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Riassunto esame Archeologia e storia dell'arte greca e romana, prof. Barbanera, libro consigliato Storia dell'archeologia classica, Barbanera

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Esame di Archeologia e storia dell'arte greca e romana docente Prof. M. Barbanera

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V. La formazione di un'identità: l'archeologia in Italia tra Otto e

Novecento.

5.1 L'eredità dei Pionieri: Rodolfo Lanciani, Paolo Orsi e Giacomo Boni:

1. Rodolfo Lanciani: Si era fatto notare nell'ambiente archeologico romano con lavori dove

mostrò padronanza del rilievo dei monumenti e accuratezza nella raccolta dei dati. Fu

direttore dell'Ufficio tecnico degli scavi dell'antichità → gli permise di effettuare molti scavi

a Roma, tra cui quelli del palatino e del Foro Romano, che furono molto fruttuosi per la

ricostruzione topografica della città. Dovette inoltre tentare di salvare i reperti dalla

distruzione dovuta all'imponente massa di lavori edili che avevano lo scopo di adeguare la

città al ruolo di capitale. → gli è stata spesso attribuita la colpa di aver eseguito i lavori con

troppa fretta e aver destinato alla perdita buona parte della documentazione archeologica.

Non attuò ne teorizzò nulla di relativo allo scavo stratigrafico.

Forma Urbis Romae: pianta della Roma antica in cui sono riportati tutti i ruderi esistenti o

visti in scavi antichi con indicazioni topografiche o bibliografiche reperibili. Comprende

tutti i monumenti dall'età Regia al VI sec d.C.

Storia degli scavi di Roma

2. Paolo Orsi: Ebbe un'iniziale formazione antiquaria per poi completare gli studi tra Padova,

Vienna e Roma entrando in contatto con la scuola tedesca. Nel 1888 prese un incarico presso

il Museo Archeologico di Siracusa e si dedicò allo studio paletnologico della Sicilia che

allora risultava inesplorata da questo punto di vista. → stabilì una periodizzazione in 4

periodi della preistoria siciliana. Si spostò poi in Calabria: a Locri (necropoli, Tempio di

Marassà) e a Crotone (tempio di Hera Lacinia).

Il metodo: il sito viene inquadrato da un punto di vista naturalistico (archeologia del

paesaggio) → identificazione topografica → scavo. Ha scavato soprattutto necropoli

cercando di ricostruire dalla loro organizzazione e dai riti funebri.

Dallo scavo dell'Athenaion di Siracusa intravediamo uno scavo molto accurato in tutti i

periodi dell'edificio con grande attenzione alla minuziosa descrizione di oggetti → uno dei

migliori esempi dello “scavo dell'attenzione”. Rilevante fu il suo impegno per la creazione

di un Museo Nazionale a Reggio Calabria che, con molte difficoltà, riuscì a realizzare

solo nel 1925. Nel 1920 fu fra i fondatori della Società Magna Grecia.

3. Giacomo Boni: La sua azione è stata rivalutata nel dopoguerra come precursore del metodo

stratigrafico. Ebbe una formazione tecnica avendo seguito corsi di architettura.

Molto giovane partecipò ai lavori di restauro del Palazzo Ducale di Venezia entrando in

contatto con Morris, Ruskin, Caröe che appartenevano al movimento neogotico

preraffaellita → architettura = testimonianza da osservare nella sua autenticità.

1885: Scavo Stratigrafico delle fondamenta del Campanile di S. Marco.

1888: Viene chiamato a Roma e diviene Ispettore dei monumenti voluto da Fiorelli.

1898 -1911: Gli viene affidato lo scavo del Foro già scavato da Rosa e Lanciani. Restavano

sconosciute le fasi anteriori all'età tardo- repubblicana. Boni mirava a scoprire il Lapis Niger

e lo trovò nel 1899. Nello scavo tentò di applicare il metodo stratigrafico appreso a Venezia

→ identificò 23 strati i 4m con perizia tale da rendere ancora oggi utilizzabili i dati raccolti.

Considerò gli aspetti botanici e geologici, le tecniche edilizie e la lavorazione dei materiali

individuando gli strati e il rapporto che avevano i materiali con essi senza stabilire categorie

di importanza.Fece anche un pionieristico uso della fotografia aerea realizzando riprese

fotografiche del Palatino e del Foro con un pallone aerostatico.

Critiche: non è seguita un'edizione scientifica dei risultati. Inoltre il fatto che avesse una

preparazione tecnica costituì un limite quando si trattò di passare alle interpretazioni

storiche. 13

5.2 La formazione di un'identità: La tendenza comune in Italia agli inizi del '900 era la volontà

di portare l'archeologia Italiana al livello di quella Tedesca. Tre furono le circostanze significative

che diedero un nuovo impulso all'archeologia italiana:

1) I buoni risultati della Scuola di Archeologia dovuti anche alla presenza del Löwy e agli

insegnamenti del Pigorini nella preistoria

2) la presenza nel mediterraneo con la Missione Cretese di Halbherr ufficiale dal 1899 e l'apertura

della Scuola Italiana di Atene nel 1909

3)l'affermazione di una nuova generazione di studiosi di tutto rispetto.

5.3 Le ricerche archeologiche all'estero

1. Dalla missione archeologica italiana a Creta alla Scuola Archeologica Italiana di

Atene: alla fine dell'800 anche l'Italia intraprese una politica coloniale simile a quella di Francia e

Germania, rivolgendosi verso il mediterraneo → questo permise di rafforzare la presenza italiana a

Creta. Lo stesso Ministro degli Esteri promosse iniziative per preparare e giustificare la permanenza

italiana sull'isola. I finanziamenti furono trovati nel 1899 quando si riprese la spedizione ancora

diretta da Halbherr e Savignoni che avrebbero dovuto ottenere concessioni a Gortina, Festòs, Axos e

Priniàs. Lo scavo di Festòs fu affidato a Luigi Pernièr e parve subito evidente l'importanza del sito.

Gli scavi proseguirono soprattutto grazie al sostegno dell'accademia dei Lincei e Pernier mise alla

luce il tempio arcaico di Priniàs. Nel 1908 a Festòs fu trovato il “Disco di Festòs”.

