Marcello Barbanera: Storia dell'archeologia classica in Italia dal 1764 ai giorni nostri
Cap. I Dall'antiquaria all'archeologia
Gli scavi di Ercolano e Pompei
Pompei fu ricoperta da uno strato di cenere e lapilli mentre Ercolano da materiale vulcanico trasportato da acqua insieme a fango che formò uno strato tufaceo di circa 20 m. L'interesse si accese quando nel XVIII secolo alcuni ritrovamenti furono fatti in seguito allo scavo di un pozzo da parte di un contadino. Il materiale fu acquistato dal principe di Sassonia la cui figlia sposò Carlo III di Borbone, Re di Napoli.
Nel 1738 Carlo III affidò l'incarico di praticare pozzi a sterro ad Ercolano a De Alcubierre, circa dieci anni dopo partirono, ad opera dello stesso, i primi scavi a Pompei. Nel trentennio successivo furono scavate le ville nei pressi di Stabia. Essendo state seppellite in piena attività offrivano una testimonianza della vita romana in tutti i suoi aspetti.
Tuttavia l'esecuzione degli scavi con la tecnica delle gallerie precluse la conoscenza della topografia della città. Gli oggetti ritrovati furono destinati a decorare le dimore del sovrano. Per evitarne il furto fu proibito farne disegni o prendere appunti, attività che veniva svolta di nascosto. Il metodo fu fortemente criticato dalla scuola illuminista, soprattutto riguardo alla scarsa considerazione dei materiali di minor valore artistico e per il distacco e la resecatura dei dipinti per essere esposti in cornici all'interno del palazzo. Ercolano e Pompei divennero meta del Grand Tour.
Il monumento in contesto: la percezione delle rovine nel paesaggio
Nella seconda metà del '700 si affermò l'esigenza della presa visione diretta dei monumenti. Nasce il "Viaggio Pittoresco" dove il turista-studioso si proponeva di riprodurre ciò che vedeva con precisione. Inoltre si sviluppò la percezione concreta del monumento storico non più isolato ma presentato nel suo contesto, con un contorno naturalistico.
Gianbattista Piranesi
In Antichità Romane (1750-56) del Piranesi i resti dei monumenti romani antichi vengono tecnicamente rilevati con precisione e, insieme, proiettati in una dimensione di esaltazione artistica. L'opera fu redatta partendo dalle fonti scritte (soprattutto trattatisti come Frontino).
Il Piranesi stabilì alcuni principi dell'archeologia moderna: un monumento non è costituito da una semplice superficie decorata ma il risultato di un sistema di proporzioni tra fondamento, elevato, tecnica costruttiva eccetera. Inoltre, andava controcorrente poiché in un periodo di filogrecismo generalizzato difendeva l'architettura romana.
I Visconti
Nella seconda metà del XVIII secolo emersero due figure dall'antiquaria italiana, padre e figlio, Giambattista Visconti ed Ennio Quirino. Giambattista sostituì Wincklemann come Commissario Pontificio delle antichità. Fu attivo nel dibattito su originali-copie tacciando come copia il Discobolo trovato nel 1781 sull'Esquilino. La sua opera principale (forse redatta da lui, forse dal figlio) fu il Museo Pio-Clementino nel quale proponeva un compromesso riguardo la questione delle copie: erano sì copie ma di alta qualità, non meccaniche imitazioni.
Il museo Pio-Clementino: un esempio di nuova museografia
Voluto da papa Clemente XIV e dal suo successore Pio VI come istituzione aperta al pubblico fu curata dagli stessi Visconti. Vi si collocarono tutti i nuovi ritrovamenti, mentre i più belli andavano nelle biblioteche pontificie. Successivamente il tutto si ricollocò nella Villa del Belvedere edificata nel XV secolo in una lunga galleria, fornendo anche un inquadramento architettonico di alta qualità. La migliore organizzazione fu quella ad opera di Simonetti il quale risistemò il cortile del Bramante collocando le opere in una cornice architettonica che ricordava le grandi ville di Ercolano e Pompei che stavano allora venendo alla luce.
Con la Rivoluzione Francese fu proclamato il diritto di tutti di poter visitare i musei in nome del loro ruolo nel sistema educativo statale. La questione si complicò quando Napoleone razziò in seguito al trattato di Tolentino (1797) i beni italiani (e non solo) e li ricollocò secondo una nuova impostazione museale: il museo di deposito, dove le opere d'arte sono esposte strappate ai loro contesti originari. Il curatore del creatosi Musée de Napoleon fu proprio Ennio Quirino, che si trovava come fuggiasco in Francia.
