruoti una torre viene aggiunta nel V sec)

d) Un paesaggio ideologizzato: le chiese rurali

Dal V sec (alcune tracce anche nel IV sec) troviamo le chiese nelle campagne, la cui realizzazione è dovuta alla spinta

della conversione degli abitanti delle aree rurali da parte della Chiesa e alla necessità di avere la “cura animarum” (la

somministrazione dei sacramenti dalla nascita alla morte). A costruire le chiese non sono solo i vescovi, ma anche

membri dell’aristocrazia sia per la devozione dei membri delle classi elevate (che ricevono la delega da parte dei vescovi)

che per controllare le popolazioni rurali. I nuovi monumenti si inseriscono presso le ville (se lo scavo non è stato fatto

bene non si sa la villa era stata abbandonata oppure no al momento della costruzione della chiesa). Nella maggior parte

delle occasioni le chiese occupano spazi interni al perimetro delle ville più antiche in disuso. Le chiese possono essere

costruite riadattando strutture preesistenti come i mausolei (es Monte Gelato nel Lazio, in una villa abbandonata venne

costruita un piccola chiesa nel V sec con un sola aula absidata e alcune edifici riabitati, quindi la chiesa era per gli abitanti

della villa riadattata oppure del vicus lì vicino).

I cimiteri sono legati fin da subito all’edificio ecclesiastico: entrambi possono trovarsi nella villa in connessione col nuovo

abitato; oppure a breve distanza mantenendo una stretta relazione topografica tra loro; oppure ben distanti.

Le chiese vengono fondate anche nei vici: a Muralto alla fine del V sec l’edificio pubblico viene soppiantato da una

basilica a tre navate senza abside che attira attorno a sé un grande cimitero (forse degli abitanti delle zone circostanti).

Altre volte i vici avanzano di condizione proprio grazie alla costruzione degli edifici ecclesiastici e diventano sedi vescovili

(accade soprattutto in Italia meridionale dove i villaggi sono maggiori, come a Trani in Puglia o Tropea in Calabria).

Oltre ai vici anche altri insediamenti ospitano chiese (es Ad Baccanas nel IV sec ospita un santuario del martire

Alessandro).

Poi le chiese vengono costruite all’interno delle fortificazioni (es castrum dell’Isola Comacina sul lago di Como; in quello di

Garda; a Castelfeder a Bolzano, ecc) e in questo caso siamo sicuri che convivessero fin dall’inizio con un abitato

funzionante (alcuni castra hanno delle chiese dal V sec); gli edifici possono essere di notevoli dimensioni per svolgere

liturgie più complesse (es Castelseprio dove la chiesa di S.Giovanni risale al V sec ed ha un battistero).

Un’altra edilizia cristiana è la diocesi rurale: alcuni luoghi dal V sec sono legati alla costruzione della sede vescovile

extraurbana, sono vescovati di campagna molto rari in quest’epoca data la gerarchia dei luoghi di amministrazione del

territorio (es San Giusto a Fiuggi in una preesistente villa nel V-VI sec vengono costruite due chiese collegate da un

corridoio di facciata e affiancate da un battistero, data la qualità e le dimensioni delle strutture si è pensato a una sede

vescovile).

I monasteri rurali: il monachesimo si diffonde nelle campagne dal IV sec, epoca di Benedetto, della nascita di

Montecassino e redazione della Regola, Cassiodoro fonda il Vivarium in Calabria (VI sec) Le fonti scritte riportano molti

monasteri ma è difficile individuarli perché l’architettura monastica di questo periodo non ha caratteristiche precise, infatti

di volta in volta i monaci si adattano alle situazioni: si sistemano dentro le stanze di ville ormai abbandonate, oppure

costruiscono nuovi edifici, oppure scavano eremi nella roccia Il monastero di San Sebastiano presso Alatri nel Lazio è un

complesso citato nel VI sec nei Dialoghi di Gregorio Magno: una chiesa con nartece senza abside, una cappella a tripla

abside, il dormitorio dei monaci, il tutto chiuso da un recinto, secondo alcuni risalirebbe non al VI ma all’VIII sec.

I monasteri vanno analizzati meglio, anche perché quello di San Colombano di Bobbio fu fondato nel 612-613 ma tuttora

non si conoscono le sue prime fasi.

La novità delle chiese modifica il paesaggio monumentale delle campagne in Italia, sono punti di riferimento, luoghi

dell’interazione sociale e controllo della popolazione rurale, su cui si sviluppa un processo di trasformazione della vita. Le

chiese non alterano molto il paesaggio ma si inseriscono in quello precedente. In questo periodo non esiste la gerarchia

cattedrale-pievi-parrocchie e quindi nascono conflitti sulle giurisdizioni dei vescovi.

e) Nuovi orizzonti: il VII secolo e la conquista delle alture

Si affermano le fortezze come centri amministrativi che coesistono con villaggi, fattorie e case sparse. Si continuano a

costruire chiese e oratori di dimensioni più piccole, a volte i committenti sono membri dell’aristocrazia terriera (del regno

longobardo nel nord Italia) che le costruiscono come edifici funerari privati sulle loro stesse terre, (per marcare il territorio

e segnalare in forma monumentale la supremazia delle loro famiglie).

Una delle novità di questo periodo è lo stabilire insediamenti sopra le alture: a Montarrenti vicino Siena viene scavato da

Francovich e Hodges un villaggio di altura fortificato fatto di case di legno con pavimenti in terra battuta e tetti in paglia,

dove due palizzate cingono la parte alta e quella bassa della collina, a difesa dell’abitato; altro esempio si trova a Scarlino

vicino Grosseto dove su una collina vicino la costa dal VII sec vi sono case in legno e altri materiali deperibili che

sfruttano le rovine più antiche romane di III sec, in seguito viene costruito un castello; altro esempio che si trova però in

Sabina è quello di Casale San Donato dove la sommità di una collina è dominata da una chiesa moderna del XVI sec ma

poco più giù sono stati trovati dei resti di edifici in legno associati con un tipo particolare di ceramica del VII sec, forse la

chiesa moderna ha distrutto parte dell’insediamento. Tra Montarrenti, Scarlino e Casale San Donato ci sono delle

differenze: mentre il primo è un vero villaggio fortificato, il secondo non ha elementi difensivi, mentre il terzo è un piccolo

insediamento forse di carattere famigliare, ma tutti e tre si trovano su di un’altura e sono fatti in legno.

La risalita di altura secondo alcuni sarebbe l’esito di un processo spontaneo di aggregazione di una classe contadina

svincolata dagli obblighi verso i signori e che ricerca postazioni sicure in un’Italia dilaniata dai romani e longobardi;

secondo altri questa forma di insediamento sarebbe voluta dal signore e quindi imposta ai contadini. Per la prima tesi è a

favore il fatto che non sia stata trovata una gerarchizzazione dello spazio attraverso i resti materiali, manca la “casa del

capo villaggio” o proprietario terriero, dunque era una comunità ugualitaria, non è possibile che il proprietario terriero

abitasse altrove, però non possiamo dar per certo che questa tesi sia giusta.