Atene → dagli anni ottanta dell'800 si discuteva di una istituzione archeologica permanente ad

Atene ma concretamente si cominciò a pensare all'istituzione di una scuola dal 1907 dopo che per

molti anni gli allievi della Scuola di Archeologia dovettero recarsi ad Atene per completare il terzo

anno ospiti di scuole straniere.

Inizialmente vi furono alcune difficoltà nel trovare finanziamenti e nel definirne l'organizzazione e

il programma scientifico. Halbherr propose Pernier come direttore, sostenuto anche da Comparetti

dell'accademia dei Lincei → Nel 1909 fu emanato il decreto di fondazione della scuola che fu

affidata proprio a Pernier. Tramite questa gli allievi partecipavano a scavi in Grecia e a Creta, e, dal

1912, nel Dodecaneso e in Asia Minore.

2. Le ricerche il Libia: il governo si rese conto della possibilità di utilizzare l'archeologia come

pretesto per un avanzamento commerciale, ad interessare particolarmente l'Italia erano la

Tripolitania e la Cirenaica. Halbherr con l'aiuto di De Sanctis e Taramelli riuscì ad ottenere il

permesso di esplorazione ma per contrasti sull'attribuzione della spedizione e mancanza di fondi

l'iniziativa sfumò. Inoltre dal 1910 a Cirene era attiva una missione americana. → l'Italia ottenne il

permesso di scavare MA nel 1911 scoppiò la guerra tra Italia e Turchia → la guerra si risolse con la

vittoria italiana e la creazione della colonia libica che decretò acnche l'allontanamento degli

americani.

Nella prima fase di scavo gli archeologi italiani si dedicarono soprattutto alla conservazione senza

ricerche su vasto raggio. Non venne eseguita nessuna documentazione grafica o fotografica e inoltre

l'attività militare danneggiò molti siti. Nel 1915 fu istituita la sopraintendenza di Bengasi ma non

impedì che in luoghi come Leptis Magna i materiali archeologici venissero riutilizzati a scopi di

fortificazione.

3. Il Dodecaneso: L'indagine iniziò a seguito dell'occupazione militare italiana dopo la guerra con

l'impero ottomano, nel 1912 venne realizzata la prima ricognizione dei monumenti di Rodi. Il

Ministero degli Esteri favorì alcuni saggi di scavo nelle Sporadi meridionali a patto che fossero

eseguiti velocemente poiché temeva che l'imminente trattato di pace (di Losanna) potesse decretare

il possesso della Grecia su quei territori + nacquero contenziosi con altre missioni presenti sull'isola

→ si decise di toglierla alla Scuola di Atene e creare una missione autonoma istituita nel 1914 ed

affidata ad Amedeo Maiuri. L'Italia fu accusata duramente dalla stampa internazionale accusata di

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depredare il patrimonio e utilizzare i militari per gli scavi. Tuttavia i lavori andarono avanti anche

con l'entrata in guerra del paese.

4. L'Asia Minore: Gli altri paesi europei stavano già da molto tempo scavando in quella regione

(gli austriaci ad Efeso, i tedeschi a Pergamo) ma ancora una volta per l'Italia furono gli interessi

politici a dare una spinta alla ricerca archeologica. Quando, nel 1912, l'impero Ottomano uscì

sconfitto dalla guerra con l'Italia si cominciò a parlare del progetto. Halbherr propose Paribeni come

capomissione. Quest'ultimo arrivò a Costantinopoli nel 1913 ma sembrò interessarsi di tutto tranne

che di archeologia e quando ne trattò le autorità turche tergiversarono tanto da scoraggiare la

“propaganda a base di archeologia. Similmente inconcludenti furono le successive spedizioni.

5.4 Bilancio dei primi cinquant'anni: Durante il periodo giolittiano vi fu un ricambio

generazionale degli archeologi italiani. Nuovi erano stati anche gli interessi per Creta e gli

interessi preistorici sotto l'influenza del Pigorini.

Nel 1911 i cinquant'anni del Regno d'Italia furono celebrati con una grande mostra nelle terme di

Diocleziano che fu l'occasione per trarre un bilancio dei risultati raggiunti. A farlo fu Ghirardini

che presentando Fiorelli come precursore ne fa il superatore dell'antiquaria affermando che fino

agli anni Ottanta dell'Ottocento non si possa parlare di archeologia italiana. Inserisce le ricerche del

Boni nell'imitazione delle esperienze tedesche ad Olimpia e ad Hisarlik. Presenta anche la

Meisterforschung come riduttiva.

Il destino dell'archeologia italiana fu anche determinato dalla precoce dipartita di archeologi capaci

come Savignoni.

Mariani: fu uno dei principali sostenitori della rivista Ausonia strumento editoriale della Società

Italiana di Archeologia e di storia dell'arte che uscì dal 1907 al 1921 mentre fino ad allora si poteva

contare solamente sulle pubblicazioni dell'accademia dei Lincei.

Rizzo: archeologo classico aperto al confronto con la Paletnologia grazie agli scavi a Creta e alle

indagini di Orsi in Sicilia. Ebbe coscienza dell'importanza dello scavo e di come questo fosse

diventato uno strumento sempre più raffinato MA non fu mai archeologo da campo.

Della Seta: allievo del Löwy, fu molto vicino al maestro per interessi e metodo (La genesi dello

scorcio dell'arte greca: vicino agli interessi del maestro per la ricerca delle “origini”). Entrò poi

nell'amministrazione del museo di Villa Giulia che lo avvicinò all'arte etrusco- italica. Nel 1913

diviene insegnante a Genova (Archeologia e Storia dell'Arte Greca e Romana) e nel suo primo

discorso mostra una visione dell'archeologia molto ampia per l'Italia dell'epoca (non solo

raccogliere i documenti ma anche registrarne la condizione di ritrovamento, la natura dello strato, la

posizione degli oggetti, l'associazione tra questi etc). Oggetto dell'interesse resta sempre però il

manufatto come effetto dell'azione umana.

