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Riassunto esame Archeologia delle province romane, prof Musso, libro consigliato Roma e il suo impero, Scheid

Riassunto per l'esame di Archeologia delle province romane, basato sullo studio autonomo del testo consigliato dal docente Musso: "Roma e il suo impero. Istituzioni, economia, religione", di François Jacques, John Scheid. Scarica il file in PDF!

Esame di Archeologia delle province romane docente Prof. L. Musso

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Roma e il suo impero

Capitolo I – Dal princeps all’imperatore

L’oligarchia senatoria sillana non risolse i grandi problemi politici, sociali ed economici di Roma, stessa cosa per il

problema degli Italici che erano stati integrati nella cittadinanza con la legge Plauzia Papiria (89aC) e nei comizi vi era

quindi un numero rilevante di cittadini, i più visti dall’elite romana ancora come sudditi.

Silla aumentò i magistrati inferiori con l’integrazione progressiva dell’elite italiche, alcuni si imposero con atti di forza, altri

si appoggiarono al tribunato della plebe (restaurato dopo silla).

Dopo il fallimento Sillano, l’elite assistette impotente a Pompeo, Crasso, Cesare, nel 49aC cedettero in favore di

quest’ultimo. Cesare non aveva un progetto politico globale o un desiderio assoluto nel 49aC, egli avviò un programma

di riforme ambiziose. Dopo la morte di Cesare l’elite senatoria si limitò a venire a patti con Marco Antonio, Lepido e

Ottaviano. Questi tre si imposero in Italia facendo ratificare gli atti di Cesare e facendolo divinizzare. Infine dopo Filippi

l’elite tradizionalista abbandonò la scena politica romana.

Marco Antonio ricostruì la configurazione delle province e dei regni alleati in Asia Minore e vicino Oriente.

Ad Ottaviano Marco Antonio affidò compiti ingrati quali le distribuzioni di terra ai veterani smobilitati.

Tra 43-38aC nuova guerra sociale, Ottaviano era sostenuto dall’affetto delle truppe cesariane e dell’elite italiche e riuscì

a riportare la pace e il consenso nell’elite e la fine delle guerre, delle proscrizioni, dei tributi eccezionali dedicandosi alla

restaurazione della res publica, che si prolungò fino al 14dC.

Il nuovo equilibrio istituzionale si organizzava poco per volta dopo numerosi tentativi.

1. La creazione del principato da parte di Augusto

Il primo approccio della nascita e natura del principato: si definì il quadro guiridico della posizione del principe e

dell’esercizio dei suoi poteri (dal punto di vista del diritto pubblico).

Secondo Mommsen, il principato è il risultato della volontà popolare rivoluzionaria; la posizione del principe è quella di

un magistrato straordinario legittimato dalla sovranità popolare; dal punto di vista formale il governo della res publica non

era concepito come una monarchia ma come una diarchia, cioè le responsabilità sono divise tra principe e senato; il

principato si evolve verso la signoria quando l’imperatore diviene una fonte sovra legale del diritto e un padrone

assoluto.

La teoria di Mommsen ha dato origine a due teorie: (1) l’impero come una dittatura militare, mix tra potere monarchico

effettivo e quadro istituzionale repubblicano, il principe governa con diktat e oscuri disegni più che con il ricorso ai poteri

che gli sono stati legalmente conferiti, secondo von Premerstein Augusto si sarebbe fatto affidare gli incarichi di cura e

tutela della res publica, dai quali avrebbe tratto tutti i suoi poteri civili e militari, quindi il principato sarebbe un regime

assoluto mascherato, la cui facciata repubblicana sarebbe solo un inganno; (2) la seconda teoria riabilita il punto di vista

mommseniano, pur rifiutando di considerare che tra repubblica e principato ci fosse soluzione di continuità, Bleicken ha

ricordato che l’ordine costituzionale consisteva in regole di diritto pubblico accompagnate da un insieme di costumi.

Repubblica restaurata: restaurare la res publica consisteva nel ristabilire le regole di diritto pubblico e nel lasciare spazio

ai costumi che ad esse erano legati, non nel rimettere ogni potere nelle mani del senato. Secondo Bleicken la

restaurazione augustea interessava l’elite politica senatoria ed equestre e la funzione del popolo. Il nuovo ordine

pubblico augusteo era una reale continuazione del sistema politico repubblicano, completato da un elemento nuovo: i

privilegi concessi per via legale al princeps e le regole nuove che ne derivavano. Augusto introdusse principi istituzionali

della tarda Repubblica quali: elezioni e legislazione popolari, l’estrazione a sorte dei proconsoli, l’amministrazione diretta

delle province da parte del senato, i limiti temporali e della collegialità dei poteri anche per il principe stesso.

NEW: venne sottratto al consolato l’imperium militiae riservato esclusivamente ad Augusto.

[L’età triumvirale 44-28aC] -> furono anni di atti di forza e adozione dei poteri eccezionali e privilegi. Le elezioni furono

turbate e controllate dai triumviri, le decisioni importanti strappate al senato con le minacce. Nel 43aC il senato accordò

a Ottaviano un imperium di propretore, accompagnato dalle insegne consolari, dal diritto di sedere in senato fra i

questori, di prendere la parola e di votare con i consolari, nonché quello di poter aspirare al consolato dieci anni prima

dell’età legale.

Dopo la battaglia di Modena, i due consoli in carica morirono, quindi Ottaviano si fece eleggere console con Q. Pedio e il

suo primo atto di governo fu far votare la lex curiata che confermava la sua adozione da parte di Cesare; Pedio invece

con la legge Pedia ricercava e puniva gli assasini di Cesare.

A Bologna, Marco Antonio, Lepido e Ottaviano si incontrarono e si divisero il potere con il titolo di tresviri rei publicae

constituendae (triumviri incaricati della costituzione della res publica), richiamandosi alle dittature di Silla e Cesare.

Sempre nel 43aC il plebiscito del tribuno della plebe P.Tizio conferì valore legale al triumvirato per una dittatura di cinque

anni, avevano un potere uguale a quello dei consoli, quasi illimitato, per la restaurazione della res publica. I triumviri

avevano anche il diritto di proporre candidati alle magistrature per i cinque anni successivi e di consultare il senato. Ad

Antonio vennero affidate la Gallia Cisalpina e Transalpina e il governo sulle province di lingua greca; Lepido ottenne la

Gallia Narbonense e l’Africa; Ottaviano le due province di Spagna, Sardegna e Sicilia, inoltre doveva sistemare i veterani

smobilitati (le misure di espropriazione suscitarono un malcontento a Perugia).

Nel 40aC le province vennero ridistribuite: Antonio manteneva le province a est di Scodra (Illiria) e doveva affrontare i

Parti per vendicare la disfatta di Crasso; Lepido l’Africa; Ottaviano le province latine ad eccezione dell’Africa e di fermare

Sesto Pompeo sulle coste dell’Italia.

Ottaviano ricevette un’ovazione (forma minore di trionfo) e assunse come prenome il titolo di IMPERATOR.

Nel 39aC con la pace di Miseno Sesto Pompeo ricevette la Sicilia, Sardegna e corsica in cambio di sgomberare tutte le

basi italiane e levare i blocchi.

Nel 37aC a Taranto i triumviri si accordarono a prolungare i propri poteri per un nuovo lustro (5anni) e Ottaviano lo fece

approvare dal popolo. Nel 36aC Ottaviano si accattivò la fiducia delle truppe di Lepido e inviò quest’ultimo in esilio a

Circei. Ottaviano proclamò la fine delle guerre civili e lo sgravio delle imposte più pesanti; ricevette un’ovazione, un arco

di trionfo, una colonna dorata, ornata di rostri e coronata con la sua statua trionfale, il diritto di portare per sempre la

corona d’alloro.

Proponendo ad Antonio di sciogliere il triumvirato un plebiscito gli conferì la sacro santità di un tribuno della plebe, il

diritto di sedere in senato sui banchi dei tribuni (stessa cosa per Livia e Ottavia).

I due triumviri finchè non avessero superato la linea del pomerium avrebbero continuato a detenere anche nel 32aC in

modo del tutto legale l’imperium consolare, quindi Ottaviano disse che avrebbe abdicato se fosse venuto anche Antonio

a Roma a fare altrettanto. L’inizio delle ostilità fu l’apertura del testamento di Antonio e gli ultimi senatori neutrali si

schierarono dalla parte di Ottaviano.

Il consensus universo rum: consenso unanime, decisione del senato e del popolo di far decadere Antonio dal consolato

che doveva rivestire nel 31aC, di privarlo di ogni altro potere e di far guerra a Cleopatra.

Ottaviano fece fare un giuramento militare di fedeltà non solo alle sue truppe, ma a tutta l’Italia e agli abitanti delle

province che controllava.