4.2 Le campagne nell’alto Medioevo (VIII-X sec)

In questo periodo cambia il panorama politico, economico e culturale. Il regno dei Longobardi raggiunge il massimo

sviluppo e poi si estingue, si afferma il regno dei Carolingi poi cede il passo al regno italico e quindi all’impero degli

Ottoni. In questo periodo vi è la ripresa della produzione e dei commerci. Crescita demografica dal IX sec.

a) Il peso del passato: ville e fortezze

Nelle campagne vi sono ancora i resti delle ville che non vengono più restaurate ma alcune di esse hanno altre forme di

insediamento (come Faragola), diventano luoghi di produzione. Durante l’VIII sec vengono costruite delle capanne e

svariate tombe occupano alcune zone della villa tardoantica (secondo Giuliano Volpe, che ha scavato lì, vi era un

villaggio che si è estinto nel IX sec)

Dall’VIII sec le fortificazioni tardo antiche vengono sviluppate e ampliate: come a Castelsepriio dove l’abitato si espande

oltrepassando le mura tardo antiche e si crea un borgo, con l’ingrandirsi della fortezza si costruiscono nuove chiese, tra

cui Santa Maria foris portas del IX sec che era una cappella funeraria privata, accanto alla chiesa viene fondato il

monastero femminile di Torba che sfrutta una torre delle mura tardo antiche, Castelseprio diventa un importante centro

governato da un conte e con un territorio alle sue dipendenze, alcuni documenti altomedievali definiscono Castelseprio

una “civitas”, anche se non ospitava una sede vescovile.

b)Case, villaggi, villaggi curtensi e fattorie: un paesaggio sempre più multiforme

Le fonti scritte certificano l’esistenza di case isolate (non compattate a mo’ di villaggio) che forse hanno convissuto con

modelli più accentrati e ad oggi si ritrovano nei campi con un terreno più scuro ricco di ceramica (es sito di Coazze, vicino

Verona), sono abitazioni in legno come indicano le buche di palo. Il legno e la pietra ollare sono segnali di forti

trasformazioni nel campo della cultura materiale.

In questo periodo le forme tipiche dell’insediamento accentrato sono i villaggi (già nati nel VII sec sopra le colline).

La novità del tempo carolingio è il sistema curtense: la struttura si basa sulla curtis (azienda rurale), un organismo

complesso di proprietà di un dominus (nobili, re, vescovi, monasteri, possessori di terre) che si articola nel dominicum

(parte gestita dal signore attraverso il lavoro dei servi) e nel massaricium (parte affidata ai contadini/massarii, sfruttata

indirettamente dal dominus, perché i contadini devono versargli parte del loro raccolto/prodotto); la curtis comprende più

villaggi, in uno di questi è concentrata la quota più alta del dominicum e quindi sarà il villaggio signorile, centro di raccolta

delle derrate, nelle fonti definito “caput curtis” o “domocoltile”, il signore può risiedere qui oppure farsi rappresentare da un

ministerialis o missus (dipendente/amministratore ); negli altri villaggi della curtis prevale la gestione indiretta e possono

trovarsi a grande distanza tra loro e dalla curtis.

Quindi la curtis non è un elemento circoscritto e compatto del paesaggio, i villaggi sono tra loro ben distanti ma uniti dalla

pratica della corvée (in latino angària, da cui angheria/sopruso), ovvero una serie di obblighi verso il signore codificati per

iscritto che i contadini sono tenuti a rispettare. A livello archeologico non è possibile trovare la curtes bensì i villaggi

curtensi, quindi quando si trova un villaggio di VIII-X sec bisogna chiedersi se sia il villaggio dominico o la pars

massaricia. Un esempio di villaggio curtense è Montarrenti, dove il villaggio fortificato di VII sec sopravvive fino all’VIII

sec, ma la palizzata più alta viene sostituita da un muro di cinta in pietra, la zona sommitale ospita un forno e un grande

edificio di legno rettangolare, numerose granaglie indicano un magazzino, accanto alcune abitazioni in legno, nella parte

bassa del villaggio l’abitato più antico sopravvive, Montarrenti perdura fino al IX sec.

Altro esempio, Scarlino era stato fondato nel VII sec, l’abitato sopravvive fino all’VIII sec, dopodiché sulla sommita si

distingue una casa più grande delle altre attorno alla quale vi sono diverse infrastrutture (piccoli magazzini, laboratori,

fornace per il metallo), alla fine del IX sec viene costruita una chiesa rettangolare in blocchi di pietra con abside ed

affreschi con accanto un edificio di dubbia interpretazione.

Sappiamo che Montarrenti e Scarlino fossero due villaggi curtensi per la conformazione del villaggio, per il fatto che

nell’VIII sec vengono realizzati investimenti in pietra, la presenza di grandi magazzini per le derrate nella parte alta della

collina cinta dal muro, oppure per Scarlino la costruzione della chiesa, inoltre esiste un documento del 973 che attesta

che Scarlino fosse “curtis cum castello” (spesso i villaggi curtensi nel X sec diventano castelli -> “castelli curtensi”).

Degli scavi che hanno rimesso in luce i villaggi curtensi sono quelli fatti in Toscana dagli allievi di Francovich: Giovanna

Bianchi ha indagato Donoratico e Campiglia Marittima (vicino livorno) entrambi di IX sec, mentre Marco Valenti scava

Poggibonsi e Miranduolo (vicino siena). Nel nord d’Italia in località Crocetta presso Sant’Agata Bolognese (vicino

bologna) è trovato un edificio rettangolare in legno di IX sec, suddiviso in tre ambienti dove uno era l’abitazione (per via

del focolare) e gli altri due servivano per gli attrezzi agricoli (ne hanno trovati alcuni), forse interno all’edificio vi erano altre

case, forse era un’azienda rurale.

In poche parole: vi fu la tendenza diffusa dell’accentramento dell’abitato nelle campagne nei territori passati sotto il

dominio dei Carolingi tra VIII-IX sec, in queste zone materiali deperibili sono i più usati per l’edilizia (legno, paglia, argilla

pressata), in questo periodo villaggi curtensi e non curtensi si trovano in pianura.

A lungo gli storici hanno suddiviso l’Italia settentrionale in un’area con il sistema curtense e un’altra dove non prende

piede (l’area bizantina, la Romània, zona della Romagna e parte delle Marche) definita “l’Italia senza corti”. Tuttavia le

ricognizioni nell’Agro Decimano a sud di Ravenna dimostrano il contrario: presso i siti tardo antichi nell’VIII sec si

sovrappongono insediamenti ampi con più edifici, forse aziende rurali ma che hanno la forma di un vero e proprio

villaggio. NB: data la natura articolata e frammentata non si riesce sempre ad inquadrare una curtes.

A Nogara (vicino verona) lungo il corso del fiume Tartaro, quindi in pianura, nel IX sec nasce un agglomerato di case in

legno, per realizzarlo viene ampliata la superficie di un dosso fluviale e le abitazioni sono disposte in modo regolare,

secondo una pianificazione, l’abitato si sviluppa poi nel corso del tempo diventando nel X sec un castello (come

Montarrenti e Scarlino), dati questi elementi non possiamo escludere che il primo villaggio di Nogara facesse parte del

villaggio curtense, magari era la pars massaricia di una delle curtes della zona, non abbiamo la certezza.

I villaggi curtensi non si trovano solo nel nord-italia.

Le curtes esistevano anche prima della dominazioni carolingia, nell’Italia longobarda e anche nel Meridione (organizzate

diversamente, perché le corvèe erano meno regolamentate): come ad Olevano sul Tusciano (vicino salerno) dove nel sito

di una villa romana abbandonata nel V sec viene costruito nell’alto medioevo un recinto in muratura che include una

chiesa battesimale del IX sec, era forse il centro direzionale dell’azienda (definita “curtis” dai documenti) forse istituita dal

monastero di San Vincenzo al Volturno; altre aziende agrarie erano nel Lazio.

Tra VIII-IX sec nel Lazio vengono create l domuscultae: aziende fondate dai papi in un momento di difficoltà quando gli

imperatori bizantini sequestrano le terre di Sicilia (granaio della chiesa di Roma), sono testimoniate dalle fonti scritte,

erano centri direzionali con carattere monumentale, dotati di chiese e altre strutture in pietra: es Santa Cornelia è venuto

alla luce un pavimento in opus sectile, forse l’abitazione dell’amministratore papale. Le domuscultae erano legate

all’economia di Roma, al loro interno circola la ceramica a vetrina pesante inizialmente prodotta in città, mentre gli

elementi che decorano le chiese sono frutto di artigiani romani (marmi scolpiti e mosaici), all’occorrenza i dipendenti delle

domuscultae erano utilizzati per altre opere rispetto al lavoro agricolo (come muratori per la costruzione delle mura del

Vaticano di papa Leone IV). Le domuscultae erano impiantante su insediamenti più antichi, sono paragonati ai centri

direzionali dei villaggi dominici nel sistema curtense, cioè ai domocoltili però al contrario di essi non risultano sedi di

villaggio (cioè il villaggio è l’ultimo esito della riorganizzazione delle proprietà).