Fu iniziatore dello scavo preistorico di Lemno palestra dei giovani archeologi della scuola di Atene.

Con la prima guerra mondiale si concluse un'epoca dell'archeologia Italiana: stavano scomparendo

completamente archeologia filologica ed antiquaria. Gli scavi all'estero avevano permesso all'Italia

di sentirsi all'altezza degli altri stati.

Con la legge n.386 del 1907 vennero creati uffici e funzionari per la tutela degli interessi

archeologici ed artistici con tre gruppi di sopraintendenze: 1. ai monumenti, agli scavi ed ai musei

archeologici; 2. alle gallerie, ai musei medievali e moderni; 3. agli oggetti d'arte.

Gli scavi si estesero alla Sicilia, alla Magna Grecia e ad Ostia.

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VI. L'archeologia tra le due guerre

6.1: Il dibattito sull'arte romana: Gli studi sull'arte romana furono marginali fino alla fine

dell'800 a causa del giudizio negativo attribuitogli dalla critica neoclassica. All'inizio del '900 tre

fatti contribuirono a dare alla storia dell'arte romana lo status di disciplina autonoma:

1)la ricostruzione di buona parte dell'Ara Pacis ad opera di Friedrich Von Duhn nel 1881

2) la pubblicazione della Genesi di Vienna da parte di Wickhoff nel 1895 . Wickhoff stava

lavorando su questo codice miniato della Genesi proveniente da ambito campano e conservato a

Vienna e, interrogandosi su come si fosse giunti a questo tipo di espressione, trovandone precedenti

sia nel rilievo storico romano sia nella pittura fece un excursus sull'arte romana da Augusto a

Costantino argomentando che l'arte Romana non dovesse essere considerata scadente rispetto a

quella greca. Dall'Arco di Tito aveva desunto le tre caratteristiche dell'arte romana: realismo,

illusionismo, spazio naturale.

3) la pubblicazione dell' Industria artistica tardoromana di Riegl nel 1901 originata dalla necessità

di ordinare il materiale archeologico di epoca tardo antica del Museo di Storia dell'arte di Vienna.

Rriegl fece una revisione dell'architettura, della scultura e della pittura romana dal II sec d.C

proponendone una rivalutazione soprattutto per il periodo III→ V sec.

In Germania si stavano diffondendo studi sull'arte romana già dalla fine dell'800. In Inghilterra la

Strong, traduttrice dell'opera del Wickhoff, impostò sull'opera tradotta la sua Roman Sculpture

from August to Constantine, la prima monografia dedicata all'arte romana.

In Italia Riegl fu più che altro recepito da chi si occupava di materiali bizantini e longobardi.

Riegl e Wickhoff erano storici dell'arte: le loro teorie circolavano mal accolte fra gli archeologi e

soprattutto la lingua le rendeva poco accessibili.

Le prime tangibili testimonianze dell'interesse italiano per l'arte romana furono la mostra

organizzata nel 1911 da Lanciani e L'arte classica di Pericle Ducati, primo manuale a

considerare anche la storia dell'arte romana, nel 1920.

6.2 Le ricerche sugli Etruschi nel primo ventennio del '900: Nel 1926 Della Seta fu

trasferito da Genova e Roma per la cattedra di Etruscologia e archeologia italica. Già nel '700 si era

destato l'interesse per il mondo etrusco, ma fu dall'inizio dell'800 che si percepì la necessità di

storicizzarli → Vennero intensificati gli scavi nel granducato di Toscana e nel perugino → scoperte

delle necropoli → pubblicazioni di opere come Die Etrusker di Karl Otfried Muller nel 1828.

Tuttavia le questioni che appassionavano i ricercatori erano più che altro quelle relative all'origine

degli etruschi dalla Lidia o dalla Grecia. La produzione artistica etrusca era vista ancora come una

“brutta copia” di quella greca o come fonte per studiare un originale perduto.

Ancora venne vista come esempio di “Anticlassico” in un filone in cui si ravvisavano le origini

dell'arte moderna dal medioevo in poi.

Nel 1916 Giulio Quirino Giglioli riportò alla luce a Veio alcune statue di terracotta di Apollo,

Eracle ed Artemide del VI a.C che erano di livello molto elevato e mostrarono che anche l'arte

etrusca poteva raggiungere buoni livelli. Fu molto apprezzata poi dalle correnti moderne come il

cubismo e la contemporanea rivalutazione dell'arte africana per il suo “realismo” e la sua forma

“anticlassica”.

6.3 L'archeologia italiana nel Mediterraneo:

1)Libia: Gli scavi in Libia risentirono dei mutamenti politici → tendevano ad enfatizzare il culto

della romanità portando alla luce intere città come Sabartha e Leptis Magna MA la rapidità dello

scavo impedì di indagare i siti con metodo stratigrafico. Dalla fine degli anni '30 la sopraintendenza

stabilì quattro grandi scavi: Sabartha e Leptis Magna in Tripolitania; Cirene e Tolemaide in

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Cirenaica. Gli interventi furono funzionali alla valorizzazione turistica → si privilegiarono località a

a sicuro effetto monumentale.

2) Egitto e Medio Oriente: Dalla fine degli anni '20 l'Italia si interessò anche a regioni non

mediterranee come la Mesopotamia. La presenza italiana in Egitto risale invece al 1892 con la

Fondazione del Museo Greco- Romano ad Alessandria.

3)Albania: Archeologia legata agli interessi politici per la zona. Nel 1923 i Francesi avevano

ottenuto una concessione per scavare a Scutari, Durazzo e Berat. Paribeni inviò Ugolini per fare

ricognizioni nella zona meridionale dell'Albania, fuori dall'influenza francese.

Nel 1926 l'Italia promulgò un trattato di amicizia con l'Albania → sul finire degli anni '20 Ugolini

diede il via agli scavi a Butirinto e vi identificò il luogo in cui si sarebbe fermato Enea.

4) Grecia e Dodecaneso: La morte di Halbherr nel 1930 segnò la fine del grande capitolo

Cretese.