Dopo Azio e Alessandria questo consenso si manifestò di nuovo con il conferimento di onori e privilegi a Ottaviano; il

senato gli accordò la corona ossidionale e il trionfo su Cleopatra, archi di trionfo dovevano essere eretti a Brindisi e a

Roma, e il tempio del divino Giulio doveva essere decorato con i rostri di Azio; si doveva offrire una libagione al genio

dell’imperatore Cesare; gli onori furono completati nel 30aC quando il senato accordò a Ottaviano il diritto di nominare

dei patrizi, lo ius auxilii dei tribuni (a titolo vitalizio), accompagnato dal diritto di grazia (aggiungendo il proprio voto poteva

modificare la condanna pronunciata con un solo voto di maggioranza) e dall’autorizzazione di portare il prenome di

IMPERATOR.

[Il principato di Augusto 27aC-14dC] -> dal 29aC Ottaviano iniziò la restituzione dei poteri, nel 28 avviò un censimento

del popolo e una lectio senatus (reclutamento del senato) in occasione della quale ricevette il titolo di princeps senatus,

pubblicò un editto con il quale annullava le disposizioni illegali del periodo triumvirale. Augusto rimaneva un semplice

console investito tuttavia della pienezza dell’imperium (domi e militiae, civile e militare). Nel 27 Ottaviano console

propose al senato la rinuncia ai propri poteri straordinari, in questo modo gli conferirono la corona civica per aver salvato

i cittadini fatta di foglie di quercia che fu fissata sopra la sua casa. Nel 15/16 un senatoconsulto definiva una divisione

delle province e segnava la nascita del governo imperiale; il senato avrebbe amministrato le province attraverso

proconsoli di rango consolare o pretorio, estratti a sorte secondo il modo tradizionale; il princeps riceveva l’incarico di

governare per dieci anni la Spagna con la Betica, le Gallie, la Siria (con Cipro e la Cilicia) e di comandare le truppe

dislocate in queste province in virtù dell’imperium consolare.

Quali erano i poteri grazie al quale il princeps controllava le sue province? Un imperium consolare coe avveniva prima

delle riforme di Silla oppure un imperium proconsolare? Augusto aveva confermato il sistema sillano dei poteri consolari,

secondo Mommsen il senato e il popolo avevano conferito al princeps un imperium proconsolare che lo abilitava a

comandare tutte le truppe e ad amministrare le province che gli fossero state attribuite.

Secondo Castritius, il senato conferì ad Augusto per una durata di dieci anni, il comando militare nei territori non

pacificati (Spagna, Betica, Gallia, Siria), nello stesso tempo avrebbe accordato un imprium proconsolare accompagnato

da alcune clausole supplementari, come il diritto di arruolare truppe e avere l’imperium anche entro il pomerium.

Secondo Kromayer e Pelham, Augusto governava le sue province tra 27-23 come console, avendo un impium maius

(“allargato”) nelle province senatorie.

Da un’iscrizione di Cuma, nella provincia senatoria dell’Asia, sappiamo che si fa riferimento a una decisione del 27 di

Augusto console che scrive col collega Agrippa al proconsole d’Asia per trasmettergli una decisione del senato che

incaricava lo stesso Augusto di dare una direttiva.

In seguito alla divisione delle province, il senato diede al princeps il famoso soprannome di AUGUSTUS, che dalla sfera

augurale e legato al dominio dell’auctoritas significava che il suo detentore era dotato di una capacità e di una felicità

d’azione eccezionali. Significava “dotato del massimo della forza sacra”. Nel 27aC il senato gli accordò il diritto di ornare

la sua porta di alloro e fece esporre nella curia, accanto ala statua e all’altare della Vittoria, uno scudo che enumerava le

sue virtù cardinali (clipeus virtutis), il coraggio nel combattimento e l’energia nella vita pubblica (virtus), la clementia

verso i vinti e verso i nemici , la iustitia (verso coloro che avevano turbato la vita e l’ordine pubblico dopo il 44aC). Nel 27

ebbe il diritto di commendatio, raccomandare dei candidati per le elezioni. Nel 23 Augusto decise di rinunciare al

consolato, che aveva rinnovato ogni anno a partire dal 29aC. Il senato e il popolo accordarono ad Augusto a titolo

vitalizio la potestà tribunizia, accompagnata dal diritto di convocare il senato e di poter fare una relatio (proposta) in

occasione di ogni seduta del senato, egli continuava a governare l’enorme provincia, che gli era stata affidata fino al

18aC, ma ormai esercitava il potere consolare in quanto promagistrato.

Secondo Mommsen il giovane Ottaviano aveva ricevuto la potestà tribunizia completa fin dal 36aC, estesa fino al primo

miglio del pomerium e dunque a tutto l’Impero. Secondo Kromayer, nel 36aC Ottaviano aveva ricevuto la sacro santità e

lo ius subsellii (diritto di sedersi con i tribuni) nel 30 lo ius auxilii (diritto di assistenza a un cittadino contro gli abusi di un

magistrato) a vita, e nel 23 la potestà tribunizia completa.

Oggi gli studiosi tendono alla posizione di Kromayer, ma sono anche d’accordo con Mommsen riguardo che la potestà

tribunizia è l’espressione formale esatta e piena del potere sovrano di Augusto e dei suoi successori. Mommsen

attenuava il carattere monarchico della potestà tribunizia, invece secondo gli storici era il motore e l’emblema della

monarchia. Secondo Castritius la potestà tribunizia non aveva all’inizio del principato il carattere monarchico pensato

dagli studiosi, ma poteva integrarsi in un ripristino della res publica. Secondo Castritius la potestà tribunizia ha due

caratteri fondamentali: la separazione del potere dalla funzione e il suo carattere vitalizio (quest’ultimo non è

antirepubblicano perché di fatto non era vitalizio ma annuale, rinnovato da Augusto davanti al popolo).

La potestà tribunizia era stata pensata e inventata nel quadro e nel prolungamento dei riflessi istituzionali romani.

Il senato e il popolo precisarono che l’imperium di Augusto, diventato proconsolare dopo la sua rinuncia al consolato,

non si sarebbe estinto quando avesse superato il pomerium e sarebbe stato superiore a quello dei governatori delle

province.

Nel 23 Augusto ricevette l’imperium proconsolare maius che gli permetteva di intervenire in tutte le province e avrebbe

sostituito l’imperium consolare che abbandonava. Secondo Bleicken non esiste un imperium maius in senso tecnico nel

diritto romano della Repubblica, l’uso di questo termine descrive rapporti di subordinazione reali o desiderati, non una

gerarchia ufficiale dei poteri.

Castritius ritiene che si è avuto torto a porre all’origine del principato il concetto di imperium maius, che sarebbe di fatto

(in Dione) l’espressione dei rapporti di potere reali tra un proconsole e il princeps investito di poteri molteplici. Per Meier

il privilegio ricevuto da Augusto nel 23 , accordato anche ad Agrippa (lo sappiamo dalla laudatio/elogio funebre fatto da

Augusto al suo funerale), era che il suo imperium non poteva essere inferiore a quello di nessun altro.

Per quanto riguarda il potere ricevuto da Agrippa nel 23 Koenen ha supposto che fosse l’imperium proconsolare maius le

cui competenze sarebbero state conferite con mandati particolari; secondo Gray Agrippa avrebbe prima ricevuto un

imperium aequum per cinque anni e rinnovato nel 18 poi sarebbe diventato maius nel 13; invece Bringmann dice che

non ci sono prove che fosse proprio l’imperium maius quello della laudatio bensì Augusto attribuisce al correggente un

imperium reale precisando che nessun altro imperium doveva essere superiore al suo; secondo Castritius vi sarebbe

stato un ritorno alla collegialità del potere, quindi Agrippa ricevette con una legge la potestà tribunizia e l’imperium

proconsolare di Agrippa e di Augusto sarebbe stato rinnovato per altri cinque anni.

Dopo il 23 i poteri di Augusto non crebbero più; l’imperium proconsolare fu regolarmente rinnovato nell’8aC, nel 3 e nel

13 dC, mentr la potestà tribunizia fu rinnovata anno per anno. A questi poteri vennero ad aggiungersi alcuni onori o

cariche transitorie, come l’ultima funzione importante del princeps, il pontificato massimo.

Nel 22 aC Augusto rifiutò la dittatura e accettò la cura annonae, in seguito fu sollecitato ad assumere la censura ma

rifiutò e fece eleggere due censori (che furono un fallimento). Alla fine del 19, dopo il suo ritorno dalle province greche,

Augusto accettò una cura legume t morum (incarico per le leggi e i costumi) per cinque anni, per restaurare i costumi

sociali e politici, insieme a una censoria potestas, sempre per cinque anni.

La cura morum si tradusse in una serie di leggi, le leges Iuliae del 18, ma Augusto stesso sottolineò di aver portato a

termine gli incarichi che il senato gli proponeva con la potestà tribunizia. Si basò sulla censoria potestas e nel 18 ridusse

il senato a 600 membri. Il potere censorio venne di sicuro abbandonato, perché con un imperium consolare organizzò i

censimenti dell’8aC e del 14dC o anche la lectio senatus del 12-11aC.