In conclusione tra VIII-IV sec la concentrazione delle persone è finalizzata per la produzione agricola voluta dai signori e

da chi gestisce il potere.

c) organizzazione ecclesiastica del territorio: nascita e consolidamento del sistema delle pievi; le chiese

private

Dal IV sec nei sobborghi delle città e nelle campagne si diffondono edifici di culto di varia natura (santuari, cappelle,

oratori, chiese,battisteri, cattedrali rurali, ecc), tra IV-VI sec si afferma sempre di più il cristianesimo nelle campagne

grazie all’amministrazione ecclesiastica, alle autorità statali, all’aristocrazia. Nasce una geografia ecclesiastica che

organizza lo spazio per l’accesso al culto e somministrazione dei sacramenti grazie a una bozza di gerarchizzazione che

prevede al vertice la cattedrale urbana e sotto le chiese/paroeciae sul territorio.

Invece dall’VIII sec prende forma l’organizzazione ecclesiastica in modo gerarchico: la diocesi è il territorio amministrato

dal vescovo, la pieve (chiesa matrice o plebana) era il centro di questo sistema. Alcune chiese rurali vengono ad

assumere un’importanza maggiore, perché acquisiscono prerogative legate alla cura animarum, come il diritto di gestire

momenti di vita del fedele (battesimo e sepoltura).

La plebs: prima usata come sinonimo di chiesa, ora è sia la chiesa battesimale sia territorio di cura d’anime.

i vescovi amministrano un territorio, quest’ultimo è suddiviso in circoscrizioni che fanno capo ad una pieve.

Tra VIII-IX sec la chiesa fa nuove fondazioni, risistema gli edifici esistenti, ha nuove disponibilità economiche,

ristrutturano chiese, i vescovi migliorano le chiese rurali (es vicino ravenna molte chiese che diventano pievi esistono già

dal V-VI sec e hanno sculture di VIII-IX sec, indice di ristrutturazione, mentre altre sono fondate in questo periodo).

in questo periodo non sono solo i vescovi a costruire e restaurare chiese, ma anche i privati. Infatti tra VII-VIII molti

aristocratici dell’Italia longobarda costruiscono nel centro-nord d’Italia delle chiese (spesso cappelle) funerarie all’interno

dei possedimenti privati (oratori privati quindi che accolgono prima la tomba del fondatore poi della famiglia): ad esempio

la chiesa di San Zeno a Campione d’Italia, sul lago di Lugano, è un edificio di VII sec con una semplice cappella a navata

unica e abside, accoglie le tombe del fondatore e famiglia per tre generazioni, grazie ai documenti sappiamo fossero

proprietari terrieri e mercanti dediti anche alla produzione e al commercio dell’olio.

Lo scopo della costruzione di chiese da parte dei privati è spiegata da Cristina La Rocca con il fatto che nelle celebrazioni

venivano ricordati i defunti e così facendo rafforzando l’identità interno alla famiglia sia l’identità della famiglia nei

confronti di altri gruppi aristocratici o di diverso livello sociale, ma anche perché tali edifici erano poli di aggregazione del

patrimonio fondiario attraverso donazioni pro anima degli stessi membri della famiglia; la presenza delle chiese fungeva

da memento del tempo.

Le chiese fungevano come memoria collettiva e strumenti di compattazione delle proprietà del gruppo familiare.

l’intensificarsi di chiese private è un fenomeno longobardo che si attenua con l’epoca carolingia, anche perché Carlo

Magno fece distruggere edifici fondati tra VIII-IX sec sottolineando il cambiamento sociopolitico del paesaggio, questo

non impedisce alle aristocrazie di continuare a costruire chiese.

Le chiese gestivano il battesimo e la sepoltura, quest’ultima ha fatto sì che attorno agli edifici religiosi si concentrassero

cimiteri. A Monte Gelato la chiesa tardoantica venne ristrutturata nel IX sec, le venne aggiunto un battistero e il complesso

attira attorno a sé un cimitero, l’edificio fa parte di una domusculta, quindi fondazione del papa, vescovo di Roma, e nei

documenti non compare mai come pieve anche se si tratta di un caposaldo territoriale.

Tra VIII-IX e anche X sec le nuove chiese sono costruite in luoghi già abitati, come nelle fortezze tardo antiche (a

Castelseprio e Monselice), oppure nei centri curtensi (a Scarlino).

Talvolta è la presenza delle reliquie a decretare il successo di un luogo di culto e del suo ruolo di spicco nel territorio, per

questo motivo in questo periodo si moltiplicano i furti di reliquie a danno dei più antichi santuari e catacombe, e il loro

trasferimento in nuove chiese. L’alto medioevo è l’epoca del commercio delle reliquie e dei furta sacra.

Da X sec alcune nuove chiese restano isolate, questo perché le pievi di solito sono costruite in luoghi accessibili, invece i

castelli costruiti in questo periodo sono posti in luoghi inaccessibili, in questo modo le pievi verranno costruite lontano dai

castelli; tuttavia vi è un caso opposto (raro) ovvero alcune chiese attirano case e l’intero insediamento poi diviene un

castello (come a Santa Maria a Monte, località della Lucchesia, dove documenti dell’VIII sec testimoniano l’esistenza di

una chiesa circondata da abitazioni e tra IX-X sec diventa un castello di nuova fondazione voluto dal vescovo di Lucca,

verso la metà del X sec la chiesa acquista le funzioni di pieve, mentre la pieve originaria che era in pianura verrà

declassata a semplice parrocchia).

d) organizzazione ecclesiastica del territorio: i monasteri

Il monachesimo è una delle novità della società tardoantica, ma l’apice lo ha nell’VIII-XII sec.

Nell’alto medioevo prendono piede i monasteri rurali (San Vincenzo al Volturno 702-703; Farfa 705; Montecassino 717;

Novalesa 726; Nonantola 752) e a partire dall’VIII sec si afferma la tipologia della struttura del monastero (complessi con

più corpi di fabbrica articolati attorno ad un chiostro, uno dei lati è la chiesa abbaziale) esplicitato su una pergamena

altomedievale la pianta di San Gallo (è disegnato un monastero ideale nell’820).

I primi esempi di questo tipo di monastero sono pochi tra VIII-IX sec: esempio Mustair in Svizzera , oppure Landevennec

in Francia. Quindi prima che l’impianto proposto nella pianta di San Gallo si metabolizzi in Italia ci vorrà nel tempo.

Tra VIII-IX sec abbiamo diversi schemi strutturali monastici: a Centoporte nel Salento (vicino Ortranto) nel VI sec viene

costruita una chiesa di arte bizantina, divisa in tre navate, pilastri quadrangolari, abside poligonale all’esterno e circolare

all’interno, forse è una chiesa monastica fin dalle origini per la costruzione viene ultimata nell’VIII sec modificando

l’edificio in un monastero fortificato (una piccola chiesa sfrutta l’abside precedente e occupa parte della navata, nella

navata un altro edificio forse il refettorio, il tutto protetto dalle mura perimetrali della chiesa precedente); altro schema è

quello a San Vincenzo al Volturno (vicino Isernia) che nell’VIII sec ha come cuore del complesso due chiese affiancate

(tardo antiche e forse collegate a una villa o vicus), mentre a est della chiesa-sud si trova il chiostro trapezoidale, un

refettorio con le cucine, un palazzo e il dormitorio dei monaci.