Nel 1919 però Dalla Seta era divenuto direttore della scuola di Atene. Egli era aperto alle

problematiche minoico- micenee, del mondo omerico ed etrusche e diede una svolta alla scuola →

elaborò un piano di ricerca sul periodo di transizione dal miceneo al geometrico con scavi ad

Arkades e Lemno utilizzando lo scavo stratigrafico → ottenne i maggiori risultati ad Efestia

(Lemno) dove aveva scavato per ottenere informazioni sui “Tirreni” che avevano abitato Lemno ed

Imbro prima dell'arrivo degli ateniesi ed erano legati all'origine degli Etruschi.

Della Seta fu costretto a lasciare la Scuola per le leggi razziali del 1938.

Nel 1923 il trattato di Losanna aveva dato all'Italia le isole del Dodecaneso → Nel 1927 fu fondato

L'Istutito Storico- archeologico di Rodi FERT. Gli scavi diedero molti risultati nell'ambito

preistorico fino all'età del bronzo tuttavia furono realizzati in maniera frettolosa e poco accurata.

6.4 L'archeologia italiana durante il fascismo: Fu Manacorda a tentare di ricostruire il

quadro dell'archeologia italiana durante il ventennio fascista distinguendo 4 categorie: fascista

archeologo, archeologo fascista, archeologo e basta, archeologo antifascista. In realtà queste

categorie sono riduttive. Es. Dalla Seta era ebreo ma inizialmente fascista.

Va detto che non si possono giudicare gli studiosi in base ad una primitiva adesione al partito

fascista in quanto in molti videro nel fascismo dell'inizio la speranza di un avvenire nuovo per il

paese → per definire l'adesione al fascismo bisogna valutare almeno dopo l'assassinio di Matteotti

nel 1924, le leggi speciali del 1926, il giuramento imposto ai professori universitari nel 1931 (solo

in 12 si rifiutarono) ed infine la promulgazione delle leggi razziali nel 1938. Vi sono poi gli studiosi

che si ritirarono (“stare alla finestra”) come Bianchi Bandinelli.

Della Seta ad esempio fu convinto nazionalista e sostenitore delle imprese archeologiche (e quindi

anche politiche) italiane nel Mediterraneo e nel Levante.

L'unico metro di valutazione è forse il confronto con la Germania Nazista dove la pressione

politica sul mondo accademico si verificò fin dalla presa del potere dei nazionalsocialisti: alcuni

aderirono, altri scelsero la via dell'esilio soprattutto negli Stati Uniti. Inoltre le nuove condizioni

politiche riportarono ad una concezione spirituale dell'arte greca di stampo neo- winckelmanniano

in cui l'ideale classico virile veniva a costituire il modello dell'uomo ariano → gli studiosi che

avevano continuato gli studi con un'impostazione storicistica persero il posto, quelli che si erano

adattati produssero opere che sostenevano tesi assurde. La conquista della Grecia da parte della

Germania nel 1941 aveva dato nuovo spazio a queste teorie del legame tra Germania e Grecia

antica. Mostra Augustea della Romanità.

Nell'ambito dell'Italia fascista non può non essere citata la

L'immagine dell'imperialismo romano venne ripresa quando nel 1936 sembrò che l'Italia potesse

tornare ad essere a capo di un nuovo impero. La mostra fu organizzata da Giglioli, un borghese

nazionalista convinto, in occasione del bimillenario della nascita di Augusto → l'esposizione aveva

il suo fulcro nella sala dedicata ad Augusto mentre la XXVI era dedicata alla sopravvivenza della

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romanità e alla sua rinascita sotto il fascismo.

L'allestimento fu concepito secondo un'interpretazione storico- artistica del materiale mostrando

una visione unilineare della storia romana → dalla monarchia all'impero, ponendo come fulcro

l'impero di Augusto imperatore artefice di un nuovo ordinamento politico e uomo della provvidenza

(coincidenza del suo principato e della nascita di Cristo). Era ovviamente visto come parallelo di

Mussolini.

6.5: Metodi e Teorie: i protagonisti: Tra le due guerre vi fu la tendenza a separare l'archeologia

dalla storia dell'arte.

Figure principali:

1.Goffredo Bendinelli: insegnò a Torino. Affermava che la differenza tra Archeologia e Storia

dell'arte stava nel metodo: per l'archeologo ha importanza non l'opera d'arte ma il manufatto →

l'archeologia deve occuparsi della materialità del fenomeno artistico, la storia dell'arte della sua

spiritualità.

2. Domenico Mustilli: allievo di Rizzo fu legato alla tradizione dell'archeologia filologica → la

sua concezione della disciplina resta legata alla tradizione sebbene rivendichi comunque un'apertura

della disciplina alla comprensione dei monumenti “dell'arte e dell'industria”.

3. Pirro Marconi: personalità vivace e attenta alle correnti estetiche contemporanee tentò di

inserire l'elemento psicologico come fattore dello studio dell'opera d'arte (ad. es. Antinoo come

esempio della noia e dell'inutilità dell'esistenza in epoca adrianea). Si inserì nel movimento di

rivalutazione dell'arte romana e rifiutò il filologismo ottocentesco affermando l'assurdità di

voler ricostruire la storia della scultura greca sulla base delle copie romane trascurando l'identità del

copista.

4. Doro Levi: Diresse la Scuola Archeologica di Atene dedicandosi allo studio della civiltà

minoica ed individuando in Creta l'elemento di cerniera tra il periodo Minoico e l'arte ellenica. Non

ebbe mai grande interesse per la storia dell'arte.

5. Carlo Anti: si formò secondo l'archeologia filologica tedesca. Propose un superamento della

Storia dell'Arte Winckelmanniana a favore di una Storia degli Artisti → Monumenti Policletei

(1921).

6. Anche nel '900 gli studi archeologici in Italia hanno mantenuto sempre legami con l'antiquaria. In

questa Corrente si colloca Carlo Albizzati buon conoscitore della produzione artigianale e con un

eccellente occhio che gli permise di scoprire molti falsi di oggetti antichi. Qui si colloca anche

Guido Libertini. Uno degli esponenti più significativi della tradizione antiquaria fu Biagio Pace:

allievo di Salinas, la Sicilia fu il principale oggetto della sua indagine recuperando anche le

testimonianze pre e post classiche (Arte e Civiltà della Sicilia antica). Nell'Introduzione allo studio

dell'archeologia tenta di superare il concetto di archeologia come storia dell'arte attraverso il

metodo tradizionale dell'antiquaria ovvero l'approccio totalizzante al mondo antico.