La pratica fu criticata da Quatremère de Quincy Lettres a Miranda sur le déplacement des monuments de l'art de l'Italie.
Wincklemann vs Ennio Quirino Visconti
Ennio Quirino era stato sottoposto dal padre fin da adolescente ad un sistema di apprendimento mnemotecnico che gli aveva permesso di padroneggiare un vasto repertorio di immagini e uno straordinario elenco di nozioni storiografiche → analizzò le testimonianze del mondo antico come se fossero prove di una storia da ricostruire senza pretendere come Wincklemann di raggiungere un risultato assoluto → la storia dell'arte passava da un rigido sistema filosofico (Wincklemann) ad un sistema aperto in cui gli oggetti d'arte potevano essere sottoposti ad una verifica continua.
Come mai la sua notorietà fu eclissata?
- Da alcuni non fu perdonato il tradimento degli ideali rivoluzionari quando passò alla direzione del museo di Napoleone.
- Lo stile e la lingua della sua opera, scritta in francese con un ductus meno estetico di quella del Wincklemann.
- Le vicende del Wincklemann avevano portato ad una sua eroizzazione, quelle del Visconti erano semplici vicende borghesi.
- L'opera di Wincklemann uscì, con il suo ideale di arte che diviene una sorta di rivelazione, in un'epoca in cui la Germania stava cercando il suo modello e lo trovò nella Grecia Antica.
Carlo Fea (1753-1836)
Assistente di Ennio Quirino Visconti, fu commissario delle antichità pontificie dal 1800 alla morte. Sotto la sua supervisione a Roma furono realizzate opere importanti come il restauro dell'Arco di Tito, gli scavi nel Colosseo, attorno alla colonna Aureliana, agli archi di S. Severo, al Pantheon eccetera.
È importante per il suo essersi dedicato ad un editto, nel 1802, che voleva tutelare i beni archeologici romani dalla compravendita dei ricchi che giungevano a Roma per il Grand Tour → stabilì che ogni proprietario dovesse redigere un elenco dei suoi beni e consegnarli all'ufficio del camerlengo per un controllo → si passò dalla considerazione di opera d'arte come proprietà privata a quella di opera d'arte come bene pubblico. Questa legislazione fu ripresa anche dall'Italia Unita.
L'arrivo dei marmi del Partenone a Londra
Nel 1799 Lord Elgin fu nominato ambasciatore inglese presso l'impero Ottomano. L'architetto neoclassico Thomas Harrison gli consigliò di sfruttare la sua posizione per ottenere calchi dei marmi da portare a Londra. Una volta disposte le impalcature l'Acropoli fu resa inaccessibile per ragioni militari → Elgin si procurò un decreto firmato dal sultano per prendere direttamente i marmi. Nel 1803 i marmi erano pronti a partire per Londra, ma Elgin vi poté tornare solo nel 1807 (fu fatto prigioniero da Napoleone) quando organizzò l'esposizione che diede il via al dibattito. Gli artisti furono entusiasti mentre gli eruditi arrivarono a considerarli copie dovute ad un restauro di età romana.
Elgin decise di aver bisogno di un parere autorevole → Chiamò Ennio Quirino Visconti che nel 1814 giunse a Londra ed argomentò a favore di Elgin. La sua opinione fu appoggiata anche dal Canova. → I marmi furono acquistati ed esposti al British Museum divenendo l'incarnazione dei capolavori greci assoluti e superando le sculture conosciute fino ad allora.
Marmi a colore, i ritrovamenti di Egina
Nel 1811 vennero scoperti da britannici e tedeschi i resti di quelli che il Furtwängler identificò successivamente come il tempio di Atena Aphaia indicato da Pausania. Le statue rivelarono agli scultori la scultura arcaica (detta tusca per le somiglianze con quella etrusca) e alcune tracce di policromia. Quella della policromia delle statue greche non era affatto un'opinione comunemente accettata sebbene se ne fossero riconosciute altre tracce, i principi del classicismo restavano ancorati ai candori dei marmi antichi e si tendeva a liquidare la questione considerando la policromia come un fatto che aveva riguardato sì la scultura greca ma solo quella arcaica.
Il dibattito era scaturito dalle statue crisoelefantine con il Quatremère de Quincy con il Le Jupiter olympien (1814). Ulteriore materiale fu apportato dai templi greci dell'Italia meridionale, ad esempio a Metaponto vennero messe in luce frammenti architettonici di terracotte. Fu lo stesso Furtwängler, in relazione al tempio di Atena Aphaia ad Egina, ad inserire per la prima volta nella storia dell'arte greca il concetto di policromia.