Tra l’VIII-IX sec si registrano delle trasformazioni nell’architettura monastica. Ad esempio il caso di San Vincenzo al

Volturno suscita l’interesse dei Franchi (che nel 774 avevano conquistato il regno longobardo) perché vedono nel

monastero una testa di ponte per il controllo dell’italia centromeridionale, ma inizia un contrasto nella comunità tra i

monaci fedeli al duca di Benevento e quelli fedeli ai carolingi. Si risolve con l’elezione dell’abate Giosuè (792-817), un

franco educato alla corte carolingia, con lui l’abbazia acquisisce prestigio perché protetta dagli imperatori, fino al IX sec al

suo interno si contano otto chiese; in seguito il monastero viene trasferito lontano dalle strutture tardo romane, Giosuè fa

costruire la chiesa di San Vincenzo Maggiore: edificio enorme, tre navate separate da colonne di spoglio proveniente da

un tempio di Capua, preceduta da un quadriportico e ingresso monumentale, forse munito di torri ai lati, le mura

perimetrali all’interno sono dipinte ad imitazione di opus sectile e raffigurazioni iconiche, il lato ovest ha tre absidi, nella

maggiore vi è la cripta con le reliquie. Il principale modello di riferimento è la basilica costantiniana di San Pietro a Roma

(per via dell’ampio atrio quadrangolare e la cripta semilunare), mentre le tre absidi ricordano architetture longobarde

(come San Salvatore a Brescia), mentre le torri di facciata sono nordeuropee (Eastwork cioè un avancorpo fortificato

aggiunto in facciata), quindi San Vincenzo ha diverse soluzioni architettoniche. Accanto alla chiesa vi sono delle officine

per la lavorazione del vetro e del metallo, utilizzate per produrre oggetti utili al cantiere e per i monaci, a nord si trova il

refettorio e un’ala per accogliere gli ospiti stranieri di un certo rango (“foresteria”). Il complesso tocca il suo apice con

l’abate Epifanio (824-842) che fa costruire una cripta forse cappella funeraria. Alla metà del IX sec per San Vincenzo

inizia il declino: dovuto a un terremoto dell’847 e alle incursioni dei Saraceni.

In Piemonte l’abbazia della Novalesa adotta precocemente l’impianto articolato intorno a un chiostro centrale:

inizialmente nell’VIII sec (726-739) vi è una chiesa abbaziale a navata unica con abside rettangolare, gli edifici monastici

hanno un altro orientamento e sono obliqui alla chiesa; segue una seconda fase di inizio IX sec, in cui la chiesa viene

dotata di un avancorpo in facciata, l’abside rettangolare diviene semicircolare, vi sono tracce di un grande chiostro

quadrangolare adiacente alla chiesa, a sud di esso si dispone un refettorio con una pedana del pulpito da cui uno dei

monaci leggeva durante i pasti.

Vicino Ravenna il monastero di San Severo a Classe aderisce allo stesso schema di Novalesa,un po’ più tardi verso la

metà del IX sec: l’impianto nasce articolato intorno a un chiostro a sud della basilica tardoantica, il chiostro è ampio e

include un mausoleo con una tomba monumentale del santo venerato (il vescovo Severo) affiancato da un vestibolo.

I principali fondatori dei monasteri di questo periodo sono i regnanti (re, regine, imperatori), le più alte cariche

ecclesiastiche (papi, vescovi9 e alcuni esponenti delle aristocrazie.

i monasteri altomedievali possono sorgere nelle ville romane dismesse (che offrono spazi e materiale da costruzione),

oppure nei vici (come San Vincenzo al Volturno), oppure nelle città abbandonate (es San Severo, fondato nel IX sec tra le

rovine della città di Classe, oppure l’abbazia di San Dalmazzo in Piemonte nell’VIII sec nell’antico centro di Pedona),

oppure possono nascere nei santuari più antichi per tenere vivo il culto e tramandare la memoria dei santi (sempre San

Severo a Classe perché quando esisteva Classe si venerava il corpo del santo prima sepolto in un mausoleo più antico,

poi traslato in una grande basilica alla fine del VI sec, quando la città scompare nel VII sec il culto perdura dopodichè

viene fatto il monastero benedettino nel IX sec, il complesso monastico ingloba al suo interno la basilica e il mausoleo).

Nei monasteri si praticano numerose attività: quelle religiose come la preghiera; quelle di produzione di cultura negli

scriptoria (leggono e copiano testi antichi); le attività produttive di tipo artigianale, dove maestranze specializzate

producono oggetti utili per la costruzione dei complessi religiosi (e sono officine temporanee) oppure oggetti per la vita

monastica (in ceramica, in osso e in avorio per gli stili e pennini, la pergamena per i volumi ecc).

Il passaggio da laboratori temporanei a stabili è individuata in San Vincenzo al Volturno, dove le officine impiantate

nell’VIII sec producono tegole, metallo,vetro e campane, tutto questo prima della fondazione della basilica nella zona che

diventerà poi l’atrio, in seguito nel IX sec a sud della chiesa vengono collocati impianti che producono oggetti smaltati, in

metallo, vetro, osso e avorio (produzioni di lusso) che potevano essere donati e scambiati dai monaci oppure facevano

parte del tesoro del monastero.

I monaci sono attivi nel commercio, vendono sia gli oggetti prodotti nelle officine che le derrate agricole (vedi Cripta Balbi

oppure San Vincenzo al Volturno).

Altra attività dei monaci è la gestione delle proprietà, riorganizzano il paesaggio con opere di deforestazione,

dissodamento e ristrutturazione di vecchie aziende o creazione di nuove (es nella zona di Nonantola nel modenese

l’insediamento sparso scompare nel VII sec e nel 752 si afferma l’abbazia fondata dal re longobardo Astolfo che la dona

al cognato Anselmo che diventa primo abate di Nonantola, insieme all’abbazia gli dona anche la curtis di Gena, un bosco

e un fiume).

I monasteri diventano punti di riferimento per le comunità rurali, perché gli abitanti delle campagne possono seguire le

funzioni e farsi battezzare al loro interno, possono farsi seppellire nei loro pressi, possono lavorare per la comunità

monastica.

c) L’incastellamento: inizio ed esplosione

Il francese Pierre Toubert nel 1973 indica con “incastellamento” uno dei fenomeni più rivoluzionari del Medioevo: la

nascita e proliferazione delle fortezze in tutto il continente europeo dalla fine del IX e per tutto il X sec. È un processo

continuato che altera il paesaggio e la struttura del territorio medievale (NON ci riferiamo alle fortezze tardo antiche di

Castelseprio, Monte Barro o Sant’Antonino di Perti!! Ricorda che i castra tardo antichi si diffondono tra IV-VII sec con

qualche episodio sporadico nell’VIII e nascono in una situazione politica diversa, voluti dalle autorità statali, gote,

bizantine, longobarde che hanno il diritto di fortificazione).

i castelli medievali sono resi possibili dalla frammentazione politica creatasi alla fine dell’impero carolingio (888) e sono

resi necessari dalle condizioni altamente instabili di quel periodo. I castelli nascono a seguito della privatizzazione e

dinastizzazione della terra, sono quindi strumenti dei ceti dirigenti per proteggere i loro possedimenti e territori.

Nel 1973 Toubert nella sua opera “Le strutture del Lazio medievale” analizza le vicende della regione partendo dai

documenti degli archivi di Farfa e Subiaco, secondo lui la fondazione dei castelli avviene nel X sec sulle colline disabitate

e sono strutture in pietra: i signori costruiscono castelli e attirano le popolazioni circostanti, più che per difesa nascono per

finalità economiche, per consolidare il nuovo ceto aristocratico, sono luoghi di raccolta della popolazione, funzionali a

garantire al signore una forza-lavoro che vive e agisce sotto il suo stretto controllo, sfruttano le risorse dei singoli territori.

Toubert sottovaluta il fattore difensivo.