7. Ranuccio Bianchi Bandinelli: le sue ricerche iniziali si rivolsero all'arte etrusca sulla scia del

nuovo interesse per l'arte romana e preromana. Si avvicinò all'estetica crociana come

superamento della filologia ottocentesca ma presto ne avvertì i limiti ed espresse la sua nuova

posizione in Storicità dell'arte Classica (1943) il cui intento principale era definire appunto la

storicità del fatto artistico ricostruendone genesi, significato della produzione e ricostruzione del

contesto politico ed economico. Secondo Bandinelli il limite del crocianesimo era il non lasciare

spazio alle opere secondarie che invece secondo lui formavano il tessuto connettivo tra le grandi

opere. La figura dell'artista è ancora al centro ma Bandinelli riconosce che può essere influenzata

inconsapevolmente da elementi esterni.

8. Silvio Ferri: Si interessò di arte romana pensando che si potessero usare le forme espressive non

classiche come mezzo di valutazione della classicità. L'elemento anticlassico fu un tema ricorrente

nelle ricerche di Ferri in Calabria. In questa linea si inserisce il suo interesse per l'arte romana

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provinciale e danubiana nella quale riconobbe un terreno fecondo per i futuri sviluppi

dell'archeologia.

9. Amedeo Maiuri: Si è dedicato per lo più all'indagine archeologica a Pompei e in Grecia dove si

dedicò a dirigere le Antichità nel Dodecaneso. Tornato dalla Grecia gli fu affidata la

Sopraintendenza alle Antichità della Campania → A Pompei riportò alla luce le case di Via

dell'Abbondanza, scavò la grande palestra nella piazza presso l'Anfiteatro, approfondì lo studio

della Villa dei Misteri e riscoprì la cinta muraria della città che era stata ricoperta dai detriti prodotti

negli scavi precedenti.

Si dedicò anche ad Ercolano che, per la difficoltà negli scavi, a parte una breve parentesi di scavo

realizzata da Fiorelli nel 1869, non era più stata scavata. Coronò il suo progetto solo nel 1927

indagando i quartieri meridionali della città e mettendo in luce le differenze urbanistiche e sociali

con Pompei. VII. Il dopoguerra: persistenze e nuove tendenze

7.1 Introduzione: Sembra che nel decennio che ha seguito la fine della II guerra mondiale

l'archeologia in Italia non abbia seguito mutamenti significativi con una rinuncia a porsi

interrogativi su metodi e contenuti che in passato avevano dato alla disciplina una certa vitalità. Il

motivo è che fino agli anni '50- '60 continuarono ad insegnare nelle università gli stessi professori

attivi durante il fascismo (R. Paribeni, Biagio Pace, Bendinelli, Anti, Giglioli) che riutilizzavano gli

strumenti acquisiti durante quel periodo.

La stessa cosa avvenne in Germania dove continuarono a tenere cattedre all'università i professori

che le avevano avute durante la repubblica di Weimar e che erano sopravvissuti al nazismo.

In Italia segni di innovazione arrivarono da Ferri e Becatti (testimone dell'apertura dell'archeologia

classica alla cultura materiale tramite gli scavi ad Ostia del giovane Carandini, vd dopo).

I veri innovatori furono, per la storia dell'arte Ranuccio Bianchi Bandinelli e, per lo scavo

archeologico, Nino Lamboglia.

7.2 Ranuccio Bianchi Bandinelli: per una nuova storia dell'arte antica: Nel 1949 Giglioli

fondò Archeologia Classica come manifesto dell'archeologia ufficiale italiana di quegli anni: si

trattava di un passo indietro nel quale veniva nuovamente proposta come accettabile l'indagine

filologica. In questo ambito Bandinelli pose le premesse per un nuovo sviluppo della Storia

dell'Arte Antica.

Nel 1950 fu pubblicata la seconda edizione di Storicità dell'arte classica in cui Bandinelli corresse

il suo tentativo (legato alla visione crociana) di definire solo il lato formale del fenomeno artistico

trascurandone il contesto d'origine. Questo processo lo portò da una storia dell'arte delle grandi

personalità → ad una storia dell'artigianato artistico → fino all'interpretazione dell'opera d'arte

come produzione di una determinata società.

Nel 1944 avendo ripreso ad insegnare a Firenze Bandinelli pubblicò A che serve la storia dell'arte

antica? La storia dell'arte per lui deve essere avvicinata al popolo e compito dello studioso è

immettere il risultato delle proprie ricerche in una corrente viva di pensiero.

1961, Archeologia e Cultura: raccolta di saggi focalizzati su tre temi principali 1. il ruolo

dell'archeologia nella cultura umanistica e nella società moderna 2. le ricerche di sintesi sull'arte

romana 3. la forma artistica nel passaggio dalla tarda antichità al Medioevo.

A partire dagli anni Trenta l'attenzione di Bandinelli andava sempre più focalizzandosi sull'arte

romana: 1959, L'arte romana due generazioni dopo Wickhoff.

Questi studi avevano avuto un contributo basilare nei Prolegomena to a Book on Roman Art di

Brendel in cui si sosteneva che la difficoltà di scrivere una storia dell'arte romana dipendesse dalla

mancanza di coerenza di quest'ultima → era contrario al modello bipolare che poi sarà proposto da

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Bandinelli a favore di un modello policentrico.

1967, Arte Plebea: per Bandinelli l'arte romana si muove su due strati diversi: uno ufficiale e

l'altro popolare → questi diventano per lui i cardini interpretativi di tutta l'arte romana. In questo

articolo il termine popolare acquisisce una connotazione marxista. Si impiegò per precisare questi

due termini: arte ufficiale = espressione del patriziato che seguiva la tradizione colta ellenistica VS

arte plebea = quella che prevaleva nella decorazione dei monumenti dei magistrati e degli ufficiali

di provincia → secondo lui è la più autenticamente romana perché si connette ai precedenti

italici e diventa una componente predominante per l'arte extra italica.