Nel 19 i privilegi onorifici dei consoli gli vennero accordati, quindi era preceduto da dodici littori e in senato sedeva su

una sedia curule tra i due consoli, gli venne accordato a titolo personale e per una durata limitata il pieno potere

consolare civile e militare. Nel 12aC morì Lepido il pontefice massimo, e quindi Augusto fu trionfalmente eletto pontefice

massimo al suo posto. Inoltre nel 2aC il senato lo salutò “padre della paria” col consenso popolare.

Una legge conferì a Tiberio nell’8aC l’imperium proconsolare per cinque anni, completato nel 6aC con l’assunzione della

potestà tribunizia per cinque anni.

Nell’1aC venne conferito a Caio Cesare l’imperium proconsolare, cessato a Tiberio, ma dopo le morti di Lucio Cesare nel

2dC e di Caio Cesare nel 4dC, Augusto finì con l’adottare Tiberio che fu investito di un imperium proconsolare e di una

potestà tribunizia pari a quelli di Augusto.

2. L’investitura del principe dopo Augusto

Augusto preparò la successione fin dall’inizio del principato, attraverso modalità che divennero poco per volta

tradizionali, legalmente designato come “collega” nell’esercizio della potestà tribunizia o di altre cariche anche il

successore era legato alla famiglia del princeps.

[Aspetti formali dell’investitura] -> due teorie. (1) secondo Mommsen: il potere imperiale si basa sull’imperium

proconsolare e sulla potestà tribunizia con due atti di fondazione (l’imperium del principe aveva origine dall’acclamazione

imperatoria da parte delle truppe e del senato e il titolo d’imperator). Al contrario dell’acclamazione dei capi militari

repubblicani, sotto l’Impero portava alla detenzione dell’imperium (il titolare portava le insegne onorifiche di un imperator

senza essere costretto ad abbandonarle quando superava il pomerium), era quindi un atto rivoluzionario che esprimeva

la sovranità diretta, quindi l’imperium principesco non avrebbe avuto bisogno di essere confermato dai comizi; il

conferimento della potestà tribunizia era successivo all’acclamazione ed era fatto dal popolo.

(2) la teoria adottata oggi è quella di Kromayer: il potere dell’imperium doveva essere conferito dai comizi, ad immagine

dei grandi imperia straordinari della Repubblica declinante, tramite una legge comiziale. Kromayer comunque è

d’accordo con Mommsen su cosa comportava la detenzione dell’imperium.

Possiamo dire che la teoria (2) sia quella giusta perché la scelta dell’acclamazione imperatoria da parte del senato (e

non dei soldati) e del voto comiziale sulla potestà tribunizia è perfettamente logica, ricorda l’attribuzione delle due

componenti essenziali del potere imperiale: l’acclamazione imperatoria da parte del senato e dei comizi tributi.

L’investitura doveva avvenire così: acclamazione dei soldati, approvazione del senato della procedura chiamando

imperator colui che le truppe hanno acclamato, il senato delibera (attraverso senatoconsulti) e propone di convocare i

comizi per accordare a colui che è stato appena acclamato sia la potestà tribunizia sia l’imperium proconsolare che

diversi altri privilegi (console, membro di tutti i collegi sacerdotali, pontefice massimo, padre della patria), si fa passare un

certo periodo (trinundinum, 23giorni), in seguito uno dei magistrati convoca i comizi che accordano tutti questi poteri nei

termini proposti dal senato (una legge investe il principe dell’imperium proconsolare, una seconda gli accorda la potestà

tribunizia e una terza gli conferisce una serie di prerogative ereditate da Augusto e dai suoi predecessori che estendono

sia il potere tribunizio sia il suo imperium, infine può essere eletto altre cose come console, membro dei collegi

sacerdotali e pontefice massimo),il principe ha pieni poteri.

Le diverse tappe dell’investitura imperiale ci dimostrano che il regime del principato NON era una monarchia, i poteri del

principe erano accordati dal popolo su proposta del senato. La costituzione imperiale si fondava sulla sovranità popolare,

così come quella della Repubblica.

Col corso del tempo però il senato emise senatoconsulti dopo l’acclamazione del principe, fino all’81dC i comizi della

potestà tribunizia mantennero una propria autonomia, mentre le prime violazioni d’investitura si hanno nel III secolo:

Settimio Severo si arroga il diritto di divinizzare Commodo, Eliogabalo porta i nomi i titoli e i poteri imperiali prima di averli

ricevuti dal senato, mentre invece Massimo il Trace fa proprio a meno dell’approvazione del senato.

[Aspetti privati dell’investitura]-> dall’epoca di Cesare la trasmissione del potere era preparata in privato, così Augusto

stesso mise a punto una procedura di successione familiare che durò fino al III secolo: il suo principio era l’adozione del

successore, conferendogli magistrature e poteri straordinari. Qualche decennio dopo la morte di Augusto, il potere

domestico nella famiglia dei Cesari diventò uno degli elementi della legittimità principesca che abilitava nell’esercizio del

potere, tanto che chi non era della famiglia (quelli del 68dC) assunse il soprannome Caesar e Augustus.

Da Vespasiano il princeps portava il prenome imperator e il nome gentilizio Caesar, ai quali si aggiunsero altri nomi e

soprannomi come quello di Augustus (segno infallibile della detenzione dei poteri imperiali supremi). Questo sistema si

consolidò nel II secolo. La procedura dell’adozione rei publicae causa, per riprendere la formula di Augusto quando

adottò Tiberio, si trasformò in atto politico. Non bisogna però confondere l’investitura pubblica del principe con la

successione a capo della casa imperiale (fin dalla morte del padre di famiglia il suo erede era chiamato a diventare il

principale beneficiario dei legami di clientela capitalizzati dalla casata, nel caso del principe queste clientele erano

immense e comprendevano non solo le legioni ma l’insieme dei cittadini e delle città, attraverso giuramenti di fedeltà). I

mezzi posseduti dal principe pervenivano in eredità al suo successore e gli offrivano i mezzi per eseguire o almeno

garantire le sue promesse. Da Nerone era possibile disporre della ricchezza privata del principe precedente così come si

conferivano i poteri pubblici. La successione imperiale assicurò e consolidò la posizione del princeps.

Originalità del principato: i principi non lasciavano in eredità i poteri imperiali, che solo il senato e il popolo potevano

conferire, ma una parte del potere principesco, questo insieme di mezzi e di virtù che abilitavano il figlio del principe

defunto a reclamare l’investitura, che otteneva praticamente sempre, a meno che il sistema non fosse in crisi. Ciò che

contava agli occhi dei Romani era più la continuità del quadro domestico della scelta dei pretendenti al potere, che la

continuità di una famiglia ben precisa. Infatti le diverse dinastie furono tutte messe in discussione, ma l’istituzione della

famiglia imperiale mai.

3.I poteri del principe

La potenza del principe si basava su elementi sociali e poteri e privilegi conferiti da certe leggi, ma la potenza derivava

dalla posizione sociale che aveva.

[Il potere del principe]-> la base era una rete di clientele che comprendeva tutti i cittadini e tutti i peregrini. Augusto si

impadronì della clientela dei cittadini e delle città legate alla famiglia Giulia, di quella dei soldati e delle colonie,

addirittura delle clientele delle altre famiglie senatorie. Tuttavia la clientela imperiale era rilevante solo negli

accampamenti militari o nella patria dell’imperatore, oppure in occasione delle settimane dell’investitura. Il giuramento di

fedeltà (pro salute honore victoria) legava i soldati, i magistrati, senatori, cittadini e città ll’imperatore e ai suoi

discendenti, era una formula che derivava dall’estensione del giuramento militare, si generalizzò in occasione della

maggiore età di Caio Cesare (nel 6-5aC) e di Lucio Cesare (3-2aC) e infine nel 14 in occasione dell’avvento di Tiberio.

Nelle province occidentali questo giuramento riprendeva una tradizione antica mentre nelle province orientali i giuramenti

di fedeltà al sovrano furono adattati al nuovo contesto e combinati con il culto imperiale.

Sotto il principato di Tiberio si organizzò il rinnovamento annuale di questo voto, almeno al senato. Poi si estese a tutte

le città dell’Impero, e sotto il regno di Traiano era già diventata u’abitudine. Si ignora l’evoluzione della pratica. Le fonti

del II e III secolo la citano in occasione di assunzioni al trono o di usurpazioni, e in relazione ai militari e al senato. In

tempo di pace era un atto di omaggio al principe regnante e in caso di tumulti o guerre civili aveva un valore forte militare

e politico.

Con la sua ricchezza militare il principe manteneva i propri obblighi. Dopo Augusto gli imperatori non cessarono di

accrescere il proprio patrimonio, si aggiungevano le eredità, le confische, le guerre di conquista, e i proventi enormi della

provincia d’Egitto. Questi mezzi permettevano la costruzione, manutenzione o restauro di spazi o edifici pubblici, ma

anche l’organizzazione di giochi splendidi.