Riccardo Francovich e Richard Hodges scavano a Monterrenti (ricordiamo che è stato villaggio tardoantico altomedievale

tra VII-VIII sec, poi villaggio curtense nell’VIII-IX sec, dopo un incendio del IX sec nel X sec diventa castello): la sommità

della collina viene difesa da una nuova cinta muraria, all’interno vi sono edifici in legno misto ad argilla con tetti di paglia,

nella parte bassa dell’abitato lavorano il ferro. Dato questo scavo, Francovich ha proposto l’idea che i castelli non erano

altro che punto di arrivo di una trasformazione secolare (dai villaggi tardo antichi a quelli medievali col sistema curtense,

in seguito castelli), quindi l’iniziativa dei signori non sono vere e proprie fondazioni ma ristrutturazioni. I dati di Montarrenti

possono essere paragonati a Scarlino dove tra X-XII sec l’insediamento viene racchiuso all’interno di una cinta muraria in

pietra, vi sono abitazioni in pietra e una chiesa di IX sec.

in seguito anche gli allievi di Francovich hanno voluto testimoniare la preesistenza curtense dei castelli negli scavi di

Campiglia Marittima e Donoratico; tuttavia uno scavo di Francovich a Rocca San Silvestro (presso Piombino) ha dato una

situazione differente: qui la famiglia Della Gherardesca fonda un castello alla fine del X sec su un’altura per assicurare il

controllo dell’estrazione dei minerali della loro trasformazione e lavorazione, in origine l’insediamento era semplice (cinta

muraria che comprende le abitazioni disposte su terrazzi concentrici, sulla cima una seconda cinta che include l’area

signorile), in seguito tra XI-XII sec l’abitato viene dotato di due edifici significativi (una torre e una chiesa a navata unica e

absidata) realizzati da maestranze specializzate.

Questi esempi sono toscani, invece Toubert tratta del Lazio. Gli scavi a Caprignano in Sabina testimoniano che il luogo

non è mai stato abitato prima del X sec, quando nasce un villaggio non fortificato con una prima fase edilizia in legno fino

al XII sec, a questa segue una seconda fase che lo trasforma in castello. In Sabina anche il castello di Castiglione è stato

fondato nel X sec, ma non presenta un villaggio fortificato ma una residenza signorile con un ampio edificio. Sempre nel

Lazio alcuni castelli di X sec (es Santa Maria di Calcata e Mazzano Romano) vengono costruiti presso luoghi già abitati

tra VIII-IX sec (nella stessa zona tuttavia il sito fortificato di Castellaccio presso Monte Gelato non mostra tracce di

occupazione precedenti all’XI sec).

Sull’incastellamento abbiamo quindi delle situazioni in contrasto tra loro.

Toubert basa la sua tesi (i castelli nascono in zone non abitate) su pochi dati, tra cui le “carte di fondazione” (dieci in

totale) cioè documenti che sanciscono la nascita dei castelli dove prima c’era solo il bosco. Non possiamo credere alle

carte di fondazione perché i notai e i signori magari non si sono accorti dei precedenti insediamenti e poi perché nei

documenti altomedievali si tende ad enfatizzare le imprese edilizie per propaganda (quindi magari le precedenti abitazioni

sono state restaurate semplicemente). Va detto che quando scrive Toubert (negli anni ’70) il Lazio non era stato indagato

molto per poter dire che i castelli costituiscono una cesura con l’insediamento precedente.

Per quanto riguarda ciò che dice Francovich è sbagliato generalizzare i dati studiati, cioè il modello del castello curtense

funziona su alcune zone e in alcuni casi (Montarrenti e Rocca San Silvestro non possono essere paragonate).

Non esiste un solo incastellamento. Nel Lazio non esiste un carattere standardizzato per i castelli di X sec, che possono

essere: o dei villaggi con molte case in legno e cinta muraria in pietra. oppure recinti con poche case (es Passerano,

vicino Tivoli), oppure semplici residenze signorili isolate (come Castiglione in Sabina).

In Campania secondo alcuni in certe zone c’è stata l’evoluzione da villaggi a castelli simile alla Toscana (es Montella in

Irpinia, dove il castello è preceduto da un insediamento di VII sec), per altri invece i castelli sono fenomeni tardivi fatti dai

normanni nell’XI sec ad eccezione di alcune abbazie che li fondano nel X sec (es Montecassino e San Vincenzo al

Volturno).

In Puglia troviamo castelli fin dal X sec (voluti dai bizantini o fondati dal monastero di San Vincenzo al Volturno) ma le loro

attestazioni sembrano decollare nell’XI sec (così come in Basilicata e Calabria). Comunque in queste zone

l’incastellamento è voluto dai bizantini che dal X sec fortificano, riorganizzano e difendono il territorio, sostituiti poi dai

normanni che ereditano il patrimonio di fortezze e lo ristrutturano.

In Sicilia le fortezze si moltiplicano dalla metà del X sec sotto la dominazione araba (califfato di al-Mu’izz 967).

In Sardegna l’incastellamento ha inizio tra IX-X sec per iniziativa dei giudici, massime autorità delle circoscrizioni

territoriali dell’isola, i Giudicati.

Nel sud Italia l’incastellamento è voluo da compagini statali, pur se al processo prendono parte terzi.

I primi castelli, quelli di X sec (ma anche IX se vogliamo), erano fatti di terra e legno (come a Montarrenti, Scarlino,

Sant’Agata Bolognese), sfruttando difese naturali come i fiumi e artificiali come i terrapieni e palizzate di legno (come nel

castello della Brina, vicino La Spezia).

4.3 Le campagne nel basso Medioevo (XI-XIV sec)

Dopo l’anno mille per l’archeologo diventa difficile lo studio dei paesaggi rurali per la moltiplicazione delle fonti scritte e

per i dati archeologici sbilanciati. Per diverso tempo l’archeologia medievale ha privilegiato i castelli per riscrivere la storia

delle classi dirigenti e subalterne, delle forme architettoniche, delle produzioni, dei commerci e consumi.

a)Incastellamento: affermazione, diffusione e assestamenti; successive evoluzioni

Non sempre i castelli di X sec sopravvivono successivamente, ma vengono abbandonati perché i modelli di popolamento

e le scelte logistiche sono cambiati (“prima selezione naturale”). Dall’XI sec i castelli aumentano e si sviluppano le

signorie territoriali, infatti i potenti utilizzano i castelli per controllare i possedimenti, le risorse e le popolazioni rurali. Non

sono coinvolti i nobili, ma vescovi, monasteri e altri ancora.

Le strutture dei castelli : inizialmente i castelli sono abitati fortificati o residenze del nobile, a volte entrambe le cose, in

seguito assumono l’aspetto di villaggi fortificati. Tra XI-XII con l’affermazione dell’incastellamento si costruisce sempre in

pietra (cinte murarie e case all’interno dei castelli). L’insediamento ha in genere al centro l’area signorile cinta da un muro,

più in basso si trova il borgo o il villaggio con le case degli abitanti che è difeso da una seconda cinta muraria

(ovviamente quando il borgo si espande al di fuori della seconda cinta ne viene costruita una terza -> come Rocca San

Silvestro in Toscana).

Le architetture dei castelli: dall’XI sec si diffondono nella zona signorile delle architetture in pietra sconosciute nelle zone

rurali (come torri, casseri, dongioni, palazzi). La torre è l’asserzione del potere più elementare: a Rocca San Silvestro, la

torre si trova nel punto più alto dell’insediamento; a Montecorvino in Puglia, la torre è di consistenza monumentale

(ricorda che i castelli normanni ricorrono a torri in muratura, altre volte a motte o colline artificiali difese da fossati e

palizzate sulle quali pongono torri di legno). Anche nel XII sec vengono utilizzati legno e terra.

I castelli posseduti dai signori più potenti oppure tendenti ad abitare in città hanno una conformazione poco monumentale

e le architetture del potere si limitano a una torre: es a Donoratico, castello di un ramo della famiglia Della Gherardesca il

cui baricentro è spostato su Pisa, nel XII sec viene costruita una torre con funzione residenziale.

Invece edifici complessi come palazzi si trovano nei castelli di famiglie emergenti, che hanno bisogno di affermare la loro

potenza attraverso architetture ricercate e massicce: es a Campiglia Marittima, centro di proprietà di un altro ramo della

famiglia Della Gherardesca le cui fortune sono legate al territorio, nel XII sec vi è una torre e un palazzo.

Tra XII-XIII sec le architetture diventano poderose ed elaborate perché le signorie diventano sempre più potenti: il castello

di Illasi nel veronese compare già nel X sec, nel corso del tempo accoglie dentro la cinta muraria un’enorme torre

(mastio) con funzioni militari e un palazzo (edificio residenziale) rettangolare, entrambi voluti dal condottiero Ezzelino III

da Romano signore di Verona, nel XIII sec Illasi da villaggio fortificato diviene fortezza militare.