Studi recenti hanno dimostrato l'inadeguatezza di questo modello.

Un altro filone percorso da Bandinelli è quello del rapporto tra committente e pubblico.

Altro aspetto innovativo era quello di considerare la produzione figurativa in rapporto alla

strutture economiche e sociali

L'arte romana nel centro del potere (1969) e Roma. La fine dell'arte antica sono volumi sintetici

sull'arte romana che restano ad oggi insostituiti.

Nel 1956 fu chiamato alla cattedra di Archeologia e Storia dell'arte Greca e Romana di Roma,

qui pubblicò L'Enciclopedia dell'arte Classica ed Orientale che corrispondeva al suo essere un

sostenitore della necessità di divulgazione scientifica → i materiali non furono organizzati secondo

criteri classificatori ma per grandi tematiche. Veniva sottolineata anche la relazione tra il mondo

classico e quello orientale.

Bandinelli abbandonò l'insegnamento nel 1964 ma lasciò molti allievi che ebbero una grande

importanza sulla futura archeologia italiana (Coarelli, Torelli, Carandini). Il suo successore fu

Achille Adriani.

7.3 La società degli archeologi italiani: Dagli anni '60 l'archeologia acquista spazi culturali e

disciplinari più ampi. Pallottino, fondatore dell'etruscologia italiana, lamentava, su Archeologia

Classica, la mancanza di un organo ufficiale → propose che un istituto dovesse nascere

autonomamente da una spontanea volontà associativa degli stessi studiosi, suggerendo una libera

associazione degli archeologi sul modello delle societies americane con il fine dell'incontro.

All'iniziativa aderirono anche molti giovani archeologi che presentarono dei cahier di lamentele

con i provvedimenti più urgenti. Bandinelli fu favorevole all'iniziativa, secondo lui già intavolare

una discussione poteva essere un passo verso il progresso.

Nel 1964 fu istituita la SAI (=Società degli archeologi italiani) che ebbe però vita breve.

I più giovani volevano che la società indirizzasse questo nuovo organo incaricandolo in particolare

di occuparsi dei gruppi di studiosi organizzati in equipe. I più vecchi si opposero: vedevano minati

gli schemi prefissati in cui erano soliti indirizzare le loro ricerche e la loro libertà di ricerca privata.

Quando fu il momento di elaborare uno statuto per l'organo i giovani fecero la loro proposta che fu

approvata dall'assemblea ma dichiarata non valida dal consiglio direttivo → il consiglio diede le

dimissioni e su 124 partecipanti 102 abbandonarono la SAI.

7.4 I dialoghi di archeologia: tra i giovani che avevano battagliato nella SAI vi erano alcuni

allievi di Bandinelli che gli proposero di dar vita a una pubblicazione periodica nella quale

difendere le loro posizioni. → nel 1967 nasce la rivista Dialoghi di Archeologia il cui principio

basilare era l'interdisciplinarità con studiosi di filologia, storia etc. (N.B. l'apertura ad altre

discipline non significava apertura verso altre metodologie, ma era comunque un inizio). Durante

gli otto anni di direzione di Bianchi Bandinelli il proposito fu mantenuto poi, lasciata in eredità ad

alcuni suoi allievi (Carandini, Torelli, Ida Baldassarre) decadde a causa delle divergenze

metodologiche.

7.5 Il dibattito sul metodo dello scavo: Dall'inizio del '900 in Europa circolavano opere sul

metodo dello scavo. Già nel 1938 un archeologo finlandese Tallgren affermava che l'archeologia

20

doveva cessare di basarsi sullo studio di oggetti e di forme per diventare scienza economica, sociale

e storica. In Italia non era immaginabile. L'unico esempio veniva dagli scavi di Boni che però non

erano mai stato esplicitati con un opera scritta e si continuava a scavare con un metodo empirico.

Lo scavo era ancora visto come uno strumento per liberare il monumento e recuperare gli oggetti,

anche più umili, ma senza approfondire il rapporto tra l'oggetto e la terra che lo ricopre.

Tra il 1910 e il 1923 Spinazzola aveva condotto scavi in Via dell'Abbondanza a Pompei. Nel

capitolo iniziale sulla pubblicazione degli scavi, Metodi e metodo dello scavo, mostrava già una

sensibilità per la stratificazione dell'età moderna anche se sembra che non ritenga il metodo

stratigrafico adatto per il mondo classico. Lo stesso Maiuri, che si era precedentemente occupato di

Pompei, era intervenuto nel dibattito sul metodo di scavo → secondo lui il metodo stratigrafico va

distinto a seconda che si scavino edifici o si intervenga nel sottosuolo → è convinto che non sia

necessario scavare stratigraficamente il monumento. Tuttavia questo dibattito non fu recepito su

larga scala.

Qual era allora la coscienza di uno scavo archeologico? Era allora possibile trovare in Italia

un metodo di scavo più moderno? Un esempio, anche se isolato, fu quello di Nino Lamboglia.

Nel 1950 pubblicò Gli scavi di Albintimiluim con riferimento ai lavori condotti tra il '38 e il '40.

Lo scavo di Ventimiglia era stato presentato come il primo tentativo di studiare per fasi una città

romana e nel suo autore c'era la consapevolezza che l'estensione dello scavo stratigrafico, fino ad

allora utilizzato per la preistoria in contesti extraurbani, a contesti urbani di epoca romana avrebbe

prodotto grandi progressi.

Aspetti importanti secondo Lamboglia: rapporto tra strati e strutture e tra strati e materiali;

presenza dell'archeologo sullo scavo; documentazione grafica accurata ed immediata;

classificazione analitica del materiale ceramico → richiedeva una specializzazione ulteriore già a

livello accademico per i giovani archeologi sebbene lo stesso ambiente accademico guardasse con

ritrosia a Lamboglia. Poté tuttavia condurre uno scavo didattico alla Curia dove riscavò le fosse

create nel 1937 quando fu recuperato l'antico edificio con la distruzione della chiesa sovrastante.