L’auctoritas, fondata sull’eminente valore dei genitori e degli antenati, sulle sue personali virtù pubbliche, sui suoi

successi e sull’alto potere che esercitava, non era soggetta ai limiti tradizionali del potere d’influenza riconosciuta da

sempre ai principes.

[I poteri dell’imperatore]-> dopo l’acclamazione dei soldati, seguita da quella del senato, l’imperatore era pronto a

ricevere i poteri pubblici su proposta del senato e del popolo.

L’imperium proconsolare, implicava il comando dell’esercito, si distingueva da quello dei proconsoli repubblicani in

quanto era accordato a titolo vitalizio (anche se sotto Augusto doveva essere rinnovato periodicamente), era un potere

illimitato e svincolato dalle regole coercitive legate al superamento del pomerium di Roma. L’imperium proconsolare si

estendeva a tutte le province dell’Impero, non solo a quelle attribuite ad Augusto nel 27aC, ma anche alle province

senatorie, in virtù di un principio che nessun imperium poteva essere superiore al esso. Il principe poteva arruolare le

truppe o controllarne la leva, dare istruzioni ai proconsoli, emanare regolamenti speciali per le province senatorie,

decidere affari particolari in queste province. L’Italia e Roma erano escluse da questo imperium, le legioni vi penetravano

solo per celebrare il trionfo, o per prendere Roma, ma il comando marittimo o quello del litorale italico facevano

tradizionalmente parte dei comandi illimitati, Augusto poté sistemare porti di guerra permanenti a Ravenna poi a Miseno.

Aveva il diritto di una guardia del corpo, in quanto detentore dell’imperium, il princeps poteva introdurre in Italia e a Roma

corpi di truppe per garantire la propria sicurezza e quella dell’Urbe. L’imperium proconsolare si manifestava

esclusivamente come un potere di comando civile e militare, che andava dall’arruolamento delle truppe, dal pagamento

del soldo, dalla determinazione della gerarchia militare, dalla nomina degli ufficiali e dei comandanti di truppe,

dall’attribuzione delle decorazioni o dei congedi militari, al conio delle monete e all’amministrazione dei territori da parte

dei rappresentanti di rango senatorio o equestre. Tutte le operazioni militari si svolgevano sotto gli auspici esclusivi del

princeps, da qui ne derivò che solo l’imperatore e gli eventuali correggenti potessero celebrare il trionfo. Il potere di

coercizione abilitava l’imperatore esercitare una giurisdizione civile e penale, l’imperatore giudicava solo raramente, egli

delegava i propri poteri ai governatori di provincia e a Roma, all’uno o all’altro magistrato, per lo più al prefetto dell’Urbe

e al prefetto del pretorio.

La potestà tribunizia, non faceva dell’imperatore un tribuno della plebe, erano suoi colleghi solo i correggenti, era un

potere a titolo vitalizio essendo rinnovato ogni anno (gli anni di potestà tribunizia permettono di contare gli anni di regno).

Oltre ai privilegi onorifici o la sacro santità, cioè inviolabilità assoluta della persona e delle decisioni, la potestà tribunizia

attribuiva al principe un potere temibile. In virtù del diritto d’auxilium i principi si servivano della potestà tribunizia per

reprimere gli abusi e per proteggere la plebe. I poteri tribunizi erano quelli di convocare il senato, convocare il popolo e di

proporgli delle leggi. Il ricorso alla potestà tribunizia in materia legislativa si ridusse rapidamente. L’opposizione dei

tribuni della plebe perdeva la sua temibile forza, perché non poteva scontrarsi con la potestà tribunizia del princeps.

Privilegi particolari: in Italia e nelle province il principe godeva di un potere permanente e ineguagliato , nella stessa

Roma quando non era console egli beneficiava solo dei privilegi della potestà tribunizia e di certi aspetti dell’imperium

proconsolare.

Legge e imperio Vespasiani: enumerazione dei privilegi attribuiti ai principi come convocare il senato senza restrizioni, di

presiedere e di trattare con esso, estendere il limite pomeriale; una clausola famosa gli accordava il diritto di fare tutto

ciò che era nell’interesse della repubblica e dei privati, come il diritto di emettere delle costituzioni, facendo eseguire i

propri decreti; oltre ad emanare ordinanze il principe godeva anche di tutte le esenzioni legali di cui avessero potuto

godere i suoi predecessori, queste esenzioni si riferivano alle leggi di diritto privato che stabilivano dei divieti; una

clausola il cui testo è mutilo accordava al principe la facoltà di concludere i trattati (quindi dichiarare guerra e stipulare la

pace senza preliminare autorizzazione).

Poteri religiosi: diritto di trarre auspici, poter agire in nome del popolo, celebrare sacrifici pubblici, pronunciare voti,

dedicare offerte e investire il senato di questioni religiose. Da Augusto i principi furono eletti e cooptati da tutti i collegi

sacerdotali pubblici, i quattro collegi detti maggiori, riuscendo a controllare dall’interno le cooptazioni sacerdotali e le

regole di diritto sacro dettate al senato e ai magistrati in caso di bisogno. Da Augusto, eletto pontefice massimo nel

12aC, i principi ricevettero in occasione dell’avvento al trono questa dignità, controllando tutta la vita religiosa pubblica.

Potere sacro e profano nelle mani di uno solo.

4. La rappresentazione del potere imperiale

[Il principato tra la monarchia e la repubblica libera]-> Ottaviano e la sua cerchia inventarono una nuova

rappresentazione del potere straordinario, combinando la restaurazione della Repubblica con la supremazia del principe.

Il partito di Ottaviano si presentava come l’incarnazione della tradizione romana e italica.Augusto ricevette

progressivamente il diritto di portare il costume trionfale nella vita pubblica. Fin dal 36aC era autorizzato a tenere in capo

la corona d’alloro, dal 29aC si mostrava nelle feste pubbliche con la corona d’oro trionfale sulla testa. Nel 25aC gli fu

conferito il diritto di portare la toga trionfale, una toga bianca ricamata d’oro (divenne l’abbigliamento tipico del principe).

Nella vita pubblica corrente, l’imperatore aveva il diritto di portare la toga pretesta (bordata di porpora) dei magistrati e

dei sacerdoti e a volte il paludamentum (mantello di porpora attaccato con fibula sulla spalla dx) e spada che lo indicava

investito dell’imperium. Dopo il 19aC il diritto di essere preceduto da dodici littori. Nelle riunioni pubbliche si sedeva sia

sulla tribuna dei consoli su una seda curule, sia fra i tribuni della plebe su uno dei loro banchi. Dopo l’elezione al

pontificato massimo, la dimora era contraddistinta da segni esteriori: due allori in ricordo dei trionfi riportati, una corona

civica di quercia per glorificare la clemenza sui vinti. Tutti gli onori furono accordati nel 27 insieme al famoso clipeus

virtutis. Questi privilegi dipendevano dall’imperium maius. Dalla vittoria di Azio il vincitore aveva ricevuto il privilegio che a

ogni banchetto pubblico e privato si offrisse una libagione al suo genio. Diventando pontefice massimo nel 12aC un

senatoconsulto fece trasferire un altare e una statua di Vesta nella casa di Augusto, nella cappella familiare dove si

trovavano i Penati e i Lari augustei.

Dal 7aC furono restaurati i Compitalia, il culto celebrato nei vici di Roma, i Lares compitales, le divinità tradizionali del

territorio del vicus, furono chiamati Lares Augusti e vi fu aggiunta una statua del genio di Augusto, così il culto domestico

del principe veniva esteso al territorio di Roma e tutta la plebe vi partecipava. Inoltre nel 2aC Augusto ricevette il titolo

padre della patria.

[Tra uomo e dio]-> dai primi anni del triumvirato Ottaviano era figlio di un divus, figlio del divino Giulio Cesare. Dopo Azio

nelle province si svilupparono spontanee fedeltà e celebrazione di culti e giuramenti. Nel 29aC il nome di Augusto fu

incluso nell’inno dei sacerdoti Salii, trasformando in giorni di grande festa gli anniversari delle sue gesta, e di

commemorare con servizi religiosi tutti gli avvenimenti che riguardassero il principe e la sua famiglia. Ottaviano nel 16

gennaio del 27aC venne nominato Augusto, aspetto sovrumano sottolineato dall’alloro apollineo e quercia gioviana. Nel

9dC a Roma venne innalzato il primo altare pubblico al numen di Augusto.

Capitolo II – Il principe e la res publica

Per definire i limiti della restaurazione della res publica, è opportuno osservare il potere imperiale nei suoi rapporti con le

istituzioni tradizionali del popolo romano.