Anche nel meridione sono presenti castelli monumentali: quello di Montella in Campania nel XII sec ha un torrione

circolare che nel XIII sec viene affiancato da un palazzo quadrangolare a due piani.

In Puglia, Calabria e Sicilia i castelli costruiti dai Normanni hanno le sole torri che col tempo vengono affiancate da altri

edifici: il castello di Scribla vicino cosenza viene fondato nell’XI sec da Roberto il Guiscardo; quello di Vaccarizza vicino

foggia viene costruito sopra una motta, sotto di esso un precedente insediamento bizantino (forse praetorium, un palazzo

legato all’amministrazione del potere in quel distretto); a Segesta vicino trapani i Normani costruiscono nel XII sec un

dongione rettangolare intorno ad un cortile centrale.

Le chiese nei castelli si moltiplicano dall’XI sec, sono semplici edifici a navata unica, con una sola abside, vengono

costruite da maestranze specializzate (indice di disponibilità economica del signore). La presenza degli edifici

ecclesiastici all’interno dei castelli è indice di sorveglianza maggiore dei signori sulla popolazione, controllare la chiesa

equivale a controllare l’intero ciclo di vita dei sottoposti (il controllo diventa completo quando il signore riesce ad ottenere

il rango di pieve per la chiesa dentro il castello, perché include l’esazione delle decime).

Dentro il castello trovano spazio anche le case, le abitazioni dei sottoposti al signore, la struttura di queste è semplice

(pianta rettangolare, dotati di un tramezzo all’interno) che compare nel V sec e si afferma nel VII sec nelle aree urbane.

L’influenza del centro urbano più vicino si riflette nella forma delle abitazioni di un castello: a partire dalla metà del XIII sec

alcune case di Campiglia Marittima in Toscana riprendono il modello della vicina Pisa (quello della casa con pilastri e

grandi arcate al piano terra), di un ceto medio-alto residente nel castello (proprietari terrieri, artigiani, commercianti) che

scelgono questo tipo di architettura per autorappresentarsi.

Secondo incastellamento: l’incastellamento non si manifesta sempre nello stesso modo, un vero punto di svolta avviene

tra XII-XIII sec (quando si affermano le architetture in pietra) perché i signori iniziano ad accorpare/deportare al proprio

castello anche popolazioni di castelli e villaggi vicini, quindi vengono potenziati centri già esistenti, oppure si fondano ex

novo nuovi insediamenti. Una delle conseguenze di questo processo è l’ingrandirsi dei castelli (lo storico Giorgio Chittolini

li definisce “quasi-città”) tanto quanto le città ma senza avere il loro spessore istituzionale (come nel caso di Monza, San

Gimignano, ecc). L’archeologia che indaga sul secondo incastellamento è simile a quella urbana dato che molti

insediamenti sono ancora abitati.

Castello ex novo: un altro punto di arrivo del processo di accentramento della popolazione e di incastellamento è la

creazione delle “terre nuove”, o “ville franche”, o “borghi nuovi”: sono castelli fondati ex novo e compaiono tra XII-XIII sec

per iniziativa dei potenti (i comuni o i signori) impegnati a da affermare un ampio dominio sul territorio. L’archeologia per i

castelli ex novo ha confermato caratteristiche ricorrenti: abitati pianificati, urbanistica con pianta ortogonale, difesi da

circuiti murari e fossati, monumentali (perché vi sono palazzi per il governo, edifici ecclesiastici), una piazza centrale,

case a schiera costruite nel momento della progettazione, efficienti infrastrutture idrauliche (pozzi, cisterne, impianti per

l’adduzione, fonti), altre infrastrutture (silos scavati nel sottosuolo per conservare il grano). Uno di questi casi è quello di

San Giovanni Valdarno in Toscana.

Altre nuove fondazioni: Alessandria, Cuneo, Bolzano, L’Aquila. Un esempio più tardo di terra nuova è Muro Leccese in

Puglia nel salento: il centro nasce verso la metà del XV sec in un momento in cui si voleva riorganizzare il sistema di

sfruttamento delle risorse agricole o per motivi difensivi (perché in puglia vi erano i turchi); l’insediamento ha pianta

rettangolare, protetto da un muro di cinta e da un fossato e suddiviso all’interno in lotti standard, la residenza del signore

è un palazzo rettangolare su tre piani (piano interrato vi sono due silos per granaglie, tagliati nella roccia).

Fortificazioni minori: dall’XI sec si assiste ad una moltiplicazione di luoghi fortificati nelle aree rurali, sono motte, casali e

altri apprestamenti, vi sono aziende fortificate con una torre e un recinto oppure semplici strutture militari per

l’avvistamento e controllo.

b) Le altre forme dell’insediamento

Un oggetto di discussione è se le campagne si contraddistinguono per un insediamento di tipo accentrato/fortificato

oppure sparso, in realtà l’una ipotesi esclude l’altra perché i paesaggi medievali sono luoghi complessi nel quale

convivono diversi tipi di insediamento.

Vi sono i borghi/burgi: insediamenti aperti che nascono sulle vie di comunicazione, dalle fonti scritte di IX-X sec sappiamo

che si moltiplicano lungo le strade principali della penisola (le ex vie consolari romane, oppure la via Francigena. Ad es il

Borgo di San Genesio nella valle dell’Arno ha una fase tardoantica altomedievale in cui si chiamava “vicus Wallari” con

una chiesa dedicata a S. Genesio, questa chiesa aumenta di importanza così come il villaggio fino a che nel 991

l’insediamento viene definito “burgus Sancti Genesii” e la chiesa è un importante pieve (con tre navate e tre absidi e

nell’XI sec con cripta e canonica), questo insediamento nell’XI-XII sec diventa sede di assemblee imperiali; le case sono

con muro di terra (pisè)e in uno degli edifici sono state trovate ceramiche resti organici e dadi da gioco (forse una

taverna). I borghi hanno un’evoluzione complessa, infatti San Genesio nasce come villaggio poi diventa borgo, fino a che

non cessa di esistere perché diventa uno scomodo concorrente per i centri vicini.

Un altro borgo è San Gimignano in Toscana che ha un’espansione tale da diventare una “quasi città”.

Le villae: sono villaggi aperti senza circuiti difensivi, agglomerati in cui le case non hanno disposizione precisa o

monumentale, vi è un edificio ecclesiastico. Alcune villae sono state trovate in Piemonte: una è quella che prende forma

nel X sec nell’area dell’antica città romana di Pollenzo/Pollentia, sono stati trovati resti di abitazioni quadrangolari

differenti tra loro per dimensioni e articolazione interna, gli alzati sono in legno sopra uno zoccolo di pietra, forse sono

edifici su due piani, si è pensato a una progettazione preventiva dell’abitato, vicino all’abbazia di Novalesia.

La villa di Pollenzo si sviluppa presso i resti di un’antica città abbandonata. Questi insediamenti possono nascere anche

vicino le ville romane: es Villamagna nel Lazio, dove l’abitato nasce nel X sec sui resti della zona produttiva e delle terme

di una villa abbandonata nel VI sec (forse anche in questo caso è una chiesa del VI sec ad attirare la popolazione), le

case sono in legno (gli abitanti erano legati dall’obbligo di corvée per il vicino monastero di San Pietro -> mantenendo una

struttura leggera per la casa era più facile spostarsi altrove dopo averla smontata e portarla via con sé).

Anche a Piazza Armerina in Sicilia nel X sec si sviluppa un villaggio nella Villa del Casale: le case sono più articolate di

Possenzo, perché sono “pluricellulari” disposte attorno ad un cortile con pianta a U, a L o quadrata, no monumenti.

in Sardegna, non lontano da Sassari, è venuto alla luce l’abitato di Geridu: villaggio del XIII sec piuttosto denso e privo di

elementi difensivi, le abitazioni sono intorno a dei cortili di servizio/spazi comunitari, vi sono moltissimi monumenti (di XIV

sec una grande chiesa a navata unica e transetto dedicata a Sant’Andrea, mentre un’altra per San Biagio, ancora non

identificata; un edificio rettangolare forse abitazione dell’esponente cittadino o residenza del clero perché vicino la

chiesa), viene abbandonato nel XIV sec per episodi di distruzione come gli incendi.