Un secolo dopo Fiorelli e la sua battaglia per la Scuola di Pompei l'archeologia italiana era ancora

ferma al pregiudizio che fosse impossibile spiegare il metodo di scavo secondo norme precise.

Questa teoria fu ampiamente confutata alla fine degli anni '70 da Edward Harris con i suoi

Princples of archaeological stratigraphy (1979).

21

VIII. Archeologia del mondo classico come sistema aperto

8.1 Le diverse facce del poliedro: Bianchi Bandinelli cominciò, alla sua epoca, a sentire

minacciata al storia dell'arte, che egli considerava l'espressione più alta della cultura umanistica.

Una delle cause principali, secondo Bandinelli, era la scissione tra archeologia a storia dell'arte che,

soprattutto nell'Unione Sovietica, aveva generato l'applicazione della teoria marxista. Secondo lui i

principi del marxismo non possono essere applicati passivamente ma devono essere sviluppati in

maniera creativa (ndr. l'interpretazione storicista della teoria di Marx la storia è considerata da un

punto di vista immanente come autoliberazione dell'uomo attraverso la razionalizzazione

progressiva del proprio rapporto con la natura. La logica con cui questa verità si rivela nella storia è

per lo più vista come compresenza e funzionalità reciproca di progresso e rovina […] ).

Questa riflessione lo portò comunque a nuove considerazioni come attribuire una nuova importanza

al committente dell'opera d'arte oltre che al produttore.

Il saggio Il cratere di Derveni (1975) può essere considerato il testamento scientifico di

Bandinelli, qui si trova la definizione di opera d'arte come poliedro: “Ogni faccia del poliedro

rispecchia un particolare elemento (sociale, economico, politico) che è componente del tutto.

Ciascuna faccia è subordinata all'insieme ma allo stesso tempo determinante per il tutto”.

Il passo successivo sarebbe stato considerare la stessa arte come una faccia del poliedro che era la

società. → il manufatto artistico è un mezzo per la comprensione di una società ma non può essere

considerato il suo unico prodotto.

8.2 Le archeologie del futuro: Queste idee che Bandinelli lasciò incompiute furono riprese e

migliorate da alcuni suoi allievi negli anni '70.

Il più importante è Andrea Carandini che da alcuni anni lavorava agli scavi di Ostia e affermò di

essersi reso conto, durante gli scavi, che i manufatti più umili davano informazioni sulla storia

economica e sociale di Roma alla pari delle opere d'arte. Questi lavori convinsero lo stesso

Bandinelli che l'archeologia non poteva più essere concepita principalmente come storia dell'arte,

ma come disciplina storica, che poteva aiutare a risolvere in maniera decisiva problemi della storia

economica e sociale romana. Tentò addirittura di creare una cattedra di Industria artistica Greca e

Romana all'università di Roma. Nel 1973 Bandinelli tenne una conferenza all'Accademia dei

Lincei, L'archeologia come scienza storica, in cui mostrò la consapevolezza dell'importanza dello

scavo archeologico come strumento per la conoscenza del mondo antico sul modello degli scavi

preistorici e della necessità di ricostruire e interpretare anche il minimo oggetto ritrovato. Si trattava

del riconoscimento del lavoro nato empiricamente nello scavo delle Terme del Nuotatore di Ostia

Per apprendere le tecniche basilari di scavo era necessario recarsi a Bordighera presso l'Istituto di

Studi Liguri fondato da Lamboglia.

Dopo l'esperienza di Ostia, Carandini e un gruppo di giovani studiosi si recarono a Cartagine per

condurre scavi in comunione con numerose équipes internazionali → fu l'occasione per misurare il

livello della ricerca italiana. Importantissimo fu l'incontro con Hurst della scuola inglese.

Carandini si discostò dagli altri allievi di Bandinelli e dall'insegnamento del maestro affermando

che non si poteva studiare la produzione artistica di una popolazione pretendendo che

coincidesse con la storia totale ma che andasse considerata in un contesto più ampio. →

andava considerata la cultura materiale per la quale erano necessari mezzi d'indagine differenti da

quelli propri della storia dell'arte → Abbandono dello studio delle ricerche storico- artistiche a

favore degli oggetti della cultura materiale.

In Archeologia e Cultura Materiale Carandini partì dalle ultime posizioni di Bianchi Bandinelli e le

sviluppò in senso radicale → nella pubblicazione dello scavo di Settefinestre mise sullo stesso

livello i reperti relativi agli studi sui rifiuti degli schiavi e quelli relativi agli affreschi → l'ordinario

e l'”importante” vennero messi sullo stesso piano facendo del primo l mezzo per conoscere il

22

contesto di produzione del secondo.

Altri allievi di Bandinelli furono:

Coarelli: ripartendo dalle riflessioni di Bandinelli sul rapporto tra arte e società approfondì il

rapporto tra committente e destinatario, scrisse anche saggi basilari sulla topografia antica di Roma

Torelli:si dedicò allo studio della mentalità della classe aristocratica etrusca attraverso un serrato

confronto tra dati antiquari, archeologici ed epigrafici.

8.3 Forme visive e loro interpretazione in archeologia (iconografia): Gli studi più antichi

sull'iconografia della statue tentavano di identificarvi questo o quel personaggio storico MA i

ritratti non vengono esaminati come strumento di conoscenza della società antica.

Primi studi in questo senso possono essere rintracciati negli ultimi anni dell'800 con Kekulè, Riegl e

Carl Robert.

In Italia per lo più la questione dell'immagine verteva su qualità, stile e struttura e il problema

iconografico esisteva solo da un punto di vista evolutivo dal periodo arcaico al tardo impero

romano, senza tenere in considerazione il contesto. Sebbene Bandinelli non avesse simpatie per gli

studi iconografici fu proprio la lettura marxista dell'arte romana, in cui ogni prodotto d'arte era

considerato come prodotto di una determinata classe sociale, a creare le premesse per un

cambiamento di prospettiva in questo senso.