1. Le istituzioni tradizionali del popolo romano

L’istituzione del principato non deve essere intesa come l’invenzione di nuove istituzioni, né d’altra parte come la

restaurazione di istanze inattive da decenni. Durante l’epoca del triumvirato, le istituzioni continuarono a funzionare e i

magistrati a esercitare i loro incarichi. Il popolo votava e il senato si pronunciava sugli affari. Tornata la pace queste

istituzioni trovarono una loro libertà.

Il senato fu associato alle diverse tappe della costruzione del nuovo regime, mantenne la propria autorità sui domini di

competenza tradizionale, le finanze pubbliche, la religione, l’amministrazione delle province pacificate, ed esercitò

questo controllo per tutta la durata del principato. Sosteneva con il popolo una parte centrale nella fase giuridica

dell’investitura imperiale fino al III secolo.

I magistrati continuarono ad esercitare le loro funzioni ed erano proprio loro a governare la res publica. Nel corso dei

primi anni del principato, il principe stesso deteneva il consolato e governava in gran parte grazie ai poteri che esso gli

conferiva. Il governo delle province senatorie era nelle mani dei magistrati designati dal senato e chiamati sempre

proconsoli. I poteri dei magistrati, dei pro magistrati e del senato erano sempre subordinati a un intervento effettivo o

virtuale del principe, le loro decisioni potevano essere da lui impugnate, in virtù della sua potestà tribunizia. Per gli affari

correnti, le istanze tradizionali conservavano la propria autonomia e funzionavano come sotto la Repubblica.

I comizi

[ ]-> la vita comiziale durò per tutti gli anni della guerra civile. Da Cesare in poi le elezioni erano state minate dal

diritto, accordato prima a Cesare, poi ai triumviri, di poter designare una parte dei candidati, persino tutti i candiadati,

dopo il 27aC i comizi ritrovarono le proprie prerogative. Non sappiamo come funzionassero sotto l’Impero, ma

conosciamo relativamente bene l’evoluzione dei comizi centuriati che eleggevano i magistrati dotati di imperium, i consoli

e i pretori.

Legge Valeria Aurelia: riguardava una prima riforma del sistema comiziale che risaliva all’anno 5 (la legge Valeria

Cornelia), infine un’altra legge completò le due leggi precedenti nel 23 (in occasione degli onori postumi riguardanti il

figlio di Tiberio, Druso). Fino al 5 il sistema dei comizi centuriati (composti sempre da 193 centurie distribuite in cinque

classi) non era stato modificato. La procedura elettorale consisteva nell’estrarre a sorte nella prima classe la centuria

prerogativa, quella che votava per prima, poi veniva il turno di tutta la prima classe (compresi i senatori)chiuso dal voto

delle 18 centurie equestri, dopo queste le altre classi votavano nell’ordine tenendo presente che le operazioni venivano

sospese dopo che si era raggiunta una maggioranza di 97 sezioni di voto. Queste centurie(da 10 a 20) votavano prima

dei comizi, in seguito i voti di ogni centuria determinavano un voto positivo o negativo, e i candidati che avevano ottenuto

più di dieci o venti suffragi erano i vincitori, i quali erano indicati dal popolo per essere eletti formalmente. Dal 7 Augusto

si sostituì all’assemblea designatrice per proporre egli stesso tutti i candidati alle magistrature. Nel 14 le dieci centurie

designatrici continuavano a esistere, ma Tiberio nominò 12 candidati alla pretura raccomandandone quattro al popolo.

Per l’elezione dei pretori la funzione delle centurie designatrici diventò puramente formale. Dopo Tiberio le centurie

designatrici erano decadute, l’assemblea popolare si limitava ad approvare e acclamare le proposte, stessa cosa per i

comizi tributi. Dopo Tiberio anche la scelta dei sacerdoti (che prima spettava alle 17 tribù) ora si fece in senato.

Sotto Caligola il sistema comiziale tradizionale viene restaurato, fino al II secolo fino a quando i comizi si limitarono solo

a regolarizzare con il loro voto o con la loro acclamazione le scelte operate dal principe e dal senato.

Le assemblee popolari erano diventate organi di approvazione obbligatoria. Cos’era cambiato in rapporto all’era

repubblicana?

Nei comizi centuriati solo la prima classe esercitava di fatto una libertà di scelta, ora la prima classe votava per prima e

la seconda classe veniva chiamata solo in caso di disaccordo all’interno della prima. Nei comizi centuriati votavano

senatori e cavalieri.

I comizi tributi eleggevano i magistrati inferiori ed erano utilizzati per il voto delle leggi.

NEW = il potere di raccomandazione coercitivo da parte del principe rappresentava una vera novità, perché restringeva

la libera scelta, se non del popolo, almeno dei senatori e soprattutto dei cavalieri, i quali furono via via esclusi dalla

preselezione dei candidati. Questi meccanismi permisero di controllare i comizi, pur senza eliminarli, doveva anche

permettere di disarmare la plebe umana, mantenendo però i simboli della libertà del popolo.

I magistrati

[ ]-> Tutte le magistrature tradizionali furono mantenute. Al principe le magistrature fornivano un nucleo di alti

responsabili, i loro poteri erano collegiali, annui e discontinui. Queste magistrature continuarono a essere costituite e a

funzionare fino all’alba della crisi del III secolo. Esse si dividevano in due gruppi: i senatori dipendevano dal popolo o

dall’imperatore.

Le cariche pubbliche erano organizzate in un cursus gerarchizzato e aperto ai senatori, ai loro figli e ai giovani cavalieri.

In un primo tempo il sistema delle magistrature funzionò come alla fine della Repubblica: l’ordine delle magistrature (di

epoca sillana) fu sconvolto per effetto di leggi e dispense. Augusto cominciò a riformare la carriera senatoria: nessun

potere, né imperium, né potestas, poteva essere superiore a quello del principe, e l’esercizio delle cariche pubbliche

tradizionali non era più un elemento del libero gioco politico, gli antichi magistrati diventarono quasi funzionari d’autorità.

[Il vigintivirato] -> l’accesso alla carriera senatoria fu regolamentato nel 20, comunque prima del 13 aC. Per accedere alla

questura occorreva aver ricoperto una delle funzioni del vigintisexvirato (o vigintivirato). Sotto la Repubblica le

magistrature minori erano elettive, dopo il principato i loro titolari erano nominati dall’imperatore. Le 20 cariche del

vigintivirato comprendevano i triumviri capitali, i triumviri monetari, i quattuorviri incaricati della manutenzione delle strade

e i decemviri incaricati di risolvere le liti.

Sotto Augusto avevano perduto a vantaggio dei prefetti dei vigili il loro compito principale. I triumviri capitali (tresviri

capitales) assistevano i consoli e i pretori nell’esercizio delle loro funzioni giudiziarie, erano responsabili della

sorveglianza dei prigionieri e dovevano sovrintendere alle esecuzioni capitali. La reintroduzione dei triumviri monetari

(tresviri monetales) corrispondeva alla consegna nelle mani del senato dell’officina di monetazione a Roma (che coniava

oro e argento dopo il 27, il rame dopo il 19aC).

I quattuorviri incaricati della manutenzione delle strade (quattuorviri viarum curandarum) sorvegliavano le pulizie delle

strade di Roma, sotto l’autorità degli edili. I dieci uomini incaricati di giudicare le liti (decemviri litibus iudicandis) persero

sotto Augusto la competenza a giudicare i casi di libertà, ma ricevettero la presidenza della corte che giudicava i

processi di successione.

[La questura]-> il numero dei questori era stato raddoppiato sotto Cesare, poi ridotto a 20 da Augusto. Le competenze

riguardavano tanto Roma quanto l’Italia e le province. La prima responsabilità che Augusto aveva affidato collettivamente

ai questori era la pavimentazione delle strade di Roma. Claudio sostituì a questo incarico l’organizzazione dei giochi dei

gladiatori e fu solo nel III secolo, sotto Severo Alessandro, che questo compito fu alleggerito. Gli altri questori ricevevano

un’indennità dal tesoro pubblico. Vennero aboliti due questori sotto Claudio, le cariche furono ripartite ogni anno tra due

questori di Augusto (cioè del principe), due questori urbani, quattro questori dei consoli (due per ciascun console), e dieci

o undici questori provinciali (detti questori propretori), uno per ogni provincia senatoria (forse due in Sicilia). Nel 28aC i

questori urbani persero la loro tradizionale competenza, l’amministrazione del tesoro pubblico (aerarmi Saturni) che

ritrovarono tuttavia tra il 44 e il 56.

Nell’11aC ebbero in affidamento da Augusto anche la conservazione dei senatoconsulti. I questori provinciali gestivano i

fondi pubblici nelle province senatorie. I questori del principe leggevano in senato le proposte (relations) del principe,

assente o presente che fosse, e lo assistevano nell’esercizio delle sue funzioni pubbliche. Da Domiziano uno dei due

questori uscenti (il questore urbano) era destinato per un anno all’amministrazione degli archivi del senato, col titolo di

ab actis senatus.