Con questo sappiamo che i villaggi aperti non smettono di esistere col proliferarsi dei castelli.

La casa isolata: poco scavata, ad oggi i dati sono piuttosto ricorrenti (dimensioni di 100-300mq, ceramiche smaltata e

acrome), si datano tra XII-XIV sec, sono state identificate nell’area senese, veronese, reggiano.

c) organizzazione ecclesiastica del territorio: pievi, parrocchie e monasteri

Nel basso medioevo si precisa l’organizzazione ecclesiastica delle campagne, la struttura è semplice: il vescovo risiede in

città e amministra la diocesi (territorio di riferimento), i caposaldi della diocesi sono le pievi e da queste dipendono le

parrocchie (chiese di rango minore), le decime dei parrocchiani vengono raccolte dalle pievi.

Nel XII sec il termine diocesi indica la circoscrizione territoriale ecclesiastica. Il basso medioevo è anche il tempo in cui si

assesta l’organizzazione del paesaggio (in questo periodo le chiese costruite nei castelli affermano il loro ruolo e a volte

diventano pievi). Si tende a monumentalizzare gli edifici: le chiese delle campagne vengono ristrutturate, ricostruite ex

novo, si afferma il romanico.

Le pievi: un esempio è la chiesa di S.Giorgio presso Argenta (in Emilia tra Ravenna e Ferrara), viene costruita nel VI sec

dagli arcivescovi di Ravenna e inizialmente è una chiesa rurale media, senza fonte battesimale; nel 1022 viene definita

pieve per la prima volta (quindi ha raggiunto questo rango nell’VIII-X sec) e ha una maggiore importanza; nel XII sec da

navata unica viene ampliata a tre navate e decorata divenendo una grande chiesa romanica; quando l’abitato di Argenta

diventa rilevante fino a diventare centro con abitazioni urbane allora la pieve inizia a essere isolata; nel 1252 le funzioni di

pieve vengono trasferite alla chiesa di San Nicolò dentro le mura di Argenta; la chiesa di S.Giorgio inizia un declino fino a

tornare a navata unica. Quindi possiamo dire che la pieve di S.Giorgio viene marginalizzata a seguito delle trasformazioni

del territorio.

La parrocchia: esempio è quella nel castello di Monte di Croce (nella valle del fiume Sieve vicino Firenze), il castello era

di proprietà dei conti Guidi (secondo le fonti di XI sec), la chiesa è dedicata ai Santi Miniato e Romolo; la prima fase

costruttiva risale all’XI sec, la chiesa aveva un’aula absidata media e attorno un cimitero; nel XII sec si vuole ampliare e

invertire l’orientamento ma non venne mai realizzato perché il castello viene attaccato e distrutto dall’esercito del comune

di Firenze. Questo è un esempio del proliferare delle chiese nei castelli (non è valido per Scarlino) cosicché il signore

acquisisca la funzione di cura animarum, controllando in questo modo gli abitanti del castello, riscuotendo le tasse, le

decime, costruendo in questo modo una comunità.

Il monastero: un esempio è San Vincenzo al Volturno, il quale in seguito all’attacco degli Arabi nell’881 i monaci

abbandonano il complesso e si trasferiscono a Capua, poi una comunità monastica torna a risiedere a San Vincenzo alla

fine del X sec ristrutturando in parte la basilica carolingia, in questo periodo inizia a promuovere l’incastellamento nei suoi

possedimenti; nell’XI sec il monastero viene spostato sull’altra riva del Volturno e per costruire quello nuovo vengono

impiegati gli abitanti e utilizzati i resti dell’altro complesso, viene costruito un muro di cinta che protegge tutto il

complesso, con torri e fossati; la chiesa ha tre navate e tre absidi, un quadriportico e un campanile, un chiostro con il

refettorio, cucine, sala capitolare (sembra il modello di Montecassino, comunque è uno di quei monumenti romanici di

area campana come le cattedrali di Salerno e Capua); nell’XI sec il monastero è una creazione unitaria, non il risultato di

una crescita progressiva, ha un’architettura locale e non europea (indice della fuoriuscita di San Vincenzo dalla politica).

Capitolo quinto. Archeologia dell’architettura, archeologia dei

monumenti

5.1 Archeologia dell’architettura: perché nasce una disciplina

A confronto con quelle di età romana, le costruzioni medievali vantano una percentuale di sopravvivenza altissima.

Gli archeologi hanno voluto studiare queste costruzioni. Gli scopi dell’archeologia dell’architettura sono quello di

accrescere le conoscenze nel campo dell’industria edilizia e delle sue tecniche e quello di rendere possibile una

salvaguardia e restauro dei singoli monumenti (il monumento come lo vediamo oggi è la somma di molti episodi, di

distruzione e restauro). Nel passato si tendeva a restaurare il periodo più importante (secondo Viollet-le-Duc), oggi invece

ogni fase di un edificio è importante.

5.2 Leggere i muri: il metodo

L’archeologia medievale prende in considerazione le architetture superstiti. Secondo Richard Krautheimer negli anni

Trenta diceva che i muri possono essere letti come dei palinsesti (come si può vedere in una delle sue tavole del Corpus

Basilicarum Christianarum Romae, un’indagine sulle chiese tardoantiche e altomedievali di Roma, dove le zone con

murature omogenee sono delimitate e caratterizzate con retini diversi), questo è un concetto di Unità Stratigrafica

Muraria, ma manca la numerazione di ogni singola unità, manca la sistematicità del metodo stratigrafico e mancano le

interfacce negative, superfici di taglio e distruzione. In questo periodo queste idee si estendono non solo ai depositi

sepolti ma anche ai conservati in elevato (con una differenza: chi scava distrugge il deposito archeologico, mentre chi

analizza i monumenti smonta l’oggetto di studio in modo virtuale). I primi a svolgere indagini di archeologia

dell’architettura sono gruppi di archeologi medievisti in Liguria e Toscana tra Settanta e Ottanta.

I passaggi basilari dell’archeologia dell’architettura: il rilievo archeologico (si entra a contatto col manufatto), si scompone

il monumento in USM (unità stratigrafiche murarie, zone omogenee risultato di azioni differenti, di segno positivo e

negativo), si delimitano e numerano le USM in apposite schede, si identificano i rapporti stratigrafici tra USM (con i quali

si ricrea la cronologia relativa) attraverso il diagramma Matrix, si raggruppano le USM in attività (passando dalla

cronologia relativa a quella assoluta).

I monumenti hanno un aspetto estetico, funzionale, di durata, propagandistici, simbolici e culturali.

5.3 Leggere i monumenti: i caratteri fondamentali delle architetture medievali

Bisogna conoscere le caratteristiche di base degli edifici per comprenderne l’insieme.

a) Leggere un castello

I castelli di prima generazione venivano costruiti in legno. Invece un castello dell’età comunale (XII-XIII sec) si potrebbe

articolare su uno sperone roccioso, sulla sommità di un rilievo collinare o montuoso, la fortificazione è delimitata da mura

che sono rinforzate nei punti nevralgici grazie a torri (quadrate, rettangolari, pentagonali) con la zona superiore merlata

(per proteggere i soldati lungo i camminamenti), gli accessi sono pochi e sorvegliati; all’esterno si incontra un primo cortile

con la chiesa (più o meno grande, può essere una pieve,o una parrocchia o una chiesa privata dei proprietari del castello)

e cimitero; sul secondo cortile (più interno e diviso dal primo da un muro) vi sono i magazzini/caneve per la

conservazione delle derrate alimentari; in posizione dominante una torre molto alta di controllo detta mastio con accanto il

palazzo (residenza dei signori, edificio rettangolare grande e massiccio, in muratura, di minimo due piani); tutta questa

parte era l’area signorile o dongione (donjon in francese, cassero in toscano); all’esterno delle mura vi è un fossato, oltre

questo il borgo dove risiedono gli abitanti (che può includere la chiesa se il castello è importante e il borgo pure).