Es. L'arte augustea era studiata proprio per il suo classicismo. Bandinelli considerò invece il

classicismo augusteo come espressione e propaganda di un programma politico → Negli anni

Settanta uscì Augusto e il potere delle immagini di Zanker in cui vengono analizzate le arti

figurative come strumento del potere e la rappresentazione grafica non come rappresentazione della

realtà ma come manipolazione di essa. Oltre a committente e destinatario vanno analizzati altri

aspetti come la scelta delle immagini, il luogo di esposizione e la ricezione.

Jas Elsner in The Art of the Roman Viewer accentua il ruolo degli spettatore che contribuiscono

con i loro differenti sguardi a modificare la natura stessa dell'immagine.

Hölscher in Il linguaggio dell'arte romana, un sistema semantico afferma che l'arte fgurativa

romana prende i suoi modelli dal repertorio greco e li impiega secondo le sue necessità ormai

svincolati dal loro significato originale.

→ questi nuovi orientamenti hanno permesso di sviluppare anche un nuovo ambito di studi per la

statuaria romana e per inquadrare le sculture romane non più solo come copie di originali greci.

In Francia gli studiosi andavano invece concentrandosi sullo studio iconografico della pittura

vascolare in relazione agli studi di Vernant. Egli non era un archeologo ma un antropologo che per

i suoi studi si circondò di giovani archeologi a cui diede la sua impostazione. Ci si rese conto che le

pitture sui vasi attici di VI e V secolo non sono solo una decorazione, ma il risultato della

concezione mentale dell'artista delle attività divine, umane ed eroiche. → le immagini non sono più

considerate né soggetti da cui attingere informazioni per curiosità antiquarie né rappresentazioni

realistiche, ma l'interpretazione della realtà da parte dell'artigiano.

In Italia S. Settis ha dato contributi basilari alle ricerche iconografiche dell'arte romana con La

Colonna Traiana (1988).

8.4. L'archeologia urbana come storia totale: Gli scavi di Roma nell'800 si sono sempre

concentrati i luoghi topici come il Foro, ma l'archeologia non aveva mai affrontato l'analisi di una

realtà urbana complessa e stratificata.

Il primo e più importante esempio in questo senso fu lo scavo della Crypta Balbi di Daniele

Manacorda nel 1981.

La Crypta Balbi era un grande isolato affacciato su via delle botteghe oscure dove era collocato il

cosiddetto Teatro di Balbo.

Manacorda fu il primo archeologo classico a non curarsi più solo delle fasi classiche ma ricostruì la

storia dell'intero settore dall'età repubblicana all'800 senza priorità per alcun periodo → storia

23

totale. La pubblicazione degli scavi segna un passo avanti rispetto ad Archeologia e Cultura

Materiale di Carandini poiché la cultura materiale considerata non è più solo quella del mondo

antico ma tutta. L'area è stata musealizzata.

Fasi mostrate dagli scavi: 1) come si presentava Campo Marzio prima che Roma fosse stabilmente

popolata 2) La costruzione del teatro di Balbo col suo portico 3) la decadenza tra V ed VIII secolo

con l'apparizione di un edificio ecclesiastico 4) la creazione del paesaggio medievale dal IX secolo

5) il cinquecentesco conservatorio di Santa Caterina.

Si aprì un nuovo capitolo → negli ultimi anni sono stati recuperate dal foro anche testimonianze

medievali.

Per volontà della sopraintendenza di Roma furono aperti molti scavi di questo tipo, anche per

sperimentare l'introduzione dell' U.S (Unità stratigrafica) introdotta per la prima volta nello scavo di

Settefinestre.

L'U.S fu nel 1984 ufficialmente acquisita come norma da parte dell''Istituto centrale per il Catalogo

e la documentazione.

8.5 L'archeologia della Grecità Occidentale: in questo periodo vi fu un'impennata di interesse

nei confronti della Magna Grecia e della Sicilia soprattutto grazie all'attività di Paolo Orsi.

Decisivo fu il rapporto di quest'ultimo con Umberto Zanotti Bianco che giunse in Calabria nel

1909 per aiutare i terremotati ma dopo l'incontro con Orsi si avvicinò all'archeologia ritenendo

necessaria una tutela dei monumenti del passato del meridione per il suo sviluppo. → nel 1920

fondò la Società Magna Grecia. Nel 1932 iniziarono gli scavi alla ricerca di Sibari che fu

identificata con l'area del Parco del Cavallo, venne anche riportato alla luce il complesso del

santuario di Era noto dalle fonti alla foce del fiume Sele.

L'archeologia della Magna Grecia assunse una propria autonomia con la nascita dei Convegni di

Studio sulla Magna Grecia organizzati annualmente dal 1961. Gli atti pubblicati rappresentano un

importante strumento di studio.

Fra le scoperte più importanti vi sono quelle relative all'urbanistica di Paestum scaturite dallo scavo

del Foro dove vi è una stratificazione che va dal VI a.C alla tarda età imperiale.

Il dibattito odierno si focalizza soprattutto sulle relazioni tra Greci e non Greci e le modifiche che

l'arrivo dei Greci ha innescato sulla società.

8.6 Spolia: le ricerche sulla memoria dell'antico: Un libro pionieristico in questo ambito fu

La survivance des dieux antiques. Essai sur le role de la tradition mythologique d'ans l'humanisme

et dans l'art de la Renaissance di Seznec.

In Italia si sono diffusi dagli anni Ottanta, grazie a Salvatore Settis e alla sua raccolta di saggi

Memoria dell'antico nell'arte italiana (1984- 86) gli studi sulla sopravvivenza dell'antico, non solo

per quello che riguarda il reimpiego di materiale classico in edifici o per il collezionismo, ma anche

nell'ambito dell'ideologia legata all'uso del classico.

Nella raccolta di Settis vi era la volontà di collegare le competenze di archeologi e storici dell'arte

medievali e moderni.

Altri importanti contributi sono quelli di Pensabene e Spolia. Uso e Reimpiego dell'antico dal III

al XIV sec. (1995) di Lucilla de Lachenal. 24


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in studi storico-artistici
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ariannapicistrelli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia e storia dell'arte greca e romana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Barbanera Marcello.

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