Cap. II Lo studio dell'antichità in Italia fino all'Unità
Alterumwissenschaft; la nascita della scienza dell'antichità in Germania
All'inizio dell'800 in Italia mancava un sistema politico e quindi culturale centralizzato come quello che si diede la Germania dopo il Congresso di Vienna. In Germania si decise di strutturare lo studio dell'antichità come scienza. Al contrario però l'Italia, differentemente dagli altri paesi, si trovò dapprima ad avere a che fare con gli ambiti della tutela e della conservazione nei quali sviluppò un carattere di grande concretezza.
Fu tradotta da Fea l'opera di Wincklemann e integrata col catalogo viscontiano. Inoltre la teoria del rapporto diretto con l'opera portato avanti da Piranesi favorì l'affermazione degli studi topografici. In Germania aveva avuto grande influenza la triade Wincklemann, Von Humboldt, Wolf.
Wolf: fu a capo di un gruppo di intellettuali che si prefiggeva l'universalizzazione della cultura greca nell'educazione aristocratica. La sua concezione mirava alla conoscenza totale dell'antichità tramite le fonti scritte per la cui esegesi era necessaria la conoscenza di almeno 24 discipline, dalla grammatica alla geografia.
Von Humboldt: rafforzò il filellenismo sotto l'aspetto politico-istituzionale. Fece dello stato prussiano il promotore di un'educazione ideale nell'ambito del classicismo e fondò l'Università di Berlino contribuendo ad elevare il ruolo della facoltà di filosofia stabilendo il primato delle scienze umanistiche sulle naturali facendo della filologia classica il perno della nuova istituzione accanto alla fondazione di musei, cattedre universitarie e istituti di archeologia.
Fu fondato nel 1828 anche l'Istituto di Corrispondenza Archeologica di Roma il cui animatore fu Gerhard secondo l'idea di creare un istituto internazionale sotto la cui egida pubblicare le scoperte archeologiche più rilevanti.
Antonio Nibby
Allievo di Lorenzo Re lo succedette nell'insegnamento di archeologia all'Università di Roma. Re, titolare della nuova cattedra di archeologia istituita dalla consulta nel 1810, integrava l'insegnamento in aula con lezioni di archeologia pratica, viaggi, osservazioni dirette dei siti e il diretto contatto col monumento. Nibby, estimatore di Piranesi, progettò un'opera maestosa sullo sviluppo degli studi archeologici e topografici a Roma a partire dal XV secolo biasimando sia gli eruditi, che non avevano integrato le fonti senza autopsia, sia gli architetti, che avevano ignorato le fonti.
L'opera uscì, sebbene ridotta rispetto al progetto iniziale, nel 1830. Interessante il terzo capitolo sull'orografia e il sistema idrografico di Roma, lo sviluppo delle mura e del pomerio e il quarto sulla topografia delle regiones nel quale, opponendosi a Fea, identificò il tempio della pace come la Basilica di Costantino (di Massenzio). Come Piranesi, Nibby non si ferma alla facciata dei monumenti ma ne analizza mezzi di costruzione, le piante, analizza la rovina per individuarne la forma originaria. Era convinto della necessità di dotare gli studi archeologici di una precisa carta topografica e di superare il solo studio delle fonti scritte con la presa visione diretta dei monumenti.
Il dibattito sugli originali e sulle copie; l'archeologia filologica
All'inizio dell'ottocento si diffuse la convinzione che le statue presenti nei musei fossero copie di età romana → occorreva setacciare il corpus delle fonti per individuare gli originali. Emil Braun riconobbe l'apoxymenos di Lisippo, Friederchs il Doriforo di Policleto. Si cominciarono a raccogliere statue attorno al nome di un artista reso famoso dalle fonti cercando di ricostruirne la personalità. Questa ricerca si chiamava Meisterforschung. Ed ebbe il suo sigillo nell'opera del Brunn “La storia degli artisti greci” in cui si traspone il metodo del lavoro filologico dalle fonti scritte all'opera d'arte.
Metodo dell'archeologia filologica: gli studiosi usavano le fonti per costruirsi un'immagine mentale dell'opera e cercavano di ricostruire, tramite le repliche, quella che fosse, secondo loro, più fedele all'originale combinando spesso le parti ritenute migliori fra sculture differenti. Ciò ha determinato una certa disinvoltura nelle attribuzioni.