[L’edilità e il tribunato della plebe]-> dopo due anni gli ex questori (o quaestorii) se non erano patrizi si presentavano

all’edilità o al tribunato della plebe, invece i patrizi erano esonerati da questo passaggio perché non potevano diventare

in nessun caso tribuni della plebe. I sei edili (tre curuli e tre plebei) erano incaricati fino all’11aC della gestione degli

archivi del popolo, depositati nell’aerarium, poi sorvegliavano la vita pubblica di Roma, sorvegliavano il commercio

pubblico, curavano il controllo dei pesi e delle misure, quello delle vendite, l’organizzazione dei processi civili relativi al

commercio nei mercati, sorvegliavano i prezzi e la qualità delle derrate, sorvegliavano le strade le piazze e altri edifici

pubblici, avevano potere di coercizione (limitato sotto Nerone), avevano responsabilità religiose (nel 22aC

l’organizzazione dei giochi pubblici passò ai pretori).

I dieci tribuni della plebe furono neutralizzati dalla potestà tribunizia del principe, quindi l’intercessione tribunizia contro il

voto delle leggi scomparve completamente, mentre nuove funzioni vennero attribuite loro come la partecipazione alla

sorveglianza delle sepolture, alla presidenza delle regioni di Roma e la responsabilità delle feste Augustalia.

[La pretura]-> solo 18 dei venti vigintiviri o questori potevano essere eletti a questa carica, sempre che tutti avessero

raggiunto l’età dei trentanni. Nel corso dei primi decenni del principato il numero dei pretori variò: 8 poi 16 sotto Augusto,

15 sotto Tiberio e Caligola, da 14 a 18 sotto Claudio, 17 tra Tito e Nerva, infine di nuovo 18.

I pretori che possedevano l’imperium avevano innanzi tutto competenze giudiziarie per i processi tra privati (non tra

popolo e un cittadino isolato) ad eccezione dei due pretori aerarii che custodivano il tesoro pubblico fino all’epoca di

Claudio. Le preture più importanti erano la pretura urbana e la pretura peregrina. I pretori pubblicavano ogni anno un

editto che precisava le regole generali secondo le quali avrebbero deliberato nel loro campo, e questi editti diventarono il

fondamento della codificazione del diritto privato romano. Il pretore urbano: applicava il diritto nei casi che riguardavano

cittadini; il pretore urbano esercitava il potere esecutivo dei consoli, eseguendone gli ordini o in loro assenza (a questo

tiolo potevano dirigere la res publica e agire per conto del popolo o del senato se il principe non si opponeva). Il pretore

peregrinus: applicava il diritto in casi che concernevano affari combinati a Roma tra peregrini o tra peregrini e cittadini.

Tutti i pretori continuarono a presiedere come nel passato le corti di giustizia specializzate (quaestiones).

I pretori stilavano le liste dei giurati che avrebbero giudicato durante il periodo della loro magistratura, limitandosi a una

lista generale predisposta dal principe. Dovevano sorvegliare le regioni di Roma, attraverso incarichi religiosi in

sostituzione dei consoli, o a titolo proprio, come per la fissazione della data dei Compitalia o per la celebrazione annuale

da parte del pretore urbano del sacrificio di Ercole all’Ara Maxima e dal 22aC in poi col compito di organizzare le feste

pubbliche e i giochi legati ad esse.

[Gli ex pretori]-> erano idonei ad esercitare l’imperium, rivestivano altre cariche prima di raggiungere l’antica

magistratura suprema. Avevano compiti amministrativi e di comando, un ex pretore plebeo esercitava tre o quattro

funzioni, un patrizio accedeva subito al consolato a 32 anni.

Le cariche pretorie si dividevano in due categorie: funzioni attribuite poco dopo la gestione della pretura, oppure funzioni

esercitate solo alla fine della carriera pretoria portando subito al consolato.

Alcuni potevano svolgere compiti civili. Certi ex pretori o ex questori accompagnavano come legati un proconsole in una

provincia senatoria per assisterlo, con compiti giudiziari. Altri ex pretori erano responsabili delle strade in Italia, due di

loro erano prefetti incaricati della distribuzione del grano pubblico. Altri erano amministratori di città. Altri erano assistenti

(iuridicus) di un legato di Augusto propretore, che dirigeva una delle province imperiali, in particolare le grandi province di

Siria, Spagna Citeriore o di Britannia. Un giovane senatore poteva comandare una legione. Se l’ex pretore riceveva uno

degli otto proconsolati di provincia senatoria, non si trovava tra giovani senatori più dotati o più appoggiati. Nemmeno i

tre prefetti del tesoro militare accedevano direttamente al consolato, contrariamente ai due prefetti del tesoro di Saturno

(creati nel 56 e sostituiti da pretori nel 69).

Il giovane senatore che era legato di Augusto propretore esercitava per la prima volta la pienezza dell’imperium, anche

se era subordinato al princeps, il quale era il governatore in carica di queste province (ricorda l’accordo del 27aC: in

province come Giudea, Arabia, Pannonia Inferiore, Numidia, Dacia governava le province, una legione e un legato).

Queste funzioni erano accordate o dal principe o dal senato, quindi bisognava fare un prima cernita trai privilegiati.

il grado pretorio si appesantì nel corso del tempo, sotto Marco Aurelio furono creati i giuridicati delle regioni d’Italia,

funzioni giurisdizionali abbastanza brevi esercitate prima della legazione di legione, al principio del cursus pretorio.

L’evoluzione si confermò nel III secolo, quando le carriere brevi dei non patrizi scomparvero. La carriera pretoria si

trasformò in una lunga successione di funzioni giudiziarie o finanziarie dette curatele.

[Il consolato]-> gli ex pretori più brillanti raggiungevano il consolato. Il consolato aveva perduto il suo antico primato non

solo a causa dei privilegi accordati ad Augusto, ma anche per la moltiplicazione progressiva dei consoli suffetti. Entrati in

funzione il 1 gennaio i consoli ordinari erano sostituiti alcuni mesi più tardi dai suffetti. Dalla seconda metà del principato

di Augusto i consolati diventarono semestrali e il numero dei suffetti crebbe tanto che sotto i Flavi il numero dei consoli

variò da 6 a 10, sotto Traiano da 6 a 8, sotto Adriano 8, sotto Antonino da 8 a 10, sotto Marco Aurelio 10, mentre nel 190

divennero 25 consoli.

La moltiplicazione dei consoli fece sì che il consolato non fu più una magistratura forte e in grado di esercitare i propri

poteri.

I consoli risiedevano a Roma, mantenevano il diritto d’intercessione contro i pretori nei processi civili o contro pene

decise dai tribuni della plebe e il diritto di accogliere l’appello. Il senato serviva come giuria ai consoli. All’inizio del

principato i consoli ritrovarono la capacità di pronunziare sentenze capitali a Roma, di farle eseguire dai loro littori, sotto

la loro direzione e quella dei questori. Conservarono il diritto di agire per conto del senato e del popolo, il potere di

disporre del tesoro e dei beni pubblici. Le cariche religiose, come la celebrazione dei voti pubblici, atti religiosi compiuti in

nome del popolo, che non fossero affidati ai sacerdoti o ad altri magistrati. Controllare l’ordine pubblico, di Roma, aiutati

da magistrati inferiori.

[I consolari]-> era una carica dopo il consolato, non tutti potevano accedervi. Vi erano un certo numero di funzioni civili e

romane, come la curatela degli edifici sacri e dei luoghi pubblici, la curatela del letto e delle rive del Tevere, quella degli

acquedotti. I curatori furono creati all’inizio del principato. Erano di durata variabile e abilitavano alla pretesta, al seggio

curule e fuori Roma a due littori. Era l’imperatore a scegliere questi curatori. Dopo aver rivestito una delle cariche il

consolare poteva essere collocato a capo di una provincia imperiale col titolo di legato di Augusto propretore (provincia

come la Spagna Citeriore o le province fortemente armate di siria e Britannia erano affidate a consolari esperti, mentre

Germanie o Pannonia erano governate da consolari più giovani).

Dopo 14-15anni i consolari erano ammessi all’estrazione a sorte delle due province senatorie di Africa e Asia. Questi

proconsolati, il cui prestigio era superiore alle responsabilità esclusivamente amministrative e giudiziarie che

comportavano, concludevano la carriera senatoria. Alcuni proconsoli ottenevano da 5-6anni la prefettura urbana, carica

che nel 26aC Messalla Corvino aveva definito molto poco civica.

La prefettura urbana divenne a partire dal 27dC fino al III secolo permanente. Era l’imperatore a scegliere il prefetto. La

prefettura urbana spesso era conferita a vita, bisognava sorvegliare i luoghi di spettacolo pubblici, i mercati, il

commercio, esercitare la giustizia penale nei confronti di tutto ciò che poteva minacciare l’interesse comune in un

tribunale straordinario senza giuria.