b) Leggere una chiesa

Esistono chiese con piante differenti tra loro. Prendendo come esempio una chiesa con una tradizionale pianta basilicale

(rettangolare allungata, suddivisa in tre navate) possiamo dire che l’edificio è preceduto da un quadriportico (cortile con

portici su tutti i lati) nella facciata tre aperture collegano con l’esterno (quando non vi sono i portici, il cortile è definito

atrio), la facciata ha tre elementi (che rispecchiano le tre navate interne) e due finestre; le superfici delle murature sono

movimentate da lesene o contrafforti con funzione estetica; all’interno le navate sono separate da due serie di colonne

che sostengono arcate (tra un’arcata e l’altra vi sono dei tendaggi), sui muri vi sono le capriate della copertura

dell’edificio; la navata centrale termina con una grande abside semicircolare nella quale si aprono delle finestre (la zona

dell’abside si chiama presbiterio ed è destinata al clero: i sacerdoti siedono su un bancale semicircolare e al centro sulla

cattedra si siede il vescovo); di fronte all’abside vi è il ciborio, un baldacchino che protegge l’altare (fatto da quattro

colonne che sostengono un piccolo tetto); intorno la schola cantorum, ovvero il recinto dentro il quale trovano posto il

clero e i cantori durante le cerimonie; la schola termina verso la facciata con un corridoio piccolo detto solea/ruga

delimitato da balaustre (qui il clero avanza verso l’altare all’inizio della messa e i fedeli avvicinarsi nel momento

dell’eucarestia); il pulpito o ambone è la tribuna sopraelevata dalla quale il sacerdote legge le scritture o tiene l’omelia.

c) Leggere un monastero

Inizialmente i monasteri avevano una struttura fissa, fino al IX sec. Solo in età carolingia viene codificata la pianta del

monastero così come lo conosciamo tutti (dalla pianta di San Gallo). Il monastero medievale canonico si articola accanto

alla chiesa principale; il fulcro del complesso è il grande chiostro, al centro del quale può esserci una fontana o una croce,

su uno dei lati vi è un lavatoio (per lavarsi le mani prima di entrare nel refettorio); nel refettorio vi sono i tavoli dei monaci,

il pulpito dal quale leggere le scritture; accanto le cucine, collegate al refettorio mediante una finestrella nella quale

passare le pietanze; al piano superiore il magazzino; dalla parte opposta gli ambienti di servizio (come la lavanderia, una

stanza riscaldata, delle latrine); al centro la sala capitolare (“stanza dei bottoni”) nella quale l’abate impartisce gli ordini

ma anche luogo dell’elezione dell’abate; al piano di sopra il dormitorio; l’altra ala del monastero è occupata da cantine e

dispense per cibo e bevande; altri ambienti potrebbero essere l’appartamento dell’abate, la foresteria, lo scriptorium

(biblioteca/scrittoio), l’infermeria, i recinti per gli animali e le stalle, le officine artigianali, una chiesa e più chiostri più

piccoli.

Capitolo sesto. Archeologia dei cimiteri e delle sepolture

6.1 Gli spazi dei morti

Il rapporto tra vivi e morti è un tema molto presente nella società medievale, un rapporto mutevole. Philippe Aries ha

parlato di morte prima anonima, poi addomesticata, poi ecclesiastica, momento cruciale dell’esistenza dell’individuo. La

morte nel medioevo si affronta con un rito di passaggio (preparazione del corpo, della tomba, liturgia, funerale) mutevole

nel tempo. Dall’antichità i morti vengono sepolti e celebrati, ma comunque sia sono marginalizzati nelle periferie. A partire

dal V sec i morti iniziano ad entrare in città. Tra VI-VII sec le sepolture urbane sono la norma. Le prime sepolture si

dispongono negli spazi che si liberano (dovuti alla smagliatura del tessuto urbano: aree abbandonate, monumenti in

disuso, piazze, vicino le abitazioni). Ci accorgiamo del cambiamento proprio perché le sepolture sono vicino le case. A

volte i cimiteri possono concentrarsi intorno alle chiese (indice di precoce attenzione verso la sfera funeraria da parte

dell’amministrazione ecclesiastica). Per quanto riguarda le sepolture nelle campagne sono molti i casi, in base alle forme

di insediamento, ma comunque sia i cimiteri si espandono gradualmente dentro un abitato già esistente (es fortezza

tardoantica di Monselice in veneto accoglie al suo interno, presso una torre, alcune sepolture del VII sec). I cimiteri

possono essere impiantati presso le rovine di monumenti o abitati antichi: es a Sirmione in lombardia, in una villa

abbandonata dal III sec vi trova posto una necropoli nel IV-VII sec, nella villa non state trovate tracce di abitato quindi si

suppone che il cimitero fosse per un altro insediamento. Alcuni cimiteri hanno un percorso complesso: es di Centallo in

piemonte, dove una chiesa con battistero fondata nel V sec nei resti di una villa antica ha un cimitero di VI sec,

rispecchiando la sequenza villa-chiesa-cimitero. A Garlate in lombardia in una villa romana nel V sec viene costruito un

mausoleo con una tomba, nel VII sec viene trasformato in chiesa e affiancato da un cimitero.

Il rapporto tra edifici di culto e cimiteri è mutevole, ma comunque la chiesa può essere fondata in un’area prima non

occupata da una necropoli e stimolare un’attività funeraria, oppure l’edificio può essere preceduto da un mausoleo

(utilizzate di solito solo per una persona aristocratica).

A Castel Trosino nelle marche nel VII sec una chiesa si inserisce in una necropoli più antica (590 ca) e ne favorisce lo

sviluppo, all’interno della chiesa la tomba del suo fondatore, forse una donna.

Il culto dei santi: in età tardoantica è determinante per l’evoluzione dei cimiteri nelle aree suburbane (nei quali trovano

posto i morti santificati). Peter Brown li definisce “morti eccezionali” perché le loro sepolture vengono monumentalizzate

per attrarre nuove tombe intorno (la pratica della sepoltura ad sanctos), perché garantiscono l’intercessione. Un esempio

è il complesso di San Severo a Classe: Severo era vescovo di Ravenna, vissuto nel IV sec, venne seppellito a sud della

città, nella zona che poi verrà occupata dalla città di Classe, presso il mausoleo del proprietario di una grande villa; alla

fine del VI sec i vescovi di Ravenna costruiscono una basilica accanto al mausoleo, riesumano il corpo di Severo e lo

collocano sotto l’altare della nuova basilica, il complesso diventa epicentro di un cimitero; dopo la chiesa guadagna

terreno e gestisce il cimitero.

Il culto delle reliquie: tra VIII-IX sec, sono frammenti di santità che influiscono sulle pratiche funerarie, fanno da

catalizzatore, nelle campagne si consolida nel IX sec dato il sistema delle pievi (perché si afferma l’organizzazione

ecclesiastica sul territorio, e tra le prerogative delle pievi c’è il diritto di sepoltura). In seguito le pievi perdono il monopolio

della pratica funeraria con l’affermarsi della signoria territoriale, perché quest’ultima riserva il diritto di sepoltura alla

parrocchia dentro il castello.

Quindi nel basso medioevo abbiamo una situazione composita: molti castelli vantano un proprio cimitero (dentro e fuori la

chiesa), ma anche le pievi e i monasteri vantano dei cimiteri, esiste un conflitto tra signori e autorità ecclesiastiche.

Non esiste un’organizzazione standard dei cimiteri tardo antichi, però vi sono cimiteri a righe e quelli per nuclei.

Cimitero a righe: le tombe si allineano per file parallele; ritenuto per tempo di carattere germanico è invece contestata

perché anche nell’area merovingia i defunti sono spesso sepolti con oggetti prodotti in area mediterranea, in realtà si

tratta di simboli di autorità e potere propri dell’impero tardoantico (come fibule a testa di cipolla, o le cinture), quindi in

realtà si tratta di cimiteri delle élites locali che adottano particolari riti di sepoltura per rappresentare il primato (es la


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Shrewa

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze dell'archeologia e metodologia della ricerca storica-archeologica
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Shrewa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Santangeli Riccardo.

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