Chi si spinse più oltre fu Furtwängler in I capolavori della scultura greca in cui applicò il metodo comparativo su tutte le copie romane e giunse ad attribuzioni per la quasi totalità delle opere a tutti gli scultori greci menzionati nelle fonti letterarie → su queste attribuzioni soggettive basò anche uno sviluppo della scultura greca. Il suo metodo si basava sulla cd. Connoisership ovvero quella pratica per la quale sulla base della propria vastissima conoscenza si può valutare arbitrariamente un lavoro d'arte.
L'archeologia istituzionale in Italia prima dell'unità
La frammentazione politica dell'Italia comportò la disorganicità del patrimonio legislativo che regolava il patrimonio artistico italiano.
Il Regno di Sardegna
Il Regno di Sardegna aveva un sistema legislativo fra i più arretrati nel settore delle antichità. Dal 1832 Carlo Alberto aveva creato una Giunta di Antichità e Belle Arti a Torino ma la mancanza di finanziamenti la aveva limitata fortemente. Una cattedra di Archeologia fu creata solo nel 1860. Nel 1831-32 nacque il Museo Egizio di Torino. A Cagliari fu creato un Gabinetto archeologico grazie alle donazioni di Carlo Felice già nel 1800 che proibiva gli scavi senza consenso ma le regole non erano rispettate.
Regno Lombardo-Veneto
A Milano i reperti archeologici erano conservati presso la Pinacoteca di Brera. Più importante fu il ruolo di Pavia dove dal 1819 era presente una cattedra di antiquaria affidata ad Aldini → È il più antico istituto archeologico in senso moderno. Anche a Padova fu istituito l'insegnamento di archeologia nel 1819 ma la cattedra restò vacante per 80 anni quando la prese Gherardo Gherardini. Inoltre a Padova vi era una collezione archeologica fondata nel 1825 che divenne poi il Museo Estense. Il passaggio alla dominazione austriaca segnò un miglioramento poiché nel 1850 fu istituita a Vienna una Commissione Imperiale per lo studio e la conservazione dei monumenti storici ed artistici il cui regolamento per la nomina dei conservatori anticipa la figura dell'Ispettore inserita nel 1875.
Ducati di Parma e Modena
A Parma Filippo di Borbone aveva finanziato dal 1760 scavi nella zona dove era stata trovata la Tabula alimentaria traianea che consentirono di rintracciare la basilica forense → l'importanza delle scoperte rese necessaria la nomina di un direttore. Poi del 1869 fu iniziato un restauro dei monumenti curato dal Pigorini.
Granducato di Toscana e ducato di Lucca
Pietro Leopoldo nel 1780 concesse nuovamente gli scavi senza licenza e il possesso dei reperti ritrovati, la situazione rimase di fatto invariata fino al 1859 mostrando il disinteresse per i beni archeologici di questo stato in cui l'Accademia di Belle Arti di Firenze si occupava solo del patrimonio storico artistico e non di quello architettonico. A Lucca al contrario i Borbone crearono nel 1819 la creazione di una Commissione per la conservazione dei monumenti e delle Belle arti che promuoveva il censimento dei beni storico artistici, soprattutto dei quadri.
Lo stato Pontificio
Lo stato pontificio fu precoce nella legislazione sulle antichità. Paolo III nel 1534 istituì un commissario Pio VII fece stendere da Fea il Chirografo che fu di fatto ripreso dall'editto Pacca nel 1820 che restò in vigore fino a dopo l'unità d'Italia quando nel 1909 venne applicata la legge statale. L'editto Pacca: il Camerlengo era l'autorità maggiore, da lui dipendeva una commissione composta da un ispettore delle pitture, un commissario delle antichità, un professore di scultura e uno dei professori di architettura dell'Università di San Luca. La più importante attività archeologica sotto lo stato della chiesa venne svolta in Romagna grazie al conte Gozzadini.
Il Regno delle Due Sicilie
Carlo III già nel 1775 emanò norme per la tutela del patrimonio. Per l'esportazione dei beni occorreva il benestare di tre figure che si occupavano rispettivamente di monete, sculture e pitture. Figura importante è quella di Michele Arditi che divenne direttore del museo di Napoli e fece riprendere gli scavi a Pompei. Tuttavia continuarono gli scavi di rapina e il trafugamento di opere tanto che furono chiusi tutti gli scavi, sia ufficiali sia privati e fu proibita definitivamente l'esportazione. Dopo il congresso di Vienna si dotarono di una legislazione simile all'editto Pacca ma redatto in forma migliore dal punto di vista giuridico.
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