[Il personale amministrativo dei magistrati]-> un magistrato o un promagistrato non si trovava a capo di un ufficio

permanente di funzionari, poteva quindi contare su legati (se era proconsole) o su alcuni scribi e apparitori pagati dal

tesoro, si faceva aiutare da liberti personali e da amici. Per compiti secondari i magistrati erano aiutati dagli apparitori

(liberi, stipendiati dal tesoro pubblico, raggruppati in collegi, spesso coadiuvati da liberti personali del magistrato). I

principali apparitori erano gli scribi, i littori e i viatores. Gli scribi di estrazione sociale elevata, vicino al rango equestre,

assistevano magistrati o pro magistrati, erano assegnati al tesoro pubblico, incaricati dei registri di contabilità pubblica e

archivi pubblici, ogni proconsole aveva accanto (oltre al questore) due scribi per tenere la contabilità delle somme che gli

erano state assegnate dal tesoro (tutti avevano gli scribi tranne i consoli). I littori erano liberti che portavano i fasci che

simboleggiavano il potere dei magistrati con imperium (a loro si aggiungevano gli accensi, gli usceri, per i magistrati di

rango consolare o pretorio). Tutti i magistrati avevano anche di viatores (per i magistrati sprovvisti di imperium che non

avevano quindi i littori), erano liberti che servivano a convocare il senato, comunicare le citazioni giudiziarie e condurre

con la forza i recalcitranti o per procedure a pignoramenti. Infine la maggior parte dei magistrati avevano un banditore

(praeco) e per compiere i loro compiti cultuali un vittima rio, un aruspice, un pullario e un suonatore di flauto (tibicen).

[Il senato]-> continuò ad esercitare il proprio ruolo tradizionale anche sotto il principato, infatti faceva parte del dispositivo

del governo imperiale e i principi utilizzavano le competenze di questo consiglio radicato nel cuore della res publica,

tanto per calcolo politico quanto per pragmatismo. Composto da tutti gli ex magistrati e dagli adlecti, il senato contava

intorno ai 600 membri (dopo una riforma Augustea9, ma l’assenteismo rimase un problema tanto che Augusto nell’11aC

abrogò una norma che richiedeva che nessun decreto del senato potesse essere votato se erano presenti meno di 400

senatori. Augusto nel 9aC regolò le sessioni del senato, stabilendo date prefissate, definì i quorum e aggravò le multe

per assenteismo. Il senato doveva riunirsi almeno due volte al mese (le Calende, il 1°, e le Idi, il 13 o 15), le sedute

potevano durare più giorni. Vi erano anche sedute straordinarie. Augusto e i suoi successori prescrissero ai senatori di

non lasciare l’Italia senza autorizzazione. Nonostante questi regolamenti l’assenteismo si sviluppò in base alle stagioni. Il

senato si riuniva principalmente nel foro (curia Iulia), ma poteva riunirsi in qualunque spazio inaugurato situato entro il

limite di un miglio (templum: spazio definito ritualmente da un augure. Poteva essere il santuario di Giove in

Campidoglio, il tempio di Marte Ultore nel foro di Augusto, Biblioteca nell’area del tempio di Apollo sul Palatino, o in un

locale dei Saepta Iulia. I senatori sedevano sui banchi, i consoli e l’imperatore seduti su una tribuna, mentre i banchi dei

pretori e dei tribuni della plebe erano collocati vicino alla tribuna.

La curia Iulia ospitava monumenti famosi, la statua della Vittoria con il suo altare (dedicati da Augusto nel 29aC per

commemorare i suoi trionfi), diverse statue o immagini di principi e lo scudo delle virtù di Augusto (il clipeus virtutis).

[La procedura]-> il senato poteva prendere decisioni solo se convocato dal principe o da un magistrato superiore

(console, pretore, tribuno), la convocazione era scritta o di un banditore pubblico. La seduta iniziava nel momento in cui

entrava il magistrato convocante, terminava al calar della notte o dopo parecchi giorni. Le sedute erano pubbliche e

obbedivano a regole di procedura complicate (codificate con la lex Iulia del 9aC). Cominciava con un sacrificio d’incenso

e di vino offerto dai senatori alle divinità tutelari del santuario in cui si riunivano. Il magistrato richiedente illustrava al

senato le proposte che giudicava necessarie, spettava al principe la prima proposta (relatio), i senatori venivano

interrogati in ordine di anzianità. Il senatoconsulto doveva essere redatto da una commissione di sei senatori e

depositato nel tesoro di Saturno (tuttavia la decisione dei senatori poteva essere modificata dal principe o dai tribuni

della plebe). I senatoconsulti non sempre venivano pubblicati, affissi o incisi sul bronzo (secondo la Tabula Siarensis la

decisione di affiggere il senatoconsulto doveva essere presa dal senato).

[Le competenze del senato]-> con il principato il senato acquisì compiti amministrativi tradizionalmente affidati ai

magistrati, a prefetti o curatori. Il senato mantenne la responsabilità delle finanze della res publica (la vera cassa

pubblica era quella imperiale e l’autorità spettava al principe, ma il vecchio tesoro di Saturno e il denaro pubblico erano

amministrati dal senato). Il senato designava i responsabili del tesoro, veniva consultato dai principi a proposito delle

questioni finanziarie (come la creazione dell’aerarium militare, riscossione di tasse e imposte, assegnazione di crediti). È

difficile determinare la funzione del senato nel conio del bronzo, perché doveva spettare al principe. Il senato mantenne

la competenza sul controllo dell’ordine a Roma e in Italia almeno fino alla fine del I secolo. Veniva consultato per ogni

questione sulla religione pubblica, decideva gli onori postumi o divini dei principi deceduti (es Tabula Hebana e Tabula

Siarensis per Germanico). L’amministrazione delle province senatorie da parte dei proconsoli estratti a sorte in senato

sarebbe dovuta cadere sotto il controllo del senato stesso, in realtà era più complesso perché era il principe a dare

istruzioni ai proconsoli. Il senato giudicava i casi di concussione e il principe inviava al senato gli affari provinciali

(Nerone limitò il senato agli affari delle sole provincie senatorie, ma fu di breve durata).

Il senato perse ogni potere sul dichiarare guerra o concludere la pace. Tuttavia il senato acquisì dominio elettorale,

giudiziario e legislativo. Importante nell’elezione dei magistrati e dei sacerdoti pubblici. Il principe stabiliva la lista dei

posti vacanti e dei candidati possibili. Le procedure dell’elezione dei magistrati variavano in base alle cariche. Per quanto

riguarda i senatoconsulti in epoca repubblicana erano pareri dati ai magistrati che li richiedevano, invece sotto il

principato acquisirono forza di legge (garantita dal principe). Dati i senatoconsulti possiamo capire che l’attività senatoria

era ampia e durò sino a tutto il III secolo.

NEW= il senato sotto Augusto intervenne nei casi di lesa maestà o complotto (uno dei primi casi risale all’8-12/13dC con

il presunto assassinio di Germanico da parte di Pisone, quando Tiberio portò il caso in senato nacque il tribunale

senatorio).

La funzione giudiziaria era la più importante delle competenze del senato imperiale, era destinata ai casi speciali

(appropriazione indebita di fondi da parte dei governatori, la lesa maestà, il ricorso non autorizzato alla violenza

pubblica, i casi di adulterio o calunnia nei quali fossero implicati i senatori). Il tribunale senatorio imperiale non comportò

modifiche alla vita giudiziaria.

La giurisdizione penale invece veniva esercitata dal principe. Da Nerva si decise che nessun senatore sarebbe stato

condannato alla pena capitale senza processo al senato. Adriano rafforzò i poteri giudiziari del senato.

Il senato offre una testimonianza indiretta sulla natura ed evoluzione del regime imperiale, il senato era sempre stato

associato all’azione del governo, perché aveva direttamente contribuito alle riforme del principato. Dal 27aC il senato

diviene un’assemblea, mentre le vere decisioni si prendevano nella cerchia del principe, oltretutto quando i principi

spostarono nell’Impero il centro del potere il senato rimase confinato a Roma, perché solo lì poteva presiedere.

La giustizia

[ ]-> iniziano a svilupparsi istanze e procedure nuove fino al III secolo che riguardano le tradizioni giudiziarie.

Le novità sono che il numero crescente dei processi celebrati nell’Impero secondo il diritto romano (con un ruolo sempre

più attivo dei governatori delle province e dell’imperatore) fece nascere una giustizia privata (controllata da un

magistrato) e una di Stato (nelle mani dei giudici funzionari)

[L’organizzazione della giustizia]-> i pretori avevano rapporti stretti con la giustizia, autorizzavano i processi, fissavano e

applicavano le pene, ma raramente giudicavano (il magistrato autorizzava solo il processo). Il giudice delle cause civili

era un privato, senatore o equestre, scelto dai querelanti. Se il caso era grave il pretore rinviava il processo a corti

competenti presiedute da un pretore. Per cause minori il processo si teneva davanti ai tribunali e magistrati di rango

inferiore. La sentenza veniva emessa dai membri delle tre decurie di giudici. Non vi era Codice civile ma solo una lista di

tutte le azioni, di tutti i casi in cui i magistrati si dichiaravano disposti a organizzare il processo (pubblicata ogni anno dal

pretore urbano, forse aggiornando quello precedente).

In ogni città dell’Impero vi era un sistema giudiziario particolare che ora riproduceva il sistema romano. Adriano incaricò il

giurista Salvio Giuliano di dare una forma definitiva all’editto, che prese il nome di editto perpetuo.

Augusto nel 18-17aC fece votare un certo numero di leggi che riformavano la giustizia, soprattutto le due leggi Iuliae sui

processi pubblici e sui processi privati. La legge Iulia sui tribunali pubblici prevedeva l’aumento di una unità delle decurie

di giudici.

Secondo l’editto di Cirene e Plinio una giuria doveva avere 45 giurati. Alle antiche corti rimanevano solo le inchieste per

assassinio e avvelenamento e quella per falso che risalivano a Silla.

[La procedura]-> le corti erano presiedute da uno dei pretori, il cui numero fu poi aumentato. Le denunce dopo il II secolo

erano accompagnate da un’istanza firmata (libellus inscriptionis). Il pretore ascolta l’accusato se questo conferma si

procede con la pena, se questo invece respinge l’accusa il pretore rinvia la causa al tribunale competente (altrimenti si

consultava con il consiglio privato). Finchè l’accusato non si presentava davanti a lui il pretore non poteva organizzare il

processo. Nel corso del processo l’accusato e il querelante potevano essere assistiti da avvocati. Inizia la quaestio in cui

il “giudice” si limita alla direzione del dibattimento, poi chiedeva al suo consiglio pubblico di giurati di pronunciarsi con un

voto scritto. Le decisioni del magistrato potevano essere soggette ad appello presso un collega di rango uguale o

superiore, o un tribuno della plebe o il principe.

[lo sviluppo del sistema giudiziario tradizionale]-> le corti dei processi continuarono a funzionare fino a tutto il III secolo,

quelle che riguardavano i senatori e i cavalieri giudicati dal senato. Mecenate consigliò Augusto di riservare ai vecchi

tribunali le inchieste penali, ad eccezione dell’omicidio, e di rinviare le cause capitali al prefetto dell’Urbe.

L’inquisizione eccezionale: cognitio extra ordinem, era una procedura applicata dai governatori delle province e condotta

da un magistrato, senza accusatore e senza giudice privato; il magistrato prendeva l’iniziativa dell’interrogatorio,

l’accusato poteva difendersi solo nella misura in cui era autorizzato dal magistrato, il giudizio era pronunciato dal

magistrato dopo aver consultato i suoi consiglieri personali fra i quali dei giureconsulti (secondo questa procedura furono

condotte le cause contro i cristiani).

[I tribunali del prefetto dell’Urbe e gli iuridici]-> procedura accelerata ed efficace, il prefetto dell’Urbe poteva appropriarsi

delle cause civili e penali, la sua competenza riguardava la giustizia penale. Poteva alleggerire il carico delle corti dei

pretori e poteva ricevere delle denunce. Poteva interrogare tanto il senatore quanto il plebeo, tanto l’uomo libero che lo

schiavo.

Lo stesso tipo di giustizia fu esteso ai nuovi pretori dei fidecommessi o delle tutele, soprattutto agli iuridici delle regioni

d’Italia.

Con Adriano vengono creati 4 iuridici che corrispondevano a quattro circoscrizioni italiche. Il compito degli iuridici era

giurisdizionale, dovevano intervenire nei casi che concernevano le nomine dei tutori o dei curatori.

[Honestiores e Humiliores]-> vi era ineguaglianza dei cittadini davanti alla giustizia. Gli honestiores (cittadini rispettabili,

senatori e cavalieri, soldati, veterani, decurioni municipali e i loro figli) godevano di privilegi, la pena di morte poteva

essere inflitta a un honestior solo in caso di parricidio e di lesa maestà, non potevano subire pene infamanti. Nel corso

del tempo la possibilità di essere giudicati a Roma o di ricorrere in appello spettò solo agli honestiores.

2. Il principe e il governo della “res publica”

La funzione imperiale implicava non solo una disponibilità continua a interminabili udienze di ogni genere, ma anche la

partecipazione a dibattiti e alle decisioni pubbliche tradizionali, senza trascurare i servizi religiosi.

Il principe, la vita pubblica e il governo del mondo]->

[ il principe deteneva poteri analoghi a quelli di un magistrato. Il

governo diretto della res publica gli sfuggiva ed era nelle mani dei magistrati tradizionali. Il principe si limitava a

controllare lo svolgimento dei processi, comandava le province armate, era strettamente legato al senato, al popolo e al

governo tradizionale, partecipava alla maggior parte delle discussioni e a tutte le decisioni del senato (sia come senatore

che in virtù dei propri poteri). Tuttavia col passare del tempo i principi non poterono assistere a tutte le decisioni del

senato quindi incaricavano dei loro questori o dell’ab actis senatus, oppure tramite missive.

[Il principe in senato]-> nel I secolo i principi svolgevano con sollecitudine la propria funzione di senatori, tuttavia lo

squilibrio tra principe e senato si accrebbe.

[Il principe e la legge: editti e costituzioni]-> uno dei campi in cui il principe usurpava il potere del popolo e del senato era

il dominio legislativo, nel quale poteva esercitare un’attività legislatrice unilaterale, espressa sotto forma di editti,

costituzioni e rescritti.

Gli editti erano affissi nella residenza del principe e contrassegnati dal suo sigillo, e prima di pronunciare un editto il

principe consultava il proprio consiglio ma era lui stesso a redigere il documento. L’editto derivava da un diritto di ogni

magistrato.

Quello di emettere decreti (constitutiones) si basava sul diritto e potere di fare ed eseguire (negli affari divini e umani,

pubblici e privati) tutto ciò che era conforme al bene e all’onore della res publica. Le costituzioni (atti imperiali) erano

raccolte nei processi verbali (commentarii).

I rescritti erano risposte dell’imperatore a petizioni messe per iscritto, la pubblicazione dava al rescritto forza di legge

(veniva affissa in un luogo pubblico della città o sulla dimora del principe). Era una decisione personale del principe.

Editti, costituzioni e rescritti erano revocabili da una semplice decisione del principe e riguardavano questioni concrete.

Servivano per regolare casi particolari, interpretare le leggi e il diritto e per introdurre nuove regole amministrative.

[Il principe e la giustizia]-> i rescritti erano mezzi correnti del principe per intervenire nella giustizia civile (per casi

controversi). La loro influenza sul sistema giudiziario era molto forte. Il principe interveniva nella nomina dei giurati per gli

interrogatori, poteva intervenire in virtù della sua potestà tribunizia contro alcuni magistrati o contro giudizi del senato.

L’origine del tribunale imperiale è dibattuta: Mommsen dice che deriva dal privilegio di poter giudicare in appello conferito

nel 30aC ad Augusto, secondo Kelly e Bleicken sarebbe uno sviluppo a partire dai parecchi privilegi di cui godeva il

principe.

Il tribunale imperiale non era legato al territorio di Roma e poteva funzionare ovunque il principe si trovasse (poteva

giudicare sia nel foro, che in un altro luogo pubblico, perfino nella propria residenza). Il principe rinviava ai tribunali

tradizionali tutte le richieste alle quali non intendeva dare seguito. Le deleghe generali erano accordate nelle province ai

governatori per le inchieste penali conto i non cittadini e per le inchieste non capitali contro i cittadini. L’imperatore

delegò il diritto di pronunciare pene capitali a tutti i governatori, proconsoli, legati, perfino ai procuratori.

Per il tribunale imperiale furono prese in considerazione solo le querele capitali contro i senatori, i cavalieri, gli ufficiali

superiori e i decurioni municipali. A Roma il principe delegava il proprio potere al prefetto dell’Urbe e ai prefetti

dell’annona e dei vigili.

Prima si poteva fare appello al principe contro i decreti di tutti i magistrati, in seguito gli appelli vennero ridotti. I non

cittadini non potevano inoltrare l’appello. I cittadini invece potevano fare appello dopo il decreto di un pro magistrato.

Nel III secolo il prefetto del pretorio riceveva tutti gli appelli dei giudizi pronunciati dai governatori di provincia, sul piano

penale e civile. Invece a Roma era il prefetto dell’Urbe a ricevere gli appelli dei magistrati di Roma. I prefetti non erano

più i mandatari del principe ma suoi rappresentanti, poteva delegare la propria giurisdizione.

[Il principe e l’amministrazione della Repubblica]-> tra i doveri del principe vi era l’amministrazione diretta di una parte


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Shrewa

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia e conservazione del patrimonio artistico e archeologico
SSD:
Docente: Musso Luisa
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Shrewa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia delle province romane e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Musso Luisa.

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